le tedesche

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La prima si chiamava Micaela. Non sono certo che si scriva così. Non importa.
Avevo dieci anni, lei anche, più o meno. Era l’87, la fine di luglio. Ero con mia madre, tutte le sere mi portava sul lungolago a passeggiare, io prendevo un gelato, lei fumava una Kim seduta su una panchina, in silenzio, la punta del naso rivolta verso la Svizzera.
Io guardavo: minigonne, capelli biondi, lentiggini. Una lingua che era un suono qualsiasi confuso tra gli altri, non tanto diverso dal fischio degli uccelli. Discorsi sfuggenti, un’allusione continua, spazi vuoti da riempire.
I turisti affollavano il Lago Maggiore da giugno ad agosto. Erano olandesi, svizzeri, tedeschi. Nemmeno questo importava. In casa mia erano “i tedeschi”, da sempre e per sempre, imprigionati nella loro nazionalità fittizia. Esotici. Diversi. Loro, tutto ciò che non è noi.
Un altoparlante, da qualche parte, mandava Vamos a la playa. Questo lo ricordo. Questo è importante, perché erano gli anni ottanta, avevo dieci anni, il lungolago era una sfilata di minigonne, scarpe laccate, acconciature improponibili. Calze di nylon accavallate ai tavoli dei bar. Parlavano una lingua che non potevo comprendere. Che spiavo, nascosto nell’ombra, dando la mano a mia madre.
Lei, non so come avesse conosciuto i genitori di Micaela. Stresa è un piccolo paese, alla fine dei conti. Mia madre era una bella donna, sapeva stare in società, sapeva cosa dire e quando dirlo. La invidiavo, l’ho sempre invidiata.
Vennero a sedersi accanto a noi sulla panchina. Con mia madre parlavano in tedesco. A me dissero qualcosa in italiano, non risposi, cercai di mostrarmi cordiale, educato. Si presentarono. Strinsi le loro mani. A contatto con quella di Micalea, piccola come la mia, rabbrividii. Qualcosa mi passò lungo la spina dorsale, lieve. Cercai di sorridere, di sembrare disinvolto, stavo già imparando senza rendermene conto. Poi andammo in un bar, a bere qualcosa tutti insieme.
E non accadde altro. Guardai gli occhi azzurri di lei che mi guardavano. La spiai mentre correva con la sorellina piccola su e giù dalle calette, sulle barche dei pescatori, dentro e fuori una siepe che delimitava un imbraco privato. Non capivo cosa stava succedendo, perché non potevo toglierle gli occhi di dosso, non potevo parlare, né muovermi.
Poi mia madre disse che era tardi, era ora di andare a dormire. Colsi un ultimo sguardo mentre si allontanavo in direzione del Grand Hotel, poi scomparve tra la folla.
Non la rividi mai più.

