Libri 2019

Qui di seguito una lista dei ibri letti o riletti nel 2019, tutti o parzialmente:

  • AA. VV., Filosofia della fantascienza
  • AA. VV., Invisible Planets: Contemporary Chinese Science-Fiction in Translation
  • J.G. Ballard, The Complete Short Stories of J.G. Ballard
  • Roberto Bolaño, La pista di ghiaccio
  • Gianni Celati, Verso la foce
  • Simon Critchley, Memory Theater
  • Erik Davis, High Weirdness: Drugs, Esoterica, and Visionary Experience in the Seventies
  • Antonio Debenedetti, Amarsi male
  • Daniele del Giudice, Atlante occidentale
  • Claudia Durastanti, La straniera
  • Edgardo Franzosini, Bela Lugosi
  • Sigmund Freud, Sull’elaborazione del lutto
  • Byung-Chul Han, Eros in agonia
  • Byung-Chul Han, La salvezza del bello
  • Rose Harris-Birtill, David Mitchell’s Post-Secular World
  • James Hillman, The Dream and the Underworld
  • Shirley Jackson, We Have Always Lived in the Castle
  • Michio Kaku, The Future of Humanity
  • Han Kang, Convalescenza
  • Stephen King, Different Seasons
  • Fuani Marino, Svegliami a mezzanotte
  • Valerio Mattioli, Remoria
  • China Miéville, La città e la città
  • China Miéville, The Last Days of the New Paris
  • China Miéville, Three Moments of an Explosion: Stories
  • Haruki Murakami, The Elephant Vanishes
  • Anais Nin, Delta of Venus
  • Joyce Carol Oates, The Man Without a Shadow
  • Mark O’Connell, To Be a Machine
  • Nnedi Okorafor, Laguna
  • Simon Reynolds, Energy Flash: a Journey Through Rave Music and Dance Culture
  • Carlo Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica
  • Carlo Rovelli, L’ordine del tempo
  • W.G. Sebald, Vertigine
  • Simon Sellars, Ballardismo applicato
  • Frank Tallis, Breve storia dell’inconscio
  • Jun’ichirō Tanizaki, La croce buddista
  • Adrian Tchaikovsky, I figli del tempo
  • Olga Tokarczuk, Drive Your Plow Over the Bones of the Dead
  • Giulio Tononi, PHI
  • John Yorke, Into the Woods: How Stories Work and why We Tell Them
  • Alan Watts, This is It

Estasi

La nostra cultura è ossessionata dai temi della soggettività, ma sembra aver dimenticato che oltre i suoi confini esiste un universo che ci definisce e che guida le nostre azioni, spesso a nostra insaputa: a questa dimensione fa richiamo lo stato dell’estasi, un termine che deriva da una parola greca (ekstasis) che significa appunto “essere fuori di sé”, quindi “essere fuori dal proprio sé”, dal dominio della soggettività. Ne ho parlato su Esquire, toccando la letteratura di Stephen King e la cultura rave, Coleridge e la droga, il sesso e la lanterninosofia di Pirandello. Potete trovare l’articolo qui.

Il paradigma di Anakin: perché The Force Awakens non è abbastanza

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Quanto detto da George Lucas riguardo a The Force Awakens rispecchia le impressioni che ho avuto uscito dal cinema e che ho scoperto essere abbastanza condivise: il nuovo capitolo della saga di Star Wars è un film vintage e citazionista, che non aggiunge nulla di nuovo alla storia e perde l’occasione di essere autenticamente contemporaneo. Da Abrams un po’ si poteva aspettarselo (il perché lo spiega Alessandro Romeo), ma c’è un punto che mi sembra valga la pena di sottolineare.

Il postmoderno cacciato dalla porta rientra sempre dalla finestra: viene dato per morto qualche decina di volta l’anno e tutti i best seller culturali ne sono infarciti. Quando Lucas dice che The Force Awakens è un film per fan vuole dire che è un meta-film, inessenziale o addirittura incomprensibile se non si conosce l’universo interno a Star Wars. Un film il cui senso sta nella riflessione sul proprio mondo interno come un quadro concettuale ha senso non in sé ma in relazione al mondo interno all’arte contemporanea. 

