Messaggi dagli inferi

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Sono contento di essere tornato su Not dopo quasi due anni con un saggio in cui parlo della sindrome della pagina bianca che ha colpito molti scrittori – compreso il sottoscritto – durante la pandemia partendo da Shining e mettendola in relazione con il mondo infero di Hillman (e in particolare con il mito di Orfeo). Si parla di sogni, morte, Jean Cocteau, virus, possessione e macchine ricetrasmittenti. Nell’immagine: Testa di Orfeo di Jean Delville.

(EDIT: mi è stato fatto notare dopo la pubblicazione che anche nel romanzo di King Jack Torrance si chiama Jack – cioè che si chiama John ma è soprannominato Jack, un particolare che non ricordavo.)

 

Scrittura non creativa / sul futuro del romanzo pt. 2

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In questi giorni mi sono sentito un po’ come Pierre Menard, l’autore del Chisciotte, per aver passato mesi a prendere appunti su un discorso già messo su carta da Kenneth Goldsmith nel suo libro Scrittura non creativa, in Italia con Not (grazie a Flavio Pintarelli per avermi convinto a spingere il libro in alto nella mia scala di priorità e prenderlo in mano dal comodino dove si trovava da tempo).

Goldsmith dice una cosa che mi pare ovvia e su cui negli anni ho riflettuto in articoli, chiacchierate via mail e post del blog: mentre il digitale ha avuto un impatto enorme su tutte le forme d’arte, ha lasciato la scrittura (e specialmente la narrativa) quasi del tutto intoccata. Di recente facevo questo esempio: uno scrittore dell’Ottocento leggeva romanzi, aveva il tempo e viveva in un luogo adatto alla lettura di romanzi (i.e. una casa, non solo fisica ma anche psicologica) e di conseguenza, ovviamente, scriveva romanzi, mentre uno scrittore del 2020 legge diverse decine di romanzi l’anno, feed di Twitter senza sosta, 20 o 30 articoli al giorno, vede serie TV e fil e ascolta podcast, ma stranamente gli viene ugualmente chiesto di scrivere un romanzo, cosa che riesce sempre di meno a fare finendo per produrre forme ibride (di solito l’ennesimo memoir in cui il caos del mondo si condensa intorno alla relativa stabilità dell’esperienza personale).

La seconda cosa che dice Goldsmith la penso da quando all’università facevo i corsi su Kafka nella lettura di Deleuze e Guattari e l’ho ripensata quando per la tesi studiavo la scrittura combinatoria dell’Oulipo e la narrativa ipertestuale, quando mi appassionavo di Burroughs, esploravo i confini di quella che ho chiamato “hyperfiction” e, all’inizio degli anni Dieci, leggevo Fame di realtà di David Shields, un altro libro che come quello di Goldsmith avrebbe dovuto farci parlare per anni e invece è diventato un fenomeno di culto per qualche tempo per poi finire un po’ nel dimenticatoio: che la scrittura è, in quanto tecnologia (pensiamo ad esempio a Ong), una macchina il cui funzionamento trascende ampiamente quello dell’io individuale. Da un lato pesca nell’inconscio (mi viene sempre in mente l’esempio di Coleridge che scrisse Kubla Khan dopo un sogno oppiaceo come se gli fosse stato “dettato” parola per parola da un’entità esterna), dall’altro, proprio perché il suo regno esiste in un mondo che travalica l’individualità, i suoi meccanismi misteriosi possono essere messi in moto da un insieme di tecniche come appunto il collage di Burroughs, la combinatoria di Queneau o l’iChing di PKD. Goldsmith non parla dell’inconscio, ma si dedica alla macchina, che ne è in qualche modo la faccia manifesta o il dispositivo che ne attiva le possibilità.

