His House di Remi Weekes

His House di Remi Weekes (2020) è il perfetto film sull’essere senza casa, parrebbe uscito paro paro dal libro o quantomeno avrebbe dovuto esserci dentro. C’è tutto: casa come luogo del trauma, fantasmi della migrazione, senso di spaesamento (“I survived by belonging nowhere”, dice la protagonista), e l’immancabile orrore. Ovviamente è britannico, ennesima dimostrazione che questo paese è più ossessionato degli altri dalla casa e dalla sua assenza.

Nella gabbia di Skinner: social media, pessimismo e falso Sé

Oggi su L’Indiscreto parlo di un argomento che mi sta a cuore partendo da un film problematico ma meno brutto di quanto si sia detto, The Social Dilemma. Guardando il documentario ho pensato a come quando usiamo molte delle più comuni tecnologie stiamo tacitamente acconsentendo a un’idea di essere umano riduttiva se non proprio pessimistica. E come se non bastasse stiamo perdendo la capacità di distinguere tra ciò che è giusto e ciò che è utile. L’articolo parla di gabbie di Skinner, comportamentismo, Jaron Lanier, cibernetica, zombie filosofici, narcisismo, falso Sé.

Scrivere un altro mondo

Da qualche mese seguo con attenzione il lavoro di Matteo Meschiari, soprattuto quello relativo alla scrittura, così ho proposto a Doppiozero di recensire il suo Antropocene fantastico, da poco pubblicato. Lo stavo facendo quando tra le mani mi sono passati altri due libri, Divenire invertebrato (curato da Enrico Monacelli e Massimo Filippi) e, brevemente prima che fosse tempo di consegnare la recensione, TINA – Storie della grande estinzione (curato da Meschiari e Antonio Vena). Così la mia recensione è diventata un essere mutante, che evolveva man mano che leggevo questi libri, e si è trasformata in un breve saggio sullo “scrivere un altro mondo” che mescola un po’ tutto, libri, idee e generi. Si tratta di un pezzo un po’ delirante, come mi ha detto il povero redattore di Doppiozero che mi ha in carico, l’ho anche scritto con qualche linea di febbre, forse per il Covid o forse no, non si sa perché in questo paese non fanno i tamponi e comunque potrebbe essere anche autofiction. Rimane che ho cercato di parlare di tre libri importanti, ciascuno a modo suo, e spero che questo articolo sia anche l’occasione per parlare di tre piccole case editrici, Aguaplano Libri, Ombre Corte e Armillaria, che stanno facendo un ottimo lavoro per cercare di definire la letteratura di domani.

“I May Destroy You” ribalta tutto

Sono contento che Link – Idee per la TV mi abbia dato l’opportunità di scrivere di quella che per me è senza dubbio la serie TV dell’anno, capace di stravolgere il modo in cui parliamo di questioni importanti come il genere o il clima per arrivare a dire che il presente è una dissonanza cognitiva e noi che lo abitiamo siamo nebulose di senso prive di un centro che possa essere chiamato “io”: I May Destroy You di Michaela Coel spinge un po’ più in là i paletti dello storytelling contemporaneo. Provo a spiegare perché.

Un’intervista e una recensione: Carlo Mazza Galanti e “Bifo” Berardi

Nel weekend sono usciti due miei articoli su libri recentemente pubblicati in Italia. Il primo è un’intervista che ho fatto per Esquire a Carlo Mazza Galanti, autore di Cosa pensavi di fare?, un librogame per precari intellettuali che tocca temi come la letteratura ipertestuale, le autobiografie potenziali e nientemeno che il destino. Il secondo è una recensione a Fenomenologia della fine di “Bifo” Berardi che parte discutendo il ruolo della theory-fiction nel nuovo panorama post-pandemico e finisce per ipotizzare che il mondo realizzato dal virus sia in fondo quello che Bifo ci raccona dagli anni Settanta. Qui sotto le copertine dei due libri.

(Aggiornamento del 18/09: qui potete sentire Edoardo Camurri che legge estratti dalla recensione a Fenomenologia della fine a Pagina 3)

Radio Festivaletteratura di Mantova

Quest’anno il Festivaletteratura di Mantova si fa tutto in radio. Tra gli invitati ci sono anch’io che oggi (giovedì 10) parlo con Martina Tazzioli di “confinamento” nell’ambito del bel programma “Sintomatiche Parole” organizzato e condotto da Lorenzo Alunni. Potete ascoltarci in radio oppure, se siete a Mantova, in Piazza Alberti o nelle biblioteche dell’area citadina.

