Coronavirus: politica e psicologia di massa

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Oggi partecipo a un articolo collettivo che trovate su L’Indiscreto dedicato alle trasformazioni sulla politica e la psicologia di massa. Il mio testo compare insieme a quelli di Ivan Carozzi, Paolo Mossetti, Davide Piacenza, Vittorio Ray, Mattia Salvia e Raffaele Alberto Ventura. Racconto di quella volta in cui sono rimasto bloccato in montagna senza cibo né riscaldamento e di tutte le cose che possono andare bene o molto male quando usciremo da questa crisi. Trovate l’articolo qui.

 

Intervista a Francesco Guglieri

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Per Esquire ho fatto due chiacchiere con Francesco Guglieri riguardo al suo libro Leggere la terra e il cielo, recentemente pubblicato da Laterza: abbiamo parlato di sublime scientifico, scienza come storytelling, re-incanto del mondo, alberi deformi, pandemie, Philip Dick, persone che non esistono.

Domani alle 16 ora italiana Francesco e io riprenderemo la chiacchierata su Decameron in diretta su Facebook.

Su Chthulucene di Donna Haraway

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L’altro giorno leggendo Chthulucene di Donna Haraway riflettevo sul fatto che tra tutte le soglie che stiamo attraversando in questi anni strani c’è anche quella che ci porta via dall’individualismo e verso un mondo che esige sempre di più risposte collettive: puoi cavartela da solo finché il problema è quello di fare più o meno soldi, avere una casa più o meno grande, ma fenomeni immani come le pandemie e il riscaldamento globale richiedono per forza di essere affrontati insieme.

Non ero un fan di Jeremy Corbyn, e anche se anche Joe Biden non avesse vinto in Michigan avrei avuto poche speranze di vedere Bernie Sanders alla presidenza degli Stati Uniti, ma il solo fatto che proposte politiche del genere siano esistite e abbiano avuto un certo seguito potrebbe significare che un futuro diverso è possibile: come vuole la più classica tradizione della malinconia di sinistra, forse queste battaglie perse sono necessarie per traghettarci verso un mondo nuovo.

D’altronde – non per nostra volontà, e per ragioni che preferiremmo tutti evitare – proposte che si appellano alla collettività stanno tornano a essere attuali. Se per decenni l’appello della sinistra a una società più giusta ed equa andava contro l’onda della storia, oggi è la proposta del capitalismo sfrenato che sta diventando sempre più inattuale. Se non fosse bastata la crisi del 2008, il danno inflitto alle borse dal coronavirus (un virus non particolarmente mortale che è in giro da pochi mesi) dovrebbe farci riflettere sul fatto che il nostro stile di vita è fragile: e in futuro le cose peggioreranno, su questo ci sono pochi dubbi.

Quindi non mi pare avveniristico o fantascientifico sostenere che gli eventi di questi ultime settimane non sono una semplice interruzione dopo la quale torneremo a fare la vita di sempre, ricominciando ognuno a pensare a sé stesso. Mi sembra ormai evidente che senza solidarietà tra umani e umani, ma anche tra umani e tutto il resto (animali, ambiente) molto probabilmente verremo semplicemente spazzati via. Il che rivela anche come la massima di Jameson/Zizek/Fisher per cui “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo” non sia, in fondo, più tanto attuale: ora che la fine del mondo è una realtà, la fine del capitalismo (o almeno di questo capitalismo) è la necessaria conseguenza.

Haraway si riferisce (anche) a questa nuova forma di solidarietà quando parla della necessità di “make kin”, creare legami. Anche per questo consiglio la lettura di Chthulucene: è un libro importante e Claudia Durastanti ha fatto un gran lavoro per renderlo leggibile a un pubblico italiano. Se invece proprio non avete tempo (ma perché no, visto che dovete stare a casa, a proposito di solidarietà e individualismo) potete leggere questo articolo.

