• FN Mostra il futuro – Futureworld

    Dal 3 al 6 novembre, nell’ambito di Artissima, allo spazio Toolbox di Torino c’è una bella mostra di Pietro Grandi sulle pubblicazioni della controcultura californiana degli anni 60 e 70. L’evento è organizzato da Federico Novaro e io ho scritto l’introduzione al catalogo. Chi si occupa di storia della controcultura sa bene che l’archivio di Pietro è tra i più completi in Italia, e su Federico c’è poco da dire – qualsiasi cosa organizzi è sempre sinonimo di cose belle e dalle quali uscirete sentendovi un po’ meglio di quando siete entrati. Toolbox è uno spazio meraviglioso. A me spiace di vivere tanto lontano, ma se siete a Torino per Artissima vi consiglio davvero di farci un salto. La pagina dell’evento è qui, oppure potete anche iscrivervi all’evento Facebook.

    (Nella foto: The Whole Earth Catalog, marzo 1971)

  • Amanda Knox tra realtà e finzione

    Amanda Knox, il documentario di Netflix che è considerato il miglior racconto finora dei noti fatti di Perugia, mi ha ricordato The Jinx, The Imposter e Gone Girl:  nell’ordine un documentario che racconta una storia troppo incredibile per essere vera, un’opera che ibrida realtà e finzione con risultati disturbanti e un film su come la fiction in cui siamo tutti immersi alteri profondamente la percezione della realtà, posto che siamo troppo narcisisti per non fare di noi stessi l’oggetto di un racconto continuo.

    Il motivo di queste associazioni è fin troppo chiaro: Amanda, nel documentario a lei intitolato, recita, e con lei tutti gli altri attori di quel grande thriller in otto stagioni della mia generazione che è stato l’omicidio di Meredith Kercher. Tutto normale, eccetto che Amanda, in teoria, non dovrebbe essere un’attrice. Ma il setting in cui viene intervistata, seduta su uno sgabello davanti a uno sfondo grigio astratto, suggerisce che non ci sia nulla di strano nel fatto che questo stereotipo della ragazza qualunque sia tanto brava a enfatizzare le pause e i momenti di tensione con la voce e i movimenti del corpo. Il racconto si sovrappone alla realtà diventandone una versione insieme aumentata e stilizzata – cioè non si sostituisce alla realtà ma fa della realtà stessa una fiction.

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  • Viaggio a Kiruna

    Ci sono due modi per arrivare a Kiruna. Il primo è prendere un aereo dall’aeroporto Arlanda di Stoccolma. Il volo dura poco più di un’ora, potete fare colazione in una grande città europea e digerirla in 145 chilometri dentro il circolo polare artico. Il secondo modo è quello di salire su un treno notturno alla stazione centrale della capitale svedese, sedervi accanto al finestrino e guardare fuori. Quello che vedrete, appena superata Uppsala, saranno foreste di Pinus contorta, il particolare tipo di conifera che ricopre quasi interamente la superficie della Svezia, continuamente interrotte da laghi piccoli come pozzanghere e laghi grandi come mari. Il sole tramonterà su questo panorama, verrà una notte breve. All’alba ci saranno altri pini e altri laghi, a perdita d’occhio.

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  • Never forget, never remember

    Sulle pagine di Studio Cristiano De Majo parla di un tema che mi sta molto a cuore anche per ragioni professionali, quello della memoria. L’articolo sottolinea un paradosso interessante: se da un lato la capacità di ricordare sembra decadere come tecnica della mente, sostituita da tecnologie che sono sempre più “hard disk esterno” della mente umana, dall’altro assistiamo da anni a un proliferare della memoria nella forma edulcorata della nostalgia nei prodotti culturali, dal cinema alla musica alla moda.

    Credo che il paradosso sia più apparente che sostanziale. Il problema della memoria è tra i più antichi dell’uomo – forse il più urgente di tutti nel suo essere inscindibile dal dilemma fondamentale dello scorrere del tempo. Anche la prima opera della letteratura occidentale si apre con un inno alla memoria: “Cantami, o diva, del pelide Achille”. Il poeta chiede alla musa di ricordargli una storia che altrimenti teme potrebbe andare perduta per sempre.

