• Otherworlds e il tramonto su Marte

    sunset  mars

    Siccome era festa, lunedì Emanuela e io siamo andati al National History Museum a vedere Otherworlds, una mostra fotografica sull’esplorazione spaziale musicata da Brian Eno. Ho trovato diverse fotografie evocative – gli scatti ravvcinati dell’attività eruttiva del Sole, o le immagini satellitari degli uragani sulla Terra che spiegano meglio di molti libri cosa si intende per ecosistema e perché il riscaldamento globale è un problema tanto grave – ma una in particolare ha colpito la mia immaginazione: è quella che vedete in apertura di questo post e immortala un tramonto su Marte fotografato dal rover Spirit nel 2005. Da un lato si tratta del fatto che tutte queste fotografie, quelle della Terra e quelle più astratte scattate ai confini del sistema solare, siano state realizzate da macchine, e in larga parte catturino panorami che l’occhio umano forse non vedrà mai direttamente: c’è qualcosa di suggestivo e sottilmente inquietante in questa forma di fotografia privata dello sguardo umano – dati raccolti e inviati attraverso il vuoto cosmico senza un’intenzionalità estetica, o anche solo significante. Dall’altro è proprio la strana quotidianità della scena ritratta da Spirit a essermi rimasta impressa, come se il dispiegarsi di un evento comune – il sorgere e tramontare del Sole all’orizzonte – contribuisse a sottolineare l’alterità radicale dello scenario in cui avviene. Il cielo è blu a causa della composizione atmosferica marziana – un blu che sulla Terra non esiste. Per quanto simile al panorama di un deserto terrestre, la cornice in cui avviene il tramonto è priva di vita, esposta alle radiazioni solari dall’assenza di ozono nell’atmosfera, funestata da tempeste di sabbia globali. In altre parole, un mondo alieno.

    Penso che questa sia una fotografia importante nella storia dell’uomo, come quelle di Auschwitz o di Piazza Tienanmen. Qualche anno fa, parlando del Whole Earth Catalog, provavo a spiegare l’enorme impatto avuto dalla prima fotografia della Terra scattata dallo spazio nel 1967. La fotografia del tramonto su Marte non è altrettanto potente, ma per certi versi è più inquietante: come il perturbante freudiano – i sogni e gli automi – ci mette di fronte a una familiarità non familiare, quello che Timothy Morton ha chiamato con una bella espressione “lo strano straniero”. In un certo senso mi ricorda le sagome umane impresse sui muri di Hiroshima, per l’assenza di umanità nell’occhio che le ha fotografate, il loro somigliare a negativi fotografici. Anche il tramonto marziano è la traccia di qualcosa che non c’è più: Spirit ha inviato il suo ultimo segnale alla Terra nel marzo 2010. Non è suggestivo pensare che questo tramonto sia il residuo di un passato reso significativo da uno dei tanti futuri possibili – quello in cui l’uomo vedrà con i propri occhi i tramonti di Marte – che forse non si realizzerà mai?

  • Monsters come in many forms

    Si parlerà di 10 Cloverfield Lane per tanti motivi – l’uso riuscito del colpo di scena, il rapporto con il film del 2008, la solita mano di Abrams in tutto quello che tocca. A me ha colpito questo (attenzione, spoiler!): il fatto che John Goodwin sia psicotico e al contempo abbia ragione riguardo allo stato della realtà ha una certa rilevanza culturale. In primo luogo perché, se 10 Cloverfield Lane è un film sulla fabbricazione narrativa del reale, allora il suo senso ultimo è che non c’è più distanza tra la realtà e la sua narrazione: l’opposto di quello che capitava in The Village (quello dichiaratamente un film sulla produzione narrativa del reale per fini politici, oltre che una bellissima metafora psicologica) dove al di fuori della foresta c’era la vita di tutti i giorni. E poi perché ha un corollario inquietante: anche se riesci a scappare dal bunker ti troverai in un bunker più grande dal quale non si può scappare – grande quanto la Terra intera, in effetti. Qui i riferimenti si sprecano, dall’Area X che fuoriesce dai propri confini e ingloba tutto il mondo all’assenza di un altrove nella filosofia di Timothy Morton. Nelle forme più disparate (in 10 Cloverfield Lane con il solito remix vintage semiserio) l’arte di questi anni sembra riflettere su questo punto ancora e ancora.

  • Il paradigma di Anakin: perché The Force Awakens non è abbastanza

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    Quanto detto da George Lucas riguardo a The Force Awakens rispecchia le impressioni che ho avuto uscito dal cinema e che ho scoperto essere abbastanza condivise: il nuovo capitolo della saga di Star Wars è un film vintage e citazionista, che non aggiunge nulla di nuovo alla storia e perde l’occasione di essere autenticamente contemporaneo. Da Abrams un po’ si poteva aspettarselo (il perché lo spiega Alessandro Romeo), ma c’è un punto che mi sembra valga la pena di sottolineare.

    Il postmoderno cacciato dalla porta rientra sempre dalla finestra: viene dato per morto qualche decina di volta l’anno e tutti i best seller culturali ne sono infarciti. Quando Lucas dice che The Force Awakens è un film per fan vuole dire che è un meta-film, inessenziale o addirittura incomprensibile se non si conosce l’universo interno a Star Wars. Un film il cui senso sta nella riflessione sul proprio mondo interno come un quadro concettuale ha senso non in sé ma in relazione al mondo interno all’arte contemporanea. 

    Non sono un grande conoscitore della saga, ma parlando del film con mio fratello mi è venuta un’idea. Mio fratello sostiene che il personaggio centrale di Star Wars, quello che ne giustifica l’esistenza, sia Anakin, la cui evoluzione da buono a cattivo a buono-in-extremis (da Jedi a Sith a riequilibratore della forza, come dice la profezia) è il filo narrativo su cui si snodano la trilogia originale e i tre prequel. Dall’episodio VII in poi Anakin, morto alla fine del VI, non è più presente.

    Allora vorrei proporre questa lettura: diciamo che Anakin rappresenta nell’universo di Star Wars la Natura, l’originale, l’atto creativo spontaneo nato dalla mente di George Lucas quasi quarant’anni fa. The Force Awakens rappresenta quindi letteralmente “ciò che viene dopo la fine della Natura” secondo la celebre definizione di postmoderno data da Fredric Jameson. 

    L’episodio VII si scontra con il problema originale del postmoderno, il sospetto mai sopito che suscita la copia rispetto all’originale e la mancanza di slancio vitale (leggi l’eccessivo intellettualismo) che ne consegue. Nel suo tentativo di rimuovere la Natura dal discorso e di far prevalere l’interpretazione sulla tradizione, il postmoderno è entrato ormai da decenni in un duplice scacco: una base solida di realtà “inemendabile” (Ferraris) rimane e la tradizione platonica che vede il noumeno (la cosa in sé) primeggiare rispetto al fenomeno (la sua rappresentazione) rimane viva anche nei tempi dei social media.

