crononauta (parte 3 di 4)

1.

new york city, marzo duemilasette

E poi mi gira la testa, così sono costretto a sedermi. La gente intorno mi guarda perplessa ma non fa domande. Io dal canto mio non muoio. Tutti quanti tornano ai loro ipertrofici caffé.
Devo aspettare un pezzo perché la prospettiva si assesti. Poi mi alzo. Prendo la bibita gelata al gusto di caffé dal banco. La cameriera è carina e sorride ad un altro. Penso che potrei fare sesso con lei, ma non dura molto. Ringrazio ed esco.
Sulla Fifth Avenue la prima cosa che succede è che mi bagno. Piove che sembra debba annegarci tutti, eppure io non me lo ricordavo. Avevo forse un ombrello da qualche parte? Controllo e mi rispondo che no, forse questa mattina quando sono uscito non pioveva ancora.
Che confusione.
Comunque Manhattan è bella sotto tutta quest’acqua. Tutta questa gente sotto gli ombrelli, i mendicanti sotto le tettoie. Sotto la tettoia del mio Starbuck’s c’è uno zingaro con la faccia da zingaro e una tromba in mano. Fuma una sigaretta tozza senza filtro.
Vorrei capire cosa ci sono venuto a fare qui questa mattina. Quel piccolo calo di zuccheri deve avermi cancellato un po’ di memoria. Avevo un appuntamento? Direi di no. Un impegno di qualche tipo? Nemmeno.
Forse volevo soltanto fare una passeggiata.
Con questa pioggia?
Forse prima non pioveva.
Ad ogni modo decido di gironzolare un po’ prima di tornare a casa. Vado a piedi fino a Brodway e quando sono lì mi accorgo che non c’è niente da vedere. Non trovo niente di meglio da fare che prendere un altro caffé freddo nell’ennesimo Starbuck’s, poi esco a fumare una sigaretta. Una donna nera mi avvicina e comincia a parlare in una lingua yankee che non conosco. Mi stringo nelle spalle e lei mi manda al diavolo. Continuo a stringermi nelle spalle.
Mi accendo una sigaretta e fumo in silenzio.

Alla fine è andata così: ho girato in tondo fino all’ora di pranzo e poi mi sono mangiato un hot dog.
La cosa tremenda è che New York per un turista è minuscola. C’è Manhattan, Brodway, metà Brooklyn e stop. Il Bronx e il Queens non si possono vedere, come l’altra metà di Brooklyn. Little Italy e China Town invece sì, però non sai mai esattamente dove si trovino.
E poi se c’è qualcos’altro tu nemmeno lo sai. Tutto si concentra a Central Park, alla statuina, a Wall Street, al buco luminoso che c’è adesso alo posto delle torri.
Vai a capire.
Un giorno prenderò una linea della metropolitana a caso e mi farò trasportare fino al capolinea. E se un nero o un portoricano cercano di uccidermi mi metto a strillare che sono emofiliaco, come Woody Allen. Tanto lui in qualche modo se l’è cavata, no?

Finito l’hot dog sono sul lungomare che fumo l’ennesima sigaretta della giornata, indeciso sul da farsi. Ho comprato dell’uva in un negozio greco, non so nemmeno più dove.
Mangio quest’uva e butto qualche acino in mare per vederlo precipitare nel vuoto.
Poi si infila nell’acqua senza fare rumore.
Nel frattempo ha smesso di piovere, ma il cielo resta piuttosto incasinato. Mi sento sporco come se non mi lavassi da giorni e le guance mi prudono, mi sa che ho bisogno anche di farmi la barba.
Insomma decido di tornare a casa.
Vado a prendere il maledetto trenino, mollo il biglietto al bigliettaio (che dev’essere turco, ha una faccia che non riesco a capire) e mi metto seduto comodo sul sedile imbottito.
Poi il coso attraversa il fiume Hudston, acqua acqua acqua tutta intorno e alla fine il New Jersey.
Fatemi scendere, ho bisogno di fumare.

Ebbene sì, ho trovato casa ad Hoboken! Quando sono arrivato ho messo sul lettore mp3 tutti i dischi dei Yo La Tengo (che sono nati proprio qui) e da allora non ho ascoltato altro.
Comunque, Storia Del Rock a parte, Hoboken è proprio un bel paesino. Ci sono un sacco di case bianche e basse e il fiume. E poi vedi Manhattan proprio di fronte a te. Casomai ti venisse voglia di fumarti una sigaretta sullo Hudston, fumi una sigaretta guardando Manhattan.
Ho trovato posto in questa pensione, che per metà è un piccolo albergo e per metà è un appartamento. Non costa molto e due volte la settimana qualcuno viene a farti le pulizie a casa. Nell’appartamento ci sono fornello, doccia e tutto il resto, però la casa è una specie di piccolo hotel senza reception, ogni appartamento è una stanza con il numerino sulla targhetta di ottone.
Questo.
E poi per il resto non sembra nemmeno di stare a dieci minuti di trenino da New York. Ci sono queste panchine sul fiume, questi vecchietti deliciously american a spasso con il cane.
Sto bene, mi sembra di stare bene.
Anche se parlare di questo mi costringe a pormi una domanda che non vorrei pormi: da quanto tempo sono qui?
Mi sforzo, eppure non riesco a ricordare. È possibile che un calo di zuccheri provochi amnesia parziale? Perdita della memoria breve? E se non fosse stato un calo di zuccheri ma un ictus sventato? Un embolo neutralizzato prima che potesse colpire?
Che poi, per carità, luci e ombre le distinguo ancora.
Ho molti flash su questa città, e un senso tipo di affetto per quello che vedo. So che sono qui da un bel po’, ma non saprei dire quanto. Quello che mi manca sono i numerali. Il sistema metrico decimale.
Il tempo, in linea di massima, mi sembra una stronzata bella e buona.
Sto pensando a questa cosa quando mi vedo riflesso nella vetrina di una pescheria, con questi capelli arruffati, la barba lunga e la sigaretta ancora accesa. Mi guardo bene e vedo che indosso quella t-shirt gialla con scritto: “Shampoo suicide”.
Rido, perché questa cosa mi fa sempre ridere.

In definitiva sto in questo posto da un po’ di tempo (non so quanto) e non so perché.
La sera mentre mangio quelle schifezzine surgelate che gli americani chiamano tv dinner resto a guardare la pioggia dalla finestra. Dopo faccio un po’ di flessioni e di addominali, smette di piovere ed esco a fare due passi lungo il fiume.
Pare che questa città abbia 39.000 abitanti. Qualcuno mi conosce o almeno sembra avermi già visto. Io no, non riesco a ricordarmi di loro.
Vado a fumare un tot di sigarette serali e torno a casa a riflettere.
(Mentre fumo Manhattan è lì davanti che sembra sospesa sull’acqua, con i gabbiani e tutto il resto. Le luci delle ex torri sono accese, nonostante tutto è un bello spettacolo.)
Penso:
1. Cosa farò domani mattina.
2. Da dove vengo e dove sono diretto.
Comincio a credere che il piccolo calo di zuccheri sia stato in realtà il primo sintomo di un trotterellante cancro al cervello. Degli ultimi anni ricordo molto poco: immagini, facce di persone che sembrano fotografie segnaletiche.
Non so.
Vicino al letto scopro che c’è uno stereo (mi ricorda Prince: mi sa che viene dal profondo degli anni 80) e vicino allo stereo un po’ di cd. Che poi sono i miei cd, solo che ci metto un po’ a capirlo.
Ecco, prendo questo: Brian Eno – Another green world.
Premo play e mi butto sul letto, e mi viene in mente che non mi sono fatto né la doccia né la barba.
Che condizione pietosa.

