Libri 2020

Quest’anno strano è successa una cosa altrettanto strana e cioè che ho letto più italiani che stranieri, specialmente italiani pubblicati nel 2020. Inoltre, e questo è meno strano, più saggistica che narrativa e molti dei miei libri dell’anno sono stati scritti da donne. Qui di seguito un riassunto.

Narrativa del 2020

Ho già detto e ribadito che il mio romanzo dell’anno è La mischia di Valentina Maini: poche volte mi sono imbatutto in un esordio di tale potenza. Ho apprezzato molto anche La notte si avvicina di Loredana Lipperini, un libro sulla fine delle cose, la maternità come stregoneria e le profezie che si autoavverano. Sempre tra gli italiani ho trovato interessante Esecuzione dell’ultimo giorno di Lorenzo Chiuchiù, novella che si inserisce in un filone di letteratura italiana recente che sta diventando una specie di sottogenere, quello dell’io allucinato alla ricerca di assoluto (altri due esempi: Cometa di Gregorio Magini e Il giorno della nutria di Andrea Zandomeneghi). Tra gli stranieri sono rimasto molto colpito da Madre delle ossa di David Demchuck, una sorta di Antologia di Spoon River dell’Europa dell’Est che si situa al crocevia esatto tra weird fiction, folk horror e fiaba. Letto l’anno scorso ma arrivato in Italia quest’anno Gli ultimi giorni della Nuova Parigi di China Miéville, libro piuttosto estremo anche per gli standard dello scrittore londinese che mostra bene il collegamento tra New Weird e surrealismo, una delle mie ossessioni.

Saggistica del 2020

Quest’anno è diventato chiaro come, di fronte a un panorama in cui capitano eventi inauditi, abbiamo bisogno di categorie nuove. Vanno in questa direzione alcuni dei saggi più belli che ho letto quest’anno: il pamphlet Antropocene fantastico di Matteo Meschiari, le raccolte Divenire invertebrato a cura di Enrico Monacelli e Massimo Filippi e La scommessa psichedelica a cura di Federico di Vita, il diario della pandemia di Bifo, Fenomenologia della fine, e il saggio di critica letteraria sotto forma di divulgazione scientifica scritto da Francesco Guglieri, Leggere la terra e il cielo (sempre sul tema non ho ancora letto Menti parallele di Laura Tripaldi, nei confronti dle quale nutro molte aspettative). Ho poi trovato bellissimo il saggio di Valentina Tanni Memestetica, il punto di contatto tra la storia dell’arte come la impariamo nei libri e internet. Elisa Cuter ha scritto un libro molto intelligente con Ripartire dal desiderio, riuscendo a toccare tematiche difficilissime con una lucidità rara. Interessante anche Creature di un sol giorno di Mauro Bonazzi, dedicato al rapporto tra i Greci e il mistero dell’esistenza. Infine penso che il saggio di Francesco D’Isa contenuto in Trilogia della catastrofe e dedicato alla “gestione della morte” sia una trattazione di rara lucidità di un tema importantissimo di cui non si parla mai. Tra gli straneri, sono stato contento dell’arrivo in Italia di Un appartamento su Urano di Paul B. Preciado, una bella raccolta che mostra ciò che la critica culturale dovrebbe essere – innovativa, contemporanea, penetrante. Altrettanto contento sono stato della nuova edizione de Il senso della fine di Frank Kermode per il Saggiatore.

Narrativa non pubblicata nel 2020

L’anno è iniziato con una lettura e rilettura del Ballard surrealista: tutti i racconti e la Foresta di cristallo, il migliore, il più sognante e misterioso della tetralogia. Ho poi letto Terminus radioso di Antoine Volodine, che mi ero lasciato colpevolmente sfuggire, e l’ho trovato strepitoso. Allo stesso modo ho recuperato Respiro, i racconti di Ted Chiang, che ormai reputo una sorta di Borges del terzo millennio, se Borges potesse essere paragonato a qualcuno. Ho poi scoperto Arthur Machen leggendo The Hill of Dreams: un classico dell’horror onirico britannico, un romanzo barocco e dolente.

Saggistica non pubblicata nel 2020

Due libri pubblicati in Italia alla fine del 2019 hanno aperto quest’anno: Il dono oscuro di John Hull, una meditazione sulla cecità, l’oscurità e la fede, e Le nuove melanconie di Massimo Recalcati, sequel del fondamentale L’uomo senza inconscio e lettura importante per capire le passioni tristi del presente. Altrettanto utile è Narcocapitalismo di Laurent De Sutter sul rapporto tra capitalismo, psicofarmaci e narcotici. Ho trovato molto bello il breve sagggio sulla meditazione di Chandra Livia Candiani, Il silenzio è cosa viva, uno sguardo poetico sul mondo interiore nel Buddhismo. Uno dei saggi più belli letti quest’anno è stato poi Il colore del buio di Alessandro Carrera dedicato a Rothko e alla sua cappella a Austin, mentre un incontro fondamentale è stato quello con Scrittura non creativa di Kenneth Goldsmith, libro che continua un discorso che sto esplorando da anni in maniera intermittente sul rapporto tra arte e tecnica (altri esempi sono Fame di realtà di David Shields e il lavoro critico di Tom McCarthy). Ho anche letto per la prima volta Oltre il principio di piacere di Freud, un altro di quei libri che mi sembrano fondamentali per capire il presente.

