• Loney e la Morecambe Bay

    Qualche giorno fa parlavo su Satisfiction di Loney, il bel romanzo d’esordio di A.M. Hurley. Un giorno o l’altro questa costa industriale dell’Inghilterra dovrò decidermi a camminarla, magari seguendo le tracce di Sebald (Gli anelli di Saturno). Intanto la pagina di Wikipedia dedicata alla Morecambe Bay rende abbastanza bene l’idea delle atmosfere che si respirano nel romanzo di Hurley (foto in basso a destra), e così anche queste altre immagini trovate su geograph.co.uk:

     

  • Kew Gardens

    In un famoso racconto del 1919 Virginia Woolf utilizza la lingua per dipingere un quadro post-impressionista dei Kew Gardens: macchie di colore e linee di movimento in cui si mescolano vicende umane, animali e vegetali. Coerentemente con questa origine pittorica, la prima edizione del racconto è illustrata da Vanessa Bell, mentre le copertine sono di Roger Fry e del suo Omega Workshops.

    Dei Kew Gardens ho avuto un’impressione molto diversa, a colpirmi è stata soprattutto la magnificenza della natura che prende possesso delle grandi strutture vittoriane. Ma il senso pittorico del luogo è fortissimo, ed è facile immaginare come Virginia, che frequentava i giardini (nel 1926 ci era stata con Vita Sackeville-West, e una scena di Orlando è ambientata ai Kew), ci vedesse un quadro secondo i canoni avanguardistici dell’epoca. La qualità del lavoro paesaggistico è così alta e costante che pressoché qualsiasi fotografia scattata ai giardini risulta in una composizione armonica (fotografie mie):

     

  • Nella vita degli altri

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    Oggi su Prismo parlo di un tema dalle potenzialità infinite: cosa succede quando la tecnica ci permette di entrare nella mente di un altro. Il tour parte da Wolfenstein 3D e arriva alle GoPro passando per il porno POV e The Blair Witch Project. Questo è il primo capitolo di un discorso più ampio che dovrebbe toccare, prima o poi, anche realtà virtuale, neuroscienze e meditazione: magari un giorno ci arriveremo. Per ora vediamo cosa c’è dietro, per dire, ad Hardcore Henry.

    (Fonte immagine: lockedcog.com)

  • Satin Island e il G8 di Genova

    Satin Island non è il migliore dei romanzi di Tom McCarthy, ma ci sono almeno due momenti in cui nonostante tutto (nonostante non sia un romanzo: come mai da questa idea non è uscito un saggio?) è abbastanza forte da toccare le vette di C o di Reminder. Il primo è il discorso sul Grande Rapporto, di cui si può leggere estensivamente in questo stupendo articolo scritto per il Guardian. Il secondo è la scena ambientata al G8 di Genova, a metà strada tra Kafka e Ballet Mécanique o il Bolaño di Stella distante e le 120 giornate di Sodoma. Eccone un estratto:

     

    What we did for the next couple of hours, said Madison, is that he made me strike up and hold certain postures. Postures? I asked. Postures, she repeated; like a fashion shoot. I had to turn one way, then another, then to bend, then hold my arms up, stick my leg out, things like that. This man told me exactly what to do; he was really precise. From time to time, if I didn’t have the posture quite right, he would raise the prod, to threaten me; once, when I let my arms fall to my side since I was too tired to keep them raised like he’d instructed me, he zapped me again; after that I kept them up, tired or not. And all the while, while forcing me into these shapes, he was consulting with and nudging at this other thing. What other thing? I asked. The gizmo-thing, she said; this modulator or detector. It had a small screen on it, that had lines running across it: wave-lines, like you might get on earthquake-predicting machines, or on those other ones that show stock-market prices as they fluctuate. He’d look at the screen, then look at me, and make me shift my arm an inch this way or that way, or rotate my head clockwise a tiny bit, or anticlockwise, or tell me to jut my chin or chest out; then he’d look back at the thing, and turn a knob a little bit, and say something to himself, or to the machine, or to whoever was behind it, on the other end.

