Le serie TV dieci anni dopo Lost

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Notizia che passerà probabilmente inosservata: sono passati dieci anni dalla prima italiana di Lost (22 marzo 2005 in pay-per-view). Credo che per la mia generazione si sia trattato di un evento importante, di quelli che cambiano un po’ il modo di rapportarsi alla narrazione e quindi la maniera in cui facciamo esperienza del mondo. 

Eppure spiegare perché non è semplice. C’entra in parte la serializzazione della narrazione non lineare e il fatto che la non-linearità sia stata trasformata forse per la prima volta in un prodotto completamente globale grazie a un uso del flashback e flashforward particolarmente disinvolto nei confronti della successione temporale. Ma non si tratta di un elemento innovativo di per sé. Prendendo a caso qualche esempio dalla storia della letteratura ricordo Orlando di Virginia Woolf (1928, la storia di un solo personaggio raccontata in 500 anni), i viaggi nel tempo di Mattatoio numero 5 di Kurt Vonnegut (1969), la storia di una famiglia raccontata in un solo giorno nel Tristram Shandy di Laurence Sterne (1767) e nell’Ulisse di Joyce (1922), nonché naturalmente Alla ricerca del tempo perduto di Proust (1909-1922). Ma sono solo esempi scelti tra moltissimi: pochi temi sono importanti nella storia dell’arte quanto il tempo e pochi romanzi moderni, da Cervantes in poi, non hanno sperimentato con questa dimensione fondamentale dell’esistenza umana.

Una chiave di lettura forse più proficua è quella tecnologica: in versione originale Lost ha visto la luce nel 2004, lo stesso anno di Facebook. Twitter sarebbe arrivato due anni dopo. Allo stesso tempo internet come strumento quotidiano di conoscenza e condivisione ha cominciato ad affermarsi nei primi anni Duemila. Da questo punto di vista Lost, capostipite delle moderne serie TV, avrebbe rappresentato una versione della narrazione reticolare di cui avremmo cominciato a fare esperienza in quegli stessi anni navigando tra Myspace e Wikipedia (ne parlava, ad esempio, Alessandro Romeo qui).

Cosa è cambiato dieci anni dopo? Mi limito a sottolineare alcuni punti che mi sembrano interessanti.

A) Al modello di Lost, dove la libertà narrativa corrispondeva alla possibilità di far accadere di tutto, se n’è affiancato un altro, incarnato al suo meglio da Mad Men: ricostruzione storica, attenzione maniacale per i dettagli, sceneggiatura di altissimo livello, credibilità su tutto il fronte. Se i modelli di Lost erano Lovecraft e la fantascienza anni settanta quelli di Mad Men (2007) sono Richard Yates e Philip Roth. Lost sta al postmoderno come Mad Men sta al realismo (senza ovviamente che il primo sia completamente postmoderno o il secondo completamente realista). Gran parte delle serie TV successive al 2007, compresi cult come Breaking Bad, si situano in un punto di quel continuum.

B) L’incremento della produzione di serie TV ha avuto diverse conseguenze. Innanzitutto la dispersione del pubblico e di finanziamenti messi sul piatto dalle diverse emittenti televisive, quindi l’interruzione nella produzione di prodotti anche validi e seguiti dal pubblico (un caso su tutti quello che avrebbe dovuto essere l’erede di Lost, Flashforward). In secondo luogo al modello USA si è affiancato quello britannico, che ha dato alla luce prodotti di alta qualità (Misfits, Black Mirror, A Honourable Woman). La conseguenza di questa improvvisa popolarità del genere ha trasformato la serie TV da territorio indie e sperimentale a luogo di colonizzazione hollywoodiana, con l’ingresso nella produzione di registi come Steven Spielberg (Falling Skies) e attori come Dustin Hoffman (Luck).

C) Recentemente sul mercato si sono mossi soggetti diversi dalle tradizionali emittenti televisive, come Netflix e Amazon, che hanno cambiato un po’ le carte in tavola. Ad esempio la scelta di Netflix di rilasciare tutti gli episodi di House of Cards contemporaneamente mette in discussione il concetto stesso di serialità televisiva, riportando l’attenzione sullo sviluppo della trama piuttosto che su quello dei personaggi (meno libero in quanto maggiormente pianificato in partenza).

A tutto questo, credo, si è aggiunto il fatto che l’effetto innovativo della narrazione reticolare introdotto da Lost negli anni si sia andato affievolendosi, con il risultato di riportare in primo piano i contenuti rispetto alla forma con cui questi vengono raccontati. Così se da un lato la serie TV come mezzo si è consolidata nel panorama culturale, dall’altro il semplice fatto di saper manipolare in maniera efficace la serialità ha smesso di essere un punto a favore di per sé, condannando molti esperimenti televisivi a derive più o meno tristi. In un certo senso è come se a molte serie TV sia mancato improvvisamente il terreno sotto i piedi.

Il risultato più visibile di questa evoluzione mi sembra abbastanza chiaro: a sopravvivere e ad affermarsi in un panorama che è andato facendosi via via sempre più popolato sono state le produzioni finanziate da enormi capitali, che hanno riportato al centro un’idea di narrazione più tradizionale per ottenere maggiore audience: serie TV come House of Cards e Game of Thrones ne sono la dimostrazione. Da un certo punto di vista la serie televisiva indipendente, sperimentale e basata su uno storytelling reticolare ha perso, venendo soppiantata da un lato da grandi operazioni di stile hollywoodiano e dall’altra da operazioni raffinatissime dalla struttura più controllata (di nuovo A Honourable Woman). 

Paradossalmente, delle serie TV nate nella prima fase del mezzo, diciamo entro il 2010, mi sembra che sopravvivano con una certa vitalità due esempi diametralmente opposti: da una parte The Walking Dead, che riesce a mantenersi viva come in formalina grazie a un’opera di distruzione quasi radicale della trama (succede così poco che potrebbe andare avanti per sempre, come una biglia fatta rotolare su una superficie piana in assenza totale di attrito). Dall’altro lato una moderna soap opera come Downton Abbey, che nega i precetti della narrazione reticolare alla Lost con una pervicacia tale da rappresentare un esempio paradossale di ritorno a uno storytelling di tipo ottocentesco, affabulatorio ed emotivo, dove tutto però (posta la sospensione dell’incredulità che un’operazione del genere richiede) funziona alla perfezione, intrecciando con non poca maestria storia individuale, sociale e politica.

Dieci anni dopo la nascita della moderna serie TV, insomma, il mezzo è diventato né più né meno di uno dei tanti strumenti con cui comunichiamo e raccontiamo storie. Solo oggi forse ha raggiunto la sua maturità, e non ci sono segnali concreti, mi sembra, che ne facciano presagire un declino in tempi brevi. Ma il mondo inaugurato da Lost non esiste più, e per chi ha seguito questa stupefacente ascesa in tempo reale resta un po’ di amaro di bocca, la sensazione di una normalizzazione forse necessaria, ma anche, spesso, un po’ insoddisfacente. 

Glasgow e Kensington, centro e periferia nell’impero britannico

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La brava Sara Marzullo mi ha segnalato che uno scatto del fotografo Dougie Wallace è stato selezionato tra i finalisti del Sony World Photography Awards, l’importante premio annuale organizzato dalla World Photography Organisation. Ne ha parlato anche il Post in questo articolo.

La fotografia di Wallace è stata scattata a Glasgow e fa parte di un progetto intitolato “Glasgow, la seconda città dell’impero” che mette a confronto scatti ottenuti nel quartiere popolare di Calton con altri realizzati nel ricco quartiere di Kensington & Chelsea a Londra. Presentando il progetto, Wallace ha detto che «La differenza di fortuna non è solo nell’aspettativa, ma nei tagli dei vestiti e dei cappotti, negli accessori, nel trucco delle donne, persino nelle loro espressioni, che sono da un lato piene di autostima e arroganti, dall’altro oppresse e malnutrite» (traduzione del Post).

Sono stato recentemente a Glasgow e ho scritto alcune righe riguardo al rapporto ambiguo che, come molti altri centri nel Regno Unito, intrattiene nei confronti di Londra. Osservando le fotografie di Wallace, originario proprio di Glasgow ma operativo a East London da molti anni, mi chiedo se un’analisi così dicotomica sia realmente possibile nel XXI secolo, in un’epoca in cui i confini della geografia economica di città e di interi paesi è andata facendosi più sfumata.