Graphic novels

Come ogni anno anche nel 2020 ho letto qualche graphic novel. Ne segnalo due. Innanzitutto il “saggio grafico” Alfabeto Simenon, pubblicato quest’anno: se come me siete amanti dello scrittore belga è molto interessante esplorarne i temi, le atmosfere e imparare curiosità attraverso questo percorso tematico. Poi chi come me non è un esperto di fumetti ha sempre la possibilità di imbattersi in capolavori di cui non conosceva l’esistenza. E’ quello che mi è capitato leggendo Black Hole di Charles Burns, un racconto weird sull’adolesceza, il sesso e la mutazione dalle tinte psichedeliche – una mraviglia.

Lista completa

  • AA. VV., TINA. Storie della grande estinzione
  • AA. VV., La scommessa psichedelica
  • AA. VV., Divenire invertebrato
  • Ballard, J.G., The Crystal World
  • Ballard, J.G., The Drought
  • Barrett, D., The Sleep Committee
  • Berardi, F., Fenomenologia della fine
  • Bernhard, T., Il soccombente
  • Burroughs, Ginsberg, Le lettere dello Yage
  • Burroughs, W. S., La scrittura creativa
  • Candiani, C. L., Il silenzio è cosa viva. L’arte della meditazione
  • Carbè, La Forgia, D’Isa, Trilogia della catastrofe
  • Carrera, A., Il colore del buio
  • Chiang, T., Respiro
  • Chiuchiù, L., Esecuzione dell’ultimo giorno
  • Coleridge, S. T., La ballata del vecchio marinaio
  • Couliano, I. P., I miti dei dualismi occidentali
  • Crary, J., 24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno
  • Cuter, E., Ripartire dal desiderio
  • Davis, E., Techgnosis
  • Demchuk, D., Madre delle ossa
  • De Sutter, L., Narcocapitalism: Life in the Age of Anaesthesia
  • Dodds, E. R., I greci e l’irrazionale
  • Falco, G., Flashover
  • Ferguson, I., Politics of the Mind: Marxism and Mental Distress
  • Freud, S., Oltre il principio di piacere
  • Goldberg, N., Writing down the bones
  • Goldsmith, K., Uncreative writing
  • Guglieri, F., Leggere la terra e il cielo
  • Haraway, H., Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto
  • Hull, J. M., Il dono oscuro
  • Jeffery, B., Anti-matter: Michel Houellebecq and Depressive Realism
  • Kang, H., The White Book
  • Labbate, O., Lo scuru
  • Laughlin, C., Communing with the Gods
  • Lipperini, L., La notte si avvicina
  • Lovecraft, H.P., Tutti i racconti
  • Machen, A., The Hill of Dreams
  • Maini, V., La mischia
  • Mazza Galanti, C., Che cosa pensavi di fare?
  • Meschiari, M., Antropocene fantastico
  • Miller, A., The Truth Will Set You Free
  • Mirabelli, E. G., Configurazione Tundra
  • Molinari, L., Le case che saremo
  • Nelli, P., Il terzo giorno
  • Nelson, M., Gli argonauti
  • Nietzsche, F., La nascita della tragedia
  • Offill, J., Tempo variabile
  • Paolin, D., Anatomia di un profeta
  • Pecoraro, F., Lo stradone
  • Petrone, M., Il progetto del reale
  • Preciado, P. B., An apartment on Uranus
  • Recalcati, M., Le nuove melanconie
  • Reza, Y., Il dio del massacro
  • Riberi, P., Pillola rossa o loggia nera?
  • Santoni, V., La scrittura non si insegna
  • Schopenhauer, A., Saggio sulla visione degli spiriti
  • Shua, B., Untold Day and Night
  • Staid, A., Dis-integrati
  • Tanni, V., Memestetica. Il settembre eterno dell’arte
  • Volodine, A., Terminus radioso
  • Wallace-Wells, D., The Uninhabitable Earth
  • Watts, A., The Book On the Taboo Against Knowing Who You Are
  • Zandomeneghi, A., Il giorno della nutria
  • Zeno, A., L’incanto del pesce luna

CdQ – narrativa straniera 2020

Questo è stato un anno particolare per molte ragioni, una di queste è che ho letto più italiani che stranieri. Soprattutto ho letto pochissima letteratura straniera contemporanea (mentre praticamente tutti gli italiani che ho letto sono usciti negli ultimi due anni). Quindi votare per queste classifiche di qualità è stato duro, il lato positivo invece è che nelle prime dieci posizioni non ho letto niente e ho un sacco da esplorare. Ho votato solo i tre libri qui sotto, finiti secondo me immeritatamente, soprattutto i due di narrativa, dopo la posizione 20. Avrei votato anche Il senso della fine di Kermode ma ero convinto fosse fuori regolamento (a quanto pare sbagliavo).

Un’intervista a Liu Cixin

Grazie a Niccolò de Mojana e a Kobo ho avuto l’opportnunità di intervistare Liu Cixin, lo scrittore di fantascienza che sta al ventunesimo secolo come Isaac Asimov stava al ventesimo, vale a dire il più innovativo, vertiginoso e massimalista tra gli scrittori di fantascienza in circolazione, nonché la penna dietro alla Trilogia dei tre corpi che nel 2022 sarà adattata per Netflix dal team dietro Game of Thrones. Da quel che so è la prima intervista in Italia.

