• “Game of Thrones” e le costellazioni familiari

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    Televisivamente parlando Game of Thrones deve il suo successo a una miscela riuscita di violenza, sesso, mappe, intrighi e zombie, ma il motivo che la rende davvero interessante è lo scacchiere di interessi familiari contrapposti, il peso del genos sui destini individuali e collettivi: più che scoprire chi sarà alla fine a conquistare i Sette Regni intriga vedere se Tyron riuscirà a individuarsi nonostante il dispotico padre, o se l’ostinazione di Daenerys a vendicare un’offesa che esiste solo nel suo mondo (il padre, a quanto pare, era pazzo e pericoloso) sarà sufficiente a portarla con i suoi draghi al di qua del mare.

    Proprio per questo motivo la terza stagione aveva finora deluso così tanto: incagliata in una zona torbida tra la pornografia e lo stuzzicamento degli istinti sadici (il grosso pene di Pod, la scena lesbo dell’evirazione di Theon Greyjoy, la prostituta trafitta dalle frecce di Joffrey) aveva progressivamente perso la sua delicata armonia narrativa, quella meccanica del potere messa in scena così bene dalla sigla di apertura. E proprio per questo la puntata 3×9 ribalta il giudizio e si configura come uno degli episodi più riusciti di tutta la serie.

    Alla fine della puntata (ATTENZIONE SPOILER, smettete di leggere se non ci siete ancora arrivati) Robb Stark e la madre Catelyn Tully rimangono vittime di un’imboscata tesa da Walder Frey alle Torri Gemelle. La scena del massacro viene preparata nel corso di tutta la puntata dal susseguirsi sempre più insistito di segnali (la scoperta del metamorfismo di Bran, l’abbandono di Ygritte da parte di Jon Snow, le battute di Frey alla moglie di Robb, l’allegria dei commensali alla cena) e si consuma con un realismo che ne acuisce l’estrema violenza: le pugnalate al ventre gravido di Jayne, la voce impastata con cui Catelyn pronuncia le ultime parole, la rapidità del gesto che le taglia la gola, persino l’uccisione del metalupo. Era dalla fine della prima stagione, quando Ned viene decapitato ad Approdo del Re, che gli Stark non subiscono un lutto così grave, ed era sempre da quel momento che le vicende non subivano una svolta narrativa così importante (di fatto, la guerra tra Stark e Lannister, asse portante di tutta la serie fino a questo punto, è finita, almeno per il momento). 

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    Soprattutto però il massacro degli Stark in casa Frey segna il punto di climax massimo nel percorso di maturazione e contatto con l’oscurità che  Game of Thrones mette in scena dalla prima puntata della prima stagione, seppure con una certa incostanza, nei suoi momenti migliori, e che l’arrivo minacciato dell’inverno (e delle creature spettrali che porta con sé) rappresenta a livello simbolico. Neanche a dirlo, si tratta di nuovo di un percorso che passa attraverso il prisma familiare per riflettersi sui singoli individui, assumendo di volta in volta coloriture diverse.

    Nella grande costellazione di Westeros, infatti, Casa Stark rappresenta la famiglia compiutamente borghese, benestante ma solidamente ancorata a un mondo di lavoro, etica e tradizione, severa a volte ma sempre giusta: Ned Stark incarna una figura paterna altamente positiva, ben lontana sia dal dispotismo di Tywin Lannister che dalla devianza del Re Folle. Gli Stark si distinguono dalla nobiltà decadente dei Lannister, che vengono dal caldo sud e il cui albero genealogico è un intrico di incesti, tanto quanto dall’esotica alterità dei Targaryen. Non sono tanto presuntuosi da ritenersi privi di macchia (Ned ha tradito Catelyn, un tempo) ma abbastanza da mantenersi a una distanza equa dalla cupezza di Grayjoy e Baratheon e dalla mollezza dei Tyrell. Sono i custodi della Barriera, infine, l’avanguardia nella lotta della civiltà contro le cose selvagge che vengono con l’inverno.

    Per questo non solo il loro massacro, ma anche le tonalità altamente drammatiche con cui viene messo in atto (si tratta delle sene forse più violente della televisione mainstream dalla carneficina che chiude la seconda stagione di Boardwalk Empire) contengono un’informazione: mentre a sud del mare si sta formando una coppia che invoca una nuova purezza della razza (la biondezza eugenetica di Daenerys e Daario) la famiglia dei giusti semplicemente soccombe al maggiore cinismo dei ricchi Lannister. Ciò che Robb Stark aveva fatto seguendo le forze oscure del cuore viene disfatto dalla chiara violenza che potere e denaro possono edificare. In una bella scena della stagione precedente Lord Baelish dice a Cersei “knowledge is power”, e Cersei gli risponde “power is power”. Cersei, veniamo a scoprire (e lo scopriamo venendo a scoprire che lei e Jaime a loro volta l’hanno scoperto sulla propria pelle, con le proprie ferite) aveva ragione.

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    Così mi viene da pensare che in fondo tutto Game of Thrones potrebbe essere letto finora come il romanzo di formazione dei figli della famiglia Stark, strappati all’infanzia dorata di profonda armonia (intra e extra-familiare, con la natura e i suoi ritmi) dalla violenza dell’agire umano: prima con decapitazione pubblica di Ned, la paralisi di Bran e l’allontanamento di Jon Snow, e poi con la caduta di Grande Inverno e il massacro di Robb e Catelyn. Ognuno a modo suo ha intrapreso il percorso che da bambino lo porterà ad essere adulto, Sansa definendosi come dama ad Approdo del Re, Arya affermando la propria diversità rispetto proprio rispetto al ruolo di dama, Bran in una maniera più mistica e oscura. Non mi stupirei se proprio il suo potere empatico nei confronti delle cose selvagge, la sua polarità epilettica e il suo corpo reso inadatto all’azione finissero per convogliare su di lui il destino più grande, la maturità collettiva che verrà dopo l’inverno, con il nuovo ordine politico e sociale. Magari è il suo sguardo introverso (letteralmente: le pupille gli si rivoltano all’interno durante gli eventi metamorfici) a guardare la mappa dei Sette Regni e a conferirle un senso.  