Aggiornamento del 14/09: ora tutti i podcast di “sintomatiche parole” si possono riascoltare su questa pagina.

Oltre l’orrore del Reale

Oggi la filosofia pessimista non solo è quella meglio in grado di descrivere il mondo, ma da un decennio almeno è anche una fucina creativa di idee, ipoetsi e immaginari. Eppure il pessimismo ha la tendenza a finire in un vicolo cieco. Come mai? Perché è a disagio nei confronti della propria origine.

Ne parlo sull’Indiscreto, spaziando tra pillola nera, pessimismo filosofico, Thomas Ligotti, Illuminismo vs. nichilismo e dark Buddhism.

Paolo Leonardo, Senza titolo (2002)

I May Destroy You

Contemporanea al punto che brucia, più londinese del fish & chips mangiato sugli autobus notturni, del tutto ipermoderna e quindi weird, psichedelica e metanarrativa, l’uomo senza inconscio di Recalcati e l’Eros in agonia di Byung-Chul Han, strana crasi tra Me Too e Black Mirror, complessa al punto della rarefazione intellettuale ma anche spontanea, coinvolgente e, soprattutto, desolante: questa qui sotto per me è già la serie TV dell’anno. Spero di riuscire a parlarne più diffusamente presto.

Scrittura non creativa / sul futuro del romanzo pt. 2

BURROUGHS_SM+ABSTRACT+2

In questi giorni mi sono sentito un po’ come Pierre Menard, l’autore del Chisciotte, per aver passato mesi a prendere appunti su un discorso già messo su carta da Kenneth Goldsmith nel suo libro Scrittura non creativa, in Italia con Not (grazie a Flavio Pintarelli per avermi convinto a spingere il libro in alto nella mia scala di priorità e prenderlo in mano dal comodino dove si trovava da tempo).

Goldsmith dice una cosa che mi pare ovvia e su cui negli anni ho riflettuto in articoli, chiacchierate via mail e post del blog: mentre il digitale ha avuto un impatto enorme su tutte le forme d’arte, ha lasciato la scrittura (e specialmente la narrativa) quasi del tutto intoccata. Di recente facevo questo esempio: uno scrittore dell’Ottocento leggeva romanzi, aveva il tempo e viveva in un luogo adatto alla lettura di romanzi (i.e. una casa, non solo fisica ma anche psicologica) e di conseguenza, ovviamente, scriveva romanzi, mentre uno scrittore del 2020 legge diverse decine di romanzi l’anno, feed di Twitter senza sosta, 20 o 30 articoli al giorno, vede serie TV e fil e ascolta podcast, ma stranamente gli viene ugualmente chiesto di scrivere un romanzo, cosa che riesce sempre di meno a fare finendo per produrre forme ibride (di solito l’ennesimo memoir in cui il caos del mondo si condensa intorno alla relativa stabilità dell’esperienza personale).

La seconda cosa che dice Goldsmith la penso da quando all’università facevo i corsi su Kafka nella lettura di Deleuze e Guattari e l’ho ripensata quando per la tesi studiavo la scrittura combinatoria dell’Oulipo e la narrativa ipertestuale, quando mi appassionavo di Burroughs, esploravo i confini di quella che ho chiamato “hyperfiction” e, all’inizio degli anni Dieci, leggevo Fame di realtà di David Shields, un altro libro che come quello di Goldsmith avrebbe dovuto farci parlare per anni e invece è diventato un fenomeno di culto per qualche tempo per poi finire un po’ nel dimenticatoio: che la scrittura è, in quanto tecnologia (pensiamo ad esempio a Ong), una macchina il cui funzionamento trascende ampiamente quello dell’io individuale. Da un lato pesca nell’inconscio (mi viene sempre in mente l’esempio di Coleridge che scrisse Kubla Khan dopo un sogno oppiaceo come se gli fosse stato “dettato” parola per parola da un’entità esterna), dall’altro, proprio perché il suo regno esiste in un mondo che travalica l’individualità, i suoi meccanismi misteriosi possono essere messi in moto da un insieme di tecniche come appunto il collage di Burroughs, la combinatoria di Queneau o l’iChing di PKD. Goldsmith non parla dell’inconscio, ma si dedica alla macchina, che ne è in qualche modo la faccia manifesta o il dispositivo che ne attiva le possibilità.

