Gentrificazione all’italiana: San Salvario, Torino

Con il tempo ho scoperto di essere una persona che tende a legarsi ai luoghi, ed è forse per questo che ho vissuto a San Salvario per tutto il tempo che ho vissuto a Torino: otto anni e mezzo, dall’ottobre del 2004 a gennaio 2013. Inizialmente abitavo al confine meridionale, in quella terra di nessuno tra centro città e Lingotto costellata di latterie, con i prezzi degli affitti inspiegabilmente alti e una popolazione anziana tendente alla tristezza e alle passeggiate mattutine con i cani. Tuttavia in corso Dante ci sono rimasto solo un anno (un anno di parquè nel bilocale al piano rialzato, palestra con un nome orientale e condomini diffidenti: dopo diciannove anni passati in un paese ricco e provinciale questa versione polverosa del suburbio parigino è il massimo compromesso che si possa chiedere tra libertà degli spazi cittadini e rassicurante noia della vita in campagna), poi ho conosciuto le persone giuste e mi sono trasferito nel cuore del quartiere. C’è stata una sistemazione di passaggio, luminosa e disperata come tutte le cose che non possono durare, finché mi sono stabilito in quella che sarebbe diventata la mia vera casa torinese in via Sant’Anselmo. Lì sono rimasto, prima con i miei inquilini e poi con la mia ragazza, finché non ho lasciato Torino per Londra. 

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Sono arrivato a Torino nel corso di un cambiamento epocale per la storia della città, quello innescato dalle Olimpiadi invernali del 2006, e tuttavia ancora nei primi anni della mia permanenza dire che abitavo a San Salvario equivaleva a sentire le persone che avevi invitato a cena declinare la proposta: un quartiere periferico per le distanze ridotte di Torino, e comunque fuori dal centro, con una nomea terribile che al grande vuoto lasciato dalla borghesia che l’aveva abitato dalla metà del XIX secolo alla metà del XX aveva aggiunto lo spaccio di droga negli anni 70 e 80 e poi la massiccia immigrazione dall’Africa e dall’Est europeo, in parte in virtù della vicinanza della stazione di Porta Nuova e in parte per il background già multietnico e multi-religioso del quartiere (due importanti chiese cattoliche, una sinagoga, una moschea e un tempio valdese). Allora la vita della città si svolgeva altrove, soprattutto quella giovanile: ai Murazzi recentemente bonificati, nel quadrato di vie desolanti che circondano l’Università da via Po a piazza Vittorio, se eri abbastanza upper-class da permetterti costi alti per i cocktail e tollerare cravatte e tacchi a spillo al Quadrilatero Romano, già passato per la fase di declino e successivo recupero urbano. I parenti al telefono ti chiedevano “Abiti a San Salvario? Ma non hai paura?”. E questo nonostante la presenza della facoltà di Architettura, la sede della Stampa, il complesso di Torino Esposizioni, la forte presenza associazionistica, diversi musei e due teatri. 

Questo era il quartiere quando ci sono arrivato: vie buie, due cinema porno (che ci sono ancora), pochi locali, bar arabi, ristoranti peruviani, gente che stazionava a bere birra davanti all’alimentari cinese di via Berthollet, spaccio di hashish a ogni strada (dire “A posto” ai magrebini che ti guardavano negli occhi prima ancora che parlassero era diventato una specie di tic per tutti i residenti sotto i trent’anni), spaccio di cocaina nelle zone più buie e periferiche, retate di polizia abbastanza frequenti, risse, di tanto in tanto qualche accoltellamento. Nel cortile interno della mia casa al 24 di via Belfiore, dove una volta aveva avuto sede un club musicale importante come Hiroshima Mon Amour, c’erano una chiesa evangelica e un club di scambisti. Di fronte c’era il bar di Michele, arabo e frequentato solo da arabi, che vendeva la Moretti ai prezzi più economici della zona, e che ben presto era diventato il nostro luogo di ritrovo. La sera la clientela si ubriacava in maniera molesta e giocava al video poker. Mi sono innamorato del quartiere nel corso di quel primo anno passato in via Belfiore, e fin da subito ho cominciato a costruirci sopra un vero e proprio lifestile: minimale, giovanile, romantico e senza speranze, com’ero io a quei tempi. Eppure i segni del cambiamento c’erano già tutti, e la gentrificazione arrivata di lì a poco era, in realtà, un fenomeno già largamente annunciato.