    Prima di diventare macchine militari, macchine dei sogni e infine protesi della psiche e del corpo umano, i computer sono stati dispositivi per immagazzinare e organizzare la memoria. Il primo tentativo di computer dell’era moderna, anni prima di Turing, era stato battezzato memex dal suo inventore e aveva lo scopo di permettere la lettura e lo studio di più libri contemporaneamente, ma già nel Seicento l’inventore Agostino Ramelli aveva progettato un dispositivo a forma di ruota che aveva lo stesso scopo del memex. E cosa sono i libri stessi se non dispositivi per immagazzinare la memoria, esternalizzandola su un supporto meno deperibile delle reti neurali?

    Parte dell’importanza che la rivoluzione di internet ha avuto sul nostro modo di accedere alla conoscenza deriva dal fatto che non si tratta affatto di una rivoluzione – piuttosto di un lento sviluppo che dalla mnemotecnica di Simonide di Ceo passa per il Teatro di Giulio Camillo e l’invenzione della stampa. Recuperare l’informazione desiderata al momento del bisogno era già lo scopo del metodo dei loci dell’oratoria classica, è la base dell’information retrival che fonda la biblioteconomia moderna ed è la ragion d’essere di Google.

    Quindi possiamo dire che niente è cambiato? No, perché la diffusione di internet è senza precedenti, e l’uso che facciamo dei database online, da YouTube a Flickr, è immensamente più invasivo di tecniche mentali riservate a un’elite di patrizi e di macchine che fino alla fine del Novecento sono rimasti degli esemplari unici nella storia.

    Ha ragione De Majo a dire che ci stiamo trasformando in esseri che non hanno più bisogno di ricordare proprio perché abbiamo finalmente trovato un modo di immagazzinare quintali di informazione in porzioni molto ridotte di spazio. La nostalgia si fonda in parte sul fatto che possiamo attingere a questa informazione, e dunque lo facciamo. Ma le questioni di ordine tecnico, credo, non sono sufficienti a esaurire il discorso.

    Un altro motivo per cui ricorriamo al passato (un trai tanti, immagino) è che in questi anni il futuro appare incerto, e forse nemmeno un posto così attraente verso il quale andare. Bisogna ricordare che quando parliamo di proliferazione della nostalgia nella cultura parliamo di cultura occidentale, quindi di un blocco di paesi che sta attraversando una profonda crisi di civiltà: sarebbe interessante sapere in che modo paesi emergenti come la Cina e il Brasile si rapportano al proprio passato culturale e come elaborano l’idea di futuro.

    In epoche di crisi le culture si rivolgono sempre al passato, a quello remoto e a quello prossimo: si irrigidiscono in formalismi manieristici, come Bisanzio, o assumono un carattere introvertito e metatestuale, come la pittura e la poesia del Barocco secentesco. Mi sentirei di lasciare aperta la possibilità che la nostalgia di cui è intrisa la cultura contemporanea sia la nostra forma di fare i conti con la crisi di valori del tardo capitalismo.

    Naturalmente l’articolo di De Majo cita Simon Reynolds, l’autore che ha detto quasi tutto quello che c’era da dire sul rapporto tra sistema culturale, passato e nostalgia. Tra le tante argomentazioni sollevate da Reynolds nel suo Retromania ne ricordo una meglio delle altre: quella secondo cui l’accessibilità totale degli archivi digitali ha cancellato il sentimento della noia. Quando lo spazio del ricordo, che è uno spazio abitato dai simboli e dalle narrazioni, viene riempito dalla fruizione diretta, il nostro tempo si satura di contenuti di cui solo in parte riconosciamo una componente personale. C’è differenza tra ricordare i propri anni Ottanta e vederli replicati in una serie TV. Il passato non passa mai, e smette di essere qualcosa di intimo.

    Nel racconto breve An Advanced Reader’s Picture Book of Comparative Cognition, lo scrittore Ken Liu presenta una razza aliena, i Telosiani, il cui corpo segmentato è di fatto un dispositivo per registrare e immagazzinare il passato. Siccome sono incapaci di dimenticare, per i Telosiani il passato è sempre presente: “while the Telosian never forget”, scrive Ken Liu, “they also do not remember. They are said to never die, but it is arguable whether they ever live”. Ecco, quegli esseri sono sempre più simili a noi.