CdQ: Essere senza casa vince la sezione saggistica

Sono immensamente felice che Essere senza casa abbia vinto la sezione saggistica delle Classifiche di Qualità dell’Indiscreto per il periodo febbraio-ottobre, superando di poco addirittura un mostro sacro come Carlo Rovelli. Quello delle CdQ è un progetto interessantissimo e visionario (quattro volte l’anno 600 grandi lettori votano i migliori libri di autori italiani in quattro macro-categorie, narrativa, saggistica, poesia e fumetto). Un grosso grazie a tutti i giurati e tutte le giurate che l’hanno votato.

Venendo invece ai libri che ho votato io: innanzitutto felicissimo per Valentina Maini (La mischia, Bollati Boringhieri) che ha strameritatamente vinto la sezione narrativa. L’ho già detto, lo ripeto volentieri: Valentina ha scritto un esordio come se ne vedono ogni dieci anni, un libro multiforme, psichedelico, punk, un’opera di ventriloquismo letterario impressionante e soprattutto un libro mosso dalla forza di un desiderio dirompente. Non mi capita quasi mai di rimanere attaccato a un romanzo dalla prima pagina all’ultima senza un solo calo di tensione, insomma in Italia è arrivata una scrittrice meravigliosa, leggete tutti La mischia.

Per la narrativa ho votato anche Elena Giorgiana Mirabelli (Configurazione Tundra, Tunuè) e Demetrio Paolin (Anatomia di un profeta, Voland), autori di due libri impegnativi e raffinatissimi, ognuno a modo suo. Elena ha scritto una distopia/utopia che ho letto come si ascolta un disco di conceptronica degli anni Settanta, sempre disorientati, sempre incerti di dove ci si trova nello spazio straniante in cui si è stati lasciati, un libro su una delle tensioni per me più importanti, quella tra forma e sensualità. Paolin invece ha scritto un libro inevitabilmente doloroso che mescola la storia del suicidio di un bambino con una riflessione sulla vita del profeta Geremia. L’ho votato per due ragioni: la prima è la forma, quasi unica in Italia (come ha scritto Dario De Marco, il libro è forse un esempio più unico che raro di theory-fiction all’italiana) e il secondo è la lingua, perché Paolin fa parte di quella categoria rara di scrittori la cui parola imbevuta di spiritualità (altri nomi: Marlynne Robinson, Chandra Livia Candiani) è una parola in qualche maniera curativa.

Nella saggistica i miei voti sono andati a Valentina Tanni (Memestetica, Nero), che ha scritto il libro che mancava per collegare la storia dell’arte come la si studia a scuola e la si vede nei musei al mondo di internet: non solo è un libro pieno di curiosità interessanti e documentatissimo, ma anche uno di quei testi che ti fanno vedere collegamenti dove prima non li vedevi, quindi che ti aprono mondi. Il secondo voto l’ha preso Bifo Berardi (Fenomenologia della fine, Nero) perché ha scritto la cronaca del Covid che solo lui poteva scrivere, un libro che ibrida i generi, apre moltissimi spunti di riflessione e interroga sulle trasformazioni profonde portate dalla pandemia.

Terzo voto alla Trilogia della catastrofe di Emmanuela Carbé, Jacopo La Forgia e Francesco D’Isa (Effequ), che è un testo mutiforme, in parte narrativa, in parte reportage e in parte saggistica. Il saggio di Francesco nello specifico tocca un aspetto che mi pare assolutamente fondamentale del presente, quello del nostro rapporto con la morte, un tema di cui si parla forse non per caso pochissimo, in realtà non solo in Italia, e mi ha fatto riflettere moltissimo da quando l’ho letto mesi fa.

La mischia di Valentina Maini

Ogni tanto mi succede questa cosa: ci sono libri che mi si piazzano davanti mentre vado per la mia strada, che solitamente è una strada ignara di gran parte di ciò che le capita attorno, e di cui mi basta leggere la sinossi per sapere che in quel libro cadrò come in una voragine. Mi capita raramente ma quando capita non c’è scampo, un po’ come le fiammelle mistiche che guidano le scelte dell’agente Cooper dopo che si è apparentemente rincoglionito per aver passato troppo tempo nella Loggia Nera. La mischia è uno di questi libri. La prima cosa a cui ho pensato leggendolo sono i quadri di Chagall, complice forse la copertina (più tardi ho aggiornato il mio immaginario artistico su Schiele). Ho pensato a Clarice Lispector, a Burroughs, al Faulkner di Mentre morivo (“mia madre è un pesce”), ho pensato a Bolaño, al Bolaño dei Detective selvaggi in cui l’arte è la grande menzogna ma anche l’unica salvezza e in cui l’identità è qualcosa di fluido e mai dato per sempre (in effetti ho pensato tantissimo a Bolaño: un giorno dovremmo parlare seriamente dell’influenza che Bolaño ha sulla letteratura italiana della mia generazione; Bolaño è stato per me un altro di quei libri-fiammella quasi vent’anni fa). A un certo punto mi sono reso conto di essere in una specie di riscrittura della Trilogia della città di K, ma una riscrittura obliqua e vertiginosa, un po’ come C di Tom McCarthy è una riscrittura di un famoso caso clinico di Freud. Ho pensato alla Nouvelle Vague, al Tempo materiale di Vasta e ai romanzi di Jennifer Egan in cui tutti sono spie e tutti hanno molti nomi, ho pensato a un album di musica ricorsiva e pischedelica, un album dei Black Angels, ad esempio, poi il romanzo ha cambiato direzione ancora due volte, l’ultima proprio all’ultima pagina, quindi la metto così: se non credete alla storia delle fiammelle mistiche pensate che certamente i riferimenti letterari stanno nella mente del lettore tanto quanto nella penna dello scrittore, o meglio che questa cosa che chiamiamo letteratura è un sistema di segnali radio che scrittori e lettori si scambiano continuamente, intercettandoli da un etere la cui origine va cercata chissà dove, ma se uno scrittore o una scrittrice vi fa pensare ai nomi elencati sopra per cinquecento pagine senza praticamente un momento di sosta vuol dire che questo scrittore o questa scrittrice stanno volando ad altezze siderali e sono portatori o portatrici di una voce letteraria fuori dal comune, che è esattamente quello che ho pensato di Valentina Maìni per tutto il libro. Quindi la morale di questo lungo post è: credete nelle fiammelle mistiche, se potete, ma quale che sia il vostro grado di fiducia nell’invisibile leggete questo bellissimo romanzo.