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San Salvario è diventato il quartiere più cool di Torino, quello in cui tutti volevano abitare, all’improvviso: nel biennio che ha separato la città dal suo passato a quello che sarà il suo futuro, tra il 2006 e il 2008 mentre tutti quanti, io compreso, eravamo distratti dall’effetto inebriante delle Olimpiadi (i turisti che non c’erano mai stati, le ragazze svedesi alle feste, le occupazioni all’università, Patti Smith che cantava in piazza Castello ribattezzata con italianissimo cattivo gusto “Medal Plaza”), ma anche dall’effetto di cambiamenti più grandi (la crisi economica sarebbe arrivata dopo, ma all’inizio c’era ancora la sensazione di leggerezza dovuta al fatto di scriversi su MySpace con una ragazza delle isole Far Oer, quando il tuo tasso di interazione mediata dal computer era rimasto, fino a poco tempo prima, confinato alla chat e ai forum). Comincia con i locali che aprono clonandosi a vicenda, rumerie che producono altre rumerie e poi vodkerie per generazione imperfetta, e a quel punto diventi consapevole di una serie di segnali che finora avevi ignorato o ingenuamente imputato all’aria bohemien del quartiere: la tua vicina di casa è una pittrice, sotto abita un pianista, la ragazza al bar studia circo, le tue amiche hanno messo una piscina sul terrazzo e per il compleanno ti regalano una custodia di lana per la macchina fotografica cucita a mano o una sedia fatta con fascette comprate in ferramenta. A novembre per le strade arriva Paratissima, l’associazione di cui fai parte comincia a riunirsi sotto casa tua, nella casella della posta trovi lettere degli agenti immobiliari che cercano di convincerti a vendere. A quel punto è già troppo tardi, e quello che amavi del quartiere in cui abiti sta già scomparendo, anche se ci metterà anni per scivolare via del tutto: perdi la speranza a colpi di apericena, di quarantenni radical-chic vestiti di nero, di ragazze indie rock (nel 2007 e 2008) che tinteggiano negozi di vestiti retrò con maglie a righe la domenica mattina, che si trasformeranno di lì a qualche anno (nel 2010 e nel 2011) nei loro fidanzati hypster con barbe e camice a quadri che aprono discoteche e sale prove con lavatrici a gettoni dentro. I tuoi vecchi amici se ne vanno uno a uno, arrivano i tuoi nuovi amici e tu rimani con i dubbi che crescono sempre un po’ di più, finché alla fine cedi e dici basta: non ne puoi più, te ne vai.

***

Dopo otto anni e mezzo non sarei probabilmente rimasto a Torino anche se non fossi partito per Londra, ma anche se fossi rimasto non sarei restato a San Salvario. Tuttavia ora, quando torno sempre troppo fugacemente, senza prestare la necessaria attenzione ai dettagli (sarà probabilmente questa la chiave per comprendere: perdere la visione d’insieme) mi rendo conto di qualcosa: che quella gentrificazione che mi ha mandato via e che ho vissuto tanto male non c’è davvero stata, o almeno non fino in fondo.

Torno un pomeriggio d’estate e, mentre aspetto un amico in ritardo, faccio un giro per il quartiere. Mi fermo a prendere un caffè in un bar con il bancone metallico pieno di macchie circolari e zuccherose di caffè, dove un uomo con l’orecchino mi fa una battuta che non fa ridere. Esco e vedo gli anziani sulla sedia a rotelle che vengono spinti da badanti rumene, la panetteria ebraica, i negozi di oggetti per la casa che avevo sempre dato per scontati e che ora che vivo a Londra, dove la vendita al dettaglio è in mano alle catene per il 99% dei casi (al  posto della ferramenta qui c’è Rober Dyas), mi sembrano stranamente più autentici; sulla panchina su cui mi siedo ad aspettare, il peruviano con dei baffi da ungherese dell’Ottocento non mi degna di uno sguardo; sarà il Continente che è per sua natura più grigio, caldo, sporco e rumoroso di una città dove la perfezione è elevata a standard, ma tutto mi sembra così povero e decadente da farmi tenerezza; i cinema porno ci sono ancora, e così la gente che si raccoglie a bere intorno all’alimentari cinese, e insomma c’è ancora tutto: i trentenni che si assiepano all’ora dell’aperitivo fuori dai locali non sono un miraggio, ma mi sembrano ora come un elemento mobile in un fondale che non cambia. Non che rimpianga di aver lasciato quel quartiere a cui ormai ho già dato tutto, ma il senso di risentimento che provavo fino a qualche tempo fa sembra affievolirsi fino a sparire.

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Alla fine capisco che tutta questa lunghissima introduzione è servita per arrivare a una conclusione semplice: e cioè che San Salvario non è Brooklyn e nemmeno Islington, che l’Italia non è l’America ma nemmeno il Regno Unito; facciamo cose, imitiamo modelli di sviluppo, ma non riusciamo a crederci fino in fondo; un quartiere che si gentrifica in Italia (chissà cosa ne pensano a Roma quelli che abitano al Pigneto) non si gentrifica mai fino in fondo, o non lo fa mai con la nettezza che vedi nelle gallerie d’arte e nei panorami post-industriali di Shoreditch, dove gli elementi di scena sono tutti al loro posto e la gente ha davvero l’aria di credere che vivere in un ex quartiere povero diventato ricco sia meglio che vivere in un quartiere che è sempre stato ricco, e che la forma del luogo in cui vivi sia altrettanto importante che la sostanza umana in mezzo alla quale vivi, come se un bell’abito senza nessuno dentro non fosse qualcosa di profondamente inquietante. 

