Custer

Questo è il racconto con cui parteciperò alle selezioni di Esor-dire, concorso per scrittori esordienti organizzato dalla Scuola Holden e da Scrittori In Città. Alcuni di voi l’avranno già letto nella prima stesura, comparsa su Boring Machines circa un anno fa: rispetto alla prima questa è nettamente più corta (circa 10.000 battute in meno) e, secondo me, decisamente migliore. Colgo l’occasione per ringraziare nuovamente Ivano Bariani per aver fatto il mio nome agli organizzatori del progetto.

I.

Madamadoré aveva molte belle figlie, Lucia Arazzi un solo figlio maschio. Non era quello che si sarebbe aspettata dalla vita: aveva sempre sognato una bambina con cui condividere i segreti della propria femminilità, e da qualche parte nel suo intimo era convinta che il responsabile di quell’unica imperfetta gravidanza fosse suo marito. Se n’era lamentata spesso e avrebbe continuato a lamentarsi se un bel giorno lui non avesse deciso di andarsene di casa come un ladro e non tornare più.

Adesso che da quella partenza erano passati più di quattro anni le capitava di chiedersi che fine avesse fatto l’uomo con cui aveva condiviso metà della sua vita. Ma i pensieri si confondevano subito, diventavano piccoli pesci luccicanti protetti da una boccia di vetro. Di fronte alle domande della gente aveva imparato a sorridere come se volesse abbracciare l’intero universo.

Il marito di Lucia Arazzi era un commerciante di polli ma per tutta la vita aveva creduto di essere un cowboy. Due cose riempivano i suoi pensieri: l’America e i cavalli. L’America non l’aveva mai vista e a cavallo c’era salito solo una volta da bambino, ma questo in fin dei conti non significava molto. I mercati erano per lui fiere campestri del vecchio Colorado e il camion rosso fuoco su cui passava i tre quarti del suo tempo un bel baio sbuffante. Nella cabina del cavallo erano appese foto delle riserve indiane dell’Oklahoma, e l’immagine di quelle distese di nulla infinito sarebbe stata sufficiente per fare di lui un uomo felice.

Questa era l’idea che per vent’anni Lucia aveva avuto dell’uomo con cui era sposata: un bambino di cento chili, un po’ stravagante ma innocuo.

Era quindi rimasta stupita più ancora che addolorata quando una notte di febbraio lui aveva infilato qualche vestito in valigia ed era salito sul camion. Dopodiché era scomparso e nessuno in paese l’aveva più rivisto.

Dopo questa partenza improvvisa le cose avevano preso una piega diversa. Per quattro lunghi mesi le imposte della casa azzurra degli Arazzi erano rimaste chiuse, l’erba che per la prima volta cresceva disordinata e selvaggia nel piccolo giardino. Poi, agli inizi dell’estate, Lucia era ricomparsa per le strade del paese con quel nuovo sorriso e di lì a poco aveva rilevato il negozio.

Già dall’insegna dorata, le grandi lettere in corsivo, era subito chiaro che il “Madamadoré” non era un esercizio commerciale come gli altri. Vendeva soprammobili e piccoli oggetti ornamentali, ma in realtà la sua missione era un’altra: chiedeva fiducia e donava fiducia. Era un regno di fragilità e perfezione, un baluardo contro lo scorrere del tempo.

Lucia aveva maturato l’idea di mettersi a lavorare durante quei lunghi mesi di silenzio. Sapeva bene che tutti in paese stavano parlando di lei e aveva avuto bisogno di meditare una risposta plausibile ai pettegolezzi. Alla fine aveva deciso di dedicarsi a qualcosa di carino, qualcosa che la gente non può fare a meno di amare. Dopo aver escluso i cuccioli aveva scelto di investire le sue energie nella cosa che più le piaceva nella vita, i ninnoli, appunto.

Così era nato il “Madamadoré”, con le sue stanze color carta da zucchero, le melodie scordate dei suoi vecchi carillon, le file di Pierrot sugli scaffali in rovere.

In realtà, com’è facile immaginare, di ninnoli non ne comprava quasi più nessuno: già da parecchi anni in paese erano fioriti i negozi di videogiochi e le boutique d’alta moda, i bambini preferivano gli sparattutto alle bambole di pezza e le signore l’artigianato etnico alle culle di legno intarsiato esposte nella vetrina del “Madamadoré”. Ma Lucia Arazzi era benestante di famiglia e c’era sempre qualche donna di mezza età che non disdegnava di passare una mezzora in quella specie di paradiso delle fiabe chiacchierando con lei del più e del meno.

Lucia poi in quel momento aveva molto bisogno di parlare, e avrebbe parlato con tutti fuorché, s’intende, con i cowboy. Ma di cowboy per sua fortuna al “Madamadoré” non ne entrarono mai.

L’estate in cui il figlio di Lucia Arazzi ebbe la malaugurata idea di crescere fu un’estate torrida. Il sole sorgeva alle sette e restava piantato in mezzo al cielo fino alle nove di sera. Dopo quell’ora si poteva cominciare a vivere.

