Custer

Questo è il racconto con cui parteciperò alle selezioni di Esor-dire, concorso per scrittori esordienti organizzato dalla Scuola Holden e da Scrittori In Città. Alcuni di voi l’avranno già letto nella prima stesura, comparsa su Boring Machines circa un anno fa: rispetto alla prima questa è nettamente più corta (circa 10.000 battute in meno) e, secondo me, decisamente migliore. Colgo l’occasione per ringraziare nuovamente Ivano Bariani per aver fatto il mio nome agli organizzatori del progetto.

I.

Madamadoré aveva molte belle figlie, Lucia Arazzi un solo figlio maschio. Non era quello che si sarebbe aspettata dalla vita: aveva sempre sognato una bambina con cui condividere i segreti della propria femminilità, e da qualche parte nel suo intimo era convinta che il responsabile di quell’unica imperfetta gravidanza fosse suo marito. Se n’era lamentata spesso e avrebbe continuato a lamentarsi se un bel giorno lui non avesse deciso di andarsene di casa come un ladro e non tornare più.

Adesso che da quella partenza erano passati più di quattro anni le capitava di chiedersi che fine avesse fatto l’uomo con cui aveva condiviso metà della sua vita. Ma i pensieri si confondevano subito, diventavano piccoli pesci luccicanti protetti da una boccia di vetro. Di fronte alle domande della gente aveva imparato a sorridere come se volesse abbracciare l’intero universo.

Il marito di Lucia Arazzi era un commerciante di polli ma per tutta la vita aveva creduto di essere un cowboy. Due cose riempivano i suoi pensieri: l’America e i cavalli. L’America non l’aveva mai vista e a cavallo c’era salito solo una volta da bambino, ma questo in fin dei conti non significava molto. I mercati erano per lui fiere campestri del vecchio Colorado e il camion rosso fuoco su cui passava i tre quarti del suo tempo un bel baio sbuffante. Nella cabina del cavallo erano appese foto delle riserve indiane dell’Oklahoma, e l’immagine di quelle distese di nulla infinito sarebbe stata sufficiente per fare di lui un uomo felice.

Questa era l’idea che per vent’anni Lucia aveva avuto dell’uomo con cui era sposata: un bambino di cento chili, un po’ stravagante ma innocuo.

Era quindi rimasta stupita più ancora che addolorata quando una notte di febbraio lui aveva infilato qualche vestito in valigia ed era salito sul camion. Dopodiché era scomparso e nessuno in paese l’aveva più rivisto.

Dopo questa partenza improvvisa le cose avevano preso una piega diversa. Per quattro lunghi mesi le imposte della casa azzurra degli Arazzi erano rimaste chiuse, l’erba che per la prima volta cresceva disordinata e selvaggia nel piccolo giardino. Poi, agli inizi dell’estate, Lucia era ricomparsa per le strade del paese con quel nuovo sorriso e di lì a poco aveva rilevato il negozio.

Già dall’insegna dorata, le grandi lettere in corsivo, era subito chiaro che il “Madamadoré” non era un esercizio commerciale come gli altri. Vendeva soprammobili e piccoli oggetti ornamentali, ma in realtà la sua missione era un’altra: chiedeva fiducia e donava fiducia. Era un regno di fragilità e perfezione, un baluardo contro lo scorrere del tempo.

Lucia aveva maturato l’idea di mettersi a lavorare durante quei lunghi mesi di silenzio. Sapeva bene che tutti in paese stavano parlando di lei e aveva avuto bisogno di meditare una risposta plausibile ai pettegolezzi. Alla fine aveva deciso di dedicarsi a qualcosa di carino, qualcosa che la gente non può fare a meno di amare. Dopo aver escluso i cuccioli aveva scelto di investire le sue energie nella cosa che più le piaceva nella vita, i ninnoli, appunto.

Così era nato il “Madamadoré”, con le sue stanze color carta da zucchero, le melodie scordate dei suoi vecchi carillon, le file di Pierrot sugli scaffali in rovere.

In realtà, com’è facile immaginare, di ninnoli non ne comprava quasi più nessuno: già da parecchi anni in paese erano fioriti i negozi di videogiochi e le boutique d’alta moda, i bambini preferivano gli sparattutto alle bambole di pezza e le signore l’artigianato etnico alle culle di legno intarsiato esposte nella vetrina del “Madamadoré”. Ma Lucia Arazzi era benestante di famiglia e c’era sempre qualche donna di mezza età che non disdegnava di passare una mezzora in quella specie di paradiso delle fiabe chiacchierando con lei del più e del meno.

Lucia poi in quel momento aveva molto bisogno di parlare, e avrebbe parlato con tutti fuorché, s’intende, con i cowboy. Ma di cowboy per sua fortuna al “Madamadoré” non ne entrarono mai.

L’estate in cui il figlio di Lucia Arazzi ebbe la malaugurata idea di crescere fu un’estate torrida. Il sole sorgeva alle sette e restava piantato in mezzo al cielo fino alle nove di sera. Dopo quell’ora si poteva cominciare a vivere.

Il ragazzo si chiamava Diego, ma tutti lo conoscevano come Custer perché una volta si era presentato a scuola vestito da generale nordista con una vera Smith&Wesson carica nel cinturone. Questo era successo l’anno in cui suo padre se n’era andato, poco dopo che le imposte della casa azzurra si erano riaperte. Era stato quando i compagni di classe avevano cominciato a prenderlo in giro per il travestimento che il futuro Custer aveva estratto la Smith&Wesson.

Dopodiché c’era stato un parapiglia generale e il ragazzino era stato trascinato in presidenza. Allo psicologo scolastico aveva detto di aver trovato la pistola in soffitta, mentre il vestito era un vecchio abito di carnevale di quand’era bambino. Era stato convincente nel dimostrare che non aveva intenzione di usare la pistola ma non era riuscito a giustificare in alcun modo lo scopo di quella messinscena.

“Era solo uno scherzo”, aveva detto, poi si era chiuso in un mutismo pressoché totale. Con il passare dei mesi la gente aveva finito per credergli, ma intanto il giovane Diego si era irrimediabilmente trasformato in Custer.

Da quel giorno erano passati ormai quattro anni e sul mento di Custer stavano spuntando i primi peli. Nel corso di quell’arco di tempo Diego e suo padre avevano ripreso a vedersi di tanto in tanto. Il ragazzo però non raccontava mai nulla di quegli incontri  a Lucia e lei si guardava bene dal fare qualunque tipo di domanda.

L’estate in cui Custer lasciò i territori sicuri dell’infanzia per avventurarsi nel roveto dell’adolescenza fu segnata da un fatto curioso che coinvolse l’intero paese: il caldo sahariano di agosto aveva portato con sé la migrazione di milioni cavallette nordafricane, e i piccoli insetti neri, la cui forma particolarmente appiattita faceva pensare a scarafaggi, si attaccarono come coriandoli alle vetrine dei negozi e ai parabrezza delle auto per non muoversi più.

Producevano un lieve rumore ronzante simile allo sbattere d’ali di un piccolo uccello, monotono ma dolce.

Nell’arco di poche settimane tutto il paese ne fu invaso, e cullato da quella melodia ipnotica sprofondò in un sonno placido e senza sogni.

Questa vicenda degli insetti aveva riportato alla mente di Diego una cosa successa qualche mese prima, che l’aveva profondamente turbato senza che nemmeno lui sapesse perché.

Era inverno, Diego aveva cenato con il padre in una grossa pizzeria ai bordi della strada provinciale ed era tornato a casa. Lucia era ancora sveglia. L’aveva accolto con il suo sorriso che sembrava panna, senza alcuna domanda.

Poi Diego era andato in cucina e aveva scoperto che attorno alla serpentina del frigorifero aveva nidificato un’intera colonia di scarafaggi.

Aveva subito avvertito sua madre, e la scena che ne era seguita era stata divertente e disgustosa al tempo stesso: lui aveva spostato il frigo mentre Lucia si era data da fare con uno speciale prodotto contro i parassiti. Gli insetti però correvano di qua e di là, si infilavano sotto i mobili e nei telai delle porte, madre e figlio un po’ li inseguivano con la scopa e un po’ fuggivano disgustati. Finita la caccia erano tornati a guardare la televisione in salotto, ancora inebriati dall’euforia che quella piccola avventura aveva portato con sé.

Nei giorni successivi però Diego era stato tormentato da un pensiero che continuava a venirgli in mente nonostante facesse di tutto per scacciarlo.

Aveva immaginato il “Madamadoré” straripante di scarafaggi, gli insetti che camminavano sulle culle intarsiate e sui Pierrot, sulle bambole di pezza, sui carillon. Scarafaggi che si arrampicavano sulle pareti, che uscivano dai rubinetti e dal pavimento. Scarafaggi dappertutto, fino a quando tutto, il “Madamadoré” ma anche qualcos’altro che Diego non riusciva esattamente a definire, tutto era soltanto una macchia nera di insetti, una palla di materia scura, viva e strisciante.

Nei mesi successivi non aveva più pensato a quella storia. Poi, improvvisamente, era tornata l’estate.

II.

Nella casa azzurra le imposte erano di nuovo chiuse, uno schermo scuro contro il caldo accecante. Le strade erano silenziose in maniera innaturale. In certe ore del giorno l’unico rumore che si poteva sentire era quello delle cavallette, il loro brusio intimo e costante. Dietro le tende color confetto Diego e Lucia si incontravano per brevi istanti, simili a fantasmi nell’aria ondulata dal sole. Apparivano e scomparivano nel cono d’ombra del ciliegio in giardino. Loro due soli: il cowboy adolescente e il sorriso di sua madre che sembrava riempire la galassia.

Lucia andava ogni mattina al “Madamadoré”, incurante del fatto che i suoi clienti migliori fossero in vacanza in Tunisia o a Kuala Lumpur. Pranzava a casa con Diego, poi il pomeriggio tornava in negozio.

Quell’estate faceva troppo caldo per uscire e così il giovane Custer passava ore e ore da solo nella grande casa e si guardava allo specchio. C’era qualcosa di nuovo nel suo volto ma non capiva cosa. L’espressione? Il principio di barba sul mento e sotto il naso? Non lo sapeva e forse non voleva saperlo. La sera, quando finalmente quel sole da mezzogiorno di fuoco calava dietro le sagome delle montagne, lasciava le ombre protettive della casa e incontrava i suoi amici. Ma anche in loro c’era qualcosa di diverso rispetto al passato. Parlavano in maniera diversa e sembrava che dentro di loro si stesse combattendo una guerra senza eserciti ma piena, stracolma di esplosioni.

Diego guardava i loro occhi attoniti e ci vedeva il suo stesso stupore. C’era qualcosa da dire, ma nessuno sapeva come dirlo.

Le parole galleggiavano tra di loro come bolle di sapone, restavano ferme a mezz’aria e poi scomparivano.

A volte gli capitava di avere paura. Non sapeva esattamente cosa lo spingesse lontano dalla solitudine della casa, dal suo silenzio e dagli specchi che lo fissavano con espressione di rimprovero. Si rifugiava al “Madamadoré” perché non esisteva per lui miglior ansiolitico che il negozio di sua madre, con tutti quegli oggetti che non conoscevano lo scorrere del tempo.

Lì gironzolava per le stanze o aiutava Lucia a fare i pacchetti regalo: la sensazione del raso dorato sotto le dita lo confortava, aveva il potere di ipnotizzarlo. Altre volte si sedeva a terra e caricava un carillon, poi stava ad ascoltarne la melodia assorto come durante una preghiera.

La musica fluiva come gocce d’acqua sul cristallo e i pensieri si confondevano, si facevano anch’essi d’acqua, come in un sogno.

Lentamente ma inesorabilmente uno strano senso di assenza si era impossessato delle sue giornate. Qualcosa dentro di lui si muoveva maniera circolare, come se la mano di un gigante l’avesse sollevato da terra e ora lo stesse cullando con dolcezza infinita. Ma il negozio era sempre lo stesso, la camera da letto in cui passava la maggior parte del suo tempo era sempre la stessa: pareti azzurre, scaffali ordinati, i libri di scuola. E l’assenza a guardarla bene era stupore. Sgomento. Come dire: “Che ci faccio qui? Che mi sta succedendo?” Il bambino che era in lui guardava il teatro di un’imminente Little Big Horn e non si decideva a suonare le trombe. Custer in quel momento era da tutt’altra parte, oppure non era mai esistito.