    Il risultato è una generale perdita di potenza narrativa: Anakin mozza la mano di Luke in una scena forte e cupa, mentre l’uccisione di Han Solo da parte di Kylo Ren è prevedibile e quasi parodistica; l’unico vero momento di pathos del film, la distruzione dei pianeti della Repubblica per mezzo di Starkiller, è relegato in secondo piano; Han e Leia anziani sono, per essere gentili, un po’ tristi. Al netto della fascinazione contemporanea per la domanda “cosa viene dopo?” (vedi Pulp Fiction, Jennifer Egan, Boyhood) il meccanismo narrativo non è all’altezza dei precedenti film della saga.

    Viene da chiedersi cosa sia successo al postmoderno dagli anni 70 a oggi, come sia iniziato il processo degenerativo di formalizzazione manieristica che ha portato un movimento culturale vitale alla sfiducia nei confronti del futuro (vintage) e all’autoreferenzialità estrema (hipsterismo). L’aspetto peggiore è forse che The Force Awakens non è un film terribile, ha anche buoni pregi: semplicemente la sua proposta culturale, visti i tempi che corrono, non è abbastanza. 

  • I migliori libri (che ho letto nel) 2015

    Faccio sempre fatica a rispondere alla domanda “Quali sono i libri migliori dell’anno?” perché la risposta presupporrebbe una conoscenza enciclopedica dei libri pubblicati in quell’anno e un eccesso di oggettività che andrà bene per le riviste ma ha poco a che vedere con la mia idea di critica letteraria. Le liste compilate da persone di cui mi interessa l’opinione invece mi piacciono anche se non stanno necessariamente sul pezzo. Quindi ho deciso di rispondere alla domanda “Quali sono i migliori libri che hai letto quest’anno?” dividendoli in categorie.

    Libri pubblicati nel 2015

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    Quest’anno Einaudi ha pubblicato in Italia la Trilogia dell’Area X di Jeff VanderMeer di cui ho scritto abbondantemente qui e qui. Mi ripeto in una riga: si tratta di un interessantissimo lavoro di derivazione lovecraftiana che sarebbe piaciuto a Roland Barthes per il discorso sul venir meno del processo di significazione nel mondo contemporaneo.

    Sottomissione di Michel Houellebecq, un libro che nelle Top 10 italiane per qualche motivo compare pochissimo. Vero, per larghi tratti è una bozza di romanzo più che un romanzo vero e proprio e lo stile ne risente. Ma a volte mi sembra che si dia Houllebecq per scontato: condensare in 160 pagine un racconto genuinamente inquietante, una lucidissima analisi politica, un discorso letterario complesso e una trama avvincente richiede un talento enorme.

    Al contrario esatto di Houellebecq, Nel mondo a venire di Ben Lerner, pubblicato da Sellerio, ha messo quasi tutti d’accordo. Giustamente: si tratta del lavoro che porta a maturazione l’autofiction come genere letterario e lo sgancia dal problema della realtà (per farlo ci voleva un poeta).

    Marilynne Robinson ha pubblicato l’ultimo capitolo della sua trilogia di Gilead iniziata nel 2004: ho letto Lila nel 2014, ma visto che Einaudi l’ha tradotto quest’anno il libro rientra di diritto nella lista. Robinson è una scrittrice religiosa e nella letteratura contempornea è molto raro imbattersi in una prosa spirituale e paziente come la sua. Leggerla fa bene all’anima.

    Sempre sul versante mistico-spirituale, Il libro delle cose nuove e strane, probabilmente l’ultimo romanzo di Michel Faber, è una riflessione dolorosa sulla fragilità della vita e delle cose che diamo per scontate. Se dalla storia di un prete che evangelizza gli abitanti di un pianeta esterno al sistema solare vi aspettate fantascienza classica non conoscete Faber e probabilmente non avete visto nemmeno Under the skin. Ne ho scritto qui.

    Un piccolo libro pubblicato da Adelphi, Questa vita tuttavia mi pesa molto di Edgardo Franzosini, merita di essere menzionato: è la storia incredibile e triste dello scultore Rembrandt Bugatti e della sua breve vita a Parigi.

    E per concludere Fine missione, la sorprendente raccolta di racconti di Phil Klay, un ex marine appena trentenne, anch’essa in Italia con Einaudi. I racconti di Klay si situano nella tradizione della prosa essenziale di Hemingway e Carver e in qualche modo la stravolgono, demolendo la profondità come concetto letterario e oscurando il senso in una cacofonia di abbreviazioni, sigle e termini tecnici.

    Libri ri-pubblicati nel 2015

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    Minimum fax ha proposto una nuova edizione di Solo il mimo canta al limitare del bosco di Walter Tevis, originariamente pubblicato nel 1980, in Italia nel 1983 e l’ultima volta per Urania nel 2009. Racconta la storia di un futuro dove gli uomini non provano emozioni e i robot intelligenti soffrono ma non riescono a suicidarsi. Tevis è uno scrittore che ami o odi: tutto nella sua poetica tende alla malinconia, al congelamento, a un dolore lieve e sordo. L’idea di un mondo in cui è scomparsa la parola scritta è a mio modo di vedere molto più inquietante di tutti i distopici roghi di libri.

    Esito invece un po’ a mettere tra i “libri” dell’anno L’esegesi di Philip K. Dick, tradotto per la prima volta in italiano da Fanucci. Mi ha divertito vedere la valanga di recensioni che hanno accolto l’usicta di questo lavoro enorme (1200 pagine) e informe (si tratta di una selezione dei quaderni scritti da Dick in un periodo di otto anni, dal 1974 al 1982, l’anno della sua morte), perché il testo è tutt’altro che roba per blog letterari: la cronaca di una visione mistica cristiano-tecnocratica. Però non bisogna essere fan di Dick come me per capire che si tratta di una pubblicazione molto importante.

    Libri pubblicati NON nel 2015

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    Due dei libri fondamentali che ho letto quest’anno non sono stati pubblicati nel 2015 e sono stati scritti da italiani. Sono un romanzo e un saggio. Il romanzo

    è La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro: non ho paura a dire che la vita di Ivo Brandani sta alla nostra epoca come quella di Svevo Cosini sta al modernismo di inizio Novecento. Pecoraro affronta tantissimi temi cruciali (la storia, la fine del concetto di natura, il rapporto tra Oriente e Occidente, il postmoderno, il caso) e lo fa con una scrittura matura, intelligente, profonda. Uno dei migliori romanzi italiani degli ultimi dieci anni.

