scomparire

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I.

Entrata

Un giorno gli ordini erano cambiati. La politica del governo era cambiata. Un corpo speciale della polizia era stato istituito per neutralizzarci. Renderci inoffensivi, in qualsiasi maniera.
Annichilirci, si diceva.
I metodi ricordavano quelli delle giunte militari sudamericane. Erano richieste efficienza e discrezione.
Silenzio, soprattutto. La guerra si combatteva là dove le parole non potevano arrivare. Dove la civiltà dell’abuso linguistico cedeva il campo ai fatti, spogliati da ogni interpretazione.
Era questione di affermare il proprio corpo. La propria esistenza fisica. Non cedere all’invisibilità, alla sua tentazione.
Cadevamo a decine, come mosche. I giornali non riportavano alcuna notizia. Le proteste di parenti e amici si spegnevano nel vuoto.
Non esistevamo, non eravamo mai esistiti.
Scomparire nel nulla, tutto qui.

Il 25 luglio del 2022 cominciava il terzo mese della mia latitanza. Ero un condannato a morte. Avevo paura.
La settimana prima avevo parlato con la digos. Avevo barattato la mia fuga con qualche delazione. L’unica scelta possibile.
Finivamo tutti così, prima o poi.
La bravura stava nel vivere al confine. Sfruttare le correnti d’aria. Disperdere la propria identità nel pulviscolo della superficie.
Un unico corpo, molte vite.
Un lavoro, un hobby, un cane.
Una ragazza. La mattina del 25 mi svegliai accanto ad Estela. Ci frequentavamo da alcune settimane. Estela non era il suo vero nome, come Danny non era il mio.
Era bella. Leggera. Slanciata. Seni piccoli e appuntiti. Capelli bianchi, secondo la moda di quell’estate.
Estela e Danny, senza un passato e senza un futuro.
Era giusto così.

Estela di mattina. Estela alla finestra. Estela nel chiarore del bagno, inondata di luce.
Restai a casa sua fino a mezzogiorno. Pranzammo insieme, nel ristorante vegano di un amico. Poi la accompagnai alla stazione della sopraelevata più vicina. Scomparve in un vagone.
Scesi nei quartieri sotterranei per aspettare che calasse il sole. Giocai a biliardo. Dormii qualche ora su una panchina.
Quando tornai in superficie si vedevano le prime stelle.
Restai a guardarle a lungo.
La mia fuga era cominciata.

1.

Una sera plumbea d’estate. Poche stelle in un cielo viola pallido. Alberi alti, fiume silenzioso. Traffico di esseri umani e mezzi elettrici.
Discreto, come sempre.
Torino è calma. Una quiete che ricorda l’apnea. Che spinge a nuotare più che a camminare, come pesci in una boccia di vetro.
Torino, il centro di Torino, non è più dei torinesi da almeno dieci anni. È un luogo d’incontri, come ogni altra città. Una rete. Uno spazio sicuro e protetto dove si spostano capitali, si firmano contratti, si stringono accordi.
Dove nascono mode e si lanciano idee. Un paradiso di luci e colori. Di cartelloni oleografici e architetture d’avanguardia.
Un film all’aria aperta, il tuo personale videogioco.
A quest’ora i protagonisti sono gli studenti. Bevono birra sui gradini dell’università. Giocano a calcio. Ascoltano musica.
Io, per ora, sono solo una comparsa.

Cammino lungo corso San Maurizio. Ora è buio. Le quattro lune sono accese. La ovest è gialla, questa sera. È ben visibile. Vicina.
La nord è azzurra. Oscilla. Ogni tanto la cima di un palazzo la copre. Poi ricompare.
Cammino tra i due dischi, in direzione nord-ovest. Mi fermo a compare le sigarette e un’auto della polizia mi passa accanto. Non rallenta.
Indosso jeans attillati e felpa con cappuccio. Porto bene i miei trent’anni. Non sono un tipo sospetto, almeno per sbirri di quartiere come questi.
Quelli che mi cercano per ammazzarmi non sanno nemmeno cosa sia, un tipo sospetto. Non fanno differenze. Non interpretano.
Ti fanno a pezzi, senza badare a come sei vestito.
In dieci minuti sono ai Giardini Reali, stazione della sopraelevata. Sulla piattaforma c’è un gruppo di impiegati che viene dall’aperitivo. Parlano ad alta voce. Ridono.
Il treno arriva quasi subito.
Mi guardo intorno, in cerca di un vagone vuoto.

Interferenza

Appoggiai la testa al finestrino. Svuotai la mente. Non potevo permettermi sentimenti umani. Niente paura. Nessun rimpianto.
Guardavo la città passarmi sotto come un plastico. Torino dall’alto è un luna park. Un divertimento infantile. La mia fuga era parte del gioco, così come la mia morte. E giocare era un dovere, un destino.
Per qualche motivo mi ritrovai a pensare come tutto era cominciato. Dal basso. Dai sotterranei. Dal fango, dall’odore delle spezie, dalle macerie.
Il sottosuolo ci aveva generati. Ci aveva protetti.
Ci eravamo mischiati con gli immigrati, con gli artisti, con le puttane. Con gli spacciatori. Con terroristi dell’Eta e registi di snuff movies.
La seconda fase era stata la superficie. Avevamo mostrato i nostri volti. Eravamo scomparsi là dove eravamo più visibili.
Un unico corpo, molte vite.
Una faccia, molte identità.
Nella massa il singolo è molteplice. Ciò che un momento esiste può scomparire il momento dopo.
Quasi tutto può essere edificato dal nulla.

E ora come finiva?
A venti metri d’altezza, nel vagone di una monorotaia. Una Torino di cartapesta. Un mezzo ad alta velocità e basso consumo energetico. Muzak in diffusione costante, per rilassare la mente e il corpo.
Qual era stato l’errore?
Dov’era il significato?

2.

Di colpo tutto si ferma. Le porte automatiche si aprono. Silenzio. Attesa.
Sullo schermo al plasma compare una scritta. “Monorotaia sopraelevata 413, linea verde. Parco della Pellerina, stazione di fine corsa”.
Capolinea. Devo scendere. Immergermi in quest’ultimo strascico della città. Da qui si continua a piedi.
Prendo l’ascensore. La prima cosa che noto è il buio. Niente lune artificiali, illuminazione stradale scarsa. Bagliori azzurri dalle finestre dei caseggiati popolari. Televisori che trasmettono partite di calcio.
Quello che trovo oltre non mi sorprende. Cantieri. Edifici diroccati. Officine meccaniche. Gelaterie.
Poi venditori ambulanti di kebab, negozi stracolmi di paccottiglia cinese, rosticcerie africane e peruviane. La periferia degli immigrati e il suo declino stabile, eterno. Una Torino che in superficie è rimasta soltanto in cintura, ai margini estremi della città.
Un mondo sconosciuto, praticamente.

Sono fermo davanti a un muro di mattoni rossi. La fine di un vicolo cieco. Tutto è molto buio.
C’è odore di cibo e grasso per motori. In fondo, sulla strada principale, passano ombre scure. Esseri umani che strisciano contro le case, come scarafaggi. Altri fantasmi che scompaiono dietro un angolo, sotto la saracinesca di un negozio pakistano.
Un muro di mattoni rossi. Una porta. Sulla porta c’è una scritta: “Amici del cinema d’essai”. Sotto un nome illeggibile, cancellato con un pennarello nero.
Questo è il luogo.
Guardo l’orologio al polso. Le nove meno due minuti. Centoventi secondi di angoscia. Poi mi guardo attorno.
Afferro la maniglia.

Interferenza

Avevo incontrato l’agente Donato della digos la sera del 19 luglio. Un appuntamento in una tavola calda come tante. Cibo cinese precotto. Una cameriera carina, frangia sugli occhi e auricolari. Telegiornale nei megaschermi che rimpiazzavano le finestre.
Avevamo scelto il sottosuolo per ragioni di sicurezza. Un piede sottoterra ed è come la legione straniera. Nessuno ti ha visto, nessuno fa domande.
I patti erano chiari. I nomi dei miei diretti superiori in cambio di un biglietto per Marrakesh. E della strada sgombra per arrivarci, naturalmente.
In fondo avevamo tutti qualcosa da guadagnare. Io la vita. Donato una promozione.
La digos stessa ci guadagnava. Elogi. Riconoscimenti. Discredito della polizia segreta rivale. I NAT si lasciano sfuggire il condannato, la digos arresta i suoi superiori. Foto sui giornali. Interviste.
Discredito significa meno soldi per i nuclei antiterrorismo e più soldi per la digos. Più soldi significa più impunità. Più impunità più potere.
E il potere significa tutto: è lì che comincia la vita.

Le istruzioni erano semplici. Poche direttive. Qualche consiglio sibilato tra i denti. Una caccia al tesoro. Solo una delle tante, in fondo.
Non c’era nessuna regola, soltanto un luogo da raggiungere. Un anonimo cinema d’essai in periferia, al capolinea della linea verde. Una porta su un muro di mattoni rossi. Sulla porta un nome illeggibile.
Alle nove sarebbe cominciato il film. Avrei aperto la porta. Mi sarei trovato di fronte a due sale, una più grande e una più piccola. Quella grande era la sala cinematografica vera e propria. Quella più piccola una specie di salotto.
In questa stanza un uomo magro vestito di giallo mi avrebbe atteso.
Mi avrebbe accompagnato ad un’altra porta, più piccola.
Da questa porta in un cortile.

3.

Un attimo di apnea che si trasforma in ore, giorni, anni.
Un attimo perché tutto crolli. La certezza di essere dalla parte della ragione. La possibilità di salvarsi. Tutto.
Sono immobile in uno spazio senza coordinate. Il muro di mattoni rossi è alle mie spalle. La porta anche. Ho ancora una mano sulla maniglia. Come se bastasse un passo indietro per ristabilire le regole. Come se esistesse una possibilità d’errore.
Non è così. E’ chiaro che non è così. Non c’è nessun errore. Il luogo è quello giusto. E anche l’ora è quella giusta, perché non esiste un’ora sbagliata, non per questo genere di cose.
Resto immobile guardando un cielo che non dovrebbe esserci. E un prato che non dovrebbe esserci. E i grilli che cantano in questo prato. E poi il binario arrugginito che mi passa sotto i piedi, la vecchia locomotiva, i resti di una costruzione in mattoni.
C’è una linea morta della ferrovia, in questo posto. Senza alcun dubbio una vecchia stazione abbandonata.
Non ha alcun senso.

Riesco a muovere qualche passo e il primo istinto è la fuga. Correre, a perdifiato. Uscire da questa dimensione irreale. Tornare allo scoperto, dove quello che conta sono i muscoli e il sangue. La lotta animale, senza spazio per i dubbi.
Non riesco a decidermi.
Non ho coraggio sufficiente per rispondere alle domande che mi pongo . Sono stato tradito? Da chi? Dalla digos? Dai miei compagni? Hanno fatto a me ciò che io ho fatto a loro?
Realizzo che non ci sarebbe nulla di strano. È un vicolo cieco. Una soluzione senza uscita. Una soluzione senza uscita si chiama: panico.
Mi appiattisco contro i muri. Cerco di scomparire.
Poi torno a farmi visibile, attendo l’agguato con tranquillità. Forse sarà dolce. Facce coperte da passamontagna e mitragliatori kalashnikov. Un’esecuzione sommaria, impersonale.
Non è me che stanno uccidendo. Non sono loro che io ho ucciso.
La risposta è una sola.
Siamo la stessa cosa.

Dieci minuti e non succede niente. Accendo una sigaretta. Aspetto.
Venti minuti. Ancora niente.
Mezzora. Poi delle ombre. Vengono nella mia direzione e si muovono in fretta. Sono in quattro, forse di più. Cerco di vedere i loro volti, ma sono troppo lontani.
Tengo una mano sulla maniglia e una sul muro in mattoni. Sono pronto a scappare.
Poi succede qualcosa. Le ombre scompaiono, come inghiottite dal terreno. Trattengo il respiro. Svuoto i polmoni. Mi rilasso.
Tutto si fa molto chiaro.
Un quartiere sotterraneo. Ci deve essere un ingresso da qualche parte. Ha inghiottito le ombre, mi farà scomparire.
Per un attimo sono me stesso nella sua forma più essenziale. Un impulso. Un fremito incontenibile.
Qualcosa dentro di me torna a vivere.

4.

La scala finisce in un lungo corridoio illuminato al neon. Il traffico di esseri umani è intenso. Arabi, africani, sudamericani, cinesi. Qualche bianco.
Il solito meltin’ pot del sottosuolo.
Senza dubbio il corridoio è una delle arterie principali del settore. È intitolata a Fidel Castro. Sotto il nome c’è solo la data di morte, marzo 2004.
Sono ricordi d’infanzia. La notizia sui megaschermi. Il sangue. La rivendicazione della CIA. Le folle. I carri armati statunitensi. L’invasione.
Mi fermo sul bordo della strada, mi appoggio al muro. È un negozio di animali. Alcuni li conosco. Altri sono modificazioni genetiche illegali, create per i salotti dei ricchi. Per le modelle e le rockstar.
Da un grosso acquario un pesce verde chiaro mi guarda. Ha occhi grossi e neri come quelli di un vitello. Di nuovo quella sensazione di apena.
Accendo una sigaretta.

Con il passare dei minuti la folla di avenida Fidel assume compattezza. Ogni secondo che passa è qualcosa di più omogeneo. Qualcosa di fluido e lento, come acqua.
Questa gente non si trova qui per caso.
Lo realizzo in un attimo. Lo capisco dagli sguardi, dall’andatura cadenzata, dal silenzio sospeso. Questa gente ha una direzione. Uno scopo. Una meta da raggiungere.
Qualcosa sta accadendo in fondo alla via, oppure oltre.
Adesso è lampante. Impossibile non comprenderlo. Non mi trovo in mezzo ad una trafficata via di un quartiere sotterraneo. Qui si respira un’atmosfera diversa. C’è qualcosa di grosso nell’aria. Qualcosa di sacro.
Questa è una processione, senza dubbio.

È chiaro che tutto questo non mi riguarda. Dovrei cercare un albergo per passare la notte. Dovrei mettermi in contatto con la digos e chiedere spiegazioni. Trovare una stanza buia e chiudere gli occhi e riordinare le idee.
Poi la vedo.
È in mezzo alla folla. Cammina lentamente, ciondolando appena. Ha lo sguardo fisso davanti a sé. Guarda qualcosa che sta oltre avenida Fidel, oltre il quartiere sotterraneo, da qualche parte nella sua testa.
Estela.
Conosco quello sguardo. So cosa significa sul suo volto. So che dovrei starne lontano, che potrebbe andarne della mia vita. Ma non importa. Non importa più niente, ormai. Ho bisogno di qualcosa di umano. Di una voce conosciuta, di un odore, di un corpo da stringere al mio.
Quello che sto per fare è un errore. Lo so e non mi interessa.
Corro in mezzo alla folla. Non sono esseri umani, questi, sono corpi senza vita. Li sposto come oggetti. Mi faccio largo tra braccia e gambe che non badano al mio passaggio, sembrano non accorgersi della mia esistenza.
La raggiungo. Indossa un abito di seta indiana. Sandali. Un anellino al naso, tanti anelli nelle orecchie.
La tocco. Mi vede. Per un attimo sembra non riconoscermi.
Poi sorride.

Interferenza

Inizialmente era contraddistinta da una sigla. Numeri, lettere. Non ricordo. E’ passato molto tempo, forse l’ho scordato.
Però c’era una sigla. Una volta. Quando ancora esisteva una concorrenza. Quando si parlava ancora di droghe estrinseche e di droghe intrinseche. Di droghe leggere e di droghe pesanti.
Una volta potevi decidere. Potevi restare in piedi a ballare la techno per quattro giorni e poi andare al lavoro come niente fosse. Potevi sniffare anestetico per cavalli e smettere di esistere per ore, giorni, settimane. Potevi aprirti, chiuderti, allontanarti, trasformarti, scomparire.
Fu una questione di pochi mesi. Man mano che le altre droghe sparivano dal commercio il suo nome si faceva più vago, più sottile.
Poi più nulla.
Bastava un’occhiata rapida, un breve cenno del capo, un’allusione. Era sufficiente per capirsi. Milioni di persone accomunate da un’unica esperienza collettiva. Tribù di giovani e imprenditori di successo. Segretarie e puttane. Guardie e ladri.

La “droga totale”, come la chiamavano i giornali, era stato il primo passo verso la nuova epoca. Era venuta prima della guerriglia. Prima dei quartieri sotterranei. Prima delle persecuzioni.
Era entrata nella vita delle masse con una naturalezza sorprendente. Aveva combattuto lo stress e la noia, la bulimia, le manie ossessivo compulsive. Tutti, seppure in misura diversa, ne facevano uso.
Io non l’avevo mai presa prima di allora. Ai compagni era vietato. La guerra santa era una questione di calcolo, non di fantasia. La purezza del corpo era un dovere verso la causa.
Credevamo si trattasse di un’evasione. Sbagliavamo. Non potevamo comprenderla. Non avevamo gli strumenti per spiegarla. Nessuna parola del nostro lessico era capace di definirla.
Ora lo so. Non era un’evasione.
Una nuova dimensione dell’esistenza, tutto qui.

5.

Camminiamo fianco a fianco, mano nella mano.
Alla mia destra c’è Estela. Alla mia sinistra c’è uno sconosciuto, un nero sui quarant’anni, alto, solido. Guardo i loro volti, cerco i loro sguardi. Non ci sono. Da nessuna parte. Penso che tutto questo è giusto. Non c’è stato nessun errore. Non c’è nessun significato.
Camminiamo piano, senza parlare. Percorriamo passo dopo passo la strada della salvezza. Che è anche la strada della disperazione, della nausea, del prurito: non abbiamo possibilità di scegliere, non la vogliamo.
La processione ha rallentato. Si è fatta ancora più compatta. Più densa. Un liquido oleoso, corpi che si sciolgono in altri corpi e scivolano sotto i neon di un quartiere sotterraneo.
Ci accalchiamo all’imbocco di una piccola via. Siamo pulviscolo. Massa che esplode in miliardi di singoli frammenti, eppure un unico essere.
Un singolo fatto, infinite interpretazioni.

All’improvviso mi accorgo di qualcosa. Le scritte. Le insegne dei supermercati, i cartelli stradali, gli slogan pubblicitari. Le lettere si confondono. Sfuggono. Si mischiano tra di loro.
È come una vertigine. Come se la testa mi si stesse riempiendo d’acqua, un’acqua calda e densa nella quale è possibile respirare.
Tutto questo è giusto.
Mi sento leggero, come non lo sono mai stato.

6.

Non c’è soluzione di continuità in quello che accade. Perché tutto accade, senza una causa e senza conseguenze.
La strada nella quale ci troviamo è stretta e buia. Ho l’impressione che vada aggrovigliandosi e stringendosi allo stesso tempo. Come il fondo di un imbuto. Come l’intestino di un grosso animale.
La processione si è fatta rumorosa. Canta. Mormora. Emette rumori incomprensibili, fischia, stride, sbuffa. Aspettiamo qualcosa. Quello che aspettiamo è vicino, sempre più vicino ad ogni passo.
Poi quel qualcosa succede, ed è una liberazione.
Il viottolo si allarga. Mi guardo intorno. Una piazza. Una piccola piazza tonda, circondata dai portici. Si fa silenzio, un silenzio religioso, soltanto il rumore dei passi sul grigio plumbeo dell’asfalto.
La piazza è gremita di persone. Qualcosa le attrae verso il centro. Guardo Estela, che è occhi sgranati e muscoli in tensione. Seguo il suo sguardo.
Allora lo vedo.
È qualcosa di luminoso. Un oggetto delle dimensioni di una valigia da viaggio, oppure un animale.
Un corpo. Un corpo rannicchiato che emana una luce chiarissima, bianca.
Centinaia di persone si stringono intorno a quella luce, come falene intorno a una lampada.

Interferenza

Non esiste soluzione di continuità. Esiste un unico errore, dal quale tutti gli altri derivano: la coerenza. La pretesa di essere uguali a sé stessi. L’obbligo di un significato.
Ti svegli una mattina con la consapevolezza della scommessa. Hai puntato tutto su una fuga disperata. Non ci sono mezze misure: se vinci sei salvo, altrimenti muori.
Poi basta un particolare, una nota stonata, una dissonanza. E tutto crolla. Le cose perdono il loro aspetto familiare. L’aria si fa rarefatta. Comincia il mondo della mitologia, l’universo degli impulsi animali.
Nessuna regola, solo la lotta per la vita.
Nessuna storia da raccontare, nessuna linearità del tempo. La strada che stai percorrendo si biforca. Scegli una direzione e si biforca di nuovo. E di nuovo e di nuovo, all’infinito.
Sei sempre più lontano dal tuo scopo ogni passo che fai, vorresti fermarti ma non ti è concesso. Allora cammini. Camminare produce stanchezza. La stanchezza produce certezze.
Smetti di alimentare il dubbio. Come per incantesimo la strada torna ad essere una sola.
È a solo allora che comincia la conoscenza.

Ad un certo punto il corpo si era tirato a sedere.
Un essere umano. Un bambino di cinque o sei anni, di etnia indefinibile. Pelle scura ma non nera. Occhi azzurri, vitrei.
Cieco, senza dubbio.
Porgeva le mani alla gente.
La gente chinava il capo, abbagliata da quella luce.

Il presente, non il futuro.
Li chiamavano con un nome particolare. Un termine orientale che significa “grande anima”. Specchi di carne e sangue del mondo che ti circonda. Fogli bianchi su cui il tuo sguardo imprime un segno.
Un attimo. Uno scorcio della tua vita. La verità, per un decimo di secondo.
Non il futuro, soltanto il presente. Con le sue conseguenze e le sue cause. Con le scelte e gli errori irrimediabili.
Guardarsi in faccia. Vedersi come da soli sarebbe stato impossibile.
Un istante di lucidità estrema dipinto negli occhi di un bambino.

7.

La massa di persone si stringe sempre di più. Sono sempre più vicino, risucchiato da una forza incontrollabile. Un gorgo, una spirale.
Poi arriva il mio turno.
Non capisco quello che sta succedendo. Corpi premono sul mio corpo. Si appoggiano alle mie spalle, spingono, invitano, impartiscono un ordine perentorio.
Tocco una mano minuscola.
Guardo la luce, cercando una risposta nel suo centro luminoso. Incontro uno sguardo senza vita, occhi ciechi, di un azzurro quasi bianco.
Resto a fissarli a lungo.
E vedo.
Tutto.

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II.

Entrata

Aprii gli occhi a mattino inoltrato. Mi trovavo in una grande stanza dalle pareti bianche, illuminata vagamente dalla luce del sole. Ero steso in un letto a due piazze. Al mio fianco non c’era nessuno.
Il luogo mi era familiare. Emanava vecchie sensazioni confuse, che non riuscivo a collocare nel tempo e nello spazio. Avevo la mente vuota. Nessun pensiero, nessun ricordo, nessuna emozione.
Mi tirai a sedere. Rimasi in attesa. Si aprì una porta in fondo alla stanza. Piano, come per evitare di svegliarmi. Era la porta del bagno. Lo sapevo, non sapevo perché.
Ne uscì una donna. Era nuda. Mi guardò e mi sorrise. Ricambiai il sorriso.
Andava tutto bene.

Pochi minuti dopo stavamo facendo colazione al tavolo della cucina. Estela sedeva di fronte a me. Guardavo i suoi capelli bianchi e le sue spalle sottili e mi piaceva. Mi piaceva il modo in cui sorseggiava il suo yogurt liquido, sfogliando una rivista di moda.
Finii la colazione e accesi una sigaretta. Mi alzai. Uscii sul balcone. Restai a guardare il profilo aguzzo della mole, i movimenti degli autobus elettrici, gli innumerevoli accessi ai settori sotterranei.
Poi rientrai. Mi lasciai cadere sul divano in pelle. Chiusi gli occhi. Li riaprii.
Non pensavo a niente. L’orologio digitale sul muro segnava le 11.45 del 26 luglio 2022. Non ricordavo niente. Non avevo un passato né un futuro, nessuna direzione da raggiungere.
Stavo bene.

Fu a quel punto che suonò il campanello. Guardai E

stela che si alzava dalla sedia e scompariva dietro la porta a vetri. Mi accesi un’altra sigaretta e rimasi seduto ad aspettare.
Poi Estela tornò in cucina. Tornò a sedersi e riprese in mano la sua rivista di moda.
Poi disse: “E’ per te”.
Allora notai che aveva parlato senza guardarmi.
Poi ricordai, ma a quel punto era già troppo tardi.

(photo by rakka – flickr.com)

gli altri

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Avete per caso visto passare una volpe?
(L. Buñuel)

Una sera qualsiasi.
Primi giorni d’estate, finiti gli esami, nessun impegno.
Alle nove e mezza squilla il telefono. Sono disteso sul divano a guardare una partita di rugby, ma ho il ricevitore a portata di mano.
Rispondo.
Solita storia: suoni confusi, interferenze, voci che si accavallano.
Una volta facevo fatica a capire, ma ormai ci sono abituato. I rumori e i discorsi sono quelli tipici di un paese di provincia: fiume, moto, pettegolezzi, droghe.
Sono alla panchina, ne sono certo.
Uno slargo sulla strada, una scala che scende, una piccola fontana: è il nostro punto di ritrovo.
Vado. Devo andare.

Look indie, questa sera.
Calzoni qualsiasi, maglietta gialla troppo stretta, converse, capelli sulla fronte. Ragazzo indie controlla di avere le chiavi. Ragazzo indie saluta la madre, poi esce.
Arrivo alla panchina in cinque minuti.
Tardi. Tardissimo.
Bottiglie di birra vuote. Un pacchetto di sigarette. Un fiore dimenticato sulla panchina.
Sono rimasti in tre: due ragazzi e una ragazza. Gente che conosco di vista. Non so come si chiamino, non so che cosa facciano delle loro vite.
Giri diversi.
Mi aggiorno sulle novità. A si è trasferita a Bologna in via definitiva. B ha fatto un incidente in moto, su in collina. Si è rotto una gamba, ma poteva andargli peggio.
Chiedo degli altri.
Sono appena partiti, dicono.
Una partita a calcetto. Qualcuno era in moto. In paese. Quale calcetto? Calciobalilla, specificano.
Dire calcetto è come cercare un ago in un pagliaio. Ma io ci sono abituato. Escludo alcune possibilità. Analizzo le restanti. Escludo di nuovo.
Ho trovato.
Saluto i superstiti della panchina.
Salgo in macchina.