Poi arrivò agosto.

Con la migrazione della cavallette africane lo stato di Diego subì un’ulteriore accelerata: cominciò a cadere addormentato nei luoghi, alle ore e nelle posizioni più improbabili. Guardando la televisione alle tre di pomeriggio di colpo si metteva a dormire come un sasso. Si sedeva alla scrivania di camera sua e crollava con la testa tra le braccia. Una volta si addormentò su una panchina mentre parlava con un gruppo di amici, ma fu solo per un attimo e fortunatamente nessuno si accorse di niente.

Tutto questo addormentarsi in maniera pressoché casuale contribuì non poco a confondere ulteriormente i suoi pensieri. Alle volte gli capitava di svegliarsi intontito da qualche parte e di non ricordare assolutamente cosa stesse facendo prima di sprofondare nel sonno. I giorni cominciarono ad accavallarsi, le ore di luce si confondevano con quelle di buio. Certe notti non riusciva a dormire, allora andava in giardino e restava a guardare la luna come un licantropo. E in effetti questo si sentiva, un licantropo. Alla fine successe qualcosa.

Era un pomeriggio di metà agosto. Diego dormiva placidamente sul letto di camera sua quando si svegliò di colpo e si tirò a sedere. Rimase un attimo in quella posizione, immobile. Si sentiva particolarmente confuso. Che ore erano? La stanza azzurra era invasa da una penombra polverosa e sonnolenta. Andò alla finestra e aprì una feritoia nelle tende di lino bianco. Fuori il cielo era senza colore. Aveva già cenato? Non ricordava. Scese in salotto per cercare sua madre ma non riuscì a trovarla. Si lasciò cadere sul divano e si addormentò.

Quando si svegliò era di nuovo in camera sua, ma questa volta era notte. Non sapeva che ore erano e non cercò un orologio per scoprirlo. Ora non si sentiva più confuso. C’era una chiarezza, dentro di lui, un’urgenza. Si alzò meccanicamente dal letto e si rese conto che indossava un pigiama. Quando si era cambiato? Senza pensare a quello che stava facendo si spogliò nudo e si guardò allo specchio. Poi aprì l’armadio dei vestiti, prese le prime cose che gli capitarono sotto mano e scese le scale.

Aveva fatto soltanto un paio di gradini quando un’immagine attraversò la sua mente. Mancava qualcosa. Tornò indietro e si diresse verso la soffitta.

Da qualche parte nel buio, in un angolo sotto il lucernario, c’era un piccolo baule. Lo aprì. La Smith&Wesson era lì dentro, coperta dalla fodera di velluto rosso, esattamente come l’aveva trovata la prima volta. Controllò: era carica.

In salotto non accese nemmeno le luci. Aprì la porta d’ingresso e uscì. Per un attimo rimase immobile nell’aria fresca che a quell’ora non aveva più nessun odore, sentiva solo l’umidità sulla pelle e il rumore strisciante delle cavallette contro i vetri delle case. Guardò la luna piena che rischiarava le strade.

Poi si mosse. Doveva andare.

La mattina dopo fu svegliato da sua madre. Lo venne a chiamare in camera e gli disse che doveva parlargli. Lui si alzò e si vestì in fretta, poi scese al piano di sotto.

Lucia lo aspettava nella grande cucina bianca, seduta al tavolo sul quale era stata preparata un’abbondante colazione. Gli chiese come stava e lui disse che non c’era male. Gli chiese se avesse dormito bene e lui rispose di sì. Sua madre sorrideva fissando un punto indistinto sulla tovaglia di un bianco abbacinante. Alla fine disse: “Questa notte qualcuno ha distrutto il negozio”.

Aveva pronunciato quelle parole in fretta, senza smettere di sorridere. Dietro quel sorriso però Diego intuiva fiumi di lacrime. Allora gli tornò in mente la pistola e si sentì svenire. Cos’ho fatto, pensò. Ma non riusciva a ricordare. Nella sua memoria la notte precedente era un enorme buco nero, profondo come un abisso.

Avrebbe voluto finalmente mettersi a piangere e chiedere scusa a sua madre, per la pistola e per i carillon distrutti del “Madamadoré”, per la barba che stava cominciando a crescergli e per la paura che ormai da mesi provava di sé stesso.

Ma non fece niente. Rimase immobile, senza muovere un muscolo, i pensieri che giravano in tondo a una velocità impressionante. Quando sua madre parlò non riuscì a capire cosa avesse detto. Le chiese di ripetere e concentrò tutte le sue energie per riuscire a penetrare il significato di quelle parole.

“La polizia li ha presi questa mattina”, stava dicendo Lucia. “Sono due ragazzini della tua età”. Fece una pausa. “Dicono che non sanno perché l’hanno fatto, hanno detto che si annoiavano”.

Dopo queste parole fu come se il tempo per Diego si fosse fermato. Ad un certo punto sua madre uscì di casa, forse per andare alla polizia a fare la denuncia. Diego non sentì il rumore della porta che si chiudeva e nemmeno quello della macchina sulla ghiaia del vialetto d’ingresso.

Rimase seduto ancora a lungo. Poi, quando era ormai quasi ora di pranzo, finalmente si alzò.

Alcune notti più tardi fece un sogno. C’era lui travestito da generale Custer che camminava per le strade del paese, la Smith&Wesson puntata dritto davanti a sé. Sparava ovunque, ai passanti, alle vetrine dei negozi, alle auto parcheggiate. Quando arrivava davanti al “Madamadoré” si accorgeva che quella era la meta del suo viaggio. Caricava la pistola e stava per sparare quando una grossa automobile rossa e sbuffante lo investiva. Nell’auto però non c’era nessuno. Di colpo Custer si ritrovava a terra con l’auto che lo sormontava come una bestia feroce. Curiosamente, però, non provava dolore né paura.

Poco dopo si ritrovava paralizzato e costretto perennemente a letto, giorno e notte, mentre fuori era estate e i suoi amici correvano per le strade e urlavano il suo nome da sotto le finestre. Lui non rispondeva. Restava lì in silenzio e aspettava qualcosa.

Poi quel qualcosa arrivava. Era sua madre e si prendeva cura di lui come di un bambino. Diego era felice di essere curato, sentiva di nuovo quella sensazione ipnotica e dolce che lo avvolgeva e aveva una voglia incontenibile di dormire, dormire per giorni interi, dormire e non svegliarsi mai più.

Stava quasi per addormentarsi quando notava qualcosa: nella cintura che stringeva i jeans Lucia era infilata la Smith&Wesson. Allora capiva improvvisamente che sua madre non stava più sorridendo, che in quel momento il volto di lei era freddo e inespressivo come quello di un manichino.

Era a questo punto che cominciava ad urlare.

photo by futurowoman on flickr.com

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Il ragazzo con due teste

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Era nato con due teste: non una buona e una cattiva, come si potrebbe immaginare, ma pur sempre una in perenne disaccordo con l’altra: se la prima diceva bianco la seconda ribatteva nero, se la prima urlava il suo odio l’altra si contorceva d’amore. E così via, all’infinito.
All’inizio fu difficile reggere il conflitto, accogliere in sé quel costante dibattere. Poi ci fece l’abitudine. Ascoltava ora una testa ora l’altra, concedeva qualcosa ad entrambe, cercava (a volte senza riuscirci ma spesso con successo) di ristabilire la pace. Imparò insomma a convivere con le sue due teste, e per un momento, verso i dieci anni, la vita gli sembrò un sogno, un regalo fantastico, uno splendido grumo di possibilità indefinita.
I problemi arrivarono quando cominciò a frequentare le scuole medie. Lì conobbe altre persone come lui e si innamorò di una ragazzina che era nata con quattro braccia. O meglio: una delle sue teste si innamorò della ragazza, mentre l’altra cadde in uno strano torpore che era fatto di tristezza, ma anche di sonno e di risentimento. La ragazza, che aveva quattro braccia ma una sola testa, dal canto suo lo amava incondizionatamente. Ma la prima volta che provarono a baciarsi successe qualcosa: mentre due delle braccia della ragazza lo attiravano a sé, lo accarezzavano e lo stringevano, le altre due lo allontanavano con violenza e cercavano di colpirlo.
Questo non successe solo la prima volta che cercarono di baciarsi, ma anche la seconda e la terza e la quarta. Finché alla fine si stancarono entrambi di provarci e si lasciarono, una triste giornata di pioggia, ancora innamorati l’uno dell’altro ma senza mai essersi baciati nemmeno una volta.

La fine di questo amore rappresentò per il ragazzo con due teste la fine dell’infanzia e l’inizio dell’adolescenza, o l’inizio della prima fase dell’età adulta, non sapeva decidersi tra le due diciture. Certamente fu per lui il primo atto di qualcosa di spiacevole e di tetro: il prologo di un naufragio o il prologo della conoscenza: poi vennero dieci anni di dolore e solitudine.
Al liceo si innamorò di una ragazza con quattro gambe, e mentre facevano l’amore (in maniera goffa e imbarazzata, lontani anni luce dal provare piacere o anche solo il riflesso del piacere) due gambe lo avvolgevano a sé come lacci, altre due si dimenavano, lo respingevano, si abbattevano con violenza inaudita sulla sua schiena. Provarono a parlarne ma non servì a nulla: le due teste dibattevano in continuazione tra di loro, e le gambe della ragazza sembravano prive di qualunque controllo.
Il dialogo che ne scaturì fu confusionario e frustrante, la ragazza cominciò a sentirsi in colpa per il comportamento delle sue gambe, lui finì per soccombere alle urla sempre più inferocite delle sue due teste.
Continuò a frequentare la ragazza con quattro gambe ancora per qualche tempo, poi, com’era prevedibile, lei un giorno lo lasciò e non volle mai più rivederlo.

All’università le cose si complicarono ulteriormente. Nel suo corso di studi non c’erano ragazze con più arti del normale, ma in compenso quasi tutte le ragazze avevano quattro occhi, o sei occhi, o addirittura otto o dodici occhi. A metà del primo semestre si innamorò di una di loro, che aveva solo sei occhi ed era gentile, gli sorrideva spesso e si vestiva con gusto. La portò fuori a cena in un ristorante del centro. Le raccontò della sua infanzia e della sua adolescenza che avrebbe voluto conclusa ma che in realtà non dava cenni di volersi concludere, e mentre parlava lei lo ascoltava con attenzione, ma solo con due occhi perché altri due lo guardavano con astio mentre l’ultimo paio si perdeva distratto tra i tavoli del ristorante.
Quella sera si baciarono, ma quando tornò a casa si sentiva molto triste. Gli occhi di lei che invece di osservarlo si distraevano l’avevano fatto sentire stanco e inutile. E la stanchezza si era trasformata in umiliazione (ma anche in rancore e poi in rabbia) quando, mentre lui e la ragazzi si baciavano, si era accorto che l’ultimo paio di occhi sbirciava annoiato l’orologio.

La storia con la ragazza che era nata con sei occhi si trascinò più a lungo del previsto (perché entrambi erano soli, impauriti e persi in una città che non conoscevano e che appariva loro ostile le fredda) ma poi, un giorno di primavera, finì.
Il giorno stesso in cui si lasciarono il ragazzo con due teste prese un tram e arrivò fino al capolinea. Poi camminò un’ora buona per strade che non conosceva, che andavano arrampicandosi sulla collina e al tempo stesso facendosi più spoglie e degradate, come se per qualche strano motivo la città dei ricchi e la città dei poveri esistesse contemporaneamente in quel quartiere sconosciuto. Poi trovò una panchina, si accese una sigaretta e si mise a pensare.
Per prima cosa pensò che non avrebbe mai voluto nascere con due teste, che se solo avesse potuto se ne sarebbe amputata una con le proprie mani.
La seconda cosa che pensò fu che il primo pensiero era falso, amava entrambe le sue teste dello stesso amore e non ne avrebbe ceduta una per tutto l’oro del mondo.
Poi pensò che anche se avesse avuto una sola testa avrebbe finito per incontrare sempre ragazze con quattro braccia o quattro gambe o sei occhi, e che in realtà, a ben guardare, tutti gli orologi avevano quattro lancette, le automobili otto ruote, le case due tetti; che i ragazzi con due teste non erano rari come sembrava (e forse, chissà, anche quelli con quattro o otto o dieci teste), e che tutti i gatti avevano otto zampe e le donne quattro seni (due per allattare, pensò, e due per fare l’amore) e le religioni monoteiste due dei (quello che condanna e quello che assolve) e che probabilmente il più maturo degli uomini maturi era anche un bambino o addirittura un feto privo di pensieri e totalmente in balia delle pulsioni primarie.
L’ultima cosa che pensò fu che l’adolescenza non finisce mai, e questo, senza che capisse il perché, fece ridere entrambe le sue teste a crepapelle, come non avevano mai riso prima e come, forse, non avrebbero riso mai più.

