Oltre l’orrore del Reale

Oggi la filosofia pessimista non solo è quella meglio in grado di descrivere il mondo, ma da un decennio almeno è anche una fucina creativa di idee, ipoetsi e immaginari. Eppure il pessimismo ha la tendenza a finire in un vicolo cieco. Come mai? Perché è a disagio nei confronti della propria origine.

Ne parlo sull’Indiscreto, spaziando tra pillola nera, pessimismo filosofico, Thomas Ligotti, Illuminismo vs. nichilismo e dark Buddhism.

Paolo Leonardo, Senza titolo (2002)

Gnosticismo e teorie del complotto

Ringrazio L’Indiscreto che mi ha permesso di parlare di uno dei miei temi preferiti, lo gnosticismo, impresa a cui mi sono dedicato con la capacità di sintesi che mi è consueta scrivendo 30.000 battute su demiurgi, autofecondazioni, hackeraggio psichico, satelliti divini, l’immancabile pillola rossa e l’altrettanto immancabile apocalisse. Trovate l’articolo qui.

Il buddha del tardocapitalismo

Recentemente Adelphi ha ritraddoto L’insegnamento del Buddha di Walpola Rahula, che considero forse la migliore introduzione al pensiero buddhista per neofiti, scritto originariamente nel 1958 dal primo monaco titolare di una cattedra in Occidente.

Esce oggi per il Tascabile un mio articolo che, partendo proprio da Rahula e tirando in ballo Timothy Morton, Roy Scranton, Thomas Ligotti e Carlo Rovelli, prova a spiegare come il pensiero buddhista sia oggi più utile che mai per comprendere le sfide poste dal presente, dal global warming alle conseguenze delle scoperte della fisica e delle neuroscienze.

Anche Siddhartha, come noi, ha dovuto vedersela con tempi cupi, e ci ha insegnato che il mondo è sempre già finito e che la salvezza è sempre già presente negli occhi di chi lo guarda. Potete leggere l’articolo qui.

The Weird and the Eerie di Mark Fisher

Ho avuto il piacere e l’onore di scrivere la postfazione per l’ultimo libro di Mark Fisher, pubblicato recentemente da minimum fax. The Weird and the Eerie è stato il libro con cui sono entrato in contatto con Fisher, indubbiamente uno dei critici culturali più importanti del presente, ed è forse quello che mi ha lasciato di più: un lavoro fondamentale, credo, che inizia un discorso ancora tutto da esplorare sulla speculative fiction in questi nostri tempi strani. La traduzione, eccellente per un libro difficilissimo da tradurre, è di Vincenzo Perna.

Potete acquistare il libro sul sito di minimum fax.

Iperoggetti di Timothy Morton

Negli ultimi dieci anni Timothy Morton si è guadagnato la fama di filosofo tra i più importanti della sua generazione, riuscendo nell’impresa non semplice di ottenere elogi in accademia e – come haraccontato il “Guardian” in un lungo profilo del 2017 – successo nella cultura pop. Laureato a Oxford, Morton ha dedicato la prima parte della propria carriera accademica alla letteratura romantica inglese e agli studi sull’alimentazione, a prova dell’approccio intellettuale eclettico già all’epoca. Alla metà degli anni Duemila il suo interesse per la filosofia continentale l’ha portato ad avvicinarsi al movimento della Object-Oriented Ontology, corrente iniziata dal filosofo heideggeriano Graham Harmane sulla quale torneremo a breve.

Il 2007, probabilmente l’anno di svolta per il discorso sul riscaldamento globale (con l’uscita a settembre dell’anno prima del documentario Una scomoda verità di Al Gore, il successo di un libro come Il mondo senza di noi di Alan Weisman e il convegno sul Realismo Speculativo, a cui la OOO è legata a doppio filo), è anche quello della svolta per la carriera di Morton, che pubblica per Harvard University Press Ecology without Nature. La tesi alla base del libro è provocatoria: per avere ancora senso nell’epoca del global warming, l’ecologismo deve rinunciare al peso metafisico del concetto di Natura. Questo approccio antintuitivo è tipico del pensiero dei Realisti Speculativi, un gruppo sul quale per capire il pensiero di Morton è necessario spendere qualche riga.