Il ragazzo si chiamava Diego, ma tutti lo conoscevano come Custer perché una volta si era presentato a scuola vestito da generale nordista con una vera Smith&Wesson carica nel cinturone. Questo era successo l’anno in cui suo padre se n’era andato, poco dopo che le imposte della casa azzurra si erano riaperte. Era stato quando i compagni di classe avevano cominciato a prenderlo in giro per il travestimento che il futuro Custer aveva estratto la Smith&Wesson.

Dopodiché c’era stato un parapiglia generale e il ragazzino era stato trascinato in presidenza. Allo psicologo scolastico aveva detto di aver trovato la pistola in soffitta, mentre il vestito era un vecchio abito di carnevale di quand’era bambino. Era stato convincente nel dimostrare che non aveva intenzione di usare la pistola ma non era riuscito a giustificare in alcun modo lo scopo di quella messinscena.

“Era solo uno scherzo”, aveva detto, poi si era chiuso in un mutismo pressoché totale. Con il passare dei mesi la gente aveva finito per credergli, ma intanto il giovane Diego si era irrimediabilmente trasformato in Custer.

Da quel giorno erano passati ormai quattro anni e sul mento di Custer stavano spuntando i primi peli. Nel corso di quell’arco di tempo Diego e suo padre avevano ripreso a vedersi di tanto in tanto. Il ragazzo però non raccontava mai nulla di quegli incontri  a Lucia e lei si guardava bene dal fare qualunque tipo di domanda.

L’estate in cui Custer lasciò i territori sicuri dell’infanzia per avventurarsi nel roveto dell’adolescenza fu segnata da un fatto curioso che coinvolse l’intero paese: il caldo sahariano di agosto aveva portato con sé la migrazione di milioni cavallette nordafricane, e i piccoli insetti neri, la cui forma particolarmente appiattita faceva pensare a scarafaggi, si attaccarono come coriandoli alle vetrine dei negozi e ai parabrezza delle auto per non muoversi più.

Producevano un lieve rumore ronzante simile allo sbattere d’ali di un piccolo uccello, monotono ma dolce.

Nell’arco di poche settimane tutto il paese ne fu invaso, e cullato da quella melodia ipnotica sprofondò in un sonno placido e senza sogni.

Questa vicenda degli insetti aveva riportato alla mente di Diego una cosa successa qualche mese prima, che l’aveva profondamente turbato senza che nemmeno lui sapesse perché.

Era inverno, Diego aveva cenato con il padre in una grossa pizzeria ai bordi della strada provinciale ed era tornato a casa. Lucia era ancora sveglia. L’aveva accolto con il suo sorriso che sembrava panna, senza alcuna domanda.

Poi Diego era andato in cucina e aveva scoperto che attorno alla serpentina del frigorifero aveva nidificato un’intera colonia di scarafaggi.

Aveva subito avvertito sua madre, e la scena che ne era seguita era stata divertente e disgustosa al tempo stesso: lui aveva spostato il frigo mentre Lucia si era data da fare con uno speciale prodotto contro i parassiti. Gli insetti però correvano di qua e di là, si infilavano sotto i mobili e nei telai delle porte, madre e figlio un po’ li inseguivano con la scopa e un po’ fuggivano disgustati. Finita la caccia erano tornati a guardare la televisione in salotto, ancora inebriati dall’euforia che quella piccola avventura aveva portato con sé.

Nei giorni successivi però Diego era stato tormentato da un pensiero che continuava a venirgli in mente nonostante facesse di tutto per scacciarlo.

Aveva immaginato il “Madamadoré” straripante di scarafaggi, gli insetti che camminavano sulle culle intarsiate e sui Pierrot, sulle bambole di pezza, sui carillon. Scarafaggi che si arrampicavano sulle pareti, che uscivano dai rubinetti e dal pavimento. Scarafaggi dappertutto, fino a quando tutto, il “Madamadoré” ma anche qualcos’altro che Diego non riusciva esattamente a definire, tutto era soltanto una macchia nera di insetti, una palla di materia scura, viva e strisciante.

Nei mesi successivi non aveva più pensato a quella storia. Poi, improvvisamente, era tornata l’estate.

II.

Nella casa azzurra le imposte erano di nuovo chiuse, uno schermo scuro contro il caldo accecante. Le strade erano silenziose in maniera innaturale. In certe ore del giorno l’unico rumore che si poteva sentire era quello delle cavallette, il loro brusio intimo e costante. Dietro le tende color confetto Diego e Lucia si incontravano per brevi istanti, simili a fantasmi nell’aria ondulata dal sole. Apparivano e scomparivano nel cono d’ombra del ciliegio in giardino. Loro due soli: il cowboy adolescente e il sorriso di sua madre che sembrava riempire la galassia.

Lucia andava ogni mattina al “Madamadoré”, incurante del fatto che i suoi clienti migliori fossero in vacanza in Tunisia o a Kuala Lumpur. Pranzava a casa con Diego, poi il pomeriggio tornava in negozio.

