• Bambini che cadono

    un lemming

    Non so se ve ne siete accorti ma: dopo la saga interminabile degli stupratori (rumeni che violentano italiane, rumeni che violentano rumeni e italiani che violentano rumene…… e dulcis in fundo rumeni che violentano le ottantenni di ogni etnia), dopo la grave piaga dei cani randagi mangiatori di esseri umani (e forse stupratori di esseri umani) e il best-seller dello stupratore seriale delle periferie romane (sottotitolo: “il PD e la questione morale”), oggi finalmente i media italiani hanno deciso di dare una brusca svolta nella programmazione della propria offerta: il nuovo tormentone dell’estate 2009 è quello dei bambini che cadono dai balconi: centinaia e centinaia di pargoli ancora incapaci di formulare verbo salteranno come lemming dai balconi di tutta italia (ma principalmente dai balconi delle periferie romane) per deliziare i palati sempre più esigenti dei telespettatori.

    La Stampa di domenica, che dedicava al preoccupante fenomeno un’intera pagina, ha voluto riassumere con un simpatico schemino le cinque peggiori tragedie delle ultime settimane. Pare però che l’articolista non sia riuscito a trovare cinque bebé volanti nell’ultimo mese e mezzo (le periferie romane non sono poi così degradate) e quindi all’ultimo posto della top five è entrata di diritto una bambina che è caduta dalla tromba delle scale.

    Che fantastica compagna d’avventure, questa postmodernità….


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  • OGGI SCIOPERO

    Boring Machines Disturb Sleep aderisce allo sciopero dei blog promosso da Diritto Alla Rete contro il DDL Alfano. Per ogni informazione sulla legge in questione rimando ai blog di Alessandro Gilioli, Enzo di Frenna e Guido Scorza.


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  • Custer

    Questo è il racconto con cui parteciperò alle selezioni di Esor-dire, concorso per scrittori esordienti organizzato dalla Scuola Holden e da Scrittori In Città. Alcuni di voi l’avranno già letto nella prima stesura, comparsa su Boring Machines circa un anno fa: rispetto alla prima questa è nettamente più corta (circa 10.000 battute in meno) e, secondo me, decisamente migliore. Colgo l’occasione per ringraziare nuovamente Ivano Bariani per aver fatto il mio nome agli organizzatori del progetto.

    I.

    Madamadoré aveva molte belle figlie, Lucia Arazzi un solo figlio maschio. Non era quello che si sarebbe aspettata dalla vita: aveva sempre sognato una bambina con cui condividere i segreti della propria femminilità, e da qualche parte nel suo intimo era convinta che il responsabile di quell’unica imperfetta gravidanza fosse suo marito. Se n’era lamentata spesso e avrebbe continuato a lamentarsi se un bel giorno lui non avesse deciso di andarsene di casa come un ladro e non tornare più.

    Adesso che da quella partenza erano passati più di quattro anni le capitava di chiedersi che fine avesse fatto l’uomo con cui aveva condiviso metà della sua vita. Ma i pensieri si confondevano subito, diventavano piccoli pesci luccicanti protetti da una boccia di vetro. Di fronte alle domande della gente aveva imparato a sorridere come se volesse abbracciare l’intero universo.

    Il marito di Lucia Arazzi era un commerciante di polli ma per tutta la vita aveva creduto di essere un cowboy. Due cose riempivano i suoi pensieri: l’America e i cavalli. L’America non l’aveva mai vista e a cavallo c’era salito solo una volta da bambino, ma questo in fin dei conti non significava molto. I mercati erano per lui fiere campestri del vecchio Colorado e il camion rosso fuoco su cui passava i tre quarti del suo tempo un bel baio sbuffante. Nella cabina del cavallo erano appese foto delle riserve indiane dell’Oklahoma, e l’immagine di quelle distese di nulla infinito sarebbe stata sufficiente per fare di lui un uomo felice.

    Questa era l’idea che per vent’anni Lucia aveva avuto dell’uomo con cui era sposata: un bambino di cento chili, un po’ stravagante ma innocuo.

    Era quindi rimasta stupita più ancora che addolorata quando una notte di febbraio lui aveva infilato qualche vestito in valigia ed era salito sul camion. Dopodiché era scomparso e nessuno in paese l’aveva più rivisto.

    Dopo questa partenza improvvisa le cose avevano preso una piega diversa. Per quattro lunghi mesi le imposte della casa azzurra degli Arazzi erano rimaste chiuse, l’erba che per la prima volta cresceva disordinata e selvaggia nel piccolo giardino. Poi, agli inizi dell’estate, Lucia era ricomparsa per le strade del paese con quel nuovo sorriso e di lì a poco aveva rilevato il negozio.

    Già dall’insegna dorata, le grandi lettere in corsivo, era subito chiaro che il “Madamadoré” non era un esercizio commerciale come gli altri. Vendeva soprammobili e piccoli oggetti ornamentali, ma in realtà la sua missione era un’altra: chiedeva fiducia e donava fiducia. Era un regno di fragilità e perfezione, un baluardo contro lo scorrere del tempo.

    Lucia aveva maturato l’idea di mettersi a lavorare durante quei lunghi mesi di silenzio. Sapeva bene che tutti in paese stavano parlando di lei e aveva avuto bisogno di meditare una risposta plausibile ai pettegolezzi. Alla fine aveva deciso di dedicarsi a qualcosa di carino, qualcosa che la gente non può fare a meno di amare. Dopo aver escluso i cuccioli aveva scelto di investire le sue energie nella cosa che più le piaceva nella vita, i ninnoli, appunto.

    Così era nato il “Madamadoré”, con le sue stanze color carta da zucchero, le melodie scordate dei suoi vecchi carillon, le file di Pierrot sugli scaffali in rovere.

    In realtà, com’è facile immaginare, di ninnoli non ne comprava quasi più nessuno: già da parecchi anni in paese erano fioriti i negozi di videogiochi e le boutique d’alta moda, i bambini preferivano gli sparattutto alle bambole di pezza e le signore l’artigianato etnico alle culle di legno intarsiato esposte nella vetrina del “Madamadoré”. Ma Lucia Arazzi era benestante di famiglia e c’era sempre qualche donna di mezza età che non disdegnava di passare una mezzora in quella specie di paradiso delle fiabe chiacchierando con lei del più e del meno.

    Lucia poi in quel momento aveva molto bisogno di parlare, e avrebbe parlato con tutti fuorché, s’intende, con i cowboy. Ma di cowboy per sua fortuna al “Madamadoré” non ne entrarono mai.

    L’estate in cui il figlio di Lucia Arazzi ebbe la malaugurata idea di crescere fu un’estate torrida. Il sole sorgeva alle sette e restava piantato in mezzo al cielo fino alle nove di sera. Dopo quell’ora si poteva cominciare a vivere.

    Il ragazzo si chiamava Diego, ma tutti lo conoscevano come Custer perché una volta si era presentato a scuola vestito da generale nordista con una vera Smith&Wesson carica nel cinturone. Questo era successo l’anno in cui suo padre se n’era andato, poco dopo che le imposte della casa azzurra si erano riaperte. Era stato quando i compagni di classe avevano cominciato a prenderlo in giro per il travestimento che il futuro Custer aveva estratto la Smith&Wesson.

    Dopodiché c’era stato un parapiglia generale e il ragazzino era stato trascinato in presidenza. Allo psicologo scolastico aveva detto di aver trovato la pistola in soffitta, mentre il vestito era un vecchio abito di carnevale di quand’era bambino. Era stato convincente nel dimostrare che non aveva intenzione di usare la pistola ma non era riuscito a giustificare in alcun modo lo scopo di quella messinscena.

    “Era solo uno scherzo”, aveva detto, poi si era chiuso in un mutismo pressoché totale. Con il passare dei mesi la gente aveva finito per credergli, ma intanto il giovane Diego si era irrimediabilmente trasformato in Custer.

    Da quel giorno erano passati ormai quattro anni e sul mento di Custer stavano spuntando i primi peli. Nel corso di quell’arco di tempo Diego e suo padre avevano ripreso a vedersi di tanto in tanto. Il ragazzo però non raccontava mai nulla di quegli incontri  a Lucia e lei si guardava bene dal fare qualunque tipo di domanda.