Segnalazioni – giugno

A giugno ho letto tanto e (cosa piuttosto rara per me) soprattutto libri pubblicati da poco. Ne segnalo quattro:

Emanuela Carbé, Jacopo La Forgia, Francesco D’Isa, Trilogia della catastrofe (Effequ)

Siccome la catastrofe non solo non passa mai di moda, ma diventa più attuale ogni giorno che passa, un libro con questo titolo avrebbe catturato la mia attenzione anche se non fosse stato pubblicato da Effequ, che sulla saggistica sta facendo un lavoro eccellente, e se tra gli autori non ci fosse il direttore dell’Indiscreto Francesco D’Isa. I tre pezzi che compongono il lavoro (dedicati al prima, al durante e al dopo la catastrofe) sono quanto più diverso l’uno dall’altro si possa immaginare: quello di Carbé è un brillante esercizio di scrittura calviniana, quello di La Forgia un interessante e ben scritto reportage sul genocidio dei comunisti indonesiani del 1965 mentre quello di D’Isa un saggio su un tema che a me sembra cruciale: quello del nostro rapporto con la morte. In particolare, il saggio di D’Isa credo meriti una lettura approfondita, perché in un’epoca segnata dalla minaccia dell’estinzione come quella attuale, continuare a distruggere il pianeta per non fare i conti con l’inevitabilità della fine è un gioco destinato, appunto, alla catastrofe. Siccome poche epoche come la nostra hanno rimosso la morte dal discorso culturale, oggi più che mai è importante riflettere sul significato che essa occupa al centro della vita e trovare un modo di gestire l’ansia meno distruttivo di quello attuale. Da quel che so, D’Isa è uno dei pochi ad aver affrontato il tema (con l’eccezione di Roy Scranton, il cui Learning to die in the Anthropocene viene citato nel testo ma per qualche ragione non è ancora stato tradotto in italiano).

Vanni Santoni, La scrittura non si insegna (minumum fax)

Sono un amante dei manuali di scrittura e ancora di più di quelli firmati dagli scrittori, proprio come sono un amante dei libri di autoaiuto (categoria che leggo con più frequenza dei saggi sulla scrittura, devo ammettere) anche perché, come scrivevo non molto tempo fa, una parte di me sta sempre cercando il set di regole segrete che trasformi questa attività faticosa e solipsistica che mi sono condannato a fare in qualcosa di semplice o, quantomeno, più immediato: la formula alchemica che tramuti l’argilla delle parole nel Golem di un romanzo. Rispetto ad altri autori di testi sulla scrittura (Stephen King o Natalie Goldberg, che pure reputo un libro fondamentale), Santoni ha il pregio di essere anche un eccellente critico o meglio, se mi si passa il linguaggio mistico, un critico “illuminato”: se volete capire cosa intendo leggetevi i suoi pezzi sui romanzi senza finale o andate a ripescarvi quella volta in cui, parlando del futuro del romanzo, disse citando Roberto Bolaño che “se i capolavori sono sequoie o orchidee, non si è tuttavia mai vista una sequoia o un’orchidea fuori da una foresta; così, anche scrivere un’opera imperfetta significa contribuire al mantenimento di quel bosco dove un giorno sboccerà una nuova orchidea”. Ecco cosa intendo per illuminato: qualcuno che guarda alla big picture. Se sopravvivete alle liste della prima parte, che sono impressionanti e un po’ spaventose (ma piuttosto accurate, per quanto io mi sia scoperto uno studente meno preparato di quanto mi sarebbe piaciuto pensare), troverete consigli che tutti coloro che scrivono seriamente dovrebbero seguire, non solo gli aspiranti.

