Nella gabbia di Skinner: social media, pessimismo e falso Sé

Oggi su L’Indiscreto parlo di un argomento che mi sta a cuore partendo da un film problematico ma meno brutto di quanto si sia detto, The Social Dilemma. Guardando il documentario ho pensato a come quando usiamo molte delle più comuni tecnologie stiamo tacitamente acconsentendo a un’idea di essere umano riduttiva se non proprio pessimistica. E come se non bastasse stiamo perdendo la capacità di distinguere tra ciò che è giusto e ciò che è utile. L’articolo parla di gabbie di Skinner, comportamentismo, Jaron Lanier, cibernetica, zombie filosofici, narcisismo, falso Sé.

Scrivere un altro mondo

Da qualche mese seguo con attenzione il lavoro di Matteo Meschiari, soprattuto quello relativo alla scrittura, così ho proposto a Doppiozero di recensire il suo Antropocene fantastico, da poco pubblicato. Lo stavo facendo quando tra le mani mi sono passati altri due libri, Divenire invertebrato (curato da Enrico Monacelli e Massimo Filippi) e, brevemente prima che fosse tempo di consegnare la recensione, TINA – Storie della grande estinzione (curato da Meschiari e Antonio Vena). Così la mia recensione è diventata un essere mutante, che evolveva man mano che leggevo questi libri, e si è trasformata in un breve saggio sullo “scrivere un altro mondo” che mescola un po’ tutto, libri, idee e generi. Si tratta di un pezzo un po’ delirante, come mi ha detto il povero redattore di Doppiozero che mi ha in carico, l’ho anche scritto con qualche linea di febbre, forse per il Covid o forse no, non si sa perché in questo paese non fanno i tamponi e comunque potrebbe essere anche autofiction. Rimane che ho cercato di parlare di tre libri importanti, ciascuno a modo suo, e spero che questo articolo sia anche l’occasione per parlare di tre piccole case editrici, Aguaplano Libri, Ombre Corte e Armillaria, che stanno facendo un ottimo lavoro per cercare di definire la letteratura di domani.

Vita e arte sulla soglia al MAMbo

Questa sera alle 18 italiane tengo una conferenza online al MAMbo, il Museo di Arte Moderna di Bologna, nell’ambito del progetto Nuovo forno del pane. Il tema della talk è “Vita e arte sulla soglia” e cercherò di esplorare la dimensione visuale di Essere senza casa. A invitarmi al partecipare al progetto è stato Paolo Bufalini, che ringrazio. La conferenza è anticipata da una breve intervista che ho tenuto per il programma Breaking Bread di NEU Radio, in cui ho raccontato un po’ su cosa si incentrerà la discussione di stasera.

CdQ: Essere senza casa vince la sezione saggistica

Sono immensamente felice che Essere senza casa abbia vinto la sezione saggistica delle Classifiche di Qualità dell’Indiscreto per il periodo febbraio-ottobre, superando di poco addirittura un mostro sacro come Carlo Rovelli. Quello delle CdQ è un progetto interessantissimo e visionario (quattro volte l’anno 600 grandi lettori votano i migliori libri di autori italiani in quattro macro-categorie, narrativa, saggistica, poesia e fumetto). Un grosso grazie a tutti i giurati e tutte le giurate che l’hanno votato.

Venendo invece ai libri che ho votato io: innanzitutto felicissimo per Valentina Maini (La mischia, Bollati Boringhieri) che ha strameritatamente vinto la sezione narrativa. L’ho già detto, lo ripeto volentieri: Valentina ha scritto un esordio come se ne vedono ogni dieci anni, un libro multiforme, psichedelico, punk, un’opera di ventriloquismo letterario impressionante e soprattutto un libro mosso dalla forza di un desiderio dirompente. Non mi capita quasi mai di rimanere attaccato a un romanzo dalla prima pagina all’ultima senza un solo calo di tensione, insomma in Italia è arrivata una scrittrice meravigliosa, leggete tutti La mischia.