Per quanto possa sembrare strano per noi eruopei, però, la risposta è che sì: davvero nel Regno Unito è ancora possibile contrapporre la “oppressa e malnutrita” Claton e la “arrogante” Kensington. Questo resta in fin dei conti ancora un paese profondamente diviso in classi sociali, dove anzi la divisione in classi non viene percepita come un problema da risolvere ma come una natruale stratificazione del corpo sociale. Forse è anche per questo che a Londra non esistono ghetti ma blocks di case popolari si alternano senza soluzione di continuità a isolati residenziali: perchè l’essere ricchi o poveri non è una condizione permanente ma nemmeno una vergogna da nascondere alla vista. Questo paese è rimasto essenzialmente vittoriano nel suo senso acuto per la carità sociale, la tolleranza paternalistica e l’ipocrisia di classe.

Glasow è davvero in un certo senso la seconda città dell’impero, situata geograficamente all’estremo opposto dell’isola rispetto alla capitale, anch’essa un tempo industriale e benestante. Tuttavia, per quanto il lavoro di Wallace dica davvero qualcosa sul Regno Unito di oggi (almeno quanto il bellissimo progetto “Belgravia 1979-1981” di Karen Knorr, oggi esposto in una sala dedicata della Tate Britain, diceva sul Regno Unito di Margaret Thatcher), mi resta il sospetto che la vera realtà del paese non stia in questi due esempi comunque illustri. Al contrario andrebbe forse cercata in tutti quei centri nel mezzo, geografico e sociale, che compongono quella campagna apparentemente amorfa che si vede dai finestrini del treno quando si percorre il tratto London Euston – Glasgow Central. 

Quella è la storia delle Manchester e Liverpool, Bristol e Birmingham e degli infiniti centri minori che hanno dato tanto alla storia recente di questo paese in termini di cultura, arte, musica e sport. Ma come giustamente il titolo del progetto di Wallace sottolinea questa è la storia di una nazione moderna, non la storia di un impero.

(Fotografia: © Dougie Wallace)

Perdersi in Turner, perdere Turner

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Nell’estate del 2001 sono venuto a Londra per la prima volta nella mia vita adulta. Ero con un viaggio organizzato sul genere vacanza-studio con base a Chester e la visita della capitale faceva parte del nostro programma di apprendimento della lingua e della cultura inglese.

Dopo la mattina passata a visitare Westminster il proposito dei nostri accompagnatori era portarci a visitare il museo delle cere Madame Tussauds, ma fortunatamente si poteva esercitare
un’opzione di opt-out a patto di proporre un’altra destinazione di
interesse culturale. Io avevo deciso di andare a visitare la Tate
Modern. Nessuno aveva voluto venire con me ma la richiesta era stata
accettata. Dunque mi ero ritrovato a sedici anni da solo nel cuore di
Londra.

Non la faccio lunga, il punto è che ho un pessimo senso
dell’orientamento e all’epoca avevo una pessima conoscenza della città,
quindi per un errore di calcolo mi ero ritrovato alla Tate Britain
invece che alla Tate Modern. Era troppo tardi per tornare sui miei
passi, quindi mi ero rassegnato a dedicare un paio d’ore all’arte
britannica degli ultimi cinque secoli piuttosto che all’arte
contemporanea internazionale.

Ero rimasto a vagare per le sale
piuttosto annoiato, oltrepassando senza molto interesse i vari pittori
rinascimentali e secenteschi, perdendomi nelle grandi sale monumentali.
Ero finito nell’area dedicata a Turner completamente per caso.

Senza
che me ne accorgessi quella pittura mi aveva risucchiato. Suppongo che
allora la collezione dovesse essere stata organizzata in maniera
grossomodo cronologica, perché ricordo bene la sensazione di vedere quei
panorami tradizionali e definiti a tinte scure lasciare
progressivamente il posto a vedute sempre più astratte e sfumate e al
contempo sempre più chiare. Era come se una luce fortissima fosse
esplosa dietro quello che l’occhio del pittore poteva vedere,
illuminandolo e sgretolandolo. Alla luce di questo bagliore la realtà si
faceva vaga, incerta, inafferrabile. Traboccante di una magia
misteriosa e vagamente inquietante. 

Quel giorno mi ero perso così
profondamente nell’opera di Turner da dimenticare me stesso, come se
fossi stato soggetto allo stesso processo di decomposizione della
realtà. Ero arrivato in ritardo all’appuntamento con il pullman,
consapevole di essere passato attraverso un’esperienza estetica non
comune.

Quindici anni dopo quel giorno, dopo due anni passati a
Londra, sono tornato alla Tate Britain per la prima volta. Con curiosità
e una certa trepidazione mi sono diretto alla sezione dedicata a
Turner. E quello che ho trovato mi ha deluso.

I quadri più
astratti sembravano essere scomparsi. La collezione era stata
organizzata secondo criteri più razionali ed esplicativi, corredata di
grandi tavole che spiegavano il rapporto di Turner con lo studio
pittorico, il panorama, il proprio ambiente artistico e l’opera di
Constable. Ho visto quadri belli e altri meno belli, ma non ho ritrovato
niente di quella magia.

La collezione Turner della Tate Britain è
stata cambiata? Spostata, riorganizzata? Ripensata magari in relazione
al successo del recente film di
Mike Leigh? Non ne ho idea. Sono passati molti anni e può benissimo
darsi che i quadri siano esattamente gli stessi, disposti esattamente
nella stessa maniera, e che ad essere cambiata sia la mia sensibilità.

Così
ho passato il resto del mio tempo al museo visitando le altre sale,
ammirando David Hockney, L.S. Lowry e naturalmente Francis Bacon. Ho
scoperto un quadro di
John Everett Millais molto bello e sensuale che non conoscevo e ha
rapito la mia attenzione a lungo. Ma la cosa più strana è che mentre
camminavo per le sale, senza pensare minimamente a Turner, i suoi quadri
minori disordinatamente disposti nel museo in diverse sale mi balzavano
agli occhi con una potenza inarrestabile. Potevo vederli a decine di
metri di distanza, il bagliore di quella luce mi attraeva a sé con la
forza che l’intera sezione dedicata alla sua opera mi aveva negato.

Sono
rimasto a camminare per le sale un paio d’ore, cercando altri Turner e
non trovandoli. Mi è venuto in mente che forse Turner è uno di quegli
artisti che non puoi trovare che per caso, e che se lo cerchi si ritrae
al tuo sguardo. O che almeno per me funziona così.

Critica letteraria, note a margine

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Alcuni giorni fa Giulio D’Antona ha pubblicato sul suo blog un interessante articolo sul destino della critica letteraria, che sembra essersi appiattita alla dimensione del consiglio di lettura quando non dell’encomio. L’articolo ha generato un certo dibattito ricevendo risposte interessanti, a dimostrazione, mi pare, del fatto che il tema è sentito tra gli operatori del settore. Di seguito alcuni spunti di riflessione.

Un contesto editoriale sano

«La critica», scrive Giulio D’Antona, «non è un favore e nemmeno un consiglio di lettura. È un’analisi severa […] del testo, del suo autore e delle sue potenzialità». A supporto di questa tesi più che condivisibile porta alcuni esempi tratti dal panorama letterario statunitense, come il dibattito sul Cardellino di Donna Tartt o gli articoli di David Foster Wallace su John Updike. 

In America, però, questi esempi sono resi possibili dall’esistenza di un contesto letterario solido all’interno del quale la critica occupa un posto pubblicamente riconosciuto. Questo significa molte cose. Ad esempio un’editoria tutto sommato vitale, il riconoscimento economico della professione letteraria, l’esistenza di spazi dedicati alla critica, la presenza di un pubblico interessato a leggere le recensioni. 

Purtroppo in Italia mancano quasi tutti questi aspetti, in parte per cause contingenti (la crisi economica), in parte per cause strutturali (il mercato della lingua inglese è incomparabilmente più solido di quello della lingua italiana per ragioni di numeri), in parte a causa della cattiva gestione da parte dei professionisti dell’editoria del cambiamento che ha investito il settore negli ultimi anni. 

Non puoi fare una critica letteraria severa e puntuale se non c’è una rivista che ti paghi per farla, uno spazio dedicato, un pubblico disposto a leggerla e un’editoria abbastanza solida e trasparente da considerare l’eventuale stroncatura come un incentivo a migliorare.

Professionisti?

Gli esempi citati da Giulio D’Antona riguardano veri pesi massimi del sistema letterario americano, Hemingway e Foster Wallace, il New Yorker e la Paris Review. Se in Italia il discorso critico ha ancora una sua vitalità questo si deve all’iniziativa dei singoli o a realtà piccole, indipendenti e quindi, nella maggior parte dei casi, poco solide. 