Anche la terza cosa che dice Goldsmith mi ossessiona da anni ed è la presa di coscienza che, a differenza ad esempio che nel mondo dell’arte o della musica in cui l’avanguardia è il mainstream, in letteratura i due mondi restano completamente separati: da un lato abbiamo quelli che, come Goldsmith stesso, riscrivono una copia del New York Times parola per parola e dall’altro abbiamo il romanzo tradizionale, naturalmente con diversi gradi di sperimentalismo (dal prodotto uscito dalla scuola di scrittura alla weird fiction) ma pur sempre centrato sui soliti, vecchi elementi della narrativa: personaggi, plot, setting, mostrare-non-raccontare (la massima che odio più di tutte) eccetera. Nel corso di molti anni ho letto un solo libro che utilizzando le tecniche di cui parla Goldsmith (appropriazione, plagio, copia-incolla, insomma le tecniche tipiche dell’arte e del sampling musicale) si presenta come un romanzo tradizionale: C di Tom McCarthy, che è un immenso collage di storie altrui (L’uomo dei lupi di Freud, Il libro dei bambini di Byatt, i resoconti dei piloti della prima guerra mondiale eccetera). Non è un caso che McCarthy venisse dal mondo dell’arte, mi pare.

Il romanzo mi sembra una forma sempre meno al passo con i tempi, da un lato, ma dall’altro se continua a funzionare c’è un motivo, ed è principalmente, credo, il fatto che i nostri cervelli funzionano grazie alle narrazioni, e le narrazioni hanno regole che possono essere disattese fino a un certo punto prima che la cosa che si sta scrivendo smetta di essere narrativa e diventi, appunto, avanguardia. (Anche se questi limiti sono flessibili, pensaimo a una narrazione come Twin Peaks.) Questa ad esempio è la ragione per cui la narrativa ipertestuale è naufragata negli anni Ottanta e Novanta, come ha dimostrato recentemente Black Mirror: Bandersnatch. Eppure resto convinto che ci debbano essere delle maniere in cui il romanzo può evolvere senza diventare qualcosa di completamente diverso da sé stesso, nel modo ad esempio in cui la musica è evoluta dalle ballate medievali alla techno senza smettere di essere ritmo, armonia e melodia, e penso che quella identificata da Goldsmith/Shields/McCarthy sia una possibile via d’uscita da questa crisi che non si vede ma c’è, come scriveva già dieci anni fa Zadie Smith in quel famoso articolo su Deja Vu.

Ad esempio una cosa che mi piacerebbe vedere è un reference database, fatto sulla maniera di Wikipedia, di scene e situazioni letterarie, nel quale è possibile cercare per parole chiave che ti restituiscano esempi di una specifica situazione, così che se stai scrivendo la scena di una camminata sulla Neva, ad esempio, puoi prendere in blocco quelle scritte da Dostoevsji nelle Notti bianche e adattarla ai tuoi fini, invece che riscriverla da capo: penso che se facessimo questo, se scrivessimo letteratura come si compongono tracce di musica elettronica, ci divertiremmo molto di più, per dirne una, e riusciremmo probabilmente a inserire in maniera molto più efficace nella narrativa (o nella saggistica, per quel che vale, e in tutti i casi ibridi che stanno tra l’una e l’altra) quelle forme di scrittura che si perdono nel nulla, i diari e i resconti dei sogni, le chat su Messenger e i diari personali e via dicendo.

Ma le strade per trasformare la letteratura in una maniera che utilizzi appieno le opportunità che ci offre il presente, invece che vederle come ostacoli (il fatto, ad esempio, che ci sia troppa roba là fuori, e che i romanzi siano spazi così piccoli e ci voglia così tanto tempo a scriverne uno), sono moltissime, dalla scrittura collettiva agli scenari più futuristici in cui il lavoro di scrittura, almeno quello iniziale, potrebbe essere fatto da intelligenze artificiali e lo scrittore potrebbe reagire agli input dati dalle macchine trasformando lo scrivere in una forma di dialettica. Anche in questo caso il processo mi sembrarebbe molo più divertente e sicuramente non meno creativo (certamente non meno creativo di un “autore” che scrive le “proprie” idee secondo i dettami delle scuole di scrittura).

(Nella foto un quadro di Burroughs)

Intervista a Francesco Guglieri

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Per Esquire ho fatto due chiacchiere con Francesco Guglieri riguardo al suo libro Leggere la terra e il cielo, recentemente pubblicato da Laterza: abbiamo parlato di sublime scientifico, scienza come storytelling, re-incanto del mondo, alberi deformi, pandemie, Philip Dick, persone che non esistono.

Domani alle 16 ora italiana Francesco e io riprenderemo la chiacchierata su Decameron in diretta su Facebook.