Per la narrativa ho votato anche Elena Giorgiana Mirabelli (Configurazione Tundra, Tunuè) e Demetrio Paolin (Anatomia di un profeta, Voland), autori di due libri impegnativi e raffinatissimi, ognuno a modo suo. Elena ha scritto una distopia/utopia che ho letto come si ascolta un disco di conceptronica degli anni Settanta, sempre disorientati, sempre incerti di dove ci si trova nello spazio straniante in cui si è stati lasciati, un libro su una delle tensioni per me più importanti, quella tra forma e sensualità. Paolin invece ha scritto un libro inevitabilmente doloroso che mescola la storia del suicidio di un bambino con una riflessione sulla vita del profeta Geremia. L’ho votato per due ragioni: la prima è la forma, quasi unica in Italia (come ha scritto Dario De Marco, il libro è forse un esempio più unico che raro di theory-fiction all’italiana) e il secondo è la lingua, perché Paolin fa parte di quella categoria rara di scrittori la cui parola imbevuta di spiritualità (altri nomi: Marlynne Robinson, Chandra Livia Candiani) è una parola in qualche maniera curativa.

Nella saggistica i miei voti sono andati a Valentina Tanni (Memestetica, Nero), che ha scritto il libro che mancava per collegare la storia dell’arte come la si studia a scuola e la si vede nei musei al mondo di internet: non solo è un libro pieno di curiosità interessanti e documentatissimo, ma anche uno di quei testi che ti fanno vedere collegamenti dove prima non li vedevi, quindi che ti aprono mondi. Il secondo voto l’ha preso Bifo Berardi (Fenomenologia della fine, Nero) perché ha scritto la cronaca del Covid che solo lui poteva scrivere, un libro che ibrida i generi, apre moltissimi spunti di riflessione e interroga sulle trasformazioni profonde portate dalla pandemia.

Terzo voto alla Trilogia della catastrofe di Emmanuela Carbé, Jacopo La Forgia e Francesco D’Isa (Effequ), che è un testo mutiforme, in parte narrativa, in parte reportage e in parte saggistica. Il saggio di Francesco nello specifico tocca un aspetto che mi pare assolutamente fondamentale del presente, quello del nostro rapporto con la morte, un tema di cui si parla forse non per caso pochissimo, in realtà non solo in Italia, e mi ha fatto riflettere moltissimo da quando l’ho letto mesi fa.

Essere senza casa su Cicles

Oggi su Cicles Crista Neculai firma una bella recensione a Essere senza casa, scrivendo tra l’altro questa cosa che mi fa particolarmente piacere:

Assumendo a tratti la forma del personal essay e dello storytelling, il saggio dà più l’impressione di una chiacchierata informale e intima, che ci mette subito a nostro agio e, ironicamente, quasi ci fa sentire a casa (ma solo per poi portarci fuori)

Sapere che il libro è riuscito a parlare ai suoi lettori in questa maniera “intima” è una delle cose migliori che possano capitare a un autore.

Essere senza casa su Rumore

Quando avevo vent’anni abitavo in un appartamento davanti alla vecchia sede dell’Hiroshima Mon Amour, facevo la spesa solo al Lidl e ascoltavo quasi solo ciò che all’epoca si chiamava indie rock, Strokes, Bloc Party e via via giù nell’indie nei meandri di Myspace. Scrivevo anche racconti che venivano pubblicati su riviste come Catrame, Frenulo a Mano, Toilet, Eleanor Rigby. Una decina di questi li avevo raccolti in un file che avevo intitolato “Generazione Rumore” da un brandello di conversazione carpito alla Piola di Alfredo (qualcuno che diceva “noi siamo la generazione Rumore” parlando di riviste musicali). Per qualche ragione non ho mai cercato un editore per quella raccolta, chissà perché. Ad ogni modo lo sconosciuto aveva ragione: all’epoca tutti i miei amici avevano una band e tutti, indistintamente, sognavano di essere recensiti su Rumore, tutti tranne me, ovviamente, perché io non suonavo. Qualcuno degli amici del mio gruppo sarebbe stato recensito su Rumore, la maggioranza no, certo all’epoca non avrei potuto immaginare che su Rumore sarebbe finito un mio libro: quindi grazie a Daniele Ferriero che ha un po’ hauntologicamente realizzato il sogno inespresso del ragazzo che ero, paragonando Essere senza casa a Giano Bifronte (ottima immagine) e valutandolo con un bel 77/100, come l’anno in cui è finito il futuro.

