senza un braccio

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Quando succede questa cosa B è a Liverpool da circa tre mesi.
Per tutto un anno, in Italia, ha frequentato gente strana: artisti visuali, membri di collettivi politici, femministe, compositori di musica elettronica.
Poi un giorno si è stufato. Ha deciso di partire per un viaggio. La sera prima di partire ha detto a F, un’amica di vecchia data e l’unica persona che ancora avesse voglia di vedere: “Penso che andrò in Inghilterra”.
F ha chiesto: “Perché proprio in Inghilterra?”.
Sul momento B non ha saputo rispondere.
Più tardi un ricordo gli è tornato alla mente: un altro viaggio in Inghilterra, molti anni prima. Poteva avere quattordici o quindici anni.
Durante quel viaggio qualcosa era successo. Una cosa che B non sa definire, e che solo ora, a distanza di anni, capisce avere a che fare con il sesso, la speranza e la giovinezza.
Così dice a F: “Magari succede di nuovo. Oppure non succede più: in entrambi i casi è una risposta”.
F capisce e non fa altre domande.

A Liverpool vive con un ragazzo inglese. Si chiama Mark. È più giovane di B (che a questo punto della sua vita ha superato i trenta) ma insieme si trovano bene.
B lo considera un ragazzo simpatico. È piuttosto silenzioso, e questo gli piace. Porta gli occhiali, anche questo gli piace.
Mark lavora di notte in una videoteca, e durante il giorno dorme. Prende pastiglie di valium e laroxyl. A volte mischia le pastiglie con la vodka.
Dormono entrambi nella stessa stanza, che fa anche da cucina e sala da pranzo.
Le pareti sono spoglie: nessuno dei due ha libri da appoggiare alle mensole o manifesti da appendere.
Però c’è un piccolo canestro appeso accanto alla finestra. È una cosa che Mark fa ogni sera prima di andare al lavoro: gioca a basket con una palla di gomma, grossa più o meno come una mela.
“Per tenermi in forma”, dice alle volte. “Se non fosse per questo sport sarei molle e schifoso come un anemone”.
Però Mark è magro come un grissino.
B non capisce, ma fa finta di niente.

A Liverpool B fatica a trovare lavoro.
A dire il vero trova molti lavori diversi, ma nessuno lo soddisfa.
Lavora, per esempio, come barista e come dogsitter, fa volantinaggio per McDonald’s, assiste gli anziani di un centro per disabili.
Poche settimane dopo il suo arrivo in Inghilterra ha avuto un’esperienza traumatica nel settore dei cibi ipervitaminici.
Ha trovato il lavoro su uno di quei giornali fatti per la gente che cerca lavoro. Al colloquio gli hanno spiegato le regole, poi l’anno messo in prova.
Il lavoro consisteva in questo: suonare i campanelli di una via e regalare un prodotto ipervitaminico a chiunque avesse aperto la porta.
Facile. Regalare, non vendere. Facile. C’erano regole in base a cui venivano assegnati i prodotti: snack alla frutta per i bambini e gli anziani, tavolette di soia per le donne, pasto precotto/1 per i maschi bianchi e pasto precotto/2 per i maschi di colore o di un’etnia diversa da quella europea.
Ma non è stato questo che ha convinto B a rifiutare il posto.
A convincerlo è stato il fatto che il responsabile delle vendite, per infondere energia ai giovani dipendenti, li costringeva a ballare un pezzo di musica techno ogni mattina, prima di sguinzagliarli per le strade della città.

Per questi motivi, prima che succeda quella cosa la vita di B è piuttosto vuota.
Passa lunghe ore a camminare sul porto. Beve birra in un pub che si chiama “The ancient mariner”. Se piove o fa freddo resta in casa: guarda talk show in inglese, su Mtv.
Un pomeriggio qualsiasi, all’ “Ancient mariner” incontra una ragazza che ha conosciuto da McDonald’s (lei stava alla cassa mentre lui distribuiva volantini per il settore B1, la zona nord-ovest di Liverpool.)
La ragazza è indiana. Si chiama Shanti. È bruna, piccola, un po’ strabica.
Probabilmente è una bella ragazza, però B trova che nel suo corpo ci sia qualcosa che non va. Come se fosse strabica anche nel corpo.
“Forse anche nel cervello”, pensa.
Poi il suo seno, che B intravede sotto la maglietta bianca con il logo dei Rolling Stones, è strano. B non vuole pensarci. Ordina due pinte.
Ad un certo punto decidono di giocare a bigliardo.
Errore: Shanti è molto più forte di B (che fino a quel punto della sua vita si è considerato un discreto giocatore) e vince con facilità.
Mentre la accompagna a casa, B viene a sapere che Shanti e Mark si conoscono.
Non solo si conoscono, ma tempo fa hanno avuto una storia.
Arrivati sotto casa di Shanti, B ha l’impressione che lei voglia essere baciata. Per prevenire ogni imbarazzo si accende una sigaretta.
Poi saluta e si avvia verso casa.