    Il secondo

    è un saggio di psicanalisi di un autore che non riscuote molte simpatie tra gli intellettuali italiani, Massimo Recalcati: al netto delle critiche per lo più molto superfiiciali sulla figura del suo autore, credo che L’uomo senza inconscio sia un lavoro assolutamente fondamentale per capire le radici del disagio contemporaneo. Con un’analisi originalissima che coniuga psicanalisi post-freudiana, meccanizzazione dei sentimenti e teoria della fine del desiderio, Recalcati ha scritto a mio parere uno dei libri fondamentali della biblioteca del XXI secolo.

    Saggistica post-2000

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    Quest’anno ho letto due saggi di argomento storico. Il primo è Storia culturale del clima di Wolfgang Behringer, pubblicato dal Bollati Boringhieri nel 2013. Si tratta di una carrellata di respiro vertiginosamente ampio della storia del pianeta e dell’umanità dal punto di vista dei cambiamenti climatici, e dunque dell’apporto della geologia e delle scienze della Terra alla storia culturale. Propone una risposta interessante e non scontata a un problema che divide in fazioni contrapposte, quello del global warming.

    Il secondo è Jihad: the trial of political Islam dello storico francese Gilles Kepel. L’ho letto dopo gli eventi di Parigi alla ricerca di un’analisi non banale del fenomeno terrorista e me l’ha fornita: raccontando la storia dell’Islam politico dal 1960 al 2001, Kepel rende chiare le differenze tra Islam (religione) e islamismo (movimento poltico), del quale il terrorismo

    è solo la più estrema delle manifestazioni. Mi ha fatto capire che espressioni come “musulmani moderati”, che usavo per primo, non hanno senso. Inoltre mi ha colpito vedere tanti parallelismi tra l’emergere dell’islamismo come movimento rivoluzionario e giovanile negli anni 60 e i movimenti rivoluzionari giovanili degli anni 60 occidentali, un tema che meriterebbe di essere approfondito.

    In ambito critica letteraria segnalo Memoir: a history di Ben Yagoda: se vi interessa sapere cos’è il memoir, questo genere letterario di cui tutti parlano, da dove viene e quando

    è esplosa la mania contemporanea, la documentatissima analisi di Yagoda

    è il libro che fa per voi.

    Saggistica: un classico

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    L’estate scorsa mentre facevo la coda a Wimbledon ho finalmente letto Tennis di John McPhee, che contiene il classico Levels of the game del 1969. McPhee viene generalmente considerato tra gli iniziatori della saggistica narrativa. I due saggi che compongono questo lavoro seminale sono entrambi bellissimi anche se non vi piace il tennis, e a me il tennis piace molto.    

    Le delusioni

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    Sono due ed entrambi saggi. Dopo anni sono riuscito finalmente a leggere per intero Postmodernismo: ovvero la logica culturale del tardo capitalismo e ho scoperto che Fredric Jameson e io non ci capiamo: un peccato, visto che il postmodernismo

    è uno dei miei argomenti preferiti, lui

    è tra i principali critici letterari viventi e scrive di cose che sulla carta mi piacciono molto, dalla fantascienza al realismo. Purtroppo però

    per quanto impegnio ci metta riesco a cavare davvero poco senso dalle sue frasi involute. Credo che Jameson sia molto intelligente e scriva molto male, da qui la confusione.

    Il secondo è Introduzione al buddismo zen di D.T. Suzuki per motivi parzialmente simili. Sono abituato a considerare, sulla scorta di Jung, Suzuki come l’autorità massima in campo di zen, e non è il primo dei suoi lavori che leggo in italiano o in inglese. Di nuovo, il senso delle frasi di Suzuki mi arriva molto difficoltosamente. A differenza di Jameson bisogna però dire che lo zen

    è un concetto molto difficile da trasmettere intelletualmente, e non per niente la maggioranza dei libri in circolazione scritti da occidentali sono composti di semplici massime ed esercizi, utili da un punto di vista pratico ma poco illuminanti da un punto di vista teorico. Suzuki ha il merito di aver provato quest’opera di traduzione già negli anni 30. Il fatto che da allora l’esperimento non sia stato ritentato forse significa qualcosa.

  • Le serie TV dieci anni dopo Lost

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    Notizia che passerà probabilmente inosservata: sono passati dieci anni dalla prima italiana di Lost (22 marzo 2005 in pay-per-view). Credo che per la mia generazione si sia trattato di un evento importante, di quelli che cambiano un po’ il modo di rapportarsi alla narrazione e quindi la maniera in cui facciamo esperienza del mondo. 

    Eppure spiegare perché non è semplice. C’entra in parte la serializzazione della narrazione non lineare e il fatto che la non-linearità sia stata trasformata forse per la prima volta in un prodotto completamente globale grazie a un uso del flashback e flashforward particolarmente disinvolto nei confronti della successione temporale. Ma non si tratta di un elemento innovativo di per sé. Prendendo a caso qualche esempio dalla storia della letteratura ricordo Orlando di Virginia Woolf (1928, la storia di un solo personaggio raccontata in 500 anni), i viaggi nel tempo di Mattatoio numero 5 di Kurt Vonnegut (1969), la storia di una famiglia raccontata in un solo giorno nel Tristram Shandy di Laurence Sterne (1767) e nell’Ulisse di Joyce (1922), nonché naturalmente Alla ricerca del tempo perduto di Proust (1909-1922). Ma sono solo esempi scelti tra moltissimi: pochi temi sono importanti nella storia dell’arte quanto il tempo e pochi romanzi moderni, da Cervantes in poi, non hanno sperimentato con questa dimensione fondamentale dell’esistenza umana.

    Una chiave di lettura forse più proficua è quella tecnologica: in versione originale Lost ha visto la luce nel 2004, lo stesso anno di Facebook. Twitter sarebbe arrivato due anni dopo. Allo stesso tempo internet come strumento quotidiano di conoscenza e condivisione ha cominciato ad affermarsi nei primi anni Duemila. Da questo punto di vista Lost, capostipite delle moderne serie TV, avrebbe rappresentato una versione della narrazione reticolare di cui avremmo cominciato a fare esperienza in quegli stessi anni navigando tra Myspace e Wikipedia (ne parlava, ad esempio, Alessandro Romeo qui).

    Cosa è cambiato dieci anni dopo? Mi limito a sottolineare alcuni punti che mi sembrano interessanti.