    L’estate in cui Custer lasciò i territori sicuri dell’infanzia per avventurarsi nel roveto dell’adolescenza fu segnata da un fatto curioso che coinvolse l’intero paese: il caldo sahariano di agosto aveva portato con sé la migrazione di milioni cavallette nordafricane, e i piccoli insetti neri, la cui forma particolarmente appiattita faceva pensare a scarafaggi, si attaccarono come coriandoli alle vetrine dei negozi e ai parabrezza delle auto per non muoversi più.

    Producevano un lieve rumore ronzante simile allo sbattere d’ali di un piccolo uccello, monotono ma dolce.

    Nell’arco di poche settimane tutto il paese ne fu invaso, e cullato da quella melodia ipnotica sprofondò in un sonno placido e senza sogni.

    Questa vicenda degli insetti aveva riportato alla mente di Diego una cosa successa qualche mese prima, che l’aveva profondamente turbato senza che nemmeno lui sapesse perché.

    Era inverno, Diego aveva cenato con il padre in una grossa pizzeria ai bordi della strada provinciale ed era tornato a casa. Lucia era ancora sveglia. L’aveva accolto con il suo sorriso che sembrava panna, senza alcuna domanda.

    Poi Diego era andato in cucina e aveva scoperto che attorno alla serpentina del frigorifero aveva nidificato un’intera colonia di scarafaggi.

    Aveva subito avvertito sua madre, e la scena che ne era seguita era stata divertente e disgustosa al tempo stesso: lui aveva spostato il frigo mentre Lucia si era data da fare con uno speciale prodotto contro i parassiti. Gli insetti però correvano di qua e di là, si infilavano sotto i mobili e nei telai delle porte, madre e figlio un po’ li inseguivano con la scopa e un po’ fuggivano disgustati. Finita la caccia erano tornati a guardare la televisione in salotto, ancora inebriati dall’euforia che quella piccola avventura aveva portato con sé.

    Nei giorni successivi però Diego era stato tormentato da un pensiero che continuava a venirgli in mente nonostante facesse di tutto per scacciarlo.

    Aveva immaginato il “Madamadoré” straripante di scarafaggi, gli insetti che camminavano sulle culle intarsiate e sui Pierrot, sulle bambole di pezza, sui carillon. Scarafaggi che si arrampicavano sulle pareti, che uscivano dai rubinetti e dal pavimento. Scarafaggi dappertutto, fino a quando tutto, il “Madamadoré” ma anche qualcos’altro che Diego non riusciva esattamente a definire, tutto era soltanto una macchia nera di insetti, una palla di materia scura, viva e strisciante.

    Nei mesi successivi non aveva più pensato a quella storia. Poi, improvvisamente, era tornata l’estate.

    II.

    Nella casa azzurra le imposte erano di nuovo chiuse, uno schermo scuro contro il caldo accecante. Le strade erano silenziose in maniera innaturale. In certe ore del giorno l’unico rumore che si poteva sentire era quello delle cavallette, il loro brusio intimo e costante. Dietro le tende color confetto Diego e Lucia si incontravano per brevi istanti, simili a fantasmi nell’aria ondulata dal sole. Apparivano e scomparivano nel cono d’ombra del ciliegio in giardino. Loro due soli: il cowboy adolescente e il sorriso di sua madre che sembrava riempire la galassia.

    Lucia andava ogni mattina al “Madamadoré”, incurante del fatto che i suoi clienti migliori fossero in vacanza in Tunisia o a Kuala Lumpur. Pranzava a casa con Diego, poi il pomeriggio tornava in negozio.

    Quell’estate faceva troppo caldo per uscire e così il giovane Custer passava ore e ore da solo nella grande casa e si guardava allo specchio. C’era qualcosa di nuovo nel suo volto ma non capiva cosa. L’espressione? Il principio di barba sul mento e sotto il naso? Non lo sapeva e forse non voleva saperlo. La sera, quando finalmente quel sole da mezzogiorno di fuoco calava dietro le sagome delle montagne, lasciava le ombre protettive della casa e incontrava i suoi amici. Ma anche in loro c’era qualcosa di diverso rispetto al passato. Parlavano in maniera diversa e sembrava che dentro di loro si stesse combattendo una guerra senza eserciti ma piena, stracolma di esplosioni.

    Diego guardava i loro occhi attoniti e ci vedeva il suo stesso stupore. C’era qualcosa da dire, ma nessuno sapeva come dirlo.

    Le parole galleggiavano tra di loro come bolle di sapone, restavano ferme a mezz’aria e poi scomparivano.

    A volte gli capitava di avere paura. Non sapeva esattamente cosa lo spingesse lontano dalla solitudine della casa, dal suo silenzio e dagli specchi che lo fissavano con espressione di rimprovero. Si rifugiava al “Madamadoré” perché non esisteva per lui miglior ansiolitico che il negozio di sua madre, con tutti quegli oggetti che non conoscevano lo scorrere del tempo.

    Lì gironzolava per le stanze o aiutava Lucia a fare i pacchetti regalo: la sensazione del raso dorato sotto le dita lo confortava, aveva il potere di ipnotizzarlo. Altre volte si sedeva a terra e caricava un carillon, poi stava ad ascoltarne la melodia assorto come durante una preghiera.

    La musica fluiva come gocce d’acqua sul cristallo e i pensieri si confondevano, si facevano anch’essi d’acqua, come in un sogno.

    Lentamente ma inesorabilmente uno strano senso di assenza si era impossessato delle sue giornate. Qualcosa dentro di lui si muoveva maniera circolare, come se la mano di un gigante l’avesse sollevato da terra e ora lo stesse cullando con dolcezza infinita. Ma il negozio era sempre lo stesso, la camera da letto in cui passava la maggior parte del suo tempo era sempre la stessa: pareti azzurre, scaffali ordinati, i libri di scuola. E l’assenza a guardarla bene era stupore. Sgomento. Come dire: “Che ci faccio qui? Che mi sta succedendo?” Il bambino che era in lui guardava il teatro di un’imminente Little Big Horn e non si decideva a suonare le trombe. Custer in quel momento era da tutt’altra parte, oppure non era mai esistito.

    Poi arrivò agosto.

    Con la migrazione della cavallette africane lo stato di Diego subì un’ulteriore accelerata: cominciò a cadere addormentato nei luoghi, alle ore e nelle posizioni più improbabili. Guardando la televisione alle tre di pomeriggio di colpo si metteva a dormire come un sasso. Si sedeva alla scrivania di camera sua e crollava con la testa tra le braccia. Una volta si addormentò su una panchina mentre parlava con un gruppo di amici, ma fu solo per un attimo e fortunatamente nessuno si accorse di niente.

    Tutto questo addormentarsi in maniera pressoché casuale contribuì non poco a confondere ulteriormente i suoi pensieri. Alle volte gli capitava di svegliarsi intontito da qualche parte e di non ricordare assolutamente cosa stesse facendo prima di sprofondare nel sonno. I giorni cominciarono ad accavallarsi, le ore di luce si confondevano con quelle di buio. Certe notti non riusciva a dormire, allora andava in giardino e restava a guardare la luna come un licantropo. E in effetti questo si sentiva, un licantropo. Alla fine successe qualcosa.

    Era un pomeriggio di metà agosto. Diego dormiva placidamente sul letto di camera sua quando si svegliò di colpo e si tirò a sedere. Rimase un attimo in quella posizione, immobile. Si sentiva particolarmente confuso. Che ore erano? La stanza azzurra era invasa da una penombra polverosa e sonnolenta. Andò alla finestra e aprì una feritoia nelle tende di lino bianco. Fuori il cielo era senza colore. Aveva già cenato? Non ricordava. Scese in salotto per cercare sua madre ma non riuscì a trovarla. Si lasciò cadere sul divano e si addormentò.

    Quando si svegliò era di nuovo in camera sua, ma questa volta era notte. Non sapeva che ore erano e non cercò un orologio per scoprirlo. Ora non si sentiva più confuso. C’era una chiarezza, dentro di lui, un’urgenza. Si alzò meccanicamente dal letto e si rese conto che indossava un pigiama. Quando si era cambiato? Senza pensare a quello che stava facendo si spogliò nudo e si guardò allo specchio. Poi aprì l’armadio dei vestiti, prese le prime cose che gli capitarono sotto mano e scese le scale.

    Aveva fatto soltanto un paio di gradini quando un’immagine attraversò la sua mente. Mancava qualcosa. Tornò indietro e si diresse verso la soffitta.