Quell’estate faceva troppo caldo per uscire e così il giovane Custer passava ore e ore da solo nella grande casa e si guardava allo specchio. C’era qualcosa di nuovo nel suo volto ma non capiva cosa. L’espressione? Il principio di barba sul mento e sotto il naso? Non lo sapeva e forse non voleva saperlo. La sera, quando finalmente quel sole da mezzogiorno di fuoco calava dietro le sagome delle montagne, lasciava le ombre protettive della casa e incontrava i suoi amici. Ma anche in loro c’era qualcosa di diverso rispetto al passato. Parlavano in maniera diversa e sembrava che dentro di loro si stesse combattendo una guerra senza eserciti ma piena, stracolma di esplosioni.

Diego guardava i loro occhi attoniti e ci vedeva il suo stesso stupore. C’era qualcosa da dire, ma nessuno sapeva come dirlo.

Le parole galleggiavano tra di loro come bolle di sapone, restavano ferme a mezz’aria e poi scomparivano.

A volte gli capitava di avere paura. Non sapeva esattamente cosa lo spingesse lontano dalla solitudine della casa, dal suo silenzio e dagli specchi che lo fissavano con espressione di rimprovero. Si rifugiava al “Madamadoré” perché non esisteva per lui miglior ansiolitico che il negozio di sua madre, con tutti quegli oggetti che non conoscevano lo scorrere del tempo.

Lì gironzolava per le stanze o aiutava Lucia a fare i pacchetti regalo: la sensazione del raso dorato sotto le dita lo confortava, aveva il potere di ipnotizzarlo. Altre volte si sedeva a terra e caricava un carillon, poi stava ad ascoltarne la melodia assorto come durante una preghiera.

La musica fluiva come gocce d’acqua sul cristallo e i pensieri si confondevano, si facevano anch’essi d’acqua, come in un sogno.

Lentamente ma inesorabilmente uno strano senso di assenza si era impossessato delle sue giornate. Qualcosa dentro di lui si muoveva maniera circolare, come se la mano di un gigante l’avesse sollevato da terra e ora lo stesse cullando con dolcezza infinita. Ma il negozio era sempre lo stesso, la camera da letto in cui passava la maggior parte del suo tempo era sempre la stessa: pareti azzurre, scaffali ordinati, i libri di scuola. E l’assenza a guardarla bene era stupore. Sgomento. Come dire: “Che ci faccio qui? Che mi sta succedendo?” Il bambino che era in lui guardava il teatro di un’imminente Little Big Horn e non si decideva a suonare le trombe. Custer in quel momento era da tutt’altra parte, oppure non era mai esistito.

Poi arrivò agosto.

Con la migrazione della cavallette africane lo stato di Diego subì un’ulteriore accelerata: cominciò a cadere addormentato nei luoghi, alle ore e nelle posizioni più improbabili. Guardando la televisione alle tre di pomeriggio di colpo si metteva a dormire come un sasso. Si sedeva alla scrivania di camera sua e crollava con la testa tra le braccia. Una volta si addormentò su una panchina mentre parlava con un gruppo di amici, ma fu solo per un attimo e fortunatamente nessuno si accorse di niente.

Tutto questo addormentarsi in maniera pressoché casuale contribuì non poco a confondere ulteriormente i suoi pensieri. Alle volte gli capitava di svegliarsi intontito da qualche parte e di non ricordare assolutamente cosa stesse facendo prima di sprofondare nel sonno. I giorni cominciarono ad accavallarsi, le ore di luce si confondevano con quelle di buio. Certe notti non riusciva a dormire, allora andava in giardino e restava a guardare la luna come un licantropo. E in effetti questo si sentiva, un licantropo. Alla fine successe qualcosa.

Era un pomeriggio di metà agosto. Diego dormiva placidamente sul letto di camera sua quando si svegliò di colpo e si tirò a sedere. Rimase un attimo in quella posizione, immobile. Si sentiva particolarmente confuso. Che ore erano? La stanza azzurra era invasa da una penombra polverosa e sonnolenta. Andò alla finestra e aprì una feritoia nelle tende di lino bianco. Fuori il cielo era senza colore. Aveva già cenato? Non ricordava. Scese in salotto per cercare sua madre ma non riuscì a trovarla. Si lasciò cadere sul divano e si addormentò.

Quando si svegliò era di nuovo in camera sua, ma questa volta era notte. Non sapeva che ore erano e non cercò un orologio per scoprirlo. Ora non si sentiva più confuso. C’era una chiarezza, dentro di lui, un’urgenza. Si alzò meccanicamente dal letto e si rese conto che indossava un pigiama. Quando si era cambiato? Senza pensare a quello che stava facendo si spogliò nudo e si guardò allo specchio. Poi aprì l’armadio dei vestiti, prese le prime cose che gli capitarono sotto mano e scese le scale.

Aveva fatto soltanto un paio di gradini quando un’immagine attraversò la sua mente. Mancava qualcosa. Tornò indietro e si diresse verso la soffitta.