Qualche considerazione su Dark

Ho finito di vedere Dark, alcune considerazioni:

  1. Ci ho trovato dentro It (Winden is the new Derry), il “distruttore di mondi” del Bhagavad Gita (vabbè questa era facile), la coazione a ripetere freudiana, la querelle Niezsche vs. Schopenhauer, tramite quest’ultimo il Buddhismo “oscuro”, l’apocalisse gnostica, Keremode (questa non è mia ma un’ottima intuizione di Mario Schiavone), la fisica quantistica (i molti mondi, l’entaglement), David Mitchell, una bella dose di psichedelia nera e citazioni cinematografiche anche opinabili (Guerre Stellari, il Nolan di The Prestige)
  2. C’è un sacco di umorismo involontario, tipo quando Jonas piangendo dice alla madre cose come “ho fatto sesso con mia zia e mio padre morto è il figlio del tuo amante!!!”
  3. Essendo nato e visssuto fino a diciotto anni in un piccolo paese devo dire che poche serie TV rendono l’idea dell’oppressione ricorsiva (ma anche rassiscurante) della vita di paese, in cui il destino individuale è già segnato una volta per tutte e rimarrai per sempre ciò che eri a quindici anni
  4. Incredibile come dieci anni dopo Lost e Il tempo è un bastardo, sei dopo Boyhood (e se vogliamo pure venticinque dopo Pulp Fiction) il tempo, lo scorrere del tempo sulle storie individuali, la giustapposizione di piani temporali diversi produca ancora i migliori prodotti culturali sul mercato
  5. Per questa ragione la stagione migliore per me è la seconda, quella che raggiunge i più alti picchi emotivi sul piano dello sviluppo dei destini personali quando capiamo che tutta la vita (la sofferenza, l’amore e la gioia) non è altro che un errore. La terza è patinata e macchinosa (Emanuela mi faceva giustamente notare come tutte le macchine farraginose che popolano Dark siano una metafora della narrazione in Dark, una tormentosa autoriflessione degli autori sul meccanismo che hanno messo in piedi e che rischia sempre di rivelarsi un’immensa supercazzola). Dark smette di essere “dark” alla fine della prima stagione, quando il senso di oppressione claustrofobica è sostituito dalla visione induista-psichedelica-nicciana dei molti mondi che si ripetono all’infinito
  6. Resta che tenere insieme mistica orientale, fisica quantistica, filosofia e una storia d’amore non era facile e il meccanismo, anche se rischia sempre di crollare a pezzi, regge, traballante ma regge
  7. Nonostante tutta la metafisica quello che fa veramente andare avandi Dark è il sentimento dell’amore adolescenziale che lo pervade, l’idea romantica e tragica di un amore che dura tutta la vita (anzi, tutte le infinite vite) ed è destinato nonostante tutto alla distruzione. In questo Dark non è raffinata e per fortuna perché la carica libidica di un prodotto culturale viene sempre e solo drammaticamente distrutta dalla raffinatezza. Senza il cuore pulsante di questo sguardo adolescenziale sul mondo Dark sarebbe solo fuffa filosofica e sai che palle. Vorrei far notare che questa “anima libidinale” di Dark è in lunghi tratti portata avanti quasi esclusivamente dalla colonna sonora, che con il suo trap tamarro toglie sempre il dubbio che stiamo parlando del sesso degli angeli
  8. Se Dark fosse stata scritta dagli americani invece che dai tedeschi ci saremmo trovati dentro orsi polari, alieni, angeli e fantasmi (pensate a Lost), invece loro vogliono spiegare le cose bene il che salva la situazione. Dal punto di vista dello storytelling la narrazione seriale sembra sempre la prima stesura di un romanzo prima dell’editing ma insomma, poteva andare peggio
  9. Nonostante le lungaggini e le incoerenze credo che sarà una di quelle serie TV che rimarranno nel tempo e ancora in futuro diranno qualcosa dei nostri tempi, di sicuro io ci ho pensato tanto e continuerò a pensarci, credo.

Essere senza casa su Stanza 251

Su Stanza 251 Stefano Loria propone una bellissima lettura di Essere senza casa, che definisce (credo molto appopriatamente) un “libro-prisma” “caleidoscopico” identificando con estrema accuratezza (quando si dice che il critico è lo psicanalista dello scrittore) le due emozioni che mi hanno attraversato nello scriverlo: l’esaltazione associativa e l’ansia, sopratutto l’ansia heideggeriana che mi accompagna un po’ da sempre, quella del senso:

Essere senza casa propone una brillante ed accurata cartografia di temi culturali oggi fondamentali, ma al tempo stesso conserva all’interno della sua fitta trama concettuale un nucleo radiante di ansia, poiché insegue – dentro i rischi di dominio delle reti di comunicazione sociale, negli scenari politici in agguato, nella consapevolezza che il progresso scientifico potrà modificare la nozione stessa di essere umano – la grande fatica di dare un senso al mondo