Essere senza casa all’Università di Torino

Domani 25 novembre alle 15 italiane torno virtualmente a Palazzo Nuovo ospite di Maurizio Vivarelli e del suo Corso di Laurea in Scienze del libro per un seminario che verterà intorno a Essere senza casa, a come nasce un libro e a come si racconta la complessità del presente. Ne parlo insieme a Giorgio Gianotto, che nella pubblicazione di Essere senza casa ha messo lo zampino, e agli studenti del corso. Il seminario, via Webex, è aperto al pubblico.

Invece qui potete vedere una breve intervista che mi ha fatto Viola Marchese in preparazione del seminario: si parla di micronarrazioni e di tecnologie dello storytelling in competizione tra loro.

His House di Remi Weekes

His House di Remi Weekes (2020) è il perfetto film sull’essere senza casa, parrebbe uscito paro paro dal libro o quantomeno avrebbe dovuto esserci dentro. C’è tutto: casa come luogo del trauma, fantasmi della migrazione, senso di spaesamento (“I survived by belonging nowhere”, dice la protagonista), e l’immancabile orrore. Ovviamente è britannico, ennesima dimostrazione che questo paese è più ossessionato degli altri dalla casa e dalla sua assenza.

Essere senza casa su minima & moralia e Libero Pensiero

Stefano Trucco ha scritto una recensione intelligente, intima e inusuale di Essere senza casa per minima & moralia. Del libro si è parlato in relazione a molti autori e correnti di pensiero contemporanee, naturalmente, perché è un libro molto incentrato sul contemporaneo. Qui Stefano ribalta la prospettiva inserendolo nella tradizione dell’essay britannico e facendolo dialogare con Francesco Pecoraro e Mario Praz prima di approcciarlo alla luce della propria esperienza abitativa (interessantissima), e quindi gli fornisce un respiro ampio e stratificato. Insomma una recensione che è un essay a sua volta, il che mi pare una maniera davvero ottima di parlare di un libro come Essere senza casa. Con un po’ di ritardo mi è stata poi segnalata questa recensione di Siria Moschella (che ringrazio per la lettura approfondita) apparsa su Libero Pensiero.

Nella gabbia di Skinner: social media, pessimismo e falso Sé

Oggi su L’Indiscreto parlo di un argomento che mi sta a cuore partendo da un film problematico ma meno brutto di quanto si sia detto, The Social Dilemma. Guardando il documentario ho pensato a come quando usiamo molte delle più comuni tecnologie stiamo tacitamente acconsentendo a un’idea di essere umano riduttiva se non proprio pessimistica. E come se non bastasse stiamo perdendo la capacità di distinguere tra ciò che è giusto e ciò che è utile. L’articolo parla di gabbie di Skinner, comportamentismo, Jaron Lanier, cibernetica, zombie filosofici, narcisismo, falso Sé.

Scrivere un altro mondo

Da qualche mese seguo con attenzione il lavoro di Matteo Meschiari, soprattuto quello relativo alla scrittura, così ho proposto a Doppiozero di recensire il suo Antropocene fantastico, da poco pubblicato. Lo stavo facendo quando tra le mani mi sono passati altri due libri, Divenire invertebrato (curato da Enrico Monacelli e Massimo Filippi) e, brevemente prima che fosse tempo di consegnare la recensione, TINA – Storie della grande estinzione (curato da Meschiari e Antonio Vena). Così la mia recensione è diventata un essere mutante, che evolveva man mano che leggevo questi libri, e si è trasformata in un breve saggio sullo “scrivere un altro mondo” che mescola un po’ tutto, libri, idee e generi. Si tratta di un pezzo un po’ delirante, come mi ha detto il povero redattore di Doppiozero che mi ha in carico, l’ho anche scritto con qualche linea di febbre, forse per il Covid o forse no, non si sa perché in questo paese non fanno i tamponi e comunque potrebbe essere anche autofiction. Rimane che ho cercato di parlare di tre libri importanti, ciascuno a modo suo, e spero che questo articolo sia anche l’occasione per parlare di tre piccole case editrici, Aguaplano Libri, Ombre Corte e Armillaria, che stanno facendo un ottimo lavoro per cercare di definire la letteratura di domani.