    A) Al modello di Lost, dove la libertà narrativa corrispondeva alla possibilità di far accadere di tutto, se n’è affiancato un altro, incarnato al suo meglio da Mad Men: ricostruzione storica, attenzione maniacale per i dettagli, sceneggiatura di altissimo livello, credibilità su tutto il fronte. Se i modelli di Lost erano Lovecraft e la fantascienza anni settanta quelli di Mad Men (2007) sono Richard Yates e Philip Roth. Lost sta al postmoderno come Mad Men sta al realismo (senza ovviamente che il primo sia completamente postmoderno o il secondo completamente realista). Gran parte delle serie TV successive al 2007, compresi cult come Breaking Bad, si situano in un punto di quel continuum.

    B) L’incremento della produzione di serie TV ha avuto diverse conseguenze. Innanzitutto la dispersione del pubblico e di finanziamenti messi sul piatto dalle diverse emittenti televisive, quindi l’interruzione nella produzione di prodotti anche validi e seguiti dal pubblico (un caso su tutti quello che avrebbe dovuto essere l’erede di Lost, Flashforward). In secondo luogo al modello USA si è affiancato quello britannico, che ha dato alla luce prodotti di alta qualità (Misfits, Black Mirror, A Honourable Woman). La conseguenza di questa improvvisa popolarità del genere ha trasformato la serie TV da territorio indie e sperimentale a luogo di colonizzazione hollywoodiana, con l’ingresso nella produzione di registi come Steven Spielberg (Falling Skies) e attori come Dustin Hoffman (Luck).

    C) Recentemente sul mercato si sono mossi soggetti diversi dalle tradizionali emittenti televisive, come Netflix e Amazon, che hanno cambiato un po’ le carte in tavola. Ad esempio la scelta di Netflix di rilasciare tutti gli episodi di House of Cards contemporaneamente mette in discussione il concetto stesso di serialità televisiva, riportando l’attenzione sullo sviluppo della trama piuttosto che su quello dei personaggi (meno libero in quanto maggiormente pianificato in partenza).

    A tutto questo, credo, si è aggiunto il fatto che l’effetto innovativo della narrazione reticolare introdotto da Lost negli anni si sia andato affievolendosi, con il risultato di riportare in primo piano i contenuti rispetto alla forma con cui questi vengono raccontati. Così se da un lato la serie TV come mezzo si è consolidata nel panorama culturale, dall’altro il semplice fatto di saper manipolare in maniera efficace la serialità ha smesso di essere un punto a favore di per sé, condannando molti esperimenti televisivi a derive più o meno tristi. In un certo senso è come se a molte serie TV sia mancato improvvisamente il terreno sotto i piedi.

    Il risultato più visibile di questa evoluzione mi sembra abbastanza chiaro: a sopravvivere e ad affermarsi in un panorama che è andato facendosi via via sempre più popolato sono state le produzioni finanziate da enormi capitali, che hanno riportato al centro un’idea di narrazione più tradizionale per ottenere maggiore audience: serie TV come House of Cards e Game of Thrones ne sono la dimostrazione. Da un certo punto di vista la serie televisiva indipendente, sperimentale e basata su uno storytelling reticolare ha perso, venendo soppiantata da un lato da grandi operazioni di stile hollywoodiano e dall’altra da operazioni raffinatissime dalla struttura più controllata (di nuovo A Honourable Woman). 

    Paradossalmente, delle serie TV nate nella prima fase del mezzo, diciamo entro il 2010, mi sembra che sopravvivano con una certa vitalità due esempi diametralmente opposti: da una parte The Walking Dead, che riesce a mantenersi viva come in formalina grazie a un’opera di distruzione quasi radicale della trama (succede così poco che potrebbe andare avanti per sempre, come una biglia fatta rotolare su una superficie piana in assenza totale di attrito). Dall’altro lato una moderna soap opera come Downton Abbey, che nega i precetti della narrazione reticolare alla Lost con una pervicacia tale da rappresentare un esempio paradossale di ritorno a uno storytelling di tipo ottocentesco, affabulatorio ed emotivo, dove tutto però (posta la sospensione dell’incredulità che un’operazione del genere richiede) funziona alla perfezione, intrecciando con non poca maestria storia individuale, sociale e politica.

    Dieci anni dopo la nascita della moderna serie TV, insomma, il mezzo è diventato né più né meno di uno dei tanti strumenti con cui comunichiamo e raccontiamo storie. Solo oggi forse ha raggiunto la sua maturità, e non ci sono segnali concreti, mi sembra, che ne facciano presagire un declino in tempi brevi. Ma il mondo inaugurato da Lost non esiste più, e per chi ha seguito questa stupefacente ascesa in tempo reale resta un po’ di amaro di bocca, la sensazione di una normalizzazione forse necessaria, ma anche, spesso, un po’ insoddisfacente. 

  • Glasgow e Kensington, centro e periferia nell’impero britannico

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    La brava Sara Marzullo mi ha segnalato che uno scatto del fotografo Dougie Wallace è stato selezionato tra i finalisti del Sony World Photography Awards, l’importante premio annuale organizzato dalla World Photography Organisation. Ne ha parlato anche il Post in questo articolo.

    La fotografia di Wallace è stata scattata a Glasgow e fa parte di un progetto intitolato “Glasgow, la seconda città dell’impero” che mette a confronto scatti ottenuti nel quartiere popolare di Calton con altri realizzati nel ricco quartiere di Kensington & Chelsea a Londra. Presentando il progetto, Wallace ha detto che «La differenza di fortuna non è solo nell’aspettativa, ma nei tagli dei vestiti e dei cappotti, negli accessori, nel trucco delle donne, persino nelle loro espressioni, che sono da un lato piene di autostima e arroganti, dall’altro oppresse e malnutrite» (traduzione del Post).

    Sono stato recentemente a Glasgow e ho scritto alcune righe riguardo al rapporto ambiguo che, come molti altri centri nel Regno Unito, intrattiene nei confronti di Londra. Osservando le fotografie di Wallace, originario proprio di Glasgow ma operativo a East London da molti anni, mi chiedo se un’analisi così dicotomica sia realmente possibile nel XXI secolo, in un’epoca in cui i confini della geografia economica di città e di interi paesi è andata facendosi più sfumata.

    Per quanto possa sembrare strano per noi eruopei, però, la risposta è che sì: davvero nel Regno Unito è ancora possibile contrapporre la “oppressa e malnutrita” Claton e la “arrogante” Kensington. Questo resta in fin dei conti ancora un paese profondamente diviso in classi sociali, dove anzi la divisione in classi non viene percepita come un problema da risolvere ma come una natruale stratificazione del corpo sociale. Forse è anche per questo che a Londra non esistono ghetti ma blocks di case popolari si alternano senza soluzione di continuità a isolati residenziali: perchè l’essere ricchi o poveri non è una condizione permanente ma nemmeno una vergogna da nascondere alla vista. Questo paese è rimasto essenzialmente vittoriano nel suo senso acuto per la carità sociale, la tolleranza paternalistica e l’ipocrisia di classe.