Il mito personale andò gonfiandosi negli anni successivi, e finì per esplodere. Dalle scuole medie uscii vivo, ma fortemente provato. Quando mi iscrissi alle superiori una cosa fu subito chiara: ero parte di un disegno più ampio, la mia ossessione era l’ennesima sfaccettatura di un’ossessione generalizzata tra il popolo maschile. Non ero più solo, il mito si era fatto collettivo.
Al liceo classico di Arona conobbi altri maschi. Figure incerte nella mia memoria, instabili, poco più che ombre. I ragazzi non mi interessavano. Erano una massa fumosa di comportamenti stereotipati, guerre, vittorie e sconfitte che mi sembravano misere.
Li attraversavo come nebbia, e in qualche maniera loro si facevano attraversare, accettavano la mia presenza transitoria. Non chiedevo altro.
Cominciai ad ascoltare i Nirvana, David Bowie, Lou Reed. Gente che con me aveva in comune una cosa: l’amore per il mondo femminile, i tacchi delle scarpe, i trucchi, i golfini d’angora, il nylon. E la rabbia per un mondo ottuso, dove maschio e femmina erano due entità contrapposte, gli istinti venivano repressi, gli amori codificati dai film demenziali visti alla televisione. Da bambino giocavo a vestirmi da donna. Una sera dell’87 avevo scoperto cos’era una donna. Le donne, da quel momento, furono il mio unico pensiero, il mio unico obbiettivo, la mia unica pietra di paragone.
I discorsi, con gli altri ragazzi del liceo Fermi, gravitavano introno a pochi nuclei stabili: lo sport (che non mi interessava nella maniera più assoluta), le risse (che mi lasciavano indifferente) e le ragazze.
Anche qui le argomentazioni erano vacillanti. Esplosioni ormonali e poco più. Come l’acne, o la barba che cominciava a crescere sulle loro guance. Nessuno riusciva a cogliere la grazia, la sensualità, il mistero, la perversione. Mi annoiavo.
La mia attenzione si attivava soltanto in un caso: quando la discussione verteva sul mito collettivo, sulle tedesche in vacanza sul Lago, sui loro capelli biondi, le loro forme, la loro lingua incomprensibile. Qui l’immaginario si sfaccettava. Nei bagni bui del liceo Fermi, quelle mattine d’inverno, compariva una traccia di calore pulsante. Ragazzine intraviste nude da una finestra aperta. Madri sole con scollature da capogiro e lo sguardo triste. Slip umidi trovati per caso sotto i balconi degli alberghi.
Chiudevo gli occhi durante le lezioni di matematica. Cominciavo a immaginare.
I sogni continuavano al pomeriggio, nel perimetro protetto della mia stanza. Mia madre era al lavoro, lontana, assente. Ero solo.
Mi masturbavo piano, cercando di assorbire ogni goccia di quel piacere proibito.

Arrivò l’estate del 93, passata ad Arona in una bettola per amanti del grunge, sugli slarghi del lungolago a bere superalcolici rubati, a fumare haschisch apertamente, sotto gli occhi di tutti. Bevevo lontano dagli altri, quasi non fumavo. Ero un alieno, ormai era chiaro a tutti. Tutti l’avevano accettato, io, loro, tutti.
Conobbi la seconda tedesca della mia vita una sera come le altre, altrettanto vuota e perduta. Cominciammo quasi per caso. C’erano delle ragazze della nostra età sedute su una panchina, non lontano da noi. Parlavano la solita lingua misteriosa, esotica. Avevamo bevuto molto. Fu il più intraprendente tra noi (il più disperato, il più affascinante) ad attaccare discorso. Ad allusioni, a gesti, ad occhiate. Loro ridevano.
Erano tre, noi quattro. La solita lotta all’ultimo sangue per uno spazio nel branco. Le portammo lungo una scaletta buia che scendeva fino all’apertura di una darsena abbandonata, un vecchio luogo delle nostre solitudini mattutine, quando decidevamo di non farci vedere per i corridoi della scuola. Ci sedemmo sull’erba, lo sguardo in direzione dell’Isola Bella.
Naturalmente il privilegio della scelta toccava a lui, l’affascinante, l’intraprendente, il disperato. Noi del codazzo venivamo dopo. Ma ero io il suo migliore amico, io il secondo a decidere in quella gerarchia idiota.
Scelsi. Si chiamava Alina. L’ultima se la contesero a lungo, a colpi di gesti eclatanti, battute per farla ridere. Noi ci appartammo, giusto qualche metro più in là. Restammo a guardarci a lungo. La baciai. Sentii sotto le mani le ossa delle spalle, le vertebre incurvate, i seni piccoli e appuntiti.
Feci quello che sognavo di fare da anni: infilai una mano sotto la gonna, scostai gli slip, sentii per la prima volta quel calore divampante avvolgermi le dita. Lei, quasi subito, fece lo stesso. Mi slacciò i jeans strappati, prese il pene tra le sue piccole dita. Fu lungo e incredibilmente piacevole, l’orgasmo più bello della mia vita, forse. Eiaculai così, in ginocchio, la bocca affondata nella sua, sull’erba, sulle sue cosce nude.
Ridemmo. Lei disse qualcosa in tedesco, maliziosamente. Andammo a lavarci con l’acqua del lago, le offrii una sigaretta e restammo in silenzio.
In quel momento mi accorsi che anche l’ultima coppia si era formata. Una figura solitaria, il quarto di noi (non avrei saputo dire chi), camminava lentamente nei pressi della scaletta. Quando cominciò a salire i gradini voltai lo sguardo. Sarebbe scomparso in quel buio lontano, e la sua serata sarebbe finita così.
Un’ombra tra le altre, niente di più.

