Il buddha del tardocapitalismo

Recentemente Adelphi ha ritraddoto L’insegnamento del Buddha di Walpola Rahula, che considero forse la migliore introduzione al pensiero buddhista per neofiti, scritto originariamente nel 1958 dal primo monaco titolare di una cattedra in Occidente.

Esce oggi per il Tascabile un mio articolo che, partendo proprio da Rahula e tirando in ballo Timothy Morton, Roy Scranton, Thomas Ligotti e Carlo Rovelli, prova a spiegare come il pensiero buddhista sia oggi più utile che mai per comprendere le sfide poste dal presente, dal global warming alle conseguenze delle scoperte della fisica e delle neuroscienze.

Anche Siddhartha, come noi, ha dovuto vedersela con tempi cupi, e ci ha insegnato che il mondo è sempre già finito e che la salvezza è sempre già presente negli occhi di chi lo guarda. Potete leggere l’articolo qui.

L’anacronismo del romanzo

Nonostante viviamo in un mondo grafomane, in cui tutti scriviamo di tutto (post, whatsapp, chat, email, tweet, report, diari), le forme tradizionali dell’editoria sono rimaste pressoché immutate da secoli: continuiamo a scrivere, vendere e leggere sostanzialmente romanzi, racconti e saggi. La scrittura talvolta ottima che produciamo in contesti non letterari non solo in grandissima parte non trova spazio nei libri pubblicati (non a causa degli editori ma perché si sottrae alla categorizzazioni e mal si adatta alle regole rigide delle forme editoriali) ma sembra non modificare nemmeno più di tanto i generi nel loro sviluppo storico: il romanzo al tempo di internet non è poi tanto diverso dal romanzo al tempo della televisone o della radio, e questo nonostante le nostre abitudini di lettura e scrittura siano cambiate moltissimo. Recentemente l’innovazione più importante è stata quella dell’autoficition, ed è un’innovazione a mio avviso molto parziale, perché è discutibile quanto l’autofiction sia un adeguamento del saggio (o del romanzo) al mondo di internet e quanto sia invece un ritorno a un’origine in cui fiction e non-fiction non erano nettamente divise (probabilmente, ipotizzo, è in parte entrambe le cose). Le forme tradizionali continuano a funzionare perché affondano le radici nella maniera con cui la mente costruisce il senso, e questo non cambierà finché l’evoluzione biologica o artificiale ci trasformerà in qualcosa di diverso da quello che siamo, ma provo disagio di fronte alla loro incapacità di rendere conto dell’esperienza che faccio del mondo (che è molto più frammentata) e di includere pratiche di assorbimento e produzione della conoscenza che sono decisamente meno lineari di ciò che quelle forme richiedono.

Per fare un esempio concreto uno scrittore dell’Ottocento passava la gioranta seduto nel grande studio della sua casa di campagna, senza preoccupazioni economiche, leggeva i pochi romanzi degni di nota pubblicati ogni anno, li dibatteva con un circolo di amici che vedeva in faccia, aveva il tempo di rifletterci e scriveva a sua volta un romanzo – un percorso tutto sommato lineare. Uno scrittore del 2020 legge frammenti più o meno lunghi di diverse decine di libri l’anno, assorbe conoscenza attraverso serie TV, podcast e le centinaia di articoli che ogni giorno arrivano nel suo feed reader, dibatte di ciò che legge attraverso molti mezzi di comunicazione diversi, prende appunti mentre è al lavoro o durante gli spostamenti in metropolitana ma poi, in maniera piuttosto incongruente, gli viene richiesto comunque di pubblicare il risultato di questa esperienza sotto forma di romanzo – cioé di produrre scrittura per un contenitore che non riflette se non in minima parte la sua esperienza del mondo o il suo panorama mentale. Non è piuttosto anacronistico? E non è forse anche per questo che oggi la comunità letteraria è meno rappresentativa della società in generale di quanto lo fosse un tempo, visto che nonostante il mondo sia cambiato agli scrittori viene ancora richiesto di veicolare le proprie idee attraverso canali antichi di secoli?

(Nell’immagine: Charles Dickens nel suo studio)

Estasi

La nostra cultura è ossessionata dai temi della soggettività, ma sembra aver dimenticato che oltre i suoi confini esiste un universo che ci definisce e che guida le nostre azioni, spesso a nostra insaputa: a questa dimensione fa richiamo lo stato dell’estasi, un termine che deriva da una parola greca (ekstasis) che significa appunto “essere fuori di sé”, quindi “essere fuori dal proprio sé”, dal dominio della soggettività. Ne ho parlato su Esquire, toccando la letteratura di Stephen King e la cultura rave, Coleridge e la droga, il sesso e la lanterninosofia di Pirandello. Potete trovare l’articolo qui.

The Weird and the Eerie di Mark Fisher

Ho avuto il piacere e l’onore di scrivere la postfazione per l’ultimo libro di Mark Fisher, pubblicato recentemente da minimum fax. The Weird and the Eerie è stato il libro con cui sono entrato in contatto con Fisher, indubbiamente uno dei critici culturali più importanti del presente, ed è forse quello che mi ha lasciato di più: un lavoro fondamentale, credo, che inizia un discorso ancora tutto da esplorare sulla speculative fiction in questi nostri tempi strani. La traduzione, eccellente per un libro difficilissimo da tradurre, è di Vincenzo Perna.