Vita e arte sulla soglia al MAMbo

Questa sera alle 18 italiane tengo una conferenza online al MAMbo, il Museo di Arte Moderna di Bologna, nell’ambito del progetto Nuovo forno del pane. Il tema della talk è “Vita e arte sulla soglia” e cercherò di esplorare la dimensione visuale di Essere senza casa. A invitarmi al partecipare al progetto è stato Paolo Bufalini, che ringrazio. La conferenza è anticipata da una breve intervista che ho tenuto per il programma Breaking Bread di NEU Radio, in cui ho raccontato un po’ su cosa si incentrerà la discussione di stasera.

CdQ: Essere senza casa vince la sezione saggistica

Sono immensamente felice che Essere senza casa abbia vinto la sezione saggistica delle Classifiche di Qualità dell’Indiscreto per il periodo febbraio-ottobre, superando di poco addirittura un mostro sacro come Carlo Rovelli. Quello delle CdQ è un progetto interessantissimo e visionario (quattro volte l’anno 600 grandi lettori votano i migliori libri di autori italiani in quattro macro-categorie, narrativa, saggistica, poesia e fumetto). Un grosso grazie a tutti i giurati e tutte le giurate che l’hanno votato.

Venendo invece ai libri che ho votato io: innanzitutto felicissimo per Valentina Maini (La mischia, Bollati Boringhieri) che ha strameritatamente vinto la sezione narrativa. L’ho già detto, lo ripeto volentieri: Valentina ha scritto un esordio come se ne vedono ogni dieci anni, un libro multiforme, psichedelico, punk, un’opera di ventriloquismo letterario impressionante e soprattutto un libro mosso dalla forza di un desiderio dirompente. Non mi capita quasi mai di rimanere attaccato a un romanzo dalla prima pagina all’ultima senza un solo calo di tensione, insomma in Italia è arrivata una scrittrice meravigliosa, leggete tutti La mischia.

Per la narrativa ho votato anche Elena Giorgiana Mirabelli (Configurazione Tundra, Tunuè) e Demetrio Paolin (Anatomia di un profeta, Voland), autori di due libri impegnativi e raffinatissimi, ognuno a modo suo. Elena ha scritto una distopia/utopia che ho letto come si ascolta un disco di conceptronica degli anni Settanta, sempre disorientati, sempre incerti di dove ci si trova nello spazio straniante in cui si è stati lasciati, un libro su una delle tensioni per me più importanti, quella tra forma e sensualità. Paolin invece ha scritto un libro inevitabilmente doloroso che mescola la storia del suicidio di un bambino con una riflessione sulla vita del profeta Geremia. L’ho votato per due ragioni: la prima è la forma, quasi unica in Italia (come ha scritto Dario De Marco, il libro è forse un esempio più unico che raro di theory-fiction all’italiana) e il secondo è la lingua, perché Paolin fa parte di quella categoria rara di scrittori la cui parola imbevuta di spiritualità (altri nomi: Marlynne Robinson, Chandra Livia Candiani) è una parola in qualche maniera curativa.

Nella saggistica i miei voti sono andati a Valentina Tanni (Memestetica, Nero), che ha scritto il libro che mancava per collegare la storia dell’arte come la si studia a scuola e la si vede nei musei al mondo di internet: non solo è un libro pieno di curiosità interessanti e documentatissimo, ma anche uno di quei testi che ti fanno vedere collegamenti dove prima non li vedevi, quindi che ti aprono mondi. Il secondo voto l’ha preso Bifo Berardi (Fenomenologia della fine, Nero) perché ha scritto la cronaca del Covid che solo lui poteva scrivere, un libro che ibrida i generi, apre moltissimi spunti di riflessione e interroga sulle trasformazioni profonde portate dalla pandemia.

Terzo voto alla Trilogia della catastrofe di Emmanuela Carbé, Jacopo La Forgia e Francesco D’Isa (Effequ), che è un testo mutiforme, in parte narrativa, in parte reportage e in parte saggistica. Il saggio di Francesco nello specifico tocca un aspetto che mi pare assolutamente fondamentale del presente, quello del nostro rapporto con la morte, un tema di cui si parla forse non per caso pochissimo, in realtà non solo in Italia, e mi ha fatto riflettere moltissimo da quando l’ho letto mesi fa.