La castrazione del mostro

periferia di Bologna

Mi pare che l’attenzione morbosa dei media italiani sulle vicende di violenza sessuale contenga in sè parecchi spunti di riflessione. E non tanto per i latrati dei vari ministri leghisti che propongono norme degne del dottor Mengele come la castrazione chimica, quanto piuttosto perché solitamente tanta aggressività serve a coprire falle del sistema molto più profonde del singolo stupratore squilibrato. Questo caso naturalmente non fa eccezione.
Premetto a qualunque altro discorso che personalmente ritengo la violenza sessuale il più grave dei reati dopo l’omicidio, e penso che il sistema giudiziario italiano si sia sempre dimostrato troppo morbido nei confronti di questo genere di reati: sono ben contento dunque che si inaspriscano le pene per gli stupratori così come vuole il ministro Carfagna.
Detto questo però non posso esimermi dal fare una breve considerazione. Mi sembra che tutti questi recenti casi di stupro dovrebbero far riflettere i nostri governanti ad un livello più profondo della solita risposta repressiva (ripeto: sacrosanta). Perché tanti stupri? Cosa spinge un uomo a violentare una donna? Perché tanto disagio sessuale in questa nostra civiltà?
La prima considerazione è molto banale: è risaputo che la società in cui viviamo (diciamo da una cinquantina d’anni a questa parte) è quella in cui si pratica meno sesso nell’intera storia dell’umanità. Questa distanza dall’istintualità primigenia dell’essere umano è in parte un residuo di morale platonico-cristiana e in parte prodotto delle trasformazioni sociali degli ultimi cinquant’anni. Nella nostra società è difficile vivere la sessualità in maniera spontanea e per così dire “sana” a causa di vari motivi. Da un lato la crescente complessità dei rapporti sociali e dei rapporti uomo-donna in particolare (con le trasformazioni del ruolo femminile nella società degli ultimi trent’anni circa, ma anche con il progressivo deterioramento di istituzioni come la famiglia o il matrimonio) ha messo in moto un meccanismo di ri-assettamento dei rapporti anche sessuali tra le persone che è ben lungi dall’essersi concluso. Dall’altro, sopratutto, una sempre più oppressiva mitologia del sesso ha reso altamente nevrotico il rapporto dei singoli con la propria istintualità profonda: come diceva giustamente Giacomo Dacquino se il modello della sessualità appagante è quello di Emanuelle o di Rocco Siffredi è facile che le persone normali si sentano svilite dal confronto e che vivano l’atto sessuale con un’ansia da prestazione che non ha pari nella storia dell’uomo (Dacquino – Vivere il piacere).
Si fa poco sesso, dunque, e quel poco che si fa è così mediato da modelli culturali distorti (sempre Dacquino, ma anche Steiner, fanno a questo riguardo una distinzione tra “sensualità” del passato e “genitalità” del presente) che perde praticamente tutta la sua carica ludica ed emotiva per trasformarsi in una prestazione che come ogni prestazione genera stress, stanchezza, fatica.
Questo mi pare indubbiamente un primo aspetto del problema. Il secondo, strettamente collegato al primo, è che in questa società “sconessa” dal proprio corpo e dai propri istinti la mitologia mediatica del corpo e degli istinti la fa da padrone. Per rendersi conto di quello che sto dicendo basta accendere la televisione su qualunque canale a qualunque ora: si spazia dalle varie veline in shorts alle foto di donne in topless anche sui migliori quotidiani del paese, fino ad arrivare a tutto l’apparato sensoriale messo in moto da qualunque pubblicità. Il proliferare in rete dei siti pornografici è semplicemente uno degli effetti più visibili di questi due aspetti fin qui elencati.
Ora, stando così le cose è chiaro che all’interno del tessuto sociale si crei uno iato via via sempre più incolmabile: da un lato un’enorme quantità di desiderio messo in moto dal sistema mediatico e dall’altra un’effettiva impossibilità di appagare questo desiderio. In questo senso anche la chiusura delle case di piacere e la progressiva ghettizzazione delle prostitute nel regno dell’oscuro (e quindi anche dell’illegale, nel mondo ctonio dei nuovi schiavi) ha giocato negli ultimi anni un ruolo importante.
Renè Girard nel corso della sua opera ha analizzato in maniera molto acuta come funzioni questo tipo di “mediazione” del desiderio (per qualunque approfondimento rimando a Girard – Il risentimento), e come proprio questa costante tensione irrisolta costituisca il motore immobile del mondo dei consumi. Il residuo del consumo, o ciò che Bauman chiamerebbe il “rifiuto” prodotto dal consumo, è in questo caso la perversione, o nello specifico il perverito e lo stupratore.
Mi pare quindi che al di là della risposta repressiva, certamente necessaria, lo Stato dovrebbe interrogarsi profondamente sui meccanismi che mettono in moto questa brutalità e questa violenza. Nella maggior parte dei casi lo stupratore è semplicemente un essere troppo debole dal punto di vista psichico per riuscire ad accollare su di sè un conflitto lacerante che però (ed è qui il problema) non è individuale, o non soltanto individuale, ma in buona parte sociale e sistemico.
Senza una riassociazione dell’uomo con il proprio corpo, e un ritorno all’emotività profonda dell’esperienza sessuale (intendendo con “emotività” anche il suo aspetto ludico, di puro piacere) non servirà nemmeno la minaccia della castrazione chimica per fermare i tanto famigerati “stupratori delle periferie”: per il semplice fatto che gli “stupratori delle periferire” violentano, e a volte anche ammazzano, perché quella è l’unica risposta che riescono a dare ad un problema che è immensamente più grande di loro.
Se non cambierà qualcosa alle radici cento stupratori all’ergastolo produrranno duecento stupratori nei garage della cintura romana, e così via all’infinito.