    Glasow è davvero in un certo senso la seconda città dell’impero, situata geograficamente all’estremo opposto dell’isola rispetto alla capitale, anch’essa un tempo industriale e benestante. Tuttavia, per quanto il lavoro di Wallace dica davvero qualcosa sul Regno Unito di oggi (almeno quanto il bellissimo progetto “Belgravia 1979-1981” di Karen Knorr, oggi esposto in una sala dedicata della Tate Britain, diceva sul Regno Unito di Margaret Thatcher), mi resta il sospetto che la vera realtà del paese non stia in questi due esempi comunque illustri. Al contrario andrebbe forse cercata in tutti quei centri nel mezzo, geografico e sociale, che compongono quella campagna apparentemente amorfa che si vede dai finestrini del treno quando si percorre il tratto London Euston – Glasgow Central. 

    Quella è la storia delle Manchester e Liverpool, Bristol e Birmingham e degli infiniti centri minori che hanno dato tanto alla storia recente di questo paese in termini di cultura, arte, musica e sport. Ma come giustamente il titolo del progetto di Wallace sottolinea questa è la storia di una nazione moderna, non la storia di un impero.

    (Fotografia: © Dougie Wallace)

  • Perdersi in Turner, perdere Turner

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    Nell’estate del 2001 sono venuto a Londra per la prima volta nella mia vita adulta. Ero con un viaggio organizzato sul genere vacanza-studio con base a Chester e la visita della capitale faceva parte del nostro programma di apprendimento della lingua e della cultura inglese.

    Dopo la mattina passata a visitare Westminster il proposito dei nostri accompagnatori era portarci a visitare il museo delle cere Madame Tussauds, ma fortunatamente si poteva esercitare
    un’opzione di opt-out a patto di proporre un’altra destinazione di
    interesse culturale. Io avevo deciso di andare a visitare la Tate
    Modern. Nessuno aveva voluto venire con me ma la richiesta era stata
    accettata. Dunque mi ero ritrovato a sedici anni da solo nel cuore di
    Londra.

    Non la faccio lunga, il punto è che ho un pessimo senso
    dell’orientamento e all’epoca avevo una pessima conoscenza della città,
    quindi per un errore di calcolo mi ero ritrovato alla Tate Britain
    invece che alla Tate Modern. Era troppo tardi per tornare sui miei
    passi, quindi mi ero rassegnato a dedicare un paio d’ore all’arte
    britannica degli ultimi cinque secoli piuttosto che all’arte
    contemporanea internazionale.

    Ero rimasto a vagare per le sale
    piuttosto annoiato, oltrepassando senza molto interesse i vari pittori
    rinascimentali e secenteschi, perdendomi nelle grandi sale monumentali.
    Ero finito nell’area dedicata a Turner completamente per caso.

    Senza
    che me ne accorgessi quella pittura mi aveva risucchiato. Suppongo che
    allora la collezione dovesse essere stata organizzata in maniera
    grossomodo cronologica, perché ricordo bene la sensazione di vedere quei
    panorami tradizionali e definiti a tinte scure lasciare
    progressivamente il posto a vedute sempre più astratte e sfumate e al
    contempo sempre più chiare. Era come se una luce fortissima fosse
    esplosa dietro quello che l’occhio del pittore poteva vedere,
    illuminandolo e sgretolandolo. Alla luce di questo bagliore la realtà si
    faceva vaga, incerta, inafferrabile. Traboccante di una magia
    misteriosa e vagamente inquietante. 

    Quel giorno mi ero perso così
    profondamente nell’opera di Turner da dimenticare me stesso, come se
    fossi stato soggetto allo stesso processo di decomposizione della
    realtà. Ero arrivato in ritardo all’appuntamento con il pullman,
    consapevole di essere passato attraverso un’esperienza estetica non
    comune.

    Quindici anni dopo quel giorno, dopo due anni passati a
    Londra, sono tornato alla Tate Britain per la prima volta. Con curiosità
    e una certa trepidazione mi sono diretto alla sezione dedicata a
    Turner. E quello che ho trovato mi ha deluso.

    I quadri più
    astratti sembravano essere scomparsi. La collezione era stata
    organizzata secondo criteri più razionali ed esplicativi, corredata di
    grandi tavole che spiegavano il rapporto di Turner con lo studio
    pittorico, il panorama, il proprio ambiente artistico e l’opera di
    Constable. Ho visto quadri belli e altri meno belli, ma non ho ritrovato
    niente di quella magia.

    La collezione Turner della Tate Britain è
    stata cambiata? Spostata, riorganizzata? Ripensata magari in relazione
    al successo del recente film di
    Mike Leigh? Non ne ho idea. Sono passati molti anni e può benissimo
    darsi che i quadri siano esattamente gli stessi, disposti esattamente
    nella stessa maniera, e che ad essere cambiata sia la mia sensibilità.

    Così
    ho passato il resto del mio tempo al museo visitando le altre sale,
    ammirando David Hockney, L.S. Lowry e naturalmente Francis Bacon. Ho
    scoperto un quadro di
    John Everett Millais molto bello e sensuale che non conoscevo e ha
    rapito la mia attenzione a lungo. Ma la cosa più strana è che mentre
    camminavo per le sale, senza pensare minimamente a Turner, i suoi quadri
    minori disordinatamente disposti nel museo in diverse sale mi balzavano
    agli occhi con una potenza inarrestabile. Potevo vederli a decine di
    metri di distanza, il bagliore di quella luce mi attraeva a sé con la
    forza che l’intera sezione dedicata alla sua opera mi aveva negato.

    Sono
    rimasto a camminare per le sale un paio d’ore, cercando altri Turner e
    non trovandoli. Mi è venuto in mente che forse Turner è uno di quegli
    artisti che non puoi trovare che per caso, e che se lo cerchi si ritrae
    al tuo sguardo. O che almeno per me funziona così.

  • Critica letteraria, note a margine

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    Alcuni giorni fa Giulio D’Antona ha pubblicato sul suo blog un interessante articolo sul destino della critica letteraria, che sembra essersi appiattita alla dimensione del consiglio di lettura quando non dell’encomio. L’articolo ha generato un certo dibattito ricevendo risposte interessanti, a dimostrazione, mi pare, del fatto che il tema è sentito tra gli operatori del settore. Di seguito alcuni spunti di riflessione.