(In auto ascolto: Arctic Monkeys – Whatever say I am, that’s what I’m not)

Calcetto del Tobruk, di solito il nostro calcetto.
Questa sera non si vede anima viva. Le solite due o tre facce al videopoker. Un gruppo di skin seduti sul marciapiede. Due ragazze in minigonna.
Parlo con C, il barista, amico di vecchia data.
Mi racconta la sua settimana al mare.
Discorso confuso. Una discoteca. Una ragazza. Una stanza d’albergo. La ragazza è sadomasochista. Un’amica. Urla. La strada. Il mare. L’alba.
Decido di farmi una birra: a questo punto non c’è fretta.
C va e viene tra il banco e i tavoli.
Parliamo del campionato di calcio appena concluso e dei mondiali imminenti. La Juve finisce in serie B. I mondiali li vince il Brasile.
D, un amico comune, quest’anno ha fatto parecchi soldi alla SNAI.
Il calcioscommesse. Guardo l’ora. Le scommesse sono un’alternativa a questo lavoro di merda, dice C. Le dieci e mezza.
Devo andare.
Non so dove.

Parcheggio del Tobruk: molte facce, nessuna conosciuta.
Sono indeciso sul da farsi. Accendo una sigaretta. Aspetto qualcosa.
Qualcosa arriva. Il cellulare squilla. Rispondo. Sono loro. Questa volta il rumore è più forte. Interferenze intensificate. Voci di molte persone e chill-out che sembra provenire da lontano.
Un locale.
Poi qualcos’altro: rumore d’acqua.
Un locale al lago.
Ci sono.

(In auto ascolto: Bloc Party – Silent Alarm)

Direzione lago maggiore.
Attraversare il paese. Prendere la statale del Sempione per quindici chilometri. Svoltare.
Oppure: prendere l’autostrada e lasciarla alla prima uscita senza casello.
In piazza qualcuno mi chiama.
Amici che non vedo da tempo. Amici che non ho voglia di vedere. Ragazzo indie registra il lampeggiare di abbaglianti. Ragazzo indie accosta, scende, stringe mani.
Guardo l’ora di sfuggita: le undici passate.
In ritardo sulla tabella di marcia.
Un ritardo che potrebbe costare benzina, minuti al volante, altro ritardo.
Gli amici chiedono se voglio fare una canna. Dico che ho appuntamento con gli altri. Dicono che una canna non si rifiuta a nessuno.
Grado di convivialità della marijuana: molto alto.
Una canna non si rifiuta a nessuno.
Li seguo. All’incrocio del Kabiria ci infiliamo verso la collina. Strada che diventa sterrata. Finestrino aperto. Notte estiva.
Accostiamo al ponte diroccato della circonvallazione.
Rumore di grilli. Lucciole. Profumo d’estate e profumo d’erba che si propaga nelle vicinanze.
Raccontano che F e G sono finalmente andati a vivere insieme, ora che G ha trovato lavoro in una fabbrica.
F è molto carina, dicono.
F è un ricordo di gioventù. Estate di quattro anni prima. Campi di grano. Feste del liceo. Vespa cinquanta special.
Da due settimane sto uscendo con F.
Una notte succede qualcosa.
Da quel punto in poi le cose cominciano a complicarsi.

Di nuovo nel 2006.
Anche la seconda canna è finita. Guardiamo le stelle. Restiamo in silenzio.
Sono il primo a parlare: devo raggiungere gli altri.
Di nuovo mani che stringono, pacche sulle spalle.
La macchina si muove lenta nel buio, come se strisciasse.

(In auto ascolto: Radio Dept. – Lesser Matter)

Sono fermo da un semaforo, in paese.
Un incrocio. Dall’altra parte della strada una piccola piazza. Nella piazza delle auto. Tra le auto un’Opel Corsa verde scuro. Qualcuno sta salendo sull’auto.
Un flash: è K.
K sta salendo sulla sua auto.
K sa dove si trovano gli altri.
K è gli altri.
Suono il clacson ma non mi sente. Accende il motore proprio quando il semaforo diventa verde. Decido di seguirlo.
Previsioni disattese: a quanto pare niente lago.
Prendiamo per la collina, seguendo i cartelli stradali per Torino. Strade sinuose come bisce. Colline che ospitano cinghiali e messe nere.
Poi un rettilineo. L’auto di K accelera, troppo per stargli dietro: qualche istante dopo è sparita dalla mia visuale.
Non importa.
A questo punto del tragitto la meta può essere una sola: casa di M.
Ne sono certo.
Mi fermo per fare benzina e ne approfitto per cambiare cd.

(Inserisco nel lettore: Graham Coxon – Happiness in magazines)

Casa di M, luci spente.
Potrei suonare il campanello.
Non lo faccio. Un attimo di silenzio per fermare la notte d’estate. Penso ai segmenti invisibili che collegano le cose.
Una casa. Una strada. Un bar. Un’auto. Un lago. Un’altra casa.
Luci. Persone. Storie.
La rete.
Un impulso elettronico tra le maglie della rete.
Un collegamento ipertestuale.
Ogni nodo è una storia.

Un attimo, poi si riparte.
Chiamo M sul cellulare: spento. Chiamo R, sua sorella. È in casa. Io sono sotto casa. Dice: non posso farti salire. Scendo io.
Aspetto qualche minuto. Accendo una sigaretta. Cammino per il cortile.
Arriva.
M non c’è. È uscito, dice. L’interpretazione non era sbagliata: sono andati al lago. Un lago, l’altro. È tornato J dall’Egitto. J ha portato un regalo per gli amici.
Serata con l’erba sul pontile del Lido.
Vorrei raggiungerli, dovrei farlo.
R chiede se ho un attimo. Una sigaretta, dice.
Dico di sì.

Porte che si aprono: R ora vive a Milano.
Sta in casa con S, una ragazza che ho conosciuto in Irlanda cinque anni fa.
Un universo che si svela: vita della periferia milanese. Passanti ferroviari. Penny market. Cartelloni elettorali.

Sediamo su un muretto, la recinzione di un campo incolto.
R indossa un paio di sandali. Insetti come falene ci volano attorno. Odore d’erba tagliata e fumo delle nostre sigarette.
Un’altra storia. N ha dormito a casa loro, qualche tempo prima. N sembrava impazzito. Diceva di pensare seriamente al suicidio.
Un momento sospeso: N era del gruppo, una volta.
Ora non lo è più.
Pare sia andato in Sud America per stare lontano dalle droghe.

Devo salire in macchina.
Devo raggiungere il lago, fare un ultimo tentativo.
R mi bacia su una guancia.
Un bacio che ha tutto il sapore dell’estate.

(In auto ascolto: Babyshambles – Down in Albion)

Venti minuti di strada statale e sono al lago.
Il pontile. L’albero. Il tavolo di pietra.
Nient’altro.
Deserto, come immaginavo.

Ho parcheggiato l’auto.
Sono in piedi sul pontile. C’è vento, qui. Il lago è una macchia scura che non finisce da nessuna parte.
C’è silenzio.
Ci sono le tracce di un passaggio, le solite: bottiglie, pezzi di carta, pacchetti di sigarette.
Mi siedo in terra.
Guardo l’ora: le due e mezza passate.
Una notte d’estate come tante altre.
Voglio dormire.

(photo by HAMACHI! – flickr.com)

crononauta (parte 3 di 4)

1.

new york city, marzo duemilasette

E poi mi gira la testa, così sono costretto a sedermi. La gente intorno mi guarda perplessa ma non fa domande. Io dal canto mio non muoio. Tutti quanti tornano ai loro ipertrofici caffé.
Devo aspettare un pezzo perché la prospettiva si assesti. Poi mi alzo. Prendo la bibita gelata al gusto di caffé dal banco. La cameriera è carina e sorride ad un altro. Penso che potrei fare sesso con lei, ma non dura molto. Ringrazio ed esco.
Sulla Fifth Avenue la prima cosa che succede è che mi bagno. Piove che sembra debba annegarci tutti, eppure io non me lo ricordavo. Avevo forse un ombrello da qualche parte? Controllo e mi rispondo che no, forse questa mattina quando sono uscito non pioveva ancora.
Che confusione.
Comunque Manhattan è bella sotto tutta quest’acqua. Tutta questa gente sotto gli ombrelli, i mendicanti sotto le tettoie. Sotto la tettoia del mio Starbuck’s c’è uno zingaro con la faccia da zingaro e una tromba in mano. Fuma una sigaretta tozza senza filtro.
Vorrei capire cosa ci sono venuto a fare qui questa mattina. Quel piccolo calo di zuccheri deve avermi cancellato un po’ di memoria. Avevo un appuntamento? Direi di no. Un impegno di qualche tipo? Nemmeno.
Forse volevo soltanto fare una passeggiata.
Con questa pioggia?
Forse prima non pioveva.
Ad ogni modo decido di gironzolare un po’ prima di tornare a casa. Vado a piedi fino a Brodway e quando sono lì mi accorgo che non c’è niente da vedere. Non trovo niente di meglio da fare che prendere un altro caffé freddo nell’ennesimo Starbuck’s, poi esco a fumare una sigaretta. Una donna nera mi avvicina e comincia a parlare in una lingua yankee che non conosco. Mi stringo nelle spalle e lei mi manda al diavolo. Continuo a stringermi nelle spalle.
Mi accendo una sigaretta e fumo in silenzio.

Alla fine è andata così: ho girato in tondo fino all’ora di pranzo e poi mi sono mangiato un hot dog.
La cosa tremenda è che New York per un turista è minuscola. C’è Manhattan, Brodway, metà Brooklyn e stop. Il Bronx e il Queens non si possono vedere, come l’altra metà di Brooklyn. Little Italy e China Town invece sì, però non sai mai esattamente dove si trovino.
E poi se c’è qualcos’altro tu nemmeno lo sai. Tutto si concentra a Central Park, alla statuina, a Wall Street, al buco luminoso che c’è adesso alo posto delle torri.
Vai a capire.
Un giorno prenderò una linea della metropolitana a caso e mi farò trasportare fino al capolinea. E se un nero o un portoricano cercano di uccidermi mi metto a strillare che sono emofiliaco, come Woody Allen. Tanto lui in qualche modo se l’è cavata, no?

Finito l’hot dog sono sul lungomare che fumo l’ennesima sigaretta della giornata, indeciso sul da farsi. Ho comprato dell’uva in un negozio greco, non so nemmeno più dove.
Mangio quest’uva e butto qualche acino in mare per vederlo precipitare nel vuoto.
Poi si infila nell’acqua senza fare rumore.
Nel frattempo ha smesso di piovere, ma il cielo resta piuttosto incasinato. Mi sento sporco come se non mi lavassi da giorni e le guance mi prudono, mi sa che ho bisogno anche di farmi la barba.
Insomma decido di tornare a casa.
Vado a prendere il maledetto trenino, mollo il biglietto al bigliettaio (che dev’essere turco, ha una faccia che non riesco a capire) e mi metto seduto comodo sul sedile imbottito.
Poi il coso attraversa il fiume Hudston, acqua acqua acqua tutta intorno e alla fine il New Jersey.
Fatemi scendere, ho bisogno di fumare.

Ebbene sì, ho trovato casa ad Hoboken! Quando sono arrivato ho messo sul lettore mp3 tutti i dischi dei Yo La Tengo (che sono nati proprio qui) e da allora non ho ascoltato altro.
Comunque, Storia Del Rock a parte, Hoboken è proprio un bel paesino. Ci sono un sacco di case bianche e basse e il fiume. E poi vedi Manhattan proprio di fronte a te. Casomai ti venisse voglia di fumarti una sigaretta sullo Hudston, fumi una sigaretta guardando Manhattan.
Ho trovato posto in questa pensione, che per metà è un piccolo albergo e per metà è un appartamento. Non costa molto e due volte la settimana qualcuno viene a farti le pulizie a casa. Nell’appartamento ci sono fornello, doccia e tutto il resto, però la casa è una specie di piccolo hotel senza reception, ogni appartamento è una stanza con il numerino sulla targhetta di ottone.
Questo.
E poi per il resto non sembra nemmeno di stare a dieci minuti di trenino da New York. Ci sono queste panchine sul fiume, questi vecchietti deliciously american a spasso con il cane.
Sto bene, mi sembra di stare bene.
Anche se parlare di questo mi costringe a pormi una domanda che non vorrei pormi: da quanto tempo sono qui?
Mi sforzo, eppure non riesco a ricordare. È possibile che un calo di zuccheri provochi amnesia parziale? Perdita della memoria breve? E se non fosse stato un calo di zuccheri ma un ictus sventato? Un embolo neutralizzato prima che potesse colpire?
Che poi, per carità, luci e ombre le distinguo ancora.
Ho molti flash su questa città, e un senso tipo di affetto per quello che vedo. So che sono qui da un bel po’, ma non saprei dire quanto. Quello che mi manca sono i numerali. Il sistema metrico decimale.
Il tempo, in linea di massima, mi sembra una stronzata bella e buona.
Sto pensando a questa cosa quando mi vedo riflesso nella vetrina di una pescheria, con questi capelli arruffati, la barba lunga e la sigaretta ancora accesa. Mi guardo bene e vedo che indosso quella t-shirt gialla con scritto: “Shampoo suicide”.
Rido, perché questa cosa mi fa sempre ridere.

In definitiva sto in questo posto da un po’ di tempo (non so quanto) e non so perché.
La sera mentre mangio quelle schifezzine surgelate che gli americani chiamano tv dinner resto a guardare la pioggia dalla finestra. Dopo faccio un po’ di flessioni e di addominali, smette di piovere ed esco a fare due passi lungo il fiume.
Pare che questa città abbia 39.000 abitanti. Qualcuno mi conosce o almeno sembra avermi già visto. Io no, non riesco a ricordarmi di loro.
Vado a fumare un tot di sigarette serali e torno a casa a riflettere.
(Mentre fumo Manhattan è lì davanti che sembra sospesa sull’acqua, con i gabbiani e tutto il resto. Le luci delle ex torri sono accese, nonostante tutto è un bello spettacolo.)
Penso:
1. Cosa farò domani mattina.
2. Da dove vengo e dove sono diretto.
Comincio a credere che il piccolo calo di zuccheri sia stato in realtà il primo sintomo di un trotterellante cancro al cervello. Degli ultimi anni ricordo molto poco: immagini, facce di persone che sembrano fotografie segnaletiche.
Non so.
Vicino al letto scopro che c’è uno stereo (mi ricorda Prince: mi sa che viene dal profondo degli anni 80) e vicino allo stereo un po’ di cd. Che poi sono i miei cd, solo che ci metto un po’ a capirlo.
Ecco, prendo questo: Brian Eno – Another green world.
Premo play e mi butto sul letto, e mi viene in mente che non mi sono fatto né la doccia né la barba.
Che condizione pietosa.

Tutte le mattine mi alzo presto, prendo il trenino e sono a New York City.
Provo a girarla un po’ tutta e un po’ a caso, prendendo metropolitane, autobus, taxi. Non ho idea di quello che sto facendo, eppure qualcosa dentro di me dice che sto facendo la cosa giusta. Inspiegabilmente (davvero inspiegabilmente) ho il portafogli pieno di soldi, quindi per il momento non c’è nessun problema.
La cosa bella è che più passano i giorni più questa città si espande. Ho scoperto che esistono anche Chelsea, Midtown, l’Upper East Side, SoHo, Inwood. E poi le isole: Staten Island e Ellis Island.
E poi un sacco di altre cose belle come la gente.
La gente qui è cordiale ed è disposta ad ascoltare le mie domande assurde. Chiedo ad una donna zoppa con un gran foulard in testa cosa ci faccio a New York e lei mi risponde: “God bless you, man”, e mi molla in mano una monetina.
L’unica delusione è il CBGB.
Chiedendo informazioni a destra e a sinistra scopro che si trova al 315 di Bowery. Mi ci porta un taxista che si chiama Paul e che giustamente reclama il suo 15% di mancia quando faccio finta di dimenticarmene.
Mentre scendo mi aspetto di trovare David Byrne e Dee Dee Ramone che si fumano una canna davanti all’entrata, e invece no.
Niente.
C’è questo posto sotto il cielo tutto grigio e mi sento un po’ preso per il culo. (La t-shirt GODZILLA! che indosso oggi porta male, avrei dovuto saperlo.) Comunque non faccio in tempo a rimuginarci troppo, perché appena ci provo la testa comincia a girarmi come una matta e cado a terra fulminato.

Mi risveglio sul letto della mia casetta ad Hoboken. Zero idee su come diavolo ho fatto a tornarci, ma ormai mi ci sto abituando.
Quando guardo fuori dalla finestra mi accorgo che è quasi notte, e l’acqua dello Hudston è tutta scombussolata dal vento. Visto che ho fame decido di farmi un tv dinner, questa volta davanti alla tv.
E mi accorgo di una cosa strana: ho una voglia tremenda di musei. Sono a New York da chissà quanto tempo e non ho ancora visto un museo. Sembra impossibile? Be’, è così. Se ne ho visto qualcuno l’ho scordato, quindi fa lo stesso.
Così vorrei vedere un museo, solo che non posso perché è notte e ormai sono convinto all’85 % di avere un cancro al cervello. Poi c’è vento e può anche darsi che il vento faccia male al cervello, per quanto ne so. Quindi per questa sera decido di stare in casa.
Faccio flessioni e addominali, tutto.
Poi infilo nello stereo un disco del 2000 dei Yo La Tengo che si chiama And then nothing turned itself inside-out. Cerco l’ultima traccia, che dura 17 minuti e si chiama Night falls on Hoboken.
Dice così:

Frightened face
Worried dream
Break my heart
With your sad scream
Sun is down
Spirit low.

È bello ascoltarla da qui, mentre guardo la sera calare sul New Jeresey.

Dunque. La mattina dopo mi sveglio come al solito prestissimo e questa volta scelgo meglio la t-shirt della giornata. C’è “Leggere è sexy”, ma la trovo troppo gialla per un giorno di pioggia. C’è “Minimal art” ma è troppo Nevermind the bollocks nell’estetica, e scarto anche lei.
C’è n’è una dei DEVO che mi fa sentire molto New Wave e molto New York. Poi è anche scura, quindi posso dire che ho deciso.
Bene, e una è fatta.
Dopodichè attraverso Hoboken appena sfiorata da quella pioggerellina di marzo, con i gabbiani che svolazzano sull’acqua e i gatti randagi che per un po’ addirittura si mettono a seguirmi.
E poi i gatti se ne vanno e mi accorgo che ancora non mi sono fatto la barba. Merda, a questo punto sembro musulmano. Dalle torri sono passati sei anni, speriamo che dall’altra parte del fiume le acque si siano un po’ calmate.
Speriamo.
E poi il solito: trenino pieno di wasp (e non wasp, figuriamoci) che vanno al lavoro, acqua acqua acqua, e alla fine della corsa di nuovo Manhattan, fresca e profumata come un bambino, con quell’aria innocente che hanno le città appena sveglie.
E poi comincio a vedermi tutti i musei che mi capitano a tiro.

Sono anarchico e sistematico allo stesso tempo. Sono senza pietà, non risparmio nessuno per nessuna ragione. Quel giorno vedo il MOMA, il Metropolitan, il Guggenheim e persino il Museo Degli Immigranti di Ellis Island.
Il giorno dopo è il turno della Pop Art, dell’Espressionismo astratto, dei pittori Art Punk (non credevo che esistessero, lo giuro) e di una retrospettiva su Anarchitecture.
Sono rapido ed efficiente, Henry Ford sarebbe fiero di me.
Il giorno dopo ancora tocca al Museo degli Indiani d’America, al Whitney, al Museo di Storia naturale e…
E poi basta. Sto salendo i gradini della collezione Frick quando la testa ricomincia a girarmi, e per la seconda volta in meno di una settimana stramazzo al suolo.
Dopodichè buio.

Come al solito mi risveglio ad Hoboken, buttato sul letto come una marionetta senza fili.
Come al solito è quell’ora incerta tra il giorno e la notte. Fuori ha smesso di piovere, però il cielo è viola in una maniera quasi dolce. E nelle orecchie ho un ronzio fastidioso che non riesco a togliermi.
Quando il ronzio passa mi accorgo che ho una voglia matta di fotografie.
Capisco questo: ho sbagliato musei. Non me ne importa un’accidenti di niente dell’arte visuale, quello che voglio sono pellicole, diaframmi, obbiettivi, tempi di esposizione.
Bene.
Anzi, no, bene neanche un po’.
Questa volta sono infastidito. C’è qualcuno da qualche parte che sta indirizzando le mie scelte, e fin qui può anche starci. Però i metodi che sceglie per farlo mi sembrano francamente un tantino eccessivi.
Mi sento trattato come un lemming, e vi assicuro che non è una bella sensazione.
Dopo il solito tv dinner e i soliti addominali/flessioni vado a dormire. Decisissimo, questa volta, ad alzarmi tardi. Ad andare in città all’ora che mi pare e a fregarmene della fotografia.
E che questa storia finisca, una buona volta.
Spengo la luce e non ci penso più.

Così la mattina dopo mi sveglio molto deciso a cambiare vita, e per prima cosa cambio t-shirt. (Questa è senza parole, c’è Grande Puffo con la faccia di Marx.)
Questa volta non mi metto fretta. Vado a fare colazione al bar, compro un giornale e lo leggo su una panchina in riva al fiume. Saluto i gatti randagi e i gabbiani, poi mi infilo sul trenino.
Ed eccoci a New York, per il millesimo giorno di fila.
La tentazione di comprare riviste di fotografia è forte. Quella di correre a vedersi tutte le mostre fotografiche della città quasi insostenibile. Ma so che posso farcela. Ho un portafogli zeppo di dollari (chissà poi come mai) e mi trovo al centro del mondo: posso essere felice, fotografia o meno.
E allora che faccio?
Finisco dove ho cominciato: al solito Starbuck’s sulla Fifth Avenue.
Entro ed è tutto come qualche settimana fa, c’è ancora la cameriera carina che guarda altri e sorride ad altri. (Questi altri tra parentesi sono il prototipo del broker newyorkese, mi sembrano usciti da un qualsiasi programma della Fox. Questa loro irrealtà li rende un po’ inquietanti.)
Mentre bevo il frappuccino numero due della giornata (il primo ad Hoboken) decido che farò una cosa: prenderò una linea a caso della metropolitana e mi farò portare fino al capolinea.
E così forse finalmente vedrò la New York che conta, niente broker, niente mostre di fotografia, soprattutto.
No?
Se non piove, ma ancora non piove.
Così pago, sorrido e mi infilo nel traffico della Fifth, con la sigaretta tra le labbra come Clint Eastwood ai tempi d’oro degli spaghetti-western.
E appena trovo un ingresso alla metropolitana mi ci infilo, inghiottito dalle viscere della città.

2.

bensonhurst, brooklyn, primo aprile duemilasette

(Presi la linea M senza un motivo. Mi sedetti in un posto qualsiasi e cominciai a guardare dal finestrino.
Buio, gallerie. Alle stazioni artisti di strada, musicisti, nani. Eroinomani con il cappuccio della felpa tirato in testa. Barboni. Puttane e travestiti.
Poi il treno lasciò Manhattan. I nomi delle fermate che diventavano illeggibili.
Chiusi gli occhi e lasciai che venissero sommersi dall’oscurità. Continuai a tenerli chiusi quando la luce cominciava a filtrare dai finestrini. Poi la luce scomparve e tornò buio. Aprii gli occhi.
Ancora gallerie per un pezzo, ma alla fine arrivammo in superficie. Il cielo si era progressivamente schiarito, qualche nuvola in un azzurro pallido. Il sole andava e veniva.
Binari sopraelevati coperti dai tag più improbabili. Graffiti. C’era Mikey Mouse con una pistola in bocca. Le case erano già più basse. In un parco ragazzini del melting pot giocavano a lanciarsi sassi.
Poi un quartiere interamente cinese, uno ebreo ortodosso. Scritte incomprensibili sulle insegne dei negozi. Barbe lunghe, Kippah, ristoranti che si chiamavano Yin Tiao, un’infinità di facce confuse di etnie meticcie.
Poi una fermata. Sul cartello c’era scritto BENSONHURST.
Quando le porte si aprirono qualcosa mi spinse ad alzarmi.
Scesi.)

Brooklyn! Finalmente Brooklyn!
Non la Brooklyn che conta, non Downtown, non Brooklyn Heights, non Boerum Hill. No. Niente negozi di lusso, aperitivi, ristoranti etnici, locali lounge, dj set.
No no no.
Cercavo questo, case di mattoni, vecchi gay a spasso con il cane, strade affollate, enormi scritte sui muri dei negozi.
Decido di camminare un po’ a caso. Mi fermo davanti ad una vetrina e guardo la mia immagine riflessa con il piccolo puffo-Marx stampato sulla maglietta. Indosso un paio di occhiali degli anni 70 e ho la barba sempre più lunga, i capelli sempre più arruffati.
Sono bello. Cazzo, quanto sono bello.
Constatato che sono bello decido che questa sarà la mia giornata migliore a New York City. Sono stranamente energico e voglioso di fare qualunque cosa non c’entri nulla con la fotografia. Leggo le insegne dei negozi. Saluto le mamme con i bambini. Accarezzo le testoline pulciose dei cani dei vecchi gay e i vecchi gay mi sorridono.
Qui tutto ha un aspetto familiare, gli ingorghi in mezzo alle strade, le facce della gente. Tutti suonano il clacson senza motivo. C’è perfino il sole.
Dopo mezzora di girovagare randagio e solitario decido che ho bisogno di un caffé. Per incominciare bene la mia gita fuoriporta, per fumare una sigaretta in mezzo a quest’aria di primavera tutta nuova.
Entro in un bar a caso senza nemmeno guardare l’insegna e dico: “One coffee please”.
Quando mi mollano davanti un espresso quasi svengo.
Ma faccio finta di niente, bevo in silenzio. Chiedo un bicchiere d’acqua e mi danno pure quello. Poi il barista mi guarda e dice qualcosa.
“What?”, dico io. “Speak slowly I don’t speak english wery well”. Mi stringo nelle spalle. “Please”.
“Ah”, fa lui. “Don’t speak english very well. E che cazzo speak allora, arabo?” Sembra che gli venga in mente qualcosa e comincia a fissarmi con più attenzione. “You a terrorist boy? No terrorists here. Understand? Capisci? Eh?”
Non so cosa dire.
“Yes”, dico. “Cioè no. No terrorist.” Poi mi sembra strano.“You speak italian? Italiano?”
“Italian? Già che parlo italiano. You confused boy. Qualche rotella fuori posto? Stai bene? What’s wrong whit you?”
“No no”, dico, effettivamente confuso. “Mi dispiace. I have to go now. Salve”.
Ed esco dal locale, senza nemmeno pagare il caffé.

