• Esiste una letteratura italiana all’estero?

    [Nella fotografia: Italo Calvino nella sua casa di Parigi]

    In un periodo in cui si parla molto di “classe disagiata”, dal titolo di un fortunato pamphlet di Raffaele Alberto Ventura (Teoria della classe disagiata, minimum fax), c’è una classe più disagiata delle altre: quella degli scrittori italiani che vivono all’estero.

    Non mi riferisco ai privilegiati che fanno parte della scena di New York o di Londra ma che sono basati a Roma o Milano (per una disamina della categoria leggetevi Class di Francesco Pacifico), e nemmeno a quel gruppo ancora più ristretto di veri globetrotter, dandy dell’epoca degli sconti sulle miglia aeree che un giorno postano su Facebook una foto del Prada Marfa con una citazione di Ben Lerner, la mattina dopo presenziano a un vernissage d’arte contemporanea a Parigi e la sera discutono con Geoff Dyer in un salotto letterario di Torino.

    Mi riferisco a quelle persone che per una ragione o per l’altra hanno dovuto lasciare l’Italia per trasferirsi all’estero e sono anche scrittori o, se esistono, a quegli scrittori che hanno lasciato l’Italia apposta per scrivere. Non sono una “classe” vera e propria – se non forse nel senso di una tassonomia letteraria – ma sicuramente vivono una forma di disagio: quella di scrivere in una lingua che non è quella del paese in cui abitano, per un pubblico che incontrano solo raramente e pagati da meccanismi editoriali le cui dinamiche, se vivi all’estero abbastanza a lungo, cominciano a sembrare esoteriche.

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  • Festival of Italian Literature in London

    Il weekend del 21 e 22 ottobre al Coronet Cinema di Notting Hill, qui a Londra, si terrà il Festival of Italian Literature in London (FILL), che ho collaborato a organizzare con alcuni colleghi e amici tra cui Marco Mancassola, Claudia Durastanti e Marco Magini e grazie al supporto dell’Istituto di Cultura, del Salone del Libro di Torino e della Scuola Holden.

    Il festival è una due giorni di dibattiti tra scrittori, accademici e artisti italiani, britannici e internazionali sui temi che ci stanno più a cuore come londinesi acquisiti e come espatriati italiani in tempi di Brexit: si parlerà di politica e di migrazioni, del futuro di Londra e di storytelling con un gran numero di ospiti tra cui Christian Raimo, Iain Sinclair, Melania Mazzucco, Olivia Laing, Giancarlo De Cataldo, Valerio Mattioli e Sara Taylor. L’evento conclusivo avrà come ospite Zerocalcare.

    Potete trovare il programma completo sul nostro sito e sul sito del Coronet. Per maggiori informazioni, invece, potete seguire il FILL su Facebook e su Twitter. Come ultima cosa potete scaricare il poster allegato qui sotto e diffonderlo tra amici e parenti (o anche appendervelo in camera da letto).

    Per informazioni e comunicato stampa non esitate a contattarmi (mail nella sezione Contatti del sito).

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  • Weird Fiction: un’intervista

    Dario De Marco mi ha intervistato a proposito di New Weird, Speculative Fiction et similia. Si parla di VanderMeer e soci, ovviamente, ma anche di quell’articolo interessante di Alcide Pierantozzi sulla New Italian Weirdness e quello ancora più interessante di Vanni Santoni sulla Nuova Strana Europa. L’interivsta si legge qui.

    (Nella fotografia: Victor Brauner – Loup table, 1947; photo by Ivo on Flickr)

  • La città del risentimento

    Ho firmato a quattro mani, insieme a Claudia Durastanti, un lungo articolo sulla Londra contemporanea, dal collasso di Ronan Point nel 1968 all’incendio di Grenfell Tower del giugno scorso: parliamo di J.G. Ballard e Stanley Kubrick, di utopia e distopia, di grattacieli e dighe, di malinconia di sinistra, Jeremy Corbyn e accelerazionismo.

    L’articolo è nato da una lunga passeggiata che abbiamo fatto a est di Greenwich qualche settimana fa insieme a Laura Lavorato, a cui va il merito per la maggior parte delle foto.

    Potete leggere l’articolo sul sito di The Catcher.