Tutte le mattine mi alzo presto, prendo il trenino e sono a New York City.
Provo a girarla un po’ tutta e un po’ a caso, prendendo metropolitane, autobus, taxi. Non ho idea di quello che sto facendo, eppure qualcosa dentro di me dice che sto facendo la cosa giusta. Inspiegabilmente (davvero inspiegabilmente) ho il portafogli pieno di soldi, quindi per il momento non c’è nessun problema.
La cosa bella è che più passano i giorni più questa città si espande. Ho scoperto che esistono anche Chelsea, Midtown, l’Upper East Side, SoHo, Inwood. E poi le isole: Staten Island e Ellis Island.
E poi un sacco di altre cose belle come la gente.
La gente qui è cordiale ed è disposta ad ascoltare le mie domande assurde. Chiedo ad una donna zoppa con un gran foulard in testa cosa ci faccio a New York e lei mi risponde: “God bless you, man”, e mi molla in mano una monetina.
L’unica delusione è il CBGB.
Chiedendo informazioni a destra e a sinistra scopro che si trova al 315 di Bowery. Mi ci porta un taxista che si chiama Paul e che giustamente reclama il suo 15% di mancia quando faccio finta di dimenticarmene.
Mentre scendo mi aspetto di trovare David Byrne e Dee Dee Ramone che si fumano una canna davanti all’entrata, e invece no.
Niente.
C’è questo posto sotto il cielo tutto grigio e mi sento un po’ preso per il culo. (La t-shirt GODZILLA! che indosso oggi porta male, avrei dovuto saperlo.) Comunque non faccio in tempo a rimuginarci troppo, perché appena ci provo la testa comincia a girarmi come una matta e cado a terra fulminato.

Mi risveglio sul letto della mia casetta ad Hoboken. Zero idee su come diavolo ho fatto a tornarci, ma ormai mi ci sto abituando.
Quando guardo fuori dalla finestra mi accorgo che è quasi notte, e l’acqua dello Hudston è tutta scombussolata dal vento. Visto che ho fame decido di farmi un tv dinner, questa volta davanti alla tv.
E mi accorgo di una cosa strana: ho una voglia tremenda di musei. Sono a New York da chissà quanto tempo e non ho ancora visto un museo. Sembra impossibile? Be’, è così. Se ne ho visto qualcuno l’ho scordato, quindi fa lo stesso.
Così vorrei vedere un museo, solo che non posso perché è notte e ormai sono convinto all’85 % di avere un cancro al cervello. Poi c’è vento e può anche darsi che il vento faccia male al cervello, per quanto ne so. Quindi per questa sera decido di stare in casa.
Faccio flessioni e addominali, tutto.
Poi infilo nello stereo un disco del 2000 dei Yo La Tengo che si chiama And then nothing turned itself inside-out. Cerco l’ultima traccia, che dura 17 minuti e si chiama Night falls on Hoboken.
Dice così:

Frightened face
Worried dream
Break my heart
With your sad scream
Sun is down
Spirit low.

È bello ascoltarla da qui, mentre guardo la sera calare sul New Jeresey.

Dunque. La mattina dopo mi sveglio come al solito prestissimo e questa volta scelgo meglio la t-shirt della giornata. C’è “Leggere è sexy”, ma la trovo troppo gialla per un giorno di pioggia. C’è “Minimal art” ma è troppo Nevermind the bollocks nell’estetica, e scarto anche lei.
C’è n’è una dei DEVO che mi fa sentire molto New Wave e molto New York. Poi è anche scura, quindi posso dire che ho deciso.
Bene, e una è fatta.
Dopodichè attraverso Hoboken appena sfiorata da quella pioggerellina di marzo, con i gabbiani che svolazzano sull’acqua e i gatti randagi che per un po’ addirittura si mettono a seguirmi.
E poi i gatti se ne vanno e mi accorgo che ancora non mi sono fatto la barba. Merda, a questo punto sembro musulmano. Dalle torri sono passati sei anni, speriamo che dall’altra parte del fiume le acque si siano un po’ calmate.
Speriamo.
E poi il solito: trenino pieno di wasp (e non wasp, figuriamoci) che vanno al lavoro, acqua acqua acqua, e alla fine della corsa di nuovo Manhattan, fresca e profumata come un bambino, con quell’aria innocente che hanno le città appena sveglie.
E poi comincio a vedermi tutti i musei che mi capitano a tiro.

Sono anarchico e sistematico allo stesso tempo. Sono senza pietà, non risparmio nessuno per nessuna ragione. Quel giorno vedo il MOMA, il Metropolitan, il Guggenheim e persino il Museo Degli Immigranti di Ellis Island.
Il giorno dopo è il turno della Pop Art, dell’Espressionismo astratto, dei pittori Art Punk (non credevo che esistessero, lo giuro) e di una retrospettiva su Anarchitecture.
Sono rapido ed efficiente, Henry Ford sarebbe fiero di me.
Il giorno dopo ancora tocca al Museo degli Indiani d’America, al Whitney, al Museo di Storia naturale e…
E poi basta. Sto salendo i gradini della collezione Frick quando la testa ricomincia a girarmi, e per la seconda volta in meno di una settimana stramazzo al suolo.
Dopodichè buio.

Come al solito mi risveglio ad Hoboken, buttato sul letto come una marionetta senza fili.
Come al solito è quell’ora incerta tra il giorno e la notte. Fuori ha smesso di piovere, però il cielo è viola in una maniera quasi dolce. E nelle orecchie ho un ronzio fastidioso che non riesco a togliermi.
Quando il ronzio passa mi accorgo che ho una voglia matta di fotografie.
Capisco questo: ho sbagliato musei. Non me ne importa un’accidenti di niente dell’arte visuale, quello che voglio sono pellicole, diaframmi, obbiettivi, tempi di esposizione.
Bene.
Anzi, no, bene neanche un po’.
Questa volta sono infastidito. C’è qualcuno da qualche parte che sta indirizzando le mie scelte, e fin qui può anche starci. Però i metodi che sceglie per farlo mi sembrano francamente un tantino eccessivi.
Mi sento trattato come un lemming, e vi assicuro che non è una bella sensazione.
Dopo il solito tv dinner e i soliti addominali/flessioni vado a dormire. Decisissimo, questa volta, ad alzarmi tardi. Ad andare in città all’ora che mi pare e a fregarmene della fotografia.
E che questa storia finisca, una buona volta.
Spengo la luce e non ci penso più.