Non sono un grande conoscitore della saga, ma parlando del film con mio fratello mi è venuta un’idea. Mio fratello sostiene che il personaggio centrale di Star Wars, quello che ne giustifica l’esistenza, sia Anakin, la cui evoluzione da buono a cattivo a buono-in-extremis (da Jedi a Sith a riequilibratore della forza, come dice la profezia) è il filo narrativo su cui si snodano la trilogia originale e i tre prequel. Dall’episodio VII in poi Anakin, morto alla fine del VI, non è più presente.

Allora vorrei proporre questa lettura: diciamo che Anakin rappresenta nell’universo di Star Wars la Natura, l’originale, l’atto creativo spontaneo nato dalla mente di George Lucas quasi quarant’anni fa. The Force Awakens rappresenta quindi letteralmente “ciò che viene dopo la fine della Natura” secondo la celebre definizione di postmoderno data da Fredric Jameson. 

L’episodio VII si scontra con il problema originale del postmoderno, il sospetto mai sopito che suscita la copia rispetto all’originale e la mancanza di slancio vitale (leggi l’eccessivo intellettualismo) che ne consegue. Nel suo tentativo di rimuovere la Natura dal discorso e di far prevalere l’interpretazione sulla tradizione, il postmoderno è entrato ormai da decenni in un duplice scacco: una base solida di realtà “inemendabile” (Ferraris) rimane e la tradizione platonica che vede il noumeno (la cosa in sé) primeggiare rispetto al fenomeno (la sua rappresentazione) rimane viva anche nei tempi dei social media.

Il risultato è una generale perdita di potenza narrativa: Anakin mozza la mano di Luke in una scena forte e cupa, mentre l’uccisione di Han Solo da parte di Kylo Ren è prevedibile e quasi parodistica; l’unico vero momento di pathos del film, la distruzione dei pianeti della Repubblica per mezzo di Starkiller, è relegato in secondo piano; Han e Leia anziani sono, per essere gentili, un po’ tristi. Al netto della fascinazione contemporanea per la domanda “cosa viene dopo?” (vedi Pulp Fiction, Jennifer Egan, Boyhood) il meccanismo narrativo non è all’altezza dei precedenti film della saga.

Viene da chiedersi cosa sia successo al postmoderno dagli anni 70 a oggi, come sia iniziato il processo degenerativo di formalizzazione manieristica che ha portato un movimento culturale vitale alla sfiducia nei confronti del futuro (vintage) e all’autoreferenzialità estrema (hipsterismo). L’aspetto peggiore è forse che The Force Awakens non è un film terribile, ha anche buoni pregi: semplicemente la sua proposta culturale, visti i tempi che corrono, non è abbastanza. 

I migliori libri (che ho letto nel) 2015

Faccio sempre fatica a rispondere alla domanda “Quali sono i libri migliori dell’anno?” perché la risposta presupporrebbe una conoscenza enciclopedica dei libri pubblicati in quell’anno e un eccesso di oggettività che andrà bene per le riviste ma ha poco a che vedere con la mia idea di critica letteraria. Le liste compilate da persone di cui mi interessa l’opinione invece mi piacciono anche se non stanno necessariamente sul pezzo. Quindi ho deciso di rispondere alla domanda “Quali sono i migliori libri che hai letto quest’anno?” dividendoli in categorie.

Libri pubblicati nel 2015

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Quest’anno Einaudi ha pubblicato in Italia la Trilogia dell’Area X di Jeff VanderMeer di cui ho scritto abbondantemente qui e qui. Mi ripeto in una riga: si tratta di un interessantissimo lavoro di derivazione lovecraftiana che sarebbe piaciuto a Roland Barthes per il discorso sul venir meno del processo di significazione nel mondo contemporaneo.