  • Il capolavoro di J. A. Baker

    [Immagine: Wikimedia Commons]

    Chelmsford, il capoluogo della contea dell’Essex, è una città di poco più di centomila abitanti a nord-est di Londra. Un tempo era un centro industriale importante, quando alla fine dell’Ottocento Guglielmo Marconi vi aveva stabilito la sua Marconi Company. Oggi, come tutta la contea, nell’immaginario popolare inglese è diventato simbolo di cattivo gusto e scarsa cultura, uno stereotipo sfruttato da uno show televisivo come The Only Way is Essex. L’area non possiede molti punti di interesse naturalistico, e il turismo nella zona è praticamente inesistente. Tuttavia a sud e a est di Chelmsford si dirama il cosiddetto estuario del grande Tamigi, il complesso sistema di corsi d’acqua minori, paludi e aree coltivate attraverso i quali il principale fiume britannico e i suoi emissari raggiungono il Mare del Nord. Questa, che un tempo era la porta di Londra al commercio con il mondo, oggi è un luogo dal “potere inquietante”, come ha scritto lo Spectator recensendo il recente libro di Rachel Lichtenstein dedicato appunto alla storia e alla cultura dell’estuario. Esattamente cinquant’anni fa, in questo luogo è stato scritto uno dei libri di saggistica naturalistica più sconcertanti del Novecento, il capostipite del moderno nature writing britannico: Il falco pellegrino di John Alec Baker.

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  • Netflix, ovvero le mille e una notte

    [Illustrazione di Ben Tallon]

    Nella sua meravigliosa biografia infedele del grande scrittore californiano (Io sono vivo, voi siete morti, Adelphi 2016), Emmanuel Carrère racconta che Philip K. Dick si divertiva a giocare con i figli al Gioco del Ratto, una versione adattata del Monopoly in cui il banchiere, naturalmente interpretato da Dick stesso, può fare quello che vuole: annullare le mosse dei personaggi, spedirli al “Via!”, chiuderli in prigione, sequestrarne case e alberghi. Se non si trattava proprio di un’esperienza educativa, il Gioco del Ratto aveva il pregio di mettere i concorrenti di fronte all’arbitrio della narrazione: colui che racconta seduce, ti porta in un mondo dove lui è signore e padrone, dove nulla esiste al di fuori della sua parola. La narrazione non è un dialogo ma un rapimento brutale, un atto erotico di possesso.

    Penso sempre al Gioco del Ratto ogni volta che la sera accendo la tv e avvio Netflix, una delle grandi macchina narrative dei nostri tempi, che Claudia Durastanti in un articolo apparso su Pixarthinking ha giustamente definito una Sharazad moderna («anche noi, ogni sera, ci raduniamo in una stanza davanti a una fonte luminosa per soccombere al racconto», come in una Mille e una notte contemporanea). Fondata nel 1997 in California, e nata come azienda di vendita di dvd via posta, Netflix ha fatto il grande salto nel 2013 quando è diventata una casa di produzione oltre che di distribuzione. E da qualche tempo ha cominciato a riflettere sul proprio ruolo di narratore con un numero di show tanto connessi tra loro da apparire come un vero sottogenere: mi riferisco alle serie Stranger Things, The OA e Tredici, e ai documentari Amanda Knox e Casting JonBenet.

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  • Intervista a Vanni Santoni

    Ho fatto una lunga chiacchierata con Vanni Santoni, nella dozzina finale del Premio Strega con il suo romanzo-memoir La stanza profonda (Laterza, 2017). Abbiamo parlato, tra le altre cose, di mondi chiusi, trascendenza, controcultura, psichedelia e narrazione.

    Leggi l’intervista su minima&moralia.

  • Infinite hipster

    Lo scorso 3 aprile la BBC ha pubblicato sul proprio sito web una di quelle notizie curiose destinate a fare il giro delle bacheche Facebook: l’intervista all’anonimo e autoproclamatosi grammar vigilante di Bristol, un “attivista” che da anni sia aggira per le notti della città che fu di Banksy e del trip-hop per correggere gli errori grammaticali sulle insegne dei negozi. O meglio, come gli è stato fatto notare, gli errori di punteggiatura, perché ciò che il grammar vigilante corregge sono soprattutto gli apostrofi tanto facili da sbagliare in un paese che da diversi decenni non insegna più la grammatica nelle scuole. Cose come “do it’s best” o “gentlemans shoes”, per intendersi. Ha persino dato un nome all’arma di cui si serve per vendicarsi dell’imprecisione linguistica, “apostrofatore”.