Su “Leggere la terra e il cielo” di Francesco Guglieri

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Consiglio la lettura di Leggere la terra e il cielo non solo perché è uno di quei libri da cui impari tantissime cose e che leggi come un romanzo, o perché continua una tradizione tutta torinese di connubio tra letteratura e scienza, ma soprattutto perché riesce nell’impresa non semplice di fare critica letteraria in maniera creativa e attuale. In un unico libro trovate non soltanto un catalogo di altri libri e il resoconto di una passione, quindi un testo di divulgazione scientifica, seppure sui generis, e un memoir intellettuale, ma anche la teoria di un genere letterario, quello del sublime scientifico, che senza venir mai veramente riconosciuto come tale da qulche anno compone una parte considerevole delle nostre biblioteche e scala le classifiche di vendita. Su questo punto mi dilungo brevemente perché credo valga la pena fare un rapido discorso.

Dare i nomi alle cose è fondamentale in quanto ci permette di pensarle. Oggi la divulgazione scientifica è una forma del discorso a cui non possiamo sottrarci, visto che oggetti ipercomplessi condizionano e condizioneranno sempre più spesso la nostra vita (pensate al riscaldamento globale o, ahimè, alle pandemie). Personalmente me ne servo, come tutti, o forse dovrei dire che mi ci sottometto, come tutti, ma sempre in maniera un po’ recalcitrante, perché in un mondo che ha fatto della scienza una religione c’è sempre l’impressione che noi umanisti dagli scienziati possiamo solo imparare senza dare niente in cambio.

L’idea del sublime scientifico come categoria letteraria ribalta questo presupposto, portandoci a vedere ciò che dovrebbe essere chiaro: che scienza e arte, dati e storytelling, tecnica e magia sono diverse forme di un unico continuum invece che branche del sapere rigidamente contrapposte. In qualche modo si tratta solo di tornare da dove siamo venuti: anche qui in Occidente fino al Rinascimento il filosofo e lo scienziato erano una stessa persona la cui indagine muoveva dal fascino suscitato dal mistero del mondo. Con la rivoluzione scientifica non solo le scienze naturali si sono separate dal pensiero umanistico, ma in entrambi i rami si è imposta l’idea che scopo dell’indagine fosse quello di svelare il mistero, mostrare che sotto lo stupore si trovano solo materia e leggi immutabili.

Oggi possiamo dire, credo con un certo sollievo, che quell’idea è finita, o in procinto di finire, e che sapersi approcciare al mistero del mondo senza la presunzione di poterne svelare ogni zona oscura (o con la consapevolezza che ogni mistero svelato porterà alla luce nuovi misteri, più oscuri e affascinanti, in un percorso che non ha mai fine) è un’abilità necessaria per poter vivere nei nostri “tempi confusi, torbidi e inquieti”, come li chiama Donna Haraway. Quindi Leggere la terra e il cielo è anche un libro che contiene un messaggio di speranza verso il futuro: l’idea che domani potremo guardare il mondo che ci circonda e venire rapiti dalla sua bellezza, oltre che annientati dal suo intrinseco orrore.

Leggendolo pensavo anche al futuro del romanzo, un tema di cui Francesco si è occupato recentemente nell’ambito di un bel dibattito organizzato dal Tascabile. Difficile non pensare che il sublime scientifico sia una delle tante possibili maniere in cui evapora il romanzo contemporaneo (insieme all’autofiction o alla letteratura scritta dai computer per i computer, ad esempio) e difficile non vedere come, in fondo, romanzo, scienza, poesia e racconto autobiografico siano forme soltanto marginalmente differenti della grande storia che ci raccontiamo ogni giorno per continuare a vivere e, più ancora, di quella che ci raccontiamo collettivamente per continuare a esistere come civiltà e come specie. Man mano che ci addentriamo tra le vette e gli abissi del nuovo mondo abbiamo sempre più bisogno di occhi capaci di leggere, appunto, la storia del futuro.

(Nell’immagine: Caspar David Friedrich, Tramonto (fratelli), 1830-35)

La strada perduta per lo spazio interiore

Riferendosi alla New Wave della fantascienza di cui sarebbe diventato uno dei principali esponenti, nel 1962 J.G. Ballard scrisse che “è lo spazio interiore, e non quello esteriore, che deve essere esplorato”. Quasi sessant’anni dopo, però, la nostra cultura estroversa sembra aver invertito la tendenza, proiettando all’esterno le apocalissi interiori.