Sottomissione di Michel Houellebecq, un libro che nelle Top 10 italiane per qualche motivo compare pochissimo. Vero, per larghi tratti è una bozza di romanzo più che un romanzo vero e proprio e lo stile ne risente. Ma a volte mi sembra che si dia Houllebecq per scontato: condensare in 160 pagine un racconto genuinamente inquietante, una lucidissima analisi politica, un discorso letterario complesso e una trama avvincente richiede un talento enorme.

Al contrario esatto di Houellebecq, Nel mondo a venire di Ben Lerner, pubblicato da Sellerio, ha messo quasi tutti d’accordo. Giustamente: si tratta del lavoro che porta a maturazione l’autofiction come genere letterario e lo sgancia dal problema della realtà (per farlo ci voleva un poeta).

Marilynne Robinson ha pubblicato l’ultimo capitolo della sua trilogia di Gilead iniziata nel 2004: ho letto Lila nel 2014, ma visto che Einaudi l’ha tradotto quest’anno il libro rientra di diritto nella lista. Robinson è una scrittrice religiosa e nella letteratura contempornea è molto raro imbattersi in una prosa spirituale e paziente come la sua. Leggerla fa bene all’anima.

Sempre sul versante mistico-spirituale, Il libro delle cose nuove e strane, probabilmente l’ultimo romanzo di Michel Faber, è una riflessione dolorosa sulla fragilità della vita e delle cose che diamo per scontate. Se dalla storia di un prete che evangelizza gli abitanti di un pianeta esterno al sistema solare vi aspettate fantascienza classica non conoscete Faber e probabilmente non avete visto nemmeno Under the skin. Ne ho scritto qui.

Un piccolo libro pubblicato da Adelphi, Questa vita tuttavia mi pesa molto di Edgardo Franzosini, merita di essere menzionato: è la storia incredibile e triste dello scultore Rembrandt Bugatti e della sua breve vita a Parigi.

E per concludere Fine missione, la sorprendente raccolta di racconti di Phil Klay, un ex marine appena trentenne, anch’essa in Italia con Einaudi. I racconti di Klay si situano nella tradizione della prosa essenziale di Hemingway e Carver e in qualche modo la stravolgono, demolendo la profondità come concetto letterario e oscurando il senso in una cacofonia di abbreviazioni, sigle e termini tecnici.

Libri ri-pubblicati nel 2015

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Minimum fax ha proposto una nuova edizione di Solo il mimo canta al limitare del bosco di Walter Tevis, originariamente pubblicato nel 1980, in Italia nel 1983 e l’ultima volta per Urania nel 2009. Racconta la storia di un futuro dove gli uomini non provano emozioni e i robot intelligenti soffrono ma non riescono a suicidarsi. Tevis è uno scrittore che ami o odi: tutto nella sua poetica tende alla malinconia, al congelamento, a un dolore lieve e sordo. L’idea di un mondo in cui è scomparsa la parola scritta è a mio modo di vedere molto più inquietante di tutti i distopici roghi di libri.

Esito invece un po’ a mettere tra i “libri” dell’anno L’esegesi di Philip K. Dick, tradotto per la prima volta in italiano da Fanucci. Mi ha divertito vedere la valanga di recensioni che hanno accolto l’usicta di questo lavoro enorme (1200 pagine) e informe (si tratta di una selezione dei quaderni scritti da Dick in un periodo di otto anni, dal 1974 al 1982, l’anno della sua morte), perché il testo è tutt’altro che roba per blog letterari: la cronaca di una visione mistica cristiano-tecnocratica. Però non bisogna essere fan di Dick come me per capire che si tratta di una pubblicazione molto importante.