La terza arrivò molti anni dopo. Ero riuscito a diplomarmi con un punteggio discreto, voti altissimi in italiano e letteratura inglese. All’esame di maturità avevo presentato una tesina sulla bellezza in arte, forse troppo perversa per un diciottenne. I professori avevano preferito sorvolare.
Mi ero trasferito a Milano per studiare Lettere in Statale. Abitavo solo in un monolocale molto costoso a Porta Ticinese.
Milano possedeva quello che cercavo: la cultura, la rabbia, l’amore, il sesso. Avevo trovato gente simile a me, altri alieni abbandonati nella metropoli. La città era viva, organica, potentemente simbolica. L’effetto caleidoscopico delle luci al neon, di ritorno dai locali a tarda notte, era una boccata d’aria. Si sommava a tutti i volti di donna intravisti nei tram, nelle spalle scoperte dei pomeriggi di primavera, in piccoli piedi femminili lasciati nudi in Piazza Duomo, nelle giornate torride della prima estate.
Toccavo tutto con mani nuove. Il mio sguardo era una promessa. Bastava un cenno, una parola detta al momento giusto, per trovare un sorriso femminile pronto ad aprirsi come un fiore. Labbra che si schiudevano nella folla di un caffé milanese: un dono privato di incommensurabile bellezza. L’architettura rigida della città esplodeva, si decomponeva in un calore antico come l’uomo.
Imparai molte cose. Come si invita una ragazza ad uscire, come farla ridere, come sedurla. Quanto ci si può spingere in là una volta che il tuo corpo nudo tocca il suo. Quando sussurrare parole dolci e quando legarla al letto, lasciandola immobile ad aspettare le tue mani su di lei.
Imparai a distinguere la seta dallo chiffon, a capire cos’è una redingote, ad indossare una cravatta senza apparire elegante, o formale. Mi innamorai dei manichini nelle vetrine dei sarti, gli occhi vuoti carichi di un erotismo terrificante.
Comprai scarpe da donna, indossai biancheria intima femminile sotto i jeans da uomo, passai lunghe ore in sexy shop sotterranei insieme a compagne saltuarie, che il giorno dopo non avrei più rivisto.
E dimenticai il paese. Mia madre. Il Lago, plumbeo d’inverno, rosa nelle albe estive. Tornavo sempre meno, e non mi guardavo intorno. A Stresa non avevo più amici, ammesso che li abbia mai avuti. Il bel maledetto di quella sera del 93 faceva la fila per il metadone la domenica mattina. Gli altri erano sempre state ombre, non avrebbero mai smesso di esserlo.
I turisti non li vedevo più. C’erano, non significavano niente.
Era Milano la mia casa, il mio esperimento, il mio progetto.
Non volevo nient’atro.