Così la mattina dopo mi sveglio molto deciso a cambiare vita, e per prima cosa cambio t-shirt. (Questa è senza parole, c’è Grande Puffo con la faccia di Marx.)
Questa volta non mi metto fretta. Vado a fare colazione al bar, compro un giornale e lo leggo su una panchina in riva al fiume. Saluto i gatti randagi e i gabbiani, poi mi infilo sul trenino.
Ed eccoci a New York, per il millesimo giorno di fila.
La tentazione di comprare riviste di fotografia è forte. Quella di correre a vedersi tutte le mostre fotografiche della città quasi insostenibile. Ma so che posso farcela. Ho un portafogli zeppo di dollari (chissà poi come mai) e mi trovo al centro del mondo: posso essere felice, fotografia o meno.
E allora che faccio?
Finisco dove ho cominciato: al solito Starbuck’s sulla Fifth Avenue.
Entro ed è tutto come qualche settimana fa, c’è ancora la cameriera carina che guarda altri e sorride ad altri. (Questi altri tra parentesi sono il prototipo del broker newyorkese, mi sembrano usciti da un qualsiasi programma della Fox. Questa loro irrealtà li rende un po’ inquietanti.)
Mentre bevo il frappuccino numero due della giornata (il primo ad Hoboken) decido che farò una cosa: prenderò una linea a caso della metropolitana e mi farò portare fino al capolinea.
E così forse finalmente vedrò la New York che conta, niente broker, niente mostre di fotografia, soprattutto.
No?
Se non piove, ma ancora non piove.
Così pago, sorrido e mi infilo nel traffico della Fifth, con la sigaretta tra le labbra come Clint Eastwood ai tempi d’oro degli spaghetti-western.
E appena trovo un ingresso alla metropolitana mi ci infilo, inghiottito dalle viscere della città.

2.

bensonhurst, brooklyn, primo aprile duemilasette

(Presi la linea M senza un motivo. Mi sedetti in un posto qualsiasi e cominciai a guardare dal finestrino.
Buio, gallerie. Alle stazioni artisti di strada, musicisti, nani. Eroinomani con il cappuccio della felpa tirato in testa. Barboni. Puttane e travestiti.
Poi il treno lasciò Manhattan. I nomi delle fermate che diventavano illeggibili.
Chiusi gli occhi e lasciai che venissero sommersi dall’oscurità. Continuai a tenerli chiusi quando la luce cominciava a filtrare dai finestrini. Poi la luce scomparve e tornò buio. Aprii gli occhi.
Ancora gallerie per un pezzo, ma alla fine arrivammo in superficie. Il cielo si era progressivamente schiarito, qualche nuvola in un azzurro pallido. Il sole andava e veniva.
Binari sopraelevati coperti dai tag più improbabili. Graffiti. C’era Mikey Mouse con una pistola in bocca. Le case erano già più basse. In un parco ragazzini del melting pot giocavano a lanciarsi sassi.
Poi un quartiere interamente cinese, uno ebreo ortodosso. Scritte incomprensibili sulle insegne dei negozi. Barbe lunghe, Kippah, ristoranti che si chiamavano Yin Tiao, un’infinità di facce confuse di etnie meticcie.
Poi una fermata. Sul cartello c’era scritto BENSONHURST.
Quando le porte si aprirono qualcosa mi spinse ad alzarmi.
Scesi.)

Brooklyn! Finalmente Brooklyn!
Non la Brooklyn che conta, non Downtown, non Brooklyn Heights, non Boerum Hill. No. Niente negozi di lusso, aperitivi, ristoranti etnici, locali lounge, dj set.
No no no.
Cercavo questo, case di mattoni, vecchi gay a spasso con il cane, strade affollate, enormi scritte sui muri dei negozi.
Decido di camminare un po’ a caso. Mi fermo davanti ad una vetrina e guardo la mia immagine riflessa con il piccolo puffo-Marx stampato sulla maglietta. Indosso un paio di occhiali degli anni 70 e ho la barba sempre più lunga, i capelli sempre più arruffati.
Sono bello. Cazzo, quanto sono bello.
Constatato che sono bello decido che questa sarà la mia giornata migliore a New York City. Sono stranamente energico e voglioso di fare qualunque cosa non c’entri nulla con la fotografia. Leggo le insegne dei negozi. Saluto le mamme con i bambini. Accarezzo le testoline pulciose dei cani dei vecchi gay e i vecchi gay mi sorridono.
Qui tutto ha un aspetto familiare, gli ingorghi in mezzo alle strade, le facce della gente. Tutti suonano il clacson senza motivo. C’è perfino il sole.
Dopo mezzora di girovagare randagio e solitario decido che ho bisogno di un caffé. Per incominciare bene la mia gita fuoriporta, per fumare una sigaretta in mezzo a quest’aria di primavera tutta nuova.
Entro in un bar a caso senza nemmeno guardare l’insegna e dico: “One coffee please”.
Quando mi mollano davanti un espresso quasi svengo.
Ma faccio finta di niente, bevo in silenzio. Chiedo un bicchiere d’acqua e mi danno pure quello. Poi il barista mi guarda e dice qualcosa.
“What?”, dico io. “Speak slowly I don’t speak english wery well”. Mi stringo nelle spalle. “Please”.
“Ah”, fa lui. “Don’t speak english very well. E che cazzo speak allora, arabo?” Sembra che gli venga in mente qualcosa e comincia a fissarmi con più attenzione. “You a terrorist boy? No terrorists here. Understand? Capisci? Eh?”
Non so cosa dire.
“Yes”, dico. “Cioè no. No terrorist.” Poi mi sembra strano.“You speak italian? Italiano?”
“Italian? Già che parlo italiano. You confused boy. Qualche rotella fuori posto? Stai bene? What’s wrong whit you?”
“No no”, dico, effettivamente confuso. “Mi dispiace. I have to go now. Salve”.
Ed esco dal locale, senza nemmeno pagare il caffé.