  • I fatti di Woolwich nel contesto del Controllo e di quella forma di indifferenza collettiva che chiamiamo multiculturalismo

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    Mercoledì 22 maggio 2013 due cittadini inglesi di origine nigeriana hanno aggredito e ucciso un militare che stava rientrando nella caserma di Woolwich, un quartiere a sudest di Londra. I due hanno investito l’uomo con una macchina, poi hanno tentato di decapitarlo con coltelli e mannaie da cucina e infine hanno trascinato il cadavere in mezzo alla strada. Dopo aver compiuto l’omicidio hanno aspettato l’arrivo della polizia spiegando ai passanti le ragioni del loro gesto, che sarebbe una rivendicazione per i musulmani uccisi dall’esercito inglese. David Cameron, il primo ministro britannico, ha parlato immediatamente di un attacco terroristico, il primo mortale a Londra dal 7 luglio 2005, quando quattro attentatori suicidi si erano fatti esplodere su tre linee della metropolitana e su un autobus provocando 52 morti e 700 feriti.

    Nei giorni successivi all’attacco di Woolwich si sono scoperte alcune cose riguardo ai due supposti attentatori, il ventottenne Michael Adebolajo e il ventiduenne Michael Adebowale, ora feriti e sotto sorveglianza in due ospedali londinesi. Entrambi sono nati nel Regno Unito e provengono da famiglie cristiane di origine nigeriana. Adebolajo era noto al MI5 per le sue frequentazioni in ambiente estremista, essendosi convertito all’Islam nel 2003 sotto consiglio del controverso predicatore Anjem Choudary e avendo legami con il gruppo Al-Muhajiroun, bandito nel 2010 proprio insieme all’ex gruppo di Choundary, Islam4UK: in effetti era così noto che l’MI5 pare gli avesse addirittura offerto un lavoro come “talpa” dall’interno, lavoro che però lui aveva rifiutato. Adebolajo, si è anche scoperto, aveva studiato Storia alla prestigiosa Università di Greenwich, un quartiere poco distante, dove aveva conosciuto Adebowale. Entrambi sembrerebbero avere ragioni personali oltre che ragioni politiche per l’omicidio: Adebolajo era amico di un soldato ucciso da una bomba in Iraq, mentre il Adebowale aveva assistito all’uccisione del proprio migliore amico nel 2008, per mano di un ragazzo bianco, nel contesto di una faida tra gang rivali. Oltre ai due assassini, altre due persone sono state arrestate il giorno dopo la morte del militare, il venticinquenne Drummer Lee Rigby. Altre tre persone sono state arrestate nel pomeriggio del 25 maggio, sempre nella zona sudest di Londra, ma sull’identità di questi ulteriori arresti le informazioni sono ancora vaghe e lacunose. E questi sono i fatti, ora veniamo alle interpretazioni.

     1. Ruolo ed efficacia del Panopticon

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    Cos’ha colpito l’opinione pubblica nei fatti di Woolwich? Il richiamo al terrorismo, naturalmente, e quella che è stata definita la brutalità “medievale” dell’omicidio – le mannaie da macelleria, i coltelli, il tentativo di decapitazione ed eviscerazione. Tuttavia ci sono aspetti che hanno colpito di più al di là della Manica che nel Regno Unito. Uno di questi è il video che riprende Adebolajo con le mani sporche di sangue nell’intento di spiegare con tutta tranquillità a chi lo filma le ragioni del suo gesto, come se avesse appena fatto qualcosa di sbagliato (chessò, scrivere una frase jihadista sul muro con lo spray), non come se avesse appena ucciso una persona a sangue freddo. Un’altra cosa che ha colpito molto il pubblico europeo è l’apparente fissità della scena seguita all’assassinio, con i due omicidi/attentatori che aspettano tranquillamente l’arrivo della polizia mentre una folla di curiosi osserva l’accaduto, e un paio di donne si avvicinano al cadavere per constatarne la morte.

    Londra, ed è un fatto noto almeno dagli ultimi Giochi Olimpici, è la cosa che più si avvicina al Panopticon, il carcere ideale progettato alla fine del 1700 dal filosofo Jeremy Bentham. Il significato del termine “Panopticon” è “ciò che fa vedere tutto”, ed è noto che Londra è una delle città più controllate e filmate al mondo: su un duble-decker qualsiasi mi è capitato di contare nove occhi meccanici, pochi di meno sugli autobus a un solo piano. Se vivi a Londra non ci pensi, e naturalmente l’efficacia dello strumento deriva proprio dalla sua invisibilità (ne sapeva qualcosa Foucault), ma praticamente ogni tuo gesto è filmato, osservato e archiviato da qualche parte nella Grande Memoria della città. Una dimostrazione di questo fatto è che i due sospetti per l’omicidio di Woolwich erano noti alle forze dell’ordine (il caso di Adebolajo è quasi ironico nella sua assurdità: come uno Zelig criminale, nei giorni dopo l’omicidio sui giornali hanno cominciato ad apparire fotografie che lo ritraggono in tutte le pose del perfetto estremista islamico, che prega enfaticamente in compagnia di predicatori esiliati, con il volto coperto da una kefiah, arrestato dalla polizia ecc.). Ai quotidiani inglesi non è sfuggito che l’aspetto dell’esposizione mediatica è di importanza centrale nell’efficacia di un gesto violento di matrice politica, sia o meno terrorista, e che la proliferazione di dispositivi mobili di cattura e archiviazione fa combutta con le telecamere di sorveglianza per fornire al terrorista di turno un’eco mediatica che solo una decina di anni fa sarebbe stata impensabile. Come in una puntata di Black Mirror, la serie Tv britannica ambientata in un futuro distopico di tecnologie che si rivoltano contro gli umani, i meccanismi si innescano da soli. La facilità con cui Cameron ha parlato di “lotta al terrorismo” è disdicevole e pericolosa, ma in un certo qual modo resa necessaria dalla meccanizzazione del processo che dall’atto violento porta alla presa di posizione politica, passando appunto per la diffusione mediatica. Ma su questo ci torneremo.

    Il secondo aspetto concernente il Controllo è più intimo e riguarda il controllo emotivo. Una delle migliori serie televisive inglesi di questa stagione si chiama Utopia e si apre con un killer dal volto inespressivo che uccide a sangue freddo tre persone, di cui una è un bambino che non avrà 10 anni, senza rimorsi o tentennamenti.  Quella che al di fuori della Gran Bretagna potrebbe essere legittimamente interpretata come una forma di espressionismo abbastanza calzante nel caso di un thriller fantascientifico diventa invece una forma di critica sociale in un paese dove il controllo emotivo è imposto fin dai primissimi anni di vita. Non che gli inglesi siano killer dissociati dalle proprie emozioni, naturalmente, ma quello che tante forme di espressione nell’Inghilterra contemporanea cercano di mettere in luce è proprio il lato oscuro di una società dove il Controllo è una parola che si scrive con la maiuscola – un imperativo morale invece che una semplice forma ereditata dalla compulsione vittoriana, anglocentrica e colonialista delle Buone Maniere. Michael Adebolajo, che nel tempo libero faceva volontariato e che nel video registrato dopo l’omicidio si scusa con “le donne che hanno dovuto assistere a questa scena” con una mannaia insanguinata stretta in mano non parla soltanto di terrorismo e di violenza esplicita, ma anche della violenza implicita che si nasconde dietro un sistema dall’efficienza perfetta, ma traboccante di zone d’ombra rimosse.