Il mio amico, quando arriva, mi racconta che da Michele, che continua a esserci, non ci si può più andare: c’è la coda di gente che vuole comprare lì la Moretti perché costa meno. Confusamente, ma anche profondamente, è questo spirito di sopravvivenza, questo rimanere sempre sospesi tra il capitalismo avanzato e l’economia di sussistenza, a cavallo tra la serie A e la serie B dell’Occidente, che se non servirà a salvarci sarà almeno utile nell’aiutarci a non prenderci troppo sul serio, barattando il raggiungimento di un’immagine perfetta con un pericoloso svuotamento di senso. 

I fatti di Woolwich nel contesto del Controllo e di quella forma di indifferenza collettiva che chiamiamo multiculturalismo

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Mercoledì 22 maggio 2013 due cittadini inglesi di origine nigeriana hanno aggredito e ucciso un militare che stava rientrando nella caserma di Woolwich, un quartiere a sudest di Londra. I due hanno investito l’uomo con una macchina, poi hanno tentato di decapitarlo con coltelli e mannaie da cucina e infine hanno trascinato il cadavere in mezzo alla strada. Dopo aver compiuto l’omicidio hanno aspettato l’arrivo della polizia spiegando ai passanti le ragioni del loro gesto, che sarebbe una rivendicazione per i musulmani uccisi dall’esercito inglese. David Cameron, il primo ministro britannico, ha parlato immediatamente di un attacco terroristico, il primo mortale a Londra dal 7 luglio 2005, quando quattro attentatori suicidi si erano fatti esplodere su tre linee della metropolitana e su un autobus provocando 52 morti e 700 feriti.

Nei giorni successivi all’attacco di Woolwich si sono scoperte alcune cose riguardo ai due supposti attentatori, il ventottenne Michael Adebolajo e il ventiduenne Michael Adebowale, ora feriti e sotto sorveglianza in due ospedali londinesi. Entrambi sono nati nel Regno Unito e provengono da famiglie cristiane di origine nigeriana. Adebolajo era noto al MI5 per le sue frequentazioni in ambiente estremista, essendosi convertito all’Islam nel 2003 sotto consiglio del controverso predicatore Anjem Choudary e avendo legami con il gruppo Al-Muhajiroun, bandito nel 2010 proprio insieme all’ex gruppo di Choundary, Islam4UK: in effetti era così noto che l’MI5 pare gli avesse addirittura offerto un lavoro come “talpa” dall’interno, lavoro che però lui aveva rifiutato. Adebolajo, si è anche scoperto, aveva studiato Storia alla prestigiosa Università di Greenwich, un quartiere poco distante, dove aveva conosciuto Adebowale. Entrambi sembrerebbero avere ragioni personali oltre che ragioni politiche per l’omicidio: Adebolajo era amico di un soldato ucciso da una bomba in Iraq, mentre il Adebowale aveva assistito all’uccisione del proprio migliore amico nel 2008, per mano di un ragazzo bianco, nel contesto di una faida tra gang rivali. Oltre ai due assassini, altre due persone sono state arrestate il giorno dopo la morte del militare, il venticinquenne Drummer Lee Rigby. Altre tre persone sono state arrestate nel pomeriggio del 25 maggio, sempre nella zona sudest di Londra, ma sull’identità di questi ulteriori arresti le informazioni sono ancora vaghe e lacunose. E questi sono i fatti, ora veniamo alle interpretazioni.

 1. Ruolo ed efficacia del Panopticon

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Cos’ha colpito l’opinione pubblica nei fatti di Woolwich? Il richiamo al terrorismo, naturalmente, e quella che è stata definita la brutalità “medievale” dell’omicidio – le mannaie da macelleria, i coltelli, il tentativo di decapitazione ed eviscerazione. Tuttavia ci sono aspetti che hanno colpito di più al di là della Manica che nel Regno Unito. Uno di questi è il video che riprende Adebolajo con le mani sporche di sangue nell’intento di spiegare con tutta tranquillità a chi lo filma le ragioni del suo gesto, come se avesse appena fatto qualcosa di sbagliato (chessò, scrivere una frase jihadista sul muro con lo spray), non come se avesse appena ucciso una persona a sangue freddo. Un’altra cosa che ha colpito molto il pubblico europeo è l’apparente fissità della scena seguita all’assassinio, con i due omicidi/attentatori che aspettano tranquillamente l’arrivo della polizia mentre una folla di curiosi osserva l’accaduto, e un paio di donne si avvicinano al cadavere per constatarne la morte.