Libri pubblicati NON nel 2015

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Due dei libri fondamentali che ho letto quest’anno non sono stati pubblicati nel 2015 e sono stati scritti da italiani. Sono un romanzo e un saggio. Il romanzo

è La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro: non ho paura a dire che la vita di Ivo Brandani sta alla nostra epoca come quella di Svevo Cosini sta al modernismo di inizio Novecento. Pecoraro affronta tantissimi temi cruciali (la storia, la fine del concetto di natura, il rapporto tra Oriente e Occidente, il postmoderno, il caso) e lo fa con una scrittura matura, intelligente, profonda. Uno dei migliori romanzi italiani degli ultimi dieci anni.

Il secondo

è un saggio di psicanalisi di un autore che non riscuote molte simpatie tra gli intellettuali italiani, Massimo Recalcati: al netto delle critiche per lo più molto superfiiciali sulla figura del suo autore, credo che L’uomo senza inconscio sia un lavoro assolutamente fondamentale per capire le radici del disagio contemporaneo. Con un’analisi originalissima che coniuga psicanalisi post-freudiana, meccanizzazione dei sentimenti e teoria della fine del desiderio, Recalcati ha scritto a mio parere uno dei libri fondamentali della biblioteca del XXI secolo.

Saggistica post-2000

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Quest’anno ho letto due saggi di argomento storico. Il primo è Storia culturale del clima di Wolfgang Behringer, pubblicato dal Bollati Boringhieri nel 2013. Si tratta di una carrellata di respiro vertiginosamente ampio della storia del pianeta e dell’umanità dal punto di vista dei cambiamenti climatici, e dunque dell’apporto della geologia e delle scienze della Terra alla storia culturale. Propone una risposta interessante e non scontata a un problema che divide in fazioni contrapposte, quello del global warming.

Il secondo è Jihad: the trial of political Islam dello storico francese Gilles Kepel. L’ho letto dopo gli eventi di Parigi alla ricerca di un’analisi non banale del fenomeno terrorista e me l’ha fornita: raccontando la storia dell’Islam politico dal 1960 al 2001, Kepel rende chiare le differenze tra Islam (religione) e islamismo (movimento poltico), del quale il terrorismo

è solo la più estrema delle manifestazioni. Mi ha fatto capire che espressioni come “musulmani moderati”, che usavo per primo, non hanno senso. Inoltre mi ha colpito vedere tanti parallelismi tra l’emergere dell’islamismo come movimento rivoluzionario e giovanile negli anni 60 e i movimenti rivoluzionari giovanili degli anni 60 occidentali, un tema che meriterebbe di essere approfondito.

In ambito critica letteraria segnalo Memoir: a history di Ben Yagoda: se vi interessa sapere cos’è il memoir, questo genere letterario di cui tutti parlano, da dove viene e quando

è esplosa la mania contemporanea, la documentatissima analisi di Yagoda

è il libro che fa per voi.

Saggistica: un classico

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L’estate scorsa mentre facevo la coda a Wimbledon ho finalmente letto Tennis di John McPhee, che contiene il classico Levels of the game del 1969. McPhee viene generalmente considerato tra gli iniziatori della saggistica narrativa. I due saggi che compongono questo lavoro seminale sono entrambi bellissimi anche se non vi piace il tennis, e a me il tennis piace molto.    

Le delusioni

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Sono due ed entrambi saggi. Dopo anni sono riuscito finalmente a leggere per intero Postmodernismo: ovvero la logica culturale del tardo capitalismo e ho scoperto che Fredric Jameson e io non ci capiamo: un peccato, visto che il postmodernismo

è uno dei miei argomenti preferiti, lui

è tra i principali critici letterari viventi e scrive di cose che sulla carta mi piacciono molto, dalla fantascienza al realismo. Purtroppo però

per quanto impegnio ci metta riesco a cavare davvero poco senso dalle sue frasi involute. Credo che Jameson sia molto intelligente e scriva molto male, da qui la confusione.