Potete acquistare il libro sul sito di minimum fax.

Burning Margate

Sono appena tornato da un weekend a Margate, nel Kent. Se dovessero chiedermi a cosa assomiglia la città direi a una strana installazione artistica a metà strada tra Dismaland di Banksy e il suburbio di Time Out of Joint di Philip Dick nel momento in cui Reagle Gumm ha cominciato a capire che si tratta di una messinscena: è difficile pensare che non ci sia una qualche forma di critica intenzionale nella decisione di costruire un edificio come Arlington House, il cui aspetto doveva essere distopico anche nell’anno in cui era stato completato, il 1964, proprio a fianco di un grande parco divertimenti vittoriano come Dreamland — per giunta non in una periferia dimenticata ma nel pieno centro di una città costiera che fino alla metà del Novecento era tra le mete turistiche più ambite del sudest inglese. Invece a quanto pare l’ironia è del tutto involontaria, e oggi due slogan confliggono tra loro a pochi metri di distanza: “Block Brexit” composto in lettere cubitali nelle finestre della torre e “Dreamland Welcomes You” in rosso sbiadito su bianco sporco. Anello di congiunzione tra questi due incubi della modernità è la tettoia dove, nel 1921, un T.S. Eliot insonne e reduce da un crollo nervoso aveva scritto parti di The Waste Land, magari — ma qui immagino io — il finale della terza stanza che recita “burning burning burning burning”.

Forse è stato proprio questo involontario carattere di performance a far sì che Margate si sia rilanciata recentemente come città d’arte dopo l’apertura nel 2011 del Turner Contemporary: ora i locali del suo piccolo porto sono popolati da ragazzi dal look metrosexual slash punk slash eroin chic che accomuna gli ambienti artistici dell’Occidente, e nella Old Town si mangia bene, a poco e con una scelta ampia di prodotti per vegetariani, vegani e celiaci — altro segno che c’è un’economia nuova che sta nascendo tra le macerie di quella vecchia. E tuttavia questa popolazione arty non basta a privare il luogo di uno squallore profondo, in parte riflesso dalle vertiginose maree che ogni giorno espongono per decine di metri il fondale marino, lasciandosi dietro alghe che marciscono sotto il sole e meduse agonizzanti, e che reagisce in una maniera sottilmente inquietante con i castelli gonfiabili montati sulla spiaggia, le enormi sale gioco e una tutta una vita da riviera per immigrati e sottoproletari.

Fiction per fiction, performance per performance, è interessante che anche la più peculiare attrazione turistica della città, lo Shell Grotto, abbia tutto il carattere di una truffa meravigliosa: questa cappella sotterranea scavata nel gesso e interamente ricoperta di conchiglie, a metà strada tra la stravanganza dandy e la chiesa pagana, non compare in nessuna testimonianza precedente al 1835, quando un articolo sulla Kentish Gazette aveva annunciato casualmente l’apertura di una nuova attrazione turistica a Margate. Al di là di teorie che comprendono il simbolismo romano e i templari, dello Shell Grotto non si sa niente: chi l’abbia costruito, quando o a che scopo. Fuori dal piccolo museo che lo ospita, in un giorno di luglio caldo in maniera innaturale, invece c’è il contrario della fiction, una realtà di quieto degrado dove ragazzi in tuta fanno la spola tra case fatiscienti e un piccolo off-licence per comprare birra, mentre da qualche parte arriva, suonata a un volume che sembra impossibile, Missing degli Everything But the Girl.

Iperoggetti di Timothy Morton

Negli ultimi dieci anni Timothy Morton si è guadagnato la fama di filosofo tra i più importanti della sua generazione, riuscendo nell’impresa non semplice di ottenere elogi in accademia e – come haraccontato il “Guardian” in un lungo profilo del 2017 – successo nella cultura pop. Laureato a Oxford, Morton ha dedicato la prima parte della propria carriera accademica alla letteratura romantica inglese e agli studi sull’alimentazione, a prova dell’approccio intellettuale eclettico già all’epoca. Alla metà degli anni Duemila il suo interesse per la filosofia continentale l’ha portato ad avvicinarsi al movimento della Object-Oriented Ontology, corrente iniziata dal filosofo heideggeriano Graham Harmane sulla quale torneremo a breve.

Il 2007, probabilmente l’anno di svolta per il discorso sul riscaldamento globale (con l’uscita a settembre dell’anno prima del documentario Una scomoda verità di Al Gore, il successo di un libro come Il mondo senza di noi di Alan Weisman e il convegno sul Realismo Speculativo, a cui la OOO è legata a doppio filo), è anche quello della svolta per la carriera di Morton, che pubblica per Harvard University Press Ecology without Nature. La tesi alla base del libro è provocatoria: per avere ancora senso nell’epoca del global warming, l’ecologismo deve rinunciare al peso metafisico del concetto di Natura. Questo approccio antintuitivo è tipico del pensiero dei Realisti Speculativi, un gruppo sul quale per capire il pensiero di Morton è necessario spendere qualche riga.

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Nell’immagine: Judy Natal – Future Perfect 2040 RV and Steam Portrait Woman and Child