Mi laureai a marzo del 2002, 110 senza la lode. A settembre sarei partito per Londra, dove avrei cominciato un master di scrittura per audiovisivi. Valutai l’ipotesi di passare l’estate a Milano. Era sconfortante.
Sapevo cosa dovevo fare e lo feci. Affittai per quattro soldi un pulmino e ci caricai tutte le poche cose che tenevo nell’appartamento. I primi di giugno ero tornato a Stresa, a casa di mia madre.
Lei, ricordo che quel giorno la guardai, per la prima volta in molti anni. Non era cambiata. Dubito che sia mai cambiata in tutta la sua vita. I capelli le si andavano ingrigendo sulle tempie, nient’altro. Era una donna forte e sola, era sempre stata così, anche prima che mio padre se ne andasse.
Guardai anche me stesso, quel giorno, nel grande specchio della sala da pranzo. Vidi un ragazzo di venticinque anni, magro, i capelli troppo lunghi spettinati, la barba incolta. Indossava una camicia attillata, aperta sul petto e con le maniche rimboccate, un paio di calzoni neri non stirati, scarpe eleganti comprate in Inghilterra tre anni prima. Era quella la persona che volevo diventare? Decisi di sì.
Cominciai a passare le giornate alla darsena di famiglia, in completa solitudine. Leggevo e rileggevo Crash di Ballard, incapace di penetrarne fino in fondo l’erotismo e la disperazione. Facevo lunghe nuotate solitarie, la sera, quando l’acqua del lago era calma e fredda come ghiaccio.
Un’altra cosa avevo imparato a Milano: che mi piaceva fare sport, purché non ci fosse competizione. Che il corpo è come un vestito, da curare con creatività, senza fanatismo. Avevo cominciato ad andare in piscina, poi in palestra. I miei muscoli lunghi si erano tonificati, la pelle si era scurita. Mi sentivo bello.
Lei, la numero tre, non ricordo come la conobbi. Non ricordo nemmeno come si chiamasse. Avevo molte donne in quegli anni, ne avrei avute molte negli anni successivi. Fu una parentesi estiva, niente di più. In fondo non ha importanza.
Era in vacanza con due amiche. Erano molto ricche, ricordo che studiavano architettura a Ginevra. Ci incontravamo nella sua camera al Grand Hotel Des Ile Borromees, tutti i giorni, sempre ad un’ora diversa. Non parlavamo molto, eppure sapevo che la sua bellezza era qualcosa di più di un bel corpo, di due occhi in cui affogare. C’era paura, nei suoi gesti, rabbia, speranza. Un universo che non sarei mai riuscito a penetrare.
Chiudevamo a chiave la porta della stanza e facevamo sesso, a lungo, con fantasia. Esploravamo i nostri corpi come si esplora una terra nascosta, con curiosità, timore, coraggio, timidezza. Le piaceva fare l’amore da dietro, per terra. Il contatto con la moquette le arrossava il seno, la gola, le guance. Bevevamo molto, vini costosi che un cameriere in livrea ci portava direttamente in camera. Mi chiedeva di eiacularle addosso, o in bocca. A volte ci masturbavamo a lungo, sentivo la sua schiena tendersi al momento dell’orgasmo. Poi di solito si addormentava, rannicchiata contro il mio corpo. Io fumavo, guardando il movimento circolare del ventilatore sul soffitto.
Non durò molto. Dieci giorni, forse quindici. Poi un pomeriggio andai a cercarla e il portiere disse che era partita. Non mi aveva lasciato un biglietto, né un mazzo di fiori, nemmeno una bottiglia di champagne pagata, da bere per dimenticarla.
Quella sera tornai a casa presto. Era la metà di luglio. Cenai con mia madre sul terrazzo della vecchia casa.
Decisi che per quell’estate non avrei avuto altre storie con ragazze straniere. Mantenni la promessa.
Un mese dopo partii per Londra.