Mi sembra sotto gli occhi di tutti che i grandi quotidiani e le grandi riviste, quelle che dovrebbero essere i baluardi culturali del paese, hanno abdicato al proprio ruolo da anni. Nella stragrande maggioranza dei casi le pagine culturali dei quotidiani non aggiungono niente al discorso critico. Al contrario, sono le prime responsabili di quella tendenza alla celebrazione evidenziata dall’articolo di Giulio D’Antona.

D’altra parte le piccole realtà non hanno la stabilità necessaria per attraversare indenni momenti di crisi e proporre sfide difficili da sostenere anche economicamente. Molte delle migliori riviste culturali sono in perdita. Cosa ce ne facciamo di realtà bellissime che chiudono i battenti dopo un anno, come Pagina 99? Questa frammentazione non rischia di disperdere le già esigue energie della critica?

 Il ruolo del web

Generalmente viene dato per scontato che il web abbia messo in crisi il principio d’autorità, ma solo in Italia questo ha comportato conseguenze tanto catastrofiche. Nel Regno Unito, dove vivo, nessuno si sognerebbe di pensare che un articolo del Guardian è uguale al post di un blog. 

Al contrario i quotidiani italiani si sono appropriati del copia-incolla e hanno smesso di verificare le fonti, come nel caso delle vignette rubate dal Corriere o del paradossale profluvio di false lettere di Elena Ferrante di questi giorni. Quello che è andato a farsi benedire sono gli standard di qualità e professionalità dei prodotti editoriali.

Per la critica letteraria il web potrebbe essere (e spesso è) uno strumento eccellente di dibattito e divulgazione di nuove idee. Dovrebbe servire ai critici di talento per trovare uno spazio nel discorso culturale del paese, non alle grandi istituzioni culturali per giustificare la propria inefficienza. 

La guerra lampo degli uffici stampa

Con il venire meno di un principio d’autorità condiviso è facile cadere nell’errore che l’opinione dominante sui social network corrisponda alla verità. Da questo punto di vista un tweet di un critico letterario pesa di meno di molti tweet di perfetti sconosciuti. Andate sul profilo Twitter di un qualsiasi editore e scoprirete che prolifera di retweet di persone comuni che postano foto di sé stessi con in mano un libro pubblicato dall’editore. 

Per quale motivo un ufficio stampa dovrebbe retwittare la stroncatura di un proprio libro da parte di un influente critico quando può retwittare gli elogi di decine di lettori?

In un normale equilibrio di poteri del tipo di quello immaginato da Giulio D’Antona gli uffici stampa non dovrebbero essere i primi attori del discorso intorno al libro. Nella realtà l’unico caso letterario ad aver conquistato la copertina dei quotidiani negli ultimi mesi è il mistero intorno all’identità di Elena Ferrante e l’opportunità o meno di candidare il suo romanzo al Premio Strega.

Amici di amici

Un punto sottolineato da Giulio D’Antona e altri è il fatto che il mondo letterario italiano è molto circoscritto: chiunque ne faccia parte conosce personalmente molti dei suoi appartenenti. Quelli che non conosce sono amici di amici. 

Difficilmente a uno scrittore piace ricevere la stroncatura di un amico o a un editore piace sentir parlare male dei suoi libri dalla persona a cui scrive email dopo il lavoro. Quand’anche non agiscano queste dinamiche, il favore personale resta il principale metodo di avanzamento di carriera in Italia. 

Purtroppo però questo non riguarda solo l’editoria e non è certo un problema che possa essere risolto a forza di post sui blog.

(Nella foto: Roland Barthes)

Broadchurch

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Ho un rapporto ambiguo con Broadchurch, la serie televisiva britannica prodotta da ITV a partire dallo scorso anno: guardandola qualcosa mi infastidisce, ma non smetto di guardarla. La storia racconta delle indagini relative all’omicidio del quindicenne Danny Latimer, trovato morto su una spiaggia del Dorset. Quest’anno è stata mandata in onda la seconda stagione.

Da un lato è niente di meno e niente di più di un crime show abbastanza tipico, con i pregi e i difetti dell’industria televisiva britannica in termini di indipendenza della produzione e relativo corto respiro delle trame, che mancano quasi sistematicamente dell’ambizione delle serie americane (anche nei casi migliori, vedi The Honourable Woman). Dall’altro è un ritratto della provincia inglese così struggente che non posso fare a meno di esserne affascinato.

In questo senso: il detective a capo dell’indagine, lo scozzese Alec Hardy (David Tennant) è malato di cuore e ha alle spalle una carriera di fallimenti. Non fallimenti spettacolari, da antieroe chandleriano. Fallimenti veri: è semplicemente un poliziotto mediocre. La sua partner Ellie Miller (Olivia Colman) è il ritratto dell’amica di famiglia a cui vuoi bene ma di cui profondamente ti vergogni. È sguaiata, pedante, parla a sproposito, si fa travolgere dall’emozione in maniera goffa. Mentre si relazionano tra loro verrebbe voglia di guardare da un’altra parte per l’imbarazzo.

Lo stesso vale per gli altri personaggi, giornalisti di quotidiani locali che vogliono fare (e non faranno mai) carriera nella stampa nazionale, avvocatesse che credono di essere (e non sono) brillanti, amici di famiglia la cui personalità borderline viene accettata perché il luogo non offre niente di meglio. Ogni volta che guardo Broadchurch mi viene in mente la Pasqua passata a Eastbourne a mangiare fish & chips per assenza di ristoranti propriamente detti. I treni che attraversano le Midlands e sui quali salgono donne con vestiti fuori moda che vanno a Londra per visitare parenti in ospedale e di fronte alla città si sentono fuori posto, a disagio.

I creatori di Broadchurch sono consapevoli della sensazione che trasmette la serie? All’inizio ero convinto di no, soprattutto per la naturalezza (direi: la spontaneità, come se non ci fossero alternative, altri argomenti di cui parlare o altri linguaggi per parlarne) con cui la provincia viene rappresentata: senza nostalgia e senza avversione. Poi ho scoperto che l’autore della sere è Chris Chibnall, che ha girato Torchwood e puntate del Dottor Who, ha fatto parte di compagnie di teatro sperimentali ed è lo show runner di Law & Order UK. Non proprio uno sconosciuto.

Chibnall, originario del Lancashire, ha però raccontato di aver ideato Broadchurch durante un periodo in cui viaggiava molto per lavoro e passava poco tempo con la famiglia nella sua casa del Dorset. Dunque non solo è nato in provincia, ma ha scelto di vivere in provincia nonostante gli studi universitari londinesi e i contratti con case di produzione USA. Lo sguardo partecipe che posa sulla provincia che fa da sfondo a Broadchurch è così visibile da essere talvolta quasi fastidioso. Uno sguardo senza lirismo (come accade invece ad esempio in Glue) e senza rabbia. Trasparente fino alla vertigine.

In Italia Broadchurch va in onda sulla rete televisiva Giallo dal 28 aprile scorso. In America ne hanno fatto un remake, Gracepoint, con protagonista sempre David Tennant ma non Olivia Colman, sostituita dalla ben più avvenente Anna Gunn. La location è la splendida Jurassic Coast nel sud-ovest dell’Inghilterra e la colonna sonora è in gran parte scritta da Ólafur Arnalds.

Gentrificazione all’italiana: San Salvario, Torino

Con il tempo ho scoperto di essere una persona che tende a legarsi ai luoghi, ed è forse per questo che ho vissuto a San Salvario per tutto il tempo che ho vissuto a Torino: otto anni e mezzo, dall’ottobre del 2004 a gennaio 2013. Inizialmente abitavo al confine meridionale, in quella terra di nessuno tra centro città e Lingotto costellata di latterie, con i prezzi degli affitti inspiegabilmente alti e una popolazione anziana tendente alla tristezza e alle passeggiate mattutine con i cani. Tuttavia in corso Dante ci sono rimasto solo un anno (un anno di parquè nel bilocale al piano rialzato, palestra con un nome orientale e condomini diffidenti: dopo diciannove anni passati in un paese ricco e provinciale questa versione polverosa del suburbio parigino è il massimo compromesso che si possa chiedere tra libertà degli spazi cittadini e rassicurante noia della vita in campagna), poi ho conosciuto le persone giuste e mi sono trasferito nel cuore del quartiere. C’è stata una sistemazione di passaggio, luminosa e disperata come tutte le cose che non possono durare, finché mi sono stabilito in quella che sarebbe diventata la mia vera casa torinese in via Sant’Anselmo. Lì sono rimasto, prima con i miei inquilini e poi con la mia ragazza, finché non ho lasciato Torino per Londra. 