Londra, ed è un fatto noto almeno dagli ultimi Giochi Olimpici, è la cosa che più si avvicina al Panopticon, il carcere ideale progettato alla fine del 1700 dal filosofo Jeremy Bentham. Il significato del termine “Panopticon” è “ciò che fa vedere tutto”, ed è noto che Londra è una delle città più controllate e filmate al mondo: su un duble-decker qualsiasi mi è capitato di contare nove occhi meccanici, pochi di meno sugli autobus a un solo piano. Se vivi a Londra non ci pensi, e naturalmente l’efficacia dello strumento deriva proprio dalla sua invisibilità (ne sapeva qualcosa Foucault), ma praticamente ogni tuo gesto è filmato, osservato e archiviato da qualche parte nella Grande Memoria della città. Una dimostrazione di questo fatto è che i due sospetti per l’omicidio di Woolwich erano noti alle forze dell’ordine (il caso di Adebolajo è quasi ironico nella sua assurdità: come uno Zelig criminale, nei giorni dopo l’omicidio sui giornali hanno cominciato ad apparire fotografie che lo ritraggono in tutte le pose del perfetto estremista islamico, che prega enfaticamente in compagnia di predicatori esiliati, con il volto coperto da una kefiah, arrestato dalla polizia ecc.). Ai quotidiani inglesi non è sfuggito che l’aspetto dell’esposizione mediatica è di importanza centrale nell’efficacia di un gesto violento di matrice politica, sia o meno terrorista, e che la proliferazione di dispositivi mobili di cattura e archiviazione fa combutta con le telecamere di sorveglianza per fornire al terrorista di turno un’eco mediatica che solo una decina di anni fa sarebbe stata impensabile. Come in una puntata di Black Mirror, la serie Tv britannica ambientata in un futuro distopico di tecnologie che si rivoltano contro gli umani, i meccanismi si innescano da soli. La facilità con cui Cameron ha parlato di “lotta al terrorismo” è disdicevole e pericolosa, ma in un certo qual modo resa necessaria dalla meccanizzazione del processo che dall’atto violento porta alla presa di posizione politica, passando appunto per la diffusione mediatica. Ma su questo ci torneremo.

Il secondo aspetto concernente il Controllo è più intimo e riguarda il controllo emotivo. Una delle migliori serie televisive inglesi di questa stagione si chiama Utopia e si apre con un killer dal volto inespressivo che uccide a sangue freddo tre persone, di cui una è un bambino che non avrà 10 anni, senza rimorsi o tentennamenti.  Quella che al di fuori della Gran Bretagna potrebbe essere legittimamente interpretata come una forma di espressionismo abbastanza calzante nel caso di un thriller fantascientifico diventa invece una forma di critica sociale in un paese dove il controllo emotivo è imposto fin dai primissimi anni di vita. Non che gli inglesi siano killer dissociati dalle proprie emozioni, naturalmente, ma quello che tante forme di espressione nell’Inghilterra contemporanea cercano di mettere in luce è proprio il lato oscuro di una società dove il Controllo è una parola che si scrive con la maiuscola – un imperativo morale invece che una semplice forma ereditata dalla compulsione vittoriana, anglocentrica e colonialista delle Buone Maniere. Michael Adebolajo, che nel tempo libero faceva volontariato e che nel video registrato dopo l’omicidio si scusa con “le donne che hanno dovuto assistere a questa scena” con una mannaia insanguinata stretta in mano non parla soltanto di terrorismo e di violenza esplicita, ma anche della violenza implicita che si nasconde dietro un sistema dall’efficienza perfetta, ma traboccante di zone d’ombra rimosse.

 2. La grande indifferenza

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Il secondo aspetto preoccupante di ciò che è successo a Woolwich riguarda un’altra caratteristica dell’identità londinese, la sua natura multiculturale. “Londra è la moderna Babilonia”, scriveva l’ex primo ministro Benjamin Disraeli nel Tancred: era il 1847 e questa è la frase con cui Julian Temple decide di aprire l’omonimo documentario dedicato alla sua città Natale. Londra è sotto tutti gli aspetti la moderna Babilonia: non solo perché vivono a fianco a fianco tutte le razze, le etnie e le culture del mondo, ma anche perché a differenza di altre grandi città quasi non esistono “zone” unicamente abitate da qualche minoranza etnica (con alcune eccezioni che vanno dalla centrale e turistica Chinatown alla comunità caraibica di Brixton): quartieri arabi scivolano nei templi della finanza, aree nere punteggiano i quartieri upper-class del sudovest, la bangladese Brick Lane si infila nella City. Londra è sempre stata questa mescolanza enciclopedia e poco ordinata di culture differenti, lo è dai tempi in cui era la città più grande del mondo e il centro dell’Impero Britannico e continuerà probabilmente a esserlo nel futuro. L’altro aspetto che le conferisce meritatamente il titolo di “moderna Babilonia” è la sorprendente relativa assenza di conflitti in cui queste culture convivono a strettissimo contatto. Niente banlieues come a Parigi e in Svezia, niente hinterland milanese, niente di niente. Fino a quando succedono fatti come quello di Woolwich, che i giornali hanno interpretato come il prezzo da pagare per vivere in una società multientica, aperta e tollerante. Tutto questo è vero, ma a me non pare una spiegazione sufficiente.  