    Un contesto editoriale sano

    «La critica», scrive Giulio D’Antona, «non è un favore e nemmeno un consiglio di lettura. È un’analisi severa […] del testo, del suo autore e delle sue potenzialità». A supporto di questa tesi più che condivisibile porta alcuni esempi tratti dal panorama letterario statunitense, come il dibattito sul Cardellino di Donna Tartt o gli articoli di David Foster Wallace su John Updike. 

    In America, però, questi esempi sono resi possibili dall’esistenza di un contesto letterario solido all’interno del quale la critica occupa un posto pubblicamente riconosciuto. Questo significa molte cose. Ad esempio un’editoria tutto sommato vitale, il riconoscimento economico della professione letteraria, l’esistenza di spazi dedicati alla critica, la presenza di un pubblico interessato a leggere le recensioni. 

    Purtroppo in Italia mancano quasi tutti questi aspetti, in parte per cause contingenti (la crisi economica), in parte per cause strutturali (il mercato della lingua inglese è incomparabilmente più solido di quello della lingua italiana per ragioni di numeri), in parte a causa della cattiva gestione da parte dei professionisti dell’editoria del cambiamento che ha investito il settore negli ultimi anni. 

    Non puoi fare una critica letteraria severa e puntuale se non c’è una rivista che ti paghi per farla, uno spazio dedicato, un pubblico disposto a leggerla e un’editoria abbastanza solida e trasparente da considerare l’eventuale stroncatura come un incentivo a migliorare.

    Professionisti?

    Gli esempi citati da Giulio D’Antona riguardano veri pesi massimi del sistema letterario americano, Hemingway e Foster Wallace, il New Yorker e la Paris Review. Se in Italia il discorso critico ha ancora una sua vitalità questo si deve all’iniziativa dei singoli o a realtà piccole, indipendenti e quindi, nella maggior parte dei casi, poco solide. 

    Mi sembra sotto gli occhi di tutti che i grandi quotidiani e le grandi riviste, quelle che dovrebbero essere i baluardi culturali del paese, hanno abdicato al proprio ruolo da anni. Nella stragrande maggioranza dei casi le pagine culturali dei quotidiani non aggiungono niente al discorso critico. Al contrario, sono le prime responsabili di quella tendenza alla celebrazione evidenziata dall’articolo di Giulio D’Antona.

    D’altra parte le piccole realtà non hanno la stabilità necessaria per attraversare indenni momenti di crisi e proporre sfide difficili da sostenere anche economicamente. Molte delle migliori riviste culturali sono in perdita. Cosa ce ne facciamo di realtà bellissime che chiudono i battenti dopo un anno, come Pagina 99? Questa frammentazione non rischia di disperdere le già esigue energie della critica?

     Il ruolo del web

    Generalmente viene dato per scontato che il web abbia messo in crisi il principio d’autorità, ma solo in Italia questo ha comportato conseguenze tanto catastrofiche. Nel Regno Unito, dove vivo, nessuno si sognerebbe di pensare che un articolo del Guardian è uguale al post di un blog. 

    Al contrario i quotidiani italiani si sono appropriati del copia-incolla e hanno smesso di verificare le fonti, come nel caso delle vignette rubate dal Corriere o del paradossale profluvio di false lettere di Elena Ferrante di questi giorni. Quello che è andato a farsi benedire sono gli standard di qualità e professionalità dei prodotti editoriali.

    Per la critica letteraria il web potrebbe essere (e spesso è) uno strumento eccellente di dibattito e divulgazione di nuove idee. Dovrebbe servire ai critici di talento per trovare uno spazio nel discorso culturale del paese, non alle grandi istituzioni culturali per giustificare la propria inefficienza. 

    La guerra lampo degli uffici stampa

    Con il venire meno di un principio d’autorità condiviso è facile cadere nell’errore che l’opinione dominante sui social network corrisponda alla verità. Da questo punto di vista un tweet di un critico letterario pesa di meno di molti tweet di perfetti sconosciuti. Andate sul profilo Twitter di un qualsiasi editore e scoprirete che prolifera di retweet di persone comuni che postano foto di sé stessi con in mano un libro pubblicato dall’editore. 

    Per quale motivo un ufficio stampa dovrebbe retwittare la stroncatura di un proprio libro da parte di un influente critico quando può retwittare gli elogi di decine di lettori?

    In un normale equilibrio di poteri del tipo di quello immaginato da Giulio D’Antona gli uffici stampa non dovrebbero essere i primi attori del discorso intorno al libro. Nella realtà l’unico caso letterario ad aver conquistato la copertina dei quotidiani negli ultimi mesi è il mistero intorno all’identità di Elena Ferrante e l’opportunità o meno di candidare il suo romanzo al Premio Strega.

    Amici di amici

    Un punto sottolineato da Giulio D’Antona e altri è il fatto che il mondo letterario italiano è molto circoscritto: chiunque ne faccia parte conosce personalmente molti dei suoi appartenenti. Quelli che non conosce sono amici di amici. 

    Difficilmente a uno scrittore piace ricevere la stroncatura di un amico o a un editore piace sentir parlare male dei suoi libri dalla persona a cui scrive email dopo il lavoro. Quand’anche non agiscano queste dinamiche, il favore personale resta il principale metodo di avanzamento di carriera in Italia. 

    Purtroppo però questo non riguarda solo l’editoria e non è certo un problema che possa essere risolto a forza di post sui blog.

    (Nella foto: Roland Barthes)

  • Broadchurch

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    Ho un rapporto ambiguo con Broadchurch, la serie televisiva britannica prodotta da ITV a partire dallo scorso anno: guardandola qualcosa mi infastidisce, ma non smetto di guardarla. La storia racconta delle indagini relative all’omicidio del quindicenne Danny Latimer, trovato morto su una spiaggia del Dorset. Quest’anno è stata mandata in onda la seconda stagione.

    Da un lato è niente di meno e niente di più di un crime show abbastanza tipico, con i pregi e i difetti dell’industria televisiva britannica in termini di indipendenza della produzione e relativo corto respiro delle trame, che mancano quasi sistematicamente dell’ambizione delle serie americane (anche nei casi migliori, vedi The Honourable Woman). Dall’altro è un ritratto della provincia inglese così struggente che non posso fare a meno di esserne affascinato.

    In questo senso: il detective a capo dell’indagine, lo scozzese Alec Hardy (David Tennant) è malato di cuore e ha alle spalle una carriera di fallimenti. Non fallimenti spettacolari, da antieroe chandleriano. Fallimenti veri: è semplicemente un poliziotto mediocre. La sua partner Ellie Miller (Olivia Colman) è il ritratto dell’amica di famiglia a cui vuoi bene ma di cui profondamente ti vergogni. È sguaiata, pedante, parla a sproposito, si fa travolgere dall’emozione in maniera goffa. Mentre si relazionano tra loro verrebbe voglia di guardare da un’altra parte per l’imbarazzo.