Da qualche parte nel buio, in un angolo sotto il lucernario, c’era un piccolo baule. Lo aprì. La Smith&Wesson era lì dentro, coperta dalla fodera di velluto rosso, esattamente come l’aveva trovata la prima volta. Controllò: era carica.

In salotto non accese nemmeno le luci. Aprì la porta d’ingresso e uscì. Per un attimo rimase immobile nell’aria fresca che a quell’ora non aveva più nessun odore, sentiva solo l’umidità sulla pelle e il rumore strisciante delle cavallette contro i vetri delle case. Guardò la luna piena che rischiarava le strade.

Poi si mosse. Doveva andare.

La mattina dopo fu svegliato da sua madre. Lo venne a chiamare in camera e gli disse che doveva parlargli. Lui si alzò e si vestì in fretta, poi scese al piano di sotto.

Lucia lo aspettava nella grande cucina bianca, seduta al tavolo sul quale era stata preparata un’abbondante colazione. Gli chiese come stava e lui disse che non c’era male. Gli chiese se avesse dormito bene e lui rispose di sì. Sua madre sorrideva fissando un punto indistinto sulla tovaglia di un bianco abbacinante. Alla fine disse: “Questa notte qualcuno ha distrutto il negozio”.

Aveva pronunciato quelle parole in fretta, senza smettere di sorridere. Dietro quel sorriso però Diego intuiva fiumi di lacrime. Allora gli tornò in mente la pistola e si sentì svenire. Cos’ho fatto, pensò. Ma non riusciva a ricordare. Nella sua memoria la notte precedente era un enorme buco nero, profondo come un abisso.

Avrebbe voluto finalmente mettersi a piangere e chiedere scusa a sua madre, per la pistola e per i carillon distrutti del “Madamadoré”, per la barba che stava cominciando a crescergli e per la paura che ormai da mesi provava di sé stesso.

Ma non fece niente. Rimase immobile, senza muovere un muscolo, i pensieri che giravano in tondo a una velocità impressionante. Quando sua madre parlò non riuscì a capire cosa avesse detto. Le chiese di ripetere e concentrò tutte le sue energie per riuscire a penetrare il significato di quelle parole.

“La polizia li ha presi questa mattina”, stava dicendo Lucia. “Sono due ragazzini della tua età”. Fece una pausa. “Dicono che non sanno perché l’hanno fatto, hanno detto che si annoiavano”.

Dopo queste parole fu come se il tempo per Diego si fosse fermato. Ad un certo punto sua madre uscì di casa, forse per andare alla polizia a fare la denuncia. Diego non sentì il rumore della porta che si chiudeva e nemmeno quello della macchina sulla ghiaia del vialetto d’ingresso.

Rimase seduto ancora a lungo. Poi, quando era ormai quasi ora di pranzo, finalmente si alzò.

Alcune notti più tardi fece un sogno. C’era lui travestito da generale Custer che camminava per le strade del paese, la Smith&Wesson puntata dritto davanti a sé. Sparava ovunque, ai passanti, alle vetrine dei negozi, alle auto parcheggiate. Quando arrivava davanti al “Madamadoré” si accorgeva che quella era la meta del suo viaggio. Caricava la pistola e stava per sparare quando una grossa automobile rossa e sbuffante lo investiva. Nell’auto però non c’era nessuno. Di colpo Custer si ritrovava a terra con l’auto che lo sormontava come una bestia feroce. Curiosamente, però, non provava dolore né paura.

Poco dopo si ritrovava paralizzato e costretto perennemente a letto, giorno e notte, mentre fuori era estate e i suoi amici correvano per le strade e urlavano il suo nome da sotto le finestre. Lui non rispondeva. Restava lì in silenzio e aspettava qualcosa.

Poi quel qualcosa arrivava. Era sua madre e si prendeva cura di lui come di un bambino. Diego era felice di essere curato, sentiva di nuovo quella sensazione ipnotica e dolce che lo avvolgeva e aveva una voglia incontenibile di dormire, dormire per giorni interi, dormire e non svegliarsi mai più.

Stava quasi per addormentarsi quando notava qualcosa: nella cintura che stringeva i jeans Lucia era infilata la Smith&Wesson. Allora capiva improvvisamente che sua madre non stava più sorridendo, che in quel momento il volto di lei era freddo e inespressivo come quello di un manichino.

Era a questo punto che cominciava ad urlare.