Una delle esperienze più forti della vita londinese è prendere la metropolitana la mattina per andare al lavoro. Abito su una collina, e guardando dalla finestra all’alba posso vedere fiumi di pendolari che scendono verso la stazione della metropolitana come gli hollow men di Eliot attraversano il London Bridge. In metropolitana i londinesi guardano a terra, leggono il giornale o giocano a Jewels sul cellulare, probabilmente assuefatti da quello che per me resta uno spettacolo quotidiano: veder seduti fianco a fianco il broker che va a Canary Wharf e il musulmano che legge il Corano, la coppia gay e la famiglia indiana benestante, il sikh che si reca ad aprire il corner shop nel quartiere vicino, l’africano vestito con l’abito di Armani e il bianco caucasico con i dreadlock rosa che torna a casa dopo una nottata passata fuori. Per me è uno spettacolo, dicevo, ma non per il londinese medio, che vive in un guscio variamente edificato di cuffie e iPhone, tablet, “Evening Standard”, Kindle, libri usati, Testi Sacri – uno spazio vitale ricavato scavando nell’eccesso di stimoli provocato dall’umanità altrettanto variamente differente,  colorata, grigia, silenziosa, rumorosa, comunque troppo ricca di informazioni perché possano essere tutte processate normalmente, figuriamoci la mattina mentre vai al lavoro. Alla mia fidanzata è capitato di stare seduta di fronte a un tizio ben vestito con la bava alla bocca che tremava, e di essere l’unica ad accorgersene. A me è capitato di provare la stessa indifferenza: di aiutare una giovane mamma a portare il passeggino giù da una rampa di scale a Notting Hill e di accorgermi ore dopo che non l’avevo nemmeno guardata in faccia mentre mi ringraziava (era bella, brutta, grassa, indiana, bianca? il bambino com’era? cosa faceva, dormiva o mi guardava?).

Non fraintendetemi: non sto giudicando l’atteggiamento dell’uomo medio in metropolitana più di quanto non giudichi il mio provincialismo sud-europeo (un modo per dire che una vita passata qua per forza di cose ti cambia), e sono consapevole che la metro all’ora di punta è solo una faccia della medaglia – l’altra sono quartieri come Brixton, con le birre giamaicane, il Black Cultural Archives, Bob Marley Way e tutto il resto. Ritengo l’apertura di Londra alle diversità di cultura e razza uno degli aspetti che la rendono così bella e unica nel panorama europeo, e non mi illudo certo che questa multidimensionalità possa essere ottenuta facilmente, o senza che ci sia un prezzo da pagare. E  tuttavia tendo ancora a vedere il discorso da una prospettiva un po’ più ampia.

Michael Adebolajo era un bravo studente all’università ed era un membro attivo della comunità di Woolwich dove faceva il volontario, un’altra delle grandi ossessioni inglesi. Frequentava in maniera sistematica gruppi estremisti, era stato arrestato un paio di volte nell’ambito di manifestazioni violente anti-occidentali, ma i suoi vicini di casa sembravano non saperne niente. C’è uno slogan britannico che recentemente si è trasformato in un meme e che recita “Keep calm and carry on”, mantieni la calma e tira avanti. A volte capita però che per mantenere la calma e tirare avanti sia necessario guardare a terra, e guardando a terra non ci si accorge della ricchezza a volte proficua e a volte disturbante di ciò che si ha intorno.

3. Sul futuro del multiculturalismo in un contesto mutevole (ovvero: le ferite non si rimarginano facendo finta che non sia successo niente)

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I fatti di Woolwich hanno ovviamente scatenato una reazione a catena di proteste, contro-proteste, rivendicazioni e contro-rivendicazioni. Tanto il British National Party (BNP) quanto la English Defense League (EDL), due organizzazioni di estrema destra, hanno manifestato contro la presenza musulmana sul suolo britannico, e in tutto il paese si è assistito ad attacchi a moschee e altre forme di incitazione all’odio razziale  che hanno portato all’arresto di diverse persone. La comunità musulmana ha condannato l’attacco, ma non ha fatto lo stesso Anjem Choudary, suscitando ulteriori polemiche. Ad oggi la situazione è estremamente delicata, e gli sviluppi ancora piuttosto imprevedibili.