Passarono gli anni. Finii il master e trovai lavoro come scrittore per una nuova emittente televisiva in rete, che aveva necessità di tradurre i programmi nelle maggiori lingue mondiali, di adattarli alla cultura a cui erano destinati. Lasciai l’appartamento a Wandsworth, dove avevo vissuto per sedici mesi, e mi trasferii in città, a Camden.
Dopo una serie di esperienze frugali cominciai una relazione con una donna. Si chiamava Anna, era nata in Bosnia ma viveva a Londra da più di dieci anni. Non abbastanza, comunque, per scordare la tragedia del suo popolo. Aveva visto l’incendio di Belgrado. Era scappata in Inghilterra per ricominciare. C’era riuscita, ma portava addosso un carico di dolore inestinguibile. Quel dolore, a saperlo prendere, si trasformava in erotismo. Per la prima volta in vita mia mi innamorai.
Venne a vivere a casa mia. Dividemmo tutto: letto, soldi, nottate interminabili nei locali di Soho, amici, passioni. Fui io a lasciarla, quattro anni dopo. Le cose tra di noi non funzionavano più. A letto eravamo diventati violenti. Il piacere era dolore, mortificazione. Non c’era più creazione, soltanto esplorazione del limite. Eravamo andati troppo in là.
Ricominciare la vita da single fu difficile, ma anche liberatorio. Avevo un appartamento in centro, venivo pagato profumatamente per il mio lavoro, conoscevo la gente giusta, frequentavo i posti giusti. Conobbi altre ragazze, le portai a bere in locali sconosciuti ai margini della città. Con una di loro passai una settimana al mare, a Bournemouth, poi ci lasciammo. Qualche volta incontrai Anna per strada, alla fermata della metropolitana, in un pub che eravamo soliti frequentare insieme. Non ci parlavamo. Non avevamo nemmeno il coraggio di guardarci negli occhi.
Negli anni successivi intrapresi soltanto un’altra relazione degna di nota. Lei era americana del New Jersey, si chiamava Eileen, lavorava nella pubblicità. Andammo avanti a vederci per tre anni, ma senza alcuna regolarità. Passava lunghi inverni in casa mia, poi scompariva per mesi. Era una donna problematica, fragile, perennemente abbagliata dalle luci e dai colori di quella vita irreale che stavamo vivendo. A letto esigeva la luce spenta. Facevamo l’amore teneramente, quasi con tristezza. Anche lei, comunque, un giorno scomparve. Disse che si trasferiva a Tokyo.
Probabilmente lo fece, perché nessuno la rivide più.

Ricevetti la telefonata la mattina del mio quarantunesimo compleanno. Era mia madre, mi faceva gli auguri. Le chiesi come stava. Non tanto bene, disse, da qualche settimana si sentiva debole, faticava ad alzarsi dal letto la mattina. Le chiesi se avesse parlato con un medico. Disse di no, che non era niente, solo l’età. Certamente nel giro di qualche giorno si sarebbe ripresa.
Erano i primi di luglio. Pensai che potevo anticipare di qualche settimana il mio abituale ritorno in Italia, che di solito durava tutto il mese di agosto. Le avrei fatto una sorpresa. Potevo portarla dieci giorni al mare, in Liguria, in Toscana, ovunque. Ero sicuro che le avrebbe fatto piacere.
Com’era mia abitudine partii senza avvisare nessuna delle mie amanti. Staccai il telefono di casa, spensi il cellulare. Il volo veloce Heathrow-Malpensa durò meno di cinquanta minuti. Ringraziai le nuove tecnologie e i nuovi combustibili, chiamai un taxi.
Ad aprirmi la porta di casa, quando infilai la chiave nella toppa, fu un’infermiera. La guardai a lungo senza capire. Disse di scendere in giardino, che doveva parlarmi.
Qualche sera prima mia madre si era sentita male in cucina. In qualche maniera era riuscita a chiamare un’ambulanza, ma non aveva voluto essere portata in pronto soccorso a nessun costo. Il medico di famiglia, che nel frattempo era stato contattato, le aveva fatto gli esami preliminari: battito cardiaco, pressione, prelievo del sangue. Accertatosi che le sue condizioni erano stabili era rincasato, con la promessa che sarebbe tornato a controllare la mattina dopo, appena sveglio.
Non era stato necessario andare oltre. Gli esami del sangue avevano insospettito gli ematologi dell’ospedale di Arona, ed esami più approfonditi avevano rivelato un tumore del sangue in stadio piuttosto avanzato. Il nome popolare della malattia era leucemia fulminante. In una persona di settantacinque anni non si trattava di giorni, ma di alcune settimane, forse più di un mese. Ad ogni modo qualunque tipo di cura si sarebbe rivelato assolutamente inefficace.
Restai con lei. Le chiesi perché non mi avesse avvertito prima, lei rispose che non voleva rovinarmi il compleanno. Mia madre era così, era sempre stata discreta, silenziosa, mai un lamento, mai una parola di troppo. Era vissuta sola e avrebbe preferito morire sola, senza disturbare nessuno. Era fatta così.
Quella sera mi fece promettere che non l’avrei portata in ospedale e che non l’avrei attaccata ad una macchina per nessuna ragione al mondo. Decidemmo insieme di pagare un’infermiera che si prendesse cura di lei, che le somministrasse dosi di morfina strettamente necessarie ad una morte serena. O decorosa, come disse lei.
Poi, più tardi, quando mi ritrovai solo nella camera da letto di quand’ero bambino, incominciai a piangere. Prima sommessamente, poi a grandi singhiozzi che cercai di soffocare con il cuscino.
Molto dopo, alla fine di quella lunghissima notte insonne, uscii sul lago a fumare l’ennesima sigaretta. Era l’alba. Il lago era immobile e silenzioso. Avevo pianto per ore, ininterrottamente. Pensai che avevo pianto, per la prima volta negli ultimi trent’anni.
Mi lasciai cadere su una panchina, spossato.
I primi turisti stavano uscendo dagli alberghi a passeggiare, in attesa della colazione.