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Sono arrivato a Torino nel corso di un cambiamento epocale per la storia della città, quello innescato dalle Olimpiadi invernali del 2006, e tuttavia ancora nei primi anni della mia permanenza dire che abitavo a San Salvario equivaleva a sentire le persone che avevi invitato a cena declinare la proposta: un quartiere periferico per le distanze ridotte di Torino, e comunque fuori dal centro, con una nomea terribile che al grande vuoto lasciato dalla borghesia che l’aveva abitato dalla metà del XIX secolo alla metà del XX aveva aggiunto lo spaccio di droga negli anni 70 e 80 e poi la massiccia immigrazione dall’Africa e dall’Est europeo, in parte in virtù della vicinanza della stazione di Porta Nuova e in parte per il background già multietnico e multi-religioso del quartiere (due importanti chiese cattoliche, una sinagoga, una moschea e un tempio valdese). Allora la vita della città si svolgeva altrove, soprattutto quella giovanile: ai Murazzi recentemente bonificati, nel quadrato di vie desolanti che circondano l’Università da via Po a piazza Vittorio, se eri abbastanza upper-class da permetterti costi alti per i cocktail e tollerare cravatte e tacchi a spillo al Quadrilatero Romano, già passato per la fase di declino e successivo recupero urbano. I parenti al telefono ti chiedevano “Abiti a San Salvario? Ma non hai paura?”. E questo nonostante la presenza della facoltà di Architettura, la sede della Stampa, il complesso di Torino Esposizioni, la forte presenza associazionistica, diversi musei e due teatri. 

Questo era il quartiere quando ci sono arrivato: vie buie, due cinema porno (che ci sono ancora), pochi locali, bar arabi, ristoranti peruviani, gente che stazionava a bere birra davanti all’alimentari cinese di via Berthollet, spaccio di hashish a ogni strada (dire “A posto” ai magrebini che ti guardavano negli occhi prima ancora che parlassero era diventato una specie di tic per tutti i residenti sotto i trent’anni), spaccio di cocaina nelle zone più buie e periferiche, retate di polizia abbastanza frequenti, risse, di tanto in tanto qualche accoltellamento. Nel cortile interno della mia casa al 24 di via Belfiore, dove una volta aveva avuto sede un club musicale importante come Hiroshima Mon Amour, c’erano una chiesa evangelica e un club di scambisti. Di fronte c’era il bar di Michele, arabo e frequentato solo da arabi, che vendeva la Moretti ai prezzi più economici della zona, e che ben presto era diventato il nostro luogo di ritrovo. La sera la clientela si ubriacava in maniera molesta e giocava al video poker. Mi sono innamorato del quartiere nel corso di quel primo anno passato in via Belfiore, e fin da subito ho cominciato a costruirci sopra un vero e proprio lifestile: minimale, giovanile, romantico e senza speranze, com’ero io a quei tempi. Eppure i segni del cambiamento c’erano già tutti, e la gentrificazione arrivata di lì a poco era, in realtà, un fenomeno già largamente annunciato.

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San Salvario è diventato il quartiere più cool di Torino, quello in cui tutti volevano abitare, all’improvviso: nel biennio che ha separato la città dal suo passato a quello che sarà il suo futuro, tra il 2006 e il 2008 mentre tutti quanti, io compreso, eravamo distratti dall’effetto inebriante delle Olimpiadi (i turisti che non c’erano mai stati, le ragazze svedesi alle feste, le occupazioni all’università, Patti Smith che cantava in piazza Castello ribattezzata con italianissimo cattivo gusto “Medal Plaza”), ma anche dall’effetto di cambiamenti più grandi (la crisi economica sarebbe arrivata dopo, ma all’inizio c’era ancora la sensazione di leggerezza dovuta al fatto di scriversi su MySpace con una ragazza delle isole Far Oer, quando il tuo tasso di interazione mediata dal computer era rimasto, fino a poco tempo prima, confinato alla chat e ai forum). Comincia con i locali che aprono clonandosi a vicenda, rumerie che producono altre rumerie e poi vodkerie per generazione imperfetta, e a quel punto diventi consapevole di una serie di segnali che finora avevi ignorato o ingenuamente imputato all’aria bohemien del quartiere: la tua vicina di casa è una pittrice, sotto abita un pianista, la ragazza al bar studia circo, le tue amiche hanno messo una piscina sul terrazzo e per il compleanno ti regalano una custodia di lana per la macchina fotografica cucita a mano o una sedia fatta con fascette comprate in ferramenta. A novembre per le strade arriva Paratissima, l’associazione di cui fai parte comincia a riunirsi sotto casa tua, nella casella della posta trovi lettere degli agenti immobiliari che cercano di convincerti a vendere. A quel punto è già troppo tardi, e quello che amavi del quartiere in cui abiti sta già scomparendo, anche se ci metterà anni per scivolare via del tutto: perdi la speranza a colpi di apericena, di quarantenni radical-chic vestiti di nero, di ragazze indie rock (nel 2007 e 2008) che tinteggiano negozi di vestiti retrò con maglie a righe la domenica mattina, che si trasformeranno di lì a qualche anno (nel 2010 e nel 2011) nei loro fidanzati hypster con barbe e camice a quadri che aprono discoteche e sale prove con lavatrici a gettoni dentro. I tuoi vecchi amici se ne vanno uno a uno, arrivano i tuoi nuovi amici e tu rimani con i dubbi che crescono sempre un po’ di più, finché alla fine cedi e dici basta: non ne puoi più, te ne vai.

***

Dopo otto anni e mezzo non sarei probabilmente rimasto a Torino anche se non fossi partito per Londra, ma anche se fossi rimasto non sarei restato a San Salvario. Tuttavia ora, quando torno sempre troppo fugacemente, senza prestare la necessaria attenzione ai dettagli (sarà probabilmente questa la chiave per comprendere: perdere la visione d’insieme) mi rendo conto di qualcosa: che quella gentrificazione che mi ha mandato via e che ho vissuto tanto male non c’è davvero stata, o almeno non fino in fondo.

Torno un pomeriggio d’estate e, mentre aspetto un amico in ritardo, faccio un giro per il quartiere. Mi fermo a prendere un caffè in un bar con il bancone metallico pieno di macchie circolari e zuccherose di caffè, dove un uomo con l’orecchino mi fa una battuta che non fa ridere. Esco e vedo gli anziani sulla sedia a rotelle che vengono spinti da badanti rumene, la panetteria ebraica, i negozi di oggetti per la casa che avevo sempre dato per scontati e che ora che vivo a Londra, dove la vendita al dettaglio è in mano alle catene per il 99% dei casi (al  posto della ferramenta qui c’è Rober Dyas), mi sembrano stranamente più autentici; sulla panchina su cui mi siedo ad aspettare, il peruviano con dei baffi da ungherese dell’Ottocento non mi degna di uno sguardo; sarà il Continente che è per sua natura più grigio, caldo, sporco e rumoroso di una città dove la perfezione è elevata a standard, ma tutto mi sembra così povero e decadente da farmi tenerezza; i cinema porno ci sono ancora, e così la gente che si raccoglie a bere intorno all’alimentari cinese, e insomma c’è ancora tutto: i trentenni che si assiepano all’ora dell’aperitivo fuori dai locali non sono un miraggio, ma mi sembrano ora come un elemento mobile in un fondale che non cambia. Non che rimpianga di aver lasciato quel quartiere a cui ormai ho già dato tutto, ma il senso di risentimento che provavo fino a qualche tempo fa sembra affievolirsi fino a sparire.

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Alla fine capisco che tutta questa lunghissima introduzione è servita per arrivare a una conclusione semplice: e cioè che San Salvario non è Brooklyn e nemmeno Islington, che l’Italia non è l’America ma nemmeno il Regno Unito; facciamo cose, imitiamo modelli di sviluppo, ma non riusciamo a crederci fino in fondo; un quartiere che si gentrifica in Italia (chissà cosa ne pensano a Roma quelli che abitano al Pigneto) non si gentrifica mai fino in fondo, o non lo fa mai con la nettezza che vedi nelle gallerie d’arte e nei panorami post-industriali di Shoreditch, dove gli elementi di scena sono tutti al loro posto e la gente ha davvero l’aria di credere che vivere in un ex quartiere povero diventato ricco sia meglio che vivere in un quartiere che è sempre stato ricco, e che la forma del luogo in cui vivi sia altrettanto importante che la sostanza umana in mezzo alla quale vivi, come se un bell’abito senza nessuno dentro non fosse qualcosa di profondamente inquietante. 