(… e poi attraversai la strada, e adesso che ero al sicuro potevo alzare la testa. Guardai l’insegna del locale, diceva: BAR SPORT.
L’avevo scoperto in fretta, ma non abbastanza. Bensonhurst era il quartiere italiano di New York, ecco qui. Niente panico. Decine di migliaia di siciliani emigrati. La festa di Santa Rosalia.
Little Italy a Manhattan era soltanto l’ennesima presa per il culo per turisti.
Benvenuto. Questa è New York. Niente panico.
E allora cominciai a notare altre cose, le facce della gente, ecco perché mi tornavano familiari. I nomi dei negozi: DE FELICE – BARBIERE; NON SOLO MOTO; OFFICINA MECCANICA RUSSO.
Risi. Tornai indietro e pagai quel caffè…)

Mezzora dopo sono di nuovo a spasso per questo quartiere di italiani trapiantati, conscio di essere bello.
Questa cosa della bellezza, poi. Che succede? Perché oggi c’è il sole? Perché ieri pioveva? È un simbolo? Sono tutti maledetti simboli? Segnali? Che cosa vogliono indicare?
Giuro su dio che appena comincia a girarmi la testa urlo.
Comunque non ci voglio pensare. Ho un’intera giornata davanti, la giornata più bella che passerò a New York. C’è il sole e mi sento elettrico. Elettronico. Elettrizzante.
Grande puffo sulla maglietta alza il pugno, speriamo che non mi prendano per un esule comunista.
Giro per queste strade con i negozi che si chiamano ZU ZU, OFFICINA MECCANICA RUSSO, DORIS. Ci sono strade ampie e trafficate dove tutti si muovono che neanche il mercato di Tangeri. Clacson ovunque. Gente che parla in siciliano misto all’inglese misto a chissà cosa. Ebrei e cinesi che sconfinano.
E poi ci sono strade strette e silenziose dove i bambini giocano a pallone. Ci sono madri nere e bianche (più bianche che nere) sui balconi di queste case rossicce.
Un sacco di tag ovunque, qui a Brooklyn la mania dell’hip-hop ha lasciato i suoi segni indelebili.
La mattinata va così: cammino a zonzo, entro in un parco, esco dal parco. Compro dell’uva in un piccolo negozio dove dico: “Un grappolo d’uva per favore. Sì. No, grazie. No, tenga pure il resto. Arrivederci signora, buona giornata”.
(Questa cosa dell’uva sta diventando un leit-motiv della mia vita negli USA. Chissà poi perché. Altri simboli? No, questa volta no.)
Torno al parco e mangio il mio grappolo d’uva. C’è un barbone mezzo scemo (ma forse non è nemmeno un barbone) che canta a squarciagola come un gatto. Poi sputa e se ne va.
E io, per non fare troppo l’italiano che mangia pasta, mi compro un sano hot-dog.
Ed è già pomeriggio.

(C’era quest’atmosfera rarefatta, distante, silenziosa. Anche dove la miriade di lingue mescolate creava rumore, il silenzio sembrava prevalere.
Sui clacson, sulle voci dei bambini, su tutto.
Per la prima volta da quando ero negli Stati Uniti respiravo aria di primavera. Sentivo… sapevo che qualcosa sarebbe successo.
Come facevo a saperlo? Non so cosa dirti, lo sapevo e basta.
Camminai per il quartiere praticamente tutto il giorno. Ricordo che ad un certo punto entrai in una sala da biliardo. Giocai a carambola con un vecchio che sembrava avere duecento anni…
E mi raccontò la storia di Bensonhurst. La storia di Brooklyn, i ghetti neri, quella cosa che qui chiamano “gentrification”. Gli artisti scappati da Manhattan.
I gay e le lesbiche e giù giù fino ai famosi 13 omicidi di Bensonhurst, appena un anno prima. E la coppa del mondo – dov’ero io quando l’Italia vinceva la coppa del mondo?
Non riuscivo a ricordare…)

Ad un certo punto una faccia da tossico mi si avvicina e sorride. Indica la mia t-shirt e dice: “cool!”.
Visto che il contatto è stabilito gli chiedo cosa posso fare tutto il giorno in questo quartiere. Fa finta di farsi una riga di coca sul dorso della mano e ride. Gli dico di no.
Allora dice Santa Rosalia. C’è l’edificio dell’associazione, pare che qui sia una specie di attrazione per turisti.
Gli dico di nuovo di no. Gli racconto del tizio mezzo scemo che cantava nel parco e questo schizzato continua a ridere. “I konw”, dice, “I know. Cool. Cool.”
Insomma finisce che lo lascio perdere e me ne vado. Entro in un negozio di parrucche, in un sexy shop, in una libreria, persino in una bottega da barbiere.
All’inizio non mi lasciano entrare, forse pensano che sia comunista.
“No”, dico, in inglese perché questi qui l’italiano non lo parlano, “no comunist. No terrorist. Just cut hair. You see? Hair…”.
Finisce che in qualche maniera capiscono e decidono di tagliarmi i capelli.
Il barbiere taglia e fischietta, io mi guardo allo specchio e con il passare del tempo sono sempre più bello.
La natura è una cosa incredibile.

(… e quando lasciai la sala da biliardo era sera, di colpo. L’attività umana era diminuita. Il sole coperto da nuvoli sottili, violacee.
Un ronzio nell’orecchio, una voglia di non so cosa.
C’era una zona del quartiere che non avevo ancora visto, dietro il parco. Le case praticamente non esistevano, tanto erano basse. E rosse. E vuote.
Un luogo pieno di spazi vuoti, parcheggi, piazzali…
E lì da qualche parte c’era questo edificio, uguale agli altri. Solo. Isolato dalle altre case.
Mattoni rossi, una scala… La facciata completamente ricoperta di tag.
E sotto un cartello… Diceva…)

E poi bello sbarbato e con i capelli corti (non molto corti, ma puliti e profumati) ad un certo punto mi ritrovo in una sala da biliardo.
So giocare a biliardo? Certo che sì. So giocare a carambola e chiedo a qualcuno dei presenti di sfidarmi. Se perdo offro una birra. Altrimenti offrono loro.
C’è questo vecchio che si fa avanti, sembra un sopravvissuto alla conquista del New England, non so, potrebbe avere 400 anni come ridere.
Eppure gioca bene. Gioca e non smette di parlare, mi racconta tutta la storia del quartiere, la storia di Brooklyn…
… metà in italiano e metà in inglese…
… e naturalmente perdo e devo offrirgli pure da bere. Parla e parla e parla ancora, e alla fine lo saluto, gli stringo la mano gli dico…
… e quando esco è sera. Di colpo. Inspiegabilmente.
Sera.
Quanto tempo ho passato in quella sala da biliardo? Ore? Anni?
Penso che c’è qualcosa che non va, penso che il tempo è una stronzata di proporzioni epiche, penso che ho fame. C’è…
… c’è una zona del quartiere che non ho visto…

(Rimasi immobile sulla soglia, un piede sul gradino, indeciso.
Dovevo entrare? Avevo giurato a me stesso che non l’avrei fatto. Avevo…)

… cammino piano in questa zona silenziosa, soltanto parcheggi e alberi, spazi vuoti. E c’è questo sole che sta tramontando, e il cielo di un viola quasi dolce, un’altra volta.
E poi c’è questo edificio, uguale a tutti gli altri ma isolato. La testa comincia a girarmi un po’ e mi dico giuro che questa volta urlo.
Ma non urlo.
Allora guardo questo edificio e sotto c’è un cartello…

(… e a quel punto la testa continuava a girare sempre più forte, come una bussola che indica il nord.
Sapevo che qualcosa lì dentro mi aspettava eppure…
Non volevo…)

… non posso crederci cazzo, non posso crederci, non posso crederci, non posso crederci, cazzo cazzo cazzo cazzo….

(… e alla fine decisi di entrare, e cominciai a salire i gradini.)

3.

bensonhurst, primo aprile, ore sette e ventidue

Non posso crederci.
Cazzo, non riesco proprio a crederci. È qualcosa che sta al di sopra della mia comprensione, o al disotto. Dovunque decida di stare mi sembra impossibile.
Uno si fa una promessa. Si alza la mattina deciso a mantenere questa promessa. Il cielo e l’aria e tutto il resto sembrano volerlo aiutare nel suo intento. Prende una cazzo di metropolitana e scende il più lontano possibile da qualsiasi stimolo sensoriale. E cosa ci trova?
Esattamente quello da cui stava fuggendo.
Insomma c’è questa zona del quartiere che non ho ancora visto. C’è questo edificio isolato, mezzo distrutto, ricoperto di scritte incomprensibili. E sotto c’è un cartello.
Il cartello dice: MOSTRA FOTOGRAFICA.
E poi la testa comincia a girarmi un po’, e metto un piede sul primo gradino della scala in ferro. La testa gira un po’ di più e metto l’altro piede sul secondo gradino.
E fuori il cielo è viola e tutta Brooklyn sembra produrre un ronzio sommesso che assomiglia al silenzio, e man mano che la testa vortica e vortica salgo i gradini di questa scala, tre quattro cinque sei, e poi metto la mano sulla maniglia della porta a vetri, e spingo e la porta si apre.
E sono dentro.
La testa smette di girare.
Non posso crederci.

Per un tempo interminabile rimango immobile, impietrito, allucinato da me stesso.
E ci rimarrei ore, e forse tutta la vita, se una signora gentile con la faccia da giapponese non venisse ad accogliermi con un bicchiere di spumante in mano.
(Noto: il bicchiere è di plastica; la signora è relativamente bella e relativamente giovane; evviva Brooklyn.)
Comunque questa nippo-signorina continua a sorridermi educatamente e mi molla in mano il bicchiere. Parla in inglese con un accento perfetto, eppure non capisco un’acca. Cerco di sorridere e faccio il confuso mettendomi una mano nei capelli. Dico yes yes yes e no no no senza che ce ne sia realmente bisogno.
Che condizione pietosa, sempre. Ma perché deve essere tutto così complicato, mi chiedo io?
Quando Lady Manga scompare ho un attimo per riprendermi e capire cosa sta succedendo. Mi guardo intorno. Sono nell’atrio di un piccolo edificio pieno di luci soffuse. Ok. Dalla stanza accanto giungono mormorii e voci indistinte. Bene anche questo. Semplice. Da qualche parte ci deve essere una mostra fotografica.
Di là suppongo.
Decido di farmi forza. Prima è toccato ai quadri. Ora alle foto. E vada per le foto. Basta che sia l’ultima. Prego dio o gli dei o chi per loro che sia l’ultima, che tutta questa faccenda finisca qui, oggi stesso.
E poi il posto non è sgradevole. È un vecchio edificio, ma sembra arredato con gusto. Poteva andarmi peggio. Potevo trovarmi ad un aperitivo di post-situazionisti yankee nell’Upper East Side. Non c’è limite alla tragedia.
Butto giù tutto lo spumante d’un fiato (uno spumante discretamente sgradevole, tra l’altro) e mi preparo a fare il mio ingresso trionfale nell’altra stanza.
Uno due tre.
Vado.

Di là è tutto esattamente come me lo aspetto. Una grossa stanza rettangolare, illuminata male, piena di gente che beve e mangia tartine e parla di cose che suppongo essere idiozie. Vecchie signore eleganti e giovani molto cool e uomini con la faccia da folli che fumano una sigaretta dietro l’altra.
La solita gente delle mostre d’arte insomma.
Le fotografie sono appese alle pareti. Non sono molte. Una ventina, su per giù. Sono tutte stampate nello stesso formato, molto grosso (un metro e qualcosa per qualcosa in meno di un metro.)
Comincio il giro.
I primi cinque o sei scatti sono scorci di New York. Di Brooklyn, anzi, forse addirittura di Bensonhurst. Ci sono neri con una bottiglia di whisky nel sacchetto di carta, in canottiera, sudati, seduti sulle verande di vecchie case in mattoni. Un negozio 24h/7d fotografato di notte, davanti al negozio una prostituta che potrebbe benissimo essere un uomo travestito. Ragazzini italiani nel parco del quartiere, raccolti intorno ad un vecchio barbone pulciosissimo che dorme su una panchina.
Poi il panorama cambia. Ci sono due ritratti della nippo-signora mezza nuda, imbarazzata in una posa scomposta nel bel mezzo di un parcheggio, con un sacco di vento nei capelli e sotto la gonna (una specie di Marilyn versione low profile, qualcosa del genere.)
Poi cambia ancora. Montagne sfocate, immerse nella nebbia mattutina, montagne che sembrano vagamente denti di un grosso animale, che hanno qualcosa di familiare che mi sfugge, non so bene perché.
E cambia di nuovo, per l’ultima volta.
L’ultima foto è il primissimo piano del volto di un bambino. Ha i capelli chiari, un po’ troppo lunghi, un mezzo sorriso sognante sulle labbra, una luce indefinibile negli occhi. Dietro si vedono soltanto prati, rocce e un piccolissimo triangolo di cielo viola del tramonto.
Sotto la foto c’è una didascalia: CRONONAUTA, ESTATE 1986.
La testa comincia a girarmi all’impazzata. Mi volto di scatto, con l’intenzione di uscire di corsa da quell’edificio, prendere aria, correre il più lontano possibile.
Poi lo vedo.
Un uomo, in fondo alla sala, che mi fissa. Capisco che scappare è inutile, il viaggio finisce qui.
La testa gira sempre di più, tutto si fa sempre più scuro e più indistinto, ho nelle orecchie un ronzio insopportabile, la testa continua a girare e non vedo più in faccia le persone, il ronzio aumenta e aumenta e ora stanno per esplodermi i timpani e poi di colpo tutto finisce.
E svengo.

***

“Pensavamo fossi scomparso”, dico.
“Se è per questo si pensava lo stesso di te”, dice lui.
“Ma che c’entra, io sono scomparso per… quanto hai detto? Quattro anni?” Annuisce. “Tu per ventuno! Ventuno! Non vorrai paragonare le due scomparse, spero…”
Si stringe nelle spalle. “Bah, quattro anni, ventun’anni, due secoli… Sai cosa cambia…”
Questa è un’obiezione giusta, e non so cosa ribattere. Mi verso un bicchiere di vino e ne bevo un po’, guardandomi intorno con aria indifferente.
Siamo in una piccola tavola calda nell’estremo ovest del quartiere. È tardi e non c’è più nessuno, siamo gli unici due clienti. Dietro il banco una ragazza scura ma non nera asciuga grossi boccali di birra. C’è della musica da qualche parte, troppo bassa perché possa capire di cosa si tratta.
Fino a mezzora fa eravamo in tre. Lady Manga, che si chiama Emily (guarda tu che coincidenza), è stata molto carina con me. Ha aspettato che riprendessi coscienza e mi ha portato un bicchiere d’acqua. Ha detto che dovevo mangiare qualcosa.
Mi hanno accompagnato qui, lui e lei, forse più lei che lui.
E poi Emy se n’è andata, ha detto: “Voi due avete tante cose di cui parlare”.
E aveva ragione, purtroppo, aveva maledettamente ragione.
Abbiamo ordinato due bistecche sanguinolente con patate e carotine bollite, e pane e una bottiglia di questo vino californiano che bevono qui.
E ci siamo messi a parlare, come vecchi amici, come se nel frattempo niente fosse successo.

È invecchiato, povero Guido, oppure è invecchiato il ricordo che avevo di lui.
Per carità, sarei riuscito a riconoscerlo in mezzo ad una folla, alla festa di Santa Rosalia, per dire. È sempre alto e magro come una canna di bambù. Anzi, sembra ancora più magro, come se in questi ventun’anni avesse lavorato intensamente per ritirarsi dal mondo della materia, delle cose, delle passioni umane.
Visto che sono ancora lì che non so cosa dire, dico una cosa banale.
“Però non sembra olandese. Emy dico”.
“Infatti è coreana”, dice lui.
“Ah”. Rifletto. “Ah. Non è Emy… Emy? No?”
“Per essere Emy è Emy. Però è coreana. L’ho conosciuta a Brooklyn, due settimane dopo che sono arrivato negli Stati Uniti. Sai lei… lei è una gallerista. Cerca artisti, li fa esporre. Cose così”.
Annuisco.
Lui ride.
“Pensa che ero venuto qui per fare il corniciaio”, dice.

È andata così. So che ha dell’incredibile, ma è andata così, nessuno ci può far niente. La vita non è per niente realistica. Questo, in qualche maniera confusa, l’ho sempre saputo.
Quella sera d’estate del 1986 Guido prende la macchina, infila nell’autoradio la cassetta dei Talkin’ Heads e parte per arrivare in Olanda dalla sua fidanzata, che si chiama anche lei Emy ma non è per niente coreana, neanche un po’.
Ha deciso di non fermarsi mai, per nessun motivo, nemmeno per pisciare.
E guida, per ore e ore, attraversa la frontiera svizzera, attraversa la frontiera tedesca, resta incollato al sedile e con le mani sul volante per 8 ore e 7 minuti. Quando arriva allo svincolo di Dierdorf è quasi l’alba, ha percorso 784 chilometri e nel frattempo a cominciato a piovere, una pioggia leggera che cade sull’autostrada deserta.
È a questo punto che l’auto si ferma. Inspiegabilmente (c’è benzina, la temperatura dell’acqua è bassa, nessun rumore strano) la Citroen verde che sta guidando comincia a sobbalzare, fa giusto in tempo a portarla sulla corsia d’emergenza che il motore si spegne.
Sono le cinque del mattino, piove, si trova a parecchi chilometri di distanza da Colonia che è la città più vicina. Per quanto si impegni l’auto non riparte (e d’altra parte lui un’auto non sa nemmeno com’è fatta, il suo impegno consiste nel girare la chiave e accelerare.) Esce dall’abitacolo. Il cielo si sta schiarendo. I pochi mezzi che passano sull’autostrada deserta non lo vedono neanche. Oltre il guardrail ci sono soltanto prati sporchi, svincoli, magazzini, fabbriche vuote.
Di colpo, senza nessuna ragione apparente, Guido ha paura.
A quei tempi i telefoni cellulari non esistevano, e se anche fossero esistiti probabilmente Guido non ne avrebbe posseduto uno. Ha freddo. È confuso. Man mano che il cielo si schiarisce (assumendo una tonalità violacea, dolce) il terrore aumenta, lo paralizza, gli impedisce di fare qualunque cosa sensata.
Vorrebbe urlare, vorrebbe correre, eppure non può. È paralizzato, totalmente.
Dopo un’ora di questa situazione di totale angoscia, quando ormai il sole è quasi spuntato, Guido prende una decisione: deve dormire. Dormirà, e quando si sveglierà tutto sarà più semplice, più chiaro.
Si infila nell’abitacolo dell’auto, e si addormenta in un attimo.
E fa un sogno. Uno sfondo viola, al centro del quale ondeggia una macchia bianca. La macchia bianca prende forma, si trasforma in un bambino e poi in un piccolo uomo.
L’omino comincia a parlare.

Quando si sveglia sono passate sette ore. È l’una di pomeriggio, è completamente sudato. Gli sembra di non aver mai dormito così bene in vita sua.
Adesso tutto è perfettamente chiaro, perfettamente lineare.
Per qualche strana ragione nessuno sembra averlo notato, la polizia non ha controllato quell’auto abbandonata ai margini dell’autostrada. È ancora in tempo. Cercando di non farsi vedere svita le targhe e se le infila in tasca.
Poi scavalca il guardrail, e comincia a camminare in mezzo ai prati ancora fradici per la pioggia di quella notte.

Da questo punto in poi la vicenda si fa confusa. Per un pezzo non ricorda nulla, soltanto quell’onnipresente cielo viola e il ronzio di sottofondo.
Poi compare in alcune città europee, Berlino, Barcellona, Kiev. E scompare di nuovo. Compare in città non europee, in paesi, prati, deserti, tra gli aborigeni e i dogo e gli inuit. E scompare. Compare nel 1266, nel 1648 (alla fine della guerra dei trent’anni), nel 600 avanti cristo, nel 2892.
(A questo punto lo interrompo: “Vuoi dire che anche io ho fatto tutto questo?”, chiedo incredulo.
“Può darsi”, dice lui. “Direi di sì”. Mi guarda. “Sì, direi proprio che l’hai fatto. Un giorno magari te lo ricorderai, magari no”.)
E va avanti così per diciassette anni, a comparire e scomparire senza ragione, e poi un giorno di primavera del 2003 si ritrova seduto nello Starbuck della Fifth Avenue, a Manhattan, con un caffè caldo tra le mani e un gran giramento di testa.
E comincia a rifarsi una vita.

***

Quando Guido finisce di raccontare tutto questo è un’ora impossibile, l’una o le due del mattino. Io comincio a tempestarlo di domande. Perché. Cosa significa. Che senso ha. Cosa vuole dire. Per quale motivo io. Per quale motivo tu. Che cazzo c’centra tutto questo con la mia vita.
La cameriera ci guarda con un’aria di tristezza indefinibile, aspetta soltanto che ce ne andiamo per chiudere tutto e andare a dormire o a ballare o a farsi di crack, non so.
Me ne accorgo. Anche Guido se ne accorge.
“Andiamocene”, dice, “puoi stare a casa mia, parleremo là”.
E parliamo. Parliamo attraversando Bensonhurst di notte, con i suoi poveri vecchi alcolisti e gli immigrati di chissà quale cazzo di paese, gli italiani che continuano a bere birra nelle verande, i gay che bevono nei locali da gay, le prostitute e i travestiti che si preparano ad affrontare tutta una lunga notte di lavoro.
Parliamo del destino che esiste e che non esiste allo stesso tempo, della vita umana che inizia per finire, delle epoche storiche che cambiano, del mondo che è sempre uguale in ogni luogo e in ogni epoca anche se sembra diverso.
Parliamo delle differenze che sono il nucleo della vita stessa, del caos che ne è la cifra, dell’impressione sbagliata che può fare viaggiare nel tempo, o pensare di viaggiare nel tempo, di un mondo armonico e direzionato che invece non esiste.
Parliamo salendo le scale del suo appartamento a Bensonhurst est, a bassa voce perché Emy dorme nell’altra stanza, tra fotografie di fotografi famosi e fotografie di amici di Guido, riproduzioni di quadri, film libri fumetti oggetti comprati e trovati e regalati che nascondono una storia che significa tempo, vita, morte, ancora vita.
Parliamo del tempo che va e che viene, delle cose che si dissolvono come sabbia, delle cose che si dimenticano, delle cose che finiscono e delle cose che iniziano.
Parliamo con un bicchiere di whisky in mano e la trentesima sigaretta nel posacenere e ad un certo punto dico a Guido: “Allora il tempo esiste”, e lui dice: “Sì, solo che la gente non lo sa”.
E parliamo ancora di tante cose, di come vivere comprendendo il tempo, di come non farsi schiacciare dal tempo, di come sia duro imparare ad esistere, di come sia incredibilmente difficile vivere la vita senza scomparire, accettare di vivere senza uno scopo e senza voglia di morire, e quando abbiamo parlato per cinque o sei ore di fila e ormai è l’alba, abbiamo gli occhi pesti e la voce arrochita dal tabacco, allora a quel punto Guido mi guarda e mi dice: “Hai capito cosa hai visto?”
E io rispondo: “Sì”.

4.

bensonhurst, due aprile – ventisei settembre duemilasette

Restai a casa di Guido e Emy per quasi sei mesi. Avevano una stanza per gli ospiti. Un piccolo letto. Una finestra che dava sugli alberi del parco.
Trovai lavoro come garzone in un alimentari di italiani, conoscenti di Guido, siciliani, come quasi tutti in quel quartiere. Portavo casse di ciliegie e pesche a casa di vecchie signore sole, artisti decaduti che non uscivano più di casa da vent’anni.
Mi alzavo presto la mattina, andavo a dormire presto la sera.
Cenavo sempre a casa. Emy cucinava. Guido stava seduto in veranda a guardare la strada affollata di bambini, gli alberi, il vento, l’estate. La domenica Guido tagliava il prato, Emy prendeva il sole nel giardino sul retro. Il rumore del tosaerba. Un silenzio cosmico.

In quei sei mesi non pensai mai a quello che mi era capitato. Io e Guido non ne parlammo mai più. Nei giorni liberi accompagnavo Emy a Brooklyn Heights, alla galleria. Facevo la spesa, o lavavo i pavimenti di casa. Cercavo di contribuire in qualche modo.
Mi feci anche qualche amico, gente che veniva al negozio, vicini di casa. Non ricordo i loro nomi. Ragazzi come me, figli di famiglie povere, scoppiati. La sera li vedevo rannicchiati sulla stagnola del crack, oppure non li vedevo proprio. Restavamo ore a bere birra seduti sul marciapiede, davanti a casa di qualcuno, parlando di niente.
Passò la primavera e venne un’altra estate torrida. Albe fresche e ventilate, pomeriggi sonnolenti. In negozio c’era una piccola radio. Ascoltavo i Velvet Underground, Blondie, Patty Smith, i Pere Ubu.
New York, indimenticabile New York.
Al pomeriggio la gente non usciva. La sera crocchi di vecchi cattolici si radunavano intorno ad un prete che recitava il rosario. La notte le strade si popolavano di spacciatori e prostitute, insetti attratti da una luce indefinibile. Musica dai locali alternativi del quartiere. Sirene della polizia.

Sei mesi di pace sospesa, filtrata, sussurrata.
Non successe niente. Non lasciai Brooklyn nemmeno per un’ora, non tornai a Manhattan, non andai nemmeno a recuperare le mie cose ad Hoboken. C’erano piccoli negozi d’abbigliamento a Bensonhurst, economici, newyorkesi e meticci, sufficienti per rifarmi un guardaroba.
Lessi i libri di Guido. Scrittori di Brooklyn e di Manhattan, del New Jersey, del Midwest. Testi di psicologia cognitiva. L’opera completa di Guattari. Leggende medievali. Fumetti.
Non successe niente e passò anche l’estate, le lucciole, il profumo dei tigli, dell’asfalto riscaldato dal sole.
A settembre cominciò a piovere. Dolcemente, gocce piccole d’acqua tiepida. Avevo messo da parte qualche soldo, sapevo che non sarei potuto restare in quella casa per sempre. Cosa dovevo fare? Cercavo la mia strada in silenzio, mi preparavo al distacco da quel nido temporaneo, aspettavo.