Luca Molinari, Le case che saremo (Nottetempo)

Nella scrittura di Essere senza casa ha giocato un ruolo importante un libro pubblicato da Nottetempo nel 2016, Le case che siamo, dedicato al rapporto tra case e città. Quattro anni più tardi, Le case che saremo è un piccolo spin-off che adatta il discorso al tempo del Covid e può essere scaricato gratis dal sito dell’editore. Le case che saremo apre una porta su quegli aspetti che in Essere senza casa non sono sufficientemente approfonditi visto che il mio libro è uscito prima dello scoppio della pandemia e in qualche modo porta il discorso sul lato in ombra della casa come luogo protetto (come “tentazione del muro”, direbbe Recalcati) di fronte alle minacce dell’esterno, concludendone, credo giustamente, che la spinta alla chiusura e all’isolamento domestico provocata dal Covid è quanto di più pericoloso possa esistere. Discorso per me fondamentale e su cui non mi dilungo troppo perché spero di tornarci presto, in una forma o nell’altra.

Ade Zeno, L’incanto del pesce luna (Bollati Boringhieri)

Oggi è la prima giornata del Campiello e tra i finalisti sono stato contento (e anche un po’ sorpreso) di trovare questa bella fiaba dell’orrore. Il fun fact sull’argomento è che io e Zeno abbiamo condiviso lo stesso spazio autogestito all’università di Torino per quasi dieci anni durante i quali ci saremo scambiati sì e no dieci parole, vedendoci in certi periodi quasi tutti i giorni e collaborando a progetti culturali; e siccome internet è una (psico)geografia alternativa sovrapposta a quella fisica, il suo lavoro è sempre stato più lontano dai miei radar rispetto a quello di autori che abitavano a migliaia di chilometri di distanza e che non avrei mai conosciuto personalmente. Circostanza di cui mi dispiaccio, perché L’incanto del pesce luna merita la candidatura al (vero) premio più importante d’Italia. La sorpresa deriva dal fatto che è un romanzo cupo, dalle tinte scurissime, che mi ha fatto pensare a quel bell’articolo di Franco Pezzini sul gotico torinese uscito su Carmilla qualche tempo fa. Dentro ci ho trovato Bolaño e Wilcock, ma anche Ligotti, Houellebecq e Giorgio De Maria.

Su “Novalis” di Giorgio Fontana

[Novalis, Marsilio, 2008, pp. 232, €15.00]

0. Introduzione

Ho letto Novalis due volte, praticamente una di fila all’altra. Prima di questa recensione ne avevo scritta una più lunga: ma l’ho trovata troppo frettolosa, superficiale, e anche un po’ disonesta: quindi l’ho eliminata. Tutto ciò per dire che di romanzi come Novalis è difficile scrivere.
Un romanzo può essere affrontato da centinaia di punti di vista (su Crash di Ballard, per esempio, ho riempito dieci pagine solo per descrivere lo stile; poi ho capito che un lavoro di questo tipo è inutile, oltre che incredibilmente faticoso.)
Per chiarezza espositiva dirò questo: ho intenzione di trattare un’unico aspetto di Novalis, e da quest’unico aspetto mutuare alcune riflessioni collaterali che descrivano i punti forti e i punti deboli di questo romanzo.
La proposizione che intendo discutere può sembrare paradossale, eppure non lo è. (Potrebbe, però, essere del tutto sbagliata.)
Ed è la seguente: Novalis è un romanzo religioso.

1. Il cielo

Si potrebbe partire dal paragone con Palanhiuk, da qualche osservazione sul malessere contemporaneo o, a rigor di logica, dalla splendida copertina di Travis Smith.
Purtroppo però questa volta mi toccherà essere banale: partirò dall’inizio.
Il romanzo si apre con un Prologo in cielo. Cosa contenga questo prologo è di granlunga meno interessante della sua mera esistenza (il contenitore, in questo caso, conta più del contenuto). La prima impressione che ricavo dalla lettura del libro è dunque piuttosto singolare: esiste un cielo, qualunque cosa esso sia.
(E non è una banalità, per quanto possa sembrare tale: sulla dimensione esclusivamente terrena della letteratura contemporanea ci sarebbe molto da dire.)
Ma che cos’è questo cielo? Cosa rappresenta? Qual’è la sua funzione narrativa?
In Novalis il cielo è assenza. Qualcosa che forse un tempo è esistito – certamente adesso non c’è più. Ma è anche ricerca o speranza o tensione: qualcosa a cui si anela, verso il quale si tende.
I paragoni che mi vengono all’istante sono due: la città di Marozia in Calvino (la città delle rondini che sta per sprigionarsi dalla città dei topi); e la filosofia heideggeriana (l’Essere che si ritira di fronte alla reficazione del mondo).
C’è una luce verso la quale dirigersi, una prospettiva chiaramente teleologica (cosa sia questa luce lo vedremo più avanti).
E c’è anche la condizione presente (la terra), il mondo ridotto ad oggetto, lo spirito che si prosciuga della sua potenza vitale.

2. Fame

Dove c’è assenza, si sa, c’è fame: di spiritualità, di emozioni forti, di contatto empatico (non importa quale sia il mezzo per raggiungerlo) con l’Altro.
I personaggi di Novalis sono tutti affamati di spirito. Cercano qualcosa che non sanno definire (un brivido? un senso?) e lo cercano con mezzi caotici e imperfetti, con gli strumenti mutilati della loro banale, perduta umanità.
C’è Alex, che quel qualcosa lo trovava nella musica. Ma ora che la musica è finita che ne sarà di Alex? Niente. Vaga come un’anima persa per la sua personale terra desolata, non può pensare ad altro che alla sua fame, alla sua condizione di corpo tra i corpi (ma non può essere tutto qui, si ripete tra le righe, come un’ossessione). C’è il padre di Alex che quel qualcosa l’ha trovato nel narcisismo estremo dell’ipocontdria (che aspetta l’infarto come Lenin aspettava la rivoluzione: con fiducia e dedizione da martire). E c’è Sara, che invece immola il proprio spirito sull’altare della perversione (per cui la ricerca è discesa negli inferi, autodistruzione, vendetta contro il proprio Sé).
E poi c’è, naturalmente, il Gruppo Novalis.