     2. La grande indifferenza

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    Il secondo aspetto preoccupante di ciò che è successo a Woolwich riguarda un’altra caratteristica dell’identità londinese, la sua natura multiculturale. “Londra è la moderna Babilonia”, scriveva l’ex primo ministro Benjamin Disraeli nel Tancred: era il 1847 e questa è la frase con cui Julian Temple decide di aprire l’omonimo documentario dedicato alla sua città Natale. Londra è sotto tutti gli aspetti la moderna Babilonia: non solo perché vivono a fianco a fianco tutte le razze, le etnie e le culture del mondo, ma anche perché a differenza di altre grandi città quasi non esistono “zone” unicamente abitate da qualche minoranza etnica (con alcune eccezioni che vanno dalla centrale e turistica Chinatown alla comunità caraibica di Brixton): quartieri arabi scivolano nei templi della finanza, aree nere punteggiano i quartieri upper-class del sudovest, la bangladese Brick Lane si infila nella City. Londra è sempre stata questa mescolanza enciclopedia e poco ordinata di culture differenti, lo è dai tempi in cui era la città più grande del mondo e il centro dell’Impero Britannico e continuerà probabilmente a esserlo nel futuro. L’altro aspetto che le conferisce meritatamente il titolo di “moderna Babilonia” è la sorprendente relativa assenza di conflitti in cui queste culture convivono a strettissimo contatto. Niente banlieues come a Parigi e in Svezia, niente hinterland milanese, niente di niente. Fino a quando succedono fatti come quello di Woolwich, che i giornali hanno interpretato come il prezzo da pagare per vivere in una società multientica, aperta e tollerante. Tutto questo è vero, ma a me non pare una spiegazione sufficiente.  

    Una delle esperienze più forti della vita londinese è prendere la metropolitana la mattina per andare al lavoro. Abito su una collina, e guardando dalla finestra all’alba posso vedere fiumi di pendolari che scendono verso la stazione della metropolitana come gli hollow men di Eliot attraversano il London Bridge. In metropolitana i londinesi guardano a terra, leggono il giornale o giocano a Jewels sul cellulare, probabilmente assuefatti da quello che per me resta uno spettacolo quotidiano: veder seduti fianco a fianco il broker che va a Canary Wharf e il musulmano che legge il Corano, la coppia gay e la famiglia indiana benestante, il sikh che si reca ad aprire il corner shop nel quartiere vicino, l’africano vestito con l’abito di Armani e il bianco caucasico con i dreadlock rosa che torna a casa dopo una nottata passata fuori. Per me è uno spettacolo, dicevo, ma non per il londinese medio, che vive in un guscio variamente edificato di cuffie e iPhone, tablet, “Evening Standard”, Kindle, libri usati, Testi Sacri – uno spazio vitale ricavato scavando nell’eccesso di stimoli provocato dall’umanità altrettanto variamente differente,  colorata, grigia, silenziosa, rumorosa, comunque troppo ricca di informazioni perché possano essere tutte processate normalmente, figuriamoci la mattina mentre vai al lavoro. Alla mia fidanzata è capitato di stare seduta di fronte a un tizio ben vestito con la bava alla bocca che tremava, e di essere l’unica ad accorgersene. A me è capitato di provare la stessa indifferenza: di aiutare una giovane mamma a portare il passeggino giù da una rampa di scale a Notting Hill e di accorgermi ore dopo che non l’avevo nemmeno guardata in faccia mentre mi ringraziava (era bella, brutta, grassa, indiana, bianca? il bambino com’era? cosa faceva, dormiva o mi guardava?).

    Non fraintendetemi: non sto giudicando l’atteggiamento dell’uomo medio in metropolitana più di quanto non giudichi il mio provincialismo sud-europeo (un modo per dire che una vita passata qua per forza di cose ti cambia), e sono consapevole che la metro all’ora di punta è solo una faccia della medaglia – l’altra sono quartieri come Brixton, con le birre giamaicane, il Black Cultural Archives, Bob Marley Way e tutto il resto. Ritengo l’apertura di Londra alle diversità di cultura e razza uno degli aspetti che la rendono così bella e unica nel panorama europeo, e non mi illudo certo che questa multidimensionalità possa essere ottenuta facilmente, o senza che ci sia un prezzo da pagare. E  tuttavia tendo ancora a vedere il discorso da una prospettiva un po’ più ampia.

    Michael Adebolajo era un bravo studente all’università ed era un membro attivo della comunità di Woolwich dove faceva il volontario, un’altra delle grandi ossessioni inglesi. Frequentava in maniera sistematica gruppi estremisti, era stato arrestato un paio di volte nell’ambito di manifestazioni violente anti-occidentali, ma i suoi vicini di casa sembravano non saperne niente. C’è uno slogan britannico che recentemente si è trasformato in un meme e che recita “Keep calm and carry on”, mantieni la calma e tira avanti. A volte capita però che per mantenere la calma e tirare avanti sia necessario guardare a terra, e guardando a terra non ci si accorge della ricchezza a volte proficua e a volte disturbante di ciò che si ha intorno.

    3. Sul futuro del multiculturalismo in un contesto mutevole (ovvero: le ferite non si rimarginano facendo finta che non sia successo niente)

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    I fatti di Woolwich hanno ovviamente scatenato una reazione a catena di proteste, contro-proteste, rivendicazioni e contro-rivendicazioni. Tanto il British National Party (BNP) quanto la English Defense League (EDL), due organizzazioni di estrema destra, hanno manifestato contro la presenza musulmana sul suolo britannico, e in tutto il paese si è assistito ad attacchi a moschee e altre forme di incitazione all’odio razziale  che hanno portato all’arresto di diverse persone. La comunità musulmana ha condannato l’attacco, ma non ha fatto lo stesso Anjem Choudary, suscitando ulteriori polemiche. Ad oggi la situazione è estremamente delicata, e gli sviluppi ancora piuttosto imprevedibili.