Erano i primi di settembre, avevo già cenato nonostante non fossero ancora le otto di sera. Il giorno dopo non avrei lavorato. Il negozio restava chiuso, causa lutto: era morta la sorella della proprietaria, siciliana anche lei, brooklynese anche lei ma emigrata nel Queens. Bisognava andare al funerale, e avevano deciso di concedermi un giorno di ferie.
Chiesi a Guido se gli andava una birra. Nel quartiere, una cosa rapida, due chiacchiere. Disse di no. Lui e Emy volevano andare al cinema. Mi invitarono. Questa volta fui io a dire di no, preferivo una birra nel quartiere.
Uscimmo di casa tutti insieme, loro salirono in macchina, scomparvero.
Camminai solo fino ad un pub che si chiamava Maddox, mentre quella pioggia lieve continuava a cadere sull’asfalto, sulle case, sull’immondizia raccolta ai lati delle strade. Il locale era una delle tante perle di Bensonhurst. Uno spazio angusto, le pareti dipinte dai graffiti più assurdi, prezzi popolari, una fauna alternativa di giovani con i fuseaux neri, t-shirt a righe, pettinature pazzesche, stivali, piercing.
Quella sera, sul piccolo palco suonava un gruppo composto da tre elementi, due ragazzi e una ragazza. Qualcosa come un Iggy Pop melodico, più lento, ancora più scarno.
Ordinai una birra e mi misi seduto ad ascoltare.

Notai la ragazza quasi subito. Non fu un colpo di fulmine. La notai e pensai che mi stava simpatica. Aveva un viso simpatico. Mi ricordava qualcosa.
Ci guardavamo di sottecchi, dietro le colonne del locale, attraverso la terza pinta di birra rossa. Cominciammo a sorriderci come nel più classico film d’amore, ma senza amore. Con rispetto. Con curiosità. Con empatia.
Era insieme ad un gruppo di amici, cinque o sei. Quando tolse il cardigan nero notai che indossava una maglietta viola. Sulla maglietta era stampato un piccolo fungo che sorrideva.
Era una coincidenza? Destino? Nemesi?
Non ci pensai nemmeno, in quel momento. Rimasi solo per un pezzo, cercando di ricordarmi come si fa ad avvicinare una ragazza. Ripensai a Bologna, a tutto il sesso che avevo fatto a Bologna. Tra me e me risi, ma di un riso triste.
Poi mi alzai dal tavolo.

Si chiamava Judy. Era nata nell’Illinois. Era a New York per studiare cinema. Aveva due anni più di me, viveva a Brooklyn, si era trasferita da poco.
Due ore dopo stavamo camminando assieme, sotto la pioggia che si era fatta finissima, praticamente impercettibile. Era ancora presto, le undici, mezzanotte. Non faceva freddo e non faceva caldo. Disse di andare in un posto vicino a casa sua, sotto la tettoia di un mercato coperto.
Parlammo di noi, di quello che avevamo fatto nella vita, di quello che avremmo voluto fare. Non le raccontai dei viaggi nel tempo. Le raccontai di Bologna, delle montagne. Di Guido e di Emy, di come ci fossimo incontrati per caso vent’anni dopo, dall’altra parte del mondo. Lei capiva alcune cose, altre no. Parlò di lei, dell’infanzia nel Midwest, dei campi di grano inondati dal sole. Della media borghesia che imitava l’Est, delle feste in casa, l’alcol, la droga il sesso.
Io capivo alcune cose, altre no.
Disse di berci qualcosa da lei, la sua inquilina non era in casa. Dissi di sì. Disse che se volevo potevo fermarmi lì a dormire. Dissi di sì.
La baciai, poi la abbracciai e la tenni stretta per un tempo lunghissimo, e capii che volevo ricominciare. Da qualunque posto, ma ricominciare.
La presi per mano, e dissi: “Andiamo”.

Per tutto settembre vidi Judy ogni giorno. Cenavamo insieme, a pranzo mi portava un panino in negozio. La sera uscivamo con i suoi amici, uscivamo soli, non uscivamo. Andava bene. Fuori continuava a piovere. Andava bene così.
Fu un mese bello, un mese dolce, divertente, spensierato, doloroso. Alla fine di settembre mi accorsi che avevo abbastanza soldi per lasciare casa di Guido. Mi accorsi che era ora di prendere una decisione, e la decisione da prendere era chiara: dovevo tornare a casa, parlare a mio padre, raccontare qualcosa a mia madre e ai miei amici, a tutta quella gente che mi stava aspettando da quattro anni e mezzo, convinta forse che ormai fossi morto, fuggito, scomparso per sempre.
Nei parlai a Guido e a Emy, e loro si dissero d’accordo. Guido disse che un giorno sarebbe tornato anche lui, solo che non era il momento giusto. Mi chiese per favore di non parlare del nostro incontro a mio padre. Che non era ancora il momento.
Dissi di sì, ok, che andava bene.
Poi ne parlai a Judy. Lei pianse. Poi si asciugò le lacrime e non mi parlò per due giorni. Poi pianse di nuovo, e poi mi abbracciò forte. Sorrise. Disse che sarebbe venuta con me, giusto una piccola vacanza, una settimana o dieci giorni. Poi sarebbe tornata a New York. Forse ci saremmo rivisti, forse no. Andava bene lo stesso.
Dissi che andava bene, poteva accompagnarmi in Italia, sarebbe stato divertente.
Organizzammo il viaggio e scherzammo molto. Quella notte dormii da lei. La mattina tornai a casa di Guido, non feci nulla per tutto il giorno. La sera infilai le miei cose nella valigia.
Judy arrivò la mattina successiva, con una piccola borsa da viaggio. Stavo facendo colazione con Guido in veranda, nonostante non facesse più molto caldo.
Judy si sedette al tavolo con noi.

Poi silenzio.
Dieci minuti e avrei lasciato Bensonhurst, forse per tutta la vita. Guido ci avrebbe accompagnati al JFK. Avevo salutato Emy la sera prima. Avrei guardato New York scomparire sotto le nuvole.
Silenzio sotto la veranda di una casa di Brooklyn, davanti ad una tazza di caffè, pane, marmellata, frutta. Restavamo seduti a guardarci, senza dire niente. Non imbarazzati. Silenziosi. Concentrati nell’ascoltare quel silenzio.
La strada sgombra, la pioggia che batte sulla veranda, le tazze fumanti. La sigaretta accesa di Guido, Judy che gioca con una ciocca dei suoi capelli. Un gatto che attraversa la strada di corsa.
Questa è l’ultima cosa che vidi di Bensonhurst. In macchina parlai con Guido, guardai la strada dritto davanti a me. Poi attraversammo il ponte e arrivammo a Manhattan. Poi un lungo percorso metropolitano, intricato, e alla fine il JFK.
Ma Bensonhusrt immobilizzata in quell’attimo di quiete non la scorderò mai.
Fu un secondo, ma capii molte cose. Capii che era finita un’epoca, e che stava cominciando qualcosa di nuovo. Capii tutto quello che non avevo ancora capito, anche se in quel momento non me ne resi conto.
Era ora di tornare a casa.

crononauta (parte 2 di 4)

1.

duemilatre – duemilasette, sulla terra

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La scomparsa non è un atto necessariamente fisico. Gli esseri umani scompaiono di continuo: cambiano casa, fidanzato, gruppo di amici. A volte cambiano fede politica, religione, sesso. Spengono il cellulare. Si scordano degli altri esseri umani.
A volte semplicemente si ritirano in sèstessi, chiudono le porte al mondo.
Si scompare perchèil mondo va troppo veloce, oppure perchè va troppo lento. Perchè le cose fanno male. Perchè scomparire è un’altra maniera di non sporcarsi le mani, oppure perchè scomparendo si evitano le grandi tragedie della storia.
E ci sono molti modi di scomparire. Ci si può convincere che la carne significhi tentazione, corruzione, peccato. Si può vivere la vita in attesa della morte, o nella ricerca dell’estasi. Si può fare uso di allucinogeni, si può impazzire, si può perdere l’uso della parola, si può diventare asceti o vagabondi o anoressici.
Joseph K. scompariva trasformandosi in uno scarafaggio, Leopardi cantando l’Infinito nascosto dietro una siepe: Vladimir scomparve salendo su un treno alla stazione di Bologna, e da quel giorno per quattro anni nessuno lo vide più.
Per qualche mese si parlò di lui. Nei locali del Pratello, nelle aule studio, alle lezioni, in piccoli crocchi di ubriachi in via Mascarella, in piazza Verdi, in piazza Santo Stefano. Le sue ex fidanzate provarono a chiamarlo e trovarono il cellulare spento. I suoi amici andarono a trovarlo a casa e scoprirono le facce imbarazzate dei suoi inquilini, o ex inquilini.
Si parlava di Vladimir come si parla delle crisi di governo, della serie A, della figa: un’altra leggenda che sorreggeva il mondo spumeggiante dei ventenni nel Villaggio Globale. Niente di più e niente di meno, onestamente, alla fine dei conti.
Si parlava di Vladimir a trecento chilometri di distanza, nei piccoli negozi di un piccolo paese ai piedi delle Alpi. Fruttivendoli che da trent’anni vendevano la frutta a sua madre, insegnanti che gli avevano insegnato a leggere. Il migliore amico delle medie, la prima ragazza con cui aveva fatto l’amore, le donne che andavano a messa con sua nonna, i colleghi di lavoro dei suoi genitori.
Per qualche mese tutti parlarono di Vladimir e poi quasi tutti se ne scordarono.
La vita continuava, lasciando indietro i dispersi.

Quella sera del 17 marzo il padre di Vladimir parlò a sua moglie. Raccontò la telefonata senza omettere nulla. Sua moglie urlò. Poi pianse. Voleva telefonare alla polizia. Lui disse di no. Lei telefonò lo stesso.
Da quel momento all’interno della coppia molte cose cambiarono.
Innanzitutto smisero di fare l’amore. Questo li rendeva entrambi nervosi: ogni gesto si trasformava in una tentazione, in uno scherno, in un rifiuto.
Lui cominciò a sentirsi colpevole e insicuro. Avrebbe dovuto impedire a suo figlio di andarsene? Avrebbe dovuto implorarlo di restare vicino a loro? Minacciarlo di chiudere i flussi mensili di denaro diretti al suo conto in banca? Perchè aveva accettato tutto con tanta naturalezza, senza fare nessuna domanda, senza porsi nessun dubbio ragionevole?
Per prima cosa smise di dormire. Le domande lo assalivano nel cuore della notte, gli concedevano poche ore di sonno agitato, puntellato di incubi tremendi. La mattina anche il liceo si trasformava in un incubo. Era un incubo la vita con sua moglie, spogliata di qualsiasi gesto affettuoso, di qualsiasi complicità, di qualsiasi gioia.
Dal canto suo anche lei, esattamente come suo figlio, decise di scomparire. Per quattro lunghi mesi si chiuse in un silenzio intaccabile, ostile e rassegnato al tempo stesso. Finchè un giorno di luglio, mentre stava tagliando le carote per la cena, scoppiò a piangere. Da quel giorno non smise più: piangeva tutti i giorni un’ora al giorno, con metodo. Pianse e pianse e ancora pianse, fino a strapparsi gli occhi dalle orbite. E poi smise.
Quando smise anche di piangere cominciò a soffrire davvero. Capì che il problema non era la scomparsa di Vladimir, non soltanto. Non era suo marito, il suo lavoro, la menopausa, il precariato, le Torri Gemelle. Era qualcosa di più profondo, di intangibile e pericoloso. Cominciò a provare sensi di morte imminente. Andò da uno psicologo, poi da uno psichiatra. Prese gocce omeopatiche contro lo stress, poi qualche sonnifero, poi diventò dipendente dallo Xanax.
Quasi due anni dopo la partenza di Vladimir si guardòallo specchio e si accorse che era invecchiata. Era una donna di mezza età rovinata da mesi e mesi di sofferenze. Pensò he il tempo continuava a passare, nonostante tutto. E capì qualcosa che non sapeva definire.
Da quel momento in poi le cose migliorarono. C’era un matrimonio da ricostruire, ma non era impossibile. Un giorno i genitori di Vladimir uscirono a cena insieme. Qualche giorno dopo si diedero il primo bacio. Poi, una notte di gennaio, si ritrovarono a fare l’amore, senza nemmeno rendersi conto di quello che stava succedendo.
E anche loro, alla fine, ricominciarono a vivere.

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E la terra? Cosa faceva la terra nel frattempo?
La terra nel frattempo non aveva smesso di girare intorno al sole. A prima vista poteva sembrare crudele, ma era così. Vladimir era scomparso e il tempo continuava a scorrere. Sua madre era in psicoterapia e il tempo continuava a scorrere. Suo padre dormiva un’ora a notte (un’ora tormentata da incubi allucinati) e il tempo continuava a scorrere.
A Bologna, a trecento chilometri di distanza, studenti di materie umanistiche si laureavano o abbandonavano gli studi. Qualche ragazza rimaneva incinta, qualcuno moriva in un incidente d’auto. Altri si innamoravano, litigavano, lasciavano per sempre un luogo, una donna, un’idea. Altri ancora si calavano un acido per cominciare la serata. E intanto il tempo non smetteva di scorrere.
In uno stesso istante lo zio di Vladimir fumava erba in India, i suoi inquilini stavano bevendo birra in casa, le sue ex ragazze stavano facendo sesso con altri ragazzi. Una bomba uccideva dieci persone a Baghdad, a Pechino una casa di contadini faceva posto ad un palazzo di venticinque piani, in Texas un condannato a morte aspettava l’esecuzione al buio nella sua cella. E nel frattempo Vladimir continuava ad essere scomparso.
Quando sua madre si vide allo specchio e capì di essere invecchiata il tempo stava scorrendo. Mentre i suoi genitori facevano l’amore dopo mesi di rancori il tempo stava scorrendo. Durante quell’orgasmo che sancì la fine dell’attesa e l’inizio di una nuova vita le loro cellule cerebrali stavano morendo a milioni.
Il tempo continuava a scorrere, nonostante tutto e nonostante tutti.
Tra il 2003 e il 2007, mentre una famiglia elaborava il lutto per un figlio scomparso, al mondo non passò nemmeno per la testa l’idea di fermarsi. La gente continuava ad alzarsi la mattina per andare a lavorare e continuava a tornare a casa la sera con gli occhi arrossati. Continuava ad accendere la televisione e a mangiare panini riscaldati negli autogrill. I ragazzini continuavano a masturbarsi nei bagni dei genitori. I professori ad insegnare la loro materia. Gli aerei continuavano a decollare, la gente nasceva e moriva, altri lutti venivano elaborati.
Scoppiò una guerra in Iraq, scoppiarono bombe a Madrid e a Londra. Milioni di persone morirono e milioni di esseri umani videro la luce per la prima volta. Bernardo Provenzano fu arrestato. Goerge W. Bush Jr. fu eletto presidente degli Stati Uniti per la seconda volta. Esseri umani gioirono ed esseri umani piansero.
Il mondo faceva a meno di Vladimir.
Tutto andava com’era sempre andato, e come sarebbe andato per sempre.

2.

duemilatre – duemilasette, altrove

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Vladimir non percepiva nulla di tutto questo.
Vedeva intorno a sé un cielo viola, sentiva un ronzio indistinto in lontananza.
Non sapeva se era la realtà o se stava sognando, e non aveva gli strumenti per porsi la domanda.
Vide tutto. Fu presente in qualsiasi epoca storica del mondo, presente passata e futura. Fu ogni essere umano sulla terra, ogni vita che si stava vivendo, che era stata vissuta e che era ancora da vivere.
E scordò tutto.
E di nuovo percepì ogni cosa del mondo, e poi smise di percepire. E percepì di nuovo, e smise. Vide cose che avrebbe dimenticato, cose che non esistono e cose di cui non si può parlare.
E tornò a fluttuare in quel cielo viola e immateriale: tutto accadeva contemporaneamente, conoscenza e oblio, presenza e assenza, oggi, ieri, domani, soltanto parole senza significato.
Comparve sulla terra, e poi scomparve di nuovo.
Fu visto e dimenticato da persone come lui, fatte per vedere e dimenticare.
E tornò a vedere il cielo viola, per un tempo che furono quattro anni, centinaia di secoli, una manciata di secondi.
Tutto finiva e ricominciava, in eterno.
Avanti e indietro per sempre.
Vide tutto e scordò tutto. Ogni cosa contemporaneamente, instancabilmente, inesorabilmente.
Fino a quando qualcosa accadde.
Nel cielo viola si formò una macchia bianca. La macchia assunse una forma umana e si trasformò in un piccolo uomo.
L’omino cominciò a parlare.

crononauta (parte 1 di 4)

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1.

estate

Nella baita avevano appena messo il telefono. Il telefono era nero e tondo, veniva dagli anni 60. L’avevano messo su una panca sulla quale era incisa una data: 1734. Adesso erano nel 1986. Il tempo andava avanti e indietro, nessuno era ancora riuscito a capire con quale logica.
La baita era un possedimento comune dei 3 abitanti di fondovalle, tutti in qualche modo imparentati tra loro. Il telefono no. Il telefono era di Martine, un’ex arancione in fuga da Milano e dalle sue delusioni. Il movimento si era esaurito. Vivek aveva chiuso i battenti. La new age si era rivelata un innamoramento passeggero. L’unico scopo dei maschi sembrava quello di produrre sperma, incuranti delle conseguenze fatali di quel piccolo miracolo biologico.
Affrontare la fine degli anni 80 a Milano sembrava francamente impossibile. Passare dalle bombe ai Duran Duran in un’estate sembrava francamente impossibile. Eppure succedeva. Il tempo andava e veniva.
Nell’estate del 1986 le baite di montagna del Piemonte orientale raccoglievano i reduci. Dalla psichedelia, dal 68, dal pacifismo, dall’India, dall’eroina, dall’autop e di nuovo dall’eroina.
Una cosa come 733 anni prima negli stessi luoghi si riuniva una specie diversa di reduci: i reduci dalla chiesa, dalle eresie, dalle stregonerie, dai malocchi, dalle mutazioni genetiche provocate dagli incesti. Il tempo tornava indietro e poi ricominciava a scorrere per il verso giusto. Il telefono degli anni 60 era sempre lì, sulla panca del 1734, nella baita del 1253 di proprietà dei sopravvissuti al 77.
La logica interna a questi movimenti restava un mistero.

Il telefono squillò una prima volta: qualcuno che aveva sbagliato numero.
Mentre qualcuno da qualche parte sbagliava numero, nella baita walser del 1253 l’attività umana era in fermento.
Il professore buddista fumava la pipa, proprio come il professore ateo che era suo fratello. La moglie del professore ateo lavava il figlio nella vasca da bagno. Un tedesco con una lunga barba bionda leggeva Heidegger. La moglie del tedesco affettava scalogno e barbabietole in cucina. Martine dipingeva in veranda. I bambini giocavano sparpagliati all’ombra.
Un corniciaio con la passione della fotografia fotografava i bambini che giocavano all’ombra. I bambini giocavano a spiare il corniciaio, che credevano essere il Cattivo di un cartone animato. Il corniciaio giocava a spiare i bambini, credendo di non essere visto perché aveva in mano una macchina fotografica.
Soltanto un altro grande equivoco che non sarebbe mai stato chiarito.

Dopo quella volta il telefono non squillò più per un pezzo. Il professore buddista continuò a fumare la pipa, Martine a dipingere le montagne per dimenticare Milano che l’aveva delusa.
Il tedesco che leggeva Heidegger si era messo a coltivare l’orto. Nei giochi dei bambini il Cattivo aveva assunto forme misteriose: il buio, le lucciole, la mamma. Il corniciaio continuava a scattare foto per fermare quel viavai folle del tempo. I bambini avevano smesso di considerarlo.
Nella baita walser del 1253, in quell’estate del 1986, i bambini erano 4: due femminucce (entrambe tedesche) e due maschietti (entrambi italiani). Uno dei due maschietti era nato a Milano dall’ennesima delusione di Martine, e aveva 3 anni. L’altro maschietto era figlio del professore ateo e aveva 6 anni. Le bambine avevano 4 e 7 anni. Il bambino ateo si chiamava Vladimir come il più ateo degli atei. Di giorno giocava all’ombra. Inseguiva animali preistorici che non erano mai esistiti e salvava principesse travestite da funghetto allucinogeno. (Un giorno aveva visto un disegno sul diario di sua madre: una bambina bellissima vestita da fungo. Sotto c’era scritto: FUNGO!!! Fu il primo amore della sua vita).
Un pomeriggio successe una cosa. Vladimir, il bambino dotato di superpoteri, aveva quasi sconfitto il Cattivo e il suo animale preistorico falso ed era ad un passo dal liberare la principessa FUNGO!!!
E a quel punto il corniciaio si era messo in mezzo. Gli aveva detto: “Ti faccio una foto”. Aveva detto: “Continua a giocare”. Come dire: “Addio mia principessa”.
Non aveva detto più niente ma la macchina fotografica aveva fatto: click!
Il Cattivo era fuggito in groppa al suo animale preistorico, portandosi via la principessa.

Quindici giorni di agosto erano passati così: alberi, prati, rocce, deserti, ombre, vuoti. Il sole ormai tramontava alle 4 di pomeriggio. La vita della valle sarebbe ricominciata presto. Code in posta. Aule affollate di liceali proto-punk. Elettrodomestici. Il Sistema, entropico, decentrante, alienante, atomizzante. Nasci produci consuma crepa.
(Tutte le principesse a forma di fungo erano state salvate, c’era bisogno della televisione per alimentare nuove fantasie.)

Il telefono squillò una seconda volta il giorno dopo ferragosto.
Rispose la bambina tedesca. Martine corse a prendere il ricevitore. La voce dall’altra parte assomigliava più al tedesco che all’italiano o al francese. Disse: “Guido”. Martine urlò: “Guidooooo!”.
Guido, che poi era il corniciaio, arrivò e si aggrappò al ricevitore come un bruco ad una foglia. Ci si avvolse, ci si ripiegò, ci si rannicchiò contro. Per trenta secondi, poi appese.
Quella sera a cena Guido disse: “Oggi. Al telefono. Era Emy”. Emy era la fidanzata olandese di Guido. Guido disse: “Parto per Utrecht. Forse già questa sera”. Si mise in bocca un pezzo di pane al sesamo e deglutì. “Sì”, disse. “Già questa sera. Per forza questa sera”.
Gli altri, come c’era da aspettarsi, vollero sapere se era successo qualcosa. Di grave, magari. Una tragedia, magari.
Guido disse di no, di no e di no. Ma che doveva partire. Cose da coppie. Cose che sapevano loro.
Dopo cena, mentre preparava i bagagli, pensò al tempo che andava avanti e indietro senza una logica apparente. Pensò anche allo spazio da percorrere, allo spazio percorso e alla relatività delle dimensioni. Decise che sarebbe arrivato ad Utrecht senza mai fermarsi, nemmeno per dormire. “Nemmeno per pisciare”, si disse. Di corsa. “Come un pazzo”, si disse.
Come un pazzo: solo il pensiero lo metteva di buon umore.

(Guido partì. I bambini giocarono a scomparire. C’era odore freddo d’erba umida. Scomparire nell’odore d’erba umida era facile. Bastava pensare che non esistevi e nessuno ti avrebbe visto.
Gli adulti scomparvero davvero e ricomparvero per mettere a letto i bambini. Poi il mondo scomparve di nuovo e comparirono sogni. Vladimir sognò un cielo viola e immobile e si svegliò piangendo. Sua madre ricomparve per spiegargli che andava tutto bene. Vladimir smise di piangere e si addormentò.)

Quarantotto ore dopo il telefono squillò per la terza volta. Rispose Martine. Ancora quella lingua che non sembrava italiano né francese. Sfoggiando tutte le sue conoscenze in materia di lingue anglofone Martine disse: “Wait!”. E andò a chiamare il tedesco che leggeva Heidegger.
Il quale andò al ricevitore e vi rimase dieci minuti dimostrando scarso interesse per l’oggetto e per la conversazione.
Quando anche lui ebbe agganciato disse: “Emy, la ragazza di Guido, l’olandese, dice che Guido non è arrivato a Utrecht, dice che non c’è, che non ha telefonato, dice che non sa dov’è, è un po’ preoccupata anche”.
Tutti gli altri diedero mostra di essere perplessi.

2.

autunno

La vita a fondovalle era ricominciata. Dagli alberi nevicavano foglie accartocciate che facevano il rumore della carta di giornale. Vladimir, il bambino ateo, schivava le foglie che provocavano ustioni mortali.
Aveva avuto una virata fantascientifica provocata dal passaggio di Guerre Stellari in tv. Niente più funghi. Niente falsi animali preistorici. Quelle erano cose da estate. Da prati, mirtilli, lucciole.
Adesso dovevi infilarti la maglia di lana e andare a scuola.
Quell’anno era in seconda. Disegnava mondi desertici popolati da forme di vita dai contorni geometrici. La Terra nel 2580: tutto quanto, alla fine del 1986, sembrava il 2580.
E Vladimir, il bambino dello spazio, si sentiva decisamente a suo agio.

Per gli adulti il 1986 era soltanto il 1986. Niente animali preistorici, niente cyborg. Il loro universo mutante era popolato da creature ben più mostruose: politici, banchieri, modelle, missili atomici. Il 2580 era soltanto un altro luogo che non avrebbero mai visto. Punto.
Il padre di Vladimir era tornato a insegnare filosofia nel suo liceo di provincia. Sua madre aveva ripreso in mano i libri dell’università. Suo zio (il professore buddista) era tornato a Bologna dove faceva il ricercatore. Il tedesco e sua moglie erano tornati in Germania.
Martine aveva deciso di passare l’inverno dai genitori di Vladimir, nella stanza degli ospiti. Aveva trovato lavoro come cameriera in un ristorante. Cercava una casa. Suo figlio era troppo piccolo per fare qualsiasi cosa, quindi non faceva niente. La madre di Vladimir gli cambiava il pannolino quando lo sentiva piangere. Poi tornava ai suoi libri di psicologia, e la questione era in qualche maniera risolta.

