Essere senza casa: alcune segnalazioni

Essere senza casa è finito in quattro liste di consigli letterari per l’estate, finora: consigliato da Francesco D’Isa sull’Indiscreto e da Vanni Santoni, Dario De Marco e Donato Porcarelli su Altri animali. Dario ha anche scritto un interessante pezzo per Esquire sulle “distopie domestiche” che parla del senso di crisi dell’abitare partendo dalla domanda sulla post-gentrification, finendo a parlare di due romanzi di fantascienza e passando, appunto, da Essere senza casa.

Essere senza casa su Il Libraio

Ora che sono dall’altra parte della barricata, per così dire, mi rendo conto che i bravi critici sono quelli che sanno trovare in un libro qualcosa che l’autore stesso non sapeva di averci messo ma che è nondimeno in grado di riconoscere istantaneamente nel momento dell’incontro (come disse una volta James Wood, il critico è colui che sa leggere l’inconscio di un testo): in questo lungo approfondimento che Gianluca Catalfamo dedica a Essere senza casa il mio libro viene descritto come “un lunghissimo tentativo di descrivere una singola sensazione composita (quella di stare al mondo, oggi)”. E in effetti, teoria a parte, è proprio così, questo credo sia il vero motivo per cui ho scritto Essere senza casa: per dare una forma a quella sensazione. Il finale dell’articolo di Gianluca, poi, finisce dritto nella top-5 delle cose scritte su Esssere senza casa:

Questa la linea principale, ma in realtà Essere senza casa può essere letto in molti modi. Come cinque saggi su cinque argomenti, che in realtà è un saggio su un argomento e anche un centinaio di saggi su un’infinità di argomenti, cioè come un prisma o un codice nascosto. Come una collezione di punti di sutura, tra argomenti, discorsi e riflessioni, e, anche, tra generi e modi di scrittura (è, di fatto, qualcosa di simile alla theory fiction) che alla fine visto da lontano, cucitura sopra cucitura, è un corpo vivo e pulsante. Come la descrizione di un paesaggio che collassa nell’astratto, nell’immateriale. O come un reportage di guerra, e di una guerra psichica, dove il nemico non è alle porte, ma è già dentro, e colpo di scena, non per convenienza, ma per giustizia, siamo sempre stati dalla sua parte. O ancora come il manuale di uno gnostico a cui non frega nulla della natura della simulazione, ma è ossessionato da ogni meccanismo con cui i demiurghi la creano. Forse ci si può leggere anche il fatto che senza appartenenze, senza rifugi, senza una casa, tolte le finzioni che ci tengono insieme, anche noi, non siamo altro che questa dispersione.

Essere senza casa su Tuttolibri (La Stampa)

Di Essere senza casa si è parlato davvero moltissimo in questo mese, e sono particolarmente contento che dopo tutte le recensioni arrivi anche quella di Christian Raimo oggi su Tuttolibri della Stampa. Il lavoro di Christian è per me un punto di riferimento dai tempi in cui facevo l’università e avevo uno scaffale di libri dedicato solo a minimum fax quindi questa pagina qui sotto è un po’ speciale.

Essere senza casa su La Balena Bianca e Mar dei Sargassi

Oggi due recensioni a Essere senza casa: la prima, a firma di Enrico Monacelli e pubblicata su La Balena Bianca, è un vero e proprio saggio sul mio libro e coglie alcuni aspetti finora trascurati, come quello dell’influsso dell’horror e di quella che Enrico chiama “psichedelia nera”, una traccia nascosta ma, per me, molto importante. La seconda, a firma di Mariaconsiglia Flavia Fedele, è comparsa su Mar dei Sargassi e definisce Essere senza casa “un volume prezioso e puntuale”.

Libri 2019

Qui di seguito una lista dei ibri letti o riletti nel 2019, tutti o parzialmente:

  • AA. VV., Filosofia della fantascienza
  • AA. VV., Invisible Planets: Contemporary Chinese Science-Fiction in Translation
  • J.G. Ballard, The Complete Short Stories of J.G. Ballard
  • Roberto Bolaño, La pista di ghiaccio
  • Gianni Celati, Verso la foce
  • Simon Critchley, Memory Theater
  • Erik Davis, High Weirdness: Drugs, Esoterica, and Visionary Experience in the Seventies
  • Antonio Debenedetti, Amarsi male
  • Daniele del Giudice, Atlante occidentale
  • Claudia Durastanti, La straniera
  • Edgardo Franzosini, Bela Lugosi
  • Sigmund Freud, Sull’elaborazione del lutto
  • Byung-Chul Han, Eros in agonia
  • Byung-Chul Han, La salvezza del bello
  • Rose Harris-Birtill, David Mitchell’s Post-Secular World
  • James Hillman, The Dream and the Underworld
  • Shirley Jackson, We Have Always Lived in the Castle
  • Michio Kaku, The Future of Humanity
  • Han Kang, Convalescenza
  • Stephen King, Different Seasons
  • Fuani Marino, Svegliami a mezzanotte
  • Valerio Mattioli, Remoria
  • China Miéville, La città e la città
  • China Miéville, The Last Days of the New Paris
  • China Miéville, Three Moments of an Explosion: Stories
  • Haruki Murakami, The Elephant Vanishes
  • Anais Nin, Delta of Venus
  • Joyce Carol Oates, The Man Without a Shadow
  • Mark O’Connell, To Be a Machine
  • Nnedi Okorafor, Laguna
  • Simon Reynolds, Energy Flash: a Journey Through Rave Music and Dance Culture
  • Carlo Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica
  • Carlo Rovelli, L’ordine del tempo
  • W.G. Sebald, Vertigine
  • Simon Sellars, Ballardismo applicato
  • Frank Tallis, Breve storia dell’inconscio
  • Jun’ichirō Tanizaki, La croce buddista
  • Adrian Tchaikovsky, I figli del tempo
  • Olga Tokarczuk, Drive Your Plow Over the Bones of the Dead
  • Giulio Tononi, PHI
  • John Yorke, Into the Woods: How Stories Work and why We Tell Them
  • Alan Watts, This is It