Il mio amico, quando arriva, mi racconta che da Michele, che continua a esserci, non ci si può più andare: c’è la coda di gente che vuole comprare lì la Moretti perché costa meno. Confusamente, ma anche profondamente, è questo spirito di sopravvivenza, questo rimanere sempre sospesi tra il capitalismo avanzato e l’economia di sussistenza, a cavallo tra la serie A e la serie B dell’Occidente, che se non servirà a salvarci sarà almeno utile nell’aiutarci a non prenderci troppo sul serio, barattando il raggiungimento di un’immagine perfetta con un pericoloso svuotamento di senso. 

“Game of Thrones” e le costellazioni familiari

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Televisivamente parlando Game of Thrones deve il suo successo a una miscela riuscita di violenza, sesso, mappe, intrighi e zombie, ma il motivo che la rende davvero interessante è lo scacchiere di interessi familiari contrapposti, il peso del genos sui destini individuali e collettivi: più che scoprire chi sarà alla fine a conquistare i Sette Regni intriga vedere se Tyron riuscirà a individuarsi nonostante il dispotico padre, o se l’ostinazione di Daenerys a vendicare un’offesa che esiste solo nel suo mondo (il padre, a quanto pare, era pazzo e pericoloso) sarà sufficiente a portarla con i suoi draghi al di qua del mare.

Proprio per questo motivo la terza stagione aveva finora deluso così tanto: incagliata in una zona torbida tra la pornografia e lo stuzzicamento degli istinti sadici (il grosso pene di Pod, la scena lesbo dell’evirazione di Theon Greyjoy, la prostituta trafitta dalle frecce di Joffrey) aveva progressivamente perso la sua delicata armonia narrativa, quella meccanica del potere messa in scena così bene dalla sigla di apertura. E proprio per questo la puntata 3×9 ribalta il giudizio e si configura come uno degli episodi più riusciti di tutta la serie.

Alla fine della puntata (ATTENZIONE SPOILER, smettete di leggere se non ci siete ancora arrivati) Robb Stark e la madre Catelyn Tully rimangono vittime di un’imboscata tesa da Walder Frey alle Torri Gemelle. La scena del massacro viene preparata nel corso di tutta la puntata dal susseguirsi sempre più insistito di segnali (la scoperta del metamorfismo di Bran, l’abbandono di Ygritte da parte di Jon Snow, le battute di Frey alla moglie di Robb, l’allegria dei commensali alla cena) e si consuma con un realismo che ne acuisce l’estrema violenza: le pugnalate al ventre gravido di Jayne, la voce impastata con cui Catelyn pronuncia le ultime parole, la rapidità del gesto che le taglia la gola, persino l’uccisione del metalupo. Era dalla fine della prima stagione, quando Ned viene decapitato ad Approdo del Re, che gli Stark non subiscono un lutto così grave, ed era sempre da quel momento che le vicende non subivano una svolta narrativa così importante (di fatto, la guerra tra Stark e Lannister, asse portante di tutta la serie fino a questo punto, è finita, almeno per il momento). 

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Soprattutto però il massacro degli Stark in casa Frey segna il punto di climax massimo nel percorso di maturazione e contatto con l’oscurità che  Game of Thrones mette in scena dalla prima puntata della prima stagione, seppure con una certa incostanza, nei suoi momenti migliori, e che l’arrivo minacciato dell’inverno (e delle creature spettrali che porta con sé) rappresenta a livello simbolico. Neanche a dirlo, si tratta di nuovo di un percorso che passa attraverso il prisma familiare per riflettersi sui singoli individui, assumendo di volta in volta coloriture diverse.

Nella grande costellazione di Westeros, infatti, Casa Stark rappresenta la famiglia compiutamente borghese, benestante ma solidamente ancorata a un mondo di lavoro, etica e tradizione, severa a volte ma sempre giusta: Ned Stark incarna una figura paterna altamente positiva, ben lontana sia dal dispotismo di Tywin Lannister che dalla devianza del Re Folle. Gli Stark si distinguono dalla nobiltà decadente dei Lannister, che vengono dal caldo sud e il cui albero genealogico è un intrico di incesti, tanto quanto dall’esotica alterità dei Targaryen. Non sono tanto presuntuosi da ritenersi privi di macchia (Ned ha tradito Catelyn, un tempo) ma abbastanza da mantenersi a una distanza equa dalla cupezza di Grayjoy e Baratheon e dalla mollezza dei Tyrell. Sono i custodi della Barriera, infine, l’avanguardia nella lotta della civiltà contro le cose selvagge che vengono con l’inverno.

Per questo non solo il loro massacro, ma anche le tonalità altamente drammatiche con cui viene messo in atto (si tratta delle sene forse più violente della televisione mainstream dalla carneficina che chiude la seconda stagione di Boardwalk Empire) contengono un’informazione: mentre a sud del mare si sta formando una coppia che invoca una nuova purezza della razza (la biondezza eugenetica di Daenerys e Daario) la famiglia dei giusti semplicemente soccombe al maggiore cinismo dei ricchi Lannister. Ciò che Robb Stark aveva fatto seguendo le forze oscure del cuore viene disfatto dalla chiara violenza che potere e denaro possono edificare. In una bella scena della stagione precedente Lord Baelish dice a Cersei “knowledge is power”, e Cersei gli risponde “power is power”. Cersei, veniamo a scoprire (e lo scopriamo venendo a scoprire che lei e Jaime a loro volta l’hanno scoperto sulla propria pelle, con le proprie ferite) aveva ragione.

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Così mi viene da pensare che in fondo tutto Game of Thrones potrebbe essere letto finora come il romanzo di formazione dei figli della famiglia Stark, strappati all’infanzia dorata di profonda armonia (intra e extra-familiare, con la natura e i suoi ritmi) dalla violenza dell’agire umano: prima con decapitazione pubblica di Ned, la paralisi di Bran e l’allontanamento di Jon Snow, e poi con la caduta di Grande Inverno e il massacro di Robb e Catelyn. Ognuno a modo suo ha intrapreso il percorso che da bambino lo porterà ad essere adulto, Sansa definendosi come dama ad Approdo del Re, Arya affermando la propria diversità rispetto proprio rispetto al ruolo di dama, Bran in una maniera più mistica e oscura. Non mi stupirei se proprio il suo potere empatico nei confronti delle cose selvagge, la sua polarità epilettica e il suo corpo reso inadatto all’azione finissero per convogliare su di lui il destino più grande, la maturità collettiva che verrà dopo l’inverno, con il nuovo ordine politico e sociale. Magari è il suo sguardo introverso (letteralmente: le pupille gli si rivoltano all’interno durante gli eventi metamorfici) a guardare la mappa dei Sette Regni e a conferirle un senso.  

I fatti di Woolwich nel contesto del Controllo e di quella forma di indifferenza collettiva che chiamiamo multiculturalismo

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Mercoledì 22 maggio 2013 due cittadini inglesi di origine nigeriana hanno aggredito e ucciso un militare che stava rientrando nella caserma di Woolwich, un quartiere a sudest di Londra. I due hanno investito l’uomo con una macchina, poi hanno tentato di decapitarlo con coltelli e mannaie da cucina e infine hanno trascinato il cadavere in mezzo alla strada. Dopo aver compiuto l’omicidio hanno aspettato l’arrivo della polizia spiegando ai passanti le ragioni del loro gesto, che sarebbe una rivendicazione per i musulmani uccisi dall’esercito inglese. David Cameron, il primo ministro britannico, ha parlato immediatamente di un attacco terroristico, il primo mortale a Londra dal 7 luglio 2005, quando quattro attentatori suicidi si erano fatti esplodere su tre linee della metropolitana e su un autobus provocando 52 morti e 700 feriti.