    Da qualche parte nel buio, in un angolo sotto il lucernario, c’era un piccolo baule. Lo aprì. La Smith&Wesson era lì dentro, coperta dalla fodera di velluto rosso, esattamente come l’aveva trovata la prima volta. Controllò: era carica.

    In salotto non accese nemmeno le luci. Aprì la porta d’ingresso e uscì. Per un attimo rimase immobile nell’aria fresca che a quell’ora non aveva più nessun odore, sentiva solo l’umidità sulla pelle e il rumore strisciante delle cavallette contro i vetri delle case. Guardò la luna piena che rischiarava le strade.

    Poi si mosse. Doveva andare.

    La mattina dopo fu svegliato da sua madre. Lo venne a chiamare in camera e gli disse che doveva parlargli. Lui si alzò e si vestì in fretta, poi scese al piano di sotto.

    Lucia lo aspettava nella grande cucina bianca, seduta al tavolo sul quale era stata preparata un’abbondante colazione. Gli chiese come stava e lui disse che non c’era male. Gli chiese se avesse dormito bene e lui rispose di sì. Sua madre sorrideva fissando un punto indistinto sulla tovaglia di un bianco abbacinante. Alla fine disse: “Questa notte qualcuno ha distrutto il negozio”.

    Aveva pronunciato quelle parole in fretta, senza smettere di sorridere. Dietro quel sorriso però Diego intuiva fiumi di lacrime. Allora gli tornò in mente la pistola e si sentì svenire. Cos’ho fatto, pensò. Ma non riusciva a ricordare. Nella sua memoria la notte precedente era un enorme buco nero, profondo come un abisso.

    Avrebbe voluto finalmente mettersi a piangere e chiedere scusa a sua madre, per la pistola e per i carillon distrutti del “Madamadoré”, per la barba che stava cominciando a crescergli e per la paura che ormai da mesi provava di sé stesso.

    Ma non fece niente. Rimase immobile, senza muovere un muscolo, i pensieri che giravano in tondo a una velocità impressionante. Quando sua madre parlò non riuscì a capire cosa avesse detto. Le chiese di ripetere e concentrò tutte le sue energie per riuscire a penetrare il significato di quelle parole.

    “La polizia li ha presi questa mattina”, stava dicendo Lucia. “Sono due ragazzini della tua età”. Fece una pausa. “Dicono che non sanno perché l’hanno fatto, hanno detto che si annoiavano”.

    Dopo queste parole fu come se il tempo per Diego si fosse fermato. Ad un certo punto sua madre uscì di casa, forse per andare alla polizia a fare la denuncia. Diego non sentì il rumore della porta che si chiudeva e nemmeno quello della macchina sulla ghiaia del vialetto d’ingresso.

    Rimase seduto ancora a lungo. Poi, quando era ormai quasi ora di pranzo, finalmente si alzò.

    Alcune notti più tardi fece un sogno. C’era lui travestito da generale Custer che camminava per le strade del paese, la Smith&Wesson puntata dritto davanti a sé. Sparava ovunque, ai passanti, alle vetrine dei negozi, alle auto parcheggiate. Quando arrivava davanti al “Madamadoré” si accorgeva che quella era la meta del suo viaggio. Caricava la pistola e stava per sparare quando una grossa automobile rossa e sbuffante lo investiva. Nell’auto però non c’era nessuno. Di colpo Custer si ritrovava a terra con l’auto che lo sormontava come una bestia feroce. Curiosamente, però, non provava dolore né paura.

    Poco dopo si ritrovava paralizzato e costretto perennemente a letto, giorno e notte, mentre fuori era estate e i suoi amici correvano per le strade e urlavano il suo nome da sotto le finestre. Lui non rispondeva. Restava lì in silenzio e aspettava qualcosa.

    Poi quel qualcosa arrivava. Era sua madre e si prendeva cura di lui come di un bambino. Diego era felice di essere curato, sentiva di nuovo quella sensazione ipnotica e dolce che lo avvolgeva e aveva una voglia incontenibile di dormire, dormire per giorni interi, dormire e non svegliarsi mai più.

    Stava quasi per addormentarsi quando notava qualcosa: nella cintura che stringeva i jeans Lucia era infilata la Smith&Wesson. Allora capiva improvvisamente che sua madre non stava più sorridendo, che in quel momento il volto di lei era freddo e inespressivo come quello di un manichino.

    Era a questo punto che cominciava ad urlare.

    photo by futurowoman on flickr.com

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  • show must go on: lo spettacolo e la sua necessità

    Sono rimasto stupito dalle affermazioni che certi leader di partito (IDV, Rifondazione Comunista, Radicali) hanno fatto in questi giorni riguardo alla campagna elettorale del PD e al “Noemi-gate”. Nelle ultime settimane tanto Di Pietro quanto Ferrero e Emma Bonino hanno affermato un concetto molto chiaro e preciso: una campagna elettorale andrebbe fatta sui problemi reali della cittadinanza (crisi economica, salari, occupazione ecc.) e non sulle vicende personali del Premier.
    Ora, mi sembra che l’ingenuità contenuta in questa proposizione sia sotto gli occhi di tutti. Non serve scomodare Debord e la sua “Societè du spectacle” per capire come nell’Occidente contemporaneo, e in Italia più che altrove (e grazie a Berlusconi più che a chiunque altro) i confini tra pubblico e privato, tra reale e immaginario, tra spettacolo e quotidianità si sono fatti molto sfumati, per non dire del tutto assenti. Come viene ripetuto giustamente da più parti (Franceschini, ma anche Travaglio e Gomez) è semplicemente pretestuoso affermare che il privato di un uomo politico non interessi la sfera pubblica. Nel caso specifico di Berlusconi, poi (l’uomo che da vent’anni vende sé stesso agli italiani come si venderebbe un bene di lusso, e la sua vita privata come la trama di una fiction) oltre che pretestuoso è ridicolo, quasi surreale.
    Perché dunque certe forze politiche si ostinano a non cogliere questa banalità? Perché viene concesso al PDL questo spazio di manovra, questo alleviarsi del pressing, e perché invece non si cerca di mettere Berlusconi alle strette, giorno dopo giorno, ora dopo ora, senza concedere un centimetro di spazio?
    Credo che le risposte a queste domande potrebbero essere di tre tipi:

    Primo, e più rassicurante: perché in Italia, per qualche strano motivo, l’antiberlusconismo è un’arma a doppio taglio, che necessita di incredibili risorse economiche e logistiche per essere gestita correttamente, senza che la punta del pugnale si rivolga contro la mano che stringe l’elsa. In altre parole, insomma, un attacco concentrato sulla vicenda Noemi e i micro-scandali che la circondano può essere gestito solo da un grande partito come il PD, che può permettersi due equipe (o meglio ancora due organi, come ad esempio la segreteria di partito e un quotidiano nazionale) che lavorino contemporaneamente su fronti diversi: per esempio con Repubblica che mette in ogni giorno in prima pagina le famose 10 domande, e con le seconde file del partito che, nel frattempo, parlano di occupazione, salari ecc. Il rischio per un partito piccolo è in questo caso quello di sbilanciarsi in una direzione rischiosa, trascurando invece tematiche meno sensazionali, ma che non mancherebbero di portare comunque una certa, seppur non troppo estesa, quota di voti.

    Secondo, e mediamente allarmante: perché la miopia dei politici italiani non conosce limiti, e può darsi, in questo caso, che Di Pietro e la Bonino ritengano davvero più importanti le questioni occupazionali di uno scandalo che, se gestito correttamente, potrebbe avere pesantissimi esisti sul consenso popolare del governo (il quale, ricordo solo per inciso, pesca non poco tra cattolici ed ex-DC che non possono che vedere in cattiva luce una vicenda condannata anche dai vescovi italiani). A rendere plausibile questa risposta sono quella serie pressoché sconfinata di eventi che hanno permesso, negli ultimi quindici anni, l’emergere e l’affermarsi del monopolio politico di Berlusconi: dalla legge sul conflitto d’interessi di D’Alema fino alla politica del “dialogo” veltroniana (tutti ricordiamo con un certo imbarazzo quel “principale esponente dello schieramente a noi avverso”); e così via.