Estasi

La nostra cultura è ossessionata dai temi della soggettività, ma sembra aver dimenticato che oltre i suoi confini esiste un universo che ci definisce e che guida le nostre azioni, spesso a nostra insaputa: a questa dimensione fa richiamo lo stato dell’estasi, un termine che deriva da una parola greca (ekstasis) che significa appunto “essere fuori di sé”, quindi “essere fuori dal proprio sé”, dal dominio della soggettività. Ne ho parlato su Esquire, toccando la letteratura di Stephen King e la cultura rave, Coleridge e la droga, il sesso e la lanterninosofia di Pirandello. Potete trovare l’articolo qui.

Il paradigma di Anakin: perché The Force Awakens non è abbastanza

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Quanto detto da George Lucas riguardo a The Force Awakens rispecchia le impressioni che ho avuto uscito dal cinema e che ho scoperto essere abbastanza condivise: il nuovo capitolo della saga di Star Wars è un film vintage e citazionista, che non aggiunge nulla di nuovo alla storia e perde l’occasione di essere autenticamente contemporaneo. Da Abrams un po’ si poteva aspettarselo (il perché lo spiega Alessandro Romeo), ma c’è un punto che mi sembra valga la pena di sottolineare.

Il postmoderno cacciato dalla porta rientra sempre dalla finestra: viene dato per morto qualche decina di volta l’anno e tutti i best seller culturali ne sono infarciti. Quando Lucas dice che The Force Awakens è un film per fan vuole dire che è un meta-film, inessenziale o addirittura incomprensibile se non si conosce l’universo interno a Star Wars. Un film il cui senso sta nella riflessione sul proprio mondo interno come un quadro concettuale ha senso non in sé ma in relazione al mondo interno all’arte contemporanea. 

Non sono un grande conoscitore della saga, ma parlando del film con mio fratello mi è venuta un’idea. Mio fratello sostiene che il personaggio centrale di Star Wars, quello che ne giustifica l’esistenza, sia Anakin, la cui evoluzione da buono a cattivo a buono-in-extremis (da Jedi a Sith a riequilibratore della forza, come dice la profezia) è il filo narrativo su cui si snodano la trilogia originale e i tre prequel. Dall’episodio VII in poi Anakin, morto alla fine del VI, non è più presente.

Allora vorrei proporre questa lettura: diciamo che Anakin rappresenta nell’universo di Star Wars la Natura, l’originale, l’atto creativo spontaneo nato dalla mente di George Lucas quasi quarant’anni fa. The Force Awakens rappresenta quindi letteralmente “ciò che viene dopo la fine della Natura” secondo la celebre definizione di postmoderno data da Fredric Jameson. 

L’episodio VII si scontra con il problema originale del postmoderno, il sospetto mai sopito che suscita la copia rispetto all’originale e la mancanza di slancio vitale (leggi l’eccessivo intellettualismo) che ne consegue. Nel suo tentativo di rimuovere la Natura dal discorso e di far prevalere l’interpretazione sulla tradizione, il postmoderno è entrato ormai da decenni in un duplice scacco: una base solida di realtà “inemendabile” (Ferraris) rimane e la tradizione platonica che vede il noumeno (la cosa in sé) primeggiare rispetto al fenomeno (la sua rappresentazione) rimane viva anche nei tempi dei social media.

Il risultato è una generale perdita di potenza narrativa: Anakin mozza la mano di Luke in una scena forte e cupa, mentre l’uccisione di Han Solo da parte di Kylo Ren è prevedibile e quasi parodistica; l’unico vero momento di pathos del film, la distruzione dei pianeti della Repubblica per mezzo di Starkiller, è relegato in secondo piano; Han e Leia anziani sono, per essere gentili, un po’ tristi. Al netto della fascinazione contemporanea per la domanda “cosa viene dopo?” (vedi Pulp Fiction, Jennifer Egan, Boyhood) il meccanismo narrativo non è all’altezza dei precedenti film della saga.

Viene da chiedersi cosa sia successo al postmoderno dagli anni 70 a oggi, come sia iniziato il processo degenerativo di formalizzazione manieristica che ha portato un movimento culturale vitale alla sfiducia nei confronti del futuro (vintage) e all’autoreferenzialità estrema (hipsterismo). L’aspetto peggiore è forse che The Force Awakens non è un film terribile, ha anche buoni pregi: semplicemente la sua proposta culturale, visti i tempi che corrono, non è abbastanza.