Il secondo è Introduzione al buddismo zen di D.T. Suzuki per motivi parzialmente simili. Sono abituato a considerare, sulla scorta di Jung, Suzuki come l’autorità massima in campo di zen, e non è il primo dei suoi lavori che leggo in italiano o in inglese. Di nuovo, il senso delle frasi di Suzuki mi arriva molto difficoltosamente. A differenza di Jameson bisogna però dire che lo zen

è un concetto molto difficile da trasmettere intelletualmente, e non per niente la maggioranza dei libri in circolazione scritti da occidentali sono composti di semplici massime ed esercizi, utili da un punto di vista pratico ma poco illuminanti da un punto di vista teorico. Suzuki ha il merito di aver provato quest’opera di traduzione già negli anni 30. Il fatto che da allora l’esperimento non sia stato ritentato forse significa qualcosa.

Le serie TV dieci anni dopo Lost

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Notizia che passerà probabilmente inosservata: sono passati dieci anni dalla prima italiana di Lost (22 marzo 2005 in pay-per-view). Credo che per la mia generazione si sia trattato di un evento importante, di quelli che cambiano un po’ il modo di rapportarsi alla narrazione e quindi la maniera in cui facciamo esperienza del mondo. 

Eppure spiegare perché non è semplice. C’entra in parte la serializzazione della narrazione non lineare e il fatto che la non-linearità sia stata trasformata forse per la prima volta in un prodotto completamente globale grazie a un uso del flashback e flashforward particolarmente disinvolto nei confronti della successione temporale. Ma non si tratta di un elemento innovativo di per sé. Prendendo a caso qualche esempio dalla storia della letteratura ricordo Orlando di Virginia Woolf (1928, la storia di un solo personaggio raccontata in 500 anni), i viaggi nel tempo di Mattatoio numero 5 di Kurt Vonnegut (1969), la storia di una famiglia raccontata in un solo giorno nel Tristram Shandy di Laurence Sterne (1767) e nell’Ulisse di Joyce (1922), nonché naturalmente Alla ricerca del tempo perduto di Proust (1909-1922). Ma sono solo esempi scelti tra moltissimi: pochi temi sono importanti nella storia dell’arte quanto il tempo e pochi romanzi moderni, da Cervantes in poi, non hanno sperimentato con questa dimensione fondamentale dell’esistenza umana.

Una chiave di lettura forse più proficua è quella tecnologica: in versione originale Lost ha visto la luce nel 2004, lo stesso anno di Facebook. Twitter sarebbe arrivato due anni dopo. Allo stesso tempo internet come strumento quotidiano di conoscenza e condivisione ha cominciato ad affermarsi nei primi anni Duemila. Da questo punto di vista Lost, capostipite delle moderne serie TV, avrebbe rappresentato una versione della narrazione reticolare di cui avremmo cominciato a fare esperienza in quegli stessi anni navigando tra Myspace e Wikipedia (ne parlava, ad esempio, Alessandro Romeo qui).

Cosa è cambiato dieci anni dopo? Mi limito a sottolineare alcuni punti che mi sembrano interessanti.

A) Al modello di Lost, dove la libertà narrativa corrispondeva alla possibilità di far accadere di tutto, se n’è affiancato un altro, incarnato al suo meglio da Mad Men: ricostruzione storica, attenzione maniacale per i dettagli, sceneggiatura di altissimo livello, credibilità su tutto il fronte. Se i modelli di Lost erano Lovecraft e la fantascienza anni settanta quelli di Mad Men (2007) sono Richard Yates e Philip Roth. Lost sta al postmoderno come Mad Men sta al realismo (senza ovviamente che il primo sia completamente postmoderno o il secondo completamente realista). Gran parte delle serie TV successive al 2007, compresi cult come Breaking Bad, si situano in un punto di quel continuum.