Su “Leggere la terra e il cielo” di Francesco Guglieri

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Consiglio la lettura di Leggere la terra e il cielo non solo perché è uno di quei libri da cui impari tantissime cose e che leggi come un romanzo, o perché continua una tradizione tutta torinese di connubio tra letteratura e scienza, ma soprattutto perché riesce nell’impresa non semplice di fare critica letteraria in maniera creativa e attuale. In un unico libro trovate non soltanto un catalogo di altri libri e il resoconto di una passione, quindi un testo di divulgazione scientifica, seppure sui generis, e un memoir intellettuale, ma anche la teoria di un genere letterario, quello del sublime scientifico, che senza venir mai veramente riconosciuto come tale da qulche anno compone una parte considerevole delle nostre biblioteche e scala le classifiche di vendita. Su questo punto mi dilungo brevemente perché credo valga la pena fare un rapido discorso.

Dare i nomi alle cose è fondamentale in quanto ci permette di pensarle. Oggi la divulgazione scientifica è una forma del discorso a cui non possiamo sottrarci, visto che oggetti ipercomplessi condizionano e condizioneranno sempre più spesso la nostra vita (pensate al riscaldamento globale o, ahimè, alle pandemie). Personalmente me ne servo, come tutti, o forse dovrei dire che mi ci sottometto, come tutti, ma sempre in maniera un po’ recalcitrante, perché in un mondo che ha fatto della scienza una religione c’è sempre l’impressione che noi umanisti dagli scienziati possiamo solo imparare senza dare niente in cambio.

L’idea del sublime scientifico come categoria letteraria ribalta questo presupposto, portandoci a vedere ciò che dovrebbe essere chiaro: che scienza e arte, dati e storytelling, tecnica e magia sono diverse forme di un unico continuum invece che branche del sapere rigidamente contrapposte. In qualche modo si tratta solo di tornare da dove siamo venuti: anche qui in Occidente fino al Rinascimento il filosofo e lo scienziato erano una stessa persona la cui indagine muoveva dal fascino suscitato dal mistero del mondo. Con la rivoluzione scientifica non solo le scienze naturali si sono separate dal pensiero umanistico, ma in entrambi i rami si è imposta l’idea che scopo dell’indagine fosse quello di svelare il mistero, mostrare che sotto lo stupore si trovano solo materia e leggi immutabili.

Oggi possiamo dire, credo con un certo sollievo, che quell’idea è finita, o in procinto di finire, e che sapersi approcciare al mistero del mondo senza la presunzione di poterne svelare ogni zona oscura (o con la consapevolezza che ogni mistero svelato porterà alla luce nuovi misteri, più oscuri e affascinanti, in un percorso che non ha mai fine) è un’abilità necessaria per poter vivere nei nostri “tempi confusi, torbidi e inquieti”, come li chiama Donna Haraway. Quindi Leggere la terra e il cielo è anche un libro che contiene un messaggio di speranza verso il futuro: l’idea che domani potremo guardare il mondo che ci circonda e venire rapiti dalla sua bellezza, oltre che annientati dal suo intrinseco orrore.

Leggendolo pensavo anche al futuro del romanzo, un tema di cui Francesco si è occupato recentemente nell’ambito di un bel dibattito organizzato dal Tascabile. Difficile non pensare che il sublime scientifico sia una delle tante possibili maniere in cui evapora il romanzo contemporaneo (insieme all’autofiction o alla letteratura scritta dai computer per i computer, ad esempio) e difficile non vedere come, in fondo, romanzo, scienza, poesia e racconto autobiografico siano forme soltanto marginalmente differenti della grande storia che ci raccontiamo ogni giorno per continuare a vivere e, più ancora, di quella che ci raccontiamo collettivamente per continuare a esistere come civiltà e come specie. Man mano che ci addentriamo tra le vette e gli abissi del nuovo mondo abbiamo sempre più bisogno di occhi capaci di leggere, appunto, la storia del futuro.

(Nell’immagine: Caspar David Friedrich, Tramonto (fratelli), 1830-35)

Museum of Neoliberalism

Per Esquire sono andato a fare un giro al Museum of Neoliberalism, l’installazione dell’artista Darren Cullen aperta nel mio quartiere molto laburista a sostegno della campagna laburista alle elezioni del 12 dicembre (che sappiamo com’è andata a finire). Mi sono chiesto se museificare il capitalismo abbia senso e ho finito per rispondere con una riflessione sul corbynismo, l’hauntologia e la fine del mondo: riassunto, sebbene l’idea sia abbastanza didascalica e meno sovversiva di altri lavori di Cullen, trasformare il capitalismo in un oggetto da museo, e dunque in qualcosa già appartenente al passato, raggiunge l’effetto di mostrarcelo come qualcosa di non inevitabile e che può essere cambiato. Trovate l’articolo qui.

