Scrivere un altro mondo

Da qualche mese seguo con attenzione il lavoro di Matteo Meschiari, soprattuto quello relativo alla scrittura, così ho proposto a Doppiozero di recensire il suo Antropocene fantastico, da poco pubblicato. Lo stavo facendo quando tra le mani mi sono passati altri due libri, Divenire invertebrato (curato da Enrico Monacelli e Massimo Filippi) e, brevemente prima che fosse tempo di consegnare la recensione, TINA – Storie della grande estinzione (curato da Meschiari e Antonio Vena). Così la mia recensione è diventata un essere mutante, che evolveva man mano che leggevo questi libri, e si è trasformata in un breve saggio sullo “scrivere un altro mondo” che mescola un po’ tutto, libri, idee e generi. Si tratta di un pezzo un po’ delirante, come mi ha detto il povero redattore di Doppiozero che mi ha in carico, l’ho anche scritto con qualche linea di febbre, forse per il Covid o forse no, non si sa perché in questo paese non fanno i tamponi e comunque potrebbe essere anche autofiction. Rimane che ho cercato di parlare di tre libri importanti, ciascuno a modo suo, e spero che questo articolo sia anche l’occasione per parlare di tre piccole case editrici, Aguaplano Libri, Ombre Corte e Armillaria, che stanno facendo un ottimo lavoro per cercare di definire la letteratura di domani.

CdQ: Essere senza casa vince la sezione saggistica

Sono immensamente felice che Essere senza casa abbia vinto la sezione saggistica delle Classifiche di Qualità dell’Indiscreto per il periodo febbraio-ottobre, superando di poco addirittura un mostro sacro come Carlo Rovelli. Quello delle CdQ è un progetto interessantissimo e visionario (quattro volte l’anno 600 grandi lettori votano i migliori libri di autori italiani in quattro macro-categorie, narrativa, saggistica, poesia e fumetto). Un grosso grazie a tutti i giurati e tutte le giurate che l’hanno votato.

Venendo invece ai libri che ho votato io: innanzitutto felicissimo per Valentina Maini (La mischia, Bollati Boringhieri) che ha strameritatamente vinto la sezione narrativa. L’ho già detto, lo ripeto volentieri: Valentina ha scritto un esordio come se ne vedono ogni dieci anni, un libro multiforme, psichedelico, punk, un’opera di ventriloquismo letterario impressionante e soprattutto un libro mosso dalla forza di un desiderio dirompente. Non mi capita quasi mai di rimanere attaccato a un romanzo dalla prima pagina all’ultima senza un solo calo di tensione, insomma in Italia è arrivata una scrittrice meravigliosa, leggete tutti La mischia.

Per la narrativa ho votato anche Elena Giorgiana Mirabelli (Configurazione Tundra, Tunuè) e Demetrio Paolin (Anatomia di un profeta, Voland), autori di due libri impegnativi e raffinatissimi, ognuno a modo suo. Elena ha scritto una distopia/utopia che ho letto come si ascolta un disco di conceptronica degli anni Settanta, sempre disorientati, sempre incerti di dove ci si trova nello spazio straniante in cui si è stati lasciati, un libro su una delle tensioni per me più importanti, quella tra forma e sensualità. Paolin invece ha scritto un libro inevitabilmente doloroso che mescola la storia del suicidio di un bambino con una riflessione sulla vita del profeta Geremia. L’ho votato per due ragioni: la prima è la forma, quasi unica in Italia (come ha scritto Dario De Marco, il libro è forse un esempio più unico che raro di theory-fiction all’italiana) e il secondo è la lingua, perché Paolin fa parte di quella categoria rara di scrittori la cui parola imbevuta di spiritualità (altri nomi: Marlynne Robinson, Chandra Livia Candiani) è una parola in qualche maniera curativa.