La scomparsa improvvisa di Guido era stata interpretata dalla piccola comunità di adulti come Atto Geniale e Controverso del Vero Artista. Insomma Guido queste cose le faceva. Non importava che fosse solo un corniciaio. L’arte è qualcosa di invisibile ai più. Insomma non c’era motivo di preoccuparsi. Fantasia al potere.
Questo è ciò che si dicevano al telefono. Camminando in cerca di funghi la domenica mattina. In coda alla cassa del nuovo centro commerciale a basso costo (i cartelloni fucsia fatti a stella dicevano: SVENDITA! Sembrava volessero svendere tutto. Anche loro si sentivano svenduti. Stavano cominciando tempi difficili, lo sapevano, non potevano farci niente).
In realtà questa faccenda di Guido era un problema per tutti. Tutti si chiedevano che fine avesse fatto. Se stesse bene. Perché non fosse mai arrivato a Utrecht. E dove si era cacciato, poi? Era in Italia? In Olanda? In quale tempo? Nel 1253? Nel 2580?
La lettera che arrivò ai genitori di Vladimir sul finire di ottobre fu un sollievo. Non rispondeva alle domande essenziali ma forniva qualche indizio. Non spiegava il senso della vita ma teorizzava la forza di gravità. Era già qualcosa.
La lettera diceva così:

Cari amici,
vi sarete accorti che sono scomparso. Emy forse vi avrà telefonato, non so.
Qui va tutto bene. Sto bene. Sono successe delle cose. Ho solo bisogno di riflettere. Vi prometto (vi giuro!) che un giorno vi telefonerò e allora ci rivedremo e vi racconterò tutto.
Non pensate a me.
Anzi no: pensateci, ma non preoccupatevi.
Vi chiamo.
Vi bacio tutti.

Guido

P.S. Mi dispiace per Emy!!! Lei mi odierà e io non posso chiamarla dal luogo in cui sto andando. Se la sentite ditele che sto bene e che mi dispiace per tutto.

P.P.S. Il tempo va e viene. È tutto un gran casino. Quando ci vediamo vi spiego.

La lettera era stata affrancata in Germania e portava la data di una settimana prima.
La piccola comunità di adulti la lesse e la rilesse e non riuscì a cavare un ragno dal buco.
Vladimir, il bambino dello spazio, ci sarebbe riuscito, ma si trovava nel 2580 e non aveva nessuna voglia di tornare indietro.

3.

inverno

Diciassette anni dopo era a Bologna. Non era più nel 2580 ma nel 2003, anima corpo e ciclo ormonale.
Non era più un bambino dello spazio ma uno studente del DAMS. Portava la barba e indossava t-shirts con scritte simpatiche. “I belong to Jesus”, per esempio. “Shampoo suicide”. “Kill your brain”.
Passati di moda i Duran Duran era finito tutto. Tutto liquidato. Deserto. Dieci anni di seppuku collettivo (elettronica nei capannoni industriali, droghe sintetiche, rapporti a rischio) poi l’apocalisse.
Adesso era ora di ricominciare, e non era semplice come sembrava. C’era nell’aria una perplessità imbarazzata. La gente non sapeva esattamente cosa dirsi. Si stringeva nelle spalle e tirava dritta per la propria strada.
Tre cose l’avevano spinto a Bologna: suo zio, il professore buddista, insegnava lì all’università. Primo. Secondo, Bologna faceva finta di essere nel 77. Via Mascarella, Paz, Paolo Fabbri (chiunque fosse). Vladimir veniva dal futuro e il presente continuava a sembrargli un tantino sclerotico. Un salto nel passato era come prendere ossigeno.
E terzo le donne. Se non puoi tenere fermo il tempo almeno fai sesso. Questo era diventato il suo motto con il passare degli anni: sesso. Da neanderthal ai replicanti, tutti volevano fare sesso. Era il sesso il vero motore del mondo. Qualcosa di sicuro, una certezza.
Stava a porta San Donato immerso in un ambiente familiare: facce nuove tutti i giorni, sveglia ad ore improbabili, tende di seta indiana, yoga, amici con l’MDMA, amici che avevano smesso con l’MDMA. Vivevano in 4, ma forse erano in 12 e forse era solo.
Forse. Bologna almeno era una certezza. Se ti chiami Vladimir, d’altronde, non tutti i luoghi sono pronti ad accoglierti. Questa era un’altra certezza. Come il 77 e i Television a qualsiasi ora del giorno. “Luna padiglione”? Cosa significava? Non l’aveva mai capito.
Faceva un po’ di sesso e tutto passava.

L’inverno del 2003 era rigido, ma non troppo. C’era gente che avrebbe passato in piazza Santo Stefano anche il giorno del giudizio, ma non troppa. Tutto il resto invece era troppo, e andava bene così.
L’equilibrio stava nell’ignorare certi fatti lampanti. Vladimir, come tutti i suoi amici, era cresciuto con Mtv: ignorare fatti lampanti era praticamente la regola. Quindi nessun problema. Fallo e basta, praticamente uno scherzo.
Questi fatti lampanti erano di natura eterogenea. Uno, per esempio, poteva essere il sesso. Poteva darsi, per esempio, che fare sesso non fosse esattamente un modo pratico di svuotare i testicoli. Per esempio. Poteva darsi che avesse a che fare con l’infanzia, il passato, il futuro, la specie, il cibo, il rapporto con tua madre.
Vladimir non ci aveva mai pensato, ma per lui il sesso aveva a che fare essenzialmente con il silenzio.
C’era un rumore, nella testa di Vladimir. Il rumore era cominciato ai tempi della montagna, nel 1986, nel 1253, c’era da sempre. C’era un omino, nel cervello di Vladimir, che diceva un sacco di parole. Parole parole e ancora parole. Questo omino aveva viaggiato nel tempo. Diceva cose sulle epoche storiche che passano e sulle cose che si dissolvono come sabbia.
Diceva: “Non vedi che tutto è già finito prima di cominciare?” E: “Rilassati, ragazzo, tanto non c’è niente da fare!” E anche: “Non è il caso di agitarsi, un giorno tornerai da dove sei venuto e allora capirai tutto”.
Inalare odore di corpi sudati, leccare saliva e gemiti e umori era un modo per recuperare il senso. L’omino stava zitto. Il muro di Berlino non era mai caduto. Niente crisi post-adolescenziali. Niente morti al World Trade Center. Niente AIDS.
Tutto andava per il meglio, se l’omino continuava a stare zitto.

(Alla fine dei conti era una costante algebrica. Ignorarla era diventato piuttosto facile. Se l’omino stava zitto tanto meglio. Se parlava l’importante era parlare a voce più alta di lui, agitarsi più di lui, sfregarsi e contorcersi in tutto il fango possibile.
Comunque andasse, Vladimir ci si era abituato.)

Ogni periodo della vita di uno studente ha i suoi chiodi fissi. Il cinema, la droga, il sesso, la solitudine, lo sport, la creta, lo yoga, la boxe, qualunque cosa.
Per Vladimir e compagni la fissa dell’inverno 2003 era il calcio balilla. Fissa non molto originale, ma tant’è. Giocavano a calcetto tutti i giorni. Sognavano partite di calcetto. Organizzavano enormi tornei di calcetto. I rapporti tra i sessi erano regolati dal calcetto. Si creavano e distruggevano coppie per un gol dalla difesa.
Andava avanti così da tutto gennaio. Poi avrebbero scordato il calcetto, il gruppo si sarebbe sciolto, si sarebbero formati altri gruppi. Fuori era inverno più che mai. Tutto poteva sembrare schizofrenico, o soltanto una maniera come un’altra per restare a galla. Ma era soltanto un altro fatto trascurabile, uno soltanto di una serie infinita.
La sera del 17 faceva un freddo fottuto. Non riuscivi a tenere il moccio su per le narici nemmeno a piangere. E Bologna Dentro Le Mura era stranamente deserta. Poco male, l’appuntamento era al solito posto al Pratello per la solita partita a calcetto. Nessun problema se era inverno. Se Bologna sembrava un deserto lunare popolato da morti viventi.
Le notti non erano un problema, mai.
Le mattine a volte sì. Quella mattina era bastato uscire a comprare le sigarette per capire che qualcosa non andava. La giornata era stata lenta e incolore. Vladimir era rimasto a guardare la tv tutto il giorno, aveva cenato in casa ed era uscito. E Bologna era deserta. E fredda. E vagamente aggressiva. I movimenti gli sembravano rallentati. Un’attesa potenzialmente eterna.
Era un presentimento tragico, che aveva a che fare con troppe cose: montagne, principesse travestite da funghetti allucinogeni, viaggi nel tempo.
L’omino che si nascondeva nella sua testa.
Mentre camminava per via Zamboni Vladimir cercava di liberarsi di questa sensazione. Si calcava la cuffia in testa e si diceva: “Questa sera non penserò a nulla”. Diceva: “Non mi fermerò un secondo per pensare”.
“Come un pazzo”, si disse.
Incredibilmente cominciò a sentirsi meglio.

Non andò molto bene.
Il calcetto si era concluso con un bilancio indeciso e grigiastro che non lasciava soddisfatto nessuno. L’ultima palla era finita fuori dal campo ed era misteriosamente scomparsa. Nessuno era disposto a pagare 50 centesimi per una sola pallina, e così si era dichiarata patta.
Di colpo, inspiegabilmente, tutti avevano trovato noiosa questa storia del calcetto. Un po’ triste, anche. Un po’ patetica, anche.
Restava soltanto la cenere. Lasciarono tutti il locale, a coppie di due o di tre, o soli. Andavano tutti in direzioni diverse. Se andavano nella stessa direzione camminavano a dieci passi di distanza. Tutti avevano altri amici da incontrare, gente che non aveva mai giocato a calcetto prima di allora e che non l’avrebbe mai fatto dopo.
Vladimir era come loro, un frammento della stessa delusione.
“Come un pazzo”, si disse, incamminandosi verso via Petroni.

Due ore dopo era seduto sui gradini di San Petronio che fumava una sigaretta. Non era andata per niente bene. Niente andava bene. Se possibile faceva ancora più freddo di prima. Bologna era ancora più deserta. La gente che aveva incontrato aveva una faccia strana, sembrava altrove. Erano corpi gettati lì in mezzo senza un motivo preciso.
Si era fermato e non avrebbe dovuto. Ripartire era impossibile, ormai.
Al secondo tiro di sigaretta si accorse che non aveva voglia di fumare. Poi si accorse che il rumore nella sua testa si era fatto assordante. Si accorse che quella città era piena di sconosciuti. Bologna era sconosciuta e ostile e qualcosa stava per succedere. Al di là di qualsiasi ragionevole dubbio.
Decise di tornare a casa. Infilarsi sotto le coperte e dormire. Soffocare l’omino e tutte le sue parole idiote in un oceano di subconscio, farsi una sega colossale ed eiaculare tutto quel terrore sulle lenzuola. Fino a domani. Poi ci avrebbe pensato domani.
Arrivò all’appartamento di Porta San Donato che non era nemmeno l’una. Nonostante ciò tutti e tre i suoi inquilini dormivano. Le luci erano spente. Non c’era nemmeno un rumore, o lui non lo sentiva.
Andò direttamente in camera sua, si spogliò, buttò i vestiti a terra accanto al letto e si avvolse nelle coperte come nell’utero di una grossa madre fatta di lana.
Chiuse gli occhi e si addormentò all’istante.

E fece un sogno.
Prima vide una macchia bianca di materiale gelatinoso. Poi questa macchia prese forma umana, diventò un bambino e poi un piccolo uomo. Un uomo molto piccolo che Vladimir conosceva da quando era nato.
Lo riconobbe senza esitazioni: era rimasto nel suo cervello tutti questi anni, ora finalmente lo vedeva.
L’omino cominciò a parlare.
Vladimir fu avvolto da un tepore indefinibile, e per la prima volta tutto ebbe significato.

Parentesi

millenovecentoottantasei – duemilatre

“1985-2000: quindici anni di solitudine”. Avrebbero potuto intitolare così un romanzo ispirato al loro passato prossimo. Solitudine. E disillusione. E crolli, tutto intorno a loro sembrava crollare giorno dopo giorno. Non era forse crollata anche l’Unione Sovietica? Qualcuno, ogni tanto, riusciva a stupirsi di essere ancora in piedi, ma niente di più.
Tra il 1986 e il 2003 la piccola tribù degli adulti aveva finito per detribalizzarsi. I compagni di partito erano diventati manager di successo, avvocati, banchieri, medici. Vivek era un ricordo sconveniente, poco più che un aneddoto colorito. Hediegger non lo conosceva più nessuno. Marx era un povero visionario, ormai lo sapevano anche i bambini.
Insomma il mondo cambiava. Inventava parole sempre nuove che per loro non avevano nessun significato. “Reagonomics”. “Gentrification”. “Glocalizzazione”.
Parole parole parole.
Le cose si erano fatte molto diverse da come le ricordavano. A sentire la tv tutti erano stati hippy almeno una volta nella vita. Non esisteva un solo stronzo che non avesse fatto il 68, il 77, che non avesse conosciuto Curcio di persona per le vie di Trento.
(E i ragazzini fumavano haschisch importata dal Marocco nelle piazze dei paesi, mentre tu che avevi visto nelle droghe una critica al sistema borghese cominciavi a sentirti un vecchio parassita idealista.)
(C’era stata l’esplosione dell’AIDS, la campagna pubblicitaria contro l’eroina, le rubriche televisive contro le droghe sintetiche: chi eri tu per dire la tua? Cosa ne sapevi di come andava il mondo, di com’era sempre andato?)
(Una volta lo chiamavi “sballo” e adesso il termine “sballo” era irrimediabilmente passato di moda. Ti sentivi passato di moda e non capivi come potesse essere successo.)
E poi c’erano i tuoi figli. L’adolescenza dei tuoi figli ti aveva messo di fronte a problematiche inedite. È giusto incidersi gli avambracci con una lametta da barba? Se porti t-shirt inneggianti a satana non sei forse un satanista? La musica è musica anche se non rimane più un solo cazzo di strumento musicale?
Dalla disco music dei tuoi vent’anni (ma la decadenza era già iniziata, ora lo riconosci) si era passati alle stragi fasciste dei trenta. Discount alimentari e reti televisive private si erano diffuse a macchia d’olio in tutto il paese. Gli anni 90 erano stati la fine di tutto (quarant’anni di fede politica, speranza in un futuro migliore, tutto).
Qualcuno era scappato in India per non fare i conti con tutto questo.
Chi era rimasto non sapeva più a che santo votarsi, e finiva irrimediabilmente per comprarsi il televisore al plasma.
Insomma era un gran casino, irrimediabilmente, inequivocabilmente un gran casino.

Martine.
Martine aveva cercato di rifarsi una vita in provincia. Aveva osannato l’aria pulita e la gente vera e l’odore dei campi d’agosto.
Una mattina di aprile del 1988 aveva avuto una crisi di nervi e avevano dovuto ricoverarla all’ospedale più vicino, imbottita di Xanax. L’ospedale era piccolo e straripante di malati terminali. Le infermiere avevano l’aria di essere lì per caso. L’odore di cloroformio dava il mal di testa.
Dopo tre giorni di degenza Martine aveva preso suo figlio in braccio ed era salita su un treno per Milano. Aveva rivisto i vecchi amici e aveva messo in atto processi di rimozione degni di un bambino autistico: non era mai Fuggita Dalla Metropoli, non era mai stata a Vivek, non sapeva niente di niente.
Aveva trovato un monolocale in via Sarpi, nel cuore della futura Chinatown, e aveva educato suo figlio alla vita di città. Milano ghiacciata nell’inverno dell’89 sorrideva come lo Stregatto di Alice, ma non importava, niente in fondo aveva importanza.
Finalmente, dopo mille anni di viaggi nel tempo, era tornata a casa.

Jens.
Il tedesco che leggeva Heidegger aveva smesso di leggere Heidegger. Era tornato in Germania e si era innamorato di una pasticciera di Monaco. Aveva mollato moglie e figlie ed era scappato con la pasticciera verso Nord, dalle parti di Colonia.
Quando la pasticcera lo lasciò per un camionista, Jens si ritirò in esilio nella Foresta Nera. Si mise ad intagliare statuette nel legno d’abete e ricominciò a leggere Heidegger.
Nel 1999, a 49 anni, si prese un cancro ai polmoni e morì.
Felice, a quanto pare, certamente solo.

Lo zio di Vladimir.
Il professore buddista era probabilmente l’unico essere umano al mondo, nel 1989, a conoscere l’urdu come l’italiano: proseguì i suoi studi e finì per ottenere la cattedra di Orientalistica all’università di Bologna.
Cominciò a vivere sei mesi nel capoluogo emiliano e sei mesi in un piccolo paese della provincia di Bombay, dove aveva moglie e figli. (A Bologna aveva una compagna con la quale però non conviveva, e che non poteva avere bambini).
Non smise di fumare erba ma smise di combattere il sistema capitalista.
Non abbandonò le pratiche zen di purificazione del corpo ma si concesse di mangiare tortellini al ragù tre volte la settimana.
Insomma raggiunse un compromesso soddisfacente, e riuscì ad attraversare il collasso dell’Occidente senza troppi traumi.

Il padre di Vladimir.
Il padre di Vladimir era diventato professore di filosofia in un liceo di provincia. I corridoi e le aule del liceo erano scarne come un haiku, o più prosaicamente come il cesso di una stazione. Gli allievi erano figure sinistre ma innocue: piccoli punk in ritardo sul tempo, ragazzine anoressiche, giovani rivoluzionari capelloni, checche.
Come dire: ombre ombre ombre.
A cui della filosofia importava meno di zero: soltanto l’ennesimo viaggio allucinato in una realtà che stava diventando più allucinata di qualsiasi speculazione.
Per il resto aveva trovato alcuni hobby interessanti a cui dedicarsi (le passeggiate in montagna, la pittura su legno) e viveva più o meno serenamente la crisi di mezza età sua e del suo continente.

La madre di Vladimir.
Sua moglie si era laureata in psicologia alla veneranda età di 31 anni, ed era finita a fare l’insegnante di sostegno alle scuole medie. Qui le ombre erano più grumose, più informi, e sempre sul punto di esplodere in mille pezzi.
Passava quattro ore al giorno a contatto con i piccoli mutanti dell’Occidente in declino: autistici, baby-paranoici, teppistelli, sessuomani precoci.
Finite le quattro ore si apriva una voragine di supermercati, poste, banche.
Scenate adolescenziali di suo figlio ateo, che francamente a tredici anni era stufo marcio di chiamarsi Vladimir e voleva fare il cantante in un gruppo rock, il tossicodipendente, il marchettaro, persino l’astronauta purché non si parlasse di comunismo.
(D’altra parte lo slancio politico che aveva portato la coppia ad affibbiargli quel nome si era esaurito con tangentopoli, e un’intera vita di ripensamento dell’Istituzione Famiglia aveva prodotto frutti piuttosto malsani.
Vladimir aveva ragione a urlare, ragione a fumarsi le canne nel garage alle dieci di mattina della domenica, ragione nel suo tentativo disperato di mettere incinta una ragazzina minorenne.
Era successo quello che succedeva a tutte le famiglie della sinistra liberale cresciute negli anni 70: si sentivano in colpa per essere diventati quello che erano.)

I bambini.
Alina, la figlia maggiore di Jens, che nel 1986 aveva 7 anni, diventò molto bella e vuota come una noce di cocco. Riuscì a prendere il diploma in ragioneria e nel 2002 andò a convivere con un dj techno che le regalava l’MD e altre porcherie chimiche. Nel 2003 lei e il dj si lasciarono, e Alina tornò a vivere a casa della madre.
Katrin, la seconda figlia di Jens, che nell’86 di anni ne aveva 4, non fece mai uso di droghe. Si diplomò brillantemente al liceo classico e andò a studiare filosofia a Berlino. Nel 2003, a 21 anni, non aveva mai avuto un ragazzo.
Matteo, il figlio di Martine, diventò un normale adolescente milanese, fissato con l’hip-hop, i graffiti e i videogiochi violenti. Nel 2003 aveva 20 anni ed era disoccupato, annoiato, indeciso sulla piega che avrebbe preso la sua vita futura.

(Il mondo insomma non si era fermato: un fatto che in futuro si sarebbe rivelato molto doloroso.
Gli adulti si ritrovavano stanchi, confusi, raffazzonati.
I bambini erano diventati adulti senza averlo chiesto.
Tutto, ancora una volta, andava esattamente come doveva andare.)

4.

primavera

L’impressione era quella di palle da biliardo lanciate ai quattro angoli del tavolo: nessuna buca, soltanto rumore secco di neuroni impazziti che cozzano tra di loro.
L’estate del 1986 (la partenza di Guido) era stata l’ultima delle loro vite, il punto di sutura che aveva irrimediabilmente chiuso un’epoca.
Tutto d’altra parte sembrava troppo labile, troppo mutevole. Per quale motivo invecchiare e morire doveva essere una necessità? Perché i figli dovevano crescere? Cos’era poi questa storia della guerra al terrorismo?
Così pensava il padre di Vladimir quando, un pomeriggio di marzo del 2003, il telefono degli anni 60 squillò per la quarta volta.

***

Il telefono.
La vita del telefono nero degli anni 60 è strettamente intrecciata alla vita di Martine: tutto inizia una notte di luglio del 1963, quando sua madre incontra un uomo in una bettola per alcolisti e decide di fuggire con lui in capo al mondo.
Quest’uomo (tale Alberto) è un piccolo malavitoso milanese che traffica merci rubate al confine con la Francia. La madre di Martine è una bella casalinga insoddisfatta delle prestazioni sessuali del marito.
L’amore, almeno potenzialmente, sembra qualcosa di scontato.
Prima di lasciare per sempre consorte e terra natale la casalinga fuggitiva prende con sé due cose: la figlia bionda di tre anni (che viene così condannata ad uno sciatto monolinguismo) e il telefono di casa (un oggetto che ha pagato molto e al quale di conseguenza si sente particolarmente affezionata).
Poi Milano. Un appartamento nel quartiere allora popolare dei Navigli. Qualche mese di felicità relativa (alcolica, più che altro) e infine un’altra fuga: Alberto, questa volta, con una ballerina di night club.
Una donna sola con una bambina piccola in una città molto grossa. Che non è “in capo al mondo”, neanche un po’.
E poi uomini uomini uomini. Tutti che la tradiscono. Il destino della figlia inscritto nell’altalenante vita sessuale della madre.
Irrimediabilmente.

Nel frattempo passano gli anni. Il telefono è sempre lì, appoggiato su una mensola nell’ingresso dell’appartamento.
È lì nel 1979, quando Martine, 19 anni, se ne va a Vivek per unirsi agli arancioni. È lì nel 1982, quando sua madre, 47 anni, muore di ictus cerebrale (dagnosi: due pacchetti di esportazione al giorno). È lì quando un ladro di verginità travestito da hippy mette incinta Martine, per poi scomparire nel nulla non appena il ventre di lei comincia a gonfiarsi.
Continua ad essere lì quando Vivek viene chiusa, nei primi mesi del 1986, e Martine e figlio decidono che la new age è finita ed è ora di cominciare a vivere sul serio.
È indubbiamente lui a squillare quando, quell’estate, Martine riceve la telefonata di un amico tedesco (tale Jens) che le propone tre mesi di permanenza in una baita wlser di amici italiani, a pochi chilometri da Milano.
Inebriata dalla prospettiva di un nuovo inizio, Martine compie il movimento inverso e speculare a quello di sua madre: dalla città parte per la provincia, portandosi dietro (senza sapere perché) figlio e telefono.

Durante la breve parentesi della baita walser, il telefono veicola due importanti epifanie: una per Guido (telefonata di Emy, partenza), una per gli altri adulti (telefonata di Emy, scomparsa di Guido, fine tardiva dell’adolescenza).
Per tutto l’inverno resta muto, e l’estate successiva, quella del 1987, si limita alla routine: telefonate di madri, padri, amici, parenti, colleghi, datori di lavoro.
Poi di nuovo Martine. Che nell’aprile del 1988 ha la sua piccola crisi di nervi (capisce che la provincia è soltanto l’ennesima fuga della sua vita) e decide di tornare a Milano. E decidere di tornare a Milano e sbarazzarsi per sempre di quel telefono è tutt’uno (nessuno capisce esattamente come mai, ma tant’è: il mondo è pieno di misteri). E così accade.
Un’ora prima di salire sul treno Martine porta il telefono ai genitori di Vladimir. Li ringrazia per l’ospitalità e l’amicizia. Chiede di conservare per lei quell’oggetto.
I genitori di Vladimir ringraziano, sorridono e lasciano il telefono sulla cassapanca in corridoio per sette mesi. Dopodichè la madre di Vladimir lo infila in una scatola di scarpe. Lo porta in cantina.
Lo infila in un armadio e chiude la porta a chiave.

***

Vide la luce per l’ultima volta a dicembre del 1988. Poi, per quasi 15 anni, tutti si scordarono di lui.
Una domenica di marzo del 2003 il padre di Vladimir scese in cantina a cercare un martello. (Stava inchiodando alla parete della sala da pranzo un piccolo quadro astratto che aveva appena finito di dipingere: ecco perché il martello.) Si mise a rovistare negli armadi e il telefono quasi gli cadde in testa.
Fu un’ulteriore epifania, un’ulteriore prova delle capacità magiche di quell’oggetto: gli anni 60 erano morti e sepolti, eppure lui restava lì, nero e lucido, come nuovo.
Non era forse un simbolo? Una condanna al mondo moderno, con la sua sclerosi tecnologica da continua mutazione? Certo che sì: tutto cambiava, quel telefono no. Era sempre uguale a sé stesso, nero lucido e rassicurante.
Condannava l’ex Unione Sovietica per essere ex, condannava le Torri Gemelle per essere implose come castelli di sabbia, condannava l’Iraq per il petrolio e gli Stati Uniti per il petrolio e tutti quanti insieme per aver intrapreso la strada del Male e dell’Autodistruzione.
Il padre di Vladimir pensava queste cose mentre portava il telefono in soggiorno, staccava il Simens cordless comprato tre mesi prima e collegava il vecchio apparecchio alla presa telefonica.
Pensava tutto questo e faceva tutto questo quando il telefono si mise a squillare.

Rimase a guardarlo un attimo.
Pensò: “Questo coso appena lo attacchi suona”. (Un po’ del suo rispetto era scomparso. Era aumentata la perplessità e anche il timore per le sue capacità magiche.)
(Pensò all’ultima volta che quel telefono aveva squillato significativamente. Pensò a Guido. Per un secondo sentì con incredibile chiarezza l’accavallarsi dei tempi, la relatività degli spazi, il susseguirsi delle stagioni. Sentì il tempo scorrere a velocità folle intorno a lui. Sentì di precipitare in un baratro senza fondo, ma senza angoscia, senza paura.
Si lasciava cadere nella voragine più profonda del mondo con tranquillità, come una foglia secca si lascia cadere da un albero.)
Poi rispose.