3. Il Messia

Perché quattro sconosciuti che si sparano in bocca di fronte ad un pubblico di disperati possono essere paragonati a Cristo?
Perché come lui sono portatori di un Verbo: perché offrono la redezione: perché recitano la veste istituzionale della purificazione, la Messa, la Comunione, la catarsi.

4. Luce

Il Verbo proposto dal Gruppo Novalis è il più semplice possibile, il più adatto ai tempi: é il Nulla. Di fronte ad un mondo di assenze ecco a voi l’Assenza, la morte, la violenza senza uno scopo (o anche il vuoto di senso, l’abisso).
Qui il paragone è per me ancora più limpido: il racconto A celan, well-lighted place di Hemingway (“niente nostro che sei nel niente” e così via).
Se la parola è il Nulla, l’ostia della Comunione è il dolore (lui si spara in bocca, sta peggio di te), la dipendenza (la morte chiama morte), lo stesso tipo di legame empatico che lega i tossicomani gli uni agli altri (moriremo tutti dello stesso male).
Il sangue di Cristo qui è il sangue di uno sconosciuto mascherato – ma pur sempre di sangue si tratta.
Nella luce nera del Gruppo ci si perde, ci si disintegra, si rinasce irrimediabilmente diversi.

5. Preghiere

Nel corso del romanzo Alex si ritrova spesso a pregare. Recita il padre nostro a mozziconi, a brandelli – l’unico tipo di preghiera concessa in un mondo di residui. Perché lo fa? Mentre recita non ne ha coscienza alcuna, soltanto il desiderio spasmodico che qualcosa serva, che ci sia dell’altro oltre alle cose, uno spirito, un dio, di qualunque cosa si tratti.
Anche chi non prega utilizzando le formule convenzionali della religione cattolica sta recitando il suo mantra, continuamente, durante il corso di tutto il romanzo.
Ci sono litanie che vengono ripetute ossessivamente: la musica, la pornografia; l’infarto; l’isolamento; la perdita di sé tra le cose, il panteismo della periferia devastata.
C’è affetto nei cavalcavia distrutti, nei capannoni industriali, come dire: smettete di essere quello che siete (le macerie di un’industrializzazione che non esiste più), diventate altro, donatemi il Senso.

6. Colpa

E c’è la colpa, l’invenzione suprema della nostra cultura cristiana. C’è la purezza che un tempo risedeva in cielo, nell’Eden, e che ora è stata irrimediabilmente sporcata dal peccato originale. Portiamo in noi i semi del peccato da millenni a questa parte, solo il giorno del Giudizio separerà i buoni dai cattivi e ci concederà la vera vita, la riunificazione con noi stessi
Ma cos’è in Novalis questo peccato? Non è la morte e nemmeno l’abisso: è la merce; sono le cose; gli oggetti che hanno riempito le nostre vite, il degrado spirituale della nostra civiltà giunta allo stremo, la plastica e le macerie che invadono le nostre anime e dalle quali sembra non esserci via di fuga.
Ogni personaggio in Novalis vive con colpa questo fattore sistemico, individualmente, come una ferita impossibile da rimarginare. Tutti per qualche motivo si sentono sbagliati: tutti vorrebbero qualcosa che non hanno e tutti lo cercano al di fuori di sé, in una comunicazione con l’Altro che è diventata impossibile perché è errata in partenza – non è la musica il problema, non è il fatto che Alex non suoni più: è quel qualcosa che ha perduto in un passato ancestrale che non ricorda (la perfezione? la purezza?) e che attraverso la musica gli sembrava di raggiungere.
Per questo (e stiamo ancora parlando di colpa) finita la musica non resta altro che il Niente.

NOTE

Nota sulla lingua

Ogni singola parola, in Novalis, veicola questo senso di perdita, di caduta, di abbandono e insieme di ricerca. Le sillabe bruciano perché sono attraversate dal dolore. In questo senso Giorgio Fontana non assomiglia per niente a Palahniuk. Perché entrambi sono inguaribili romantici, ma Palanhiuk vive in una dimensione del tutto terrena mentre Fontana no. Perché quello di Palanhiuk è un dissenso nei confronti del sistema (il suo romanticismo è ribellione antimodernista) mentre quello di Fontana è un dolore intimo, una tensione kierkegaardiana del singolo attanagliato dall’angoscia che cerca un dio introvabile. Per questo motivo la lingua di Palanhiuk è tagliente, sottile, gelida: perché deve funzionare come arma per aggredire un mondo. E sempre per questo quella di Fontana è densa, vibrante, ritmata: perché recita una preghiera intima, è una ricerca, un dolore, la volontà di una conversione.
In questo senso Fontana assomiglia molto di più a Mancassola o a Saviano che a Palanhiuk. Oppure davvero a Novalis (il poeta) o all’infinito di Leopardi (proprio quell’infinito è la meta della ricerca di Alex, solo che sono cambiati i tempi: non basta più una siepe e il ricordo di un infanzia, oggi siamo agli estremi rimedi).