Liverpool gli piace perché gli piace l’Inghilterra.
Il tempo cambia in continuazione, da quelle parti. Può capitare che mentre sei steso su una panchina a prendere il sole, di colpo scoppi a piovere.
Poi ci sono i gabbiani. Un sacco di gabbiani che si nutrono di patatine fritte.
Non che le patatine fritte facciano bene ad un gabbiano, pensa B.
E poi la gente si muove in bicicletta. I ragazzi giocano a basket nei campi di quartiere. La domenica le famiglie vanno a farsi fotografare dalle macchinette, nei centri commerciali.
Più di tutto, quello che piace a B è la chiarezza con cui si esprimono gli inglesi.
Niente giri di parole. Dicono cose come: “Sì, certo”. Oppure: “No, sei pazzo?”
Quando B capisce questo capisce anche che in Inghilterra ha dimenticato una parte del suo passato. Paure. Presunzioni. Attese. Giri di parole.
È questo che cerca?
Non lo sa. Ha come l’impressione di andare scomparendo. Dimagrire: farsi aria. Per infilarsi sotto gli armadi. Cancellare il peso del nome proprio.
Per questo non si cura di quello che gli accade intorno.
Un giorno, per esempio, accenna a Mark di Shanti. Mark dice di ricordarla, e allora B chiede: “Non ti pare che il suo corpo abbia qualcosa che non va?”
Mark ci pensa per un pezzo. Va in bagno. Esce. Accende la tv. Apre una lattina di birra e si accende una sigaretta.
“Non conosco nessuna Shanti”, dice alla fine.
“Prima hai detto che la conoscevi”, dice B.
“Non è vero”, insiste Mark.
Questa volta è B a pensarci su. Forse si è sbagliato. Ma non importa.
“Okay”, dice alla fine.

Poi un giorno vede quest’uomo all’ “Ancient mariner”.
È alto, con pochi capelli lunghi di un bianco tendente al giallo. Anche il suo volto è giallo, e quando apre la bocca per ordinare un doppio whisky, B si accorge che è senza denti.
Sembra malato di cancro. Oppure sembra un cane.
“Ha proprio una faccia da cane”, pensa B.
Il muso allungato, le orecchie appuntite e tutto il resto.
B si sta facendo una birra e l’uomo lo osserva, con quei suoi occhi da cane. Intanto fuma una sigaretta dopo l’altra. Aspira il fumo con avidità.
Quando B esce dal locale l’uomo lo segue.
Camminano a pochi metri di distanza per un pezzo. Poi l’uomo-cane scompare in una via buia.
Da quella volta B comincia ad incontrarlo tutti i giorni. Sempre, apparentemente, per caso. Lo vede seduto su una panchina. Lo incontra all’ufficio postale e alla fermata dell’autobus. Lo trova in un piccolo negozio, intento a rovistare sullo scaffale dei biscotti di sottomarca.
Vorrebbe fermarlo. Chiedergli perché continua a seguirlo.
Non può.
Capisce che ha paura. Che sta aspettando qualcosa. E che il bisogno d’amore che si porta addosso è troppo grande per concedere quel gesto.
È per evitare la presenza di quest’uomo che una mattina B sale su un autobus.
Andrà al mare. Scorderà tutto.

È una giornata che ricorderà come un buon momento della sua vita.
C’è il sole e la spiaggia è spazzata dal vento. I gabbiani si mescolano alle pagine dei tabloid locali, ai pacchetti di sigarette e agli aquiloni.
B cammina senza scarpe sulla sabbia. Si infila gli occhiali da sole. Affonda le mani nelle tasche.
Mangia un hamburger e una vaschetta di olive.
Sotto un ombrellone sconquassato dal vento parla con Ellie, una vecchia che è rimasta vedova da poco.
“Questa donna deve avere ottant’anni”, pensa B.
Il suo uomo si è beccato un cancro ed è morto in due mesi.
Ma lei non è impazzita e non è diventata cattolica. No. Sì è comprata una casa sul mare. Si è fatta regalare dal canile comunale due cuccioli.
Storpi. Nati con una malformazione congenita alle zampe, troppo esili per reggerli. Ellie li ha scelti perché altrimenti al canile li avrebbero uccisi.
B prova per questa donna una profonda ammirazione.
Il suicidio del samurai: dignità.
Più tardi, prima di prendere l’autobus, chiama F da una cabina. È la prima volta che lo fa da quando è arrivato in Inghilterra.
“Ci sono novità?”, chiede.
Sì, ci sono novità. F ha un nuovo fidanzato. È innamorata di lui. Dice che finalmente riesce a sentirsi socialmente e culturalmente donna. E visto che B non dice niente aggiunge: “Non so se capisci quello che voglio dire”.
B risponde: “No”.
Poi pensa: “Non mi interessa”.
Ma F continua a parlare (di quanto è bello fare l’amore con lui, della liberazione nell’orgasmo, del bisogno di completamento che la donna cerca nell’uomo) e allora, di colpo, senza sapere perché, B aggancia.