Il buddha del tardocapitalismo

Recentemente Adelphi ha ritraddoto L’insegnamento del Buddha di Walpola Rahula, che considero forse la migliore introduzione al pensiero buddhista per neofiti, scritto originariamente nel 1958 dal primo monaco titolare di una cattedra in Occidente.

Esce oggi per il Tascabile un mio articolo che, partendo proprio da Rahula e tirando in ballo Timothy Morton, Roy Scranton, Thomas Ligotti e Carlo Rovelli, prova a spiegare come il pensiero buddhista sia oggi più utile che mai per comprendere le sfide poste dal presente, dal global warming alle conseguenze delle scoperte della fisica e delle neuroscienze.

Anche Siddhartha, come noi, ha dovuto vedersela con tempi cupi, e ci ha insegnato che il mondo è sempre già finito e che la salvezza è sempre già presente negli occhi di chi lo guarda. Potete leggere l’articolo qui.

L’anacronismo del romanzo

Nonostante viviamo in un mondo grafomane, in cui tutti scriviamo di tutto (post, whatsapp, chat, email, tweet, report, diari), le forme tradizionali dell’editoria sono rimaste pressoché immutate da secoli: continuiamo a scrivere, vendere e leggere sostanzialmente romanzi, racconti e saggi. La scrittura talvolta ottima che produciamo in contesti non letterari non solo in grandissima parte non trova spazio nei libri pubblicati (non a causa degli editori ma perché si sottrae alla categorizzazioni e mal si adatta alle regole rigide delle forme editoriali) ma sembra non modificare nemmeno più di tanto i generi nel loro sviluppo storico: il romanzo al tempo di internet non è poi tanto diverso dal romanzo al tempo della televisone o della radio, e questo nonostante le nostre abitudini di lettura e scrittura siano cambiate moltissimo. Recentemente l’innovazione più importante è stata quella dell’autoficition, ed è un’innovazione a mio avviso molto parziale, perché è discutibile quanto l’autofiction sia un adeguamento del saggio (o del romanzo) al mondo di internet e quanto sia invece un ritorno a un’origine in cui fiction e non-fiction non erano nettamente divise (probabilmente, ipotizzo, è in parte entrambe le cose). Le forme tradizionali continuano a funzionare perché affondano le radici nella maniera con cui la mente costruisce il senso, e questo non cambierà finché l’evoluzione biologica o artificiale ci trasformerà in qualcosa di diverso da quello che siamo, ma provo disagio di fronte alla loro incapacità di rendere conto dell’esperienza che faccio del mondo (che è molto più frammentata) e di includere pratiche di assorbimento e produzione della conoscenza che sono decisamente meno lineari di ciò che quelle forme richiedono.

Per fare un esempio concreto uno scrittore dell’Ottocento passava la gioranta seduto nel grande studio della sua casa di campagna, senza preoccupazioni economiche, leggeva i pochi romanzi degni di nota pubblicati ogni anno, li dibatteva con un circolo di amici che vedeva in faccia, aveva il tempo di rifletterci e scriveva a sua volta un romanzo – un percorso tutto sommato lineare. Uno scrittore del 2020 legge frammenti più o meno lunghi di diverse decine di libri l’anno, assorbe conoscenza attraverso serie TV, podcast e le centinaia di articoli che ogni giorno arrivano nel suo feed reader, dibatte di ciò che legge attraverso molti mezzi di comunicazione diversi, prende appunti mentre è al lavoro o durante gli spostamenti in metropolitana ma poi, in maniera piuttosto incongruente, gli viene richiesto comunque di pubblicare il risultato di questa esperienza sotto forma di romanzo – cioé di produrre scrittura per un contenitore che non riflette se non in minima parte la sua esperienza del mondo o il suo panorama mentale. Non è piuttosto anacronistico? E non è forse anche per questo che oggi la comunità letteraria è meno rappresentativa della società in generale di quanto lo fosse un tempo, visto che nonostante il mondo sia cambiato agli scrittori viene ancora richiesto di veicolare le proprie idee attraverso canali antichi di secoli?

(Nell’immagine: Charles Dickens nel suo studio)