Due giorni dopo l’attentato mi trovavo in un bar nella zona residenziale di Merton e ho sentito un uomo anziano chiedersi: “Shouldn’t we defend our way of life?”, non dovremmo difendere il nostro modo di vivere? La domanda è di quelle serie: il modello di sviluppo occidentale è competitivo e alienante, per decenni ha basato (e tuttora in parte basa) il proprio benessere sullo sfruttamento delle zone più povere del mondo, induce alla proliferazione di desideri non necessari, conduce alla solitudine e all’anomia, è irrimediabilmente desacralizzato e demitizzato,  è volgare nel suo ridurre i rapporti umani all’attrazione sessuale e spietato nel ridurre l’essere umano stesso a una dimensione numerale, calcolabile, produttivistica. Eppure saremmo disposti a fare cambio con una teocrazia in stile iraniano? O con l’anarchia militarizzata dell’Africa Occidentale? O ancora, con il comunismo capitalista cinese, il populismo sudamericano, qualche sotto-cultura di qualche sotto-gruppo etnico di un arcipelago minore di isole sperdute nel mezzo dell’Oceano Pacifico? La risposta può essere legittimamente sì oppure no, ma la mia risposta personale è che no, non sarei disposto. Vivo in una società che non mi piace, ma non sarei pronto a cambiarla con un modello diverso da quello che conosco. Non sono di quelli che partirebbero per l’India per non fare ritorno, o che arrivati a 50 anni venderanno tutto e si compreranno una casa in Messico, sposeranno una donna del luogo e cominceranno tardivamente a fumare marijuana. Niente di male in tutto questo, ma non è il mio modo di vedere.

Una delle cose che si imparano presto vivendo in un contesto ad altissimo tasso di multiculturalismo è che il rapporto tra culture differenti, quando esiste, si basa su un pregiudizio alimentato da entrambe le parti e sulla curiosità che deriva dalla più totale incomprensione: qui gli italiani si comportano più da italiani di quanto facessero in Italia per rendersi intellegibili a una pluralità di punti di vista diversi che si aspettano una certa idea di italianità (io non faccio eccezione, ovviamente). Al contrario certi tentativi di comunicazione sono destinati al fallimento in partenza: la ragazza originaria del Kirghizistan che mi racconta come nel suo paese la gente sia di etnia mongola, parli una lingua vicina al turco e non abbia religione per via dell’URSS di cui ha fatto parte fino agli anni Novanta mette insieme una serie di cose che di cui sono così profondamente ignorante che semplicemente non capisco davvero di cosa mi sta parlando. Mi sforzo ogni volta di assaggiare la zuppa che la mia inquilina malese cucina facendo bollire insieme costolette d’agnello e ostriche, mi sforzo di capire che viene da una cultura diversa dalla mia, eppure se devo essere onesto lo trovo un piatto semplicemente disgustoso. Ma rispettare le abitudini altrui non significa approvarle e nemmeno capirle, direte voi, ed è vero. Però è altrettanto vero che se non ti capisco e non ti approvo la mia “tolleranza” nei tuoi confronti significa che vivremo fianco a fianco grazie al potere salvifico dell’indifferenza reciproca. Io non avrò capito qualcosa di più di te e tu non avrai capito qualcosa di più di me, ci saremo semplicemente ignorati.

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Ovviamente non sto predicando il rifiuto delle società multiculturali, né sto facendo un outing di simpatie di estrema destra. Semplicemente mi sto chiedendo quanto il significato globalista, terzomondista e sinistrorso del termine “multiculturalismo” in cui sono cresciuto e in cui non ho mai davvero smesso di credere sia proficuo se applicato a situazioni dove la complessità è troppo elevata per cedere a qualsivoglia forma di semplificazione, e in cui le conseguenze di  ogni errore possono essere tanto devastanti. Quando vivevo a Torino mi era facile perdonare il ragazzo egiziano che mi svegliava la notte urlando ubriaco, e persino inquadrare nel contesto delle terribili politiche di immigrazione italiane gli stupri o gli omicidi alla periferia di Roma – in fondo si trattava di poveracci messi ai margini da un sistema globale spietato e profondamente ingiusto, cosa che continuo a pensare tuttora. Ma quando una differenza culturale porta a compiere atti di violenza deliberata e pianificata le cose cambiano, tanto più se capitano a cinque chilometri dal luogo in cui ogni giorno ti svegli, scendi in strada, vai a fare la spesa e a prendere la metropolitana. Le cose cambiano perché ti rendi conto che il termine “multiculturalismo” non presuppone una grossa categoria di ciò che è diverso da te, ma una serie pressoché infinita di casi particolari che vanno compresi uno a uno, soppesati moralmente uno a uno con tutta l’onestà di cui sei capace per capire se questa cosa, proprio questa cosa qua, puoi tollerarla oppure no, se ti piace oppure no, se riesci a viverla oppure no.