Morì una mattina di tre settimane dopo, inaspettatamente, dopo giorni di progressivi miglioramenti. Compilai carte. Organizzai il funerale. Strinsi le mani di parenti lontani e di antichi conoscenti. E tutto finì.
Pensai di tornare subito a Londra, al lavoro, alle donne che avevo lasciato. Non ci riuscii. Non riuscii nemmeno a rientrare in casa, presi una stanza al Grand Hotel, la stessa che sedici anni prima aveva ospitato la terza tedesca della mia vita. Passavo le giornate in solitudine, a guardare canali satellitari sull’enorme schermo a parete, un recente acquisto di nuovi gestori dell’albergo. La sera andavo a sedermi ad un tavolo del solito bar della mia infanzia, e bevevo, ininterrottamente, fino all’ora di chiusura.
Fu lì che conobbi Tina, la numero quattro. Anche lei sedeva sola tutte le sere. A parte questo era uguale a tutte le altre, bionda, occhi azzurri in cui perdersi. Era più giovane di me, ma non di molto. La invitai a bere insieme. La corteggiai aggressivamente, e lei rispose aggressivamente, determinata, senza paura. La portai in camera la prima sera. Ero ubriaco. Anche lei lo era. La spinsi con la faccia contro una parete, le alzai la gonna, le strappai gli slip e la penetrai. Venimmo quasi subito entrambi, e non fu piacevole, non fu niente. Mi staccai dal suo corpo e mi lasciai cadere sul letto, ancora mezzo vestito. Mi addormentai all’istante.
La mattina dopo era scomparsa. La incontrai per strada nel pomeriggio e le feci un gesto, poi andai in albergo. Dieci minuti dopo stava bussando. La feci sedere sul letto. Le misi una mano sulla bocca e cominciai a toccarle i seni. La baciai. Lei morse il mio labbro inferiore e sentii le nostre bocche che si riempivano di sangue. Mi slacciò i jeans e cominciò a masturbarmi. Ancora una volta eiaculai quasi subito, schizzandole di sperma la maglietta leggera di Armani.
Andò avanti così alcuni giorni. Un pomeriggio si presentò in albergo e quando provai a baciarla mi respinse. Non pronunciò una sola sillaba. Si sedette sul bordo del letto e cominciò a piangere, con il volto affondato tra le mani.
Le chiesi se le andava di uscire a far due passi. Potevamo bere qualcosa insieme.
Annuì, e scomparve nel bagno.

