Niccolò Ammaniti – Come Dio comanda

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Quando decidi di leggere un libro di Ammaniti decidi che non vuoi sorprese. Vai sul sicuro: sai che continuerai ad amarlo, se lo ami, o continuerai ad odiarlo, se lo odi. Le vie di mezzo poco si adattano ai reduci della “gioventù cannibale”, questo si sa.

Ammaniti è uno scrittore popolare: scriveva romanzi popolari quando si muoveva nel sottosuolo del Pulp anni 90 e scrive romanzi popolari oggi che si è dato al mainstream. È schietto e non fa il letterato: questo in Italia succede di rado, troppo.
E poi scrive bene, con una chiarezza e un’efficacia difficile da trovare nel nostro paese, nella nostra lingua letteraria o burocratica o televisiva.
Ma questo già si sapeva. E in questo senso quest’ultimo libro non nasconde sorprese.

Ad uno sguardo superficiale, in effetti, le sorprese sono poche. Tanto poche che “Come Dio comanda” appare inizialmente come una summa poetica, o peggio un collage di estratti dalle opere precedenti. C’è tutto: la campagna devastata dell’Italia centrale, il ragazzino solo (solo con la campagna, con la sua adolescenza, con suo padre), un Paese fatto di comprensori abitativi e televisione spazzatura, abitato dalla sua ambigua umanità di naziskin, pazzi, storpi, alcolizzati e impasticcati. C’è persino una lunga notte apocalittica che scompone e rimescola le vite dei protagonisti (vedi “L’ultimo capodanno dell’umanità”, in “Fango”), nella quale (cito la quarta di copertina) è proprio il “fango” che “sembra seppellire ogni speranza”.

Dunque un ritorno alle origini, almeno in parte. Una svolta brusca dopo i toni relativamente soft e le tinte pastello di “Io non ho paura”, una ripresa decisa dei colori forti e della prosa appuntita delle prime prove. Un’opera narrativamente nemmeno troppo interessante, ben lontana dall’equilibrio quasi perfetto di un romanzo come “Ti prendo e ti porto via”.

Questo ad un primo sguardo. Ma naturalmente non finisce qui: un silenzio di cinque anni e un ritorno al (sanguinolento) grembo materno non significano quasi mai, in uno scrittore smaliziato come Ammaniti, manierismo. Tutto al contrario.
E quindi? Cosa c’è di nuovo in questo romanzo, che già non appartenesse al narratore che tutti conosciamo? La risposta è semplice, ed è ben visibile fin dal titolo: Dio.

È Dio la vera chiave di svolta di questo romanzo, il perno attorno a cui ruota la faccenda e l’elemento inedito che segna la rottura con tutte le opere precedenti. Un Dio che non si trova, che ordina omicidi, che impone voti grotteschi, che muove gli esseri umani come fossero pedine di un gioco da tavolo; un Dio fondamentalmente assurdo, ma pur sempre Dio.

Il divino, come qualsiasi altra forma di spiritualità, era sempre stato il grande assente della narrativa di Ammaniti (e della narrativa anni 90 più in generale): anzi, era proprio l’assenza di Dio a giustificare tanto incomprensibile spargimento di sangue. E il ritorno di Dio si accompagna, coerentemente, ad un ritorno della terza dimensione, ad un tentativo comico e terribile dei personaggi di uscire dal loro mondo bidimensionale, da quel grado zero della parola e della vita che viene anche detto, più comunemente, società dei consumi. Il risultato è un fitto dialogo interiore dei personaggi con sé stessi (con le proprie illusioni irraggiungibili, con le proprie paranoie concretizzate in deliri) che sembrano (in qualche splendida scena) avvicinare questo libro di Ammaniti ad un caposaldo del postmodernismo anni 90 come “Tolleranza zero” di Irvine Welsh.

“Come Dio comanda” è un romanzo di passaggio. È il romanzo in cui si compie la tormentosa mutazione di uno scrittore (di una generazione, di un paese) in una direzione non meglio definita. Ammaniti non dice: “Dio esiste”, dice: “Abbiamo bisogno di Dio”. È proprio l’impressione che si ricava a lettura conclusa. “Come Dio comanda” non è il migliore dei libri di Ammaniti, ma il primo che tenti una risposta al nichilismo della nostra epoca.
Se, come sembra, una trasformazione è in atto va seguita molto attentamente. Potrebbe essere l’inizio di qualcosa. Oppure no. Ad ogni modo ci prova, e questo è senza dubbio un merito.

(pubblicata su http://www.tifeoweb.com)


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10 pensieri riguardo “Niccolò Ammaniti – Come Dio comanda

  1. ho sempre pensato che la nota positiva di ammaniti fosse la sua capacità di modellare i personaggi, costruire delle storie, raccontare verità che accomunano tutti noi con parole chiare e sintassi semplici e lineari, senza vezzi da intellettualoide di maniera.
    però, forse, qui si è spinto al limite…
    se almeno in “branchie”, e in parte anche in molti racconti di “fango”, c’erano le citazioni a piene mani nel mondo pulp dell’epoca, un’ironia dissacrante e squarci sul senso della vita, dell’amore e della morte e in “ti prendo e ti porto via” c’era una struttura narrativa perfettamente pesata, qui invece si è fatto proprio un romanzo “semplice” nella connotazione più piatta del termine…
    e comunque l’ho letto di un fiato, gustandomelo, apprezzandolo, sul serio.