Comincio la collaborazione con L’Indiscreto con un articolo che, partendo da Ballardismo applicato di Simon Sellars, racconta il Ballard surrealista degli anni 60 e si chiede che fine abbia fatto l’inner space in un mondo in cui il concetto di inconscio viene visto con sospetto o esternalizzato e allontanato da sé.

È un articolo a cui tengo, perché tocca tanti temi a cui sono affezionato (Ballard, il surrealismo, Breve storia dell’inconscio di Frank Tallis, la weird fiction) e anche perché è illustrato con i bellissimi dipinti di Delvaux, talvolta fotomontati per includere lo stesso Ballard, come quello qui sopra.

 

L’anacronismo del romanzo

Nonostante viviamo in un mondo grafomane, in cui tutti scriviamo di tutto (post, whatsapp, chat, email, tweet, report, diari), le forme tradizionali dell’editoria sono rimaste pressoché immutate da secoli: continuiamo a scrivere, vendere e leggere sostanzialmente romanzi, racconti e saggi. La scrittura talvolta ottima che produciamo in contesti non letterari non solo in grandissima parte non trova spazio nei libri pubblicati (non a causa degli editori ma perché si sottrae alla categorizzazioni e mal si adatta alle regole rigide delle forme editoriali) ma sembra non modificare nemmeno più di tanto i generi nel loro sviluppo storico: il romanzo al tempo di internet non è poi tanto diverso dal romanzo al tempo della televisone o della radio, e questo nonostante le nostre abitudini di lettura e scrittura siano cambiate moltissimo. Recentemente l’innovazione più importante è stata quella dell’autoficition, ed è un’innovazione a mio avviso molto parziale, perché è discutibile quanto l’autofiction sia un adeguamento del saggio (o del romanzo) al mondo di internet e quanto sia invece un ritorno a un’origine in cui fiction e non-fiction non erano nettamente divise (probabilmente, ipotizzo, è in parte entrambe le cose). Le forme tradizionali continuano a funzionare perché affondano le radici nella maniera con cui la mente costruisce il senso, e questo non cambierà finché l’evoluzione biologica o artificiale ci trasformerà in qualcosa di diverso da quello che siamo, ma provo disagio di fronte alla loro incapacità di rendere conto dell’esperienza che faccio del mondo (che è molto più frammentata) e di includere pratiche di assorbimento e produzione della conoscenza che sono decisamente meno lineari di ciò che quelle forme richiedono.

Per fare un esempio concreto uno scrittore dell’Ottocento passava la gioranta seduto nel grande studio della sua casa di campagna, senza preoccupazioni economiche, leggeva i pochi romanzi degni di nota pubblicati ogni anno, li dibatteva con un circolo di amici che vedeva in faccia, aveva il tempo di rifletterci e scriveva a sua volta un romanzo – un percorso tutto sommato lineare. Uno scrittore del 2020 legge frammenti più o meno lunghi di diverse decine di libri l’anno, assorbe conoscenza attraverso serie TV, podcast e le centinaia di articoli che ogni giorno arrivano nel suo feed reader, dibatte di ciò che legge attraverso molti mezzi di comunicazione diversi, prende appunti mentre è al lavoro o durante gli spostamenti in metropolitana ma poi, in maniera piuttosto incongruente, gli viene richiesto comunque di pubblicare il risultato di questa esperienza sotto forma di romanzo – cioé di produrre scrittura per un contenitore che non riflette se non in minima parte la sua esperienza del mondo o il suo panorama mentale. Non è piuttosto anacronistico? E non è forse anche per questo che oggi la comunità letteraria è meno rappresentativa della società in generale di quanto lo fosse un tempo, visto che nonostante il mondo sia cambiato agli scrittori viene ancora richiesto di veicolare le proprie idee attraverso canali antichi di secoli?

(Nell’immagine: Charles Dickens nel suo studio)

Classifiche di fine anno (e decennio)

Ho partecipato alla grande lista di Esquire sui migliori libri dell’anno e del decennio. I miei voti sono andati ai seguenti titoli (trovate le liste completi cliccando sui link):

Altri libri che in un mondo perfetto dove le liste sono infinite avrebbero meritato una menzione sono: C di Tom McCarthy, L’uomo senza inconscio di Massimo Recalcati, Eros in agonia e La società della stanchezza di Byun-Chul Han, Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan, Aurora di Kim Stanley Robinson e Il problema dei tre corpi di Cixin Liu.