    Due giorni dopo l’attentato mi trovavo in un bar nella zona residenziale di Merton e ho sentito un uomo anziano chiedersi: “Shouldn’t we defend our way of life?”, non dovremmo difendere il nostro modo di vivere? La domanda è di quelle serie: il modello di sviluppo occidentale è competitivo e alienante, per decenni ha basato (e tuttora in parte basa) il proprio benessere sullo sfruttamento delle zone più povere del mondo, induce alla proliferazione di desideri non necessari, conduce alla solitudine e all’anomia, è irrimediabilmente desacralizzato e demitizzato,  è volgare nel suo ridurre i rapporti umani all’attrazione sessuale e spietato nel ridurre l’essere umano stesso a una dimensione numerale, calcolabile, produttivistica. Eppure saremmo disposti a fare cambio con una teocrazia in stile iraniano? O con l’anarchia militarizzata dell’Africa Occidentale? O ancora, con il comunismo capitalista cinese, il populismo sudamericano, qualche sotto-cultura di qualche sotto-gruppo etnico di un arcipelago minore di isole sperdute nel mezzo dell’Oceano Pacifico? La risposta può essere legittimamente sì oppure no, ma la mia risposta personale è che no, non sarei disposto. Vivo in una società che non mi piace, ma non sarei pronto a cambiarla con un modello diverso da quello che conosco. Non sono di quelli che partirebbero per l’India per non fare ritorno, o che arrivati a 50 anni venderanno tutto e si compreranno una casa in Messico, sposeranno una donna del luogo e cominceranno tardivamente a fumare marijuana. Niente di male in tutto questo, ma non è il mio modo di vedere.

    Una delle cose che si imparano presto vivendo in un contesto ad altissimo tasso di multiculturalismo è che il rapporto tra culture differenti, quando esiste, si basa su un pregiudizio alimentato da entrambe le parti e sulla curiosità che deriva dalla più totale incomprensione: qui gli italiani si comportano più da italiani di quanto facessero in Italia per rendersi intellegibili a una pluralità di punti di vista diversi che si aspettano una certa idea di italianità (io non faccio eccezione, ovviamente). Al contrario certi tentativi di comunicazione sono destinati al fallimento in partenza: la ragazza originaria del Kirghizistan che mi racconta come nel suo paese la gente sia di etnia mongola, parli una lingua vicina al turco e non abbia religione per via dell’URSS di cui ha fatto parte fino agli anni Novanta mette insieme una serie di cose che di cui sono così profondamente ignorante che semplicemente non capisco davvero di cosa mi sta parlando. Mi sforzo ogni volta di assaggiare la zuppa che la mia inquilina malese cucina facendo bollire insieme costolette d’agnello e ostriche, mi sforzo di capire che viene da una cultura diversa dalla mia, eppure se devo essere onesto lo trovo un piatto semplicemente disgustoso. Ma rispettare le abitudini altrui non significa approvarle e nemmeno capirle, direte voi, ed è vero. Però è altrettanto vero che se non ti capisco e non ti approvo la mia “tolleranza” nei tuoi confronti significa che vivremo fianco a fianco grazie al potere salvifico dell’indifferenza reciproca. Io non avrò capito qualcosa di più di te e tu non avrai capito qualcosa di più di me, ci saremo semplicemente ignorati.

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    Ovviamente non sto predicando il rifiuto delle società multiculturali, né sto facendo un outing di simpatie di estrema destra. Semplicemente mi sto chiedendo quanto il significato globalista, terzomondista e sinistrorso del termine “multiculturalismo” in cui sono cresciuto e in cui non ho mai davvero smesso di credere sia proficuo se applicato a situazioni dove la complessità è troppo elevata per cedere a qualsivoglia forma di semplificazione, e in cui le conseguenze di  ogni errore possono essere tanto devastanti. Quando vivevo a Torino mi era facile perdonare il ragazzo egiziano che mi svegliava la notte urlando ubriaco, e persino inquadrare nel contesto delle terribili politiche di immigrazione italiane gli stupri o gli omicidi alla periferia di Roma – in fondo si trattava di poveracci messi ai margini da un sistema globale spietato e profondamente ingiusto, cosa che continuo a pensare tuttora. Ma quando una differenza culturale porta a compiere atti di violenza deliberata e pianificata le cose cambiano, tanto più se capitano a cinque chilometri dal luogo in cui ogni giorno ti svegli, scendi in strada, vai a fare la spesa e a prendere la metropolitana. Le cose cambiano perché ti rendi conto che il termine “multiculturalismo” non presuppone una grossa categoria di ciò che è diverso da te, ma una serie pressoché infinita di casi particolari che vanno compresi uno a uno, soppesati moralmente uno a uno con tutta l’onestà di cui sei capace per capire se questa cosa, proprio questa cosa qua, puoi tollerarla oppure no, se ti piace oppure no, se riesci a viverla oppure no.

    Poiché questa bilancia morale nella pratica quotidiana è quasi impossibile (troppo faticosa, troppo subordinata alle necessità della vita di tutti i giorni) il risultato è spesso quello di far coincidere la vita in una società multiculturale con una indifferenza pressoché totale per il prossimo, con l’effetto che certe ferite aperte non si rimarginano davvero mai perché le motivazioni che le hanno prodotte non sono mai state realmente comprese: gli inglesi, che sono troppo raffinati la retorica Biblico-Texana di un Geroge Bush, hanno risposto agli attentati del 2005 mantenendo la calma e tirando avanti, e così faranno probabilmente anche in questo caso (sui giornali ad esempio sono usciti parecchi articoli che appoggiavano la decisione dei quotidiani svedesi di non dare risalto alle rivolte nelle periferie per non alimentarle: come se ignorare un fenomeno fosse la chiave per far sì che scompaia – se chiudo gli occhi e non vedo la lampada che ho davanti a me vuol dire che la lampada non esiste).  Allo stesso modo hanno fatto nel 2011, quando una serie di proteste scatenate da adolescenti di colore nei quartieri di Tottenham, Croydon, Enfield e altri (tra cui Woolwich, guarda caso) hanno messo a ferro e fuoco mezza città: due anni più tardi la violenza giovanile non è stata affatto sedata, le gang di teenager continuano a rappresentare l’orrore sottopelle di una società adulta e funzionante e ogni mese circa un ragazzino di 15 o 16 anni perde la vita accoltellato sull’autobus, all’uscita da scuola o nel parco giochi dietro casa. Per questo i fatti di Woolwich sono preoccupanti, non tanto per il richiamo a una rete terroristica armata di accette e coltelli invece che di bombe e aerei, come scriveva Zucconi su “Repubblica” (ah, che belli i tempi delle Twin Towers, quando era tutto così grande e spettacolare che lo show valeva il prezzo del biglietto!): perché sono la riprova che c’è qualcosa che non funziona nell’Impero, e che sotto la superficie scorre una tensione che tutta la stupenda efficienza e l’affascinante bellezza della coolest city in the World non sarà sufficiente a contenere, se prima non verrà capita profondamente. Una chiave per farlo, forse, è smettere di pensare che una società multiculturale sia per forza di cose una società pacificata: forse al contrario è una società dove il conflitto non viene rimosso, ma viene letto come la manifestazione sana dell’incontro proficuo di diversi punti di vista alternativi, non assoggettati a un modello che per quanto tollerante resti sempre uno e uno solo. 