    (Nella fotografia: Tom McCarthy nel 2007. Foto di Andrew Gallix)

  • Brian Eno e il tempo

    Ieri sera alla BBC intervistavano Brian Eno, ed è bastata mezzora di domande nemmeno troppo pertinenti (il conduttore di Hardtalk, Stephen Sackur, è una specie di Milena Gabanelli britannica: immaginatevi Biran Eno intervistato dalla Gabanelli) per far capire come mai questo signore quasi settantenne nato in un paese dell’entroterra nel Suffolk sia da cinquant’anni uno dei musicisti più influenti della nostra epoca.

    L’intervista è cominciata con Eno che raccontava il suo background nelle scuole d’arte e di come questa formazione pittorica l’abbia portato a considerare la musica in senso spaziale, da cui l’abbandono dei Roxy Music dovuto al fatto che non considera il suo lavoro una forma di performing art (per non menzionare che, risaputamente, non sa suonare nessuno strumento) e i concetti di ambient e di music landscape. Poi si è spostata sull’autorialità e sul rapporto tra musicista e propria opera, e qui ha raccontato come al cuore del suo lavoro ci sia l’idea di comporre non uno specifico brano musicale ma un set di istruzioni capaci di produrre autonomamente musica: algoritmi che agiscano come il codice genetico di un essere vivente, per capirci. Concludedo questa parte del discorso ha detto che nella sua idea i musicisti dovrebbero trasformarsi in giardinieri e piantare semi per osservarli sbocciare.

    Nella seconda parte ha raccontato come per un ateo il compito più difficile sia accettare che il mondo deriva dagli organismi unicellulari e non da un’intelligenza suprema, e dunque che dalla semplicità deriva la complessità: bottom-up, non top-down (il che, ho pensato, spiega come mai nella sua musica tanto complessa ci siano singole note ripetute o ritornelli di un’immediatezza da hit pop). Interrogato sulla sua collaborazione con Bowie nella produzione della trilogia berlinese, ha risposto sostenendo che una certa sensibilità artistica diffusa in un determinato periodo storico si incarna in quelle che ha definito “figure teatrali”, tra cui appunto Bowie. Circa quindici secondi per istituire un rapporto tra autore e proprio tempo in equilibro molto più sfaccettato della dicotomia indviduo vs. intelligenza collettiva.

    Ma il discorso ha cominciato a farsi davvero interessante quando è arrivato al concetto di tempo, già intuitivamente importante per un compositore di brani che, nell’idea originaria, dovrebbero sapersi autoriprodurre all’infinito. Eno, che fa parte della Long Now Funtation (presieduta da Stuart Brand, quello del Whole Earth Catalog), ha descritto un mondo affascinante in cui la musica prodotta da un singolo individuo può continuare in una scala temporale che trascende la vita umana, secoli e non decenni. E ha mostrato alcune immagini della sua installazione luminosa alla alla Sydney Opera House: proiezioni dall’aspetto organico, simili alle fantasie sulle ali delle farfalle, che si succedono tanto lentamente da rendere il cambiamento impercettibile per l’occhio umano. Di nuovo il centro del discorso è il problema della scala temporale: per vedere le immagini cambiare veramente dovremmo avere una diversa percezione del tempo, altrimenti ci tocca manipolarle con un software per mandare la sequenza in flashforward.

    Questo è esattamente uno dei punti centrali degli iperoggetti secondo la definizione di Timothy Morton: “grandi finitudini” che avvengono in un mondo dove la prospettiva non è più solamente quella umana. Guardandola con il senno di poi, l’opera di Brian Eno conteneva questi concetti (grandi finitudini, algoritmi, modelli organici, capacità di autoreplicazione, intelligenza collettiva) fin dagli esordi della svolta ambient con Discreet Music del 1975.