Nella saggistica i miei voti sono andati a Valentina Tanni (Memestetica, Nero), che ha scritto il libro che mancava per collegare la storia dell’arte come la si studia a scuola e la si vede nei musei al mondo di internet: non solo è un libro pieno di curiosità interessanti e documentatissimo, ma anche uno di quei testi che ti fanno vedere collegamenti dove prima non li vedevi, quindi che ti aprono mondi. Il secondo voto l’ha preso Bifo Berardi (Fenomenologia della fine, Nero) perché ha scritto la cronaca del Covid che solo lui poteva scrivere, un libro che ibrida i generi, apre moltissimi spunti di riflessione e interroga sulle trasformazioni profonde portate dalla pandemia.

Terzo voto alla Trilogia della catastrofe di Emmanuela Carbé, Jacopo La Forgia e Francesco D’Isa (Effequ), che è un testo mutiforme, in parte narrativa, in parte reportage e in parte saggistica. Il saggio di Francesco nello specifico tocca un aspetto che mi pare assolutamente fondamentale del presente, quello del nostro rapporto con la morte, un tema di cui si parla forse non per caso pochissimo, in realtà non solo in Italia, e mi ha fatto riflettere moltissimo da quando l’ho letto mesi fa.

Un’intervista e una recensione: Carlo Mazza Galanti e “Bifo” Berardi

Nel weekend sono usciti due miei articoli su libri recentemente pubblicati in Italia. Il primo è un’intervista che ho fatto per Esquire a Carlo Mazza Galanti, autore di Cosa pensavi di fare?, un librogame per precari intellettuali che tocca temi come la letteratura ipertestuale, le autobiografie potenziali e nientemeno che il destino. Il secondo è una recensione a Fenomenologia della fine di “Bifo” Berardi che parte discutendo il ruolo della theory-fiction nel nuovo panorama post-pandemico e finisce per ipotizzare che il mondo realizzato dal virus sia in fondo quello che Bifo ci raccona dagli anni Settanta. Qui sotto le copertine dei due libri.

(Aggiornamento del 18/09: qui potete sentire Edoardo Camurri che legge estratti dalla recensione a Fenomenologia della fine a Pagina 3)

Oltre l’orrore del Reale

Oggi la filosofia pessimista non solo è quella meglio in grado di descrivere il mondo, ma da un decennio almeno è anche una fucina creativa di idee, ipoetsi e immaginari. Eppure il pessimismo ha la tendenza a finire in un vicolo cieco. Come mai? Perché è a disagio nei confronti della propria origine.

Ne parlo sull’Indiscreto, spaziando tra pillola nera, pessimismo filosofico, Thomas Ligotti, Illuminismo vs. nichilismo e dark Buddhism.

Paolo Leonardo, Senza titolo (2002)

Un’educazione letteraria

Minimum fax mi ha chiesto di raccontare la mia educazione letteraria in tre libri: ne ho citati almeno quaranta raccontando di uno sgabuzzino in cui leggevo da ragazzo, di un coltellino dal nome letterario e della volta che ebbi la buona idea di andare a studiare estetica in montagna portandomi solo un disco degli Einsturzende e un libro di Thomas Bernhard come svago. Trovate l’articolo qui.

(Nella foto: Thomas Bernhard in montagna)

Messaggi dagli inferi

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Sono contento di essere tornato su Not dopo quasi due anni con un saggio in cui parlo della sindrome della pagina bianca che ha colpito molti scrittori – compreso il sottoscritto – durante la pandemia partendo da Shining e mettendola in relazione con il mondo infero di Hillman (e in particolare con il mito di Orfeo). Si parla di sogni, morte, Jean Cocteau, virus, possessione e macchine ricetrasmittenti. Nell’immagine: Testa di Orfeo di Jean Delville.

(EDIT: mi è stato fatto notare dopo la pubblicazione che anche nel romanzo di King Jack Torrance si chiama Jack – cioè che si chiama John ma è soprannominato Jack, un particolare che non ricordavo.)