Era Vladimir. Poi ci fu un’interferenza. La voce di Vladimir ritornò, ma distorta, come filtrata attraverso un sintetizzatore.
(C’erano fruscii che sembravano venire da un altro mondo. Respiri e gemiti e mormorii che potevano essere la colonna sonora del limbo, della terra di mezzo, della zona del crepuscolo.)
“Papà”, disse Vladimir con quella voce distorta. “Papà mi senti?”
Disse che era in un luogo rumoroso e incasinato. Che non aveva molto tempo. Che aveva voluto telefonare a casa per salutarli.
Salutare? Perché salutare?
Perché stava partendo. Per dove? Non lo sapeva. Quando sarebbe tornato? Non lo sapeva.
Non sapeva niente, chiedeva soltanto di accettarlo. Doveva partire per forza. In quel preciso istante, non poteva aspettare un secondo di più. Se ne stava andando, ma sarebbe tornato. Per raccontare a tutti loro quello che aveva visto.
(“Sono successe delle cose. Ho solo bisogno di riflettere. Vi prometto che un giorno vi telefonerò e allora ci rivedremo e vi racconterò tutto “)
Poteva accettarlo? Davvero poteva accettarlo? Così su due piedi, per la seconda volta, anche se adesso si trattava di suo figlio?
Ci mise molto a rispondere.
“Sì”, disse alla fine. “Credo di sì”.
Vladimir disse: “Grazie”. Disse: “Ti ringrazio, sul serio”. Disse ancora: “Adesso devo andare”. Disse qualcos’altro che si perse in quel rumore indefinibile.
E appese.

5.

inverno

Era gennaio quando l’omino aveva parlato. Era emerso da una chiazza lattea di materiale gelatinoso e aveva raccontato la sua storia.
Vladimir aveva dormito. Come mai prima d’allora. Un sonno totale, senza sogni e senza incubi.
Un sonno violaceo e ronzante che assomigliava molto alla morte.
Poi si era svegliato. Aveva aperto le finestre su via San Donato e aveva guardato Bologna intirizzita, con il pelo coperto di ghiaccio e la bava alla bocca. Per la prima volta aveva visto chiaramente l’accavallarsi dei tempi. Le epoche storiche si sovrapponevano. Una volta c’era il mare, lì sotto. Un giorno non ci sarebbe stato più nulla, soltanto un vuoto cosmico.
E poi c’erano gli esseri umani. Piccole figure che mutavano in continuazione. I vecchi diventavano bambini, e viceversa. Le donne sfiorivano.
Le case si trasformavano in cumuli di macerie e dall’asfalto crescevano campi di grano.
Tutto si sgretolava e si ricostruiva a velocità supersonica. Il ragazzo dello spazio era lì per vedere e comprendere. Il 77 era evaporato, come il 1253, il 2003, il 2580. I Television non avevano più niente da cantare, nient’altro se non la loro natura effimera di esseri umani.
Quello che cantavano tutti i cantanti, l’unico argomento di conversazione del mondo, l’unico significato di tutti i libri e gli amori e le altre cose splendide e tragiche della vita.
Vladimir fu colto da una sensazione indefinibile: gli opposti si mischiavano come mai prima d’allora, erano un’unica grande cosa, la sola che avesse ancora importanza.
“Luna padiglione”. Che voleva dire?
Tutto o niente, in fin dei conti faceva lo stesso.

Per più di due mesi non uscì di casa. Aveva bisogno di riflettere, e doveva stare solo.
Era diventato una specie di eroe dei fumetti? Se aveva acquisito dei superpoteri tanto meglio: adesso doveva imparare ad usarli. E comunque non era molto facile interagire con la gente. Andare dal macellaio per vedere uno scheletro che affettava suini e ovini ancora vivi, grufolanti e belanti.
(Questo è interessante: niente nella sua vita era mai stato così simile ai suoi giochi d’infanzia. Non era mai arrivato così vicino alla comprensione come in quelle ore d’attesa, nascosto in un campo di mirtilli, concentrato nel suo amore per una principessa rapita.
Una principessa che non esisteva, rapita da un nemico che non esisteva: era l’invenzione la chiave di tutto.)
Due mesi di solitudine quasi totale, fino al 17 di marzo.
Fino a quel momento fece finta di essere impazzito, per non turbare troppo inquilini e amici. La follia era qualcosa di comprensibile, soprattutto a Bologna. La gente impazziva ovunque, in ogni momento.
Gli inquilini e gli amici d’altra parte cercarono di capire, o almeno apprezzarono la sua buona volontà. Andarono a comprargli latte e sigarette. Gli portarono riviste di musica e organizzarono piccoli concerti acustici nella sua stanza.
Lui lasciava fare.
Percepiva la loro morte e gioiva per il semplice fatto di sentirli respirare accanto a sé.

La mattina del 17 marzo si svegliò con qualcosa che gli batteva in testa. Un’urgenza assoluta di fare qualcosa. Che cosa? Non ne aveva la minima idea.
Prima di tutto pensò ad un bisogno corporale. Provò a pisciare, ma non gli scappava. Provò a farsi una sega, ma non riuscì nemmeno a farselo venire duro.
(E pensò una cosa: da due mesi a quella parte si era praticamente scordato di avere qualcosa in mezzo alle gambe. Non si era mai masturbato, non aveva mai pensato nemmeno lontanamente di uscire a cercare una ragazza. La cosa era parecchio strana e meritava un’attenta riflessione. Quantomeno dimostrava che aveva effettivamente dei superpoteri – o qualcosa di molto simile – e che era ancora lontano anni luce dal capire come usarli).
Per tutto il giorno restò chiuso in camera. Girava in tondo. Camminava sui suoi passi.
Si sentiva un giovane padre nella sala d’aspetto del reparto maternità. Aspettava di abbracciare quel coso viscido e scalciante che era appena diventato suo figlio, solo che c’era una differenza: in questo caso era lui a dover partorire.
(Che cosa esattamente fosse sul punto di partorire non gli era ben chiaro. Pensò tutto questo e fu terrorizzato dal paragone. Non è che forse era impazzito sul serio? Una buona domanda a cui era meglio non tentare di rispondere.)
Poi, verso le quattro di pomeriggio, capì. Fu la cosa più simile ad un orgasmo che gli fosse mai capitata. E la cosa fantastica era che il sesso non c’entrava un accidenti di niente. Non c’era niente di più lontano dal sesso che quella sensazione di liberazione.
Si vestì in trenta secondi netti. Infilò in un piccolo zaino le cose utili per il viaggio. Poi si rese conto che per quel tipo di viaggio niente sarebbe stato davvero utile. Disfò lo zaino e lasciò i vestiti ammucchiati per terra.
Si infilò il cappotto e uscì in strada, quasi correndo.

Dieci minuti dopo era in stazione, che prendeva fiato seduto su una panchina di marmo accanto al binario 1.
Guardava i treni andare e venire. Trasformarsi in pezzi non ancora assemblati e in vecchie carcasse arrugginite. Vedeva la stazione quando al posto della stazione c’era un enorme prato battuto dal vento.
Accese una sigaretta. La fumò fino al filtro. La spense.
Era tutto pronto, il suo Grande Viaggio stava per cominciare. Mancava soltanto una cosa. Sgradevole, imbarazzante, difficile. Ma necessaria, assolutamente.
Decise di fare tutto d’istinto, senza riflettere.
(“Come un pazzo”, diceva una piccola voce flebile nella sua testa.)
Compose il numero sulla tastiera del cellulare. Attese. Uno squillo, due squilli, tre squilli. Attese ancora. Quattro squilli, cinque squilli. Qualcuno dall’altra parte della linea alzò il ricevitore.
“Papà”, disse. La voce di suo padre era disturbata da un’interferenza. Il rumore della stazione (tutto il rumore che aveva in testa) copriva il debole impulso elettromagnetico. “Papà”, disse di nuovo.
Disse: “Papà mi senti?”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

alcune porte restano chiuse

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1.

Fino a dieci anni B visse oltre Dora, in appartamento. Tutte le otto porte della casa erano di colore verde scuro.
Una porta chiusa significava silenzio. Tabù. Qualcosa che non si poteva dire.
La camera dei suoi genitori: crisi matrimoniali, lacrime, sesso.
Lo studio di suo padre: rapine, omicidi, stupri.
Suo padre era giornalista di nera per un piccolo quotidiano. Un lavoro poco redditizio anche negli anni Sessanta. L’altra faccia di Torino. La poltiglia della città industriale.
Invece sua madre aveva insegnato matematica alle elementari.
Un giorno aveva preso a schiaffi un bambino. Aveva estratto la riga dal cassetto e aveva minacciato di ucciderlo.
Per questo motivo erano cominciate le pillole.
E tutto quel tempo chiusa nella stanza da letto, in perfetto silenzio.

Poi un giorno la porta non s’era più aperta.
Era estate. B aveva da poco compiuto dieci anni. Era arrivata l’ambulanza e avevano buttato giù la porta.
Quella sera stessa sua padre gli aveva parlato.
“La mamma non sta bene”, aveva detto. “Hanno dovuto portarla in ospedale”. Però non riusciva a guardarlo negli occhi.
Due giorni, poi sua madre era morta.
B aveva accolto la notizia in silenzio. Si metteva alla finestra e restava a fissare i campanili di Porta Palazzo.
Taglienti. Appuntiti, come le unghie di una donna.

Soltanto molti anni più tardi venne a sapere che cosa esattamente avesse ucciso sua madre.
Avvelenamento da benzodiazepine: un tubetto di Tavor.
“Non potevo crederci”, gli disse in quell’occasione suo padre. “Un giorno c’era, e il giorno dopo era scomparsa. Non potevo crederci: aveva premuto un interruttore, e si era spenta”.

2.

Dodici anni dopo esplose la stazione di Bologna. B ricevette una telefonata: un amico di Lotta Continua. Chiamava da Moncalieri, da una cabina.
“I fascisti”, diceva, “sono stati i fascisti”.

A quel tempo B aveva lasciato l’università da un pezzo.
Dipingeva. Faceva da assistente ad un vecchio artista, uno che aveva contato qualcosa negli anni Cinquanta e Sessanta.
Nel ‘54 un suo quadro era stato esposto al Moma di New York, per qualche settimana. Adesso il vecchio era gobbo e faceva fatica con i particolari: per questo aveva bisogno di un assistente.

Lavoravano otto ore al giorno, poi cenavano assieme.
A volte B restava qualche ora dopo cena. Sedevano intorno alla stufa bevendo birra.
Il vecchio aveva vissuto vent’anni sotto il regime di Franco, a Madrid, per amore di una donna. Gli piaceva parlarne.
Altre volte, la sera, camminavano per le vie desolate della periferia. Guardavano i palazzi e gli alberi.
Mani deformi emerse del cemento, diceva il vecchio.
B annuiva.

Erano andati a vivere, suo padre e lui, in un terzo piano in fondo a corso Francia. Quasi in piazza Massaua, a due passi dal multiplex.
Si erano comprati la televisione e un piccolo cane da appartamento. Il cane si chiamava Santiago.
Nel corso degli anni Settanta la televisione aveva sostituito il giornale. Avevano visto tutto: Piazza Fontana, il Cile, Moro, tutto.
Grazie alla tv, in un certo senso, B era diventato comunista.

Un giorno successe una cosa: nello studio del vecchio pittore entrò Salvador Dalì. Era vecchio e acciaccato, ma si trattava di Salvador Dalì. Non c’erano dubbi.
B non sapeva cosa dire.
Poi disse: “Le chiamo il principale”.
Il vecchio non si scompose. Si salutarono affettuosamente e uscirono in strada a braccetto. B rimase pensoso. Pensò a lungo e concluse che stupirsi delle cose è un errore.
“Va bene così”, pensò.

Poi successe un’altra cosa.
Un pomeriggio di maggio suonò il campanello. Era Milena, la nuova compagna di suo padre. Indossava un abito color pesca che spiccava sull’azzurro delle pareti.
Dissero tutto in un attimo.
“Pensiamo che convivere sia il modo giusto di affrontare le cose”, disse suo padre.
“Va bene”, disse B. Poi cominciò a pensare che doveva cercarsi una casa. Fare i bagagli. Per un periodo sarebbe andato a vivere dal vecchio pittore, pensò. Ma il giorno in cui salutò suo padre provò la sensazione di essere fatto di carta.
“Va bene così”, si disse.


Parentesi

Sette anni più tardi era a Berlino.
Caterina era giovane e bellissima.

Dopo aver lasciato il multiplex di piazza Massaua B era tornato oltre Dora.
Molto oltre. Una soffitta in via Cigna. Un unico locale spoglio, dove aveva sistemato le tele, il letto, lo stereo, un piccolo canestro.
Era tornato sulla Dora per vedere ancora i campanili di Porta Palazzo.
Ne immaginava ormai le radici, come un paio di canini.

Per quattro anni aveva smesso di dipingere.
Questione di affitti.
Aveva trovato lavoro in un market non lontano da casa. Si era fatto amici calabresi immigrati per lavorare alla Fiat, e che invece erano rimasti disoccupati. Giovani tossici reduci dal ’77. Vecchie vedove adoratrici del male.
Tutta la sottoumanità della periferia.
Caterina l’aveva convinto a ricominciare con i quadri. L’aveva conosciuta d’inverno, i capelli del colore delle foglie secche.
Avevano cominciato a vivere insieme.

Caterina lavorava per la radio. Girava con un registratore a tracolla, faceva interviste che poi spediva alle persone giuste.
E le persone giuste mandavano la voce di Caterina nell’etere.

Questo Wim aveva telefonato un giorno a casa loro. Chiamava da Berlino.
“Ragazzi, dovete venire qui”, aveva detto. “Tutto trema sempre di più. Succederanno grandi cose”.
Era un vecchio amico di Cate. Lei era intenzionata a raggiungerlo. B non lo sapeva, però a Torino non aveva nulla da fare.
“Perché no?”, si era detto alla fine.

Erano arrivati a Berlino con la 127 di Cate.
Ottobre ’88: un freddo ruvido, da piangere. In macchina c’erano una cassetta di Gianna Nannini e una dei Mudhoney.
Wim aveva trovato loro un’altra mansarda. A Schömberg. Le scale erano il colore della polvere, ma gli usci delle abitazioni di un rosso intenso.
Lui e B andarono subito d’accordo.
Wim era alto, riccio, biondo. Portava i baffi. Lavorava in un’officina meccanica e componeva musica elettronica. Il suo modello erano i Kraftwerk.
B invece era senza lavoro.
Ma l’atmosfera era elettrica, si poteva guadagnare qualche soldo in qualunque modo. Imbucando giornali nelle cassette della posta. Vendendo qualche quadro. Lavando i piatti in un ristorante per una settimana.
Invece Cate girava con il registratore e sembrava soddisfatta.

B dipingeva figure umane. Eredità del vecchio pittore amico di Dalì: figure magre, spettrali. La gente che aveva sempre visto.
Wim aveva qualcosa di ridire sui nudi.
“L’uccello”, diceva. “A questo qui gli manca l’uccello”.
B correggeva.
C’era anche un’altra persona nel giro. Si chiamava Reiner. Un tecnico delle luci specializzato in teatro. Era omosessuale. Un elettricista gay.
Reiner stava al confine con l’Est, solo, proprio sopra il check-point.
Dalla finestra si vedeva il cambio della guardia. Con Wim condivideva solo la passione per l’elettronica, per i Kraftwerk in particolare.
E una storia: raccontava di aver fatto le scuole medie con Fassbinder. E diceva di averlo baciato sulla bocca, una volta.
Reiner raccontava e Wim gli dava corda.
Cate era scettica. B si stringeva nelle spalle.

Nel novembre del 1989 cadde il muro.
La sera del nove si ubriacarono tutti.
La mattina del dieci successe qualcosa di strano: si guardarono negli occhi e capirono che era finita. Erano imbarazzati. Non avevano più niente da dirsi.
In quell’imbarazzo Cate scoprì di essere incinta.
“Vorrei che nascesse in Italia”, disse a B.
Impacchettarono le loro cose in meno di un mese.
Dischi, libri, un orso di peluche che B aveva regalato a Cate per il compleanno. Salutarono Wim e Reiner, con la promessa di tornare, un giorno, forse.
Festeggiarono il natale ad Alessandria, dai genitori di Cate. Una buona cena. Il camino. La grappa. Il discorso del presidente della repubblica in tv.

Più tardi B chiamò suo padre per dirgli che sarebbe diventato nonno.
Per un pezzo dall’altro capo della linea non si sentì niente.

3.

Every time I rise I see you fallin’
(Placebo)

“Adesso devo trovarmi un lavoro”, diceva B in quell’inverno gelido. “Non posso mica continuare a dipingere. Voglio dire, i pannolini, la scuola…”
Cate sorrideva.

A questo punto B aveva trentadue anni.
Sapeva fare il pittore e il cassiere. Sapeva anche distribuire giornali e lavare piatti, ma nel 1990 in Italia le cose non andavano così bene.
Ai colpi di fortuna non ci credeva. Ma non credeva nemmeno alla logica e ai sensi di colpa.
Tornò alla casa di via Cigna: vuota.
Tornò al market sotto casa. Lo accolse una vecchia cieca da un occhio. Una che lavorava con lui già due anni prima e con cui aveva fatto un po’ amicizia.
Teneva il banco del pesce. Usciva con lui a fumare ogni ora.
“Sei fortunato”, gli disse la vecchia.
Era andata così: quando B era partito per Berlino avevano assunto al suo posto un ragazzino di diciotto anni. Uno magro con i capelli lunghi. Poi avevano scoperto che questo ragazzino era un tossicomane.
Loro avrebbero voluto licenziarlo, solo che il ragazzino era finito sotto un tram a Venaria.
B ascoltò la storia e andò dal padrone.
Quel giorno stesso ottenne il suo vecchio posto di cassiere.

1990: la tv trasmetteva Falcone e Borsellino.
La sentenza d’appello del maxiprocesso lasciò tutti scontenti.
Nel frattempo il partito comunista si era sciolto. B non era più comunista. Non era più niente.

Segnali.
Poi crollò tutto.
Caterina perse il bambino.

Per molte sere restarono seduti l’uno accanto all’altra, in silenzio.
B smise di dipingere esseri umani. Cominciarono le forme geometriche. Spirali. Punte. Macchie di colore.

Ma Cate era cambiata: sembrava un oggetto vuoto.
A volte si scordava di cenare. Altre non andava in radio. Tutta la faccenda stava andando a puttane.
Lo sapevano, ma non riuscivano ad evitarlo.

Una sera, tornando dal lavoro, B non la trovò in casa. Aspettò al tavolo della cucina. Poi alla finestra. Poi sul divano, davanti alla tv.
Rimase ad aspettare tutto il giorno, pensando che era di nuovo agosto.

4.

I quadri di B cambiarono di nuovo.
Poche pennellate. Una macchia azzurra: il cielo. Una macchia rossa: una storia.

Pensò di cambiare casa. Ma a quel punto non gli importava più.
Conosceva la gente del quartiere. Aveva un amico senza gambe. Due erano spacciatori. Una faceva la prostituta, poi le era venuta l’asma.
Il medico le aveva somministrato quintali di cortisone. Si era gonfiata tutta ed era diventata giallina.

Non cambiò casa. Non cambiò lavoro. Il tempo cominciò a passare come mai prima d’allora.

Cinque anni dopo la morte del bambino successe qualcosa.
B dipinse un quadro totalmente rosso.
Ma ancora non andava.

Poi arrivò a chiedersi cosa fosse successo.
Era sempre ubriaco. Aveva cominciato a bere? Quando?
Però teneva una bottiglia di vodka nel freezer. Dopo cena scendeva al bar sotto casa. Quando la saracinesca cominciava ad abbassarsi usciva.
Notti che sembravano deserti: semafori e bottiglie rotte. Qualche skin, ma conosceva anche loro.

La mattina faceva colazione con lo spumante. Ma sul lavoro era efficiente, cortese con i clienti.
Non rubava soldi dalla cassa come certi suoi colleghi. Prendeva per sé lo yogurt appena scaduto e la frutta un po’ ammaccata, ma questo lo facevano tutti.

Senza attese e senza ricordi.
Gli stessi identici gesti, per quindici anni.

Ritorno

Una mattina di dicembre del 2005 suonò il campanello.
Fuori faceva freddo. Aveva nevicato. Neve indurita ai bordi delle strade. Tram gialli strisciavano sull’asfalto come bruchi.
B faceva colazione: spumante e biscotti.
Se ne stava seduto sul divano. Quando suonò il campanello si alzò in piedi, ma non aprì. Si mise a studiare un quadro azzurro, appeso alla parete sopra il letto, masticando un biscotto.
Poi sciacquò la bocca con una golata di spumante.
Il campanello suonò di nuovo. Questa volta B andò ad aprire.

Cinque minuti dopo Caterina sedeva sul divano. B le stava di fronte, su una sedia. Aveva entrambi la sigaretta accesa.
Restavano in silenzio. Non si erano ancora toccati.

Mezz’ora più tardi aprirono un’altra bottiglia di spumante. B ne teneva sempre una di riserva, sotto il lavandino.
Riempì due bicchieri di plastica.
Guardò Cate, ma lei non lo guardava. Fissava le tele bianche appese alle pareti. Ce n’erano molte. Quindici, forse venti. Misure diverse. Tutte bianche.
“Che cosa ci dipingi?”, chiese Caterina.
B scosse la testa.
“Sono finite”, disse.

Cate cominciò a raccontare.
Roma. Poi di nuovo Berlino. Wim s’era beccato l’aids. Reiner viveva con una ballerina, bellissima.
Poi New York. Corrispondente estera della Rai. Un vecchio che aveva conosciuto una sera a Brooklin. Uno che diceva di essere J. D. Salinger, a New York per un ultimo romanzo.
Poi l’undici settembre.
La polvere.

B raccontò solo una cosa: le passeggiate sulla Dora, la domenica mattina.

Pranzarono insieme. Al pomeriggio si mise a nevicare. Guardarono un film in televisione, poi Cate disse qualcosa.
“Perché quelle tele bianche?”, chiese.
B scosse la testa.
Lei non insisté.

(photo by we-make-money-not-ar t’s photos -flickr.com)

bovisa killer

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Novembre.

Avevano preso in gestione un piccolo supermarket per la stagione invernale. Vendevano frutta esotica e calze da donna, riviste spinte e attrezzi da lavoro, vendevano perfino qualche vecchia radio a transistor. Il locale era angusto ma accogliente, pulito, ordinato.
La vecchia proprietaria, una domenicana che era arrivata a Milano negli anni ottanta su un volo merci, era tornata a Santo Domingo a trovare i figli che non vedeva da otto anni. Aveva lasciato il negozio a Giulio, che era il suo unico commesso.
“Ritorno in primavera”, aveva detto. E poi: “I soldi che guadagni sono soldi tuoi”.
Giulio l’aveva accompagnata a Malpensa, poi si era trovato da solo in negozio, con le saracinesche abbassate.
Aveva preso in mano il telefono e aveva chiamato Pietro, il suo migliore amico.

Era arrivato quando già stava facendo buio, con il motorino giallo anche se la temperatura non superava i due o tre gradi. Aveva una grossa borsa piena di vestiti e di libri e di dischi. Conosceva bene quel posto. Anche lui aveva vissuto in Bovisa, quando faceva l’università. Era lì, da qualche parte, che aveva parlato con Giulio per la prima volta.
Era entrato dalla saracinesca alzata a metà. Lui e Giulio si erano stretti la mano. Poi, come se fosse stato a casa sua, Pietro aveva preso due birre dal frigorifero.
E in un certo senso, aveva pensato, questa è la mia nuova casa.

Sul retro c’era un bagno con anche la doccia e una stanza quadrata che Estela, la domenicana, usava per parcheggiare la bicicletta. Loro la pulirono la riordinarono e ci misero due brande per dormire. Ci misero anche un tavolo sul quale piazzarono il computer portatile di Pietro.
“Per non pagare l’affitto di un appartamento”, aveva detto Giulio al telefono, due o tre ore prima.
Poi erano andati a casa di Giulio a prendere Lucky. Lucky era un cane e aveva dei problemi psicomotori seri, per questo Giulio l’aveva tenuto con sé. L’avevano trovato una notte, lui Pietro e la sorella di Pietro che si chiamava Martina. Era legato a un palo vicino alla stazione del passante ferroviario. Era agosto, faceva caldo, avevano la bocca secca per la sete e per i negroni di un aperitivo.
Avevano deciso di portarlo a casa.
Martina, che aveva diciassette anni, aveva detto che quel cane aveva qualcosa che non andava, loro l’avevano trovato, era un cane fortunato. Aveva detto di chiamarlo Lucky, come una canzone dei Radiohead.
Quella sera Giulio aveva pensato che aveva ventidue anni e che stava per farne ventitrè. Martina invece aveva diciassette anni e pensava che ne avrebbe avuti diciassette per tutta la vita.

Dicembre.

Il lavoro andava discretamente. Non richiedeva molto impegno e il primo mese aveva fruttato quasi seicento euro a testa tolte le spese. I fornitori telefonavano la mattina presto, i clienti si chiedevano dove fosse Estela, ascoltavano le spiegazioni, se ne andavano soddisfatti.
Si era messo a fare ancora più freddo, il motorino di Pietro una mattina non era partito e da quella volta non era partito più. Martina veniva a trovarli quando usciva da scuola. A volte pranzavano insieme. Altre volte Martina restava al negozio e loro andavano al politecnico, vendevano qualche grammo d’erba agli amici, a volte Pietro giocava a calcio nel cortile del poli mentre Giulio parlava con una ragazza su una panchina.

Vendevano pannolini alle mamme, riviste d’auto ai papà, sigarette ai figli.
La stanza da letto, quella che Estela aveva usato come ripostiglio, si era riempita di abiti e dischi. Le casse del portatile di Pietro mandavano musica a basso volume tutto il giorno, Massive Attack, Portishead, Air.
Lucky stava nel cortile interno, ma lo facevano entrare all’ora di cena. Cenavano assieme, loro due e Lucky, poi a volte uscivano, altre volte restavano in casa.

Aveva cominciato a nevicare e due giorni dopo tutta Bovisa era sommersa dalla neve. Il muro diroccato, le gru, i capannoni. Tutto.
Una domenica pomeriggio Giulio aveva svegliato Pietro e Pietro gli aveva chiesto: “Che ore sono?”
“Le tre meno un quarto.”
Avevano passato la notte ad un rave fuori città ed erano tornati all’alba. Fuori stava facendo buio di nuovo.
“Possiamo portare Lucky al parco”, aveva detto Giulio.
Faceva freddo ma il cielo era limpido e rossastro. Lucky correva nella neve mentre Giulio e Pietro fumavano appoggiati alla saxo verde di Giulio. Faceva un freddo tremendo. Erano le otto di sera, erano svegli da cinque ore e avevano pranzato da tre.