photo by futurowoman on flickr.com

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Il ragazzo con due teste

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Era nato con due teste: non una buona e una cattiva, come si potrebbe immaginare, ma pur sempre una in perenne disaccordo con l’altra: se la prima diceva bianco la seconda ribatteva nero, se la prima urlava il suo odio l’altra si contorceva d’amore. E così via, all’infinito.
All’inizio fu difficile reggere il conflitto, accogliere in sé quel costante dibattere. Poi ci fece l’abitudine. Ascoltava ora una testa ora l’altra, concedeva qualcosa ad entrambe, cercava (a volte senza riuscirci ma spesso con successo) di ristabilire la pace. Imparò insomma a convivere con le sue due teste, e per un momento, verso i dieci anni, la vita gli sembrò un sogno, un regalo fantastico, uno splendido grumo di possibilità indefinita.
I problemi arrivarono quando cominciò a frequentare le scuole medie. Lì conobbe altre persone come lui e si innamorò di una ragazzina che era nata con quattro braccia. O meglio: una delle sue teste si innamorò della ragazza, mentre l’altra cadde in uno strano torpore che era fatto di tristezza, ma anche di sonno e di risentimento. La ragazza, che aveva quattro braccia ma una sola testa, dal canto suo lo amava incondizionatamente. Ma la prima volta che provarono a baciarsi successe qualcosa: mentre due delle braccia della ragazza lo attiravano a sé, lo accarezzavano e lo stringevano, le altre due lo allontanavano con violenza e cercavano di colpirlo.
Questo non successe solo la prima volta che cercarono di baciarsi, ma anche la seconda e la terza e la quarta. Finché alla fine si stancarono entrambi di provarci e si lasciarono, una triste giornata di pioggia, ancora innamorati l’uno dell’altro ma senza mai essersi baciati nemmeno una volta.

La fine di questo amore rappresentò per il ragazzo con due teste la fine dell’infanzia e l’inizio dell’adolescenza, o l’inizio della prima fase dell’età adulta, non sapeva decidersi tra le due diciture. Certamente fu per lui il primo atto di qualcosa di spiacevole e di tetro: il prologo di un naufragio o il prologo della conoscenza: poi vennero dieci anni di dolore e solitudine.
Al liceo si innamorò di una ragazza con quattro gambe, e mentre facevano l’amore (in maniera goffa e imbarazzata, lontani anni luce dal provare piacere o anche solo il riflesso del piacere) due gambe lo avvolgevano a sé come lacci, altre due si dimenavano, lo respingevano, si abbattevano con violenza inaudita sulla sua schiena. Provarono a parlarne ma non servì a nulla: le due teste dibattevano in continuazione tra di loro, e le gambe della ragazza sembravano prive di qualunque controllo.
Il dialogo che ne scaturì fu confusionario e frustrante, la ragazza cominciò a sentirsi in colpa per il comportamento delle sue gambe, lui finì per soccombere alle urla sempre più inferocite delle sue due teste.
Continuò a frequentare la ragazza con quattro gambe ancora per qualche tempo, poi, com’era prevedibile, lei un giorno lo lasciò e non volle mai più rivederlo.

All’università le cose si complicarono ulteriormente. Nel suo corso di studi non c’erano ragazze con più arti del normale, ma in compenso quasi tutte le ragazze avevano quattro occhi, o sei occhi, o addirittura otto o dodici occhi. A metà del primo semestre si innamorò di una di loro, che aveva solo sei occhi ed era gentile, gli sorrideva spesso e si vestiva con gusto. La portò fuori a cena in un ristorante del centro. Le raccontò della sua infanzia e della sua adolescenza che avrebbe voluto conclusa ma che in realtà non dava cenni di volersi concludere, e mentre parlava lei lo ascoltava con attenzione, ma solo con due occhi perché altri due lo guardavano con astio mentre l’ultimo paio si perdeva distratto tra i tavoli del ristorante.
Quella sera si baciarono, ma quando tornò a casa si sentiva molto triste. Gli occhi di lei che invece di osservarlo si distraevano l’avevano fatto sentire stanco e inutile. E la stanchezza si era trasformata in umiliazione (ma anche in rancore e poi in rabbia) quando, mentre lui e la ragazzi si baciavano, si era accorto che l’ultimo paio di occhi sbirciava annoiato l’orologio.

La storia con la ragazza che era nata con sei occhi si trascinò più a lungo del previsto (perché entrambi erano soli, impauriti e persi in una città che non conoscevano e che appariva loro ostile le fredda) ma poi, un giorno di primavera, finì.
Il giorno stesso in cui si lasciarono il ragazzo con due teste prese un tram e arrivò fino al capolinea. Poi camminò un’ora buona per strade che non conosceva, che andavano arrampicandosi sulla collina e al tempo stesso facendosi più spoglie e degradate, come se per qualche strano motivo la città dei ricchi e la città dei poveri esistesse contemporaneamente in quel quartiere sconosciuto. Poi trovò una panchina, si accese una sigaretta e si mise a pensare.
Per prima cosa pensò che non avrebbe mai voluto nascere con due teste, che se solo avesse potuto se ne sarebbe amputata una con le proprie mani.
La seconda cosa che pensò fu che il primo pensiero era falso, amava entrambe le sue teste dello stesso amore e non ne avrebbe ceduta una per tutto l’oro del mondo.
Poi pensò che anche se avesse avuto una sola testa avrebbe finito per incontrare sempre ragazze con quattro braccia o quattro gambe o sei occhi, e che in realtà, a ben guardare, tutti gli orologi avevano quattro lancette, le automobili otto ruote, le case due tetti; che i ragazzi con due teste non erano rari come sembrava (e forse, chissà, anche quelli con quattro o otto o dieci teste), e che tutti i gatti avevano otto zampe e le donne quattro seni (due per allattare, pensò, e due per fare l’amore) e le religioni monoteiste due dei (quello che condanna e quello che assolve) e che probabilmente il più maturo degli uomini maturi era anche un bambino o addirittura un feto privo di pensieri e totalmente in balia delle pulsioni primarie.
L’ultima cosa che pensò fu che l’adolescenza non finisce mai, e questo, senza che capisse il perché, fece ridere entrambe le sue teste a crepapelle, come non avevano mai riso prima e come, forse, non avrebbero riso mai più.