    Terzo, e davvero molto preoccupante: perché nessuno o quasi crede che Berlusconi possa davvero essere eliminato politicamente, o meglio ancora perché una tale eventualità fa più paura a sinistra (o comunque all’attuale opposizione) che a destra. Mi spiego. Se in Italia la sinistra è all’opposizione da quindici anni questo si deve a diversi fattori. Certamente, ad un livello macroscopico, questa “coazione alla sconfitta” deriva da una profonda crisi di identità che ha attraversato la sinistra italiana dopo il crollo dell’Unione Sovietica, portando con sé la frammentazione dei partiti radicali e il progressivo disfacimento identitario dell’ex PCI. Da un secondo punto di vistia, poi, si può dire che la sinistra italiana sia stata ampiamente allenata alla sconfitta dalle logiche geopolitiche della Guerra Fredda (dove il Partito Comunista doveva restare all’opposizione, come da accordo, si potrebbe dire, dai tempi del Piano Marshall in poi), e che liberarsi di questo pesante fardello sia ancora ad oggi uno dei principali problemi dell’attuale PD (e soprattutto, faccio notare, di quegli esponenti del PD che vengono dal mondo comunista; tant’è che paiono molto più incisivi gli ex democristiani come Prodi e Franceschini che non gli ex comunisti come D’Alema e Veltroni, troppo impegnati, ancora oggi, a ridisegnare il proprio passato per poter osare di più nel presente).
    Soprattutto, però, mi pare che una eventuale sconfitta politica del blocco Berlusconi (e una sua reale cancellazione dalla scena politica italiana, come è successo ad esempio con Craxi), sia un obbiettivo che le attuali opposizioni non osano nemmeno immaginare, o perché troppo assuefatte al berlusconismo o perché (e io propendo per questa versione) terrorizzate dal dopo.
    Che ne sarebbe della sinistra italiana, soprattutto quella radicale, senza l’antiberlusconismo? Sarebbe veramente capace, un’attuale leadership di centrosinistra, di risvolvere quei problemi giganteschi inaugurati dalla stagione 92-93 (corruzione, ricambio della classe dirigente, mafia) e che la discesa in campo di Berlusconi ha in qualche maniera ibernato, congelato allo status quo di qundici, vent’anni fa? E che dire della destra? Può un uomo come Fini tenere le redini di un parito unito dal solo carisma del lider maximo, ma colmo al suo interno di spinte centripete? E siamo ancora capaci, noi cittadini, di immaginare un’Italia senza Berlusconi, o il processo di “berlusconizzazione delle coscienze”, come fa notare Giorgio Bocca, è già arrivato troppo in là? Può darsi che odiamo le riviste patinate, il Grande Fratello, le feste del sultanato in ville sarde: ma cosa si nasconde sotto tutto questo, cosa viene dopo?
    Il rischio è quello di trovarsi come un marito (o una moglie) intrappolato in un matrimonio che lo soffoca e che è arrivato nel tempo ad odiare: farebbe di tutto per uscirne, per sbarazzarsi di quella convienza ormai arida, ma non ci riesce perché troppo spaventato dal futuro, dal mondo esterno. Ce la farò senza di lei?, si chiede, e soprattutto: chi sono io senza di lei, cosa sono? E quindi si lamenta, minaccia di andare via, ma in realtà non lo farà mai perché, nel suo profondo, non vuole farlo: il cambiamento è troppo grande, e lui non è ancora pronto per affrontarlo.
    Rischiamo in questo modo che la nostra rabbia diventi semplicemente un tassello dello spettacolo, un recita all’interno di una recita più grande, funzionale, in ultima analisi, al perpetuarsi del potere oggetto del nostro rancore; e che proprio quel potere disperzzato si riveli, all’improvviso, necessario alla nostra stessa sopravvivenza.


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  • Sul “carverismo”

    Rispondo qui di seguito all’articolo di Giulio Mozzi e alla risposta di Giorgio Fontana (rintracciabili rispettivamente qui e qui) sul “carverismo” e sulle problematiche inerenti all’interiorità psicologica dei personaggi narrativi. Vado per punti, come al solito, perché mi è più comodo.

    1. Ciò che Fontana definisce “carverismo” non ha nulla a che vedere con Raymond Carver. Lo dice lo stesso Fontana (“normalmente, il nume protettore di questa poetica è indicato in Raymond Carver – ma non è con lui che ce l’ho”) ma qualche precisazione è utile lo stesso per comprendere quanto segue. Il vero dramma della ricezione critica e di pubblico dell’opera carveriana è proprio l’affermarsi a livello globale di questa poetica del “carverismo” (che altrove è stata chiamata “minimalismo” o “neorealismo”: nomi diversi per indicare la stessa cosa). Il minimalismo delle origini (cioè Carver ma anche Amy Hempel, Bobbie Anne Mason, Richard Ford eccetera) era qualcosa di molto più complesso del “carverismo” dilagante oggi nella narrativa mondiale (e non solo nordamericana). Non proponeva assolutamente, cioè, quello che critici e lettori hanno creduto che proponesse, vale a dire questa famigerata assenza di referenti psicologici nei personaggi narrativi. I minimalisti si proponevano di rifiutare il “credo” postmoderno dell’iper-psicologismo (con i suoi annessi e conenssi di flussi di coscienza e realtà totalmente intra-psichiche alla Bourroghs, per intenderci) per proporre una letteratura che fosse di nuovo vicina alla realtà concreta delle persone (e negli anni 70-80 la realtà concreta erano il neoliberismo, la disoccupazione, la crisi petrolifera, la crisi di valori seguita alla fine delle lotte politiche e all’emergere del nuovo edonismo mediatico; per dirla con Carver stesso: “the dark side of Reagan’s America”). In Carver specificamente il viaggio all’interno della psiche dei personaggi viene spesso e volentieri sostituito da nessi semantici che ricolleghino la superficie (l’azione o la percezione) al profondo (la psiche) in maniera istantanea, nell’arco per esempio di una parola o di una frase. Vi faccio un esempio. Il racconto So much water so close to home è la storia dell’identificazione di una donna con una ragazza violentata, uccisa e buttata in un fiume (con la quale la donna si sente empaticamente vicina perché vive il rapporto con suo marito proprio come violenza e stupro quotidiani). Invece di raccontarci tutto il tortuoso percorso dei pensieri della donna (che si chiama Claire), Carver preferisce restare sulla superficie e nell’ultima scena, quando Claire si concede sessualmente al marito che non ha smesso di odiare, ecco cosa accade: il marito la tocca; Claire si spoglia da sola (evidenziando il valore sacrificale del suo gesto); il marito dice qualcosa che lei non sente perche “non riuscivo a sentire niente”, dice, “con tutta quell’acqua a due passi da casa”.

    2. In Carver questo utilizzo dei nessi semtnatici non era una semplice questione di stile. Come tutti sanno la scrittura carveriana deriva direttamente da quella di Hemingway, con la differenza che (com’è stato fatto notare da più parti) in Hemingway ciò che rimane fuori (i sette-ottavi dell’iceberg) è qualcosa in cui lo scrittore crede profondamente (un sistema di valori e credenze universali), mentre in Carver, scrittore postmoderno, ciò che si trova al di sotto della superficie è qualcosa di molto più instabile (essendo tramontati gli ultimi “grandi” valori novecenteschi) e dunque è in sostanza il rischio che al di sotto della superficie non ci sia altro che il vuoto o l’abisso. Letta in questa maniera “storica”, la narrativa carveriana può essere vista come una fortissima critica ad un preciso sistema socio-politico (il capitalismo neoliberista) che scollegando irrimediabilmente l’essere umano dai suoi reali bisogni e imponendogliene altri (che sono i valori della pubblicità) genera mostri schizofrenici, scenari psichici dove regnano il risentimento e la vergogna e attraverso i quali va facendosi strada una violenza sempre più brutale e incontrollata (proprio perché non compresa e rimossa). In altre parole il discorso di Carver è prettamente psicologico nel senso più specialistico del termine: mostra e a volte dimostra come la psicologia dell’uomo moderno sia frantumata e incapace di reagire all’oppressione che il mondo esercita sul singolo, e come da questa impasse non derivi che odio e violenza. Dopodiché per approfondire il discorso ci sarebbero da citare René Girard e la sua teoria del desiderio mediato, ma non è questo il luogo per farlo.