Anche la terza cosa che dice Goldsmith mi ossessiona da anni ed è la presa di coscienza che, a differenza ad esempio che nel mondo dell’arte o della musica in cui l’avanguardia è il mainstream, in letteratura i due mondi restano completamente separati: da un lato abbiamo quelli che, come Goldsmith stesso, riscrivono una copia del New York Times parola per parola e dall’altro abbiamo il romanzo tradizionale, naturalmente con diversi gradi di sperimentalismo (dal prodotto uscito dalla scuola di scrittura alla weird fiction) ma pur sempre centrato sui soliti, vecchi elementi della narrativa: personaggi, plot, setting, mostrare-non-raccontare (la massima che odio più di tutte) eccetera. Nel corso di molti anni ho letto un solo libro che utilizzando le tecniche di cui parla Goldsmith (appropriazione, plagio, copia-incolla, insomma le tecniche tipiche dell’arte e del sampling musicale) si presenta come un romanzo tradizionale: C di Tom McCarthy, che è un immenso collage di storie altrui (L’uomo dei lupi di Freud, Il libro dei bambini di Byatt, i resoconti dei piloti della prima guerra mondiale eccetera). Non è un caso che McCarthy venisse dal mondo dell’arte, mi pare.

Il romanzo mi sembra una forma sempre meno al passo con i tempi, da un lato, ma dall’altro se continua a funzionare c’è un motivo, ed è principalmente, credo, il fatto che i nostri cervelli funzionano grazie alle narrazioni, e le narrazioni hanno regole che possono essere disattese fino a un certo punto prima che la cosa che si sta scrivendo smetta di essere narrativa e diventi, appunto, avanguardia. (Anche se questi limiti sono flessibili, pensaimo a una narrazione come Twin Peaks.) Questa ad esempio è la ragione per cui la narrativa ipertestuale è naufragata negli anni Ottanta e Novanta, come ha dimostrato recentemente Black Mirror: Bandersnatch. Eppure resto convinto che ci debbano essere delle maniere in cui il romanzo può evolvere senza diventare qualcosa di completamente diverso da sé stesso, nel modo ad esempio in cui la musica è evoluta dalle ballate medievali alla techno senza smettere di essere ritmo, armonia e melodia, e penso che quella identificata da Goldsmith/Shields/McCarthy sia una possibile via d’uscita da questa crisi che non si vede ma c’è, come scriveva già dieci anni fa Zadie Smith in quel famoso articolo su Deja Vu.

Ad esempio una cosa che mi piacerebbe vedere è un reference database, fatto sulla maniera di Wikipedia, di scene e situazioni letterarie, nel quale è possibile cercare per parole chiave che ti restituiscano esempi di una specifica situazione, così che se stai scrivendo la scena di una camminata sulla Neva, ad esempio, puoi prendere in blocco quelle scritte da Dostoevsji nelle Notti bianche e adattarla ai tuoi fini, invece che riscriverla da capo: penso che se facessimo questo, se scrivessimo letteratura come si compongono tracce di musica elettronica, ci divertiremmo molto di più, per dirne una, e riusciremmo probabilmente a inserire in maniera molto più efficace nella narrativa (o nella saggistica, per quel che vale, e in tutti i casi ibridi che stanno tra l’una e l’altra) quelle forme di scrittura che si perdono nel nulla, i diari e i resconti dei sogni, le chat su Messenger e i diari personali e via dicendo.

Ma le strade per trasformare la letteratura in una maniera che utilizzi appieno le opportunità che ci offre il presente, invece che vederle come ostacoli (il fatto, ad esempio, che ci sia troppa roba là fuori, e che i romanzi siano spazi così piccoli e ci voglia così tanto tempo a scriverne uno), sono moltissime, dalla scrittura collettiva agli scenari più futuristici in cui il lavoro di scrittura, almeno quello iniziale, potrebbe essere fatto da intelligenze artificiali e lo scrittore potrebbe reagire agli input dati dalle macchine trasformando lo scrivere in una forma di dialettica. Anche in questo caso il processo mi sembrarebbe molo più divertente e sicuramente non meno creativo (certamente non meno creativo di un “autore” che scrive le “proprie” idee secondo i dettami delle scuole di scrittura).

(Nella foto un quadro di Burroughs)