(photo: CC bcamil tulcan on flickr.com. Il racconto è liberamente ispirato alla canzone “Two-headed boy” dei Neutral Milk Hotel)


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Motivazioni di un omicidio politico

Mio nonno era un repubblichino. Era stato fascista sotto Mussolini e dopo il 43 aveva aderito con entusiasmo a Salò. A sentire mia nonna era un amante della guerra e delle armi – suppongo che avrebbe sparato con la stessa passione anche se si fosse trovato dall’altra parte della barricata. Di una cosa però sono certo: se gli americani non l’avessero impiccato alla trave della cantina (è così che se n’è andato mio nonno) oggi sarebbe in prima fila nei cortei di Forza Nuova.
Lui era fatto così, credeva nelle regole.

Mio padre, ora. Forse fu l’odio per il genitore che non aveva mai avuto o forse l’influenza di uno zio partigiano: non saprei dire. Quello che so è che mio padre nacque comunista: a quattordici anni si trovava alla porta 2 di Mirafori a contestare le repressioni nelle fabbriche.
(Che ci faceva mio padre a Mirafiori a quattordici anni? Non so. A mia nonna la politica fa venire sfoghi pruriginosi dietro le orecchie. Credo che dovette rassegnarsi all’evidenza…)
A vent’anni era nel sindacato e a ventotto aveva  conosciuto mia madre, che prima di diventare mia madre bruciava il reggiseno in piazza perché venisse approvata la legge sul divorzio.
Sul seno di mia madre, dolcemente stuzzicato dai venti primaverili ed esposto al pubblico giudizio, non ho francamente parole da spendere.

E infine io: io non sono ninte.

Ho solamente una scusante per la mia inadempienza morale, un’unica giustificazione: ci ho provato in tutti i modi, dio sa se ci ho provato.
Al liceo ero presidente della consulta regionale degli studenti. Incontravo il preside ogni due giorni e organizzavo picchetti davanti all’entrata. Poi ascoltavo i miei coetanei raccontare le loro avventure sessuali e pensavo alla mia vita: riunioni, proclami, lotte.
Ero giovane, solo e annoiato dalla burocrazia.
Allora ho cercato nella sponda opposta, nei movimenti di piazza, nei centri sociali, nelle case occupate e nelle radio libere. Ho avuto qualche ragazza (la mia situazione, in effetti, è migliorata). Ma avevo paura della polizia, delle cariche e delle tenute antisommossa. Non avevo fiato per correre e dormire sui divani dei compagni mi provocava un’isteria indescrivibile. (Non dormivo tutta la notte e la mattina dopo facevo la doccia cinque volte di fila.) A fatica, questa volta, ma sono giunto a capire che la vita del rivoluzionario non faceva per me.
Poi è venuta l’università. I collettivi, le associazioni, gli enti, i comitati: ho provato qualunque cosa la vita politica dell’ateneo mettesse a disposizione degli studenti.
Niente: nessun brivido, nessuna emozione, nessun’estasi.
E allora fuori dall’università, per le strade, nelle piazze, nei sottoscala e nei magazzini abbandonati. Ho fatto tutto (giuro su dio, tutto), tutto quello che una persona può fare nel corso di una vita io l’ho fatto in una manciata d’anni: le manifestazioni contro il nucleare, i cortei per la difesa degli animali a rischio di estinzione, i sit-in contro le riforme del governo e contro l’assenteismo dei parlamentari dal parlamento; le marce per la pace, quelle per la difesa dell’economia locale, per il patrimonio artistico, per l’istruzione, per i diritti dei migranti e per l’abbattimento delle barriere architettoniche e degli eco-mostri e dei quartieri-fantasma…
Ma non c’è stato niente da fare: non mi trovavo a mio agio da nessuna parte, non ero mai veramente me stesso.