  2. ti dirò che questa recensione (scritta qualche mese fa e pubblicata solo ora) finisce effettivamente per indorare un po’ la pillola.
    insomma a rileggerlo adesso mi è sembrato un po’ più bruttino, un po’ più goffo… semplice non tanto, nel senso che questa faccenda di dio mi pare prepotente, e comunque mi sembra uno scarto dalla norma, un tentativo di sporgere la testa un po’ più in là… che poi ci sia davvero riuscito ammaniti con questo romanzo non sono più tanto sicuro.
    … e comunque è un po’ il problema di tutti questi cresciuti negli anni 90, tra paccottiglia televisiva, ipermercati, stragi mafiose, bustarelle alle segreterie di partito, sassi dal cavalcavia. che hanno visto l’italia ai suoi minimi storici (di bruttezza estetica quantomento) e a rendersi conto che le cose sono cambiate (anche se non necessariamente in meglio, qui è tutta da vedere…) fanno davvero un po’ fatica.
    ecco la domanda è: come uscire vivi dagli anni 90?
    ammaniti forse qui prova a rispondere… o forse sono solo speranze mie.

  3. un’altra cosa, barbara: bel blog il tuo!
    perchè non l’avevo notato prima? che mi succede?
    ho letto delle cose che mi piacevano, tornerò a breve e lascerò un segno del mio passaggio. ciao.

  4. rispondo veloce perché sono al lavoro e fingo di sistemare dei contratti…

    sì, beh semplice nel senso che anche quella “faccenda di dio” che pure poteva essere uno macigno grosso su cui lavorare viene trattato un po’ così… un po’ così. ecco come la mia risposta, così. sai quando non hai le parole e non hai tempo di incartarti in un discorso complesso?

    grazie, sai?

    ciao.

  5. mah, a me sembra che ammaniti non voglia nemmeno troppo uscirci vivo, dagli anni ’90. nel senso: chiuso questo libro ho detto: “va bene, è ‘ti prendo e ti porto via’ più brutto”. poi ovviamente uno ci ripensa e valuta. personalmente non vedo uno sforzo di superamento, non vedo un abbozzo di teologia ma neanche una necessità di teologia – vedo solo la solita terra desertificata e senza dio, e questo va benissimo, ma il nome “dio” nel titolo non basta a tentare una risposta al nichilismo.
    per me hai sovrainterpretato.
    per me, eh.
    ciò detto, ammaniti resta il nostro miglior scrittore popolare, e dio – appunto – gliene renda merito.

    gio

  6. ma sì forse avete ragione voi, tu e barbara…
    ammaniti mi piace (o mi piaceva, non ho ancora ben capito) e cerco sempre di vedere i lati positivi.
    più di tutto sono qui in speranzosa attesa di trovare qualcuno che superi quel paradigma della terra desertificata e senza dio di cui dicevi, che è stato importante nell’italia di tangentopoli, stragi mafiose e berlusconi, ma sinceramente ora come ora mi sembra un po’ superato.
    quindi può essere che abbia sovrainterpretato: è che la faccenda ad oggi mi sembra un po’ più complessa che la terra desertificata senza dio, dio c’è ma forse sono tanti, forse recita o forse è malvagio – ad ogni modo mi aspettavo che ammaniti riuscisse a dire qualcosa di nuovo.
    in effetti forse mi sbagliavo.
    povera italia, qualcuno ci salvi dagli anni 90’…

  7. sono qui giusto per dirti che se hai ancora intenzione di passare dal mio blog per un caffè mi troverai sull’uscio con le tazzine pronte: in questi giorni ho rassettato, spolverato, ripulito l’armadio buttando il vecchio, cambiato i quadri e le foto alle pareti…

    ah no, sono qui anche per dirti che in fondo forse il problema con i libri di ammaniti è che nel frattempo siamo tutti cresciuti un po’.
    sono invece completamente d’accordo con la tua lettura della bender… quei racconti hanno una poesia dentro (e merito va anche a una traduzione che ha saputo mantenerla intatta) che difficilmente si trova oggi in questa serie infinita di libri di racconti tutti uguali.

    vado a macinare l’arabica,
    ciao.

  8. certo che ho ancora intenzione di passare dal tuo blog, un caffè non si rifiuta mai..

    comunque poi ci sono stato quest’estate e ho spulicato un po’. pensa che “pappagallini” me lo sono messo pure tra i preferiti! (anzi “segnalibri” perchè uso firefox).
    bello e divertente. e bello.

    ora però ritorno, anche perchè vedo che hai cambiato la grafica..

    ah, e poi un’altra cosa: bella rivista catrame. sai che non la conoscevo?
    bene, farò un giretto anche da quelle parti.
    a dopo.

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