(photo: CC bcamil tulcan on flickr.com. Il racconto è liberamente ispirato alla canzone “Two-headed boy” dei Neutral Milk Hotel)


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Motivazioni di un omicidio politico

Mio nonno era un repubblichino. Era stato fascista sotto Mussolini e dopo il 43 aveva aderito con entusiasmo a Salò. A sentire mia nonna era un amante della guerra e delle armi – suppongo che avrebbe sparato con la stessa passione anche se si fosse trovato dall’altra parte della barricata. Di una cosa però sono certo: se gli americani non l’avessero impiccato alla trave della cantina (è così che se n’è andato mio nonno) oggi sarebbe in prima fila nei cortei di Forza Nuova.
Lui era fatto così, credeva nelle regole.

Mio padre, ora. Forse fu l’odio per il genitore che non aveva mai avuto o forse l’influenza di uno zio partigiano: non saprei dire. Quello che so è che mio padre nacque comunista: a quattordici anni si trovava alla porta 2 di Mirafori a contestare le repressioni nelle fabbriche.
(Che ci faceva mio padre a Mirafiori a quattordici anni? Non so. A mia nonna la politica fa venire sfoghi pruriginosi dietro le orecchie. Credo che dovette rassegnarsi all’evidenza…)
A vent’anni era nel sindacato e a ventotto aveva  conosciuto mia madre, che prima di diventare mia madre bruciava il reggiseno in piazza perché venisse approvata la legge sul divorzio.
Sul seno di mia madre, dolcemente stuzzicato dai venti primaverili ed esposto al pubblico giudizio, non ho francamente parole da spendere.

E infine io: io non sono ninte.

Ho solamente una scusante per la mia inadempienza morale, un’unica giustificazione: ci ho provato in tutti i modi, dio sa se ci ho provato.
Al liceo ero presidente della consulta regionale degli studenti. Incontravo il preside ogni due giorni e organizzavo picchetti davanti all’entrata. Poi ascoltavo i miei coetanei raccontare le loro avventure sessuali e pensavo alla mia vita: riunioni, proclami, lotte.
Ero giovane, solo e annoiato dalla burocrazia.
Allora ho cercato nella sponda opposta, nei movimenti di piazza, nei centri sociali, nelle case occupate e nelle radio libere. Ho avuto qualche ragazza (la mia situazione, in effetti, è migliorata). Ma avevo paura della polizia, delle cariche e delle tenute antisommossa. Non avevo fiato per correre e dormire sui divani dei compagni mi provocava un’isteria indescrivibile. (Non dormivo tutta la notte e la mattina dopo facevo la doccia cinque volte di fila.) A fatica, questa volta, ma sono giunto a capire che la vita del rivoluzionario non faceva per me.
Poi è venuta l’università. I collettivi, le associazioni, gli enti, i comitati: ho provato qualunque cosa la vita politica dell’ateneo mettesse a disposizione degli studenti.
Niente: nessun brivido, nessuna emozione, nessun’estasi.
E allora fuori dall’università, per le strade, nelle piazze, nei sottoscala e nei magazzini abbandonati. Ho fatto tutto (giuro su dio, tutto), tutto quello che una persona può fare nel corso di una vita io l’ho fatto in una manciata d’anni: le manifestazioni contro il nucleare, i cortei per la difesa degli animali a rischio di estinzione, i sit-in contro le riforme del governo e contro l’assenteismo dei parlamentari dal parlamento; le marce per la pace, quelle per la difesa dell’economia locale, per il patrimonio artistico, per l’istruzione, per i diritti dei migranti e per l’abbattimento delle barriere architettoniche e degli eco-mostri e dei quartieri-fantasma…
Ma non c’è stato niente da fare: non mi trovavo a mio agio da nessuna parte, non ero mai veramente me stesso.

Poi, oggi, ho avuto l’illuminazione.
E’ capiato per caso (ma è sempe per caso, si dice, nascono le rivoluzioni) mentre facevo la doccia questa mattina. E mi è subito parso chiaro, semplice, quasi banale: oggi, mi sono detto, ucciderò un uomo.
Non importa chi sarà, nè perchè. Il manager di una multinazionale, forse. O un padrone di fabbrica. Oppure un immigrato che non si vuole integrare, un ragioniere di banca che consuma troppa benzina, un avvocato che va a puttane, un operaio che ha votato a destra o un disabile che non lotta per migliorare la sua condizione sociale: non importa, davvero: tutti sono colpevoli in un modo o nell’altro.
Adesso sono uscito, come se niente fosse, per compiere la mia missione. Salutando mia madre ho visto nei suoi occhi l’orglio (possibile che già intuisca? le madri, si dice, sanno tutto), la fierezza di aver messo al mondo un figlio attivo, una macchina per lottare.
Adesso andrò a casa di un compagno che conoscevo e gli chiederò di prestarmi la sua pistola: anche lui capirà, anche lui sarà orgoglioso di me e mi lascerà il ferro senza fare domande.
E poi sparerò, a caso, nella folla: gli schizzi di sangue sul muro sapranno dirmi, una volta per tutte, chi sono e perché.

photo by A. www.viajar24h.com on Flickr.com


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La truffa

Al liceo avevo un solo amico: lo chiamerò M. Era un ragazzo magro e perennemente stupito dalla vita. Era anche silenzioso – molto silenzioso. Non avevamo molto in comune. Una cosa sola: lui, come me, voleva diventare scrittore.
Ci incontravamo tutti i pomeriggi nel parcheggio di un supermercato. Portavamo dei libri (non ricordo quali) e leggevamo i nostri brani preferiti ad alta voce. Erano i primi anni 80 ed era inverno. Ricordo i carrelli del supermarket e le dita congelate della mano che reggeva il libro. Altre volte facevamo lunghe passeggiate costeggiando il fiume.
Lui era affascinato dallo smercio di eroina sotto i ponti, io dal panorama ruvido della collina: non parlavamo molto.
A me piacevano le citazioni, lui di solito ascoltava senza sorridere.

Questo succedeva in seconda liceo (era il 1983). Alla fine dell’anno scolastico successe qualcosa: M fu bocciato.
Ricordo bene quel giorno. Ci eravamo dati appuntamento davanti alla scuola per consultare i tabelloni. C’era vento e misteriosi fogli di carta mulinavano nel cortile del liceo. Il vento era percepibile anche all’interno – attraversava le pareti dell’edificio come una presenza. Salimmo la lunga rampa di scale e arrivammo alla sala in cui erano esposti i voti.
M era insufficiente in tutto meno che in religione.
Quando mi voltai stupito verso di lui mi accorsi che sorrideva.

Sono passati gli anni. Ho finito il liceo con buoni voti. Mi sono iscritto all’università e ho cominciato a lavorare come corrispondente per un importante quotidiano. Mi sono sposato, ho avuto due figli e ho pubblicato il mio primo libro.
E dopo il primo il secondo, il terzo, il quarto, il quinto.
Ho ricevuto alcuni riconoscimenti. Ho vinto dei premi e sono stato invitato a numerosi convegni in Italia e in Europa.
Di M non ho più avuto notizia fino a ieri.

L’ho incontrato al bar della stazione (tornavo da Barcellona dove avevo incontrato alcuni amici anch’essi scrittori). Beveva pernot: l’orologio sopra il banco segnava le sei e mezza di mattina.
Ho stentato a riconoscerlo. Era più magro di prima, l’espressione meno arcigna, più fluida. Lui invece mi ha riconosciuto subito. “Saranno trent’anni”, ha detto. Mi ha invitato a sedermi e a ordinare la colazione.
Poi ha cominciato a raccontare.

La prima cosa che ha detto è che aveva il cancro ma che sarebbe guarito. Certamente. Al di là di ogni ragionevole dubbio.
Poi è tornato al 1983. L’estate della seconda liceo era stata un momento importante, per lui. Aveva capito due cose: che non avrebbe più studiato; e che sarebbe sicuramente diventato uno scrittore. Entrambe queste previsioni, aveva detto, si erano puntualmente avverate.
Così aveva lasciato il liceo e aveva trovato lavoro alle poste. Consegnava lettere con un motorino giallo. Girava la città (amava molto girare per la città) e aveva tempo di osservare le cose: le persone, gli oggetti, la pioggia.
Non ha mai più lasciato quel lavoro.
“Nel tempo libero”, ha detto, “scrivo”.

Ho guardato il bicchiere mezzo vuoto di pernot e il suo volto giallo, scarno. Ho guardato l’orologio e ho visto che era tardi: mia moglie mi aspettava per portare i bambini a scuola.
Mi sono alzato dal tavolo e ho pagato le consumazioni (lui non ha cercato di fermarmi). Accomiatandomi ho detto che mi aveva fatto piacere vederlo, avrei avuto piacere di incontralro un’altra vola con più calma.
“Quando sarò guarito”, ha detto lui.
“Quando sarai guarito”, ho ripetuto.
“Ora devo andare”, ha detto come se fosse lui ad avere fretta. “E’ meglio che mi rimetta a scrivere, ora”.

Ieri pomeriggio ho acceso il computer e ho cercato di lavorare: ho un romanzo da finire e un editore che mi chiama tre volte al giorno. Ho cercato di scrivere ma non ci sono riuscito. Ho guardato a lungo fuori dalla finestra cercando ispirazione. Non c’era il sole, non pioveva: non c’era nessun tempo.
Più tardi ho deciso di fare una cosa: ho digitato sulla stringa di google il nome e il cognome di M e ho dato avvio alla ricerca.
Esattamente quello che mi aspettavo: nessun risultato.