Poi, oggi, ho avuto l’illuminazione.
E’ capiato per caso (ma è sempe per caso, si dice, nascono le rivoluzioni) mentre facevo la doccia questa mattina. E mi è subito parso chiaro, semplice, quasi banale: oggi, mi sono detto, ucciderò un uomo.
Non importa chi sarà, nè perchè. Il manager di una multinazionale, forse. O un padrone di fabbrica. Oppure un immigrato che non si vuole integrare, un ragioniere di banca che consuma troppa benzina, un avvocato che va a puttane, un operaio che ha votato a destra o un disabile che non lotta per migliorare la sua condizione sociale: non importa, davvero: tutti sono colpevoli in un modo o nell’altro.
Adesso sono uscito, come se niente fosse, per compiere la mia missione. Salutando mia madre ho visto nei suoi occhi l’orglio (possibile che già intuisca? le madri, si dice, sanno tutto), la fierezza di aver messo al mondo un figlio attivo, una macchina per lottare.
Adesso andrò a casa di un compagno che conoscevo e gli chiederò di prestarmi la sua pistola: anche lui capirà, anche lui sarà orgoglioso di me e mi lascerà il ferro senza fare domande.
E poi sparerò, a caso, nella folla: gli schizzi di sangue sul muro sapranno dirmi, una volta per tutte, chi sono e perché.

photo by A. www.viajar24h.com on Flickr.com


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La truffa

Al liceo avevo un solo amico: lo chiamerò M. Era un ragazzo magro e perennemente stupito dalla vita. Era anche silenzioso – molto silenzioso. Non avevamo molto in comune. Una cosa sola: lui, come me, voleva diventare scrittore.
Ci incontravamo tutti i pomeriggi nel parcheggio di un supermercato. Portavamo dei libri (non ricordo quali) e leggevamo i nostri brani preferiti ad alta voce. Erano i primi anni 80 ed era inverno. Ricordo i carrelli del supermarket e le dita congelate della mano che reggeva il libro. Altre volte facevamo lunghe passeggiate costeggiando il fiume.
Lui era affascinato dallo smercio di eroina sotto i ponti, io dal panorama ruvido della collina: non parlavamo molto.
A me piacevano le citazioni, lui di solito ascoltava senza sorridere.

Questo succedeva in seconda liceo (era il 1983). Alla fine dell’anno scolastico successe qualcosa: M fu bocciato.
Ricordo bene quel giorno. Ci eravamo dati appuntamento davanti alla scuola per consultare i tabelloni. C’era vento e misteriosi fogli di carta mulinavano nel cortile del liceo. Il vento era percepibile anche all’interno – attraversava le pareti dell’edificio come una presenza. Salimmo la lunga rampa di scale e arrivammo alla sala in cui erano esposti i voti.
M era insufficiente in tutto meno che in religione.
Quando mi voltai stupito verso di lui mi accorsi che sorrideva.

Sono passati gli anni. Ho finito il liceo con buoni voti. Mi sono iscritto all’università e ho cominciato a lavorare come corrispondente per un importante quotidiano. Mi sono sposato, ho avuto due figli e ho pubblicato il mio primo libro.
E dopo il primo il secondo, il terzo, il quarto, il quinto.
Ho ricevuto alcuni riconoscimenti. Ho vinto dei premi e sono stato invitato a numerosi convegni in Italia e in Europa.
Di M non ho più avuto notizia fino a ieri.

L’ho incontrato al bar della stazione (tornavo da Barcellona dove avevo incontrato alcuni amici anch’essi scrittori). Beveva pernot: l’orologio sopra il banco segnava le sei e mezza di mattina.
Ho stentato a riconoscerlo. Era più magro di prima, l’espressione meno arcigna, più fluida. Lui invece mi ha riconosciuto subito. “Saranno trent’anni”, ha detto. Mi ha invitato a sedermi e a ordinare la colazione.
Poi ha cominciato a raccontare.

La prima cosa che ha detto è che aveva il cancro ma che sarebbe guarito. Certamente. Al di là di ogni ragionevole dubbio.
Poi è tornato al 1983. L’estate della seconda liceo era stata un momento importante, per lui. Aveva capito due cose: che non avrebbe più studiato; e che sarebbe sicuramente diventato uno scrittore. Entrambe queste previsioni, aveva detto, si erano puntualmente avverate.
Così aveva lasciato il liceo e aveva trovato lavoro alle poste. Consegnava lettere con un motorino giallo. Girava la città (amava molto girare per la città) e aveva tempo di osservare le cose: le persone, gli oggetti, la pioggia.
Non ha mai più lasciato quel lavoro.
“Nel tempo libero”, ha detto, “scrivo”.

Ho guardato il bicchiere mezzo vuoto di pernot e il suo volto giallo, scarno. Ho guardato l’orologio e ho visto che era tardi: mia moglie mi aspettava per portare i bambini a scuola.
Mi sono alzato dal tavolo e ho pagato le consumazioni (lui non ha cercato di fermarmi). Accomiatandomi ho detto che mi aveva fatto piacere vederlo, avrei avuto piacere di incontralro un’altra vola con più calma.
“Quando sarò guarito”, ha detto lui.
“Quando sarai guarito”, ho ripetuto.
“Ora devo andare”, ha detto come se fosse lui ad avere fretta. “E’ meglio che mi rimetta a scrivere, ora”.

Ieri pomeriggio ho acceso il computer e ho cercato di lavorare: ho un romanzo da finire e un editore che mi chiama tre volte al giorno. Ho cercato di scrivere ma non ci sono riuscito. Ho guardato a lungo fuori dalla finestra cercando ispirazione. Non c’era il sole, non pioveva: non c’era nessun tempo.
Più tardi ho deciso di fare una cosa: ho digitato sulla stringa di google il nome e il cognome di M e ho dato avvio alla ricerca.
Esattamente quello che mi aspettavo: nessun risultato.