Nota sul concetto di colpa

Non sono cristiano (non ho ricevuto un’educazione cristiana) eppure faccio parte di questa nostra cultura incentrata sulla dualità, sulla colpa e sulla salvezza: questo, sotto ogni punto di vista, è un guaio.
Il sentimento che sta alla base di Novalis lo conosco bene (è stato mio per molto tempo) e forse anche per questo motivo posso dire che sì, Novalis è un bel romanzo: perché è un romanzo ricco e scritto in maniera straordinaria; un romanzo potente; un romanzo per certi versi straziante.
Eppure, nonostante tutto questo, non posso far altro che considerare erroneo il punto da cui la riflessione in esso contenuta parte: il problema affrontato, insomma, mi appare come un falso problema.
Non credo nella visione manichea che oppone il bene al male (e per traslato simbolico il cielo alla terra), la purezza al peccato, la perdizione alla salvezza: non credo alle lotte tra angeli e demoni, né nell’empireo né dentro l’anima umana.
Non credo negli assoluti romantici e penso che la visione mitica della colpa (Pavese su questo ha scritto cose straordinarie, però poi si è avvelenato a quarant’anni perché convinto di essere sbagliato; più o meno il ragionamento di un’adolescente anoressica) vada inteso grossomodo come un metodo di controllo sociale (se sbagli dio ti punisce) e poco più.
Credo che la religione cristiana sia la più grande nevrosi collettiva della storia occidentale: la più grande impalcatura psicologica mai ideata dall’uomo per tenere a freno i propri istinti e per cercare di conferire alla realtà un ordine che semplicemente non esiste.

Alex rimpiange la perdita di qualcosa che non è mai esistito, cerca quella stessa cosa che non potrà mai ottenere se non fuggevolmente, perché fuggevole è la natura delle nostre emozioni. Cerca al di fuori di sé qualcosa che esiste solo in lui; sublima a livello simbolico (la purezza, la salvezza, il cielo eccetera) in sentimento interno di perfezione e unità che ha smesso di esistere nel momento stesso in cui è venuto alla luce.

(La cosa divertente, paradossale di tutta questa storia è come le religioni monoteiste siano riuscite a costruire fortezze e muraglie invalicabili sul più umano dei sentimenti: hanno cercato dio, la perfezione e l’unità senza capire che quel sentimento d’unità era ciò che provavano all’interno dell’utero materno – che non aveva nulla a che fare con dio ma probabilmente con un rapporto irrisolto con la propria madre. Da qui tra l’altro la misoginia della chiesa, il suo tentativo di arginare ogni aspetto istintuale nella femmina – perché il suo corpo come la terra procrea e ciò è inconcepibile per chi, come le gerarchie vaticane, da duemila anni cerca di tenere sotto controllo ogni pulsione istintuale. Faccio notare solo en passant che anche in Novalis la ricerca della donna – Sara – è sacrificio, mortificazione del proprio corpo attraverso una sessualità autopunitiva.)

(Attenzione, però: con questo non voglio dire che Novalis contenga in sé tracce di misoginia né tantomeno che sia spinto nelle sue motivazioni più profonde da un rapporto irrisolto con la figura materna – se dicessi una cosa del genere sarei pazzo. Volgio dire che Novalis è un romanzo profondamente contemporaneo e profondamente occidentale, che risponde in maniera sensata e potente ad una chiara esigenza del presente (l’assenza di spiritualità in un mondo che si è fatto oggetto, meta, merce di scambio). E che per fare ciò pone le sue radici – e questo è a mio parere uno dei lati più interessanti del suo discorso – in una cultura millenaria, che non si limita alla cronaca dell’oggi ma ripropone in chiave moderna il grande tema cristiano del male e della salvezza e come tale racchiude in sé tutta la lotta titanica dell’uomo che lotta con le forze del destino (l’uomo che lotta contro il dolore che lo attanaglia da sempre come una carie). Ma come tale (proprio perchè tale) credo anche che l’impasse concettuale con cui si conclude (il dialogo tra Alex e Maschera Nera non è un vero dialogo, non affronta e non supera il problema, al massimo lo iberna) dica qualcosa, forse molto, sulle difficoltà dell’uomo occidentale contemporaneo di liberarsi dalla propria nevrosi (il senso di colpa e la punizione conseguente). In questo senso è un romanzo figlio di quella tradizione filosofica che poi sarebbe sfociata nel cristianesimo (parlo di Platone e seguaci) che da più di duemila anni si scontra sempre con la stessa problematica, conferendo a sè stessa (questo è indubbio) la dignità del dolore e della lotta, ma anche autocondannandosi alla sconfitta (chi potrebbe dire che Alex ha vinto la sua battaglia a romanzo concluso?) proprio perché i termini del problema, malposti come sono in tutti noi da una tradizione culturale millenaria, non possono che condurre ad una risposta negativa, vagamente disperante.)