(… e poi attraversai la strada, e adesso che ero al sicuro potevo alzare la testa. Guardai l’insegna del locale, diceva: BAR SPORT.
L’avevo scoperto in fretta, ma non abbastanza. Bensonhurst era il quartiere italiano di New York, ecco qui. Niente panico. Decine di migliaia di siciliani emigrati. La festa di Santa Rosalia.
Little Italy a Manhattan era soltanto l’ennesima presa per il culo per turisti.
Benvenuto. Questa è New York. Niente panico.
E allora cominciai a notare altre cose, le facce della gente, ecco perché mi tornavano familiari. I nomi dei negozi: DE FELICE – BARBIERE; NON SOLO MOTO; OFFICINA MECCANICA RUSSO.
Risi. Tornai indietro e pagai quel caffè…)

Mezzora dopo sono di nuovo a spasso per questo quartiere di italiani trapiantati, conscio di essere bello.
Questa cosa della bellezza, poi. Che succede? Perché oggi c’è il sole? Perché ieri pioveva? È un simbolo? Sono tutti maledetti simboli? Segnali? Che cosa vogliono indicare?
Giuro su dio che appena comincia a girarmi la testa urlo.
Comunque non ci voglio pensare. Ho un’intera giornata davanti, la giornata più bella che passerò a New York. C’è il sole e mi sento elettrico. Elettronico. Elettrizzante.
Grande puffo sulla maglietta alza il pugno, speriamo che non mi prendano per un esule comunista.
Giro per queste strade con i negozi che si chiamano ZU ZU, OFFICINA MECCANICA RUSSO, DORIS. Ci sono strade ampie e trafficate dove tutti si muovono che neanche il mercato di Tangeri. Clacson ovunque. Gente che parla in siciliano misto all’inglese misto a chissà cosa. Ebrei e cinesi che sconfinano.
E poi ci sono strade strette e silenziose dove i bambini giocano a pallone. Ci sono madri nere e bianche (più bianche che nere) sui balconi di queste case rossicce.
Un sacco di tag ovunque, qui a Brooklyn la mania dell’hip-hop ha lasciato i suoi segni indelebili.
La mattinata va così: cammino a zonzo, entro in un parco, esco dal parco. Compro dell’uva in un piccolo negozio dove dico: “Un grappolo d’uva per favore. Sì. No, grazie. No, tenga pure il resto. Arrivederci signora, buona giornata”.
(Questa cosa dell’uva sta diventando un leit-motiv della mia vita negli USA. Chissà poi perché. Altri simboli? No, questa volta no.)
Torno al parco e mangio il mio grappolo d’uva. C’è un barbone mezzo scemo (ma forse non è nemmeno un barbone) che canta a squarciagola come un gatto. Poi sputa e se ne va.
E io, per non fare troppo l’italiano che mangia pasta, mi compro un sano hot-dog.
Ed è già pomeriggio.

(C’era quest’atmosfera rarefatta, distante, silenziosa. Anche dove la miriade di lingue mescolate creava rumore, il silenzio sembrava prevalere.
Sui clacson, sulle voci dei bambini, su tutto.
Per la prima volta da quando ero negli Stati Uniti respiravo aria di primavera. Sentivo… sapevo che qualcosa sarebbe successo.
Come facevo a saperlo? Non so cosa dirti, lo sapevo e basta.
Camminai per il quartiere praticamente tutto il giorno. Ricordo che ad un certo punto entrai in una sala da biliardo. Giocai a carambola con un vecchio che sembrava avere duecento anni…
E mi raccontò la storia di Bensonhurst. La storia di Brooklyn, i ghetti neri, quella cosa che qui chiamano “gentrification”. Gli artisti scappati da Manhattan.
I gay e le lesbiche e giù giù fino ai famosi 13 omicidi di Bensonhurst, appena un anno prima. E la coppa del mondo – dov’ero io quando l’Italia vinceva la coppa del mondo?
Non riuscivo a ricordare…)

Ad un certo punto una faccia da tossico mi si avvicina e sorride. Indica la mia t-shirt e dice: “cool!”.
Visto che il contatto è stabilito gli chiedo cosa posso fare tutto il giorno in questo quartiere. Fa finta di farsi una riga di coca sul dorso della mano e ride. Gli dico di no.
Allora dice Santa Rosalia. C’è l’edificio dell’associazione, pare che qui sia una specie di attrazione per turisti.
Gli dico di nuovo di no. Gli racconto del tizio mezzo scemo che cantava nel parco e questo schizzato continua a ridere. “I konw”, dice, “I know. Cool. Cool.”
Insomma finisce che lo lascio perdere e me ne vado. Entro in un negozio di parrucche, in un sexy shop, in una libreria, persino in una bottega da barbiere.
All’inizio non mi lasciano entrare, forse pensano che sia comunista.
“No”, dico, in inglese perché questi qui l’italiano non lo parlano, “no comunist. No terrorist. Just cut hair. You see? Hair…”.
Finisce che in qualche maniera capiscono e decidono di tagliarmi i capelli.
Il barbiere taglia e fischietta, io mi guardo allo specchio e con il passare del tempo sono sempre più bello.
La natura è una cosa incredibile.

(… e quando lasciai la sala da biliardo era sera, di colpo. L’attività umana era diminuita. Il sole coperto da nuvoli sottili, violacee.
Un ronzio nell’orecchio, una voglia di non so cosa.
C’era una zona del quartiere che non avevo ancora visto, dietro il parco. Le case praticamente non esistevano, tanto erano basse. E rosse. E vuote.
Un luogo pieno di spazi vuoti, parcheggi, piazzali…
E lì da qualche parte c’era questo edificio, uguale agli altri. Solo. Isolato dalle altre case.
Mattoni rossi, una scala… La facciata completamente ricoperta di tag.
E sotto un cartello… Diceva…)

E poi bello sbarbato e con i capelli corti (non molto corti, ma puliti e profumati) ad un certo punto mi ritrovo in una sala da biliardo.
So giocare a biliardo? Certo che sì. So giocare a carambola e chiedo a qualcuno dei presenti di sfidarmi. Se perdo offro una birra. Altrimenti offrono loro.
C’è questo vecchio che si fa avanti, sembra un sopravvissuto alla conquista del New England, non so, potrebbe avere 400 anni come ridere.
Eppure gioca bene. Gioca e non smette di parlare, mi racconta tutta la storia del quartiere, la storia di Brooklyn…
… metà in italiano e metà in inglese…
… e naturalmente perdo e devo offrirgli pure da bere. Parla e parla e parla ancora, e alla fine lo saluto, gli stringo la mano gli dico…
… e quando esco è sera. Di colpo. Inspiegabilmente.
Sera.
Quanto tempo ho passato in quella sala da biliardo? Ore? Anni?
Penso che c’è qualcosa che non va, penso che il tempo è una stronzata di proporzioni epiche, penso che ho fame. C’è…
… c’è una zona del quartiere che non ho visto…

(Rimasi immobile sulla soglia, un piede sul gradino, indeciso.
Dovevo entrare? Avevo giurato a me stesso che non l’avrei fatto. Avevo…)

… cammino piano in questa zona silenziosa, soltanto parcheggi e alberi, spazi vuoti. E c’è questo sole che sta tramontando, e il cielo di un viola quasi dolce, un’altra volta.
E poi c’è questo edificio, uguale a tutti gli altri ma isolato. La testa comincia a girarmi un po’ e mi dico giuro che questa volta urlo.
Ma non urlo.
Allora guardo questo edificio e sotto c’è un cartello…

(… e a quel punto la testa continuava a girare sempre più forte, come una bussola che indica il nord.
Sapevo che qualcosa lì dentro mi aspettava eppure…
Non volevo…)

… non posso crederci cazzo, non posso crederci, non posso crederci, non posso crederci, cazzo cazzo cazzo cazzo….

(… e alla fine decisi di entrare, e cominciai a salire i gradini.)

