Su “Leggere la terra e il cielo” di Francesco Guglieri

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Consiglio la lettura di Leggere la terra e il cielo non solo perché è uno di quei libri da cui impari tantissime cose e che leggi come un romanzo, o perché continua una tradizione tutta torinese di connubio tra letteratura e scienza, ma soprattutto perché riesce nell’impresa non semplice di fare critica letteraria in maniera creativa e attuale. In un unico libro trovate non soltanto un catalogo di altri libri e il resoconto di una passione, quindi un testo di divulgazione scientifica, seppure sui generis, e un memoir intellettuale, ma anche la teoria di un genere letterario, quello del sublime scientifico, che senza venir mai veramente riconosciuto come tale da qulche anno compone una parte considerevole delle nostre biblioteche e scala le classifiche di vendita. Su questo punto mi dilungo brevemente perché credo valga la pena fare un rapido discorso.

Dare i nomi alle cose è fondamentale in quanto ci permette di pensarle. Oggi la divulgazione scientifica è una forma del discorso a cui non possiamo sottrarci, visto che oggetti ipercomplessi condizionano e condizioneranno sempre più spesso la nostra vita (pensate al riscaldamento globale o, ahimè, alle pandemie). Personalmente me ne servo, come tutti, o forse dovrei dire che mi ci sottometto, come tutti, ma sempre in maniera un po’ recalcitrante, perché in un mondo che ha fatto della scienza una religione c’è sempre l’impressione che noi umanisti dagli scienziati possiamo solo imparare senza dare niente in cambio.

L’idea del sublime scientifico come categoria letteraria ribalta questo presupposto, portandoci a vedere ciò che dovrebbe essere chiaro: che scienza e arte, dati e storytelling, tecnica e magia sono diverse forme di un unico continuum invece che branche del sapere rigidamente contrapposte. In qualche modo si tratta solo di tornare da dove siamo venuti: anche qui in Occidente fino al Rinascimento il filosofo e lo scienziato erano una stessa persona la cui indagine muoveva dal fascino suscitato dal mistero del mondo. Con la rivoluzione scientifica non solo le scienze naturali si sono separate dal pensiero umanistico, ma in entrambi i rami si è imposta l’idea che scopo dell’indagine fosse quello di svelare il mistero, mostrare che sotto lo stupore si trovano solo materia e leggi immutabili.

Oggi possiamo dire, credo con un certo sollievo, che quell’idea è finita, o in procinto di finire, e che sapersi approcciare al mistero del mondo senza la presunzione di poterne svelare ogni zona oscura (o con la consapevolezza che ogni mistero svelato porterà alla luce nuovi misteri, più oscuri e affascinanti, in un percorso che non ha mai fine) è un’abilità necessaria per poter vivere nei nostri “tempi confusi, torbidi e inquieti”, come li chiama Donna Haraway. Quindi Leggere la terra e il cielo è anche un libro che contiene un messaggio di speranza verso il futuro: l’idea che domani potremo guardare il mondo che ci circonda e venire rapiti dalla sua bellezza, oltre che annientati dal suo intrinseco orrore.

Leggendolo pensavo anche al futuro del romanzo, un tema di cui Francesco si è occupato recentemente nell’ambito di un bel dibattito organizzato dal Tascabile. Difficile non pensare che il sublime scientifico sia una delle tante possibili maniere in cui evapora il romanzo contemporaneo (insieme all’autofiction o alla letteratura scritta dai computer per i computer, ad esempio) e difficile non vedere come, in fondo, romanzo, scienza, poesia e racconto autobiografico siano forme soltanto marginalmente differenti della grande storia che ci raccontiamo ogni giorno per continuare a vivere e, più ancora, di quella che ci raccontiamo collettivamente per continuare a esistere come civiltà e come specie. Man mano che ci addentriamo tra le vette e gli abissi del nuovo mondo abbiamo sempre più bisogno di occhi capaci di leggere, appunto, la storia del futuro.

(Nell’immagine: Caspar David Friedrich, Tramonto (fratelli), 1830-35)

Il senso della fine

Sono dovuto arrivare a trentuno anni prima di leggere Frank Kermode e questo dovrebbe bastare a decretare il fallimento dell’università italiana, ma siccome per fortuna l’università è una e il mondo è molteplice, e la prima è limitata mentre il secondo non lo è, e la prima è un modello davvero astratto e parziale del secondo, per tutte queste ragioni la curiosità intellettuale mi ha portato laddove non hanno potuto i piani di studio del Ministero e le mode culturali in voga tra gli accademici: cioè a leggere Il senso della fine, il seminale lavoro di Frank Kermode pubblicato per la prima volta nel 1967 e che, come proverò a dimostrare nel corso di questo articolo, dice qualcosa di fondamentale sulle narrazioni contemporanee.

Kermode basic
Quella descritta sopra è una delle tante maniere possibili per raccontare la mia scoperta di Kermode. È una maniera narrativa: prevede un inizio (la mia ignoranza di ventenne che si attiene ai testi suggeriti nella Guida Dello Studente) e una fine (la lettura dei saggi di Kermode e la conclusione che essi siano in qualche modo importanti nella definizione della fiction contemporanea). È una versione che conferisce senso alla mia scoperta, delinea una progressione, inserisce la lettura del libro e la scrittura di questo articolo e persino voi che lo state leggendo in un orizzonte temporale dotato di significato. Ovviamente però non è l’unica, come potrebbe confermarvi qualsiasi entità non-umana se solo potesse parlare – diciamo la lampada che sta sulla vostra scrivania. Molto probabilmente dal punto di vista della lampada le cose sono andate come segue: in un punto indefinito del tempo (chiamiamolo X) io ho aperto un libro, l’ho osservato intensamente per una certa durata (chiamiamola Y) e l’ho posato. Inquietante, soprattutto se pensate che la lampada ha lo stesso sguardo sulla vostra vita: in un momento X siete nati, in un momento Y morirete.

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