Nemmeno oggi riesco a lavorare. Fingo di tormentarmi ma conosco bene il motivo di questa paralisi: l’incontro con M mi ha turbato.
Sono uno scrittore famoso. Ho una moglie che amo e due figli ben educati. Una bella casa e molti amici.
Amo davvero queste cose: per me sono davvero importanti. Non mi nascondo nulla, cerco sempre di essere rigoroso con me stesso. Non sono insoddisfatto, non rimpiango il passato: sono esattamente ciò che avrei voluto essere.
M, ora. Delle due l’una: o ha davvero il cancro, come dice, e quindi morirà a breve; oppure è semplicemente pazzo.
Dunque? Sono fermamente convinto che la mia vita sia molto più ricca e appagante della sua, in maniera assoluta e sotto qualunque punto di vista.
Perché allora non posso fare a meno di sentirmi truffato?

perfetti

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Poi le cose erano cambiate. Qualcosa si era rotto, da qualche parte. Si sentiva stanco. La notte faceva incubi terribili in cui le figure del suo passato si decomponevano come ombre. Aveva paura.
Sapeva che non sarebbero mai dovuti partire, e la consapevolezza non faceva che peggiorare le cose. Il mare, la terra arida, il vento, non facevano che peggiorare le cose. Avrebbe voluto essere a casa, nel suo appartamento al quarto piano, con il rumore rassicurante del camion della nettezza urbana. Con le auto in coda, i semafori, la pioggia. Non poteva sopportare tutto quel dolore sotto il sole d’agosto. Era fuori luogo, lo faceva sentire in colpa.
Lei, Marta, si sentiva pressappoco come lui. Quando riuscivano a guardarsi negli occhi vedevano sgomento, e tristezza. La sensazione era quella di affogare. I gesti sicuri con cui lei si truccava la mattina avevano smesso di provocargli un’eccitazione latente che sarebbe proseguita per tutta la giornata. Gli parevano meccanici, vacui. Le gonne nuove che indossava sopra il costume erano prive di colore. Quel corpo aveva smesso di emanare luce. Le insegne delle farmacie segnavano quaranta gradi e lui sentiva freddo. Quel gelo l’avrebbe risucchiato, anche lui come gli altri si sarebbe trasformato in un’ombra. Solo l’immagine bastava a terrorizzarlo.
Nei lunghi momenti di solitudine fissava il mare e provava a pensare. Cos’era successo? E quando? Perché un tempo loro due erano stati perfetti. Erano rimasti perfetti per quattro anni. Leggeri. Innamorati. Lievi come pezzi di carta colorata, capaci di illuminare tutto il grigio di Torino con la loro semplice presenza. Gli ospiti d’onore di tutte le serate migliori. Loro due, e nessun altro. Loro. In una parola, perfetti.
Poi erano cominciati i sogni. Lande desolate popolate da esseri informi. Le case bruciavano. La terra sembrava sciogliersi sotto i piedi.
Inizialmente non ci aveva badato. Faceva il fotografo, ed era sempre stato convinto che le fotografie avessero a che fare con la realtà. I sogni non c’entravano. Lei era la sua modella d’eccezione, gli scatti di quelle gambe lunghe erano finite sui cartelloni pubblicitari di mezza Europa. Erano solo sogni. Sarebbero tornati da dov’erano venuti.
Era cominciata così. Poco più di niente. Immagini volatili. Sensazioni. E poi si erano allontanati, senza nemmeno sapere perché. Una sera lei gli sembrava troppo truccata. Un’altra sera gli appariva sciatta. Si sentiva solo. Cominciava ad avvertire un freddo inspiegabile dentro le ossa. Divideva il letto con un’estranea, l’idea di affondare il viso nei suoi umori corporei a volte bastava a turbarlo. Quando lei usciva a fare la spesa si stendeva sul letto e si masturbava senza pensare a niente. Orgasmi tristi che avevano l’unico risultato di peggiorare il suo morale.
Non c’era niente, da nessuna parte, il vuoto completo.
Stavano scomparendo, ne era certo. Qualunque cosa volesse dire scomparire.

Adesso si trovavano nella Corsica del nord-ovest, in una zona desertica lontana dal mare. Avevano scelto la Corsica perché erano affascinati dalle isole e il deserto perché erano affascinati dal nulla. Ne avevano parlato per un intero inverno, prima che cominciassero i sogni. Quando alla fine si erano imbarcati era stato per salvare il salvabile, o almeno così pensavano. L’albergo era già stato pagato da mesi, e avevano evitato di farsi troppe domande.
Il luogo dove si trovavano non aveva nome, se ce l’aveva non era scritto da nessuna parte. Era una pensione a gestione familiare, persa nella campagna più arida che avessero mai visto. Suggestioni lunari, o da vecchio spaghetti-western psichedelico. Non c’era connessione telefonica e la corrente elettrica proveniva da un generatore autonomo. La prima pozza d’acqua salata si trovava a mezzora di strade tortuose in direzione nord-est, come anche il primo centro abitato. Nessun rumore, mai. Se trattenevi il respiro sentivi il sole bruciare le rocce. Gli uccelli neri che vedevi in lontananza potevano benissimo essere condor, niente di più probabile.
A mantenere vivo quel luogo senza tempo erano in tre. Un corso ruvido, con la faccia da cinghiale. Il figlio. E lei, la ragazza bionda che rifaceva le camere e aiutava in cucina, senza un nome per quanto lui si sforzasse di chiederglielo, praticamente muta. Quella ragazza lo attraeva. I polpacci spessi, la fronte bassa, lo sguardo caprino. Bella forse, non avrebbe saputo dire. All’inizio immaginava di fotografarla nuda, a quattro zampe, su una roccia. L’immagine lo lasciava perplesso, ma lo distraeva dal panico. Certamente quella donna non era un’ombra. Era già molto.
Dopo la prima colazione all’aperto, riparati da un gazebo di lino, lui l’accompagnava al mare. Marta e il mare avevano qualcosa in comune, l’aveva sempre pensato. Una certa fluidità, e anche violenza burrascosa. Ora, quando la vedeva scomparire sotto le onde, temeva che non sarebbe più riemersa. Se loro due non erano perfetti la vita poteva essere fragile, o mostruosa. Immaginava Marta come una donna marina, un mostro degli abissi, terrificante. Lei tornava a galla e tutto ricominciava come prima. Un corpo tra tanti corpi, senza niente di speciale. Cosa gli era successo? Capitavano volte che sarebbe volentieri scoppiato a piangere. Il sole e il vento non lo permettevano nella maniera più assoluta.
Poi, di solito, si allontanava. Con una scusa qualsiasi, il giornale, le sigarette che stavano finendo, qualunque cosa pur di stare solo. Lei annuiva. Gli sorrideva pallida dalle profondità dello spazio. Quella donna non era Marta, non era nessuno.
Tornava invariabilmente al deserto. Qualcosa lo attraeva di quel luogo. Nel corso dei giorni aveva scoperto sentieri che portavano ad alture dalle quali partivano altri sentieri. Come una ragnatela senza centro, e senza ragno. Camminava senza meta. Si nutriva di quelle immagini, aride come gli occhi che le stavano guardando. Se esisteva un luogo adatto per la sua anima, niente di meglio che un ammasso informe di pietre grigie, cardi, rovi. Popolato da roditori, serpenti, uccelli rapaci, insetti enormi e scuri. Per quanto si sforzasse non riusciva a pensare a niente di più simile.
Quando cominciava a fare troppo caldo tornava in albergo. Chiamava Marta, vuoi che venga da te, mangiamo qualcosa insieme? La risposta era sempre la stessa, no grazie, non ti preoccupare, non ho fame, raggiungimi nel pomeriggio. Sedeva all’ombra e osservava, come una lucertola. Era solo. Completamente solo. Nessun simulacro di lei, nessuna voglia o attesa di lei. Non gli era mai capitato in quattro anni. La sua mente prevedeva soltanto silenzio, non c’era posto per nient’altro.

Cominciò a pensare quelle cose dopo la prima settimana. Da quando erano arrivati in Corsica non avevano più fatto l’amore. Non che litigassero, facessero scenate, niente di simile. Non l’avevano mai fatto quando erano perfetti, non avrebbero cominciato adesso. Grazie a dio almeno quello.
No, tornavano in camera dopo la cena sotto il gazebo, una bottiglia di vino corso piuttosto costoso, qualche chiacchiera stanca, vaga. Lui apriva il computer portatile, guardava le fotografie ancora in corso d’elaborazione, puliva l’obbiettivo dell’unica macchina che aveva portato con sé. Lei leggeva una rivista sul balcone, poi si infilava nel letto e spegneva la luce. Lui la raggiungeva più tardi, facendo attenzione a non toccarla. Poi chiudeva gli occhi e ricominciavano gli incubi.
Adesso era solo. Seduto sotto un ulivo, riparato dal sole di mezzogiorno. Intontito dopo un’altra notte popolata da ombre. Marta era al mare, ad anni luce di distanza.
L’aia era pressoché deserta. Il padre non si vedeva. Il figlio stava in piedi in un angolo di sole, grembiule e sigaretta, incurante dei quaranta gradi. Un oggetto. Dalla cucina proveniva rumore d’acqua corrente e di stoviglie. Lei, lo spirito santo carnale di quella trinità silenziosa. Il figlio scompariva dietro la porta di un magazzino. Lui aspettava immobile. Se abbassava le palpebre per pochi secondi aveva l’impressione di assopirsi. Le ombre si avvicinavano, lo guardavano senza occhi prima di decomporsi. Li riapriva e ricompariva l’aia invasa dal sole. Lei uscì dalla cucina portando un grosso secchio pieno d’acqua. Malvestita, arruffata, sudata. Con la fronte caprina ostinatamente rivolta verso il basso.
Fu la prima volta. Pensò di seguirla in magazzino, di tapparle la bocca, di infilarle una mano tra quelle cosce muscolose. Era curioso di sentire il sapore del suo sudore, nient’altro. Di capire cosa si prova a penetrare una donna come quella, l’antitesi di Marta, di tutte le donne che aveva avuto in passato. Non ne fece niente. Non la seguì. Chiuse gli occhi e ricomparvero le ombre. Li riaprì e ricomparve il sole. Si accese una sigaretta, pensieroso.
Non tardò a diventare un’ossessione. Se la portava al mare quando guardava Marta senza riconoscerla, invaso da quel senso di lacrimoso sgomento. Più ancora durante le sue passeggiate solitarie nel deserto. In un certo senso quella donna muta era il deserto. Carne plasmata nella roccia. Inconsapevole come lo sono i rovi e gli avvoltoi. Viva forse non del tutto, ma concreta. Reale. Tangibile.
Cominciò ad immaginarla in situazioni grottesche. Pensava di portarla al pascolo nuda e violentarla come certi pastori sardi fanno con le pecore. Oppure di mungere quei seni grossi nascosti dal grembiule. Leccare l’odore d’aglio dalle sue cosce. Quel luogo era come la luna, vuoto, cavernoso. Poteva scomparire in un cratere qualsiasi, sarebbe diventato anche lui roccia. Lontano dagli incubi. Nel fondo più estremo di qualcosa che non aveva fondo.
Una mattina finirono di fare colazione. Fumarono in silenzio. Marta disse che saliva in bagno. Lui annuì e chiuse gli occhi. Le ombre erano lì, in attesa.
Quando li riaprì la ragazza era a pochi centimetri da lui, intenta a impilare le tazze sporche sul vassoio. Non pensò a niente, allungò una mano e le afferrò il braccio. Lei si spaventò, il vassoio cadde a terra e le stoviglie esplosero in centinaia di schegge bianche. Guardò perplesso quello che aveva fatto. Lei era già china a raccogliere i cocci, se mai gli aveva badato per un secondo la sua attenzione si era esaurita. Scivolò via dalla sedia, lontano dal tavolo. Fuori il sole era accecante. Non trovò niente di meglio da fare che accendersi un’altra sigaretta.

E alla fine si decise, anche se ormai era troppo tardi. Per lui, per loro, per tutto. Erano passate più di due settimane dal loro arrivo in Corsica. Non avevano mai fatto l’amore. Le ombre erano ovunque, dentro e fuori di lui. Poteva inginocchiarsi e pregare, oppure fare quello che stava per fare.
Marta dormiva. Silenziosa come sempre. Dalle finestre aperte non veniva alcun rumore. A tratti una cicala, nient’altro. Le luci della cucina erano ancora accese, poteva vederlo restando comodamente disteso sul letto. Si alzò senza far rumore, prese il pacchetto di Lucky Strike. Non fece troppa attenzione nel chiudere la porta. Se anche Marta si fosse svegliata non l’avrebbe seguito, ne era certo.
Gli toccò aspettare una mezzora buona, sotto il solito gazebo di lino. Si sentiva un predatore, un animale senza scrupoli. Non importava. Alla fine lei uscì. Spense le luci e chiuse la porta della cucina a chiave. Si diresse a passo spedito verso il centro dell’aia. Lui chiuse gli occhi: ombre. Li riaprì e trovò un’ombra più grande, più densa. Doveva andare.
La raggiunse prima che entrasse nel magazzino a riporre le chiavi. Le disse qualcosa, ma lei tirò dritto. Le afferrò un braccio e le parlò all’orecchio. Lei si divincolò. Disse qualcos’altro, a voce più alta, che la fece fermare. Le si avvicinò. Restarono vicini per un pezzo, parlando a bassa voce. Aprì il portafogli e ne estrasse due banconote. Lei disse ancora qualcosa, indicando un’altra ala di appartamenti.
Poi prese i soldi, e scomparve nel buio.

