Libri

Essere senza casa / minimum fax / 2020

89317435_10216852914136810_507994176126713856_n Viviamo in tempi strani. Il nostro mondo è scosso da ondate di populismo e pandemie, proiettato in un futuro fantascientifico di automazione e apocalisse climatica: sembra, insomma, essere sfuggito al controllo. Nel primo decennio del XXI secolo, senza davvero accorgercene, siamo entrati compiutamente nell’epoca ipermoderna, un’era fatta di accelerazione vertiginosa e orizzonti postumani in cui i contorni della realtà sono mutati troppo rapidamente perché potessimo stare al passo.
Dalla Brexit al riscaldamento globale, dalle migrazioni di massa al terrorismo, l’intima stranezza dell’ipermodernità ci parla di un progressivo indebolirsi del senso di casa come luogo protetto dalle minacce dell’esterno. Oggi viviamo una crisi dell’abitare reale e metaforica, siamo esposti all’azione del capitalismo digitale e messi a continuo confronto con universi alieni in cui i significati umani smettono di esistere. È su questa soglia tra umano e macchina, umano e animale, vita e non-vita, interno ed esterno, che prolifera la stranezza dei nostri tempi.
Mescolando personal essay e critica culturale, attraversando la Londra post-Brexit e i territori dell’Antropocene e spaziando tra letteratura, arte e storytelling politico, Essere senza casa estende il discorso iniziato da Mark Fisher in The Weird and the Eerie per riflettere sul significato di vivere in tempi strani. Il punto di partenza è la consapevolezza che l’unico modo per abbracciare la stranezza del presente, la weirdness dentro e fuori di noi, sia quello di comprenderne il significato storico, psicologico e culturale.

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Jennifer Egan / Doppiozero Books / 2016

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Anche se deve il suo successo italiano alla fortunata traduzione per minimum fax de Il tempo è un bastardo, il romanzo con cui nel 2011 ha vinto il Premio Pulizer per la narrativa, Jennifer Egan è fin dalla metà degli anni Novanta una delle voci più brillanti e innovative della prosa statunitense. Cresciuta nella California della rivoluzione informatica e maturata come scrittrice nella New York di Paul Auster, condivide con la generazione dei burned children of America (da David Foster Wallace a Jonathan Lethem, da Jonathan Franzen a William T. Vollman) lo stesso bisogno di superare l’impasse in cui il romanzo americano postmoderno è entrato dopo le grandi narrazioni di fine millennio come Pastorale americana di Philip Roth o Underworld di Don DeLillo. Attraverso una scrittura che mescola generi diversi, dalla spy story alla sperimentazione avanguardistica, nel corso della sua opera Jennifer Egan ha continuato a interrogarsi su una domanda: come fare a sopravvivere a un mondo che ha negato il concetto stesso di autenticità e il cui orizzonte ultimo è la dissoluzione del Sé nel narcisismo delle immagini prodotte dalla tecnologia. In questo modo i suoi romanzi e racconti sono diventati un grande affresco dell’Occidente nel primo decennio della propria crisi: un unico grande racconto che con rara potenza espressiva ci accompagna tra le ramificazioni caleidoscopiche del nostro mondo iperconesso, dove niente è ciò che sembra e dove, paradossalmente, una nuova verità è possibile proprio quando abbiamo rinunciato per sempre all’idea di una verità.

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