Poiché questa bilancia morale nella pratica quotidiana è quasi impossibile (troppo faticosa, troppo subordinata alle necessità della vita di tutti i giorni) il risultato è spesso quello di far coincidere la vita in una società multiculturale con una indifferenza pressoché totale per il prossimo, con l’effetto che certe ferite aperte non si rimarginano davvero mai perché le motivazioni che le hanno prodotte non sono mai state realmente comprese: gli inglesi, che sono troppo raffinati la retorica Biblico-Texana di un Geroge Bush, hanno risposto agli attentati del 2005 mantenendo la calma e tirando avanti, e così faranno probabilmente anche in questo caso (sui giornali ad esempio sono usciti parecchi articoli che appoggiavano la decisione dei quotidiani svedesi di non dare risalto alle rivolte nelle periferie per non alimentarle: come se ignorare un fenomeno fosse la chiave per far sì che scompaia – se chiudo gli occhi e non vedo la lampada che ho davanti a me vuol dire che la lampada non esiste).  Allo stesso modo hanno fatto nel 2011, quando una serie di proteste scatenate da adolescenti di colore nei quartieri di Tottenham, Croydon, Enfield e altri (tra cui Woolwich, guarda caso) hanno messo a ferro e fuoco mezza città: due anni più tardi la violenza giovanile non è stata affatto sedata, le gang di teenager continuano a rappresentare l’orrore sottopelle di una società adulta e funzionante e ogni mese circa un ragazzino di 15 o 16 anni perde la vita accoltellato sull’autobus, all’uscita da scuola o nel parco giochi dietro casa. Per questo i fatti di Woolwich sono preoccupanti, non tanto per il richiamo a una rete terroristica armata di accette e coltelli invece che di bombe e aerei, come scriveva Zucconi su “Repubblica” (ah, che belli i tempi delle Twin Towers, quando era tutto così grande e spettacolare che lo show valeva il prezzo del biglietto!): perché sono la riprova che c’è qualcosa che non funziona nell’Impero, e che sotto la superficie scorre una tensione che tutta la stupenda efficienza e l’affascinante bellezza della coolest city in the World non sarà sufficiente a contenere, se prima non verrà capita profondamente. Una chiave per farlo, forse, è smettere di pensare che una società multiculturale sia per forza di cose una società pacificata: forse al contrario è una società dove il conflitto non viene rimosso, ma viene letto come la manifestazione sana dell’incontro proficuo di diversi punti di vista alternativi, non assoggettati a un modello che per quanto tollerante resti sempre uno e uno solo. 

uomo che cade

 

 

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I know a ghost
Can walk through the walls
Yet I’m just a man
Still learning how to fall

(Blonde Redhead)

28 aprile 2014. Apri gli occhi. Qualcosa ti ha svegliato. Sei confuso, non riesci a capire. Dove ti trovi? Ti guardi intorno: un treno. Qualcosa ti disturba, non riesci a capire cosa. Guardi fuori dal finestrino: campi di grano inondati dal sole. Campi… L’Illinois. Stai tornando a New York City. Ora ricordi. Ritorni… Qualcosa ti disturba, non riesci a capire cosa. Ti guardi intorno disorientato. Gente, facce comuni di gente comune. Poi capisci. La musica. Le cuffie che trasmettono musica in streaming, l’apparecchio che capta le onde radio con cui hanno saturato l’atmosfera. Questa musica… Ti ricorda qualcosa. Ti ricorda troppe cose. I ricordi ti soffocano, riempiono i tuoi polmoni come acqua. E tutto crolla, in un attimo, per un attimo. Stai facendo la cosa giusta? Non hai più scelta, a questo punto. Stai… Non hai più alcuna scelta, non puoi più tirarti indietro. Non hai… Questa musica… Nessuna scelta…

Aprile 1998. Vento. Un vento dolce sulla piazza. Solleva sacchetti di plastica. Scuote gli alberi. Scuote la gonna di N, scompiglia i capelli di B. Sole contro le lenti scure di tre paia di occhiali. Poi la porta si apre. Buio. Scale. Un attimo di luce. Il garage, di nuovo buio. Tre paia di occhiali scuri scompaiono, simultaneamente.

S posa la chitarra, una Rickenbacker arancione. Si alza, apre la finestra, si accende una sigaretta.
“Cosa ne dite?”, chiede.
“A me piace” dice N. Tiene il basso posato in grembo e si arrotola una ciocca di capelli lisci intorno all’indice. Ha la frangia sugli occhi e la coda di cavallo. “Forse è una delle cose migliori che abbiamo”.
Guardano entrambi B, che a sua volta guarda nel vuoto. I capelli lunghi gli coprono il volto magro, affilato. Non parla.
Il batterista, l’ultimo di una lunga serie, ha un’aria soddisfatta. “Cazzo”, dice. “Certo che mi piace. È una cosa che non si è mai sentita, questa.” Scuote la testa. “Ma da dove le tiri fuori, queste idee, eh?”, dice a B. “E pensare che non ti droghi nemmeno…”
B sorride.
Un sorriso pallido.

Serata di primavera. Il sole non è ancora tramontato. Sono seduti al tavolo di un bar, non lontano dall’università. Studenti che passano. Vento, vento caldo. B slaccia un bottone della camicia, si aggiusta la giacca di pelle.
Gli strumenti sono posati accanto al tavolo. C’è un’aria elettrica, tutto scintilla. Gli occhi di N scintillano dietro gli occhiali da sole. I capelli ricci di S scompigliati dal vento. Sensazione fresca della birra che scivola lungo la gola. Sorrisi.
N racconta dell’estate passata a Londra. I locali, la musica, i ragazzi. Sorrisi.
C’è un’aria elettrica, il gruppo va bene, hanno parecchie date in programma. Sono felici. B si scompiglia i capelli, accende una sigaretta, ride a una battuta di S. Gli occhi di N scintillano dietro gli occhiali da sole.
Ci sono ricordi da tutte le parti. L’Inghilterra. Il mare del nord. Il vento. L’inverno appena trascorso, Torino invasa dalla nebbia, il loro appartamento, luci di candele.
Sono felici.
Sorrisi.