La mattina di natale il corriere della sera, cronaca di Milano, titolava: “Killer di Natale”. E l’occhiello diceva: “Brutale omicidio in Bovisa, macellaio fatto a pezzi da sconosciuti. L’assassino ha usato i coltelli da lavoro della vittima”.
Poi c’era una foto, e sotto la foto un nome e un’età, cinquataquattro anni.
Pietro lesse l’articolo senza interesse. Si chiese se conosceva il morto e si disse che non lo conosceva.
Allora andò a farsi una doccia, perché quel giorno, per natale, avrebbe pranzato a casa di sua madre.

Gennaio.

Il negozio era rimasto chiuso per natale fino al sette, dopo l’epifania. Il capodanno l’avevano fatto in due posti diversi, ma tutti e due a Milano. Erano tornati in negozio la sera dei sei e tre giorni dopo era morto Lucky.
Avevano sempre discusso su chi dovesse cambiare l’acqua alla ciotola del cane. Avevano deciso che Pietro, la mattina, doveva rompere il ghiaccio che si era formato durante la notte e cambiare l’acqua. Però Pietro se ne dimenticava sempre, e capitava spesso che discutessero.
Una mattina si erano alzati e avevano trovato Lucky morto in cortile. Era freddo e rigido, non avevano nemmeno il coraggio di toccarlo. Attaccata alla ciotola ghiacciata c’era una cosa piccola e scura, sembrava una prugna secca, invece era un pezzettino della lingua di Lucky.
Avevano sollevato il cadavere e l’avevano buttato nel cassone della spazzatura, ma tutto questo in silenzio. E Giulio era rimasto silenzioso per tutta la sera e anche per i giorni dopo, e di colpo qualcosa era cambiato.
Dopo le cose avevano cominciato a peggiorare.

Il secondo omicidio era arrivato verso il quindici. Questa volta si trattava di una cucitrice cinese, una donna di quarantasette anni. L’assassino l’aveva rapita per strada, l’aveva violentata, le aveva rotto l’osso del collo e poi l’aveva lasciata in un campo, contro le macerie di un capannone industriale.
Avevano visto la polizia e l’ambulanza e avevano visto il cadavere coperto dal lenzuolo bianco. Tornando verso il negozio Pietro aveva detto: “Io questa la conoscevo”. E Martina, che era andata con loro, aveva detto che i cinesi sono tutti uguali. Giulio non aveva detto niente.
Già il giorno dopo tutto il quartiere parlava del mostro della Bovisa.

“Un mostro in Bovisa” era il titolo dell’articolo che Martina stava leggendo, sul corriere, cronaca di Milano, prima pagina.
Li andava a trovare più spesso, ora che Lucky era morto. Passava per fare due chiacchiere con suo fratello, lo portava a bere un caffé, a fumare una sigaretta sotto l’enorme antenna della tv. Giulio usciva molto spesso, tornava a casa tardi, a volte la mattina non si svegliava. Frequentava una ragazza che Pietro e Martina non conoscevano.
Fuori tutto era gelato, gli spacciatori agli angoli delle strade erano gelati, gli studenti di architettura erano gelati. La gente giocava al lotto, comprava i giornali, saliva e scendeva dagli autobus.
Il serial killer del quartiere, o i due assassini occasionali, giocava o giocavano al lotto, comprava o compravano i giornali. La stanza da letto dietro al negozio, come al solito, era piena di musica.

Prima che arrivasse la fine del mese c’era stato tempo per un altro omicidio. Si trattava di una studentessa di architettura di vent’anni. L’avevano trovata con la gola tagliata, sul sedile di una golf grigia, in un vicolo vuoto, pieno di ghiaccio e immondizia.
L’avevano ammazzata di giorno, sotto gli occhi di tutti. Non l’avevano violentata, non c’erano nemmeno segni di colluttazione, sembrava che si fosse fatta tagliare la gola tranquillamente. La polizia non sapeva cosa dire. Non c’era legame tra gli omicidi. Chi ammazzava non lasciava tracce, era bravo, o erano bravi, e fortunati.
In quel periodo erano cominciati i sospetti. Tutti sospettavano di tutti, i milanesi degli immigrati, gli egiziani degli ucraini, i baristi dei loro clienti e i clienti dei baristi. E qualcuno, profeticamente, aveva scritto sul muro di una casa: “bovisa killer, quartiere a rischio”.

Febbraio.

Martina non c’era, non si vedeva da un pezzo, e Pietro era in negozio. Giulio si era preso la mattinata per dormire, poi era uscito a farsi un panino, ora camminava nel cortile ghiacciato e deserto del politecnico.
Stava seduto su una panchina. Guardava le facce dei passanti e pensava che ognuno di loro era il mostro della Bovisa, bovisa killer, come si diceva, almeno potenzialmente. Ognuno di loro era un assassino, da qualche parte, oppure una vittima.
C’era un sole pallido e automobili nel parcheggio della stazione, e il passante ferroviario che si muoveva in silenzio. Pensava alla ragazza con cui stava uscendo, lei non era di Bovisa, non correva rischi. Le giornate erano lunghe e vuote. Le notti confuse. Ora aveva mal di testa.
E pensava a Martina, lei ogni tanto spariva, non chiamava, non si faceva più vedere. Aveva diciassette anni, anche Giulio aveva avuto diciassette anni un secolo fa. Gli mancavano i diciassette anni e gli mancava Martina.

La prima settimana di febbraio c’erano stati altri due omicidi. Due pensionati, marito e moglie, erano stati ammazzati con un colpo di pistola alla nuca, nel loro appartamento al quinto piano. La pistola aveva il silenziatore e nessuno aveva sentito gli spari.
Quattro giorni più tardi un uomo era stato ucciso a calci da altri tre uomini, certi, avevano detto, che si trattasse del mostro, o almeno di uno dei mostri.
Il morto aveva ventisette anni, soffriva di schizofrenia paranoide da dodici. I tre uomini erano stati arrestati. I giornali e la televisione invitavano alla calma, i telegiornali riprendevano le scene degli omicidi. Il sindaco di Milano e il capo della polizia avevano tenuto un discorso nel quartiere. La gente aveva paura.

Dietro i vetri del negozio l’atmosfera era sospesa. Ormai facevano vite diverse, frequentavano compagnie diverse, Martina non la vedevano quasi più. Pietro lavorava la mattina, Giulio il pomeriggio. Il quartiere era pattugliato giorno e notte dalle volanti della polizia, erano scomparsi gli spacciatori, erano scomparsi gli studenti.
Era tutto freddo e ghiacciato e vuoto. Le giornate passavano tutte uguali, Giulio chiudeva la saracinesca del negozio, prendeva un autobus per Cadorna e pensava al pomeriggio con Pietro e Lucky al parco Sempione. Pensava a Estela e a Martina e pensava che se Lucky non fosse morto tutto questo non sarebbe successo.

Ormai c’era un omicidio ogni tre o quattro giorni. Un immigrato egiziano, un’impiegata, un vecchio tossicomane.
Era il più eclatante caso di cronaca nera degli ultimi quindici anni. La polizia nel quartiere era triplicata. L’inefficienza delle misure repressive destava scandalo, arrestavano un uomo e la notte stessa un altro uomo veniva ammazzato.
Il corriere della sera aveva scritto che gli assassini erano molti, sconosciuti, gente anonima, forse le stesse vittime. Sembrava che tutti, nel quartiere, senza un motivo, avessero cominciato ad uccidere.

Marzo.

Nel mese di marzo la carneficina aveva raggiunto il suo apice, e proprio a quel punto Giulio e Pietro avevano festeggiato il compleanno di Martina.
Fuori la situazione era andata progressivamente mutando. Ormai nessuno parlava più del mostro, o dei mostri. Il fenomeno era chiaramente dilagato, seppure un mostro c’era stato ora ce n’erano centinaia, forse tutto il quartiere. Chi uccideva spesso si costituiva, altre volte si impiccava con le calze di nylon della moglie. Altre volte resisteva alla polizia e veniva ucciso in una sparatoria. Altre volte ancora scompariva nella mischia, lasciava il quartiere, o tornava a uccidere.
Le autorità, la polizia, il sindaco, gli assessori e i politici di Roma, tutti insomma chiedevano di evacuare il quartiere, tutti si dicevano d’accordo e nessuno se ne andava. Qualcosa teneva gli abitanti del quartiere legati al quartiere, e alla probabilità di una morte violenta. Nessuno sapeva cosa fosse ma nessuno si faceva troppe domande.
Fuori era ancora tutto congelato, nonostante fosse marzo, e anche nelle case era tutto congelato, e anche le persone erano congelate. Un inverno che sembrava infinito.

Era arrivata dopo la scuola, come faceva nei primi mesi del loro lavoro al negozio. Avevano pranzato insieme, erano rimasti tutti e tre in negozio per tutto il pomeriggio. Avevano bevuto birra per tutto il pomeriggio e all’ora di cena erano tutti e tre già discretamente ubriachi, e allegri.
Erano andati a cena in un ristorante cinese, avevano bevuto ancora. Giulio aveva parlato per la prima volta della sua ragazza. Pietro aveva parlato di Lucky, aveva detto che continuava a sentirsi in colpa. “Era solo un cane”, aveva detto Giulio. “Non è successo niente”. Martina aveva parlato d’amore, poi avevano parlato di sesso, gli occhi di Martina brillavano di una dolcezza disperata.
Poi erano tornati in negozio. Avevano dato a Martina il loro regalo di compleanno, Giulio le aveva sorriso e lei si era messa a ridere. Avevano bevuto ancora e ormai erano ubriachi, e fuori faceva freddo, anche dentro faceva freddo. Così avevano avvicinato le brande e si erano infilati sotto le coperte, tutti e tre, si erano messi a guardare un film.
Avevano dormito qualche ora. Giulio aveva sentito contro il suo il corpo di Martina, che aveva appena compiuto diciotto anni, e anche quello di Pietro.
Erano stati bene, e stavano bene quando la sveglia era suonata alle sette, perché Martina doveva andare a scuola. Fuori era ancora buio, il cielo era illuminato dai lampeggianti della polizia. C’erano reparti speciali dei carabinieri agli angoli delle strade, tiratori scelti nascosti nei palazzi abbandonati. La gente moriva e la gente uccideva. La polizia sparava. L’assurda ondata di follia di quell’inverno non era ancora finita.
Il tram era arrivato, Martina li aveva salutati con un bacio ed era scomparsa nella foschia.

Il pomeriggio seguente Pietro aveva ricevuto una telefonata. Era sua madre. Chiedeva se Martina fosse lì.
“No”, aveva risposto Pietro.
“Ha detto che doveva parlarti”.
“Ha detto che veniva qui?”
“Sì, dopo la scuola”.
“Qui non c’è”.
Erano rimasti in silenzio per un lungo momento. Pietro era rimasti in silenzio ad ascoltare l’angoscia di sua madre all’altro capo del telefono. Aveva guardato Giulio e Giulio aveva capito tutto, in un attimo, aveva capito che non era la morte di Lucky, che non era niente, quello era solo un inizio, ora tutto era finito. Tutto.

Parentesi.

L’ondata di omicidi che colpi il quartiere Bovisa, periferia ovest di Milano, nell’inverno del 1996, si concluse di colpo, come era cominciata, sul finire di marzo di quello stesso anno.
L’ultimo omicidio fu quello di una donna di ventinove anni, strangolata dal suo fidanzato che l’aveva scoperta infedele. Era il 23 marzo 1996.
Molti degli assassini si costituirono, alcuni riuscirono a scappare e altri ancora si tolsero la vita. A tutti i 28 arrestati fu concessa l’infermità mentale: nessuno di loro riuscì a portare un movente plausibile per gli omicidi perpetrati. Tutti, nessuno escluso, sembravano in preda ad una strana confusione allucinatoria sui fatti riguardanti il loro recente passato.
Il caso che passò alla storia con il nome di “Bovisa killer” è ancora oggi, dieci anni dopo, oggetto di studio per equipe di psicologi, antropologi e sociologi di tutto il mondo. La spiegazione dei movimenti della strage si è indirizzata, di recente, su un tipo di teoria definita “generazionale”. Secondo questa scuola di pensiero il caso “Bovisa killer” costituirebbe una sorta di rappresentazione rituale dell’apocalisse, collegata con l’ansia per la fine del millennio e che ebbe la tendenza ad esprimersi nel rifiuto drastico e totale del proprio tempo, di quelli che oggi vengono chiamati “i virulenti anni 90”.
Questa tesi, bisogna dire, è però accettata solo da una parte del mondo accademico, ed è stata spesso accusata di mancanza di rigore scientifico.
Per quanto riguarda i 28 colpevoli accertati, esclusi due che si tolsero la vita in carcere, i restanti 26 sembrano ad oggi perfettamente reintegrati nella società, e non sembrano conservare ricordo, se non vago, di quell’incredibile inverno del 1996.

(photo by: Mr Jaded- flickr.com)

giovane artista cercasi

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“Perché vivi?”
“Non lo so.”

(Neon Genesis Evangelion, ultima puntata)

0.

Io e B ci siamo sempre conosciuti.
Solo che fino a qualche anno fa lo odiavo.
Questione di compagnie rivali.

1999. Ho quindici anni. Giro al parco. Indosso jeans strappati. Ascolto i Sex Pistols e gli Sham 69.
Aspettiamo l’apocalisse.
Ci infiliamo sottoterra come insetti.
Notti alla stazione. Feste. Amplificatori. Sudore.
Poi muore Francesca, e finisce tutto.

Due anni dopo sono in Irlanda in viaggio studio.
C’è anche B. Case diverse. Zone diverse della città. L’epoca del punk è finita. Ora ascolto Ziggy. Indosso giacche di pelle. Occhiali scuri.
Sono i giorni del G8 a Genova. Il ritorno del movimento sugli schermi televisivi. Carlo Giuliani. I no global. I black block.
E la scuola Diaz. Se Francesca fosse stata ancora viva, sarebbe stata là.
Non posso fare a meno di pensarlo.
Poi ne parlo con B, in mensa. Un giorno come un altro. Fuori piove a dirotto. B sta solo con il suo pranzo.
Vado a sedermi con lui. Cominciamo a parlare. Scopro che anche lui conosceva Francesca.

Estate del 2005. 11 giugno.
Sono a casa di B, svaccato sul divano. Le imposte chiuse. La televisione accesa su Mtv, volume a zero. Nello stereo ci sono i Sonic Youth.
Fuori fa un caldo anormale.
Spengo la tv. Mi alzo. Accendo una sigaretta. Apro le imposte e mi appoggio al cornicione della finestra.
“Oggi sono cinque anni che Fra è morta”, dico.
B smette di dipingere e mi guarda.
“Cinque anni”, riprendo. “Non ho ancora capito perché l’ha fatto”.
“Che cosa”, dice B.
“Ammazzarsi. Eravamo dei bambini, in fondo”.

1.

Estate del 2005.
Passavo i pomeriggi a casa di B. Fuori l’aria era rovente. Senza vento. Un’ondata di caldo anomala, che stava accelerando lo scioglimento dei poli.
B era diventato un pittore.
Aveva sempre dipinto, ma io non lo sapevo. Adesso il suo nome cominciava a girare sulle bocche dei galleristi. A Milano, a Torino.

Dipingeva in cantina.
La cantina: una grossa sala e una taverna. Nella taverna c’era un divano. Una televisione e un videoregistratore. La filmografia completa di Lucio Fulci.
Un piccolo stereo che risaliva agli ultimi anni del Novecento.
Ero io a portare i cd che ascoltavamo.
I Sonic Youth, praticamente.

Estate del 2005, un periodo strano, per me.
Da mesi non vedevo e non sentivo mio padre.
Mio padre è un ingegnere. I miei hanno divorziato quando io avevo due anni. Mio padre è andato a vivere in Francia.
Lavora ad un progetto finanziato dalle Nazioni Unite. Non so che ruolo ricopra. Non so nulla del progetto.
Top secret.
Qualcosa che ha a che fare con gli embrioni. Con l’applicazione degli embrioni umani nell’industria bellica.
Non so altro.

Uscivamo verso sera.
Avevamo due o tre locali di riferimento. Posti per incontrare gente. Farsi una birra.
Però B era nervoso. Stava lavorando ad una mostra. Era in ritardo con i tempi. Il gallerista che gliel’aveva commissionata era importante e intransigente.
Una grande occasione.
Ma niente stronzate.
Io cercavo di tenerlo allegro. Proponevo uscite improbabili e bagni al lago. Di solito non ci riuscivo. Però a volte succedevano cose divertenti.
In quei momenti lo sentivo.
Qualcosa ci univa.
Non sapevo cosa.

0.

Coleman Singer: un nome capace di zittire le discussioni nei bar. Un nome circondato da un alone magico.
Nato a Brooklin nel 1928. Direttore esecutivo della Luff, una delle più grandi multinazionali del settore siderurgico.
Nel 1969 si sposa con Elisabetta C., una bella ereditiera di Milano.
Nel 1971 lascia la direzione della Luff e si trasferisce con la moglie in Italia, sul lago d’Orta.

La prima svolta nella vita di Singer: il collezionismo d’arte.
Dal 1971 in poi non si dedica ad altro.
In pochi anni crea una delle più importanti gallerie private italiane. Una galleria da sogno, costruita nei sotterranei della villa sul lago.
Una galleria avvolta dal mistero.
Accesso vietato a tutte le persone non autorizzate.
Cioè: Singer, la moglie, gli artisti.
Qualche gallerista. I migliori. I più ricchi. I più potenti.

Trent’anni.
11 settembre 2001: seconda svolta.
Il suo sentimento nazionalista è ferito. Comincia a sentire il richiamo della bandiera a stelle e strisce.
Prende la decisione. Tutti i proventi ricavati dall’arte avranno un’unica destinazione: la ricerca scientifica a fini bellici.
Proteggere l’Occidente dalla minaccia islamica.
Una priorità assoluta.

Dal 2002 è uno dei principali finanziatori del progetto Total Freedom.
Total Freedom: un progetto approvato e sostenuto dalle Nazioni Unite. Prevede la sperimentazione sull’embrione umano a fini bellici.
La creazione della prima arma umana della storia.
Centinaia di tecnici coinvolti in tutto il mondo.
Tre sedi operative, tutte situate nel cuore di basi militari della Nato: una negli Usa, una in Francia, una in Georgia.

2005.
Il progetto Total Freedom procede.
Nella sua villa di Orta, Singer continua a dedicarsi all’arte.
Colleziona quadri di artisti famosi.
Inaugura collezioni di giovani artisti promettenti.

2.

Coleman Singer.
Si raccontava di tutto su di lui. La grande villa sul lago nella quale abitava era fonte inesauribile di storie fantastiche.
Mitopoiesi della provincia.
Si diceva che avesse ucciso suo figlio. Che ne avesse trafugato il cadavere. La polizia aveva chiuso un occhio. Non aveva nemmeno aperto un’indagine.
In effetti Singer non aveva mai avuto figli.
Storie di paese.
Nient’altro che leggende.

B lavorava per Singer.
Venni a saperlo un pomeriggio qualsiasi. Il solito caldo innaturale. Io e B ce ne stavamo seduti sull’erba, all’ombra di un albero.
Il giardino di B: un quadrato di verde circondato dal cemento.
Intorno: la ferrovia, una chiesa sconsacrata, la collina.
Aspettai di avere la canna tra le dita. Diedi un tiro. Espirai guardando il sole. Pallido. Avvolto in una foschia che sembrava salire dall’asfalto.
“Che tipo è”, chiesi.
“Un vecchio”. B sembrò pensarci su un po’. “Un vecchio fascista del cazzo”.
Calo di pressione. Voglia di qualcosa di fresco. Una bibita.
“Sono vere le storie che si raccontano su di lui?”
B scosse la testa.
“E’ solo un vecchio”, disse.

Poi me lo chiese.
Disse: “Domani vado in villa a portare dei quadri”.
Era sera. Stavamo giocando a basket sull’asfalto del cortile. C’era un vecchio canestro fissato al muro della cantina.
“Se vuoi puoi accompagnarmi”.
“Non lo so”, risposi. “Posso vedere la galleria?”
Punto. Sedici a nove per lui.
“No”, disse, raccogliendo la palla. “Puoi solo accompagnarmi”.

3.

Cielo grigio, di colpo. Minaccia di pioggia.
Sedevo sulla vecchia alfa di B. Eravamo diretti alla villa. I sedili posteriori erano pieni di quadri, imballati nel polistirolo.
Guidava B, il braccio penzoloni dal finestrino aperto. Indossava una canottiera scura macchiata di vernice bianca.
Io portavo vecchi jeans e una maglietta gialla.
Una strada tutta curve. Sterrata, immersa nella collina. Andava stringendosi di metro in metro. Boscaglia. Canneti.
Il lago, di sotto, uno specchio.

Una strada che sembrava infinita.
Accostammo in uno slargo, accanto ad una costruzione diroccata.
“Da qui si va a piedi”, disse B.
Cielo grigio. Afa. Tutto intorno era immobile. La radio accesa mandava un vecchio successo di Madonna.

Un cancello di ferro battuto. Un giardino. Una casa.
Niente di eccezionale: una normalissima villa.
Niente di cui stupirsi.

Mezzora dopo ero rimasto solo. Sedevo su una panchina.
Mi trovavo nel giardino di villa Singer. Il cuore della mitologia locale. I cancelli della fortezza inespugnabile si erano aperti.
Nessuna emozione.
B era scomparso. Inghiottito da una scala a chiocciola che portava chissà dove.
La galleria, è ovvio.
La moglie di Singer sedeva a pochi metri da me. Sorseggiava un cocktail coloratissimo, riparata dall’ombra di un gazebo.
Con lei c’era una donna.
Due donne. Colori. La moglie di Singer indossava un abito rosso. Capelli color paglia. L’altra donna era magra come un’ombra. Aveva i capelli di un blu elettrico.
La chioma azzurra si voltò a guardarmi.
Fu un secondo.

Stavamo tornando alla macchina.
Passi lunghi. In silenzio.
Una Mercedes scura ci passò a fianco. B si voltò. L’auto si fermò davanti ai cancelli della villa. I cancelli si aprirono.
B disse: “Aspetta un attimo”.

Stavano entrambi davanti al cancello.
L’uomo alto si chinava per parlare con B. Aveva capelli di un bianco niveo. Risaltavano contro il nero intenso dell’auto.
B teneva lo sguardo fisso a terra.
Singer teneva B per il braccio destro. Un gesto d’affetto. Una morsa che non ti lascia scappare.
Un padre e un figlio.
Singer non sembrava intenzionato a mollare la presa.

0.

11 giugno 2000. Francesca R., sedici anni, viene trovata morta nella sua camera da letto.
Non ha optato per la decenza. Non l’ha mai fatto. Nemmeno nell’ultimo momento, appena prima di ammazzarsi.
Niente pillole. Niente gas.
Niente incidente in moto. Volontario, sì, ma ti resta il dubbio.
No.
Ha preso la pistola di suo padre dal cassetto. Si è sparata in bocca.
Una di quelle cose che nessuno vorrebbe mai vedere.

Autunno 1999 – primavera 2000.
L’epoca del parco.
Ogni giorno. Con qualunque clima. Abbiamo una radio che funziona a pile. Cassette dei Derozer.
Creste. Anfibi militari. Furti nei supermercati. Musica Oi!.
Francesca è il nucleo intorno a cui gira la compagnia.
Una ragazza difficile, dicono i genitori.
Una ragazza come tante, pensiamo noi.
Che andrà all’università. Troverà un lavoro decente. Metterà la testa a posto. Avrà dei figli.
Però una ragazza speciale.
Qui tutti la rispettiamo. Di più, le vogliamo bene. Perché anche se ha soltanto un anno più di me, sembra più vecchia.
Ha l’aria di esserci sempre stata, lei.
Poi è un’artista.
Dipinge.
Non ho mai visto un suo quadro, ma pare che abbia un talento particolare. I pittori e i galleristi della zona la tengono sotto osservazione.
Così giovane, solo sedici anni.
Un talento naturale.
Dicono tutti che avrà un futuro, nel mondo dell’arte.

Poi, un giorno d’inverno, Francesca viene da me.
È raggiante.
“Ieri è venuto qualcuno a vedere i miei quadri”, dice.
“Chi”, chiedo io.
Lei sorride.
“Non puoi neanche immaginartelo”.

4.

Il lavoro procedeva. Ma B era sempre più teso. Silenzioso. Aggressivo.
Decine di quadri e di schizzi riempivano le pareti della cantina. Poche settimane alla mostra. L’attesa era palpabile. Elettrica.

Lavorava giorno e notte.
Giorno: imposte chiuse per difenderci dal caldo. Stereo acceso. Tv accesa.
Notte: luci al neon. Imposte aperte.
I grilli.
Anche se sembrava impossibile.

Poi successe una cosa.
Un pomeriggio entrai in cantina. B non c’era. Le luci erano spente. Chiamai. Feci alcuni passi e chiamai di nuovo.
Poi accesi le luci.
Era lì. Al buio, contro una parete. Come uno scarafaggio. Guardava fisso nel vuoto. Appiattito. Come a voler scomparire.
“Che cazzo stai facendo”, chiesi.
Lui mi guardò.

0.

24 agosto 2005. Rassegna stampa.
Georgia: primo esperimento del prototipo TF-01. Test di sincronia con la componente umana parzialmente riusciti.
Risultato soddisfacente.
Il progetto Total Freedom sembra una realtà.
Conferenza stampa dei vertici del Pentagono a Washington D.C.
La prima verità: TF-01 ricalca la mappatura genetica di una forma di vita finora sconosciuta all’essere umano.
Più di una specie animale.
In effetti una minoranza etnica.
Scandalo nell’opinione pubblica. Ma non ci si può fermare. Le proteste vengono sedate. I cortei si disperdono.
Niente di cui stupirsi.

Poi mi dice: “Non mi lasciano fare quello che voglio. Io non dipingo per loro. Loro dicono che hanno capito, ma non sanno niente di me.
Io non voglio essere un’artista.
Io li odio.
Vaffanculo. Li odio. Non hanno capito niente. Non hanno capito niente dei miei quadri. Vaffanculo. Io…”
Piange.
Io l’ascolto piangere.
Ascolto il vento. Il profumo dei fiori. Stanno comparendo le lucciole.
È primavera anche al parco.

Singer chiude il giornale. Si alza dalla poltrona.
Va alla finestra, lentamente.
Uno strapiombo. Sotto solo il lago.
La sua piccola fetta di assoluto.

5.

Il 24 agosto: mancava meno di una settimana alla mostra.
Giorni febbrili.
Alla fine ci eravamo infilati nella strettoia dell’imbuto. Non parlavamo. B dipingeva. Spesso non dipingeva nemmeno. Stava seduto in silenzio.
Pallido. La barba non fatta. La sigaretta sempre accesa.