B) L’incremento della produzione di serie TV ha avuto diverse conseguenze. Innanzitutto la dispersione del pubblico e di finanziamenti messi sul piatto dalle diverse emittenti televisive, quindi l’interruzione nella produzione di prodotti anche validi e seguiti dal pubblico (un caso su tutti quello che avrebbe dovuto essere l’erede di Lost, Flashforward). In secondo luogo al modello USA si è affiancato quello britannico, che ha dato alla luce prodotti di alta qualità (Misfits, Black Mirror, A Honourable Woman). La conseguenza di questa improvvisa popolarità del genere ha trasformato la serie TV da territorio indie e sperimentale a luogo di colonizzazione hollywoodiana, con l’ingresso nella produzione di registi come Steven Spielberg (Falling Skies) e attori come Dustin Hoffman (Luck).

C) Recentemente sul mercato si sono mossi soggetti diversi dalle tradizionali emittenti televisive, come Netflix e Amazon, che hanno cambiato un po’ le carte in tavola. Ad esempio la scelta di Netflix di rilasciare tutti gli episodi di House of Cards contemporaneamente mette in discussione il concetto stesso di serialità televisiva, riportando l’attenzione sullo sviluppo della trama piuttosto che su quello dei personaggi (meno libero in quanto maggiormente pianificato in partenza).

A tutto questo, credo, si è aggiunto il fatto che l’effetto innovativo della narrazione reticolare introdotto da Lost negli anni si sia andato affievolendosi, con il risultato di riportare in primo piano i contenuti rispetto alla forma con cui questi vengono raccontati. Così se da un lato la serie TV come mezzo si è consolidata nel panorama culturale, dall’altro il semplice fatto di saper manipolare in maniera efficace la serialità ha smesso di essere un punto a favore di per sé, condannando molti esperimenti televisivi a derive più o meno tristi. In un certo senso è come se a molte serie TV sia mancato improvvisamente il terreno sotto i piedi.

Il risultato più visibile di questa evoluzione mi sembra abbastanza chiaro: a sopravvivere e ad affermarsi in un panorama che è andato facendosi via via sempre più popolato sono state le produzioni finanziate da enormi capitali, che hanno riportato al centro un’idea di narrazione più tradizionale per ottenere maggiore audience: serie TV come House of Cards e Game of Thrones ne sono la dimostrazione. Da un certo punto di vista la serie televisiva indipendente, sperimentale e basata su uno storytelling reticolare ha perso, venendo soppiantata da un lato da grandi operazioni di stile hollywoodiano e dall’altra da operazioni raffinatissime dalla struttura più controllata (di nuovo A Honourable Woman). 

Paradossalmente, delle serie TV nate nella prima fase del mezzo, diciamo entro il 2010, mi sembra che sopravvivano con una certa vitalità due esempi diametralmente opposti: da una parte The Walking Dead, che riesce a mantenersi viva come in formalina grazie a un’opera di distruzione quasi radicale della trama (succede così poco che potrebbe andare avanti per sempre, come una biglia fatta rotolare su una superficie piana in assenza totale di attrito). Dall’altro lato una moderna soap opera come Downton Abbey, che nega i precetti della narrazione reticolare alla Lost con una pervicacia tale da rappresentare un esempio paradossale di ritorno a uno storytelling di tipo ottocentesco, affabulatorio ed emotivo, dove tutto però (posta la sospensione dell’incredulità che un’operazione del genere richiede) funziona alla perfezione, intrecciando con non poca maestria storia individuale, sociale e politica.

Dieci anni dopo la nascita della moderna serie TV, insomma, il mezzo è diventato né più né meno di uno dei tanti strumenti con cui comunichiamo e raccontiamo storie. Solo oggi forse ha raggiunto la sua maturità, e non ci sono segnali concreti, mi sembra, che ne facciano presagire un declino in tempi brevi. Ma il mondo inaugurato da Lost non esiste più, e per chi ha seguito questa stupefacente ascesa in tempo reale resta un po’ di amaro di bocca, la sensazione di una normalizzazione forse necessaria, ma anche, spesso, un po’ insoddisfacente. 

