Ren Hang (1987-2017)

Mi sono imbattuto nel lavoro di Ren Hang alcuni anni fa su Tumblr. Un account che seguo aveva postato una sua fotografia del 2013 in cui cinque donne nude sono distese con le teste vicine, i capelli che si mescolano in un’unica macchia nera, le mani di ognuna sulle guance di quelle che le stanno accanto così che le braccia, piegate all’altezza dei gomiti, formano una strana stella a otto punte.

La fotografia mi ha fatto pensare a quello che scriveva Fredric Jameson delle Diamond Dust Shoes di Andy Warhol: che sembravano «inspiegabili oggetti naturali» per lo spettatore che se le trova davanti «svoltando nella sala di un museo o di una galleria». Con la differenza che per Jameson le scarpe di Warhol erano oggetti morti, inspiegabili oggetti morti. Le donne di Ren Hang invece mi sembravano oggetti inspiegabilmente vivi.

Quando pochi giorni fa ho scoperto che Ren Hang si era tolto la vita poche settimane prima di compiere trent’anni, ho capito il sentimento che mi aveva comunicato quella fotografia. La chiave di lettura me l’aveva fornita la definizione che nel suo ultimo libro Mark Fisher da di eerie, un termine che in italiano possiamo tradurre solo vagamente come “inquietante”.

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