 

Scrittura non creativa / sul futuro del romanzo pt. 2

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In questi giorni mi sono sentito un po’ come Pierre Menard, l’autore del Chisciotte, per aver passato mesi a prendere appunti su un discorso già messo su carta da Kenneth Goldsmith nel suo libro Scrittura non creativa, in Italia con Not (grazie a Flavio Pintarelli per avermi convinto a spingere il libro in alto nella mia scala di priorità e prenderlo in mano dal comodino dove si trovava da tempo).

Goldsmith dice una cosa che mi pare ovvia e su cui negli anni ho riflettuto in articoli, chiacchierate via mail e post del blog: mentre il digitale ha avuto un impatto enorme su tutte le forme d’arte, ha lasciato la scrittura (e specialmente la narrativa) quasi del tutto intoccata. Di recente facevo questo esempio: uno scrittore dell’Ottocento leggeva romanzi, aveva il tempo e viveva in un luogo adatto alla lettura di romanzi (i.e. una casa, non solo fisica ma anche psicologica) e di conseguenza, ovviamente, scriveva romanzi, mentre uno scrittore del 2020 legge diverse decine di romanzi l’anno, feed di Twitter senza sosta, 20 o 30 articoli al giorno, vede serie TV e fil e ascolta podcast, ma stranamente gli viene ugualmente chiesto di scrivere un romanzo, cosa che riesce sempre di meno a fare finendo per produrre forme ibride (di solito l’ennesimo memoir in cui il caos del mondo si condensa intorno alla relativa stabilità dell’esperienza personale).

La seconda cosa che dice Goldsmith la penso da quando all’università facevo i corsi su Kafka nella lettura di Deleuze e Guattari e l’ho ripensata quando per la tesi studiavo la scrittura combinatoria dell’Oulipo e la narrativa ipertestuale, quando mi appassionavo di Burroughs, esploravo i confini di quella che ho chiamato “hyperfiction” e, all’inizio degli anni Dieci, leggevo Fame di realtà di David Shields, un altro libro che come quello di Goldsmith avrebbe dovuto farci parlare per anni e invece è diventato un fenomeno di culto per qualche tempo per poi finire un po’ nel dimenticatoio: che la scrittura è, in quanto tecnologia (pensiamo ad esempio a Ong), una macchina il cui funzionamento trascende ampiamente quello dell’io individuale. Da un lato pesca nell’inconscio (mi viene sempre in mente l’esempio di Coleridge che scrisse Kubla Khan dopo un sogno oppiaceo come se gli fosse stato “dettato” parola per parola da un’entità esterna), dall’altro, proprio perché il suo regno esiste in un mondo che travalica l’individualità, i suoi meccanismi misteriosi possono essere messi in moto da un insieme di tecniche come appunto il collage di Burroughs, la combinatoria di Queneau o l’iChing di PKD. Goldsmith non parla dell’inconscio, ma si dedica alla macchina, che ne è in qualche modo la faccia manifesta o il dispositivo che ne attiva le possibilità.

Anche la terza cosa che dice Goldsmith mi ossessiona da anni ed è la presa di coscienza che, a differenza ad esempio che nel mondo dell’arte o della musica in cui l’avanguardia è il mainstream, in letteratura i due mondi restano completamente separati: da un lato abbiamo quelli che, come Goldsmith stesso, riscrivono una copia del New York Times parola per parola e dall’altro abbiamo il romanzo tradizionale, naturalmente con diversi gradi di sperimentalismo (dal prodotto uscito dalla scuola di scrittura alla weird fiction) ma pur sempre centrato sui soliti, vecchi elementi della narrativa: personaggi, plot, setting, mostrare-non-raccontare (la massima che odio più di tutte) eccetera. Nel corso di molti anni ho letto un solo libro che utilizzando le tecniche di cui parla Goldsmith (appropriazione, plagio, copia-incolla, insomma le tecniche tipiche dell’arte e del sampling musicale) si presenta come un romanzo tradizionale: C di Tom McCarthy, che è un immenso collage di storie altrui (L’uomo dei lupi di Freud, Il libro dei bambini di Byatt, i resoconti dei piloti della prima guerra mondiale eccetera). Non è un caso che McCarthy venisse dal mondo dell’arte, mi pare.