Due ore dopo eravamo seduti sull’erba della darsena abbandonata, dove una notte di venticinque anni prima avevo sfilato gli slip ad Alina, la numero due. Mangiavamo un gelato. Parlavamo.
Per la prima volta mi scoprivo a raccontare a una tedesca della mia vita, della mia infanzia, di mia madre. Anche Tina parlava. Di suo marito che l’aveva tradita per anni, e che ora l’aveva lasciata sola, senza figli, troppo vecchia per pensare di averne.
Parlava un inglese discreto, sufficiente a capirsi. A capire me, il dolore che mi portavo dentro, il dolore recente per la morte di mia madre, quello che c’era sempre stato senza che nemmeno sapessi perché.
Il dolore di lei era la stessa cosa. Vivo. Umano.
Parlammo fino a sera, poi disse che era stanca, avrebbe dovuto riposarsi. Pensava di ripartire la mattina seguente. Sarebbe passata all’albergo a salutarmi. Sorrideva. Era felice di aver parlato, diceva di sentirsi meglio.
Anche io sorrisi. La guardai negli occhi nell’ultima luce della sera e vidi una cosa: dolore. E gioia, e speranza.
Vidi un essere umano.
In quel preciso istante capii che sarei tornato a Londra, che avrei ricominciato la mia vita. Capii che Tina sarebbe tornata in Germania e non l’avrei più rivista. In fondo non importava.
Capii con assoluta certezza che quella sarebbe stata l’ultima tedesca della mia vita.

(photo by Tuffer on Flickr.com)

8 pensieri riguardo “le tedesche”

  1. sorprendentemente semplice da leggere; racconti l’ossessione con tranquillità, analiticamente; le descrizioni mi piacciono molto come sempre. (opinioni)

  2. Ti odio! E ti invidio! Ti odio perchè ti invidio. E l’angora è una citazione dal film che abbiamo visto insieme, l’ultima sera, nella taverna di S*. Un cammeo nel tuo ennesimo cazzo di gioiellino perfetto. Ti odio! Sono sbronzetta e ti invidio e ti odio per questo. Per questo, continuerò a leggerti.

    Coco

  3. uh, coco che parole dolci! e lo sai che dette da te (anche sbronzetta o SOPRATTUTTO sbronzetta) mi fanno ancora più piacere..
    allora in due parole: non che sia sta perla questo racconto qui, ma lo sai che di queste cose erano anni che volvo scrivere e non ce l’avevo mai fatta (ne abbiamo parlato una volta) e quindi devo dire che mi ritengo soddisfatto. umanamente più che altro 🙂
    grazie comunque del tuo affettuoso odio..

    già che ci sono faccio che rispondere anche a johnny. anche qui brevissimo: questo giro ti contraddico. ossessione? quale ossessione??
    no no questo non è un racconto d’ossessioni, di fraintendimenti forse sì, ma non di ossessioni.
    i miei personaggi fino ad oggi sono stati molto ossessionati da tutto, questo qui invece non lo è, ed è il primo in assoluto.
    che significherà mai tutto ciò?? (opinioni anche le mie, naturalmente.)

  4. ah, ok, comincio anch’io coi commenti veri, non richiesti e probabilmente fuori luogo. impressioni a caldo e quindi poco ragionate ma forse per questo più sincere: mi sembra che sia in questo che nel successivo (che però è solo alla prima parte, mi riservo di leggere tutto e ripensarci) tu parta con descrizioni composte, molto dettagliate, troppo a volte, che lasciano poco spazio all’immaginazione o alla possibilità di leggerci qualcosa in più dietro, per poi arrivare alla fine invece in cui i personaggi cominciano a definirsi e a diventare più veri, empaticamente comprensibili.
    in ogni caso, stile molto bello e pulito, mi piace molto…
    scusa, devo leggere ancora quasi tutto il resto quindi, ripeto, mi riservo di contraddirmi non appena finito.

    a dopo.