    L’intervista si è conclusa in una maniera curiosa: Eno ha spiegato il proprio contributo alla produzione di album pop come Viva la vida or death and all his friends dei Coldplay e No line on the horizon degli U2 dicendo di essere «il genere di persona che viene chiamata quando una band vuole andare in posti nuovi.» Mi ha ricordato quello che dice Dale Cooper alla fine di Twin Peaks di fronte all’apertura nella caverna: «I have no idea where this will lead us. But I have a definite feeling it will be a place both wonderful and strange.» Ci sono ottime probabilità che quel posto meraviglioso e strano (e certamente anche inquietante, aggiungo io) sia il nostro futuro.

    (Nell fotografia: un’area dello studio di registrazione di Brian Eno. Fonte Sound On Sound)

  • London Mayor: Sadiq Khan

    sadiq

    Doppiozero mi ha chiesto di raccontare come ho vissuto l’elezione del nuovo sindaco di Londra, Sadiq Kahn. L’ho fatto qui parlando di una piscina del 1906, della moschea più grande d’Europa e di un ristoratore turco che voterebbe Brexit.

  • Twin Peaks, la madre di tutte le serie TV

    Non avevo mai visto Twin Peaks, e siccome tra la fine di The Walking Dead e l’inizio di Game of Thrones mi sono trovato in una no man land di serie TV ho deciso di recuperare: così mi sono accorto che se c’è una madre di tutta la televisione contemporanea quella è proprio il lavoro di Lynch & Frost. Ecco alcuni esempi, anche se sono certo che a pensarci meglio se ne potrebbero trovare molti altri:

    True Detective

    Come Twin Peaks, True Detective è un’indagine sul concetto di Male condotta da un investigatore-filosofo in un territorio di confine tra realtà e sogno. La differenza fondamentale sta nel fatto che Cooper e Rusty sono uno il negativo dell’altro: l’entusiasmo nei confronti della vita vs. il nichilismo. Ma tutta la serie di Pizzolatto è in un certo senso un’inversione di poli rispetto a quella di Lynch, nord vs. sud degli Stati Uniti, realismo gotico vs. mondo onirico  eccetera.

    Mad Men

    La prima cosa che salta all’occhio sono le scenografie, i colori e i costumi, cosa comunque curiosa visto che, in teoria, le due serie raccontano mondi separati da trent’anni di distanza. Ma a guardar meglio l’aspetto per cui Matthew Weiner deve di più a Lynch & Frost sono i dialoghi e in generale la costruzione delle scene: Mad Men è letteralmente piena di micro-eventi surreali che accadono al di sotto della superficie di realismo, l’unica differenza con Twin Peaks è che in Lynch questa superficie è molto più sottile. Per cui non stupisce poi molto scoprire che le due serie TV hanno due registi e alcune location in comune.

    Top of the Lake 

    La miniserie di Jane Campion del 2013 è la prima cosa che mi è venuta in mente mentre sprofondavo nell’universo di Twin Peaks: per la bellezza naturalistica dell’ambientazione, il senso dell’onirico, i lunghi capelli bianchi di GJ che ricordano i lunghi capelli bianchi di Bob. Ma soprattutto perché, come dice il Guardian, entrambi raccontano di “misteri che non possono essere afferrati“. E poi, visto che questo è un mondo di nerd, c’è anche chi ha comparato l’ultimo filmato che ritrae Laura Palmer con l’ultimo filmato di Tui, trovandoci delle somiglianze.

    The Killing 

    Davvero può esistere una serie televisiva che racconta di una ragazza uccisa senza rifarsi al tormentone “Who killed Laura Palmer”? Ovviamente no.

    The Walking Dead

    Gli accenti sono diversi, ma la sintassi della parlata di Eugene ricorda davvero tanto quella di Garland Briggs. E forse non è un caso che Josh McDermitt, l’attore che interpreta Eugene, faccia parte dello sterminato cast della terza stagione di Twin Peaks in uscita nel 2017.