    3. Il “carverismo” di cui parla Fontana è naturalmente una semplificazione, una banalizzazione e anche una versione “volgare” della scrittura minimalista, e ciò per un semplice motivo: perché Carver utilizzava la (apparente) assenza di psicologie proprio per mostrare l’incapacità degli esseri umani a rapportarsi con un contesto storico violento (i suoi personaggi soffrivano della loro incapacità di comunicare con l’Altro e da quella sofferenza rifiutata nasceva rancore e odio; Carver faceva dunque un atto di critica sociale, seppure in maniera “obliqua”), mentre i nuovi “carveristi” si trovano perfettamente a loro agio nell’eludere (questa volta per davvero) le istanze psicologiche e a vivere la propria scrittura ad un livello prettamente superficiale, dove il profondo non è occultato ma semplicemente non c’è (dunque fanno un’opera di adeguamento al sistema sociale in cui vivono, diventano leggeri, vuoti e superficiali proprio come una bella pubblicità di automobili). In altre parole nei minimalisti le istanze psicologiche non erano esplicitate, ma esistevano eccome. In Carver in particolar modo, le motivazioni profonde dei personaggi seguono una logica (naturalmente emotiva e non razionale nel senso “positivista” del termine) ferrea. Molti di coloro che oggi dicono di amare la scrittura carveriana e cercano di imitarla semplicemente non hanno compreso un bel niente di quella scrittura, o meglio l’hanno fraintesa e ne apprezzano, paradossalmente, l’esatto contrario. Che si veda o non si veda la psicologia nei minimalisti permane in maniera “forte”, e non basta non vedere qualcosa (come pensano i nuovi “carveristi”) perché quella cosa non esista. In altre parole sono loro ad essere ciechi: ciò che non vedono esiste e non lo percepiscono solo a causa di una preoccupante miopia.

    4. Giulio Mozzi sembra in effetti condividere qualche punto di partenza con la psicologia comportamentista che, come dice giustamente Fontana, si è rivelata un bel fallimento già una trentina di anni fa. Sembrerebbe dire: esiste solo ciò che si vede, il che è il rovescio della medaglia di un’altra affermazione: ciò che non si vede non ha grande importanza. Questo secondo me è sbagliato, e ben più pericoloso che tentare un viaggio nell’intra-psichico del personaggio sul quale si lavora. Il rischio vero è naturalmente quello del vuoto, o più chiaramente quello di creare un personaggio che agisce senza sapere perchè, senza nessuna vera ragione per farlo – esattamente come si sente dire al TG quando si parla di una strage in famiglia: “non capisco perché, non c’era nessun motivo, era una così brava persona..” Ora, o si pensa che tutti gli stragisti di famiglie sono dei pazzi scatenati, oppure ci si convince che quel gesto violento è la risultanza di una serie di frustrazioni e violenze che l’aspirante omicida ha provato sulla sua pelle prima di compiere il gesto. Lo stesso vale per i personaggi di un racconto: o hanno buoni motivi per fare quello che fanno (e i buoni motivi sono sempre psicologici, derivando sempre e per forza da spinte emotive) oppure non li hanno (e in questo caso ciò che stiamo scrivendo diventa l’ennesimo romanzo di Moccia). Poi che si decida di mostrare queste istanze psicologiche (utilizzando pagine e pagine per raccontare i turbamenti del personaggio) o che si decida di lasciare “sott’acqua” questa mole di movimenti inconsci è una questione di stile narrativo, e ognuno è liberissimo, a mio modo di vedere, di fare ciò che più desidera. Mozzi non è molto chiaro, a mio avviso, nell’esprimere il proprio parere. Pensa che sia meglio lasciare sommerse le istanze psichiche dei personaggi? O pensa che l’azione venga prima del pensiero, in maniera dunque pressoché scollegata dall’intimità del personaggio? Perché se la pensa come al punto 1 sono d’accordo, se la pensa come al punto 2 credo che proporre questa visione come “meno rischiosa” sia un grosso rischio: candida forse non Mozzi (che è scrittore di riconosciuto talento) ma certamente le nuove leve di “carveristi” a diventare stragisti di famiglie della propria narrativa e, peggio ancora, a produrre una scrittura fondamentalmente supina e allineata con il mondo delle mode (che su questa apparenza di casualità e sulla seduzione che ne deriva incentra tutto il suo potere).

    In sostanza, e per concludere, scinderei in due la questione. Da una parte coloro che credono (ma sarebbe meglio dire “sanno”) che ogni azione umana deriva da moti psicologici e più specificatamente emotivi, e che dunque non può esistere alcuna azione che venga prima dell’emozione da cui l’atto scaturisce. E dall’altra chi non sa, o decide di ignorare (o trova più comodo ignorare per motivazioni commerciali e sociali) tale onnipresenza di moti intra-psichici nelle azioni umane – e che dunque produce racconti in cui la psiche dei personaggi è stereotipata o contraddittoria o “minimalista” nel senso più brutto del termine, e in cui le azioni avvengono fondamentalmente per caso. (Il che, lo dico per inciso, non è tanto raro come potrebbe sembrare. Al di là dei pessimi narratori – cioè dei narratori che sono riconosciuti pessimi da tutti o quasi – anche una buona fetta di narratori abbastanza apprezzati da critica e pubblico si rifanno implicitamente a questo “diktat” dell’anti-psicologismo, con risultati a mio avviso disastrosi. E in questo caso la questione non arriva neppure a tangere lo stile narrativo in sé, ma si ferma alla differenza basilare tra uno sguardo superficiale e uno sguardo in profondità nei confronti delle cose del mondo.) Nel primo gruppo poi troveranno posto tanto coloro che preferiscono soffermarsi a descrivere ogni sfumatura emotiva dei loro personaggi quanto chi, come per esempio Carver (ma anche il sottoscritto), pensano che la superficie dell’azione sia più che sufficiente per comprendere e descrivere il “profondo” che ne sta alla base. Questa è una questione di stile letterario e mi pare che lo specifico posto che ciascuno occupa all’interno della scala di sfumature sia una scelta dettata dal semplice gusto personale. Ciò che resta a mio parere fondamentale è (ma lo era già ai tempi di Hemingway, e in questo le similitudini con Carver si accentuano notevolmente) che ci sia grandissima chiarezza, da parte di chi scrive, su ciò che resta fuori dal racconto, su ciò che si nasconde al di sotto della superficie del testo, sui “sette-ottavi di iceberg che si trovano sott’acqua”. Il che è un altro modo per dire che la superficie va benissimo purché sia la risultanza di un percorso nella profondità: perché la superficie in sé stessa (la superficie come unico orizzonte possibile) significa solo assenza di spessore e nient’altro. E se private di quello spessore vitale anche le azioni dei personaggi perdono radicamento e potenza e, molto spesso, smettono improvvisamente di significare.


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  • Il ragazzo con due teste

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    Era nato con due teste: non una buona e una cattiva, come si potrebbe immaginare, ma pur sempre una in perenne disaccordo con l’altra: se la prima diceva bianco la seconda ribatteva nero, se la prima urlava il suo odio l’altra si contorceva d’amore. E così via, all’infinito.
    All’inizio fu difficile reggere il conflitto, accogliere in sé quel costante dibattere. Poi ci fece l’abitudine. Ascoltava ora una testa ora l’altra, concedeva qualcosa ad entrambe, cercava (a volte senza riuscirci ma spesso con successo) di ristabilire la pace. Imparò insomma a convivere con le sue due teste, e per un momento, verso i dieci anni, la vita gli sembrò un sogno, un regalo fantastico, uno splendido grumo di possibilità indefinita.
    I problemi arrivarono quando cominciò a frequentare le scuole medie. Lì conobbe altre persone come lui e si innamorò di una ragazzina che era nata con quattro braccia. O meglio: una delle sue teste si innamorò della ragazza, mentre l’altra cadde in uno strano torpore che era fatto di tristezza, ma anche di sonno e di risentimento. La ragazza, che aveva quattro braccia ma una sola testa, dal canto suo lo amava incondizionatamente. Ma la prima volta che provarono a baciarsi successe qualcosa: mentre due delle braccia della ragazza lo attiravano a sé, lo accarezzavano e lo stringevano, le altre due lo allontanavano con violenza e cercavano di colpirlo.
    Questo non successe solo la prima volta che cercarono di baciarsi, ma anche la seconda e la terza e la quarta. Finché alla fine si stancarono entrambi di provarci e si lasciarono, una triste giornata di pioggia, ancora innamorati l’uno dell’altro ma senza mai essersi baciati nemmeno una volta.