Nei giorni successivi all’attacco di Woolwich si sono scoperte alcune cose riguardo ai due supposti attentatori, il ventottenne Michael Adebolajo e il ventiduenne Michael Adebowale, ora feriti e sotto sorveglianza in due ospedali londinesi. Entrambi sono nati nel Regno Unito e provengono da famiglie cristiane di origine nigeriana. Adebolajo era noto al MI5 per le sue frequentazioni in ambiente estremista, essendosi convertito all’Islam nel 2003 sotto consiglio del controverso predicatore Anjem Choudary e avendo legami con il gruppo Al-Muhajiroun, bandito nel 2010 proprio insieme all’ex gruppo di Choundary, Islam4UK: in effetti era così noto che l’MI5 pare gli avesse addirittura offerto un lavoro come “talpa” dall’interno, lavoro che però lui aveva rifiutato. Adebolajo, si è anche scoperto, aveva studiato Storia alla prestigiosa Università di Greenwich, un quartiere poco distante, dove aveva conosciuto Adebowale. Entrambi sembrerebbero avere ragioni personali oltre che ragioni politiche per l’omicidio: Adebolajo era amico di un soldato ucciso da una bomba in Iraq, mentre il Adebowale aveva assistito all’uccisione del proprio migliore amico nel 2008, per mano di un ragazzo bianco, nel contesto di una faida tra gang rivali. Oltre ai due assassini, altre due persone sono state arrestate il giorno dopo la morte del militare, il venticinquenne Drummer Lee Rigby. Altre tre persone sono state arrestate nel pomeriggio del 25 maggio, sempre nella zona sudest di Londra, ma sull’identità di questi ulteriori arresti le informazioni sono ancora vaghe e lacunose. E questi sono i fatti, ora veniamo alle interpretazioni.

 1. Ruolo ed efficacia del Panopticon

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Cos’ha colpito l’opinione pubblica nei fatti di Woolwich? Il richiamo al terrorismo, naturalmente, e quella che è stata definita la brutalità “medievale” dell’omicidio – le mannaie da macelleria, i coltelli, il tentativo di decapitazione ed eviscerazione. Tuttavia ci sono aspetti che hanno colpito di più al di là della Manica che nel Regno Unito. Uno di questi è il video che riprende Adebolajo con le mani sporche di sangue nell’intento di spiegare con tutta tranquillità a chi lo filma le ragioni del suo gesto, come se avesse appena fatto qualcosa di sbagliato (chessò, scrivere una frase jihadista sul muro con lo spray), non come se avesse appena ucciso una persona a sangue freddo. Un’altra cosa che ha colpito molto il pubblico europeo è l’apparente fissità della scena seguita all’assassinio, con i due omicidi/attentatori che aspettano tranquillamente l’arrivo della polizia mentre una folla di curiosi osserva l’accaduto, e un paio di donne si avvicinano al cadavere per constatarne la morte.

Londra, ed è un fatto noto almeno dagli ultimi Giochi Olimpici, è la cosa che più si avvicina al Panopticon, il carcere ideale progettato alla fine del 1700 dal filosofo Jeremy Bentham. Il significato del termine “Panopticon” è “ciò che fa vedere tutto”, ed è noto che Londra è una delle città più controllate e filmate al mondo: su un duble-decker qualsiasi mi è capitato di contare nove occhi meccanici, pochi di meno sugli autobus a un solo piano. Se vivi a Londra non ci pensi, e naturalmente l’efficacia dello strumento deriva proprio dalla sua invisibilità (ne sapeva qualcosa Foucault), ma praticamente ogni tuo gesto è filmato, osservato e archiviato da qualche parte nella Grande Memoria della città. Una dimostrazione di questo fatto è che i due sospetti per l’omicidio di Woolwich erano noti alle forze dell’ordine (il caso di Adebolajo è quasi ironico nella sua assurdità: come uno Zelig criminale, nei giorni dopo l’omicidio sui giornali hanno cominciato ad apparire fotografie che lo ritraggono in tutte le pose del perfetto estremista islamico, che prega enfaticamente in compagnia di predicatori esiliati, con il volto coperto da una kefiah, arrestato dalla polizia ecc.). Ai quotidiani inglesi non è sfuggito che l’aspetto dell’esposizione mediatica è di importanza centrale nell’efficacia di un gesto violento di matrice politica, sia o meno terrorista, e che la proliferazione di dispositivi mobili di cattura e archiviazione fa combutta con le telecamere di sorveglianza per fornire al terrorista di turno un’eco mediatica che solo una decina di anni fa sarebbe stata impensabile. Come in una puntata di Black Mirror, la serie Tv britannica ambientata in un futuro distopico di tecnologie che si rivoltano contro gli umani, i meccanismi si innescano da soli. La facilità con cui Cameron ha parlato di “lotta al terrorismo” è disdicevole e pericolosa, ma in un certo qual modo resa necessaria dalla meccanizzazione del processo che dall’atto violento porta alla presa di posizione politica, passando appunto per la diffusione mediatica. Ma su questo ci torneremo.

Il secondo aspetto concernente il Controllo è più intimo e riguarda il controllo emotivo. Una delle migliori serie televisive inglesi di questa stagione si chiama Utopia e si apre con un killer dal volto inespressivo che uccide a sangue freddo tre persone, di cui una è un bambino che non avrà 10 anni, senza rimorsi o tentennamenti.  Quella che al di fuori della Gran Bretagna potrebbe essere legittimamente interpretata come una forma di espressionismo abbastanza calzante nel caso di un thriller fantascientifico diventa invece una forma di critica sociale in un paese dove il controllo emotivo è imposto fin dai primissimi anni di vita. Non che gli inglesi siano killer dissociati dalle proprie emozioni, naturalmente, ma quello che tante forme di espressione nell’Inghilterra contemporanea cercano di mettere in luce è proprio il lato oscuro di una società dove il Controllo è una parola che si scrive con la maiuscola – un imperativo morale invece che una semplice forma ereditata dalla compulsione vittoriana, anglocentrica e colonialista delle Buone Maniere. Michael Adebolajo, che nel tempo libero faceva volontariato e che nel video registrato dopo l’omicidio si scusa con “le donne che hanno dovuto assistere a questa scena” con una mannaia insanguinata stretta in mano non parla soltanto di terrorismo e di violenza esplicita, ma anche della violenza implicita che si nasconde dietro un sistema dall’efficienza perfetta, ma traboccante di zone d’ombra rimosse.

 2. La grande indifferenza

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Il secondo aspetto preoccupante di ciò che è successo a Woolwich riguarda un’altra caratteristica dell’identità londinese, la sua natura multiculturale. “Londra è la moderna Babilonia”, scriveva l’ex primo ministro Benjamin Disraeli nel Tancred: era il 1847 e questa è la frase con cui Julian Temple decide di aprire l’omonimo documentario dedicato alla sua città Natale. Londra è sotto tutti gli aspetti la moderna Babilonia: non solo perché vivono a fianco a fianco tutte le razze, le etnie e le culture del mondo, ma anche perché a differenza di altre grandi città quasi non esistono “zone” unicamente abitate da qualche minoranza etnica (con alcune eccezioni che vanno dalla centrale e turistica Chinatown alla comunità caraibica di Brixton): quartieri arabi scivolano nei templi della finanza, aree nere punteggiano i quartieri upper-class del sudovest, la bangladese Brick Lane si infila nella City. Londra è sempre stata questa mescolanza enciclopedia e poco ordinata di culture differenti, lo è dai tempi in cui era la città più grande del mondo e il centro dell’Impero Britannico e continuerà probabilmente a esserlo nel futuro. L’altro aspetto che le conferisce meritatamente il titolo di “moderna Babilonia” è la sorprendente relativa assenza di conflitti in cui queste culture convivono a strettissimo contatto. Niente banlieues come a Parigi e in Svezia, niente hinterland milanese, niente di niente. Fino a quando succedono fatti come quello di Woolwich, che i giornali hanno interpretato come il prezzo da pagare per vivere in una società multientica, aperta e tollerante. Tutto questo è vero, ma a me non pare una spiegazione sufficiente.  

Una delle esperienze più forti della vita londinese è prendere la metropolitana la mattina per andare al lavoro. Abito su una collina, e guardando dalla finestra all’alba posso vedere fiumi di pendolari che scendono verso la stazione della metropolitana come gli hollow men di Eliot attraversano il London Bridge. In metropolitana i londinesi guardano a terra, leggono il giornale o giocano a Jewels sul cellulare, probabilmente assuefatti da quello che per me resta uno spettacolo quotidiano: veder seduti fianco a fianco il broker che va a Canary Wharf e il musulmano che legge il Corano, la coppia gay e la famiglia indiana benestante, il sikh che si reca ad aprire il corner shop nel quartiere vicino, l’africano vestito con l’abito di Armani e il bianco caucasico con i dreadlock rosa che torna a casa dopo una nottata passata fuori. Per me è uno spettacolo, dicevo, ma non per il londinese medio, che vive in un guscio variamente edificato di cuffie e iPhone, tablet, “Evening Standard”, Kindle, libri usati, Testi Sacri – uno spazio vitale ricavato scavando nell’eccesso di stimoli provocato dall’umanità altrettanto variamente differente,  colorata, grigia, silenziosa, rumorosa, comunque troppo ricca di informazioni perché possano essere tutte processate normalmente, figuriamoci la mattina mentre vai al lavoro. Alla mia fidanzata è capitato di stare seduta di fronte a un tizio ben vestito con la bava alla bocca che tremava, e di essere l’unica ad accorgersene. A me è capitato di provare la stessa indifferenza: di aiutare una giovane mamma a portare il passeggino giù da una rampa di scale a Notting Hill e di accorgermi ore dopo che non l’avevo nemmeno guardata in faccia mentre mi ringraziava (era bella, brutta, grassa, indiana, bianca? il bambino com’era? cosa faceva, dormiva o mi guardava?).