     

  • Charlie Hebdo, la domanda sbagliata

    Ecco cosa mi colpisce dopo aver letto e riletto l’editoriale di Charlie Hebdo  del 30 marzo: nel gennaio 2015, dopo la sparatoria alla sede del settimanale, un coro di critiche aveva accolto l’articolo di Teju Cole pubblicato sul New Yorker in cui lo scrittore statunitense criticava i toni aggressivi dei vignettisti francesi; poco più di un anno dopo capita l’esatto contrario, con Charlie Hebdo accusato di razzismo e l’opinione di Teju Cole – questa volta espressa tramite un post su Facebook – indicata dai progressisti come esempio di pensiero liberale. Tanto Charlie Hebdo che Teju Cole sono rimasti sulle loro posizioni, rispettivamente convinti che la diffusione dell’Islam in Europa comporti una minaccia per i valori laici dell’Occidente e che la demonizzazione della religione musulmana abbia poco a che vedere con questi valori. Vero che nel gennaio 2015 c’era appena stata una strage, e che l’emotività è sempre il fattore principale nel guidare le argomentazioni; ma è anche vero che da allora in Europa ci sono stati altri due attentati terroristici di matrice islamica che hanno ucciso in tutto 160 persone qualunque, non vignettisti militanti impegnati nella lotta senza quartiere contro qualsiasi forma di costrizione della libertà di parola, l’ultimo dei quali solo otto giorni prima della pubblicazione dell’editoriale di Charlie Hebdo. Quindi mi chiedo, c’è una differenza qualitativa tra questi attacchi – gennaio 2015, novembre 2015, marzo 2016 – tale da suscitare reazioni così opposte? Ci siamo assuefatti all’idea della violenza per le strade delle nostre capitali? Ancora più interessante mi sembra il fatto che le posizioni di Cole vengano sostenute oggi sulla base delle stesse ragioni per cui venivano attaccate ieri, cioè la difesa della laicità e del libero pensiero, il che naturalmente è anche il motivo per cui Charlie Hebdo fa quello che fa provocando le critiche dello stesso Cole. Questo mi fa dire che la definizione dei valori dell’Occidente è oggi quantomeno poco condivisa e necessita di essere ripensata dalle fondamenta.

    Non per niente l’editoriale stesso riesce a essere completamente dalla parte del torto e allo stesso tempo a sollevare un punto a mio parere centrale di tutta la questione, l’efficacia operativa delle categorie su cui impostiamo il nostro dialogo interculturale. Dire che il commerciante halal e la donna con l’hijab sono la parte nascosta di un iceberg la cui punta è il terrorismo islamista – e che dunque tutti i musulmani in un modo o nell’altro sono responsabili delle stragi di Parigi e Bruxelles –  è chiaramente sbagliato e pericoloso, e com’è stato fatto notare da più parti assomiglia in maniera inquietante agli argomenti usati per giustificare l’antisemitismo in Europa alla fine del XIX e all’inizio del XX secolo. Ma quando l’autore dell’editoriale scrive che Tariq Ramadan, il professore svizzero che a Oxford insegna che “il secolarismo (…) deve adattarsi al nuovo posto assunto dalla religione in Occidente” è allo stesso tempo “giudice e accusato”, non sta solo mostrando segni di paranoia (non fraintendetemi: sta certamente mostrando segni di paranoia) ma anche sollevando un punto interessante. Il liberalismo occidentale contiene in sé stesso la possibilità della propria negazione, perché crede che tutte le opinioni siano valide e legittimamente sostenibili, inclusa quella che nega il liberalismo occidentale. Il che è come dire: il destino dell’Occidente è un quadro di Escher in cui una mano disegna l’altra che la disegna a sua volta all’infinito, e questo rende l’Occidente stesso vulnerabile. Leggendo Sottomissione di Houellebecq questa sensazione di quieta catastrofe, di uno scenario impossibile che emerge dalle forme del quotidiano, è molto vivida, e molto inquietante. Le bombe esplodono in lontananza mentre gli accademici continuano il loro convegno in  un quartiere residenziale di Parigi: forse è soltanto paranoia ma, a parti invertite, anche le comunità ebraiche mitteleuropee degli anni Trenta non hanno creduto alle reali intenzioni del Reich fin quando non è stato troppo tardi.