Torna a casa verso le dieci di sera.
La porta d’ingresso è aperta. A quell’ora Mark dovrebbe già essere al lavoro.
Per capire basta entrare. Mark è disteso a terra, tra il letto e il tavolo da pranzo. Posizione fetale. Colorito terreo, occhi cerchiati da un alone bluastro e bava spumosa che gli cola dalle labbra.
B entra in bagno. Ci resta pochi secondi. Torna in sala e chiama il pronto intervento.
“Prozac”, dice, quando gli viene posta la domanda.
Mezzora dopo è nella sala d’aspetto di un grosso ospedale.
Una sala lunga e stretta, illuminata dalle lampade al neon.
Vuota.
Medici e infermieri passano dall’altra parte della porta a vetri come fantasmi o come ombre.
Ad un certo punto della notte (B dorme rannicchiato sulla sedia) un medico gli si avvicina, lo sveglia e gli dice: “Il suo amico è in coma. Non sappiamo se riuscirà a cavarsela”.
Pausa.
“E’ intossicato mica male, mi creda”.
Pausa.
“Comunque se vuole può vederlo”.
B entra nella stanza dove è ricoverato Mark. È a letto, sotto le coperte. Due tubi gli escono dalle narici e un altro tubo gli esce dalla bocca. Ha un ago nel braccio. Mani e piedi sono legati al letto con lacci di cuoio.
Non si muove.
Le macchine intorno a lui producono ronzii e cigolii. Respirano per lui. Lo nutrono.
Le macchine compiono ogni funzione fisiologica al posto di Mark.

Quella notte B resta a dormire in ospedale. I medici provano a convincerlo che la sua presenza è inutile. Lui è irremovibile.
Ad un’ora imprecisata della notte un infermiere gli porta una coperta e una tazza di tè caldo.
La mattina dopo torna a visitare Mark: nessun miglioramento.
Passa la giornata leggendo un libro di fantascienza di un autore giapponese. Cammina per i corridoi dell’ospedale. Le facce dei pazienti sembrano uscite dal libro.
Cerca di immaginarsi un eroe. Ci riesce solo a tratti.
Nel pomeriggio torna a visitare Mark altre due volte: situazione statica.
I medici provano a convincerlo che la sua presenza non solo è inutile, ma a tratti anche dannosa. Ingombra i corridoi. Fa domande che non andrebbero fatte.
B finge di non conoscere l’inglese.

Per la seconda notte di fila dorme in ospedale.
La mattina dopo, appena sveglio, chiede di vedere Mark. I medici acconsentono.
All’inizio tutto sembra uguale al giorno prima. Poi si accorge di qualcosa: le labbra di Mark, attorno al tubo, sono molli e rugose.
Si avvicina. Guarda. Capisce.
Gli hanno strappato tutti i denti.
“Mordeva il tubo”, spiega uno dei medici.
B ci pensa un attimo.
“Ora non ha più i denti”, dice.
“Glieli rimetteremo uno a uno”, lo tranquillizza il medico.

Giornata uguale a quella appena trascorsa.
Libro di fantascienza. Corridoi. Pazienti. Infermieri. Macchine.
Macchine con attaccati degli esseri umani. Sincronia dell’uomo con la macchina. È la macchina che tiene in vita l’uomo o l’uomo è il motore della macchina?
I medici si dimostrano ottimisti.
Quando incontrano B gli sorridono.
Dicono cose come: “Si sta riprendendo!” “Ce la farà sicuramente!” “Ancora un piccolo sforzo ed è fuori pericolo!”
Però quando B va a fargli visita non lo trova per niente migliorato.
Lo trova più magro e più pallido. Gli pare che i cerchi bluastri intorno agli occhi si siano fatti più scuri e profondi.
Ad un certo punto Mark muove una gamba.
“Si muove”, dice B.
“E’ solo il muscolo”, dice il medico.
Anche quella notte B dorme in ospedale. Si addormenta sulla sedia, poi qualcosa lo sveglia.
Un rumore. Il ronzio di un neon che sta bruciando. Nient’altro. Torna a dormire.
Più tardi si sveglia di nuovo. È un’ora imprecisata della notte. B si guarda intorno. Qualcosa lo colpisce.
Inizialmente fatica a metterla a fuoco.
La ragazza.
C’è una ragazza seduta di fronte a lui. Occhi azzurri e capelli corti. Indossa un paio di jeans. La felpa di una tuta.
Poi B si accorge di qualcos’altro: alla ragazza manca il braccio destro.
Ha una specie di moncherino, da quella parte. La manica della tuta si affloscia e dondola ogni volta che lei muove la spalla.
B pensa che potrebbe conoscerla. Chiederle se ha voglia di una birra. Potrebbe raccontarle di Mark e lei potrebbe raccontargli che fine ha fatto il suo braccio.
Pensa che non ne ha voglia.
Ma subito dopo pensa che invece ne ha voglia, eccome.
Non lo sa.
Resta indeciso per un pezzo.
Poi si alza.

(photo by Skullkid – flickr.com)

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