  • Pacifico e la borghesia rimossa

    Si fa presto a dire che c’è negli articoli di Francesco Pacifico si respira aria da dandy, che se la critica dall’esterno è una roba da adolescenti comunisti quella dall’interno è una critica solo a metà, che la consapevolezza postmoderna ha rotto le scatole: sarà anche vero, ma un pezzo che centra il punto come quello pubblicato su “IL” qualche giorno fa lo si legge raramente, e vi sfido a dire il contrario. Pacifico poi si pone un paio di domande oggettivamente importanti, come ad esempio questa:

    Siamo cresciuti nella borghesia: come possiamo continuare a rimuoverla dal discorso pubblico, a rappresentarci come fossimo nati in un falansterio?

    Già, come possiamo? E perché lo facciamo, voglio dire profondamente, le ragioni reali, inconfessabili? Chissà che poi oltre alla specificità italiana non ci sia un moto per così dire globale: se ci fate attenzione vi accorgete che facciamo finta che non esistano tante cose, i marchi di moda giovanile fanno finta che non ci sia distinzione tra uomini e donne, i talent show fanno finta che non ci sia differenza tra chi è dotato e chi no, le distinzioni culturali sembrano sempre razziste agli Uomini Buoni in ogni latitudine del mondo civilizzato.

    Tutto questo mi fa tornare in mente un bellissimo libro di Franco La Cecla letto qualche anno fa (Saperci fare. Corpi e autenticità, elèuthera, 2009) che poneva l’accento proprio sull’enfatizzazione delle differenze come metodo di relazione proficua con l’altro, un tema che l’antropolgo-architetto siciliano ha portato avanti anche nei suoi libri successivi. Oppure, tornando a Pacifico, mi viene in mente Walter Siti che parla della “borgatizzazione della borghesia”. Una borghesia che si vergogna di sé stessa e un proletariato che vota Berlusconi da vent’anni mi sembrano un buon punto di partenza per riflettere sulle ragioni psicologiche dell’impasse di creatività che sta trasformando la crisi economica italiana in una catastrofe.

    (Foto: una scena del Fascino discreto della borghesia, di Luis Buñuel, 1972)

  • Forme astratte e nuovo realismo: Chabon e i Lego

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    Tra i saggi di Manhood for Amateurs di Michael Chabon (Harper, 2009; in Italia è arrivato per Rizzoli nel 2010 con il brutto ma forse necessario titolo Uomini si diventa), uno dei più interessanti è quello dedicato all’evoluzione dei Lego dagli anni Sessanta a oggi, “To the Legoland Station”. Chabon, che è nato nel 1963, ricorda così i mattoncini della sua infanzia: 

    When I first began to play with them in the late 1960s, Legos retained a strong flavor of their austere, progressive Scandinavian origins. Abstract, minimal, “pure” in form and design, they echoed the dominant midcentury aestethic, with its emphasis on utility and human perfectibility.

    I Lego, prosegue Chabon, erano venduti solo nei sei colori puri, e le minifigs (i personaggi) erano senza volto: uno spazio lasciato libero per l’immaginazione, «funzionale, utopico, semi-immaginario, astratto». Poi continua scrivendo:

    They were a lineal descendant of Friedrich Fröbel’s, famous “gifts”, the wooden stacking blocks that influenced Frank Lloyd Wright as a child, part mathematics, part pedagogy, a system – the Lego system – by which children could led to infer complex patterns from a few fundamental principles of interrelationship and geometry.

    Come fabbrica la Lego esiste dagli inizi del Novecento, ma i famosi mattoncini vengono prodotti dal 1958: la guerra era finita da un pezzo, la ricostruzione era in stadio avanzato in tutta Europa e il boom economico stava aprendo la strada alla società dell’informazione (il primo testo a parlare esplicitamente di “economia della conoscenza” è The Production and Distribution of Knowledge in the United States dell’economista Fritz Machlup, 1962). Significativamente, la stessa idea al contempo matematica e utopica, focalizzata sulla formalizzazione delle serie tanto quanto su una sincera spinta progressista, a qualche migliaio di chilometri di distanza dalla Danimarca stava portando alla nascita dei primi computer nei laboratori del Mit di Boston e in quelli più visionari della Baia di San Francisco.

    Chabon coglie molto bene l’ambivalenza dell’ingresso di una tale idea nelle case delle persone, nelle mani dei bambini. All’enorme invito alla creatività e alla libera espressione personale che sottende l’idea dei Lego corrisponde anche un’astrazione davvero matematica, la stessa che secondo studiosi come Armand Mattelart (Storia della società dell’informazione, Torino, Einaudi, 2002) è il vero segno impresso dalla modernità sulle società occidentali: quel processo di normazione e riduzione alla “numinosità del numero” (l’espressione è di Jung) che da Leibniz prima e dalla Rivoluzione Francese poi conduce fino a Google, attraversando trecento anni di storia. 

    E Google mi è tornato in mente, leggendo “To the Legoland Station”, anche quando Chabon paragona i mattoncini degli anni Sessanta a quelli di fine anni Novanta:

    By the late nineties […] abstraction was dead. Full-blown realism reigned supereme in the Legosphere. Legos were sold in kits that enabled one to put together – at fine scales, in deatail made possible by a wild array of odd-shaped pieces – precise replicas of Ferrari Formula I racers, pirate galleons, jet airplanes. Lego provided not only the standard public-domain play environments supplied by toy designers of the past fifty years – the Wild West, the Middle Ages, jungle and farm and city streets – but also a line of licensed Star Wars kits, the first of many subsequent ventures into trademarked, conglomerate-owned, pre-imagined environments.