    Lo stesso vale per gli altri personaggi, giornalisti di quotidiani locali che vogliono fare (e non faranno mai) carriera nella stampa nazionale, avvocatesse che credono di essere (e non sono) brillanti, amici di famiglia la cui personalità borderline viene accettata perché il luogo non offre niente di meglio. Ogni volta che guardo Broadchurch mi viene in mente la Pasqua passata a Eastbourne a mangiare fish & chips per assenza di ristoranti propriamente detti. I treni che attraversano le Midlands e sui quali salgono donne con vestiti fuori moda che vanno a Londra per visitare parenti in ospedale e di fronte alla città si sentono fuori posto, a disagio.

    I creatori di Broadchurch sono consapevoli della sensazione che trasmette la serie? All’inizio ero convinto di no, soprattutto per la naturalezza (direi: la spontaneità, come se non ci fossero alternative, altri argomenti di cui parlare o altri linguaggi per parlarne) con cui la provincia viene rappresentata: senza nostalgia e senza avversione. Poi ho scoperto che l’autore della sere è Chris Chibnall, che ha girato Torchwood e puntate del Dottor Who, ha fatto parte di compagnie di teatro sperimentali ed è lo show runner di Law & Order UK. Non proprio uno sconosciuto.

    Chibnall, originario del Lancashire, ha però raccontato di aver ideato Broadchurch durante un periodo in cui viaggiava molto per lavoro e passava poco tempo con la famiglia nella sua casa del Dorset. Dunque non solo è nato in provincia, ma ha scelto di vivere in provincia nonostante gli studi universitari londinesi e i contratti con case di produzione USA. Lo sguardo partecipe che posa sulla provincia che fa da sfondo a Broadchurch è così visibile da essere talvolta quasi fastidioso. Uno sguardo senza lirismo (come accade invece ad esempio in Glue) e senza rabbia. Trasparente fino alla vertigine.

    In Italia Broadchurch va in onda sulla rete televisiva Giallo dal 28 aprile scorso. In America ne hanno fatto un remake, Gracepoint, con protagonista sempre David Tennant ma non Olivia Colman, sostituita dalla ben più avvenente Anna Gunn. La location è la splendida Jurassic Coast nel sud-ovest dell’Inghilterra e la colonna sonora è in gran parte scritta da Ólafur Arnalds.

  • Gentrificazione all’italiana: San Salvario, Torino

    Con il tempo ho scoperto di essere una persona che tende a legarsi ai luoghi, ed è forse per questo che ho vissuto a San Salvario per tutto il tempo che ho vissuto a Torino: otto anni e mezzo, dall’ottobre del 2004 a gennaio 2013. Inizialmente abitavo al confine meridionale, in quella terra di nessuno tra centro città e Lingotto costellata di latterie, con i prezzi degli affitti inspiegabilmente alti e una popolazione anziana tendente alla tristezza e alle passeggiate mattutine con i cani. Tuttavia in corso Dante ci sono rimasto solo un anno (un anno di parquè nel bilocale al piano rialzato, palestra con un nome orientale e condomini diffidenti: dopo diciannove anni passati in un paese ricco e provinciale questa versione polverosa del suburbio parigino è il massimo compromesso che si possa chiedere tra libertà degli spazi cittadini e rassicurante noia della vita in campagna), poi ho conosciuto le persone giuste e mi sono trasferito nel cuore del quartiere. C’è stata una sistemazione di passaggio, luminosa e disperata come tutte le cose che non possono durare, finché mi sono stabilito in quella che sarebbe diventata la mia vera casa torinese in via Sant’Anselmo. Lì sono rimasto, prima con i miei inquilini e poi con la mia ragazza, finché non ho lasciato Torino per Londra. 

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    Sono arrivato a Torino nel corso di un cambiamento epocale per la storia della città, quello innescato dalle Olimpiadi invernali del 2006, e tuttavia ancora nei primi anni della mia permanenza dire che abitavo a San Salvario equivaleva a sentire le persone che avevi invitato a cena declinare la proposta: un quartiere periferico per le distanze ridotte di Torino, e comunque fuori dal centro, con una nomea terribile che al grande vuoto lasciato dalla borghesia che l’aveva abitato dalla metà del XIX secolo alla metà del XX aveva aggiunto lo spaccio di droga negli anni 70 e 80 e poi la massiccia immigrazione dall’Africa e dall’Est europeo, in parte in virtù della vicinanza della stazione di Porta Nuova e in parte per il background già multietnico e multi-religioso del quartiere (due importanti chiese cattoliche, una sinagoga, una moschea e un tempio valdese). Allora la vita della città si svolgeva altrove, soprattutto quella giovanile: ai Murazzi recentemente bonificati, nel quadrato di vie desolanti che circondano l’Università da via Po a piazza Vittorio, se eri abbastanza upper-class da permetterti costi alti per i cocktail e tollerare cravatte e tacchi a spillo al Quadrilatero Romano, già passato per la fase di declino e successivo recupero urbano. I parenti al telefono ti chiedevano “Abiti a San Salvario? Ma non hai paura?”. E questo nonostante la presenza della facoltà di Architettura, la sede della Stampa, il complesso di Torino Esposizioni, la forte presenza associazionistica, diversi musei e due teatri. 

    Questo era il quartiere quando ci sono arrivato: vie buie, due cinema porno (che ci sono ancora), pochi locali, bar arabi, ristoranti peruviani, gente che stazionava a bere birra davanti all’alimentari cinese di via Berthollet, spaccio di hashish a ogni strada (dire “A posto” ai magrebini che ti guardavano negli occhi prima ancora che parlassero era diventato una specie di tic per tutti i residenti sotto i trent’anni), spaccio di cocaina nelle zone più buie e periferiche, retate di polizia abbastanza frequenti, risse, di tanto in tanto qualche accoltellamento. Nel cortile interno della mia casa al 24 di via Belfiore, dove una volta aveva avuto sede un club musicale importante come Hiroshima Mon Amour, c’erano una chiesa evangelica e un club di scambisti. Di fronte c’era il bar di Michele, arabo e frequentato solo da arabi, che vendeva la Moretti ai prezzi più economici della zona, e che ben presto era diventato il nostro luogo di ritrovo. La sera la clientela si ubriacava in maniera molesta e giocava al video poker. Mi sono innamorato del quartiere nel corso di quel primo anno passato in via Belfiore, e fin da subito ho cominciato a costruirci sopra un vero e proprio lifestile: minimale, giovanile, romantico e senza speranze, com’ero io a quei tempi. Eppure i segni del cambiamento c’erano già tutti, e la gentrificazione arrivata di lì a poco era, in realtà, un fenomeno già largamente annunciato.