Credo insomma che il senso di perdita sia un residuo atavico dell’esistenza prenatale, importantissimo in questo senso ma che forse andrebbe preso per quello che è e non trasformato, proprio come ha fatto il cristianesimo, in un mostro. Credo che la colpa non esista perché non esistono modelli fissi che non siano culturali (e di conseguenza modificabili nel corso del tempo), che non concernano il nostro vissuto personale, il nostro modo di rapportarci al mondo esterno e agli altri. Credo che non esista possibilità di sporcarsi perché non c’è mai stata una purezza (quando? durante l’infanzia? da bambini non eravamo capaci di provare il male, di fare il male?), che la salvezza sia un’illusione per chi non accetta che nella vita ci sono cose belle e brutte, che il senso sfugge sempre, che un ordine (una direzione) è impossibile da conferire al corso degli eventi.
Proprio Giorgio Fontana aveva scritto una cosa, una volta, che ritengo di grandissima importanza (anche se mi viene da chiedermi, allora, in che direzione Alex corra con tanta foga): che non costruiamo in verticale, costruiamo e basta. Esatto: questo è il mio punto di vista. Come nei koan orientali esiste il problema ma non la soluzione – ciò che conta è la ricerca, non la meta ma il viaggio.


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Niccolò Ammaniti – Come Dio comanda

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Quando decidi di leggere un libro di Ammaniti decidi che non vuoi sorprese. Vai sul sicuro: sai che continuerai ad amarlo, se lo ami, o continuerai ad odiarlo, se lo odi. Le vie di mezzo poco si adattano ai reduci della “gioventù cannibale”, questo si sa.

Ammaniti è uno scrittore popolare: scriveva romanzi popolari quando si muoveva nel sottosuolo del Pulp anni 90 e scrive romanzi popolari oggi che si è dato al mainstream. È schietto e non fa il letterato: questo in Italia succede di rado, troppo.
E poi scrive bene, con una chiarezza e un’efficacia difficile da trovare nel nostro paese, nella nostra lingua letteraria o burocratica o televisiva.
Ma questo già si sapeva. E in questo senso quest’ultimo libro non nasconde sorprese.

Ad uno sguardo superficiale, in effetti, le sorprese sono poche. Tanto poche che “Come Dio comanda” appare inizialmente come una summa poetica, o peggio un collage di estratti dalle opere precedenti. C’è tutto: la campagna devastata dell’Italia centrale, il ragazzino solo (solo con la campagna, con la sua adolescenza, con suo padre), un Paese fatto di comprensori abitativi e televisione spazzatura, abitato dalla sua ambigua umanità di naziskin, pazzi, storpi, alcolizzati e impasticcati. C’è persino una lunga notte apocalittica che scompone e rimescola le vite dei protagonisti (vedi “L’ultimo capodanno dell’umanità”, in “Fango”), nella quale (cito la quarta di copertina) è proprio il “fango” che “sembra seppellire ogni speranza”.

Dunque un ritorno alle origini, almeno in parte. Una svolta brusca dopo i toni relativamente soft e le tinte pastello di “Io non ho paura”, una ripresa decisa dei colori forti e della prosa appuntita delle prime prove. Un’opera narrativamente nemmeno troppo interessante, ben lontana dall’equilibrio quasi perfetto di un romanzo come “Ti prendo e ti porto via”.

Questo ad un primo sguardo. Ma naturalmente non finisce qui: un silenzio di cinque anni e un ritorno al (sanguinolento) grembo materno non significano quasi mai, in uno scrittore smaliziato come Ammaniti, manierismo. Tutto al contrario.
E quindi? Cosa c’è di nuovo in questo romanzo, che già non appartenesse al narratore che tutti conosciamo? La risposta è semplice, ed è ben visibile fin dal titolo: Dio.

È Dio la vera chiave di svolta di questo romanzo, il perno attorno a cui ruota la faccenda e l’elemento inedito che segna la rottura con tutte le opere precedenti. Un Dio che non si trova, che ordina omicidi, che impone voti grotteschi, che muove gli esseri umani come fossero pedine di un gioco da tavolo; un Dio fondamentalmente assurdo, ma pur sempre Dio.

Il divino, come qualsiasi altra forma di spiritualità, era sempre stato il grande assente della narrativa di Ammaniti (e della narrativa anni 90 più in generale): anzi, era proprio l’assenza di Dio a giustificare tanto incomprensibile spargimento di sangue. E il ritorno di Dio si accompagna, coerentemente, ad un ritorno della terza dimensione, ad un tentativo comico e terribile dei personaggi di uscire dal loro mondo bidimensionale, da quel grado zero della parola e della vita che viene anche detto, più comunemente, società dei consumi. Il risultato è un fitto dialogo interiore dei personaggi con sé stessi (con le proprie illusioni irraggiungibili, con le proprie paranoie concretizzate in deliri) che sembrano (in qualche splendida scena) avvicinare questo libro di Ammaniti ad un caposaldo del postmodernismo anni 90 come “Tolleranza zero” di Irvine Welsh.

“Come Dio comanda” è un romanzo di passaggio. È il romanzo in cui si compie la tormentosa mutazione di uno scrittore (di una generazione, di un paese) in una direzione non meglio definita. Ammaniti non dice: “Dio esiste”, dice: “Abbiamo bisogno di Dio”. È proprio l’impressione che si ricava a lettura conclusa. “Come Dio comanda” non è il migliore dei libri di Ammaniti, ma il primo che tenti una risposta al nichilismo della nostra epoca.
Se, come sembra, una trasformazione è in atto va seguita molto attentamente. Potrebbe essere l’inizio di qualcosa. Oppure no. Ad ogni modo ci prova, e questo è senza dubbio un merito.

(pubblicata su http://www.tifeoweb.com)


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