    Leggendo queste righe ho pensato a come si è evoluto il panorama dell’informazione dai tempi in cui i primi pionieri del personal computer realizzavano le loro macchine dei sogni nei primi anni Sessanta: a come la diffusione delle applicazioni per dispositivi mobili stia mettendo in crisi il modello libero del web, ai “giardini chiusi” e rigidamente regolamentati imposti dai social network, ma anche al grado di dettaglio sempre maggiore a cui puntano le nuove tecnologie informative (il 3D, le fotografie in alta risoluzione, gli occhiali e le mappe terrestri e oceaniche di Google).

    E al rischio che si corre di ritenere una determinata rappresentazione “reale” perché il grado di granularità informativa è così elevato: in fondo, per quanti dati possiamo aggiungere, pur sempre di un simbolo si tratta, e come insegna Borges una mappa grande quanto il territorio che vuole rappresentare non è più  fedele, è soltanto inutilizzabile. L’utopia geometrica dei lego anni Sessanta conteneva in sé la promessa di un mondo migliore, ed esplicitava il sacrificio collettivo richiesto per beneficiare di questo progresso (le minifigs senza volto). Il moderno nuovo realismo promette l’esaurimento sistematico di ogni spazio vuoto, l’appiattimento a livello della superficie, la performance totale. Abbiamo conservato la matematica, ma abbiamo perso l’utopia. 

  • L’Opac Sbn rischia di chiudere

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    Mi è arrivata ieri la notizia che l’Opac Sbn è a rischio chiusura: secondo un comunicato diffuso dal personale dell’Iccu e sostanzialmente confermato dalla direttrice dell’istituto Rosa Caffo mancherebbero i fondi per mantenere attivo il servizio, che soccomberebbe nel caso di ulteriori tagli. L’Opac Sbn è nato nel 1997, in concomitanza con l’arrivo di internet nel nostro paese: praticamente non è mai esistita un’Italia in rete senza il suo catalogo pubblico online.

    Le conseguenze di una perdita del genere sono chiare a chiunque abbia scritto una tesi di laurea o abbia dovuto stilare una bibliografia per qualsiasi motivo: sostanzialmente, significherebbe dover cercare un volume sul catalogo di ogni singola biblioteca pubblica, da Aosta a Palermo. Più ancora, pensare a una rete bibliotecaria senza un catalogo  collettivo del patrimonio librario è come pensare a una enorme biblioteca senza un’indice o al web senza motori di ricerca: una inservibile massa di informazione che ricorda da vicino, scusate la banalità del paragone, il babelico universo descritto da Borges (La biblioteca dei Babele, in Finzioni, 1941). 

    Soprattutto però è l’ennesimo segno della decadenza culturale a cui l’Italia sta andando incontro da anni, un po’ spinta dalla crisi economica e un po’ in assoluta autonomia: un’immagine iconica come quella delle feste di Arcore o del terremoto all’Aquila. Spero che l’Opac riesca a salvarsi, ma questi sono i momenti in cui sono contento di vivere a qualche migliaio di chilometri di distanza. La notizia del comunicato mi è arrivata tramite Giulio Mozzi, che ne ha scritto per “Vibrisse”.

    (Foto: particolari de “La torre di Babele”, Pieter Bruegel il Vecchio, 1563)

  • Numero uno

    Ho aperto Boring Machines Disturb Sleep nel dicembre del 2006, prima su Blogger e poi su WordPress. L’ho intitolato come una canzone dei Mogwai e gli ho dato un sottotitolo, blog archivio per un’estetica minimale. Avevo ventun’anni, facevo l’università, avevo da poco scoperto Raymond Carver, vivevo con due inquilini a San Salvario a Torino e pubblicavo in miei primi racconti su FaM ed Eleanore Rigby. Avevo in cantiere una raccolta intitolata Generazione Rumore che non avrebbe mai visto la luce, come tante cose iniziate e mai finite durante quel periodo.

    Sette anni più tardi sono cambiate così tante cose che se mi guardo indietro non vedo un’epoca diversa della mia vita, ma un’epoca diversa per l’umanità. Ovviamente è solo la mia percezione soggettiva, ma certe Cose Grandi sono diverse davvero. Nel 2006 in Italia il Web 2.0 era una novità, per dire, e al mondo c’era ancora David Foster Wallace. Poi ci sono quelle Cose Soggettivamente Grandi che sono cambiate per me: ora vivo a Londra con la mia ragazza, ho finito l’università, non leggo Carver da un pezzo. I miei inquilini dell’epoca li sento raramente, viviamo tutti in posti diversi e le occasioni di incontrarsi sono poche. FaM ed Eleanore Rigby purtroppo non ci sono più, e io ho smesso da un pezzo di scrivere racconti.

    Tutta questa introduzione per dire una cosa: che mi è tornata voglia di riprendere i fili là dove li avevo lasciati. Dal 2006 a oggi Boring Machines Disturb Sleep c’è sempre stato, ma ha assunto via via forme diverse. Dal blog archivio per un’estetica minimale è diventato un blog vero e proprio, poi un sito web che raccoglie i miei contributi per le riviste con cui collaboro, dal Mucchio Selvaggio a minima&moralia, inutile, Archivio Caltari, Nuovi Argomenti. L’aspetto dinamico del blog è andato perdendosi, delegato ai social network. E questa è una cosa di cui sento di dispiacermi, perché i 140 caratteri di Twitter non sostituiscono uno spazio di riflessione più rilassato e occasionale come quello offerto da un blog. Per cui eccoci di nuovo qui, questa volta su Tumblr.

    Boring Machines, il sito, probabilmente rimarrà, più probabilmente diventerà a breve qualcosa di diverso. Parallelamente a questo blog ho deciso di aprire una pagina di Facebook che faccia da hub per i contenuti dislocati su diverse piattaforme, social network e riviste comprese. La fotografia qua sotto ritrae un giovane Vladimir Nabokov circondato da una greca di farfalle disegnata dallo stesso Nabokov in età adulta: trovo che sia un’immagine bella e in qualche modo significativa, anche se per spiegarvi perché dovrei metterci un post molto, ma molto più lungo di questo. Quindi lascio a voi. Per qualsiasi segnalazione, critica, commento, suggerimento o richiesta d’aiuto  potete scrivere a orgone5 [at] gmail [dot] com.