Non fraintendetemi: non sto giudicando l’atteggiamento dell’uomo medio in metropolitana più di quanto non giudichi il mio provincialismo sud-europeo (un modo per dire che una vita passata qua per forza di cose ti cambia), e sono consapevole che la metro all’ora di punta è solo una faccia della medaglia – l’altra sono quartieri come Brixton, con le birre giamaicane, il Black Cultural Archives, Bob Marley Way e tutto il resto. Ritengo l’apertura di Londra alle diversità di cultura e razza uno degli aspetti che la rendono così bella e unica nel panorama europeo, e non mi illudo certo che questa multidimensionalità possa essere ottenuta facilmente, o senza che ci sia un prezzo da pagare. E  tuttavia tendo ancora a vedere il discorso da una prospettiva un po’ più ampia.

Michael Adebolajo era un bravo studente all’università ed era un membro attivo della comunità di Woolwich dove faceva il volontario, un’altra delle grandi ossessioni inglesi. Frequentava in maniera sistematica gruppi estremisti, era stato arrestato un paio di volte nell’ambito di manifestazioni violente anti-occidentali, ma i suoi vicini di casa sembravano non saperne niente. C’è uno slogan britannico che recentemente si è trasformato in un meme e che recita “Keep calm and carry on”, mantieni la calma e tira avanti. A volte capita però che per mantenere la calma e tirare avanti sia necessario guardare a terra, e guardando a terra non ci si accorge della ricchezza a volte proficua e a volte disturbante di ciò che si ha intorno.

3. Sul futuro del multiculturalismo in un contesto mutevole (ovvero: le ferite non si rimarginano facendo finta che non sia successo niente)

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I fatti di Woolwich hanno ovviamente scatenato una reazione a catena di proteste, contro-proteste, rivendicazioni e contro-rivendicazioni. Tanto il British National Party (BNP) quanto la English Defense League (EDL), due organizzazioni di estrema destra, hanno manifestato contro la presenza musulmana sul suolo britannico, e in tutto il paese si è assistito ad attacchi a moschee e altre forme di incitazione all’odio razziale  che hanno portato all’arresto di diverse persone. La comunità musulmana ha condannato l’attacco, ma non ha fatto lo stesso Anjem Choudary, suscitando ulteriori polemiche. Ad oggi la situazione è estremamente delicata, e gli sviluppi ancora piuttosto imprevedibili.

Due giorni dopo l’attentato mi trovavo in un bar nella zona residenziale di Merton e ho sentito un uomo anziano chiedersi: “Shouldn’t we defend our way of life?”, non dovremmo difendere il nostro modo di vivere? La domanda è di quelle serie: il modello di sviluppo occidentale è competitivo e alienante, per decenni ha basato (e tuttora in parte basa) il proprio benessere sullo sfruttamento delle zone più povere del mondo, induce alla proliferazione di desideri non necessari, conduce alla solitudine e all’anomia, è irrimediabilmente desacralizzato e demitizzato,  è volgare nel suo ridurre i rapporti umani all’attrazione sessuale e spietato nel ridurre l’essere umano stesso a una dimensione numerale, calcolabile, produttivistica. Eppure saremmo disposti a fare cambio con una teocrazia in stile iraniano? O con l’anarchia militarizzata dell’Africa Occidentale? O ancora, con il comunismo capitalista cinese, il populismo sudamericano, qualche sotto-cultura di qualche sotto-gruppo etnico di un arcipelago minore di isole sperdute nel mezzo dell’Oceano Pacifico? La risposta può essere legittimamente sì oppure no, ma la mia risposta personale è che no, non sarei disposto. Vivo in una società che non mi piace, ma non sarei pronto a cambiarla con un modello diverso da quello che conosco. Non sono di quelli che partirebbero per l’India per non fare ritorno, o che arrivati a 50 anni venderanno tutto e si compreranno una casa in Messico, sposeranno una donna del luogo e cominceranno tardivamente a fumare marijuana. Niente di male in tutto questo, ma non è il mio modo di vedere.

Una delle cose che si imparano presto vivendo in un contesto ad altissimo tasso di multiculturalismo è che il rapporto tra culture differenti, quando esiste, si basa su un pregiudizio alimentato da entrambe le parti e sulla curiosità che deriva dalla più totale incomprensione: qui gli italiani si comportano più da italiani di quanto facessero in Italia per rendersi intellegibili a una pluralità di punti di vista diversi che si aspettano una certa idea di italianità (io non faccio eccezione, ovviamente). Al contrario certi tentativi di comunicazione sono destinati al fallimento in partenza: la ragazza originaria del Kirghizistan che mi racconta come nel suo paese la gente sia di etnia mongola, parli una lingua vicina al turco e non abbia religione per via dell’URSS di cui ha fatto parte fino agli anni Novanta mette insieme una serie di cose che di cui sono così profondamente ignorante che semplicemente non capisco davvero di cosa mi sta parlando. Mi sforzo ogni volta di assaggiare la zuppa che la mia inquilina malese cucina facendo bollire insieme costolette d’agnello e ostriche, mi sforzo di capire che viene da una cultura diversa dalla mia, eppure se devo essere onesto lo trovo un piatto semplicemente disgustoso. Ma rispettare le abitudini altrui non significa approvarle e nemmeno capirle, direte voi, ed è vero. Però è altrettanto vero che se non ti capisco e non ti approvo la mia “tolleranza” nei tuoi confronti significa che vivremo fianco a fianco grazie al potere salvifico dell’indifferenza reciproca. Io non avrò capito qualcosa di più di te e tu non avrai capito qualcosa di più di me, ci saremo semplicemente ignorati.

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Ovviamente non sto predicando il rifiuto delle società multiculturali, né sto facendo un outing di simpatie di estrema destra. Semplicemente mi sto chiedendo quanto il significato globalista, terzomondista e sinistrorso del termine “multiculturalismo” in cui sono cresciuto e in cui non ho mai davvero smesso di credere sia proficuo se applicato a situazioni dove la complessità è troppo elevata per cedere a qualsivoglia forma di semplificazione, e in cui le conseguenze di  ogni errore possono essere tanto devastanti. Quando vivevo a Torino mi era facile perdonare il ragazzo egiziano che mi svegliava la notte urlando ubriaco, e persino inquadrare nel contesto delle terribili politiche di immigrazione italiane gli stupri o gli omicidi alla periferia di Roma – in fondo si trattava di poveracci messi ai margini da un sistema globale spietato e profondamente ingiusto, cosa che continuo a pensare tuttora. Ma quando una differenza culturale porta a compiere atti di violenza deliberata e pianificata le cose cambiano, tanto più se capitano a cinque chilometri dal luogo in cui ogni giorno ti svegli, scendi in strada, vai a fare la spesa e a prendere la metropolitana. Le cose cambiano perché ti rendi conto che il termine “multiculturalismo” non presuppone una grossa categoria di ciò che è diverso da te, ma una serie pressoché infinita di casi particolari che vanno compresi uno a uno, soppesati moralmente uno a uno con tutta l’onestà di cui sei capace per capire se questa cosa, proprio questa cosa qua, puoi tollerarla oppure no, se ti piace oppure no, se riesci a viverla oppure no.