    La fine di questo amore rappresentò per il ragazzo con due teste la fine dell’infanzia e l’inizio dell’adolescenza, o l’inizio della prima fase dell’età adulta, non sapeva decidersi tra le due diciture. Certamente fu per lui il primo atto di qualcosa di spiacevole e di tetro: il prologo di un naufragio o il prologo della conoscenza: poi vennero dieci anni di dolore e solitudine.
    Al liceo si innamorò di una ragazza con quattro gambe, e mentre facevano l’amore (in maniera goffa e imbarazzata, lontani anni luce dal provare piacere o anche solo il riflesso del piacere) due gambe lo avvolgevano a sé come lacci, altre due si dimenavano, lo respingevano, si abbattevano con violenza inaudita sulla sua schiena. Provarono a parlarne ma non servì a nulla: le due teste dibattevano in continuazione tra di loro, e le gambe della ragazza sembravano prive di qualunque controllo.
    Il dialogo che ne scaturì fu confusionario e frustrante, la ragazza cominciò a sentirsi in colpa per il comportamento delle sue gambe, lui finì per soccombere alle urla sempre più inferocite delle sue due teste.
    Continuò a frequentare la ragazza con quattro gambe ancora per qualche tempo, poi, com’era prevedibile, lei un giorno lo lasciò e non volle mai più rivederlo.

    All’università le cose si complicarono ulteriormente. Nel suo corso di studi non c’erano ragazze con più arti del normale, ma in compenso quasi tutte le ragazze avevano quattro occhi, o sei occhi, o addirittura otto o dodici occhi. A metà del primo semestre si innamorò di una di loro, che aveva solo sei occhi ed era gentile, gli sorrideva spesso e si vestiva con gusto. La portò fuori a cena in un ristorante del centro. Le raccontò della sua infanzia e della sua adolescenza che avrebbe voluto conclusa ma che in realtà non dava cenni di volersi concludere, e mentre parlava lei lo ascoltava con attenzione, ma solo con due occhi perché altri due lo guardavano con astio mentre l’ultimo paio si perdeva distratto tra i tavoli del ristorante.
    Quella sera si baciarono, ma quando tornò a casa si sentiva molto triste. Gli occhi di lei che invece di osservarlo si distraevano l’avevano fatto sentire stanco e inutile. E la stanchezza si era trasformata in umiliazione (ma anche in rancore e poi in rabbia) quando, mentre lui e la ragazzi si baciavano, si era accorto che l’ultimo paio di occhi sbirciava annoiato l’orologio.

    La storia con la ragazza che era nata con sei occhi si trascinò più a lungo del previsto (perché entrambi erano soli, impauriti e persi in una città che non conoscevano e che appariva loro ostile le fredda) ma poi, un giorno di primavera, finì.
    Il giorno stesso in cui si lasciarono il ragazzo con due teste prese un tram e arrivò fino al capolinea. Poi camminò un’ora buona per strade che non conosceva, che andavano arrampicandosi sulla collina e al tempo stesso facendosi più spoglie e degradate, come se per qualche strano motivo la città dei ricchi e la città dei poveri esistesse contemporaneamente in quel quartiere sconosciuto. Poi trovò una panchina, si accese una sigaretta e si mise a pensare.
    Per prima cosa pensò che non avrebbe mai voluto nascere con due teste, che se solo avesse potuto se ne sarebbe amputata una con le proprie mani.
    La seconda cosa che pensò fu che il primo pensiero era falso, amava entrambe le sue teste dello stesso amore e non ne avrebbe ceduta una per tutto l’oro del mondo.
    Poi pensò che anche se avesse avuto una sola testa avrebbe finito per incontrare sempre ragazze con quattro braccia o quattro gambe o sei occhi, e che in realtà, a ben guardare, tutti gli orologi avevano quattro lancette, le automobili otto ruote, le case due tetti; che i ragazzi con due teste non erano rari come sembrava (e forse, chissà, anche quelli con quattro o otto o dieci teste), e che tutti i gatti avevano otto zampe e le donne quattro seni (due per allattare, pensò, e due per fare l’amore) e le religioni monoteiste due dei (quello che condanna e quello che assolve) e che probabilmente il più maturo degli uomini maturi era anche un bambino o addirittura un feto privo di pensieri e totalmente in balia delle pulsioni primarie.
    L’ultima cosa che pensò fu che l’adolescenza non finisce mai, e questo, senza che capisse il perché, fece ridere entrambe le sue teste a crepapelle, come non avevano mai riso prima e come, forse, non avrebbero riso mai più.

    (photo: CC by  camil tulcan on flickr.com. Il racconto è liberamente ispirato alla canzone “Two-headed boy” dei Neutral Milk Hotel)


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  • Sul caso Englaro e l’intervento di Napolitano

    L’unica cosa intelligente che ho sentito dire in queste ore sulla vergognosa vicenda di Eluana Englaro (che, per chi non se lo ricordasse più, resta la storiadi una persona che muore e di una famiglia che prova dolore per questa morte) è del solito Marco Travaglio:

    “Berlusconi ha ottenuto ciò che voleva: dimostrare al Vaticano di aver fatto tutto il possibile per compiacere le gerarchie ecclesiastiche (si spera non tutte) e i loro seguaci più ottusi. Napolitano ha ottenuto ciò che voleva: dimostrare che, almeno una volta nella vita, ha avuto il coraggio di rimandare indietro una legge vergogna, altrettanto incostituzionale quanto il lodo Alfano o la schedatura ai bambini rom o l’aggravante razziale per gli immigrati clandestini o il decreto sui rifiuti in Campania. In più, se c’era qualche speranza che il Quirinale bocciasse la legge-porcata sulle intercettazioni o la controriforma della giustizia varata ieri dal Consiglio dei ministri o il nuovo pacchetto sicurezza che legalizza le ronde padane e impone ai medici di denunciare i malati clandestini, ora quelle possibilità si riducono al lumicino: un intero esercito di pompieri si scatenerà per spegnere i fuochi di questo “scontro fra Napolitano e Berlusconi” e per riportare la pace tra i due palazzi.”

    Dovrebbe stupire come in Italia i rapporti di forze della politica si manifestino ormai allo scoperto, rendendo palese la più totale indifferenza dei politici per l’opinione pubblica, relegata al ruolo di un “essere immobile” che non dibatte e non partecipa – e non potrebbe in alcun  modo farlo. Sul corpo della Englaro si giocano i rapporti tra governo e Chiesa (e tra Presidente della Repubblica e elettorato dell’opposizione), sui corpi di tutti noi si gioca la battaglia per la democrazia: proprio come Eluana però anche noi siamo ridotti allo stato vegetativo permanente, forse non soffriamo e, anche qualora soffrissimo, non abbiamo comunque modo di esternare questa sofferenza. Il che si traduce pressappoco così: ogni giorno che passa sono più stupito, non più incazzato; più distante e non più presente; più chiuso in me stesso e meno reattivo. E’ lo stato di torpore che precede l’arrivo dell’influenza, o anche, come dice Galimberti, la barbarie alle porte…

    (Nella foto Napolitano da giovane. L’articolo completo di Travaglio è rintracciabile qui)


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  • Estemporaneo

    Credo che lo scopo di ogni scrittore dovrebbe essere quello di produrre una letteratura che neghi sè stessa in quanto tale. Che è come dire una letteratura priva di concetti, o anche una letteratura dove i filtri sono fluidi e armonici, o meglio ancora una letteratura che smetta di essere una costruzione che protegge lo scrittore dalle sue paure (soprattutto dalla sua paura di non sapersi relazionare con i propri simili) per trasformarsi in una ponte diretto tra l’intimo dello scrittore e ciò che lo scrittore produce.

    Per fare questo, mi sembra, sono necessarie tre condizioni: aver guardato nell’abisso più profondo della propria anima (che non è l’orrore ma qualcosa che si nasconde dietro l’orrore e che generalmente è la vergogna); aver operato un atto creativo capace di sublimare quell’abisso (o quella pulsione) in qualcosa di ordinato e dunque portatore di senso; aver assunto una grossa consapevolezza del proprio corpo (o del fatto che sono le dita, e non la mente, che battono sulla tastiera).

    Senza queste tre condizioni essenziali ho idea che si continui a scrivere non di sé stessi ma dell’immagine che si vorrebbe trasmettere all’esterno, e che quindi la comunicazione sia fondamentalmente poco sincera e forse anche un po’ inessenziale. Può darsi anche (ma forse qui esagero) che sia proprio questa la linea di confine che separa le infite gradazioni della cattiva letteratura alle altrettanto infinite gradazioni della buona letteratura.