  5. niente ossessione? Ah, boh, allora non ci ho capito nulla, magari lo rileggerò.
    Tutto “ciò” sembra davvero un buon segno!
    Però, ora, ripensandoci, mi chiedo: non si sente vagamente puzza di lieto fine? Non ti metterai a scrivere racconti a lieto fine, vero?

  6. Va’ là che questo è bello, G.! Ha ragione quel Johnny che non conosco: è analitico; hai ragione tu: non c’è nulla di ossessivo. E’ semplicemente bello d’una bellezza che ricorda uno schizzo di sperma su un marmo gelido. E’ assolutamente asettico e mortuario, per come la vedo io, e in questo sta la bellezza di LE TEDESCHE. Mai un momento di cedimento alla ‘sentimentalità’, tutto così splendidamente arido… Pagine di trionfale niente per poi arrivare alle ultime dieci righe che… Ma quale “lieto fine”? guarda, per questo scritto mi costringi addirittura a scomodare Hegel: mi pare che qui tu possa notare una specie di “Calvario dello Spirito” (le pagine del ‘niente’) che prepara il “Venerdì Santo speculativo”, la Pasqua della Resurrezione dello Spirito (le ultime 10 righe): una riconciliazione dell’Io narrante con l’umanità, il “Sì” di sè a se stessi, sia pur nella “coscienza infelice” di una comune animalità umana. Direi un Hegel virato in senso schopenhaueriano. Eheheh! L’ho messa giù un po’ spessa, vero? Ma so che G. mi capisce. Tutto solo per dirti: è bellissimo. Ragazzi, leggetevi GENERAZIONE RUMORE!

  7. mortuario sì, credo di sì. come lo sono i simboli e i manichini nelle vetrine dei negozi. forse anche vitale ma da qualche parte in fondo, solo come possibilità…

    … comunque una sorta di lieto fine c’è pure, se pensi che in generazione rumore tutto finiva con l’ammissione di un destino superiore a quello dell’uomo, e un destino tremendo per giunta.
    qui almeno c’è il “contatto con le cose”, quello con cui si concludeva drieu la rochelle, anche se come dici tu arriva nelle ultime 10 righe (com’era quella faccenda della nottola di minerva?).

    tutto questo per dirti: sono contento che ti sia piaciuto. a me personalmente non piace troppo, ma tutto questo cercavo di scriverlo da anni, quindi va bene così. intanto la materia è stata prodotta, ora ci sarà modo di plasmarla…

    ah, e un’ultima cosa: johnny lo conosci eccome. non ti svelo nome e cognome per questioni di privacy (!) comunque se ti consola questa faccenda dell’identità segreta ha fatto impazzire anche me 🙂

  8. Sìsì, in effetti messa giù così è po’ spessa prof, ma rende l’idea anche ad un elettricista allergico alla letteratura come me. [oh dài Luca ci vuole poco per farti impazzire] Chiedo scusa alla redazione: mi s0no fuori luogo dilungando inutilmente, domando umilmente perdono.

    “Se è il caso posso mandare una mail con scritto che sono Tommaso Cerutti, classe 85, quintaB qualche anno fa, (la privacy non esiste, è un’illusione) se chi ha scritto qui sopra è davvero il mitico prof MARIO G. che penso colgo l’occasione per ringraziarlo di Full Metal Jacket, Fight Club e tutto quello che ha dato (a me e ad altri fortunati) anche al di fuori delle ore sui banchi. E mi scuso per essere scomparso.
    Ma non ho l’indirizzo: niente mail.” Qualcuno ha scritto che nulla è off topic (e potrebbe presto pentirsene) quindi abuso malvagiamente di questo spazio.
    Generazione Rumore è davvero da leggere, ma non voglio insozzare di commenti anche lì, per ora. Cordiali saluti.
    johnny

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