3.

bensonhurst, primo aprile, ore sette e ventidue

Non posso crederci.
Cazzo, non riesco proprio a crederci. È qualcosa che sta al di sopra della mia comprensione, o al disotto. Dovunque decida di stare mi sembra impossibile.
Uno si fa una promessa. Si alza la mattina deciso a mantenere questa promessa. Il cielo e l’aria e tutto il resto sembrano volerlo aiutare nel suo intento. Prende una cazzo di metropolitana e scende il più lontano possibile da qualsiasi stimolo sensoriale. E cosa ci trova?
Esattamente quello da cui stava fuggendo.
Insomma c’è questa zona del quartiere che non ho ancora visto. C’è questo edificio isolato, mezzo distrutto, ricoperto di scritte incomprensibili. E sotto c’è un cartello.
Il cartello dice: MOSTRA FOTOGRAFICA.
E poi la testa comincia a girarmi un po’, e metto un piede sul primo gradino della scala in ferro. La testa gira un po’ di più e metto l’altro piede sul secondo gradino.
E fuori il cielo è viola e tutta Brooklyn sembra produrre un ronzio sommesso che assomiglia al silenzio, e man mano che la testa vortica e vortica salgo i gradini di questa scala, tre quattro cinque sei, e poi metto la mano sulla maniglia della porta a vetri, e spingo e la porta si apre.
E sono dentro.
La testa smette di girare.
Non posso crederci.

Per un tempo interminabile rimango immobile, impietrito, allucinato da me stesso.
E ci rimarrei ore, e forse tutta la vita, se una signora gentile con la faccia da giapponese non venisse ad accogliermi con un bicchiere di spumante in mano.
(Noto: il bicchiere è di plastica; la signora è relativamente bella e relativamente giovane; evviva Brooklyn.)
Comunque questa nippo-signorina continua a sorridermi educatamente e mi molla in mano il bicchiere. Parla in inglese con un accento perfetto, eppure non capisco un’acca. Cerco di sorridere e faccio il confuso mettendomi una mano nei capelli. Dico yes yes yes e no no no senza che ce ne sia realmente bisogno.
Che condizione pietosa, sempre. Ma perché deve essere tutto così complicato, mi chiedo io?
Quando Lady Manga scompare ho un attimo per riprendermi e capire cosa sta succedendo. Mi guardo intorno. Sono nell’atrio di un piccolo edificio pieno di luci soffuse. Ok. Dalla stanza accanto giungono mormorii e voci indistinte. Bene anche questo. Semplice. Da qualche parte ci deve essere una mostra fotografica.
Di là suppongo.
Decido di farmi forza. Prima è toccato ai quadri. Ora alle foto. E vada per le foto. Basta che sia l’ultima. Prego dio o gli dei o chi per loro che sia l’ultima, che tutta questa faccenda finisca qui, oggi stesso.
E poi il posto non è sgradevole. È un vecchio edificio, ma sembra arredato con gusto. Poteva andarmi peggio. Potevo trovarmi ad un aperitivo di post-situazionisti yankee nell’Upper East Side. Non c’è limite alla tragedia.
Butto giù tutto lo spumante d’un fiato (uno spumante discretamente sgradevole, tra l’altro) e mi preparo a fare il mio ingresso trionfale nell’altra stanza.
Uno due tre.
Vado.

Di là è tutto esattamente come me lo aspetto. Una grossa stanza rettangolare, illuminata male, piena di gente che beve e mangia tartine e parla di cose che suppongo essere idiozie. Vecchie signore eleganti e giovani molto cool e uomini con la faccia da folli che fumano una sigaretta dietro l’altra.
La solita gente delle mostre d’arte insomma.
Le fotografie sono appese alle pareti. Non sono molte. Una ventina, su per giù. Sono tutte stampate nello stesso formato, molto grosso (un metro e qualcosa per qualcosa in meno di un metro.)
Comincio il giro.
I primi cinque o sei scatti sono scorci di New York. Di Brooklyn, anzi, forse addirittura di Bensonhurst. Ci sono neri con una bottiglia di whisky nel sacchetto di carta, in canottiera, sudati, seduti sulle verande di vecchie case in mattoni. Un negozio 24h/7d fotografato di notte, davanti al negozio una prostituta che potrebbe benissimo essere un uomo travestito. Ragazzini italiani nel parco del quartiere, raccolti intorno ad un vecchio barbone pulciosissimo che dorme su una panchina.
Poi il panorama cambia. Ci sono due ritratti della nippo-signora mezza nuda, imbarazzata in una posa scomposta nel bel mezzo di un parcheggio, con un sacco di vento nei capelli e sotto la gonna (una specie di Marilyn versione low profile, qualcosa del genere.)
Poi cambia ancora. Montagne sfocate, immerse nella nebbia mattutina, montagne che sembrano vagamente denti di un grosso animale, che hanno qualcosa di familiare che mi sfugge, non so bene perché.
E cambia di nuovo, per l’ultima volta.
L’ultima foto è il primissimo piano del volto di un bambino. Ha i capelli chiari, un po’ troppo lunghi, un mezzo sorriso sognante sulle labbra, una luce indefinibile negli occhi. Dietro si vedono soltanto prati, rocce e un piccolissimo triangolo di cielo viola del tramonto.
Sotto la foto c’è una didascalia: CRONONAUTA, ESTATE 1986.
La testa comincia a girarmi all’impazzata. Mi volto di scatto, con l’intenzione di uscire di corsa da quell’edificio, prendere aria, correre il più lontano possibile.
Poi lo vedo.
Un uomo, in fondo alla sala, che mi fissa. Capisco che scappare è inutile, il viaggio finisce qui.
La testa gira sempre di più, tutto si fa sempre più scuro e più indistinto, ho nelle orecchie un ronzio insopportabile, la testa continua a girare e non vedo più in faccia le persone, il ronzio aumenta e aumenta e ora stanno per esplodermi i timpani e poi di colpo tutto finisce.
E svengo.

***

“Pensavamo fossi scomparso”, dico.
“Se è per questo si pensava lo stesso di te”, dice lui.
“Ma che c’entra, io sono scomparso per… quanto hai detto? Quattro anni?” Annuisce. “Tu per ventuno! Ventuno! Non vorrai paragonare le due scomparse, spero…”
Si stringe nelle spalle. “Bah, quattro anni, ventun’anni, due secoli… Sai cosa cambia…”
Questa è un’obiezione giusta, e non so cosa ribattere. Mi verso un bicchiere di vino e ne bevo un po’, guardandomi intorno con aria indifferente.
Siamo in una piccola tavola calda nell’estremo ovest del quartiere. È tardi e non c’è più nessuno, siamo gli unici due clienti. Dietro il banco una ragazza scura ma non nera asciuga grossi boccali di birra. C’è della musica da qualche parte, troppo bassa perché possa capire di cosa si tratta.
Fino a mezzora fa eravamo in tre. Lady Manga, che si chiama Emily (guarda tu che coincidenza), è stata molto carina con me. Ha aspettato che riprendessi coscienza e mi ha portato un bicchiere d’acqua. Ha detto che dovevo mangiare qualcosa.
Mi hanno accompagnato qui, lui e lei, forse più lei che lui.
E poi Emy se n’è andata, ha detto: “Voi due avete tante cose di cui parlare”.
E aveva ragione, purtroppo, aveva maledettamente ragione.
Abbiamo ordinato due bistecche sanguinolente con patate e carotine bollite, e pane e una bottiglia di questo vino californiano che bevono qui.
E ci siamo messi a parlare, come vecchi amici, come se nel frattempo niente fosse successo.