    E questo è solo un pensiero estemporaneo per provare che boring machines non è morto, solo un po’ assopito. Le altre novità di rilievo sono che ho trovato lavoro in una libreria e che da lunedì prossimo pubblicherò su questo blog un racconto a settimana per, diciamo, un mese e mezzo, giusto così, per non far affondare questa barchetta a cui tutto sommato voglio ancora abbastanza bene.

  • Su “Novalis” di Giorgio Fontana

    [Novalis, Marsilio, 2008, pp. 232, €15.00]

    0. Introduzione

    Ho letto Novalis due volte, praticamente una di fila all’altra. Prima di questa recensione ne avevo scritta una più lunga: ma l’ho trovata troppo frettolosa, superficiale, e anche un po’ disonesta: quindi l’ho eliminata. Tutto ciò per dire che di romanzi come Novalis è difficile scrivere.
    Un romanzo può essere affrontato da centinaia di punti di vista (su Crash di Ballard, per esempio, ho riempito dieci pagine solo per descrivere lo stile; poi ho capito che un lavoro di questo tipo è inutile, oltre che incredibilmente faticoso.)
    Per chiarezza espositiva dirò questo: ho intenzione di trattare un’unico aspetto di Novalis, e da quest’unico aspetto mutuare alcune riflessioni collaterali che descrivano i punti forti e i punti deboli di questo romanzo.
    La proposizione che intendo discutere può sembrare paradossale, eppure non lo è. (Potrebbe, però, essere del tutto sbagliata.)
    Ed è la seguente: Novalis è un romanzo religioso.

    1. Il cielo

    Si potrebbe partire dal paragone con Palanhiuk, da qualche osservazione sul malessere contemporaneo o, a rigor di logica, dalla splendida copertina di Travis Smith.
    Purtroppo però questa volta mi toccherà essere banale: partirò dall’inizio.
    Il romanzo si apre con un Prologo in cielo. Cosa contenga questo prologo è di granlunga meno interessante della sua mera esistenza (il contenitore, in questo caso, conta più del contenuto). La prima impressione che ricavo dalla lettura del libro è dunque piuttosto singolare: esiste un cielo, qualunque cosa esso sia.
    (E non è una banalità, per quanto possa sembrare tale: sulla dimensione esclusivamente terrena della letteratura contemporanea ci sarebbe molto da dire.)
    Ma che cos’è questo cielo? Cosa rappresenta? Qual’è la sua funzione narrativa?
    In Novalis il cielo è assenza. Qualcosa che forse un tempo è esistito – certamente adesso non c’è più. Ma è anche ricerca o speranza o tensione: qualcosa a cui si anela, verso il quale si tende.
    I paragoni che mi vengono all’istante sono due: la città di Marozia in Calvino (la città delle rondini che sta per sprigionarsi dalla città dei topi); e la filosofia heideggeriana (l’Essere che si ritira di fronte alla reficazione del mondo).
    C’è una luce verso la quale dirigersi, una prospettiva chiaramente teleologica (cosa sia questa luce lo vedremo più avanti).
    E c’è anche la condizione presente (la terra), il mondo ridotto ad oggetto, lo spirito che si prosciuga della sua potenza vitale.

    2. Fame

    Dove c’è assenza, si sa, c’è fame: di spiritualità, di emozioni forti, di contatto empatico (non importa quale sia il mezzo per raggiungerlo) con l’Altro.
    I personaggi di Novalis sono tutti affamati di spirito. Cercano qualcosa che non sanno definire (un brivido? un senso?) e lo cercano con mezzi caotici e imperfetti, con gli strumenti mutilati della loro banale, perduta umanità.
    C’è Alex, che quel qualcosa lo trovava nella musica. Ma ora che la musica è finita che ne sarà di Alex? Niente. Vaga come un’anima persa per la sua personale terra desolata, non può pensare ad altro che alla sua fame, alla sua condizione di corpo tra i corpi (ma non può essere tutto qui, si ripete tra le righe, come un’ossessione). C’è il padre di Alex che quel qualcosa l’ha trovato nel narcisismo estremo dell’ipocontdria (che aspetta l’infarto come Lenin aspettava la rivoluzione: con fiducia e dedizione da martire). E c’è Sara, che invece immola il proprio spirito sull’altare della perversione (per cui la ricerca è discesa negli inferi, autodistruzione, vendetta contro il proprio Sé).
    E poi c’è, naturalmente, il Gruppo Novalis.

    3. Il Messia

    Perché quattro sconosciuti che si sparano in bocca di fronte ad un pubblico di disperati possono essere paragonati a Cristo?
    Perché come lui sono portatori di un Verbo: perché offrono la redezione: perché recitano la veste istituzionale della purificazione, la Messa, la Comunione, la catarsi.

    4. Luce

    Il Verbo proposto dal Gruppo Novalis è il più semplice possibile, il più adatto ai tempi: é il Nulla. Di fronte ad un mondo di assenze ecco a voi l’Assenza, la morte, la violenza senza uno scopo (o anche il vuoto di senso, l’abisso).
    Qui il paragone è per me ancora più limpido: il racconto A celan, well-lighted place di Hemingway (“niente nostro che sei nel niente” e così via).
    Se la parola è il Nulla, l’ostia della Comunione è il dolore (lui si spara in bocca, sta peggio di te), la dipendenza (la morte chiama morte), lo stesso tipo di legame empatico che lega i tossicomani gli uni agli altri (moriremo tutti dello stesso male).
    Il sangue di Cristo qui è il sangue di uno sconosciuto mascherato – ma pur sempre di sangue si tratta.
    Nella luce nera del Gruppo ci si perde, ci si disintegra, si rinasce irrimediabilmente diversi.

    5. Preghiere

    Nel corso del romanzo Alex si ritrova spesso a pregare. Recita il padre nostro a mozziconi, a brandelli – l’unico tipo di preghiera concessa in un mondo di residui. Perché lo fa? Mentre recita non ne ha coscienza alcuna, soltanto il desiderio spasmodico che qualcosa serva, che ci sia dell’altro oltre alle cose, uno spirito, un dio, di qualunque cosa si tratti.
    Anche chi non prega utilizzando le formule convenzionali della religione cattolica sta recitando il suo mantra, continuamente, durante il corso di tutto il romanzo.
    Ci sono litanie che vengono ripetute ossessivamente: la musica, la pornografia; l’infarto; l’isolamento; la perdita di sé tra le cose, il panteismo della periferia devastata.
    C’è affetto nei cavalcavia distrutti, nei capannoni industriali, come dire: smettete di essere quello che siete (le macerie di un’industrializzazione che non esiste più), diventate altro, donatemi il Senso.

    6. Colpa

    E c’è la colpa, l’invenzione suprema della nostra cultura cristiana. C’è la purezza che un tempo risedeva in cielo, nell’Eden, e che ora è stata irrimediabilmente sporcata dal peccato originale. Portiamo in noi i semi del peccato da millenni a questa parte, solo il giorno del Giudizio separerà i buoni dai cattivi e ci concederà la vera vita, la riunificazione con noi stessi
    Ma cos’è in Novalis questo peccato? Non è la morte e nemmeno l’abisso: è la merce; sono le cose; gli oggetti che hanno riempito le nostre vite, il degrado spirituale della nostra civiltà giunta allo stremo, la plastica e le macerie che invadono le nostre anime e dalle quali sembra non esserci via di fuga.
    Ogni personaggio in Novalis vive con colpa questo fattore sistemico, individualmente, come una ferita impossibile da rimarginare. Tutti per qualche motivo si sentono sbagliati: tutti vorrebbero qualcosa che non hanno e tutti lo cercano al di fuori di sé, in una comunicazione con l’Altro che è diventata impossibile perché è errata in partenza – non è la musica il problema, non è il fatto che Alex non suoni più: è quel qualcosa che ha perduto in un passato ancestrale che non ricorda (la perfezione? la purezza?) e che attraverso la musica gli sembrava di raggiungere.
    Per questo (e stiamo ancora parlando di colpa) finita la musica non resta altro che il Niente.