Marta era al mare. Lui era solo in camera, le imposte chiuse. Il sole non era mai stato così spietato. Il silenzio assoluto, potevi sentire le lucertole strisciare sotto i sassi. Le ombre erano reali, tutto intorno a lui. Guardò l’orologio. Tra mezzora sarebbe dovuto andare.
Si alzò e cominciò a camminare per la stanza. Quella notte i sogni erano stati peggiori. Le figure del suo passato erano cadaveri putrefatti, che lui invano si sforzava di eliminare definitivamente. Marta era comparsa per la prima volta in una posa agghiacciante. Vestita da bambina perversa, sola in una città cupa, fatiscente. E giocava, inconsapevole dei palazzi che crollavano intorno a lei.
Tra poco sarebbe andato. Lei lo aspettava in una stanza qualsiasi, pronta ad uccidere in lui tutto ciò che aspettava soltanto di morire. L’avrebbe trasformato in pietra. L’avrebbe posto di fronte alla necessità di vedere, proprio lì dove non aveva il coraggio di guardare.
E sarebbe finito tutto…

… dieci minuti. Si sciacquò la faccia, si pettinò con le mani bagnate. Dallo specchio stava a fissarlo un mostro. Chiuse gli occhi per non vedere.
Non c’erano ombre adesso nella sua testa. Erano fuori dalla camera che lo aspettavano. Quiete, tutto sommato.
Dentro c’erano solo ricordi. Di una vita e di un amore perfetto. Immagini luccicanti di locali in città. Marta era accanto a lui, splendente di luce propria. Dentro di lui, ovunque fosse, confusa nella folla di una mostra fotografica. Quelle fotografie erano sue. La sua vita perfetta che stava per morire. Non sentiva più niente, nemmeno tristezza. E non poteva piangere perché allora avrebbe pianto per ore. E non poteva affrontare le ombre in lacrime. Era una cosa che non stava bene. Non si conveniva.
Aprì la porta e il sole invase la piccola camera da letto. Le ombre erano lì fuori. Doveva andare, oppure avrebbe fatto tardi. Lei non avrebbe aspettato, era stata molto chiara. Doveva fare quello che stava per fare, oppure inginocchiarsi e pregare…

… supplicare dio di perdonarlo per la sua presunzione. Lui che aveva creduto di essere perfetto. Supplicarlo per la propria imperfezione, perché la carne era debole e lui stava morendo dentro.
Per le luci di Torino che non erano la vita, ma altre ombre che si aggiungevano alle ombre.
Ringraziarlo per quel dolore che sentiva dentro, perché la vita era tanto fragile e le cose muoiono come le persone, e nessuno scompare, mai.
E perché non erano stati perfetti ma soltanto inconsapevoli, felici, leggeri. E perché l’universo è popolato di mostri, e ci vuole troppa forza per guardarli in faccia e sconfiggerli, e perché ci sono organi che necessitano soddisfazione corporale, e esseri umani che si avvicinano e si allontanano, e poi si scordano a vicenda, e perché lui a tutto questo non era pronto, non lo sapeva, non stava scritto da nessuna parte…
… in quel regno di cose senza nome, mute e animali, che non cadono perché non sanno cosa significhi salire, tra il nodo di quelle cosce dove lui avrebbe cercato una risposta primigenia a domande che non sapeva di essersi posto…
… e glorificare il suo nome per avergli concesso una vita perfetta, un amore perfetto, per avergli mostrato come le cose si corrompono, come l’anima si decompone, che esiste la morte che rende imperfetto ogni essere…

… ma non poteva. Perché non era mai riuscito a credere in dio, nemmeno per un secondo. Era troppo facile e troppo inquietante. Lui non era nato dalla costola di nessuno. Dallo sperma di suo padre, era già sufficiente così.
Era in ritardo di cinque minuti. Avrebbe dovuto alzarsi dal letto e uscire nell’aia. Soltanto pochi passi. Sarebbe stato tutto semplice. Quella donna aveva i suoi soldi, lui il suo carnefice. Poi avrebbe raggiunto Marta. Le avrebbe raccontato cos’aveva fatto.
Finalmente avrebbe pianto, fregandosene del sole. Non c’era sole dentro di lui.
Si alzò in piedi. Guardò la porta spalancata. C’era odore di cardi e terra secca.
Uscì nell’aia e chiuse gli occhi.

***

Finì di asciugarsi i capelli e si guardò allo specchio. Si sentiva stanco, provato. Dimagrito forse. Ma quella era la sua faccia, non c’erano dubbi. Pensò di sorridere ma non ci riuscì. Poco male, avrebbe imparato di nuovo come si fa.
Infilò gli stessi vestiti che si era tolto per farsi la doccia. Accese una sigaretta e guardò l’ora. Le sei meno venti. Erano passati quaranta minuti dall’ora dell’appuntamento. A quel punto lei doveva essersene andata. La cosa lo rassicurò. Non avrebbe voluto incontrarla proprio mentre lasciava l’appartamento. Avrebbe dovuto trovare una spiegazione, o cercare di non vergognarsi troppo. Non era certo che ci sarebbe riuscito.
Schiacciò il mozzicone della sigaretta e infilò le scarpe. Prese la macchina fotografica. La porta della camera era ancora chiusa a chiave. Fece per aprirla, ma esitò. Pensò che prima era meglio chiamare Marta. Pensò anche che era giovedì, avevano ancora cinque giorni di tempo prima dell’imbarco. Non erano molti, ma qualcosa si poteva ancora fare.
Compose il numero e attese. Mentre il telefono squillava pensò che quella sera l’avrebbe portata fuori a cena. E che la mattina dopo avrebbero lasciato il deserto e avrebbero passato gli ultimi giorni in albergo, da qualche parte. E che avrebbe voluto una piscina per nuotare, e il mare vicino, e un ristorante dove cenare con lei per ricominciare a costruire tutto quello che era crollato.
Poi lei rispose e lui smise di pensare.

(photo by moominsean, flickr.com)

(ps. guardatelo il book di moominsean – andate su flickr.com e cercate il suo nick. le foto sono in media bellissime…)

pubertà

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Passavano sotto la finestra di casa sua tutte le sere, puntuali come orologi. Venivano dalla parte della montagna, perché Roberta abitava lì, ai piedi della montagna, e Roberta era il capo: su questo inutile discutere. Quindi si incontravano tutte e quattro là sotto, al bivio con il cartello NIVOLET – FRANCIA, accendevano una sigaretta e si incamminavano. E passavano sotto la finestra di casa sua, alle nove meno un quarto, pigolando come pulcini.
Quando finalmente scomparivano dietro la curva del lavatoio Sofia rientrava in casa. Alzava il volume dello stereo per non sentire sua nonna che parlava a voce alta nell’altra stanza, mentre rigovernava i piatti della cena. Le opinioni di sua nonna sulla famiglia di Roberta l’avevano sempre lasciata perplessa. “Contadini”, diceva. “Si sono fatti la villa ma sono soltanto dei contadini”. Perché, pensava Sofia, cosa siete voialtri? Non foste stati contadini sareste andati a vivere a Torino, come zia Gilda, che lei no, che non era una contadina…
Ma poi non importava, non era certo quello il punto. A lei mica faceva schifo vivere in montagna, con le vacche l’orto e tutto il resto. Le piaceva anzi. Era sempre stata felice di tutto quel verde umido in cui affondare. Si sentiva protetta.
Era cresciuta con le ginocchia sbucciate, il fiatone, i capelli fradici di sudore. I ripostigli per gli attrezzi in cui si nascondeva, giocando con gli altri bambini, erano un buio incommensurabile: sentiva il ritmo accelerato del suo battito cardiaco e la vita le sbocciava davanti agli occhi, nei termini della possibilità assoluta. Non rimpiangeva un solo istante di tutto questo.
Un tempo, se l’avessero trascinata a forza fino giù in città, avrebbe piantato le unghie nella terra e si sarebbe messa a urlare. Le conosceva lei le ragazze di Torino, le vedeva tutte le estati in villeggiatura con la famiglia: bambole di porcellana piene di idee assurde. E cos’era poi quella storia che a dieci anni giravano per strada con lo smalto rosso sulle unghie? Quella era casa sua. Loro non sapevano niente. Le odiava.
No, il punto era un altro: che Roberta non la voleva più, la salutava a stento se la incontrava per caso dal giornalaio e la domenica a messa faceva finta di non vederla. Ecco qual era il punto. Che una volta erano inseparabili, vivevano praticamente l’una a casa dell’altra. E poi? E poi a Roberta era spuntato il seno, e a lei Sofia invece no. E adesso quando si incontravano per strada Roberta faceva un cenno veloce e tirava dritta.
Per questo lei Sofia aveva cominciato a leggere Emily Dickinson, a riempire quaderni su quaderni di frasi inutili, a passare ore su ore a camminare nei boschi: perché si sentiva sola. E tradita, e abbandonata.
Perché anche Roberta, di colpo, aveva cominciato a girare per strada con lo smalto rosso sulle unghie. E in un attimo non c’era stato più niente da dire.

Un tempo era stato diverso. A Pratolungo, frazione di Locana, tra l’82 e il 90 erano nate tre bambine: Roberta, lei Sofia, e Sandra, che era la più vecchia di tutte ma era ritardata mentale, e ormai si muoveva solo con sua madre al fianco. Sofia e Roberta erano nate lo stesso anno. Erano cresciute insieme. Giorno dopo giorno, nei prati d’estate e a casa della nonna di Sofia d’inverno, davanti alla tv con la stufa accesa. Alla fine era arrivata la pubertà, come una condanna.
Di questa recente solitudine della nipotina, la nonna di Sofia pensava molto ma diceva poco. Di solito se la prendeva con Roberta, e con tutta la sua famiglia giù giù fino ai nonni dei nonni. E non si limitava alla villa, o alle origini contadine. “Perché”, diceva, “cosa credi che vanno a farci a Locana tutte le sere? Vanno a cercare i ragazzi, ecco cosa vanno a farci. Alla sua età sua madre era lo stesso. E sua nonna anche”.
Lo diceva con un certo astio, ma su questo non aveva torto. Perché andare a Locana altrimenti? Per niente, perché a Locana non c’era niente: una pompa di benzina, due negozi, la chiesa e il bar. E al bar c’erano i ragazzi più grandi, quelli con la moto o la macchina addirittura, un po’ d’erba da fumare al parco giochi e dio sa cos’altro.
A Pratolungo invece no. C’erano i ragazzini di dieci o dodici anni che giravano con la bicicletta e in testa avevano soltanto il pallone. E lei Sofia che leggeva Emily Dickinson e camminava da sola nei boschi. Il deserto, insomma.
Eppure finché era stato inverno, con la pioggia e la neve e tutto il resto, quella solitudine era stata meno dolorosa. È vero, a scuola Roberta non le rivolgeva la parola, ma pazienza. C’erano le lezioni da seguire, gli appunti da prendere… e comunque alle tre del pomeriggio era buio, e faceva un freddo cane: passare la giornata sola in casa era quasi confortevole.
E poi le vedeva, Roberta e le altre, fuori della scuola che parlavano con i ragazzi delle superiori, e vederle le dava un senso di sicurezza. Ridevano un po’ troppo, è vero, e continuavano a fumare. Ma si trattava di una parentesi, di una fuga temporanea: dieci minuti dopo sarebbe passato l’autobus, l’unico della giornata per Pratolungo, e tutto sarebbe tornato alla normalità. Almeno fino al giorno successivo alla stessa ora.
Ma adesso che era arrivata l’estate le cose erano diverse. Roberta scendeva a Locana nel pomeriggio e ci restava fino a sera, saliva per la cena e alle nove meno un quarto tornava giù. Cosa faceva in tutte quelle ore? C’era tempo sufficiente per fare un bambino, in tutte quelle ore, per farne cento di bambini. Questa indeterminatezza la lasciava sgomenta, non le riusciva di pensare ad altro.
E poi, soprattutto, d’estate non c’era niente da fare. Senza Roberta nei dintorni, Pratolungo si trasformava in una camera a gas: i ragazzini in bicicletta con la radio nel portapacchi, i pastori, i vecchi che dormivano agli angoli delle strade. C’erano giorni in cui l’unica persona con cui parlava era Sandra, che tutte le mattine veniva con sua madre a prendere l’acqua alla fontana. Allora c’erano volte che Sofia le incontrava e si fermava un po’ a parlare. Ma la madre di Sandra era scorbutica (incattivita da quella disgrazia di figlia che le era capitata) e Sandra non diceva quasi niente.
Mugugnava, sfogliando le pagine del Topolino senza nemmeno capire le figure.
E ormai aveva più di vent’anni.
Pochi minuti dopo Sofia salutava, e si incamminava sola verso casa…