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Nell’immagine: Judy Natal – Future Perfect 2040 RV and Steam Portrait Woman and Child

Lynch vs. Ligotti: al di là del bene e del male

Un aspetto accomuna due grandi artisti del genere weird come Thomas Ligotti e David Lynch: l’idea che la vita umana è in qualche modo irreale e il libero arbitrio è un’illusione. Si potrebbe senza dubbio dire che proprio questa caratteristica è uno degli aspetti che rendono il loro lavoro disturbante. Nel suo ultimo libro, Mark Fisher sostiene che il sentimento dell’eerie (in italiano “inquietante”, ma la traduzione non copre tutte le sfumature semantiche del termine) deriva dalla domanda: chi agisce? Inquietante secondo questa definizione è “una presenza dove dovrebbe esserci un’assenza o un’assenza dove dovrebbe esserci una presenza” – rispettivamente un oggetto inanimato che prende vita, come nel caso del più classico perturbante freudiano, o di un essere vivo che si rivela un burattino privo di volontà propria. Quest’ultimo è sicuramente il caso di Ligotti e, in parte, anche di Lynch. Eppure i due autori non potrebbero rapportarsi al problema in maniera più diversa.

Thomas Ligotti ha sistematizzato la sua visione del mondo nel saggio La cospirazione contro la razza umana (2010, tradotto in italiano nel 2016). Nella lunga sezione del libro intitolata L’incubo dell’essere, Ligotti si dedica al problema della coscienza, a cui si approccia dalla prospettiva radicalmente pessimista proposta dal filosofo tedesco Thomas Metzinger, autore nel 2003 di un libro dal titolo significativo di Being No One.Per Ligotti/Metzinger, il senso di sé non è altro che un’illusione dietro la quale si nasconde il vuoto: al di là della rappresentazione di noi stessi prodotta dalla mente non si trova, letteralmente, nessuno. Da questa prospettiva, gli esseri umani non sono nient’altro che marionette imprigionate nell’illusoria convinzione di essere vive. Questo punto viene riecheggiato da Rust Cohle/Matthew McConaughey nella prima stagione della fortunata serie televisiva True Detective.

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Infinite hipster

Lo scorso 3 aprile la BBC ha pubblicato sul proprio sito web una di quelle notizie curiose destinate a fare il giro delle bacheche Facebook: l’intervista all’anonimo e autoproclamatosi grammar vigilante di Bristol, un “attivista” che da anni sia aggira per le notti della città che fu di Banksy e del trip-hop per correggere gli errori grammaticali sulle insegne dei negozi. O meglio, come gli è stato fatto notare, gli errori di punteggiatura, perché ciò che il grammar vigilante corregge sono soprattutto gli apostrofi tanto facili da sbagliare in un paese che da diversi decenni non insegna più la grammatica nelle scuole. Cose come “do it’s best” o “gentlemans shoes”, per intendersi. Ha persino dato un nome all’arma di cui si serve per vendicarsi dell’imprecisione linguistica, “apostrofatore”.

Ciò che questa vicenda porta alla mente sono naturalmente i Militant Grammarians of Massachusetts, l’organizzazione inventata da David Foster Wallace in Infinite Jest (1996) che boicotta i negozi che espongono cartelli del tipo “10 items or less” (la formula corretta sarebbe “10 items or fewer”). A connettere il grammar vigilante di Bristol con i MGM è però un altro lavoro di David Foster Wallace, il E Unibus Pluram del 1993, che viene generalmente considerato come l’inizio della fine del postmoderno in letteratura. In quel saggio seminale, Wallace sostiene che a provocare il momento di stasi della narrativa americana sia l’influenza della televisione sulla produzione letteraria. Gli scrittori americani, per DFW, sono troppo concentrati a ironizzare sui simboli culturali veicolati dalla TV e hanno perso la capacità di rivolgere al mondo uno sguardo “onesto” e diretto. Come nella jamesoniana caverna di Platone, non fanno altro che guardare le ombre proiettate sulle pareti dalla cultura pop. Hic est crisis.

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