    NOTE

    Nota sulla lingua

    Ogni singola parola, in Novalis, veicola questo senso di perdita, di caduta, di abbandono e insieme di ricerca. Le sillabe bruciano perché sono attraversate dal dolore. In questo senso Giorgio Fontana non assomiglia per niente a Palahniuk. Perché entrambi sono inguaribili romantici, ma Palanhiuk vive in una dimensione del tutto terrena mentre Fontana no. Perché quello di Palanhiuk è un dissenso nei confronti del sistema (il suo romanticismo è ribellione antimodernista) mentre quello di Fontana è un dolore intimo, una tensione kierkegaardiana del singolo attanagliato dall’angoscia che cerca un dio introvabile. Per questo motivo la lingua di Palanhiuk è tagliente, sottile, gelida: perché deve funzionare come arma per aggredire un mondo. E sempre per questo quella di Fontana è densa, vibrante, ritmata: perché recita una preghiera intima, è una ricerca, un dolore, la volontà di una conversione.
    In questo senso Fontana assomiglia molto di più a Mancassola o a Saviano che a Palanhiuk. Oppure davvero a Novalis (il poeta) o all’infinito di Leopardi (proprio quell’infinito è la meta della ricerca di Alex, solo che sono cambiati i tempi: non basta più una siepe e il ricordo di un infanzia, oggi siamo agli estremi rimedi).

    Nota sul concetto di colpa

    Non sono cristiano (non ho ricevuto un’educazione cristiana) eppure faccio parte di questa nostra cultura incentrata sulla dualità, sulla colpa e sulla salvezza: questo, sotto ogni punto di vista, è un guaio.
    Il sentimento che sta alla base di Novalis lo conosco bene (è stato mio per molto tempo) e forse anche per questo motivo posso dire che sì, Novalis è un bel romanzo: perché è un romanzo ricco e scritto in maniera straordinaria; un romanzo potente; un romanzo per certi versi straziante.
    Eppure, nonostante tutto questo, non posso far altro che considerare erroneo il punto da cui la riflessione in esso contenuta parte: il problema affrontato, insomma, mi appare come un falso problema.
    Non credo nella visione manichea che oppone il bene al male (e per traslato simbolico il cielo alla terra), la purezza al peccato, la perdizione alla salvezza: non credo alle lotte tra angeli e demoni, né nell’empireo né dentro l’anima umana.
    Non credo negli assoluti romantici e penso che la visione mitica della colpa (Pavese su questo ha scritto cose straordinarie, però poi si è avvelenato a quarant’anni perché convinto di essere sbagliato; più o meno il ragionamento di un’adolescente anoressica) vada inteso grossomodo come un metodo di controllo sociale (se sbagli dio ti punisce) e poco più.
    Credo che la religione cristiana sia la più grande nevrosi collettiva della storia occidentale: la più grande impalcatura psicologica mai ideata dall’uomo per tenere a freno i propri istinti e per cercare di conferire alla realtà un ordine che semplicemente non esiste.

    Alex rimpiange la perdita di qualcosa che non è mai esistito, cerca quella stessa cosa che non potrà mai ottenere se non fuggevolmente, perché fuggevole è la natura delle nostre emozioni. Cerca al di fuori di sé qualcosa che esiste solo in lui; sublima a livello simbolico (la purezza, la salvezza, il cielo eccetera) in sentimento interno di perfezione e unità che ha smesso di esistere nel momento stesso in cui è venuto alla luce.

    (La cosa divertente, paradossale di tutta questa storia è come le religioni monoteiste siano riuscite a costruire fortezze e muraglie invalicabili sul più umano dei sentimenti: hanno cercato dio, la perfezione e l’unità senza capire che quel sentimento d’unità era ciò che provavano all’interno dell’utero materno – che non aveva nulla a che fare con dio ma probabilmente con un rapporto irrisolto con la propria madre. Da qui tra l’altro la misoginia della chiesa, il suo tentativo di arginare ogni aspetto istintuale nella femmina – perché il suo corpo come la terra procrea e ciò è inconcepibile per chi, come le gerarchie vaticane, da duemila anni cerca di tenere sotto controllo ogni pulsione istintuale. Faccio notare solo en passant che anche in Novalis la ricerca della donna – Sara – è sacrificio, mortificazione del proprio corpo attraverso una sessualità autopunitiva.)

    (Attenzione, però: con questo non voglio dire che Novalis contenga in sé tracce di misoginia né tantomeno che sia spinto nelle sue motivazioni più profonde da un rapporto irrisolto con la figura materna – se dicessi una cosa del genere sarei pazzo. Volgio dire che Novalis è un romanzo profondamente contemporaneo e profondamente occidentale, che risponde in maniera sensata e potente ad una chiara esigenza del presente (l’assenza di spiritualità in un mondo che si è fatto oggetto, meta, merce di scambio). E che per fare ciò pone le sue radici – e questo è a mio parere uno dei lati più interessanti del suo discorso – in una cultura millenaria, che non si limita alla cronaca dell’oggi ma ripropone in chiave moderna il grande tema cristiano del male e della salvezza e come tale racchiude in sé tutta la lotta titanica dell’uomo che lotta con le forze del destino (l’uomo che lotta contro il dolore che lo attanaglia da sempre come una carie). Ma come tale (proprio perchè tale) credo anche che l’impasse concettuale con cui si conclude (il dialogo tra Alex e Maschera Nera non è un vero dialogo, non affronta e non supera il problema, al massimo lo iberna) dica qualcosa, forse molto, sulle difficoltà dell’uomo occidentale contemporaneo di liberarsi dalla propria nevrosi (il senso di colpa e la punizione conseguente). In questo senso è un romanzo figlio di quella tradizione filosofica che poi sarebbe sfociata nel cristianesimo (parlo di Platone e seguaci) che da più di duemila anni si scontra sempre con la stessa problematica, conferendo a sè stessa (questo è indubbio) la dignità del dolore e della lotta, ma anche autocondannandosi alla sconfitta (chi potrebbe dire che Alex ha vinto la sua battaglia a romanzo concluso?) proprio perché i termini del problema, malposti come sono in tutti noi da una tradizione culturale millenaria, non possono che condurre ad una risposta negativa, vagamente disperante.)

    Credo insomma che il senso di perdita sia un residuo atavico dell’esistenza prenatale, importantissimo in questo senso ma che forse andrebbe preso per quello che è e non trasformato, proprio come ha fatto il cristianesimo, in un mostro. Credo che la colpa non esista perché non esistono modelli fissi che non siano culturali (e di conseguenza modificabili nel corso del tempo), che non concernano il nostro vissuto personale, il nostro modo di rapportarci al mondo esterno e agli altri. Credo che non esista possibilità di sporcarsi perché non c’è mai stata una purezza (quando? durante l’infanzia? da bambini non eravamo capaci di provare il male, di fare il male?), che la salvezza sia un’illusione per chi non accetta che nella vita ci sono cose belle e brutte, che il senso sfugge sempre, che un ordine (una direzione) è impossibile da conferire al corso degli eventi.
    Proprio Giorgio Fontana aveva scritto una cosa, una volta, che ritengo di grandissima importanza (anche se mi viene da chiedermi, allora, in che direzione Alex corra con tanta foga): che non costruiamo in verticale, costruiamo e basta. Esatto: questo è il mio punto di vista. Come nei koan orientali esiste il problema ma non la soluzione – ciò che conta è la ricerca, non la meta ma il viaggio.


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  • La costipazione del pendolare

    (il più bel pezzo che abbia trovato sul web in questi ultimi mesi è di: rotative e mazeppa)

    “Ho deciso di distrarmi guardando dal finestrino. Fuori c’è una nuvola orrenda che sembra il nordamerica. Solo che la california è all’ingiù e a me dopo, dopo, all, mi veniva, dopo all, da scrivere, la california, all di nuovo, e così via. Adesso è un calamaro minaccioso, anno all, un calamaro minaccioso con l’occhio di sole. Un calamaro bizzarro, un calamaro beffardo, con l’occhio di sole fumoso e crudele. Sono a xxx e c’è un uomo che sta per scendere, con scarpe di pelle orribili e una camicia su di un ometto dentro una busta nera e mi guarda. La nordamerica calamaro occhi-di-sole-minacciosa. Vietato l’ingresso a tutte le persone non autorizzate recita un cartello. Sono a xxx e c’è una nuvola orrenda fuori, e non so se voglio scendere.”

    di: rotative e mazeppa, tratto da: “La messaggistica istantanea brucia il bambino”. L’antologia degli sms tristi, Bollati Borighieri, 20010

Books

La figura umana, Tlon, 2024

Brucia, memoria, Quanti Einaudi, 2022

Essere senza casa, minimum fax, 2020