Glasgow e Kensington, centro e periferia nell’impero britannico

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La brava Sara Marzullo mi ha segnalato che uno scatto del fotografo Dougie Wallace è stato selezionato tra i finalisti del Sony World Photography Awards, l’importante premio annuale organizzato dalla World Photography Organisation. Ne ha parlato anche il Post in questo articolo.

La fotografia di Wallace è stata scattata a Glasgow e fa parte di un progetto intitolato “Glasgow, la seconda città dell’impero” che mette a confronto scatti ottenuti nel quartiere popolare di Calton con altri realizzati nel ricco quartiere di Kensington & Chelsea a Londra. Presentando il progetto, Wallace ha detto che «La differenza di fortuna non è solo nell’aspettativa, ma nei tagli dei vestiti e dei cappotti, negli accessori, nel trucco delle donne, persino nelle loro espressioni, che sono da un lato piene di autostima e arroganti, dall’altro oppresse e malnutrite» (traduzione del Post).

Sono stato recentemente a Glasgow e ho scritto alcune righe riguardo al rapporto ambiguo che, come molti altri centri nel Regno Unito, intrattiene nei confronti di Londra. Osservando le fotografie di Wallace, originario proprio di Glasgow ma operativo a East London da molti anni, mi chiedo se un’analisi così dicotomica sia realmente possibile nel XXI secolo, in un’epoca in cui i confini della geografia economica di città e di interi paesi è andata facendosi più sfumata.

Per quanto possa sembrare strano per noi eruopei, però, la risposta è che sì: davvero nel Regno Unito è ancora possibile contrapporre la “oppressa e malnutrita” Claton e la “arrogante” Kensington. Questo resta in fin dei conti ancora un paese profondamente diviso in classi sociali, dove anzi la divisione in classi non viene percepita come un problema da risolvere ma come una natruale stratificazione del corpo sociale. Forse è anche per questo che a Londra non esistono ghetti ma blocks di case popolari si alternano senza soluzione di continuità a isolati residenziali: perchè l’essere ricchi o poveri non è una condizione permanente ma nemmeno una vergogna da nascondere alla vista. Questo paese è rimasto essenzialmente vittoriano nel suo senso acuto per la carità sociale, la tolleranza paternalistica e l’ipocrisia di classe.

Glasow è davvero in un certo senso la seconda città dell’impero, situata geograficamente all’estremo opposto dell’isola rispetto alla capitale, anch’essa un tempo industriale e benestante. Tuttavia, per quanto il lavoro di Wallace dica davvero qualcosa sul Regno Unito di oggi (almeno quanto il bellissimo progetto “Belgravia 1979-1981” di Karen Knorr, oggi esposto in una sala dedicata della Tate Britain, diceva sul Regno Unito di Margaret Thatcher), mi resta il sospetto che la vera realtà del paese non stia in questi due esempi comunque illustri. Al contrario andrebbe forse cercata in tutti quei centri nel mezzo, geografico e sociale, che compongono quella campagna apparentemente amorfa che si vede dai finestrini del treno quando si percorre il tratto London Euston – Glasgow Central. 

Quella è la storia delle Manchester e Liverpool, Bristol e Birmingham e degli infiniti centri minori che hanno dato tanto alla storia recente di questo paese in termini di cultura, arte, musica e sport. Ma come giustamente il titolo del progetto di Wallace sottolinea questa è la storia di una nazione moderna, non la storia di un impero.

(Fotografia: © Dougie Wallace)

Perdersi in Turner, perdere Turner

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Nell’estate del 2001 sono venuto a Londra per la prima volta nella mia vita adulta. Ero con un viaggio organizzato sul genere vacanza-studio con base a Chester e la visita della capitale faceva parte del nostro programma di apprendimento della lingua e della cultura inglese.

Dopo la mattina passata a visitare Westminster il proposito dei nostri accompagnatori era portarci a visitare il museo delle cere Madame Tussauds, ma fortunatamente si poteva esercitare
un’opzione di opt-out a patto di proporre un’altra destinazione di
interesse culturale. Io avevo deciso di andare a visitare la Tate
Modern. Nessuno aveva voluto venire con me ma la richiesta era stata
accettata. Dunque mi ero ritrovato a sedici anni da solo nel cuore di
Londra.