    Ovviamente sto esagerando, ma lo faccio per un motivo: per dimostrare che il paragone con gli eventi della seconda guerra mondiale può essere facilmente ribaltato e che tutta questa questione – Charlie Hebdo, il terrorismo islamista, l’Occidente e i suoi valori – è come una di quelle illusioni ottiche in cui ciò che vedi dipende dal punto in cui focalizzi lo sguardo. Un articolo di Adam Shatz sulla London Review of Books sottolinea ulteriormente questo punto raccontando la storia dello scrittore afroamericano James Baldwin che, chiedendo spiegazioni sul pestaggio da parte della polizia di un ‘arabo’ durante una visita in Francia nel 1948, si era sentito rispondere ‘Le noir américain est très évolué, voyons!’: di nuovo una questione di prospettive. L’articolo continua citando il caso della filosofa femminista Elisabeth Badinter, secondo la quale il velo è un segno di sottomissione della donna al punto tale che sarebbe giusto costringere le donne musulmane a farne a meno in nome dell’idea occidentale di emancipazione. In altre parole il sentiero verso la libertà d’espressione dovrebbe passare attraverso il divieto della libertà d’espressione, essendo che alla base del liberalismo occidentale sta anche l’idea che puoi metterti in testa quello che ti pare, un hijab come un cappello da cowboy. E dunque cosa dovremmo dedurne? Che Elisabeth Badinter è razzista? Che nega i valori dell’Occidente nel tentativo esasperato di affermarli? Questo mi sembra un perfetto esempio del paradosso della critica all’etnocentrismo: c’è qualcosa di più etnocentrico di sostenere che la maniera giusta di rapportarsi alle altre culture sia fare a meno dell’etnocentrismo?

    Credo che valga la pena sostenere l’appello fatto da Teju Cole nel suo post di Facebook: leggete l’editoriale di Charlie Hebdo, e leggete anche il post di Cole stesso, e qualsiasi altra cosa riusciate a trovare sull’argomento. E fatevi un’idea vostra, perché sul terreno instabile dell’ideologia Occidentale al tramonto dell’Occidente non ci sono risposte facili, e anche le domande sono quasi sempre quelle sbagliate. Almeno su questo Charlie Hebdo ha sicuramente torto: il punto non è chiedersi come siamo arrivati qui, ma dove andiamo adesso. E a me sembra che per rispondere a questa domanda ci sia ancora molta strada da fare.

    (Immagine: Wikipedia)

  • Gli iperoggetti spiegati in due romanzi: Jeff VanderMeer e Kim Stanley Robinson

    Oggi su Prismo c’è un mio articolo dedicato agli iperoggetti: ne parlo attraverso due romanzi, il solito VanderMeer e Aurora di Kim Stanley Robinson. Quest’ultimo – non ancora tradotto in Italia – contiene tra le altre cose questo bell’adattamento di una famosa poesia di Constantine Cavafy:

    There’s no world, my friend, no
    New seas, no other planets, nowhere to flee –
    You’re tied in a knot you can never undo
    When you realize Earth is a starship too 

    Per capire come mai la narrativa del global warming è tanto importante al giorno d’oggi e come mai non possiamo fare altro che arrenderci, come dice la t-shirt di Timothy Morton nell’immagine qui sopra.

  • Spoiler, un podcast di Querty

    Oggi è uscita la seconda puntata di Spoiler: inchiesta sull’autolesionismo narrativo, un podcast di Querty condotto da Lucia Rinolfi e Matteo Scandolin. Tra gli intervistati, insieme a Fabio Deotto ed Eleonora Caruso, ci sono anche io: parliamo del perché si fanno gli spoiler, da dove viene il concetto che sia sbagliato farli, di come ci comportiamo per evitarli a noi stessi e agli altri. Nelle fotografie qui sotto sono in compagnia di Matteo Scandolin durante la registrazione dell’intervista al Barbican e con Matteo e Lucia a Belsize Park.

Books

La figura umana, Tlon, 2024

Brucia, memoria, Quanti Einaudi, 2022

Essere senza casa, minimum fax, 2020