    (Photo: Ward Shelley)

  • Due capitali scandinave

    Copenhagen – dove sono stato nell’estate del 2012 – e Stoccolma – da cui sono tornato da poche settimane – hanno similitudini e differenze profonde che mi affascinano. Entrambe sono città che a un certo tipo di turista occidentale mediamente colto appaiono poco interessanti o degne di visite lunghe al massimo un weekend: questo si deve credo a centri cittadini poco attraenti dal punto di vista architettonico (Strøget a Copenhagen, Norrmalm a Stoccolma) e circoscritti panorami da cartolina (rispettivamente Nyhavn e Gamla Stan). Eppure l’esperienza che ho fatto delle due capitali scandinave è stata quasi diametralmente opposta.

    In entrambe le città ho dormito nell’ex quartiere popolare e ora riqualificato – gentrificato o hipster, un luogo comune di questi anni: Christianshavn a Copenhagen e Sødermalm a Stoccolma. Entrambi i quartieri sono a sud della città, separati dal centro da un corso d’acqua, e di entrambi venendo dal centro si possono vedere panorami stupendi, anche se la vista di Sødermalm dalla zona est di Gamla Stan o da Skeppsholmen è impareggiabile. Ma mentre Christianshavn è oggi un quartiere di eleganza sopraffina, Sødermalm (che pure è stato proclamato uno dei 15 quartieri più cool al mondo da Vogue nel 2014) ha grandi aree dove l’edilizia poplare socialdemocratica degli anni 60 e 70 domina pesantemente la pianificazione urbana, come la grande Medborgardplatsen (che, nella sua totale assenza di ricercatezza, mi ha affascinato: con la grande biblioteca e i locali con enormi dehor dove si fa il pianobar, come in un paese di villeggiatura marina; con i chioschi di dolciumi aperti fino a tarda notte e i neon brutali di negozi dall’aria fuori moda). Di Christianshavn ricordo, tornando a casa la sera, il ristorante stellato Michelin Norma che si specchiava nell’acqua del mare.

    Di Stoccolma ho percepito, fin dall’arrivo in autobus dall’aeroporto Arlanda, la profonda rilassatezza di una capitale, la più grande tra quelle dei paesi scandinavi, colta senza ostentazione. A Copenhagen percepisci come l’assenza di ostentazione sia un’ostentazione essa stessa: le donne indossano solo gioielleria minimale, ma le strade delle città sono così tappezzate di boutique costose che ti è subito chiaro come quei vestiti apparentemente semplici siano in realtà pezzi di design pregiato. Le vetrine di Stoccolma sono in una percentuale sconcertante completamente fuori moda, così come gli interni dei palazzi: sembrano rimasti fermi agli anni 60 nei colori tortora delle pareti e nei ninnoli impolverati in esposizione. (Le donne di Stoccolma non mettono tacchi per nessuna ragione; i tacchi a stiletto non sono venduti da nessuna parte per quel che ho potuto constatare.) Laddove Copenhagen è raffinata e borghese Stoccolma è figlia di mezzo secolo di governo socialdemocratico. Il Miljonprogrammet, il programma edilizio che tra il 1964 e il 1974 ha costruito un milione di nuove case a prezzi accessibili per tutti (naturalmente nella forma prevalentemente di blocks nelle periferie della città) ha influenzato il carattere svedese ben oltre il mero piano architettonico. Alla metà degli anni 70 il programma aveva dato alloggio a quattro milioni di abitanti su gli otto totali della nazione, un risultato che ricorda più un piano quinquennale sovietico che l’azione di un governo occidentale in una democrazia.

    E in effetti questo vento dell’est a Stoccolma, che condivide il mar Baltico con Estonia, Lettonia e Lituania, oltre che naturalmente con la Filandia e San Pietroburgo – questo vento dell’est, dicevo, a Stoccolma si sente eccome. Soprattutto nelle zone della città che costeggiano l’acqua, nei ponti che si continuano ad attraversare mentre si cammina per le quattordici isole che compongono la città – mentre le guglie delle chiese, che ricordano quelle di Praga, sono Mitteleuropee e sono tra le cose più belle che l’architettura di Stoccolma ha da offrire. Si sente nei grandi mercati del pesce e nei chioschi di liquirizie aperti vicino ai porti, dove la gente si ferma rapidamente tornando a casa dal lavoro.