Giorni in questo modo.
Il cielo grigio non cambiava. Le giornate non avevano più un ordine logico. Senza tempo. Mangiavamo quando ci veniva fame. Dormivamo quando avevamo sonno.
Non uscivamo più di casa.
B dipingeva. Io gli stavo vicino. Io ero la sua spalla.
Poi arrivò il momento.
Il grande giorno.

6.

Era trascorsa una settimana.
Stavamo entrambi seduti sul divano della taverna. Mtv a volume zero. Immagini. Ci passavamo una canna.
Fuori, pioggia.
Pioggia ininterrotta da sette giorni.

La mostra era andata bene.
Un successo. B aveva ottenuto diverse offerte lavorative.
Ad una in particolare era impossibile rinunciare.
Una gallerista di Boston. La possibilità di esporre negli Stati Uniti. Pochi giorni: una settimana per preparare i locali, una settimana di mostra propriamente detta.
Ventidue anni. Due settimane di vacanza e un nome che oltrepassa l’Atlantico.
Impossibile rinunciarvi.

Ci restavano dieci giorni per godere dell’estate. Dopodichè B sarebbe partito. Sarebbe tornato a settembre. Per me tutto sarebbe tornato alla normalità.
Giorni che non scorderò mai.
Giorni densi di presagi. Sono certo che dissi a B qualcosa, in quei giorni.
Ci sentimmo uniti.
In realtà non successe nulla. Tornò il sole. Bagni al lago. Partite a basket. Gelati. Serate in piazza. Lattine di birra. Musica. Facce conosciute.
Poi finì.
Lo accompagnai in aeroporto.
Disse: “Due settimane e torno indietro”.

7.

Poi successe qualcos’altro.
Ero in macchina. Avevo appena lasciato B all’aeroporto. Ero diretto verso casa.
Intenzioni: concludere l’estate dignitosamente. Uscire. Ubriacarmi. Prendere il sole. Magari farmi una scopata.
Ma successe qualcosa.
Pensai a Francesca. Per la prima volta negli ultimi due mesi.
Mi tornò in mente una scena che avevo scordato.
Un pomeriggio d’inverno. Il parco è innevato. Sono seduto sotto la tettoia della biblioteca comunale.
Jeans attillati infilati negli scarponcini. Walkman nelle orecchie. I Rancid.
A questo punto arriva Francesca.
Bruna. Capelli corti, da maschio. Non è bella. Però ha un fascino tutto suo. Anche lei porta i jeans. Indossa un giubbotto da sci. Azzurro.
Si avvicina.
È raggiante.
“Ieri è venuto qualcuno a vedere i miei quadri”, dice.
“Chi”, chiedo io.
Lei sorride.
“Non puoi neanche immaginartelo”.
“Be’, allora dimmelo”, insisto.
“Coleman Singer”, fa lei.

0.

Due settimane dopo. Il giorno del ritorno di B.
Nove del mattino. Aspetto una chiamata. Aspetto che passi da casa mia e suoni il campanello.
Niente.
Cinque del pomeriggio. Ha ricominciato a piovere. Il telefono non squilla.
Nove di sera. Chiamo a casa di B. Risponde sua madre.
“No”, dice. “Sarà un po’ più lunga del previsto. Due o tre giorni ancora”.
“Non ha lasciato un recapito?”, chiedo.
“Facciamo così”, dice sua madre. “Appena torna ti faccio chiamare. Ok?”

Tre settimane da quando B è partito. Continua a piovere. Il telefono non squilla mai.
Silenzio assoluto.
Chiamo di nuovo a casa di sua madre.
“Senti”, dice la donna. “Può essere che questa storia si faccia piuttosto lunga. È inutile che telefoni ogni settimana”.
Il tono è duro. Seccato. Rimango in silenzio.
Sospira. Sento che si sta ammorbidendo. Muscoli facciali che si rilassano.
“Davvero”, dice. “Va tutto bene. Non devi preoccuparti”.

Un mese e una settimana.
Ho deciso che non telefonerò più.
Fuori piove. Oggi ho comprato il giornale. Total Freedom è in prima pagina. Un’intervista a Singer.
Singer: un fascista.
Non posso togliermelo dalla testa.
Singer e Francesca. B è un giovane artista. L’arte si vende. Singer è tra i maggiori finanziatori di Total Freedom. L’arte è parte della distruzione. Francesca è stata distrutta. Francesca si è autodistrutta.
B negli Stati Uniti. Non chiama.
Io lo sapevo.
L’ho sempre saputo.

Due mesi dopo.
Ultimi giorni di ottobre. Fuori piove. Non ha mai smesso.
Sono solo in camera. Solo in casa. Solo nel mondo. Pioggia: sensazione di malinconia. Non mi piace. La mia stanza: sono lo scarafaggio che abita la mia stanza. Non mi piace.
Squilla il telefono.
Alzo.
Rispondo. Lo sapevo. È B. Lo sapevo. Niente di cui stupirsi.
“Dove sei”, chiedo.
“Non lo so”.
Silenzio.
Dall’altra parte del capo: “Ho poco tempo. Devo parlarti”.
Silenzio.
“Vado lontano”.
“Ancora di più?”
Silenzio. Sensazione di denti che cadono. Denti che si sgretolano in bocca. Non puoi parlare. Sputi sangue e frammenti d’osso.
“Non potrò chiamarti da laggiù”
“Dove vai?”, chiedo.
“Non lo so. In una villa. Hanno una villa anche qui”.
Silenzio.
“Non ti preoccupare”.
Poi un’interferenza. La voce diventa metallica. Un ronzio sempre più insistente.
“Tra poco sono a casa”
Una voce non umana.
Che esita. Sembra voler aggiungere qualcosa. Attimi di tensione.
Poi dice: “Ciao”.
Appende.

(photo by Etherhill – flickr.com)

 

dietrologo

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Mi chiamo B e ho settantuno anni. Per lungo tempo sono stato giornalista. Nel 1960 scrivevo pezzi di politica per l’“Unità”. Dormivo in una mansarda di Milano, stretta e calda come le cosce di una donna.
Votavo il Partito Comunista. Nel 1945, a dodici anni, avevo urlato la mia voglia di libertà in piazzale Loreto, nella massa degli ultimi antifascisti.
Credevo nell’Unione Sovietica e nel socialismo reale.

Scrissi della prima guerra di mafia, quando Angelo La Barbera fu arrestato in viale Regina Giovanna, ridotto ad uno straccio sanguinante.
A quei tempi vivevo con una ragazza. Si chiamava Virginia, veniva dalla provincia di Genova.
Ero innamorato.
Il mio amore esplose in mille pezzi il 12 dicembre del 1969, in piazza Fontana. Ma Virginia non fu tra i sedici morti di quella prima bomba, e nemmeno tra i feriti.
Una bomba uguale era esplosa da qualche altra parte, nel luogo più buio dei miei affetti. E con la bomba era esplosa Virginia.

Fui molto duro, con lei: le dissi che non potevo più vederla.
Le dissi che un nuovo abisso ci separava. Parlavo un linguaggio che lei non era pronta per ascoltare. Il nostro amore non c’entrava: qualcosa di più grande mi stava chiamando.
Pianse, quando le chiesi di lasciare la casa. Soffrivo per lei, ma a questo punto la mia vita non mi apparteneva più: il dubbio si era impossessato del mio cervello.
Non posso dire altro.
Non sono in grado di ricordare cosa esattamente, nella strage di piazza Fontana, mi avesse sconvolto.
Non ricordo la sensazione che provai nel vedere per la prima volta la luce. Però una cosa mi appariva lampante, chiara come il giorno, limpida come l’aria di montagna: non era stata solo una bomba, ma un messaggio, un frammento di verità.
Avevo colto questo frammento. Avevo per un attimo intravisto la cifra che muove il mondo.
A questo punto la mia vita assunse un unico significato: trovare quella cifra, capirla, addomesticarla.

Il primo segnale sul nuovo cammino mi fu inviato dalla televisione: un oggetto che fino a quel momento avevo considerato un semplice elettrodomestico.
Ricordo un’immagine: è il 1970, Andreotti parla dell’omicidio De Mauro. In apparenza, tutto è molto semplice. Un uomo politico parla di un giornalista assassinato. Ma la domanda, a ben rifletterci, sorge spontanea: a chi sta parlando, quell’uomo politico? E perché?
Non fu difficile accorgersi del linguaggio cifrato.
Un insieme di piccoli gesti, ammiccamenti, scelte lessicali. La televisione stava comunicando con qualcuno.
Lo stesso volto contratto di Andreotti, lo scudo crociato, le inquiete occhiate lanciate fuori campo: non a me, erano rivolte quelle parole (quel cordoglio fasullo), ma a qualcun altro, più oltre, molto, molto più in alto di me, da qualche parte nell’etere dei potenti, di coloro che tirano le fila, che sanno la cifra segreta e la usano per schiacciarci sotto le suole come una colonia di termiti.

In poco tempo, la soffitta milanese divenne la mia prigione. E carcerieri (e carcerati) furono i cittadini, le masse, le orde di democristiani che timbravano il cartellino alla Fiat, che non credevano ai complotti, che ridevano dei golpe.

(In quegli stessi istanti, ma lo venni a sapere molti mesi dopo, un principe neofascista stava occupando il Ministero dell’Interno, con l’appoggio della mafia, della massoneria e dei servizi segreti americani. E non ne morii proprio perché, per mia grande fortuna, lo venni a sapere solo molti anni più tardi).

Ma fu una faccenda americana a decidere della mia vita.
Una paura totale, un panico irrazionale si impossessò di me, quando vidi gli aeroplani di Pinochet, pagati in dollari statunitensi, bombardare la Moneda.
Non ascoltai le parole di Allende. Non piansi, non urlai, non riuscii nemmeno a vomitare: il terrore mi paralizzava.

In Italia, il Patito Comunista blaterava di “compromesso storico”.
Non ricordo che cosa provai, quando presi la decisione. Ricordo solo una paura dei grandi spazi, dei cataclismi, delle epoche, la paura della Storia.
Sentivo il fiato di un mastino in divisa fiatarmi sul collo. Vedevo le bandiere nere del capitalismo fascista dilagare per l’Italia, per l’Europa e infine per il mondo.
Fu a questo punto che decisi: sarei diventato un militante della causa comunista, una nuova, imperscrutabile cellula del partito armato.
All’inizio mi mossi con cautela.
Il mio nome era allora abbastanza conosciuto, la mia discreta notorietà poteva in qualche modo essermi utile: dovevo sfruttarla, prima che l’esplosione della mia rivolta la distruggesse per sempre.

Nel 1974 incontrai Licio Gelli ad Arezzo. Mi fu presentato da un amico giornalista, che sapevo appartenere ad una loggia massonica.
Ricordo una giornata ventosa. Ricordo che prendemmo il caffé in un bar qualunque, camminammo come buoni amici, discorrendo della famiglia, dello Stato e del destino.
Nel corso dello stesso anno, vidi il Gran Maestro altre due volte, sempre ad Arezzo. All’ultimo di questi incontri era presente Michele Sindona. Non ci parlammo.

Il 1974 fu un anno improduttivo. Speravo che la frequentazione degli alti vertici della massoneria mi avrebbe dato un’indicazione, un traccia, un percorso da seguire.
Niente.
Per molti anni, non fui al corrente di niente. Nemmeno dell’esistenza di una loggia che tutto controllava, chiamata “Propaganda 2”.

Nel 1976 fondai il primo movimento antimperialista della mia nuova carriera di militante.
Si chiamava “Fronte Organizzato per la Resistenza Comunista Armata”. Negli stessi anni feci parte di altri movimenti in Piemonte, in Veneto, in Lombardia.
Per un certo periodo restai in contatto con le Brigate Rosse, ma presto abbandonai ogni illusione: si trattava di piccoli uomini, per cui l’omicidio era un fatto estetico, morale in un senso vagamente cristiano.
Cattocomunisti con il mitra a tracolla.
Non erano loro a possedere la cifra della conoscenza, la parola che avrebbe fondato una nuova epoca.

Fui incarcerato una prima volta nel 1977, per aver violato una legge che regola la fabbricazione di armi e ordigni.
Non trovarono prove sufficienti contro di me, e fui subito rilasciato: avevo studiato bene i miei nemici, avevo imparato la loro tattica, le loro strategie per difendersi, la loro serenità nel mentire.
Ma fu inutile.
Vidi lo stesso gli anni di piombo dalle grate di San Vittore.
Questa volta l’accusa fu di aver fornito assistenza ai carcerati non dissociati di Milano: per il contrappasso, divenni uno di loro.

Nel 1978 gioii per la morte di Moro e piansi quella di Giuseppe Impastato.
Odiai Curcio (con cui avevo una volta parlato, a Torino), odiai l’eroina raffinata in Sicilia per uccidere il movimento, per un breve, intenso periodo odiai la vita, odiai l’Italia, odiai la mia speranza di fermare il complotto che ci stava privando della libertà, dell’intelligenza, della fantasia.

Fui rilasciato nel 1980. Con l’obbligo di firma e la consapevolezza della digos alle calcagna.
Ad accogliermi, sugli schermi dei televisori, trovai di nuovo il volto impaurito di Andreotti, presidente del Consiglio della storia d’Italia, che versava lacrime torbide per la morte, questa volta, dell’amico Piersanti Mattarella.
Nel 1982, un fatto, irrilevante per un uomo che ha consacrato la vita alla ricerca delle cause prime della Storia, insidiò un nuovo dubbio nella mia mente.
E il dubbio mise radici, come un’edera.
Questo il fatto: l’omicidio del generale Dalla Chiesa, per mano di Cosa Nostra. E questo il dubbio: perché la mafia uccideva un uomo fino a quel momento praticamente innocuo? E perché uccideva un uomo che era diventato un eroe nella lotta al terrorismo di sinistra?

(Molti anni dopo, un articolo letto su “Repubblica” confermò la mia ossessione.
Tommaso Buscetta, il superpentito di Falcone, dichiarava all’Antimafia che l’omicidio Dalla Chiesa costituiva un’anomalia nella storia di Cosa Nostra.
Dalla Chiesa, sosteneva, dava fastidio a qualcun altro molto più che a Totò Riina. L’identità di quel mandante segreto Buscetta se la portò nella tomba).

Poi, per un lungo periodo, rimasi in silenzio.
Ogni notte pregavo il mio dio personale per i morti di Bologna, per i morti di Santiago del Cile, per i morti del Vietnam, per tutte le vittime dell’imperialismo fascista e capitalista, per le vittime dei democristiani e dei socialisti, per le vittime dei mafiosi e dei massoni, dei ministri e dei banchieri, per Jan Pallak, per Ernesto Guevara e tutti i martiri che il capitalismo aveva fagocitato, stampando i loro volti sulle magliette mentre li eliminava dai libri di storia.
Poi, il 9 novembre del 1989, cadde il Muro. E fu la seconda grande frattura, il raggio di luce che permise ai miei occhi, finora soltanto socchiusi (ma lo capii solo in quei giorni d’angoscia), di vedere il mondo, e i fili che lo muovono.

Per una lunga, straziante settimana rimasi attaccato al televisore, convinto che qualcosa sarebbe successo, l’invasione sarebbe cominciata, i piani si sarebbero chiariti: avrei finalmente visto in faccia i volti spettrali dei profeti della nuova era, la restaurazione dello stato fascista.
Furono giorni febbrili. Aspettavo la grande rivelazione (avrei visto la mano dei grandi uomini nella ferocia dello stato), la parola che avrebbe dato un senso alle mie congetture, ai miei lampi d’intuizione.
Ma le settimane passavano e nulla accadeva.
Bush e Gorbaciov si stringevano la mano in mondovisione.
Il PCUS veniva soppresso e a centinaia di chilometri di distanza Gorbaciov riceveva il Nobel per la pace.
Giorno dopo giorno era sempre più chiaro che niente sarebbe successo.
Fu a questo punto che iniziò la seconda metamorfosi.

Il ragionamento è logico, limpido come l’etere: quando due nemici sorridono, e si baciano, e brindano al futuro, significa soltanto una cosa: che i due nemici sono nemici solo per finta, che la guerra è un’invenzione, o una distrazione, o una copertura.
Ma che cosa (questa era la domanda), che cosa si voleva coprire? Chi, se non le potenze della restaurazione fascista, stava dietro al linguaggio cifrato degli elettrodomestici impazziti? Se Stati Uniti e Unione Sovietica combattevano assieme (mano nella mano dalla Volga al Tennessee, dalla vodka al rinato mito del cow-boy), chi era il nemico?

Poi capii.
Era molto semplice. Molto più semplice di quanto avessi mai immaginato, e molto più tremendo: il terrore si fece panico, conquistò ogni cosa, dall’infinitamente piccolo (fare un caffé, lavarsi le mani) all’infinitamente grande (l’universo in espansione), questo panico strideva come un gesso sulla lavagna, perché era l’angoscia del niente, la totale impotenza.
Noi siamo il nemico.
Noi, il popolo, i cittadini, le masse, i democristiani impenitenti, gli assassini del cattolicesimo, i riformisti moderati, gli estremisti, i padri e le madri di famiglia, tutti quelli che si svegliano una mattina senza rendersi conto di nulla e chiudono gli occhi, un giorno, convinti che nulla stia accadendo.
Un sistema perverso ci sta usando come combustibile per la sua indecifrabile macchina: questa è la verità, la più atroce di tutte.
E non c’è via di scampo.
E non c’è redenzione: noi siamo il nemico, noi siamo il sistema.
Le nostre vite sono la benzina che giorno dopo giorno ci permette di vivere. Questo (e questo soltanto) offusca la visuale, concede la gioia, ritarda il suicidio del singolo, dell’epoca e della specie.

Abbandonai la lotta armata. Uscii dal giro senza dare spiegazioni, cambiai numero di telefono e indirizzo.
Tornai a fare il giornalista. Non più, è ovvio, per quell’organo del sistema che è la stampa ufficiale.
Tra il 1990 e il 1995 scrissi per ogni sorta di rivista sotterranea, pubblicazioni non autorizzate, tutto un mondo di gente che aveva trovato una via, la sua strada personale per resistere al peso delle domande, per opporvi una risposta.
Esposi le mie opinioni sistematicamente.
Scrissi su riviste di avanguardia poetica (“Oltre”, “Neo”, “Carne & Ferro”); scrissi volantini per organizzazioni neofasciste (“Impero”) e comuniste (“Comitato Sovietico Italiano”); scrissi per mensili di scienza (“Benzedrina”), riviste ultracattoliche (“Alzatevi!”), bimestrali satanisti o dediti al culto del male (“La Bestia”); scrissi volantini antisemiti (“La Piovra”); intervenni nei dibattiti di riviste che trattavano unicamente la vita extraterrestre (“Più in là dell’umano”); non esclusi alcuna ipotesi, non accettai alcun compromesso, non feci mai un passo indietro nelle mie posizioni.

Gli articoli si somigliavano tutti, perché la tesi espressa era una sola: il capitalismo è ovunque, e il capitalismo ci vuole narcotizzati o morti.
Il capitalismo è nella borsa di Wall Street, negli harem degli Emirati Arabi, nella mafia russa, nelle stragi in Ruanda, nella sirenetta di Copenhagen, nei carri armati di piazza Tien-An-Men, nelle sei punte dello Stato di Israele, nelle “Mani Pulite” dei socialisti, nel cratere di Capaci, nei campi di addestramento in Nicaragua.
Il capitalismo non è una teoria, ma un complotto.
Il capitalismo ci porterà alla morte, se non troveremo il modo di estirparlo dai nostri cervelli, dalle nostre anime, dai nostri figli.
Il capitalismo ci ha resi vermi schifosi, miseri insetti, ci ha resi nevrotici e impotenti.

Con il passare degli anni mi feci un nome tra gli esperti del genere.
In breve tempo i miei articoli si costruirono un ristretto ma solido pubblico. Vennero raccolti in un’antologia e tradotti nelle principali lingue europee.
Partecipai a convegni in giro per l’Italia. Nel 1993 uno storico inglese, uno dei maggiori esperti mondiali di quella che, con un misto di ironia e passione, chiamava la “teoria del complotto”, venne a Milano per intervistarmi.
Persino qualche rete televisiva si interessò al mio lavoro di ricerca e al coraggio delle mie opinioni. Non mancavano, è ovvio, le opposizioni, le accuse di carrierismo, le voci che mi dicevano pazzo.
Non me ne curavo.
Sapevo che gli stessi che di giorno ridevano di me, la notte avrebbero pensato alle mie parole. Al buio, in una stanza prodotta in serie, stesi accanto ad una donna che non conoscevano, che solo per legge chiamavano moglie, una piccola parte della mia paura sarebbe stata anche loro, anche loro per un attimo avrebbero visto la violenza di questa esistenza da topi, e mi avrebbero dato ragione.

Ricevetti la prima lettera minatoria nel 1994. Un mittente anonimo mi intimava di smetterla “con tutti questi schiamazzi”, altrimenti avrei passato dei guai.
Non diedi al fatto alcun peso. Sul finire di quello stesso anno ricevetti la seconda lettera.
Era dicembre. La sera prima ero stato ospite ad un programma televisivo di cultura e attualità, negli studi di una rete regionale lombarda.
Il dibattito verteva sui mandanti della strage di piazza Fontana (cadevano quel giorno i venticinque anni). Per quanto mi rendessi conto che il momento era politicamente molto delicato, non seppi trattenermi: parlai della deriva neofascista di questa neonata Italia (veniva in quei tempi inaugurata, si diceva, la “Seconda Repubblica”), dei loschi traffici della massoneria milanese, infarcita di riciclati della P2, dell’aspetto inquietante di Forza Italia, delle inimmaginabili collusioni dei suoi gruppi di pressione, di Publitalia, di Finivenst.

La seconda lettera era un’esplicita minaccia di morte.
Sembrava scritta da due persone differenti: da un lato, come una madre preoccupata per il figlio scapestrato, mi consigliava un momento di riposo, lontano da Milano e dall’Italia.
Dall’altro, prometteva di uccidermi se non avessi seguito il consiglio.
Poco dopo, venni denunciato per diffamazione. Ad accusarmi era una complessa rete di politici e imprenditori, tutti, in qualche modo, toccati dalle mie rivelazioni.
Per il processo di primo grado, che si tenne a Brescia, mi fu assegnato un avvocato d’ufficio, perché non avevo mezzi sufficienti per assumere un libero professionista.
Il procedimento penale fu straordinariamente breve. Venni giudicato colpevole, ma riuscii a non pagare la grossa somma di risarcimento grazie alla perizia psichiatrica, che decise per la seminfermità mentale.
Il ricorso in appello mi fu negato, nonostante il sospetto di forti collusioni tra magistratura e banco dell’accusa fosse ormai generalizzato.

Ne uscii provato, ma non sconfitto. La crescente ferocia delle opposizioni nei miei confronti, poteva significare soltanto una cosa: ero sulla strada giusta.
Fu a questo punto che raggiunsi l’apice della mia popolarità.
Con una strategia spesso usata dai detentori del potere mediatico, dai costruttori di paura, dai padroni dell’informazione, gli stessi che pochi mesi prima mi avevano citato in giudizio, ora mi chiamarono ospite nella punta di diamante della nuova televisione asservita ai padroni: mi chiesero di parlare a “Porta a Porta”, il seguitissimo talk show di Bruno Vespa.
E parlai.
Nonostante avessi ben presente che l’obbiettivo dei potenti era quello di ridicolizzarmi, frantumarmi agli occhi della pubblica opinione, farmi ridere dietro come ad un pazzo, un paranoico, nonostante sapessi tutto questo decisi di non trattenermi, di raccontare tutto ciò che sapevo.
Parlai di come i servizi segreti americani (i servizi segreti che nel 1948 avevano fondato la repubblica italiana) avessero per anni pagato i neofascisti, in accordo con l’arma dei Carabinieri e i Ros.
Parlai di Borghese, dei suoi rapporti con l’OSS ai tempi della “Decima Mas”. Parlai del complotto giudeo che stava distruggendo la Palestina, di quello capitalista che aveva condannato a morte l’Africa.
Parlai dell’AIDS, della grande truffa dell’AIDS eretta dal nulla da un cartello di case farmaceutiche.
Parlai del governo Berlusconi, della mafia, delle bombe che avevano smesso di esplodere.

Poi dissi qualcos’altro.
Dissi quello che nessuno si sarebbe mai aspettato.
Dissi che tutto quello che avevo appena finito di raccontare non era vero. Non era mai accaduto. La Storia non era andata così. Tutto, dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande, era una costruzione mediatica, un trucco delle televisioni, un inedito aspetto della strategia della tensione.
Perché questo era il punto: la paura.

Interruppero la trasmissione con una scusa qualsiasi. Mi dissero di tornare subito a casa, che non sarebbe finita lì, che avrei ricevuto loro notizie.
Mentre uscivo venni fermato da un uomo in tuta da operaio.
Scappa, mi disse, questi ti ammazzano.

Due giorni dopo (era mattina, uscivo per fare la spesa) venni rapito da quattro uomini ben vestiti, bendato e portato nelle cantine di un appartamento a Milano.
Non ricordo nulla del luogo.
Buio. Odore di polvere. Freddo.
Non ricordo cosa accadde. Nessuno venne a parlarmi. Nessuno entrò mai nella cantina, nemmeno una volta.
Rimasi segregato per un tempo che mi parve interminabile. Senza cibo e senza acqua. Costretto a defecare in un angolo, a dormire per terra.
Senza una via di fuga: la porta era blindata. La stanza alta, senza finestre.
Cercai di salvarmi per poche ore. Poi accettai di morire, e cominciai a regolare i conti con la mia coscienza.

Poi mi accorsi delle cicatrici.
Sul cranio. Decine, di varie misure, lunghe fino a dieci centimetri.
Urlai, ma non servì a nulla. Sperai di morire il più presto possibile, di fame, di sete, di stenti, di rabbia.

Fu a questo punto che la porta si aprì.
La luce inondò la cantina. Una luce che non avevo mai visto. Una luce che agli uomini normali non è dato di vedere.
Fu un attimo. Capii che avevo ragione. Capii allo stesso tempo che avevo sbagliato tutto. Che i miei occhi non si erano ancora aperti.
La cifra che muove il mondo era davanti a me. Impossibile da guardare. Impossibile da dire. Impossibile da comprendere.
Allora mi inginocchiai e aprii le braccia, pronto ad accoglierla.
La cosa entrò nella stanza.

(photo by Racchio – flickr.com)