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  • #titoliabusivi: lista provvisoria

    PARTECIPANO:

    @toniwrong
    @Lacritica
    @Rossarian
    @manginobrioches
    @brillano
    @fogli_sparsi
    @reallynothing
    @gianluca_didino
    @aridomordace

    LISTA PROVVISORIA:

    Carver ENG http://t.co/1cpORWJp ITA https://t.co/vsN6Rsqo
    Auden https://t.co/bbs6Qg33
    Calvino https://t.co/vwpXqeOt
    Perec https://t.co/HlGAzigA
    McCarthy https://t.co/lH8DzjXo
    L’eleganza del… https://t.co/98asQdsd
    Shakespeare https://t.co/1gJv5f7i
    Pavese (Verrà la morte ecc.)
    MARQUEZ (X ai tempi di y)
    E piccoli qualunque cosa crescono?
    Qualcuno volò… https://t.co/aIQ3bDoa
    “Qualsiasi cosa spiegata a mio figlio”
    “L’invenzione di qualsiasi cosa”
    Storie di ordinari #titoliletterari abusati (Bukowski)
    Un tranquillo week end… https://t.co/yVoXiowL
    Guida galattica https://t.co/nJn33AXW
    La versione di… e La bibbia di…

  • Let the right one in di Tomas Alfredson

    Avevo scritto due righe per convincere tutti a vedere questo bellissimo film, ma preferisco presentarlo così:

    Per qualunque altra considerazione generica (sul tema “adolescenza, vampiri e scoperta dell’ombra” prima o poi scriverò qualcosa) preferisco rimandare alla migliore rivista di cinema della rete, Gli Spietati (in particolare alle bellissima, brevissima e chiarissima recensione di Manuel Billi).

    Guardatelo, ne vale davvero la pena…

  • La castrazione del mostro

    periferia di Bologna

    Mi pare che l’attenzione morbosa dei media italiani sulle vicende di violenza sessuale contenga in sè parecchi spunti di riflessione. E non tanto per i latrati dei vari ministri leghisti che propongono norme degne del dottor Mengele come la castrazione chimica, quanto piuttosto perché solitamente tanta aggressività serve a coprire falle del sistema molto più profonde del singolo stupratore squilibrato. Questo caso naturalmente non fa eccezione.
    Premetto a qualunque altro discorso che personalmente ritengo la violenza sessuale il più grave dei reati dopo l’omicidio, e penso che il sistema giudiziario italiano si sia sempre dimostrato troppo morbido nei confronti di questo genere di reati: sono ben contento dunque che si inaspriscano le pene per gli stupratori così come vuole il ministro Carfagna.
    Detto questo però non posso esimermi dal fare una breve considerazione. Mi sembra che tutti questi recenti casi di stupro dovrebbero far riflettere i nostri governanti ad un livello più profondo della solita risposta repressiva (ripeto: sacrosanta). Perché tanti stupri? Cosa spinge un uomo a violentare una donna? Perché tanto disagio sessuale in questa nostra civiltà?
    La prima considerazione è molto banale: è risaputo che la società in cui viviamo (diciamo da una cinquantina d’anni a questa parte) è quella in cui si pratica meno sesso nell’intera storia dell’umanità. Questa distanza dall’istintualità primigenia dell’essere umano è in parte un residuo di morale platonico-cristiana e in parte prodotto delle trasformazioni sociali degli ultimi cinquant’anni. Nella nostra società è difficile vivere la sessualità in maniera spontanea e per così dire “sana” a causa di vari motivi. Da un lato la crescente complessità dei rapporti sociali e dei rapporti uomo-donna in particolare (con le trasformazioni del ruolo femminile nella società degli ultimi trent’anni circa, ma anche con il progressivo deterioramento di istituzioni come la famiglia o il matrimonio) ha messo in moto un meccanismo di ri-assettamento dei rapporti anche sessuali tra le persone che è ben lungi dall’essersi concluso. Dall’altro, sopratutto, una sempre più oppressiva mitologia del sesso ha reso altamente nevrotico il rapporto dei singoli con la propria istintualità profonda: come diceva giustamente Giacomo Dacquino se il modello della sessualità appagante è quello di Emanuelle o di Rocco Siffredi è facile che le persone normali si sentano svilite dal confronto e che vivano l’atto sessuale con un’ansia da prestazione che non ha pari nella storia dell’uomo (Dacquino – Vivere il piacere).
    Si fa poco sesso, dunque, e quel poco che si fa è così mediato da modelli culturali distorti (sempre Dacquino, ma anche Steiner, fanno a questo riguardo una distinzione tra “sensualità” del passato e “genitalità” del presente) che perde praticamente tutta la sua carica ludica ed emotiva per trasformarsi in una prestazione che come ogni prestazione genera stress, stanchezza, fatica.
    Questo mi pare indubbiamente un primo aspetto del problema. Il secondo, strettamente collegato al primo, è che in questa società “sconessa” dal proprio corpo e dai propri istinti la mitologia mediatica del corpo e degli istinti la fa da padrone. Per rendersi conto di quello che sto dicendo basta accendere la televisione su qualunque canale a qualunque ora: si spazia dalle varie veline in shorts alle foto di donne in topless anche sui migliori quotidiani del paese, fino ad arrivare a tutto l’apparato sensoriale messo in moto da qualunque pubblicità. Il proliferare in rete dei siti pornografici è semplicemente uno degli effetti più visibili di questi due aspetti fin qui elencati.
    Ora, stando così le cose è chiaro che all’interno del tessuto sociale si crei uno iato via via sempre più incolmabile: da un lato un’enorme quantità di desiderio messo in moto dal sistema mediatico e dall’altra un’effettiva impossibilità di appagare questo desiderio. In questo senso anche la chiusura delle case di piacere e la progressiva ghettizzazione delle prostitute nel regno dell’oscuro (e quindi anche dell’illegale, nel mondo ctonio dei nuovi schiavi) ha giocato negli ultimi anni un ruolo importante.
    Renè Girard nel corso della sua opera ha analizzato in maniera molto acuta come funzioni questo tipo di “mediazione” del desiderio (per qualunque approfondimento rimando a Girard – Il risentimento), e come proprio questa costante tensione irrisolta costituisca il motore immobile del mondo dei consumi. Il residuo del consumo, o ciò che Bauman chiamerebbe il “rifiuto” prodotto dal consumo, è in questo caso la perversione, o nello specifico il perverito e lo stupratore.
    Mi pare quindi che al di là della risposta repressiva, certamente necessaria, lo Stato dovrebbe interrogarsi profondamente sui meccanismi che mettono in moto questa brutalità e questa violenza. Nella maggior parte dei casi lo stupratore è semplicemente un essere troppo debole dal punto di vista psichico per riuscire ad accollare su di sè un conflitto lacerante che però (ed è qui il problema) non è individuale, o non soltanto individuale, ma in buona parte sociale e sistemico.
    Senza una riassociazione dell’uomo con il proprio corpo, e un ritorno all’emotività profonda dell’esperienza sessuale (intendendo con “emotività” anche il suo aspetto ludico, di puro piacere) non servirà nemmeno la minaccia della castrazione chimica per fermare i tanto famigerati “stupratori delle periferie”: per il semplice fatto che gli “stupratori delle periferire” violentano, e a volte anche ammazzano, perché quella è l’unica risposta che riescono a dare ad un problema che è immensamente più grande di loro.
    Se non cambierà qualcosa alle radici cento stupratori all’ergastolo produrranno duecento stupratori nei garage della cintura romana, e così via all’infinito.