È invecchiato, povero Guido, oppure è invecchiato il ricordo che avevo di lui.
Per carità, sarei riuscito a riconoscerlo in mezzo ad una folla, alla festa di Santa Rosalia, per dire. È sempre alto e magro come una canna di bambù. Anzi, sembra ancora più magro, come se in questi ventun’anni avesse lavorato intensamente per ritirarsi dal mondo della materia, delle cose, delle passioni umane.
Visto che sono ancora lì che non so cosa dire, dico una cosa banale.
“Però non sembra olandese. Emy dico”.
“Infatti è coreana”, dice lui.
“Ah”. Rifletto. “Ah. Non è Emy… Emy? No?”
“Per essere Emy è Emy. Però è coreana. L’ho conosciuta a Brooklyn, due settimane dopo che sono arrivato negli Stati Uniti. Sai lei… lei è una gallerista. Cerca artisti, li fa esporre. Cose così”.
Annuisco.
Lui ride.
“Pensa che ero venuto qui per fare il corniciaio”, dice.

È andata così. So che ha dell’incredibile, ma è andata così, nessuno ci può far niente. La vita non è per niente realistica. Questo, in qualche maniera confusa, l’ho sempre saputo.
Quella sera d’estate del 1986 Guido prende la macchina, infila nell’autoradio la cassetta dei Talkin’ Heads e parte per arrivare in Olanda dalla sua fidanzata, che si chiama anche lei Emy ma non è per niente coreana, neanche un po’.
Ha deciso di non fermarsi mai, per nessun motivo, nemmeno per pisciare.
E guida, per ore e ore, attraversa la frontiera svizzera, attraversa la frontiera tedesca, resta incollato al sedile e con le mani sul volante per 8 ore e 7 minuti. Quando arriva allo svincolo di Dierdorf è quasi l’alba, ha percorso 784 chilometri e nel frattempo a cominciato a piovere, una pioggia leggera che cade sull’autostrada deserta.
È a questo punto che l’auto si ferma. Inspiegabilmente (c’è benzina, la temperatura dell’acqua è bassa, nessun rumore strano) la Citroen verde che sta guidando comincia a sobbalzare, fa giusto in tempo a portarla sulla corsia d’emergenza che il motore si spegne.
Sono le cinque del mattino, piove, si trova a parecchi chilometri di distanza da Colonia che è la città più vicina. Per quanto si impegni l’auto non riparte (e d’altra parte lui un’auto non sa nemmeno com’è fatta, il suo impegno consiste nel girare la chiave e accelerare.) Esce dall’abitacolo. Il cielo si sta schiarendo. I pochi mezzi che passano sull’autostrada deserta non lo vedono neanche. Oltre il guardrail ci sono soltanto prati sporchi, svincoli, magazzini, fabbriche vuote.
Di colpo, senza nessuna ragione apparente, Guido ha paura.
A quei tempi i telefoni cellulari non esistevano, e se anche fossero esistiti probabilmente Guido non ne avrebbe posseduto uno. Ha freddo. È confuso. Man mano che il cielo si schiarisce (assumendo una tonalità violacea, dolce) il terrore aumenta, lo paralizza, gli impedisce di fare qualunque cosa sensata.
Vorrebbe urlare, vorrebbe correre, eppure non può. È paralizzato, totalmente.
Dopo un’ora di questa situazione di totale angoscia, quando ormai il sole è quasi spuntato, Guido prende una decisione: deve dormire. Dormirà, e quando si sveglierà tutto sarà più semplice, più chiaro.
Si infila nell’abitacolo dell’auto, e si addormenta in un attimo.
E fa un sogno. Uno sfondo viola, al centro del quale ondeggia una macchia bianca. La macchia bianca prende forma, si trasforma in un bambino e poi in un piccolo uomo.
L’omino comincia a parlare.

Quando si sveglia sono passate sette ore. È l’una di pomeriggio, è completamente sudato. Gli sembra di non aver mai dormito così bene in vita sua.
Adesso tutto è perfettamente chiaro, perfettamente lineare.
Per qualche strana ragione nessuno sembra averlo notato, la polizia non ha controllato quell’auto abbandonata ai margini dell’autostrada. È ancora in tempo. Cercando di non farsi vedere svita le targhe e se le infila in tasca.
Poi scavalca il guardrail, e comincia a camminare in mezzo ai prati ancora fradici per la pioggia di quella notte.

Da questo punto in poi la vicenda si fa confusa. Per un pezzo non ricorda nulla, soltanto quell’onnipresente cielo viola e il ronzio di sottofondo.
Poi compare in alcune città europee, Berlino, Barcellona, Kiev. E scompare di nuovo. Compare in città non europee, in paesi, prati, deserti, tra gli aborigeni e i dogo e gli inuit. E scompare. Compare nel 1266, nel 1648 (alla fine della guerra dei trent’anni), nel 600 avanti cristo, nel 2892.
(A questo punto lo interrompo: “Vuoi dire che anche io ho fatto tutto questo?”, chiedo incredulo.
“Può darsi”, dice lui. “Direi di sì”. Mi guarda. “Sì, direi proprio che l’hai fatto. Un giorno magari te lo ricorderai, magari no”.)
E va avanti così per diciassette anni, a comparire e scomparire senza ragione, e poi un giorno di primavera del 2003 si ritrova seduto nello Starbuck della Fifth Avenue, a Manhattan, con un caffè caldo tra le mani e un gran giramento di testa.
E comincia a rifarsi una vita.