    Se Stoccolma è una città da vivere all’aperto, passeggiando sulla sua acqua onnipresente, Copenhagen dà il meglio di sé nel chiuso dei locali: ristoranti e bar dove si mangia cucina raffinata in ambienti accoglienti e curati fino al minimo dettaglio. Non per niente Copenhagen ha molte più cose da vedere rispetto a Stoccolma nonostante le dimensioni notevolmente più ridotte: dalla comunità di Christiania allo stupendo museo di arte contemporanea ARoS, fuori città (il museo che, tra le altre cose, ha il pregio di avermi fatto scoprire le sculture iperrealiste di Ron Mueck). Stoccolma ha un numero impressionante di musei, ma per un turista in visita pochi giorni è difficile sceglierne qualcuno che spicchi notevolmente tra gli altri. Il Tivoli di Copenhagen è un’esperienza magica che trascende ampiamente il concetto di parco divertimenti; il Gröna Lund di Stoccolma, seppure risulti fotogenico se visto da una barca che fa il tour dell’Archipelago, è un modesto parco per bambini. In compenso le attrazioni più famose di entrambe le città, rispettivamente la Sirenetta e il palazzo del Nobel, sono più piccoli di quanto ci si aspetti, e poco interessanti (per onestà intellettuale bisogna dire che anche la Gioconda è più piccola di quanto ce la si aspetti).

    I danesi sono in media belli secondo canoni classici: uomini e donne sono decisamente più alti della media, con corpi statuari; gli svedesi sono di statura media e – soprattutto le donne – incredibilmente abbronzati, con l’effetto che la pelle scura contro il chiarore quasi bianco dei capelli non è sempre gradevole. (Gli svedesi, mi è stato detto, sono ossessionati dal sole, e vanno in vacanza prevalentemente nel sudest asiatico, soprattutto in Thailandia.) La viabilità di Copenhagen è letteralmente dominata dai ciclisti, che sono un flusso ininterrotto e velocissimo più aggressivo degli automobilisti nel centro di Milano; a Stoccolma ci si muove soprattutto con la rete dei trasporti pubblici, e le strade, anche nel pieno della stagione turistica, in centro e in giornate di sole, non sono quasi mai affollate. Entrambe le città hanno belle biblioteche, ma per quanto bella la circolarità delle forme moderniste della Stadsbibliotek di Stoccolma (1928), la Biblioteca Reale di Copenhagen, che riflette nell’acqua il nero delle sue vetrate – la biblioteca esiste dal Seicento, ma il nuovo edificio, soprannominato “diamante nero”, è stato aperto nel 1999 – è mozzafiato. Coerentemente con la personalità delle due capitali, però, alla Stadsbibliotek si può accedere tranquillamente; la Biblioteca Reale, almeno ai tempi, era rigorosamente off limits.

    Infine non stupisce che di entrambe le città la cosa che ricordo meglio ha a che fare con l’acqua: a Copenhagen gli Havnebade su Island Brygge – la piscina a cielo aperto ritagliata direttamente nell’acqua del canale. A Stoccolma invece è la magnificenza ottocentesca dello Strandvägen, il viale degli alberghi di lusso e degli imbarchi, che se preso venendo da Djurgården in un giorno di sole è una cartolina fluttuante come le onde del mare da un passato che non c’è più e ancora stranamente resiste intatto.

    (Nella foto: il Gröna Lund e Djurgården fotografati da Sara Maragotto nel 2013)

  • Brexit il giorno dopo

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    Alla fine l’impensabile è capitato davvero e il Regno Unito è uscito dall’Unione Europea. Passata la rabbia e lo sgomento delle prime 24 ore ho cercato di raccontare come abbiamo vissuto Brexit noi da qui e di mettere in ordine due idee.

Books

La figura umana, Tlon, 2024

Brucia, memoria, Quanti Einaudi, 2022

Essere senza casa, minimum fax, 2020