Poiché questa bilancia morale nella pratica quotidiana è quasi impossibile (troppo faticosa, troppo subordinata alle necessità della vita di tutti i giorni) il risultato è spesso quello di far coincidere la vita in una società multiculturale con una indifferenza pressoché totale per il prossimo, con l’effetto che certe ferite aperte non si rimarginano davvero mai perché le motivazioni che le hanno prodotte non sono mai state realmente comprese: gli inglesi, che sono troppo raffinati la retorica Biblico-Texana di un Geroge Bush, hanno risposto agli attentati del 2005 mantenendo la calma e tirando avanti, e così faranno probabilmente anche in questo caso (sui giornali ad esempio sono usciti parecchi articoli che appoggiavano la decisione dei quotidiani svedesi di non dare risalto alle rivolte nelle periferie per non alimentarle: come se ignorare un fenomeno fosse la chiave per far sì che scompaia – se chiudo gli occhi e non vedo la lampada che ho davanti a me vuol dire che la lampada non esiste).  Allo stesso modo hanno fatto nel 2011, quando una serie di proteste scatenate da adolescenti di colore nei quartieri di Tottenham, Croydon, Enfield e altri (tra cui Woolwich, guarda caso) hanno messo a ferro e fuoco mezza città: due anni più tardi la violenza giovanile non è stata affatto sedata, le gang di teenager continuano a rappresentare l’orrore sottopelle di una società adulta e funzionante e ogni mese circa un ragazzino di 15 o 16 anni perde la vita accoltellato sull’autobus, all’uscita da scuola o nel parco giochi dietro casa. Per questo i fatti di Woolwich sono preoccupanti, non tanto per il richiamo a una rete terroristica armata di accette e coltelli invece che di bombe e aerei, come scriveva Zucconi su “Repubblica” (ah, che belli i tempi delle Twin Towers, quando era tutto così grande e spettacolare che lo show valeva il prezzo del biglietto!): perché sono la riprova che c’è qualcosa che non funziona nell’Impero, e che sotto la superficie scorre una tensione che tutta la stupenda efficienza e l’affascinante bellezza della coolest city in the World non sarà sufficiente a contenere, se prima non verrà capita profondamente. Una chiave per farlo, forse, è smettere di pensare che una società multiculturale sia per forza di cose una società pacificata: forse al contrario è una società dove il conflitto non viene rimosso, ma viene letto come la manifestazione sana dell’incontro proficuo di diversi punti di vista alternativi, non assoggettati a un modello che per quanto tollerante resti sempre uno e uno solo. 

Pacifico e la borghesia rimossa

Si fa presto a dire che c’è negli articoli di Francesco Pacifico si respira aria da dandy, che se la critica dall’esterno è una roba da adolescenti comunisti quella dall’interno è una critica solo a metà, che la consapevolezza postmoderna ha rotto le scatole: sarà anche vero, ma un pezzo che centra il punto come quello pubblicato su “IL” qualche giorno fa lo si legge raramente, e vi sfido a dire il contrario. Pacifico poi si pone un paio di domande oggettivamente importanti, come ad esempio questa:

Siamo cresciuti nella borghesia: come possiamo continuare a rimuoverla dal discorso pubblico, a rappresentarci come fossimo nati in un falansterio?

Già, come possiamo? E perché lo facciamo, voglio dire profondamente, le ragioni reali, inconfessabili? Chissà che poi oltre alla specificità italiana non ci sia un moto per così dire globale: se ci fate attenzione vi accorgete che facciamo finta che non esistano tante cose, i marchi di moda giovanile fanno finta che non ci sia distinzione tra uomini e donne, i talent show fanno finta che non ci sia differenza tra chi è dotato e chi no, le distinzioni culturali sembrano sempre razziste agli Uomini Buoni in ogni latitudine del mondo civilizzato.

Tutto questo mi fa tornare in mente un bellissimo libro di Franco La Cecla letto qualche anno fa (Saperci fare. Corpi e autenticità, elèuthera, 2009) che poneva l’accento proprio sull’enfatizzazione delle differenze come metodo di relazione proficua con l’altro, un tema che l’antropolgo-architetto siciliano ha portato avanti anche nei suoi libri successivi. Oppure, tornando a Pacifico, mi viene in mente Walter Siti che parla della “borgatizzazione della borghesia”. Una borghesia che si vergogna di sé stessa e un proletariato che vota Berlusconi da vent’anni mi sembrano un buon punto di partenza per riflettere sulle ragioni psicologiche dell’impasse di creatività che sta trasformando la crisi economica italiana in una catastrofe.

(Foto: una scena del Fascino discreto della borghesia, di Luis Buñuel, 1972)

Forme astratte e nuovo realismo: Chabon e i Lego

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Tra i saggi di Manhood for Amateurs di Michael Chabon (Harper, 2009; in Italia è arrivato per Rizzoli nel 2010 con il brutto ma forse necessario titolo Uomini si diventa), uno dei più interessanti è quello dedicato all’evoluzione dei Lego dagli anni Sessanta a oggi, “To the Legoland Station”. Chabon, che è nato nel 1963, ricorda così i mattoncini della sua infanzia: 

When I first began to play with them in the late 1960s, Legos retained a strong flavor of their austere, progressive Scandinavian origins. Abstract, minimal, “pure” in form and design, they echoed the dominant midcentury aestethic, with its emphasis on utility and human perfectibility.

I Lego, prosegue Chabon, erano venduti solo nei sei colori puri, e le minifigs (i personaggi) erano senza volto: uno spazio lasciato libero per l’immaginazione, «funzionale, utopico, semi-immaginario, astratto». Poi continua scrivendo:

They were a lineal descendant of Friedrich Fröbel’s, famous “gifts”, the wooden stacking blocks that influenced Frank Lloyd Wright as a child, part mathematics, part pedagogy, a system – the Lego system – by which children could led to infer complex patterns from a few fundamental principles of interrelationship and geometry.

Come fabbrica la Lego esiste dagli inizi del Novecento, ma i famosi mattoncini vengono prodotti dal 1958: la guerra era finita da un pezzo, la ricostruzione era in stadio avanzato in tutta Europa e il boom economico stava aprendo la strada alla società dell’informazione (il primo testo a parlare esplicitamente di “economia della conoscenza” è The Production and Distribution of Knowledge in the United States dell’economista Fritz Machlup, 1962). Significativamente, la stessa idea al contempo matematica e utopica, focalizzata sulla formalizzazione delle serie tanto quanto su una sincera spinta progressista, a qualche migliaio di chilometri di distanza dalla Danimarca stava portando alla nascita dei primi computer nei laboratori del Mit di Boston e in quelli più visionari della Baia di San Francisco.

Chabon coglie molto bene l’ambivalenza dell’ingresso di una tale idea nelle case delle persone, nelle mani dei bambini. All’enorme invito alla creatività e alla libera espressione personale che sottende l’idea dei Lego corrisponde anche un’astrazione davvero matematica, la stessa che secondo studiosi come Armand Mattelart (Storia della società dell’informazione, Torino, Einaudi, 2002) è il vero segno impresso dalla modernità sulle società occidentali: quel processo di normazione e riduzione alla “numinosità del numero” (l’espressione è di Jung) che da Leibniz prima e dalla Rivoluzione Francese poi conduce fino a Google, attraversando trecento anni di storia. 

E Google mi è tornato in mente, leggendo “To the Legoland Station”, anche quando Chabon paragona i mattoncini degli anni Sessanta a quelli di fine anni Novanta:

By the late nineties […] abstraction was dead. Full-blown realism reigned supereme in the Legosphere. Legos were sold in kits that enabled one to put together – at fine scales, in deatail made possible by a wild array of odd-shaped pieces – precise replicas of Ferrari Formula I racers, pirate galleons, jet airplanes. Lego provided not only the standard public-domain play environments supplied by toy designers of the past fifty years – the Wild West, the Middle Ages, jungle and farm and city streets – but also a line of licensed Star Wars kits, the first of many subsequent ventures into trademarked, conglomerate-owned, pre-imagined environments.

Leggendo queste righe ho pensato a come si è evoluto il panorama dell’informazione dai tempi in cui i primi pionieri del personal computer realizzavano le loro macchine dei sogni nei primi anni Sessanta: a come la diffusione delle applicazioni per dispositivi mobili stia mettendo in crisi il modello libero del web, ai “giardini chiusi” e rigidamente regolamentati imposti dai social network, ma anche al grado di dettaglio sempre maggiore a cui puntano le nuove tecnologie informative (il 3D, le fotografie in alta risoluzione, gli occhiali e le mappe terrestri e oceaniche di Google).

E al rischio che si corre di ritenere una determinata rappresentazione “reale” perché il grado di granularità informativa è così elevato: in fondo, per quanti dati possiamo aggiungere, pur sempre di un simbolo si tratta, e come insegna Borges una mappa grande quanto il territorio che vuole rappresentare non è più  fedele, è soltanto inutilizzabile. L’utopia geometrica dei lego anni Sessanta conteneva in sé la promessa di un mondo migliore, ed esplicitava il sacrificio collettivo richiesto per beneficiare di questo progresso (le minifigs senza volto). Il moderno nuovo realismo promette l’esaurimento sistematico di ogni spazio vuoto, l’appiattimento a livello della superficie, la performance totale. Abbiamo conservato la matematica, ma abbiamo perso l’utopia.