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    San Salvario è diventato il quartiere più cool di Torino, quello in cui tutti volevano abitare, all’improvviso: nel biennio che ha separato la città dal suo passato a quello che sarà il suo futuro, tra il 2006 e il 2008 mentre tutti quanti, io compreso, eravamo distratti dall’effetto inebriante delle Olimpiadi (i turisti che non c’erano mai stati, le ragazze svedesi alle feste, le occupazioni all’università, Patti Smith che cantava in piazza Castello ribattezzata con italianissimo cattivo gusto “Medal Plaza”), ma anche dall’effetto di cambiamenti più grandi (la crisi economica sarebbe arrivata dopo, ma all’inizio c’era ancora la sensazione di leggerezza dovuta al fatto di scriversi su MySpace con una ragazza delle isole Far Oer, quando il tuo tasso di interazione mediata dal computer era rimasto, fino a poco tempo prima, confinato alla chat e ai forum). Comincia con i locali che aprono clonandosi a vicenda, rumerie che producono altre rumerie e poi vodkerie per generazione imperfetta, e a quel punto diventi consapevole di una serie di segnali che finora avevi ignorato o ingenuamente imputato all’aria bohemien del quartiere: la tua vicina di casa è una pittrice, sotto abita un pianista, la ragazza al bar studia circo, le tue amiche hanno messo una piscina sul terrazzo e per il compleanno ti regalano una custodia di lana per la macchina fotografica cucita a mano o una sedia fatta con fascette comprate in ferramenta. A novembre per le strade arriva Paratissima, l’associazione di cui fai parte comincia a riunirsi sotto casa tua, nella casella della posta trovi lettere degli agenti immobiliari che cercano di convincerti a vendere. A quel punto è già troppo tardi, e quello che amavi del quartiere in cui abiti sta già scomparendo, anche se ci metterà anni per scivolare via del tutto: perdi la speranza a colpi di apericena, di quarantenni radical-chic vestiti di nero, di ragazze indie rock (nel 2007 e 2008) che tinteggiano negozi di vestiti retrò con maglie a righe la domenica mattina, che si trasformeranno di lì a qualche anno (nel 2010 e nel 2011) nei loro fidanzati hypster con barbe e camice a quadri che aprono discoteche e sale prove con lavatrici a gettoni dentro. I tuoi vecchi amici se ne vanno uno a uno, arrivano i tuoi nuovi amici e tu rimani con i dubbi che crescono sempre un po’ di più, finché alla fine cedi e dici basta: non ne puoi più, te ne vai.

    ***

    Dopo otto anni e mezzo non sarei probabilmente rimasto a Torino anche se non fossi partito per Londra, ma anche se fossi rimasto non sarei restato a San Salvario. Tuttavia ora, quando torno sempre troppo fugacemente, senza prestare la necessaria attenzione ai dettagli (sarà probabilmente questa la chiave per comprendere: perdere la visione d’insieme) mi rendo conto di qualcosa: che quella gentrificazione che mi ha mandato via e che ho vissuto tanto male non c’è davvero stata, o almeno non fino in fondo.

    Torno un pomeriggio d’estate e, mentre aspetto un amico in ritardo, faccio un giro per il quartiere. Mi fermo a prendere un caffè in un bar con il bancone metallico pieno di macchie circolari e zuccherose di caffè, dove un uomo con l’orecchino mi fa una battuta che non fa ridere. Esco e vedo gli anziani sulla sedia a rotelle che vengono spinti da badanti rumene, la panetteria ebraica, i negozi di oggetti per la casa che avevo sempre dato per scontati e che ora che vivo a Londra, dove la vendita al dettaglio è in mano alle catene per il 99% dei casi (al  posto della ferramenta qui c’è Rober Dyas), mi sembrano stranamente più autentici; sulla panchina su cui mi siedo ad aspettare, il peruviano con dei baffi da ungherese dell’Ottocento non mi degna di uno sguardo; sarà il Continente che è per sua natura più grigio, caldo, sporco e rumoroso di una città dove la perfezione è elevata a standard, ma tutto mi sembra così povero e decadente da farmi tenerezza; i cinema porno ci sono ancora, e così la gente che si raccoglie a bere intorno all’alimentari cinese, e insomma c’è ancora tutto: i trentenni che si assiepano all’ora dell’aperitivo fuori dai locali non sono un miraggio, ma mi sembrano ora come un elemento mobile in un fondale che non cambia. Non che rimpianga di aver lasciato quel quartiere a cui ormai ho già dato tutto, ma il senso di risentimento che provavo fino a qualche tempo fa sembra affievolirsi fino a sparire.

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    Alla fine capisco che tutta questa lunghissima introduzione è servita per arrivare a una conclusione semplice: e cioè che San Salvario non è Brooklyn e nemmeno Islington, che l’Italia non è l’America ma nemmeno il Regno Unito; facciamo cose, imitiamo modelli di sviluppo, ma non riusciamo a crederci fino in fondo; un quartiere che si gentrifica in Italia (chissà cosa ne pensano a Roma quelli che abitano al Pigneto) non si gentrifica mai fino in fondo, o non lo fa mai con la nettezza che vedi nelle gallerie d’arte e nei panorami post-industriali di Shoreditch, dove gli elementi di scena sono tutti al loro posto e la gente ha davvero l’aria di credere che vivere in un ex quartiere povero diventato ricco sia meglio che vivere in un quartiere che è sempre stato ricco, e che la forma del luogo in cui vivi sia altrettanto importante che la sostanza umana in mezzo alla quale vivi, come se un bell’abito senza nessuno dentro non fosse qualcosa di profondamente inquietante. 

    Il mio amico, quando arriva, mi racconta che da Michele, che continua a esserci, non ci si può più andare: c’è la coda di gente che vuole comprare lì la Moretti perché costa meno. Confusamente, ma anche profondamente, è questo spirito di sopravvivenza, questo rimanere sempre sospesi tra il capitalismo avanzato e l’economia di sussistenza, a cavallo tra la serie A e la serie B dell’Occidente, che se non servirà a salvarci sarà almeno utile nell’aiutarci a non prenderci troppo sul serio, barattando il raggiungimento di un’immagine perfetta con un pericoloso svuotamento di senso. 

Books

La figura umana, Tlon, 2024

Brucia, memoria, Quanti Einaudi, 2022

Essere senza casa, minimum fax, 2020