***

Quando Guido finisce di raccontare tutto questo è un’ora impossibile, l’una o le due del mattino. Io comincio a tempestarlo di domande. Perché. Cosa significa. Che senso ha. Cosa vuole dire. Per quale motivo io. Per quale motivo tu. Che cazzo c’centra tutto questo con la mia vita.
La cameriera ci guarda con un’aria di tristezza indefinibile, aspetta soltanto che ce ne andiamo per chiudere tutto e andare a dormire o a ballare o a farsi di crack, non so.
Me ne accorgo. Anche Guido se ne accorge.
“Andiamocene”, dice, “puoi stare a casa mia, parleremo là”.
E parliamo. Parliamo attraversando Bensonhurst di notte, con i suoi poveri vecchi alcolisti e gli immigrati di chissà quale cazzo di paese, gli italiani che continuano a bere birra nelle verande, i gay che bevono nei locali da gay, le prostitute e i travestiti che si preparano ad affrontare tutta una lunga notte di lavoro.
Parliamo del destino che esiste e che non esiste allo stesso tempo, della vita umana che inizia per finire, delle epoche storiche che cambiano, del mondo che è sempre uguale in ogni luogo e in ogni epoca anche se sembra diverso.
Parliamo delle differenze che sono il nucleo della vita stessa, del caos che ne è la cifra, dell’impressione sbagliata che può fare viaggiare nel tempo, o pensare di viaggiare nel tempo, di un mondo armonico e direzionato che invece non esiste.
Parliamo salendo le scale del suo appartamento a Bensonhurst est, a bassa voce perché Emy dorme nell’altra stanza, tra fotografie di fotografi famosi e fotografie di amici di Guido, riproduzioni di quadri, film libri fumetti oggetti comprati e trovati e regalati che nascondono una storia che significa tempo, vita, morte, ancora vita.
Parliamo del tempo che va e che viene, delle cose che si dissolvono come sabbia, delle cose che si dimenticano, delle cose che finiscono e delle cose che iniziano.
Parliamo con un bicchiere di whisky in mano e la trentesima sigaretta nel posacenere e ad un certo punto dico a Guido: “Allora il tempo esiste”, e lui dice: “Sì, solo che la gente non lo sa”.
E parliamo ancora di tante cose, di come vivere comprendendo il tempo, di come non farsi schiacciare dal tempo, di come sia duro imparare ad esistere, di come sia incredibilmente difficile vivere la vita senza scomparire, accettare di vivere senza uno scopo e senza voglia di morire, e quando abbiamo parlato per cinque o sei ore di fila e ormai è l’alba, abbiamo gli occhi pesti e la voce arrochita dal tabacco, allora a quel punto Guido mi guarda e mi dice: “Hai capito cosa hai visto?”
E io rispondo: “Sì”.

4.

bensonhurst, due aprile – ventisei settembre duemilasette

Restai a casa di Guido e Emy per quasi sei mesi. Avevano una stanza per gli ospiti. Un piccolo letto. Una finestra che dava sugli alberi del parco.
Trovai lavoro come garzone in un alimentari di italiani, conoscenti di Guido, siciliani, come quasi tutti in quel quartiere. Portavo casse di ciliegie e pesche a casa di vecchie signore sole, artisti decaduti che non uscivano più di casa da vent’anni.
Mi alzavo presto la mattina, andavo a dormire presto la sera.
Cenavo sempre a casa. Emy cucinava. Guido stava seduto in veranda a guardare la strada affollata di bambini, gli alberi, il vento, l’estate. La domenica Guido tagliava il prato, Emy prendeva il sole nel giardino sul retro. Il rumore del tosaerba. Un silenzio cosmico.

In quei sei mesi non pensai mai a quello che mi era capitato. Io e Guido non ne parlammo mai più. Nei giorni liberi accompagnavo Emy a Brooklyn Heights, alla galleria. Facevo la spesa, o lavavo i pavimenti di casa. Cercavo di contribuire in qualche modo.
Mi feci anche qualche amico, gente che veniva al negozio, vicini di casa. Non ricordo i loro nomi. Ragazzi come me, figli di famiglie povere, scoppiati. La sera li vedevo rannicchiati sulla stagnola del crack, oppure non li vedevo proprio. Restavamo ore a bere birra seduti sul marciapiede, davanti a casa di qualcuno, parlando di niente.
Passò la primavera e venne un’altra estate torrida. Albe fresche e ventilate, pomeriggi sonnolenti. In negozio c’era una piccola radio. Ascoltavo i Velvet Underground, Blondie, Patty Smith, i Pere Ubu.
New York, indimenticabile New York.
Al pomeriggio la gente non usciva. La sera crocchi di vecchi cattolici si radunavano intorno ad un prete che recitava il rosario. La notte le strade si popolavano di spacciatori e prostitute, insetti attratti da una luce indefinibile. Musica dai locali alternativi del quartiere. Sirene della polizia.

Sei mesi di pace sospesa, filtrata, sussurrata.
Non successe niente. Non lasciai Brooklyn nemmeno per un’ora, non tornai a Manhattan, non andai nemmeno a recuperare le mie cose ad Hoboken. C’erano piccoli negozi d’abbigliamento a Bensonhurst, economici, newyorkesi e meticci, sufficienti per rifarmi un guardaroba.
Lessi i libri di Guido. Scrittori di Brooklyn e di Manhattan, del New Jersey, del Midwest. Testi di psicologia cognitiva. L’opera completa di Guattari. Leggende medievali. Fumetti.
Non successe niente e passò anche l’estate, le lucciole, il profumo dei tigli, dell’asfalto riscaldato dal sole.
A settembre cominciò a piovere. Dolcemente, gocce piccole d’acqua tiepida. Avevo messo da parte qualche soldo, sapevo che non sarei potuto restare in quella casa per sempre. Cosa dovevo fare? Cercavo la mia strada in silenzio, mi preparavo al distacco da quel nido temporaneo, aspettavo.

Erano i primi di settembre, avevo già cenato nonostante non fossero ancora le otto di sera. Il giorno dopo non avrei lavorato. Il negozio restava chiuso, causa lutto: era morta la sorella della proprietaria, siciliana anche lei, brooklynese anche lei ma emigrata nel Queens. Bisognava andare al funerale, e avevano deciso di concedermi un giorno di ferie.
Chiesi a Guido se gli andava una birra. Nel quartiere, una cosa rapida, due chiacchiere. Disse di no. Lui e Emy volevano andare al cinema. Mi invitarono. Questa volta fui io a dire di no, preferivo una birra nel quartiere.
Uscimmo di casa tutti insieme, loro salirono in macchina, scomparvero.
Camminai solo fino ad un pub che si chiamava Maddox, mentre quella pioggia lieve continuava a cadere sull’asfalto, sulle case, sull’immondizia raccolta ai lati delle strade. Il locale era una delle tante perle di Bensonhurst. Uno spazio angusto, le pareti dipinte dai graffiti più assurdi, prezzi popolari, una fauna alternativa di giovani con i fuseaux neri, t-shirt a righe, pettinature pazzesche, stivali, piercing.
Quella sera, sul piccolo palco suonava un gruppo composto da tre elementi, due ragazzi e una ragazza. Qualcosa come un Iggy Pop melodico, più lento, ancora più scarno.
Ordinai una birra e mi misi seduto ad ascoltare.

Notai la ragazza quasi subito. Non fu un colpo di fulmine. La notai e pensai che mi stava simpatica. Aveva un viso simpatico. Mi ricordava qualcosa.
Ci guardavamo di sottecchi, dietro le colonne del locale, attraverso la terza pinta di birra rossa. Cominciammo a sorriderci come nel più classico film d’amore, ma senza amore. Con rispetto. Con curiosità. Con empatia.
Era insieme ad un gruppo di amici, cinque o sei. Quando tolse il cardigan nero notai che indossava una maglietta viola. Sulla maglietta era stampato un piccolo fungo che sorrideva.
Era una coincidenza? Destino? Nemesi?
Non ci pensai nemmeno, in quel momento. Rimasi solo per un pezzo, cercando di ricordarmi come si fa ad avvicinare una ragazza. Ripensai a Bologna, a tutto il sesso che avevo fatto a Bologna. Tra me e me risi, ma di un riso triste.
Poi mi alzai dal tavolo.