    Ciò che questa vicenda porta alla mente sono naturalmente i Militant Grammarians of Massachusetts, l’organizzazione inventata da David Foster Wallace in Infinite Jest (1996) che boicotta i negozi che espongono cartelli del tipo “10 items or less” (la formula corretta sarebbe “10 items or fewer”). A connettere il grammar vigilante di Bristol con i MGM è però un altro lavoro di David Foster Wallace, il E Unibus Pluram del 1993, che viene generalmente considerato come l’inizio della fine del postmoderno in letteratura. In quel saggio seminale, Wallace sostiene che a provocare il momento di stasi della narrativa americana sia l’influenza della televisione sulla produzione letteraria. Gli scrittori americani, per DFW, sono troppo concentrati a ironizzare sui simboli culturali veicolati dalla TV e hanno perso la capacità di rivolgere al mondo uno sguardo “onesto” e diretto. Come nella jamesoniana caverna di Platone, non fanno altro che guardare le ombre proiettate sulle pareti dalla cultura pop. Hic est crisis.

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  • Ren Hang (1987-2017)

    Mi sono imbattuto nel lavoro di Ren Hang alcuni anni fa su Tumblr. Un account che seguo aveva postato una sua fotografia del 2013 in cui cinque donne nude sono distese con le teste vicine, i capelli che si mescolano in un’unica macchia nera, le mani di ognuna sulle guance di quelle che le stanno accanto così che le braccia, piegate all’altezza dei gomiti, formano una strana stella a otto punte.

    La fotografia mi ha fatto pensare a quello che scriveva Fredric Jameson delle Diamond Dust Shoes di Andy Warhol: che sembravano «inspiegabili oggetti naturali» per lo spettatore che se le trova davanti «svoltando nella sala di un museo o di una galleria». Con la differenza che per Jameson le scarpe di Warhol erano oggetti morti, inspiegabili oggetti morti. Le donne di Ren Hang invece mi sembravano oggetti inspiegabilmente vivi.

    Quando pochi giorni fa ho scoperto che Ren Hang si era tolto la vita poche settimane prima di compiere trent’anni, ho capito il sentimento che mi aveva comunicato quella fotografia. La chiave di lettura me l’aveva fornita la definizione che nel suo ultimo libro Mark Fisher da di eerie, un termine che in italiano possiamo tradurre solo vagamente come “inquietante”.

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  • Vertical

    Da qualche anno, un amico che abita a Milano mi ripete che dovrei visitare il capoluogo lombardo perché, sostiene, finalmente è diventato “una città europea”. Intende dire che Milano è diventata negli ultimi anni una global city secondo la famosa formulazione che Saskia Sassen ne forniva nel suo libro del 1991: un luogo dove si concentrano potere decisionale, una borsa valori e le sedi di diverse compagnie multinazionali. Secondo questa definizione tuttavia Milano è una città globale da diversi decenni, dunque chiedo al mio amico cosa sia cambiato di recente. La sua risposta, sicura, arriva immediatamente: ora ci sono i grattacieli.

    Qualcosa di simile era successo quindici anni prima a Londra, quando uno skyline che aveva smesso di svilupparsi in altezza dai primi anni Settanta aveva visto la comparsa di nove torri alte oltre 100 metri tra il 1999 e il 2004, tutte dislocate nei due centri della finanza della City e di Canary Wharf. Con un ritmo in costante accelerazione, altre diciassette sarebbero state erette dal 2012 in poi, con il tetto dei 300 metri finalmente rotto dallo Shard di Renzo Piano, oggi il grattacielo più alto dell’Europa occidentale. Le torri attualmente in costruzione nella capitale britannica sono trentotto, mentre i progetti già approvati per il prossimo decennio ma non ancora iniziati ammontano a sessantuno. Qualora tutti i progetti approvati a Londra venissero effettivamente costruiti si tratterebbe di un aumento del numero di grattacieli del 600% nel trentennio 1999-2029.

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Books

La figura umana, Tlon, 2024

Brucia, memoria, Quanti Einaudi, 2022

Essere senza casa, minimum fax, 2020