… ma poi restava a pensarci, a volte addirittura tutto il pomeriggio. Pensava che le cose cambiano, persino a Pratolungo frazione di Locana.
Da qualche tempo incontrare Sandra le dava un dolore acuto, un turbamento nuovo che riusciva solo a stento a definire. Guardava quegli occhi vuoti e avrebbe voluto urlarci dentro tutta la sua rabbia. Ma non poteva, e comunque non sarebbe servito: non c’era mai stata vita in quello sguardo, nemmeno prima che succedesse quello che era successo. Forse Sandra non ricordava neppure, e certamente era meglio così. Forse le cose erano andate esattamente come dovevano andare.
Lei Sofia invece ricordava, eccome se ricordava. Era stato d’inverno, due o tre anni prima. Comunque era una ragazzina di dieci anni (faceva ancora le elementari) ed era spensierata: voleva bene a sua nonna e voleva bene a Roberta. Quando camminava per strada si sentiva leggera e sentiva di possedere una consistenza: i suoi pensieri e il suo corpo erano ancora la stessa cosa, a quei tempi.
Era stato un inverno lungo e pieno di neve. Roberta era sempre a casa sua, guardavano la televisione o ascoltavano dischi chiuse in camera. A volte uscivano nei prati completamente bianchi e correvano e poi si lasciavano cadere in quel nulla soffice e accecante… o anche restavano alla finestra a spiare i vicini, goffi negli abiti invernali, che spaccavano la legna o rassettavano gli orti ghiacciati. Era semplice, ed era bello. Non c’erano maschi e femmine (non ancora) ma solo eschimesi che spaccavano la legna per sopravvivere a un’altra notte in montagna.
E loro due, in casa al caldo, non chiedevano altro che poter spiare. E ridere di quei travestimenti, di quella goffaggine obbligata…
Poi era successa quella cosa. Era un pomeriggio come gli altri, quieto e bianco e soleggiato esattamente come gli altri. Già quella sera in paese non si parlava d’altro.
Erano arrivati a Pratolungo dopopranzo, in due, con una macchina scura. I vecchi li avevano guardati passare con circospezione, ma non si erano mossi dalle loro case. Li conoscevano: era gente di Locana, diciottenni contadini figli di contadini e nipoti di contadini. Poveracci. Sempre al bar e sempre ubriachi. Non erano nemmeno scesi in strada, i vecchi, perché loro con quella gente non volevano averci niente a che fare. Erano teppisti, lo sapevano tutti: andavano nel bosco a drogarsi. E si drogassero pure, e magari ci restassero anche nel bosco, nessuno si sarebbe dato troppa pena. Nemmeno i loro padri.
E infatti c’erano andati, nel bosco. A bere vino e a fumare e a schiamazzare come oche. Sandra era passata di lì per caso, sola, perché a quei tempi usciva ancora sola.
L’avevano fermata con una scusa. Lei non capiva. Avevano riso e l’avevano insultata, per essere certi che non capisse. Poi gli era venuta l’idea. L’avevano fatta sedere vicino a loro sul tronco d’albero e s’erano messi a dire porcate, prima ridendo e poi sul serio, e avevano cominciato a toccarla e lei s’era fatta toccare ovunque e continuava a non capire.
Poi l’avevano fatta salire in macchina, e mentre uno stava dentro con lei l’altro restava fuori a bere e a cantare.
Alla fine l’avevano lasciata andare ed erano tornati a Locana, soddisfatti…

Ma adesso era estate. Erano passati tre anni. Era tutto finito.
Finì tutto il giorno stesso, nelle chiacchiere del paese. Tutti conoscevano i colpevoli, ma denunciarli alla polizia significava mettere i fatti nero su bianco. Significava un articolo sul giornale locale, i commenti dei vicini, la certezza che la notizia facesse il giro delle valli. Non valeva la pena di fare uno scandalo. E in quanto a loro, i due ragazzi, si sarebbero dati da sé quel che meritavano. Zappando la terra, e continuando a bere… ci avrebbe pensato il loro stesso destino a punirli.
E basta: Sandra non era più uscita sola, ma sempre con la madre alle calcagna, come un mastino. Nient’altro.
Eppure adesso, che erano passati tre anni ed era di nuovo estate, a Sofia sembrava di capire per la prima volta cosa fosse successo. Non che prima non lo sapesse… Ma ora aveva l’impressione di sentirle sul proprio corpo, quelle mani invadenti, di uomini volgari, sporche… Mani cariche di violenza…
Non importava. Poteva chiudere gli occhi, riaprirli, guardare i prati verdi inondati di luce. Tutto quel dolore poteva scomparire.
Era estate un’altra volta.

I giorni passavano così. Nel vuoto. Si alzava presto la mattina e aiutava la nonna a raccogliere gli zucchini, o restava sola seduta su un sasso al ciglio della strada che porta al NIVOLET – FRANCIA. O guardava le lucertole che si infilavano sotto i sassi, come faceva da bambina. Solo che non era più una bambina: ecco qual era il punto.
I pomeriggi li passava a camminare sola per i prati, , raccogliendo fiori, sassi, lattine, tutto quello che le capitava di incontrare sulla strada. Vedere le altre del paese, ormai donne fatte, le provocava uno strano turbamento. Avrebbe voluto toccare quei seni pesanti per capire cosa si prova a portarli sul petto.
Degli uomini invece percepiva l’odore. Di tabacco, sudore e qualcos’altro che non avrebbe saputo definire. Era un aroma che associava alla montagna, alle domeniche lontane con Roberta, d’inverno, passate sotto le coperte. Si spogliavano nude e restavano a guardarsi a vicenda, anche per ore. A volte si toccavano. Ridevano molto, senza sapere perché.
Non voleva pensarci, avrebbe voluto scordare tutto, tornare a correre libera… ma non poteva. Si sentiva confusa, oltre che sola. E se Emily Dickinson poteva alleviare la solitudine, contro la confusione non proponeva risposte plausibili. Da quel punto di vista non diceva proprio niente di interessante.
Innanzitutto c’era la faccenda del sangue, che sua nonna, che pure s’era impegnata, non era riuscita a spiegarle come si deve. E quel prurito incessante alle braccia e alle gambe, e quelle idee assurde che le passavano per la testa ogni tanto e attimi di gioia incontrollabile e crisi di pianto immotivate. Si sentiva come un terremoto dentro e se ne vergognava, e si vergognava di arrossirne, anche. E poi quel suo corpo che s’era allungato, ma senza seni e senza fianchi, come quello di un uomo. Non capiva.
E tornavano tutti quei pensieri… La sensazione di centinaia di mani che la toccavano, che le frugavano dentro…
Ma poi anche le passeggiate solitarie finivano, e con loro tutte quelle sensazioni assurde. A casa c’era la nonna che guardava il telegiornale, o che tagliava le verdure per la cena. La sua cameretta con i dischi dei Nirvana e i libri di poesia. Il balcone da cui spiava Roberta che scendeva a Locana, alle nove meno un quarto, per andare dai ragazzi.
E basta.

Una notte, poi, successe qualcosa. Era molto tardi, l’una o le due, e lei Sofia non riusciva a prendere sonno. Era scossa da pensieri violenti, brividi, paure: le solite sensazioni che non riusciva a decifrare. Decise di scendere sotto casa ad ascoltare i grilli per calmarsi. Si vestì in silenzio per non svegliare la nonna, e in silenzio scese le scale.
Era seduta da mezzora sull’ultimo gradino della scala quando arrivò la macchina. Passò piano davanti a lei e si fermò poco più avanti, in un prato che di giorno serviva da pascolo per le vacche. Ne scesero due persone: un ragazzo alto (che non conosceva) e Chiara, l’amica bionda di Roberta. Accesero una sigaretta. Lei Sofia si fece più piccola sull’ultimo gradino della scala, si infilò più in profondità nel buio per non essere vista. I due fumarono la sigaretta parlando (ma di cosa? Da quella distanza non riusciva a distinguere le parole) e poi cominciarono a baciarsi.
Il ragazzo la baciava sulla bocca e poi sul collo, e intanto le toccava il seno e le natiche con forza, come fanno i pastori per vedere se le loro pecore sono in salute oppure no. E Chiara lasciava fare, questo era ciò che lei Sofia trovava più assurdo, che la ipnotizzava. Poi il ragazzo disse qualcosa, entrambi salirono in macchina e spensero i fari. Tutto crollò nel buio…

… e allora in quel silenzio improvviso senza luce qualcosa le salì dentro… come nausea…
… e in un attimo le tornarono davanti agli occhi tutte le estati della sua infanzia, e i ricordi… gli inverni quieti e bianchi e silenziosi… il silenzio di casa sua, con sua nonna che metteva legna nuova nella stufa, e il calore e il profumo delle verdure messe a scottare… e tutte le estati con Roberta passate a correre nei prati luminosi, la sensazione del sudore contro la schiena, gli angoli bui dove si nascondevano per parlare… di loro, della loro amicizia, della vita che sarebbe venuta, di tutte le cose che avrebbero fatto insieme…
… e poi di nuovo inverno, quell’inverno di tre anni prima quando due balordi di Locana avevano violentato Sandra che non capiva… non sapeva cosa stesse succedendo, e nemmeno lei Sofia lo sapeva e Roberta neppure, non capivano… e anche quello era stato tanto semplice, crudele ma semplice, e non c’erano quelle mani che frugavano dentro il tuo corpo, quelle sensazioni…
… quelle stesse mani che stavano frugando il corpo di Chiara in quella notte d’estate senza luce, in quel buio misterioso e terrificante…
… mani sporche e prepotenti che di tappavano la bocca, non ti lasciavano urlare il tuo dolore e la tua rabbia… la voglia di cambiare, il bisogno… mani che stavano forse stavano frugando il corpo di Roberta in un’altra parte della vallata, in un’altra macchina parcheggiata in un prato al buio e che non avevano mai frugato lei Sofia, nemmeno una volta per gioco… e non sapeva non capiva nemmeno lei come Sandra, non riusciva a vedere le cose chiaramente…
… se quelle stesse mani violente la disgustavano oppure se ne era attratta… se il suo rancore era invidia… o bisogno…

… allora si alzò di scatto, e quando fu in piedi restò immobile perché si rese conto che non sapeva cosa avrebbe fatto. Avrebbe voluto urlare, ma perché poi? Oppure arrivare alla macchina in silenzio e spegnere i movimenti frenetici di quei due corpi, ammazzarli come conigli… o chiudere gli occhi e immaginare di essere lei, il suo corpo quel movimento frenetico… e restare a guardarli morire o anche urlare di smetterla, di smetterla per favore di smettere di fare quello che stavano facendo per carità di dio…
Ma nemmeno di questo sarebbe stata capace. Allora si voltò e cominciò a correre per le scale, corse fino in camera sua e chiuse la porta con violenza, e poi si infilò nel letto tutta vestita e cominciò a piangere affondando la faccia nel cuscino per non svegliare la nonna.
Pianse per un’ora buona e mentre piangeva si chiedeva perché di tutto quel dolore, chiedeva perdono a sua nonna per essere diventata quel mostro informe, chiedeva perdono a Roberta per averla tradita… per aver tradito sé stessa… perdono per quella voglia e quella rabbia…

… e poi continuò a piangere senza chiedere più perdono a nessuno, e non pensò più a niente.
E smise di piangere e restò in silenzio distesa sul letto, senza pensare e senza sentire, immobile come un insetto.
Poi, quando anche le ultime lacrime si erano asciugate, pensò una cosa sola: che l’estate era finita. Che quella era stata l’ultima estate della sua vita e non ce ne sarebbero più state altre.
Poi si addormentò.