Il romanzo mi sembra una forma sempre meno al passo con i tempi, da un lato, ma dall’altro se continua a funzionare c’è un motivo, ed è principalmente, credo, il fatto che i nostri cervelli funzionano grazie alle narrazioni, e le narrazioni hanno regole che possono essere disattese fino a un certo punto prima che la cosa che si sta scrivendo smetta di essere narrativa e diventi, appunto, avanguardia. (Anche se questi limiti sono flessibili, pensaimo a una narrazione come Twin Peaks.) Questa ad esempio è la ragione per cui la narrativa ipertestuale è naufragata negli anni Ottanta e Novanta, come ha dimostrato recentemente Black Mirror: Bandersnatch. Eppure resto convinto che ci debbano essere delle maniere in cui il romanzo può evolvere senza diventare qualcosa di completamente diverso da sé stesso, nel modo ad esempio in cui la musica è evoluta dalle ballate medievali alla techno senza smettere di essere ritmo, armonia e melodia, e penso che quella identificata da Goldsmith/Shields/McCarthy sia una possibile via d’uscita da questa crisi che non si vede ma c’è, come scriveva già dieci anni fa Zadie Smith in quel famoso articolo su Deja Vu.

Ad esempio una cosa che mi piacerebbe vedere è un reference database, fatto sulla maniera di Wikipedia, di scene e situazioni letterarie, nel quale è possibile cercare per parole chiave che ti restituiscano esempi di una specifica situazione, così che se stai scrivendo la scena di una camminata sulla Neva, ad esempio, puoi prendere in blocco quelle scritte da Dostoevsji nelle Notti bianche e adattarla ai tuoi fini, invece che riscriverla da capo: penso che se facessimo questo, se scrivessimo letteratura come si compongono tracce di musica elettronica, ci divertiremmo molto di più, per dirne una, e riusciremmo probabilmente a inserire in maniera molto più efficace nella narrativa (o nella saggistica, per quel che vale, e in tutti i casi ibridi che stanno tra l’una e l’altra) quelle forme di scrittura che si perdono nel nulla, i diari e i resconti dei sogni, le chat su Messenger e i diari personali e via dicendo.

Ma le strade per trasformare la letteratura in una maniera che utilizzi appieno le opportunità che ci offre il presente, invece che vederle come ostacoli (il fatto, ad esempio, che ci sia troppa roba là fuori, e che i romanzi siano spazi così piccoli e ci voglia così tanto tempo a scriverne uno), sono moltissime, dalla scrittura collettiva agli scenari più futuristici in cui il lavoro di scrittura, almeno quello iniziale, potrebbe essere fatto da intelligenze artificiali e lo scrittore potrebbe reagire agli input dati dalle macchine trasformando lo scrivere in una forma di dialettica. Anche in questo caso il processo mi sembrarebbe molo più divertente e sicuramente non meno creativo (certamente non meno creativo di un “autore” che scrive le “proprie” idee secondo i dettami delle scuole di scrittura).

(Nella foto un quadro di Burroughs)

Intervista a Francesco Guglieri

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Per Esquire ho fatto due chiacchiere con Francesco Guglieri riguardo al suo libro Leggere la terra e il cielo, recentemente pubblicato da Laterza: abbiamo parlato di sublime scientifico, scienza come storytelling, re-incanto del mondo, alberi deformi, pandemie, Philip Dick, persone che non esistono.

Domani alle 16 ora italiana Francesco e io riprenderemo la chiacchierata su Decameron in diretta su Facebook.