photo: CC by …cave on Flickr.com


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Un pensiero riguardo “La castrazione del mostro

  1. Ciao! Sarà che quando inizia la stagione “fredda” divento più pensieroso e riflessivo… così mi è venuta voglia di venire a leggere che cosa scrivevi, dopo molto tempo!
    Beh, approvo (o, forse meglio, sostengo) ogni singolo concetto che hai finemente espresso, sebbene il loro insieme e le loro concatenazioni mi creino dei dubbi e degli interrogativi: questo è molto positivo!
    Qual è il vero istinto dell’uomo? È paragonabile all’istinto di un animale? Se sì, di quale animale? Perché diversi animali hanno diversi istinti. Era simile nei risultati il mondo di ieri (con le corti, i vari ambienti clericali, le stanze di campagna con dieci persone insieme) a quello di oggi? Anche il suo era “sesso malato”, o non lo era? C’è mai stato del “sesso sano” a livello di società? Si può parlare di società o solo di individuo? È lontano il messaggio della tradizione ecclesiastica dall’istinto dell’uomo? Se sì, in che cosa? E il messaggio evangelico? Quanto nella realtà dei fatti la tradizione cristiana ha inciso attraverso i secoli sui rapporti sessuali? In altri contesti culturali quali problemi sono sorti invece? Gli stessi o altri? In Asia si vive o si è vissuto bene? Si è più liberi? La “liberalizzazione sessuale” è servita? Era poi vera o era solo slogan? Ha portato dei vantaggi? Quali svantaggi? È una conseguenza della tradizione cristiana? Si può scindere la morale dal resto? Si viveva meglio prima di Platone, ad esempio in Mesopotamia o in Egitto? Gli schiavi o i soldati facevano sesso e meglio? Si può fare l’amore con istintività ma nello stesso tempo vivere in condizioni pietose, disastrose ed essere comunque infelici? Quanto il progresso di oggi è connesso alla tradizione? Si poteva sperare in un progresso diverso e migliore? Due animali stanno bene e sono felici nel loro accoppiarsi? Le leggi del regno animale sono pregevoli? Sono come le nostre, peggiori o migliori?
    Forse non so dare una risposta definitiva a nessuna di queste domande. Però, con onestà, penso solo che il messaggio, che è tramandato appartenere ad un uomo di nome Gesù, secondo cui amare gli altri significa volere il loro bene (che è specificato quale sia) e bisogna riflettere su come amare, in modo da rendere l’amore e quindi il sesso qualcosa di serio, di esclusivo e che ci differenzi, insieme all’uso della ragione (qualunque cosa questo termine voglia significare), un po’ dagli altri animali (o forse no perché ci sono animali che formano coppie indissolubili o fedeli finché serve), penso sia valido. Poi tutto quello che ci è stato ricamato sopra sono in massima parte grandi stronzate, figlie dei tempi e degli interessi. Poco importa se si crede o no che costui sia davvero esistito o sia figlio di un dio (onestamente, forse purtroppo neanch’io ci credo più oggi): è un messaggio secondo me eccezionale, che forse non può essere messo in discussione da certe correnti di pensiero riduzioniste (tutto è istinto secondo alcuni, no? L’amore non esiste, è un concetto astratto che sta al posto di meccanismi biochimici, ecc.), e che credo potrebbe aiutare se ben interpretato (purtroppo quasi sempre non è e non è stato così, e quando raramente non è stato così ci sono stati pregiudizi su chi lo interpretava o su chi lo ascoltava da parte di chi lo interpretava). La soluzione sarebbe educare a quel messaggio? O ci hanno già provato e non ci si riesce? (L’uomo deve essere educato?) Come si potrebbe fare? Con un po’ di pessimismo o realismo si potrebbe argomentare che il problema infine oggi (ma di sempre) sia che tutti hanno paura di fare scelte autonome o non possono farle, pena l’essere esclusi dalla società, e di pensare da soli, perché li hanno educati, magari inconsapevolmente, a non esserne capaci. Ma è poi così vero? È davvero possibile una società migliore? È mai esistita?

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