(photo by jsmithly on Flickr.com)

le tedesche

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La prima si chiamava Micaela. Non sono certo che si scriva così. Non importa.
Avevo dieci anni, lei anche, più o meno. Era l’87, la fine di luglio. Ero con mia madre, tutte le sere mi portava sul lungolago a passeggiare, io prendevo un gelato, lei fumava una Kim seduta su una panchina, in silenzio, la punta del naso rivolta verso la Svizzera.
Io guardavo: minigonne, capelli biondi, lentiggini. Una lingua che era un suono qualsiasi confuso tra gli altri, non tanto diverso dal fischio degli uccelli. Discorsi sfuggenti, un’allusione continua, spazi vuoti da riempire.
I turisti affollavano il Lago Maggiore da giugno ad agosto. Erano olandesi, svizzeri, tedeschi. Nemmeno questo importava. In casa mia erano “i tedeschi”, da sempre e per sempre, imprigionati nella loro nazionalità fittizia. Esotici. Diversi. Loro, tutto ciò che non è noi.
Un altoparlante, da qualche parte, mandava Vamos a la playa. Questo lo ricordo. Questo è importante, perché erano gli anni ottanta, avevo dieci anni, il lungolago era una sfilata di minigonne, scarpe laccate, acconciature improponibili. Calze di nylon accavallate ai tavoli dei bar. Parlavano una lingua che non potevo comprendere. Che spiavo, nascosto nell’ombra, dando la mano a mia madre.
Lei, non so come avesse conosciuto i genitori di Micaela. Stresa è un piccolo paese, alla fine dei conti. Mia madre era una bella donna, sapeva stare in società, sapeva cosa dire e quando dirlo. La invidiavo, l’ho sempre invidiata.
Vennero a sedersi accanto a noi sulla panchina. Con mia madre parlavano in tedesco. A me dissero qualcosa in italiano, non risposi, cercai di mostrarmi cordiale, educato. Si presentarono. Strinsi le loro mani. A contatto con quella di Micalea, piccola come la mia, rabbrividii. Qualcosa mi passò lungo la spina dorsale, lieve. Cercai di sorridere, di sembrare disinvolto, stavo già imparando senza rendermene conto. Poi andammo in un bar, a bere qualcosa tutti insieme.
E non accadde altro. Guardai gli occhi azzurri di lei che mi guardavano. La spiai mentre correva con la sorellina piccola su e giù dalle calette, sulle barche dei pescatori, dentro e fuori una siepe che delimitava un imbraco privato. Non capivo cosa stava succedendo, perché non potevo toglierle gli occhi di dosso, non potevo parlare, né muovermi.
Poi mia madre disse che era tardi, era ora di andare a dormire. Colsi un ultimo sguardo mentre si allontanavo in direzione del Grand Hotel, poi scomparve tra la folla.
Non la rividi mai più.

Il mito personale andò gonfiandosi negli anni successivi, e finì per esplodere. Dalle scuole medie uscii vivo, ma fortemente provato. Quando mi iscrissi alle superiori una cosa fu subito chiara: ero parte di un disegno più ampio, la mia ossessione era l’ennesima sfaccettatura di un’ossessione generalizzata tra il popolo maschile. Non ero più solo, il mito si era fatto collettivo.
Al liceo classico di Arona conobbi altri maschi. Figure incerte nella mia memoria, instabili, poco più che ombre. I ragazzi non mi interessavano. Erano una massa fumosa di comportamenti stereotipati, guerre, vittorie e sconfitte che mi sembravano misere.
Li attraversavo come nebbia, e in qualche maniera loro si facevano attraversare, accettavano la mia presenza transitoria. Non chiedevo altro.
Cominciai ad ascoltare i Nirvana, David Bowie, Lou Reed. Gente che con me aveva in comune una cosa: l’amore per il mondo femminile, i tacchi delle scarpe, i trucchi, i golfini d’angora, il nylon. E la rabbia per un mondo ottuso, dove maschio e femmina erano due entità contrapposte, gli istinti venivano repressi, gli amori codificati dai film demenziali visti alla televisione. Da bambino giocavo a vestirmi da donna. Una sera dell’87 avevo scoperto cos’era una donna. Le donne, da quel momento, furono il mio unico pensiero, il mio unico obbiettivo, la mia unica pietra di paragone.
I discorsi, con gli altri ragazzi del liceo Fermi, gravitavano introno a pochi nuclei stabili: lo sport (che non mi interessava nella maniera più assoluta), le risse (che mi lasciavano indifferente) e le ragazze.
Anche qui le argomentazioni erano vacillanti. Esplosioni ormonali e poco più. Come l’acne, o la barba che cominciava a crescere sulle loro guance. Nessuno riusciva a cogliere la grazia, la sensualità, il mistero, la perversione. Mi annoiavo.
La mia attenzione si attivava soltanto in un caso: quando la discussione verteva sul mito collettivo, sulle tedesche in vacanza sul Lago, sui loro capelli biondi, le loro forme, la loro lingua incomprensibile. Qui l’immaginario si sfaccettava. Nei bagni bui del liceo Fermi, quelle mattine d’inverno, compariva una traccia di calore pulsante. Ragazzine intraviste nude da una finestra aperta. Madri sole con scollature da capogiro e lo sguardo triste. Slip umidi trovati per caso sotto i balconi degli alberghi.
Chiudevo gli occhi durante le lezioni di matematica. Cominciavo a immaginare.
I sogni continuavano al pomeriggio, nel perimetro protetto della mia stanza. Mia madre era al lavoro, lontana, assente. Ero solo.
Mi masturbavo piano, cercando di assorbire ogni goccia di quel piacere proibito.

Arrivò l’estate del 93, passata ad Arona in una bettola per amanti del grunge, sugli slarghi del lungolago a bere superalcolici rubati, a fumare haschisch apertamente, sotto gli occhi di tutti. Bevevo lontano dagli altri, quasi non fumavo. Ero un alieno, ormai era chiaro a tutti. Tutti l’avevano accettato, io, loro, tutti.
Conobbi la seconda tedesca della mia vita una sera come le altre, altrettanto vuota e perduta. Cominciammo quasi per caso. C’erano delle ragazze della nostra età sedute su una panchina, non lontano da noi. Parlavano la solita lingua misteriosa, esotica. Avevamo bevuto molto. Fu il più intraprendente tra noi (il più disperato, il più affascinante) ad attaccare discorso. Ad allusioni, a gesti, ad occhiate. Loro ridevano.
Erano tre, noi quattro. La solita lotta all’ultimo sangue per uno spazio nel branco. Le portammo lungo una scaletta buia che scendeva fino all’apertura di una darsena abbandonata, un vecchio luogo delle nostre solitudini mattutine, quando decidevamo di non farci vedere per i corridoi della scuola. Ci sedemmo sull’erba, lo sguardo in direzione dell’Isola Bella.
Naturalmente il privilegio della scelta toccava a lui, l’affascinante, l’intraprendente, il disperato. Noi del codazzo venivamo dopo. Ma ero io il suo migliore amico, io il secondo a decidere in quella gerarchia idiota.
Scelsi. Si chiamava Alina. L’ultima se la contesero a lungo, a colpi di gesti eclatanti, battute per farla ridere. Noi ci appartammo, giusto qualche metro più in là. Restammo a guardarci a lungo. La baciai. Sentii sotto le mani le ossa delle spalle, le vertebre incurvate, i seni piccoli e appuntiti.
Feci quello che sognavo di fare da anni: infilai una mano sotto la gonna, scostai gli slip, sentii per la prima volta quel calore divampante avvolgermi le dita. Lei, quasi subito, fece lo stesso. Mi slacciò i jeans strappati, prese il pene tra le sue piccole dita. Fu lungo e incredibilmente piacevole, l’orgasmo più bello della mia vita, forse. Eiaculai così, in ginocchio, la bocca affondata nella sua, sull’erba, sulle sue cosce nude.
Ridemmo. Lei disse qualcosa in tedesco, maliziosamente. Andammo a lavarci con l’acqua del lago, le offrii una sigaretta e restammo in silenzio.
In quel momento mi accorsi che anche l’ultima coppia si era formata. Una figura solitaria, il quarto di noi (non avrei saputo dire chi), camminava lentamente nei pressi della scaletta. Quando cominciò a salire i gradini voltai lo sguardo. Sarebbe scomparso in quel buio lontano, e la sua serata sarebbe finita così.
Un’ombra tra le altre, niente di più.

La terza arrivò molti anni dopo. Ero riuscito a diplomarmi con un punteggio discreto, voti altissimi in italiano e letteratura inglese. All’esame di maturità avevo presentato una tesina sulla bellezza in arte, forse troppo perversa per un diciottenne. I professori avevano preferito sorvolare.
Mi ero trasferito a Milano per studiare Lettere in Statale. Abitavo solo in un monolocale molto costoso a Porta Ticinese.
Milano possedeva quello che cercavo: la cultura, la rabbia, l’amore, il sesso. Avevo trovato gente simile a me, altri alieni abbandonati nella metropoli. La città era viva, organica, potentemente simbolica. L’effetto caleidoscopico delle luci al neon, di ritorno dai locali a tarda notte, era una boccata d’aria. Si sommava a tutti i volti di donna intravisti nei tram, nelle spalle scoperte dei pomeriggi di primavera, in piccoli piedi femminili lasciati nudi in Piazza Duomo, nelle giornate torride della prima estate.
Toccavo tutto con mani nuove. Il mio sguardo era una promessa. Bastava un cenno, una parola detta al momento giusto, per trovare un sorriso femminile pronto ad aprirsi come un fiore. Labbra che si schiudevano nella folla di un caffé milanese: un dono privato di incommensurabile bellezza. L’architettura rigida della città esplodeva, si decomponeva in un calore antico come l’uomo.
Imparai molte cose. Come si invita una ragazza ad uscire, come farla ridere, come sedurla. Quanto ci si può spingere in là una volta che il tuo corpo nudo tocca il suo. Quando sussurrare parole dolci e quando legarla al letto, lasciandola immobile ad aspettare le tue mani su di lei.
Imparai a distinguere la seta dallo chiffon, a capire cos’è una redingote, ad indossare una cravatta senza apparire elegante, o formale. Mi innamorai dei manichini nelle vetrine dei sarti, gli occhi vuoti carichi di un erotismo terrificante.
Comprai scarpe da donna, indossai biancheria intima femminile sotto i jeans da uomo, passai lunghe ore in sexy shop sotterranei insieme a compagne saltuarie, che il giorno dopo non avrei più rivisto.
E dimenticai il paese. Mia madre. Il Lago, plumbeo d’inverno, rosa nelle albe estive. Tornavo sempre meno, e non mi guardavo intorno. A Stresa non avevo più amici, ammesso che li abbia mai avuti. Il bel maledetto di quella sera del 93 faceva la fila per il metadone la domenica mattina. Gli altri erano sempre state ombre, non avrebbero mai smesso di esserlo.
I turisti non li vedevo più. C’erano, non significavano niente.
Era Milano la mia casa, il mio esperimento, il mio progetto.
Non volevo nient’atro.

