Il senso della fine

Sono dovuto arrivare a trentuno anni prima di leggere Frank Kermode e questo dovrebbe bastare a decretare il fallimento dell’università italiana, ma siccome per fortuna l’università è una e il mondo è molteplice, e la prima è limitata mentre il secondo non lo è, e la prima è un modello davvero astratto e parziale del secondo, per tutte queste ragioni la curiosità intellettuale mi ha portato laddove non hanno potuto i piani di studio del Ministero e le mode culturali in voga tra gli accademici: cioè a leggere Il senso della fine, il seminale lavoro di Frank Kermode pubblicato per la prima volta nel 1967 e che, come proverò a dimostrare nel corso di questo articolo, dice qualcosa di fondamentale sulle narrazioni contemporanee.

Kermode basic
Quella descritta sopra è una delle tante maniere possibili per raccontare la mia scoperta di Kermode. È una maniera narrativa: prevede un inizio (la mia ignoranza di ventenne che si attiene ai testi suggeriti nella Guida Dello Studente) e una fine (la lettura dei saggi di Kermode e la conclusione che essi siano in qualche modo importanti nella definizione della fiction contemporanea). È una versione che conferisce senso alla mia scoperta, delinea una progressione, inserisce la lettura del libro e la scrittura di questo articolo e persino voi che lo state leggendo in un orizzonte temporale dotato di significato. Ovviamente però non è l’unica, come potrebbe confermarvi qualsiasi entità non-umana se solo potesse parlare – diciamo la lampada che sta sulla vostra scrivania. Molto probabilmente dal punto di vista della lampada le cose sono andate come segue: in un punto indefinito del tempo (chiamiamolo X) io ho aperto un libro, l’ho osservato intensamente per una certa durata (chiamiamola Y) e l’ho posato. Inquietante, soprattutto se pensate che la lampada ha lo stesso sguardo sulla vostra vita: in un momento X siete nati, in un momento Y morirete.

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