Si chiamava Judy. Era nata nell’Illinois. Era a New York per studiare cinema. Aveva due anni più di me, viveva a Brooklyn, si era trasferita da poco.
Due ore dopo stavamo camminando assieme, sotto la pioggia che si era fatta finissima, praticamente impercettibile. Era ancora presto, le undici, mezzanotte. Non faceva freddo e non faceva caldo. Disse di andare in un posto vicino a casa sua, sotto la tettoia di un mercato coperto.
Parlammo di noi, di quello che avevamo fatto nella vita, di quello che avremmo voluto fare. Non le raccontai dei viaggi nel tempo. Le raccontai di Bologna, delle montagne. Di Guido e di Emy, di come ci fossimo incontrati per caso vent’anni dopo, dall’altra parte del mondo. Lei capiva alcune cose, altre no. Parlò di lei, dell’infanzia nel Midwest, dei campi di grano inondati dal sole. Della media borghesia che imitava l’Est, delle feste in casa, l’alcol, la droga il sesso.
Io capivo alcune cose, altre no.
Disse di berci qualcosa da lei, la sua inquilina non era in casa. Dissi di sì. Disse che se volevo potevo fermarmi lì a dormire. Dissi di sì.
La baciai, poi la abbracciai e la tenni stretta per un tempo lunghissimo, e capii che volevo ricominciare. Da qualunque posto, ma ricominciare.
La presi per mano, e dissi: “Andiamo”.

Per tutto settembre vidi Judy ogni giorno. Cenavamo insieme, a pranzo mi portava un panino in negozio. La sera uscivamo con i suoi amici, uscivamo soli, non uscivamo. Andava bene. Fuori continuava a piovere. Andava bene così.
Fu un mese bello, un mese dolce, divertente, spensierato, doloroso. Alla fine di settembre mi accorsi che avevo abbastanza soldi per lasciare casa di Guido. Mi accorsi che era ora di prendere una decisione, e la decisione da prendere era chiara: dovevo tornare a casa, parlare a mio padre, raccontare qualcosa a mia madre e ai miei amici, a tutta quella gente che mi stava aspettando da quattro anni e mezzo, convinta forse che ormai fossi morto, fuggito, scomparso per sempre.
Nei parlai a Guido e a Emy, e loro si dissero d’accordo. Guido disse che un giorno sarebbe tornato anche lui, solo che non era il momento giusto. Mi chiese per favore di non parlare del nostro incontro a mio padre. Che non era ancora il momento.
Dissi di sì, ok, che andava bene.
Poi ne parlai a Judy. Lei pianse. Poi si asciugò le lacrime e non mi parlò per due giorni. Poi pianse di nuovo, e poi mi abbracciò forte. Sorrise. Disse che sarebbe venuta con me, giusto una piccola vacanza, una settimana o dieci giorni. Poi sarebbe tornata a New York. Forse ci saremmo rivisti, forse no. Andava bene lo stesso.
Dissi che andava bene, poteva accompagnarmi in Italia, sarebbe stato divertente.
Organizzammo il viaggio e scherzammo molto. Quella notte dormii da lei. La mattina tornai a casa di Guido, non feci nulla per tutto il giorno. La sera infilai le miei cose nella valigia.
Judy arrivò la mattina successiva, con una piccola borsa da viaggio. Stavo facendo colazione con Guido in veranda, nonostante non facesse più molto caldo.
Judy si sedette al tavolo con noi.

Poi silenzio.
Dieci minuti e avrei lasciato Bensonhurst, forse per tutta la vita. Guido ci avrebbe accompagnati al JFK. Avevo salutato Emy la sera prima. Avrei guardato New York scomparire sotto le nuvole.
Silenzio sotto la veranda di una casa di Brooklyn, davanti ad una tazza di caffè, pane, marmellata, frutta. Restavamo seduti a guardarci, senza dire niente. Non imbarazzati. Silenziosi. Concentrati nell’ascoltare quel silenzio.
La strada sgombra, la pioggia che batte sulla veranda, le tazze fumanti. La sigaretta accesa di Guido, Judy che gioca con una ciocca dei suoi capelli. Un gatto che attraversa la strada di corsa.
Questa è l’ultima cosa che vidi di Bensonhurst. In macchina parlai con Guido, guardai la strada dritto davanti a me. Poi attraversammo il ponte e arrivammo a Manhattan. Poi un lungo percorso metropolitano, intricato, e alla fine il JFK.
Ma Bensonhusrt immobilizzata in quell’attimo di quiete non la scorderò mai.
Fu un secondo, ma capii molte cose. Capii che era finita un’epoca, e che stava cominciando qualcosa di nuovo. Capii tutto quello che non avevo ancora capito, anche se in quel momento non me ne resi conto.
Era ora di tornare a casa.

4 pensieri riguardo “crononauta (parte 3 di 4)

  1. Pienamente soddisfatto.
    che dire, mi pare che tu stia rispettando le premesse: nuovo e più agevole da leggere; magari il “minimalismo” più si addice ai cortometraggi, forse.
    Schifosamente puntuale questa volta.
    Ma fai benissimo a prenderti i tempi che ti pare, mica ti paghiamo, noi, eh!

    Credo nelle coincidenze,
    e credo che farò un blog prima o poi {ovviamente non per sfida, non sono un letterato},
    ma non ritengo di essere cascato qui per caso, ci conoscevamo, anni fa 😉

    consiglio a chiunque ami la musica o la strada, o abbia tempo per passeggiare lo street festival.

    chiedo scusa: mi sono dilungato troppo

  2. ??????

    qualcuno che mi conosce e ha la voglia di stare dietro ai miei racconti già mi sembra strano di suo.

    ma poi “anni fa”?
    “anni fa”??

    johnny il mascherato, l’enigma si infittisce.

  3. io mi metto in mezzo, così, di punto in bianco e ti dico che anche chi non ti conosce può avere interesse a stare dietro ai tuoi racconti. o per lo meno, sono capitata per “sbaglio” in questo blog, grafica molto bella e pulita, così immagino ci si stia bene e comincio il primo giro di perlustrazione. l’interesse è rimasto dopo le prime “spilucchiature” qua e là.
    rimando a dopo una lettura vera un commento più consapevole e allo stesso modo non richiesto….
    intanto, ciao.

  4. O.T. Ciao , scusa l’intrusione, siamo un gruppo di amici che gestiscono un blog e vorremmo invitare te e i tuoi amici a partecipare ad un piccolo concorso fotografico (non si vince niente se non il piacere di conoscere persone). Il tema di questo mese è “tramonti in riva al mare”. Se ti va ti aspettiamo sul nostro blog.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...