Mi laureai a marzo del 2002, 110 senza la lode. A settembre sarei partito per Londra, dove avrei cominciato un master di scrittura per audiovisivi. Valutai l’ipotesi di passare l’estate a Milano. Era sconfortante.
Sapevo cosa dovevo fare e lo feci. Affittai per quattro soldi un pulmino e ci caricai tutte le poche cose che tenevo nell’appartamento. I primi di giugno ero tornato a Stresa, a casa di mia madre.
Lei, ricordo che quel giorno la guardai, per la prima volta in molti anni. Non era cambiata. Dubito che sia mai cambiata in tutta la sua vita. I capelli le si andavano ingrigendo sulle tempie, nient’altro. Era una donna forte e sola, era sempre stata così, anche prima che mio padre se ne andasse.
Guardai anche me stesso, quel giorno, nel grande specchio della sala da pranzo. Vidi un ragazzo di venticinque anni, magro, i capelli troppo lunghi spettinati, la barba incolta. Indossava una camicia attillata, aperta sul petto e con le maniche rimboccate, un paio di calzoni neri non stirati, scarpe eleganti comprate in Inghilterra tre anni prima. Era quella la persona che volevo diventare? Decisi di sì.
Cominciai a passare le giornate alla darsena di famiglia, in completa solitudine. Leggevo e rileggevo Crash di Ballard, incapace di penetrarne fino in fondo l’erotismo e la disperazione. Facevo lunghe nuotate solitarie, la sera, quando l’acqua del lago era calma e fredda come ghiaccio.
Un’altra cosa avevo imparato a Milano: che mi piaceva fare sport, purché non ci fosse competizione. Che il corpo è come un vestito, da curare con creatività, senza fanatismo. Avevo cominciato ad andare in piscina, poi in palestra. I miei muscoli lunghi si erano tonificati, la pelle si era scurita. Mi sentivo bello.
Lei, la numero tre, non ricordo come la conobbi. Non ricordo nemmeno come si chiamasse. Avevo molte donne in quegli anni, ne avrei avute molte negli anni successivi. Fu una parentesi estiva, niente di più. In fondo non ha importanza.
Era in vacanza con due amiche. Erano molto ricche, ricordo che studiavano architettura a Ginevra. Ci incontravamo nella sua camera al Grand Hotel Des Ile Borromees, tutti i giorni, sempre ad un’ora diversa. Non parlavamo molto, eppure sapevo che la sua bellezza era qualcosa di più di un bel corpo, di due occhi in cui affogare. C’era paura, nei suoi gesti, rabbia, speranza. Un universo che non sarei mai riuscito a penetrare.
Chiudevamo a chiave la porta della stanza e facevamo sesso, a lungo, con fantasia. Esploravamo i nostri corpi come si esplora una terra nascosta, con curiosità, timore, coraggio, timidezza. Le piaceva fare l’amore da dietro, per terra. Il contatto con la moquette le arrossava il seno, la gola, le guance. Bevevamo molto, vini costosi che un cameriere in livrea ci portava direttamente in camera. Mi chiedeva di eiacularle addosso, o in bocca. A volte ci masturbavamo a lungo, sentivo la sua schiena tendersi al momento dell’orgasmo. Poi di solito si addormentava, rannicchiata contro il mio corpo. Io fumavo, guardando il movimento circolare del ventilatore sul soffitto.
Non durò molto. Dieci giorni, forse quindici. Poi un pomeriggio andai a cercarla e il portiere disse che era partita. Non mi aveva lasciato un biglietto, né un mazzo di fiori, nemmeno una bottiglia di champagne pagata, da bere per dimenticarla.
Quella sera tornai a casa presto. Era la metà di luglio. Cenai con mia madre sul terrazzo della vecchia casa.
Decisi che per quell’estate non avrei avuto altre storie con ragazze straniere. Mantenni la promessa.
Un mese dopo partii per Londra.

Passarono gli anni. Finii il master e trovai lavoro come scrittore per una nuova emittente televisiva in rete, che aveva necessità di tradurre i programmi nelle maggiori lingue mondiali, di adattarli alla cultura a cui erano destinati. Lasciai l’appartamento a Wandsworth, dove avevo vissuto per sedici mesi, e mi trasferii in città, a Camden.
Dopo una serie di esperienze frugali cominciai una relazione con una donna. Si chiamava Anna, era nata in Bosnia ma viveva a Londra da più di dieci anni. Non abbastanza, comunque, per scordare la tragedia del suo popolo. Aveva visto l’incendio di Belgrado. Era scappata in Inghilterra per ricominciare. C’era riuscita, ma portava addosso un carico di dolore inestinguibile. Quel dolore, a saperlo prendere, si trasformava in erotismo. Per la prima volta in vita mia mi innamorai.
Venne a vivere a casa mia. Dividemmo tutto: letto, soldi, nottate interminabili nei locali di Soho, amici, passioni. Fui io a lasciarla, quattro anni dopo. Le cose tra di noi non funzionavano più. A letto eravamo diventati violenti. Il piacere era dolore, mortificazione. Non c’era più creazione, soltanto esplorazione del limite. Eravamo andati troppo in là.
Ricominciare la vita da single fu difficile, ma anche liberatorio. Avevo un appartamento in centro, venivo pagato profumatamente per il mio lavoro, conoscevo la gente giusta, frequentavo i posti giusti. Conobbi altre ragazze, le portai a bere in locali sconosciuti ai margini della città. Con una di loro passai una settimana al mare, a Bournemouth, poi ci lasciammo. Qualche volta incontrai Anna per strada, alla fermata della metropolitana, in un pub che eravamo soliti frequentare insieme. Non ci parlavamo. Non avevamo nemmeno il coraggio di guardarci negli occhi.
Negli anni successivi intrapresi soltanto un’altra relazione degna di nota. Lei era americana del New Jersey, si chiamava Eileen, lavorava nella pubblicità. Andammo avanti a vederci per tre anni, ma senza alcuna regolarità. Passava lunghi inverni in casa mia, poi scompariva per mesi. Era una donna problematica, fragile, perennemente abbagliata dalle luci e dai colori di quella vita irreale che stavamo vivendo. A letto esigeva la luce spenta. Facevamo l’amore teneramente, quasi con tristezza. Anche lei, comunque, un giorno scomparve. Disse che si trasferiva a Tokyo.
Probabilmente lo fece, perché nessuno la rivide più.

Ricevetti la telefonata la mattina del mio quarantunesimo compleanno. Era mia madre, mi faceva gli auguri. Le chiesi come stava. Non tanto bene, disse, da qualche settimana si sentiva debole, faticava ad alzarsi dal letto la mattina. Le chiesi se avesse parlato con un medico. Disse di no, che non era niente, solo l’età. Certamente nel giro di qualche giorno si sarebbe ripresa.
Erano i primi di luglio. Pensai che potevo anticipare di qualche settimana il mio abituale ritorno in Italia, che di solito durava tutto il mese di agosto. Le avrei fatto una sorpresa. Potevo portarla dieci giorni al mare, in Liguria, in Toscana, ovunque. Ero sicuro che le avrebbe fatto piacere.
Com’era mia abitudine partii senza avvisare nessuna delle mie amanti. Staccai il telefono di casa, spensi il cellulare. Il volo veloce Heathrow-Malpensa durò meno di cinquanta minuti. Ringraziai le nuove tecnologie e i nuovi combustibili, chiamai un taxi.
Ad aprirmi la porta di casa, quando infilai la chiave nella toppa, fu un’infermiera. La guardai a lungo senza capire. Disse di scendere in giardino, che doveva parlarmi.
Qualche sera prima mia madre si era sentita male in cucina. In qualche maniera era riuscita a chiamare un’ambulanza, ma non aveva voluto essere portata in pronto soccorso a nessun costo. Il medico di famiglia, che nel frattempo era stato contattato, le aveva fatto gli esami preliminari: battito cardiaco, pressione, prelievo del sangue. Accertatosi che le sue condizioni erano stabili era rincasato, con la promessa che sarebbe tornato a controllare la mattina dopo, appena sveglio.
Non era stato necessario andare oltre. Gli esami del sangue avevano insospettito gli ematologi dell’ospedale di Arona, ed esami più approfonditi avevano rivelato un tumore del sangue in stadio piuttosto avanzato. Il nome popolare della malattia era leucemia fulminante. In una persona di settantacinque anni non si trattava di giorni, ma di alcune settimane, forse più di un mese. Ad ogni modo qualunque tipo di cura si sarebbe rivelato assolutamente inefficace.
Restai con lei. Le chiesi perché non mi avesse avvertito prima, lei rispose che non voleva rovinarmi il compleanno. Mia madre era così, era sempre stata discreta, silenziosa, mai un lamento, mai una parola di troppo. Era vissuta sola e avrebbe preferito morire sola, senza disturbare nessuno. Era fatta così.
Quella sera mi fece promettere che non l’avrei portata in ospedale e che non l’avrei attaccata ad una macchina per nessuna ragione al mondo. Decidemmo insieme di pagare un’infermiera che si prendesse cura di lei, che le somministrasse dosi di morfina strettamente necessarie ad una morte serena. O decorosa, come disse lei.
Poi, più tardi, quando mi ritrovai solo nella camera da letto di quand’ero bambino, incominciai a piangere. Prima sommessamente, poi a grandi singhiozzi che cercai di soffocare con il cuscino.
Molto dopo, alla fine di quella lunghissima notte insonne, uscii sul lago a fumare l’ennesima sigaretta. Era l’alba. Il lago era immobile e silenzioso. Avevo pianto per ore, ininterrottamente. Pensai che avevo pianto, per la prima volta negli ultimi trent’anni.
Mi lasciai cadere su una panchina, spossato.
I primi turisti stavano uscendo dagli alberghi a passeggiare, in attesa della colazione.

Morì una mattina di tre settimane dopo, inaspettatamente, dopo giorni di progressivi miglioramenti. Compilai carte. Organizzai il funerale. Strinsi le mani di parenti lontani e di antichi conoscenti. E tutto finì.
Pensai di tornare subito a Londra, al lavoro, alle donne che avevo lasciato. Non ci riuscii. Non riuscii nemmeno a rientrare in casa, presi una stanza al Grand Hotel, la stessa che sedici anni prima aveva ospitato la terza tedesca della mia vita. Passavo le giornate in solitudine, a guardare canali satellitari sull’enorme schermo a parete, un recente acquisto di nuovi gestori dell’albergo. La sera andavo a sedermi ad un tavolo del solito bar della mia infanzia, e bevevo, ininterrottamente, fino all’ora di chiusura.
Fu lì che conobbi Tina, la numero quattro. Anche lei sedeva sola tutte le sere. A parte questo era uguale a tutte le altre, bionda, occhi azzurri in cui perdersi. Era più giovane di me, ma non di molto. La invitai a bere insieme. La corteggiai aggressivamente, e lei rispose aggressivamente, determinata, senza paura. La portai in camera la prima sera. Ero ubriaco. Anche lei lo era. La spinsi con la faccia contro una parete, le alzai la gonna, le strappai gli slip e la penetrai. Venimmo quasi subito entrambi, e non fu piacevole, non fu niente. Mi staccai dal suo corpo e mi lasciai cadere sul letto, ancora mezzo vestito. Mi addormentai all’istante.
La mattina dopo era scomparsa. La incontrai per strada nel pomeriggio e le feci un gesto, poi andai in albergo. Dieci minuti dopo stava bussando. La feci sedere sul letto. Le misi una mano sulla bocca e cominciai a toccarle i seni. La baciai. Lei morse il mio labbro inferiore e sentii le nostre bocche che si riempivano di sangue. Mi slacciò i jeans e cominciò a masturbarmi. Ancora una volta eiaculai quasi subito, schizzandole di sperma la maglietta leggera di Armani.
Andò avanti così alcuni giorni. Un pomeriggio si presentò in albergo e quando provai a baciarla mi respinse. Non pronunciò una sola sillaba. Si sedette sul bordo del letto e cominciò a piangere, con il volto affondato tra le mani.
Le chiesi se le andava di uscire a far due passi. Potevamo bere qualcosa insieme.
Annuì, e scomparve nel bagno.

Due ore dopo eravamo seduti sull’erba della darsena abbandonata, dove una notte di venticinque anni prima avevo sfilato gli slip ad Alina, la numero due. Mangiavamo un gelato. Parlavamo.
Per la prima volta mi scoprivo a raccontare a una tedesca della mia vita, della mia infanzia, di mia madre. Anche Tina parlava. Di suo marito che l’aveva tradita per anni, e che ora l’aveva lasciata sola, senza figli, troppo vecchia per pensare di averne.
Parlava un inglese discreto, sufficiente a capirsi. A capire me, il dolore che mi portavo dentro, il dolore recente per la morte di mia madre, quello che c’era sempre stato senza che nemmeno sapessi perché.
Il dolore di lei era la stessa cosa. Vivo. Umano.
Parlammo fino a sera, poi disse che era stanca, avrebbe dovuto riposarsi. Pensava di ripartire la mattina seguente. Sarebbe passata all’albergo a salutarmi. Sorrideva. Era felice di aver parlato, diceva di sentirsi meglio.
Anche io sorrisi. La guardai negli occhi nell’ultima luce della sera e vidi una cosa: dolore. E gioia, e speranza.
Vidi un essere umano.
In quel preciso istante capii che sarei tornato a Londra, che avrei ricominciato la mia vita. Capii che Tina sarebbe tornata in Germania e non l’avrei più rivista. In fondo non importava.
Capii con assoluta certezza che quella sarebbe stata l’ultima tedesca della mia vita.

(photo by Tuffer on Flickr.com)