    photo: CC by …cave on Flickr.com


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  • Lo scrittore autarchico

    Sul penultimo Espresso, il numero 27, è uscito un articolo a firma di Carla Benedetti sul tema dell’editing letterario. L’articolo sosteneva una tesi abbastanza accettata dalla morale comune: quella dell’editing è un’operazione commerciale che ha senso soltanto in un sistema letterario industrializzato come il nostro, l’editing livella tutti gli scrittori uniformandoli ad un unico stile per così dire “vendibile”, l’editing mortifica la creatività individuale in nome di un mercato letterario sempre più omologato e scadente.

    Mi pare indubbio che tutte le perplessità sollevate dalle Benedetti siano più che legittime: il problema insito nella questione sta però secondo me da un’altra parte.

    L’omologazione stilistica e tematica della narrativa contemporanea è sotto gli occhi di tutti, ed è senza dubbio un grave difetto dell’industria culturale in generale e libraria nello specifico. Mi sembra però che questa omologazione non sia tanto frutto dell’editing in sè quanto di un cattivo editing, un editing miope, che contraddistingue buona parte dell’editoria nostrana (negli USA la questione è molto diversa).

    Quello che voglio dire è questo: è indubbio che un editing malfatto (un editing mosso soltanto da mire commerciali e che non rispetta l’identità del libro e dell’autore editato) produca effetti catastrofici nel panorama letterario. Ma il mito dello scrittore autarchico, che pensa, scrive, edita e poi magari anche pubblica e promuove il proprio prodotto mi sembra un residuo di romanticismo e poco più. Non si capisce bene perché, in un mondo dove la cultura si è fatta “collettiva piuttosto che individuale” (cito Hobsbawm,”Il Secolo Breve”), dove i registi non tengono più in mano la macchina da presa e dove i musicisti producono gli arrangiamenti insieme ad un’equipe di tecnici, gli scrittori dovrebbero essere condannati a questa terribile tortura dell’autosufficienza.

    La questione molto banale mi sembra una sola.

    Fino all’800 chi scriveva proveniva da famiglie ricche o quantomeno agiate, e aveva tutto il tempo di questo mondo per dedicarsi (tra una caccia alla volpe e l’altra) alle successive riscritture del proprio elaborato. Ancora fino ad una quarantina d’anni fa scrivere era un vero e proprio mestiere, tant’è che la gente non si vergognava affatto di mettere sulla porta di casa la dicitura “Tal dei Tali – Scrittore”.

    Oggi di scrittura non si vive, come non si vive di nessun altro tipo d’arte, a meno di non rientrare in una cerchia di eletti autori di best-seller di vario tipo e genere. Tutti noi che abbiamo meno di 40 anni sappiamo bene che per risicare uno stipendio minimo alle necessità primarie ci tocca lavorare molte ore al giorno, spesso in condizioni proibitive e senza alcuna sicurezza riguardo al fatto che lo stipendio ci sia anche domani e non solo oggi.

    Come si può chiedere a chi scrive di avere la forza (oltre che il tempo materiale) di seguire il processo di scrittura in tutte le sue fasi? Non è già un miracolo che in tempi di precarietà, co.co.co., salari minimi e crisi economica ci sia ancora chi ha voglia di mettersi a fare qualcosa che sia privo di un diretto tornaconto materiale?

    Si potrebbe dire che era meglio una volta, che la creatività dei poeti maledetti e degli avanguardisti era genuina perché non mediata dal mercato e che la scrittura d’oggi non è che un pallido riflesso filtrato centinaia di volte al setaccio del talento del singolo. Ma qui, come in ogni discorso di questo tipo, casca l’asino: è probabile che molti di noi siano convinti che sia il sistema capitalista tout court a non funzionare, ma dirsi marxisti nel 2009 suona un po’ ridicolo indipendentemente dall’idea politica di ciascuno.

    La Benedetti riporta nel suo articolo il caso eclatante di Carver e delle infinite differenze tra la versione editata della sua seconda raccolta (“Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”) e la versione originale dello stesso testo (“Principianti”, da poco pubblicato da Einaudi). Ma è anche vero che senza i tagli assassini di Gordon Lish non sarebbe esistito quel minimalismo che ha segnato tanta letteratura contemporanea.

    Che piaccia oppure no sarà il caso di rassegnarsi alla realtà, cioè al fatto che questo nostro mondo è diventato troppo infinitamente complesso perché le forze di un singolo essere umano siano sufficienti per gestirlo in tutte le sue multiformi sfaccettature.

    Nel caso specifico mi pare che un mondo privo di editor sarebbe un mondo di scrittori approssimativi e incompleti, mai pienamente realizzati: il che sarebbe altrettanto triste di un panorama come purtroppo è in larga parte quello italiano (quello reale, però) fatto di scritture esangui e di scrittori usa e getta. Concerne il tanto decantanto “principio di realtà” anche l’umiltà di lasciarsi aiutare unita alla fierezza di non farsi ingoiare e vomitare da un ingranaggio onnivoro com’è quello editoriale.

    Se questo venisse compreso da scrittori ed editori, e dai lettori soprattutto, forse si aprirebbero nuove possibilità per la scrittura, possibilità autentiche.

    In fondo Vivianne Westwood non sarebbe mai diventata Vivianne Westwood senza i Sex Pistols, ma chi si ricorderebbe oggi dei Sex Pistols se non fosse esistita Vivianne Westwood?


    Statistiche

Books

La figura umana, Tlon, 2024

Brucia, memoria, Quanti Einaudi, 2022

Essere senza casa, minimum fax, 2020