Non la faccio lunga, il punto è che ho un pessimo senso
dell’orientamento e all’epoca avevo una pessima conoscenza della città,
quindi per un errore di calcolo mi ero ritrovato alla Tate Britain
invece che alla Tate Modern. Era troppo tardi per tornare sui miei
passi, quindi mi ero rassegnato a dedicare un paio d’ore all’arte
britannica degli ultimi cinque secoli piuttosto che all’arte
contemporanea internazionale.

Ero rimasto a vagare per le sale
piuttosto annoiato, oltrepassando senza molto interesse i vari pittori
rinascimentali e secenteschi, perdendomi nelle grandi sale monumentali.
Ero finito nell’area dedicata a Turner completamente per caso.

Senza
che me ne accorgessi quella pittura mi aveva risucchiato. Suppongo che
allora la collezione dovesse essere stata organizzata in maniera
grossomodo cronologica, perché ricordo bene la sensazione di vedere quei
panorami tradizionali e definiti a tinte scure lasciare
progressivamente il posto a vedute sempre più astratte e sfumate e al
contempo sempre più chiare. Era come se una luce fortissima fosse
esplosa dietro quello che l’occhio del pittore poteva vedere,
illuminandolo e sgretolandolo. Alla luce di questo bagliore la realtà si
faceva vaga, incerta, inafferrabile. Traboccante di una magia
misteriosa e vagamente inquietante. 

Quel giorno mi ero perso così
profondamente nell’opera di Turner da dimenticare me stesso, come se
fossi stato soggetto allo stesso processo di decomposizione della
realtà. Ero arrivato in ritardo all’appuntamento con il pullman,
consapevole di essere passato attraverso un’esperienza estetica non
comune.

Quindici anni dopo quel giorno, dopo due anni passati a
Londra, sono tornato alla Tate Britain per la prima volta. Con curiosità
e una certa trepidazione mi sono diretto alla sezione dedicata a
Turner. E quello che ho trovato mi ha deluso.

I quadri più
astratti sembravano essere scomparsi. La collezione era stata
organizzata secondo criteri più razionali ed esplicativi, corredata di
grandi tavole che spiegavano il rapporto di Turner con lo studio
pittorico, il panorama, il proprio ambiente artistico e l’opera di
Constable. Ho visto quadri belli e altri meno belli, ma non ho ritrovato
niente di quella magia.

La collezione Turner della Tate Britain è
stata cambiata? Spostata, riorganizzata? Ripensata magari in relazione
al successo del recente film di
Mike Leigh? Non ne ho idea. Sono passati molti anni e può benissimo
darsi che i quadri siano esattamente gli stessi, disposti esattamente
nella stessa maniera, e che ad essere cambiata sia la mia sensibilità.

Così
ho passato il resto del mio tempo al museo visitando le altre sale,
ammirando David Hockney, L.S. Lowry e naturalmente Francis Bacon. Ho
scoperto un quadro di
John Everett Millais molto bello e sensuale che non conoscevo e ha
rapito la mia attenzione a lungo. Ma la cosa più strana è che mentre
camminavo per le sale, senza pensare minimamente a Turner, i suoi quadri
minori disordinatamente disposti nel museo in diverse sale mi balzavano
agli occhi con una potenza inarrestabile. Potevo vederli a decine di
metri di distanza, il bagliore di quella luce mi attraeva a sé con la
forza che l’intera sezione dedicata alla sua opera mi aveva negato.

Sono
rimasto a camminare per le sale un paio d’ore, cercando altri Turner e
non trovandoli. Mi è venuto in mente che forse Turner è uno di quegli
artisti che non puoi trovare che per caso, e che se lo cerchi si ritrae
al tuo sguardo. O che almeno per me funziona così.