Nemmeno oggi riesco a lavorare. Fingo di tormentarmi ma conosco bene il motivo di questa paralisi: l’incontro con M mi ha turbato.
Sono uno scrittore famoso. Ho una moglie che amo e due figli ben educati. Una bella casa e molti amici.
Amo davvero queste cose: per me sono davvero importanti. Non mi nascondo nulla, cerco sempre di essere rigoroso con me stesso. Non sono insoddisfatto, non rimpiango il passato: sono esattamente ciò che avrei voluto essere.
M, ora. Delle due l’una: o ha davvero il cancro, come dice, e quindi morirà a breve; oppure è semplicemente pazzo.
Dunque? Sono fermamente convinto che la mia vita sia molto più ricca e appagante della sua, in maniera assoluta e sotto qualunque punto di vista.
Perché allora non posso fare a meno di sentirmi truffato?

#2 quarto frammento

Lo stesso giorno in cui Karl Rossman si presentò per essere assunto al Teatro di Oklahama, si presentò anche un altro ragazzo, di origini bulgare ma di madre greca, che per qualche anno aveva lavorato come meccanico ma aveva finito con l’annoiarsi, e che, soprattutto, non aveva portato con sè in America alcun parente, amico, o ricordo.
Naturalmente c’era, tra gli sportelli di reclutamento, anche quello per ragazzi bulgari di madre greca, ma quando a questo sportello gli chiesero cosa volesse fare e lui dichiarò che non c’era niente al mondo che volesse fare, gli addetti all’assunzione, pure volenterosi, si trovarono molto perplessi. Era infatti impossibile trovare un posto nel Teatro a qualcuno che dichiarasse di non voler fare niente, e così, seppure con rammarico, e seppure dopo aver cercato parecchie volte di convincerlo che ci doveva per forza essere qualcosa che egli volesse fare nella vita, si videro costretti a rifiutare la sua domanda di assunzione e a rimandarlo a casa.
Seduto nella grande piazza polverosa davanti all’ippodromo, mentre in cielo si addensavano strane nuvole violacee, il ragazzo pensò che il suo destino era ben misero, se non riusciva ad essere assunto nemmeno al Teatro di Oklahama. E che sebbene non volesse alcun posto nella vita, allo stesso modo avrebbe voluto avere nel Teatro il posto riservato a tutti coloro che non vogliono un posto nella vita: purtroppo però, come gli era stato ripetuto più volte, quel posto era l’unico non disponibile.
E a riprova della sua inconsistenza la gente che attraversava indaffarata la piazza sembrava non accorgersi di lui, e addirittura una ragazza, ancora vestita da angelo, gli sbattè contro e cadde a terra, e una volta che si fu rialzata rimase a guardarsi intorno perplessa, e anche un po’ spaventata, come se non si fosse resa conto che dell’ostacolo che aveva intralciato il suo cammino, e anzi come se non riuscisse proprio a vederlo.
In quel preciso istante il ragazzo capì che aveva cominciato a scomparire.

#1 due pittori

Due amici, entrambi pittori, hanno una discussione. Il primo sostiene che la vita vada vissuta in maniera eroica, nel totale dispendio delle proprie energie. Il secondo parla di naufragi, del vuoto che inghiotte ogni speranza, del disastro sottile e ineluttabile che grava sull’esistenza umana.
Il primo dice che vorrebbe morire giovane per regalare alla sua parabola il carattere dell’assoluto, vorrebbe scalare ogni vetta del mondo e di lì contemplare il mare di nebbia della gente comune. Ad impedire la sua ascesa è la concretezza della materia, la banalità dei giorni scanditi dal tempo, le imperfezioni del corpo.
Il secondo afferma che la morte è il suo pensiero ossessivo ormai da vent’anni, e che una certa sensazione di sradicamento lo costringe a stare sempre in casa fingendosi malato: per il resto lavora poco, e ogni volta che completa un quadro lo appoggia alla parete per non spostarlo più. D’altra parte, dice, dipinge solo per passatempo, perchè anche la pittura, come le altre attività umane, è stupida e vana.
A questo punto il primo amico obbietta che ci vuole certamente molto eroismo per continuare a condurre una vita nella quale non si crede, e altrettanto eroismo è implicito in un atteggiamento di tanto profonda rassegnazione mista a quell’ironia che è il maggior pregio dell’amico.
L’amico, però, afferma che la sua ironia non è fatta per divertire gli altri ma soltanto sè stesso, e che il suo movimento è così inutilmente circolare che ha finito con il perdere per lui ogni senso, tanto che lui stesso non saprebbe dire, in questo preciso momento, se sta continuando a vivere o se al contrario si trova in un altro posto.
Interpellato su quale sia questo posto, però, non sa come rispondere, e porta questa sua indecisione come prova decisiva della sua totale incapacità di sollevarsi.