Nove ore più tardi. L’orologio sulla parete segna le tre e venticinque. Le finestre sono aperte sulla notte di primavera. Vento. Profumo di fiori, odore della città, profumo di sesso, odore di sudore: è una questione di punti di vista.
Le tre e venticinque. Sono stesi sul grande letto matrimoniale disfatto. N è al centro. S gira una canna. B guarda il soffitto. Bianco, vuoto, perfetto.
“Dovremmo andare a Londra”, dice N. “Dovremmo andarcene. Non abbiamo futuro in questo posto”.
Nessuno risponde. N si alza. Si infila gli slip, scompare in bagno. S accende la canna.
Quando N torna dice: “Ci andremo, a Londra”. Espira. “Solo che questo non è il momento buono”. Pausa. Fiamma dell’accendino. Soffia. Tira. Inspira. Espira. “Non siamo ancora pronti”.
Sguardo inespressivo sul volto di N illuminato dall’abat-jour.
“Certo che siamo pronti”, dice. Non è convinta.
“Londra”, dice B. “Cosa volete che sia Londra”. Scuote la testa. Prende la canna dalle mani di S e la porge a N. “Londra non è abbastanza”.

Quattro e quarantasette. N dorme, rannicchiata come una bambina. I suoi occhi scintillano dietro le palpebre chiuse.
B è sul balcone, in mutande e infradito. Indossa un maglione a righe rosse e nere. Fuma una sigaretta. Si scompiglia i capelli che gli coprono il volto magro, affilato.
S si è chinato sullo stereo al centro della stanza. Mette un disco. Cerca una traccia. Abbassa il volume. Poi dice: “Buonanotte”. B, dal balcone, risponde: “Buonanotte”.
Notte di primavera. Profumo di fiori, odore della città, profumo di sesso, odore di sudore.
B dal balcone guarda un’auto della polizia passare, i lampeggianti accesi ma la sirena spenta. Fuma la sua sigaretta. Aspetta che parta il pezzo. Il pezzo parte. “Battle”, dei Blur.
Invade la notte come acqua nei polmoni.
B ascolta.
Sorride, senza sapere il perché.

Hai perso qualcosa, lo sai. Qualcosa è andato perduto. Cos’era? Com’è cominciato tutto? Non te lo ricordi. C’era quel sole di aprile che faceva male. E il vento. L’aria elettrica di quella primavera. Avevi vent’anni. Avevi avuto altre ragazze prima. Altri amici. Altri gruppi. Il gruppo andava bene, l’aria elettrica di quella primavera. Qualcosa stava per succedere. Cos’era? Avevi avuto altre ragazze, altri amici… Non eri innamorato di lei. L’amore non esisteva, e non esisteva la solitudine. C’era solo il sole di aprile. Faceva male. Le labbra di lei incollate all’orecchio… Com’era cominciato? Era un gioco, nient’altro. La consapevolezza che qualcosa stava per succedere. Era magico, era elettrico, era la sensazione di quel vento sulla pelle… Non avevi speranze. Sapevi che sarebbe finito e non t’importava. Poi però è finito davvero. Le labbra di lei incollate all’orecchio, la primavera… Qualcosa è andato perduto. Vi siete separati. Avete lasciato l’appartamento. Avete sciolto il gruppo. Qualcosa è andato perduto e sarà perso per sempre. Cos’era? Cosa viene dopo?

Aprile 2002. B slaccia la cintura di sicurezza. Guarda dal finestrino: buio, cemento, pioggia. La voce del pilota augura ai passeggeri una buona permanenza a Londra. B si alza.

Heathrow inondato di luce. Voci frettolose nelle lingue di mezzo mondo. Facce comuni. Cartelloni pubblicitari.
La porta del bagno si chiude, inghiottendo i rumori. B si guarda allo specchio. Si scompiglia i capelli, si slaccia un bottone della camicia, si aggiusta la giacca di pelle.
“Non avrei dovuto accettare l’invito”, pensa. “Non avrei…”. Si lava le mani. Sapone liquido rosa al profumo di fragola. “Sarà imbarazzante”.
Esce dal bagno. Luce. Rumori. Voci frettolose nelle lingue di mezzo mondo.
Non ha bagagli, niente da aspettare.
Segue l’indicazione “Exit”. Porte che si aprono automaticamente. Altra luce, altri rumori.
Li vede.

In auto, mentre guida sulla corsia sinistra, S parla. N ascolta dal sedile posteriore. B guarda dal finestrino e pensa:
S è ingrassato e si è fatto crescere la barba. È cambiato.
N ha un nuovo taglio di capelli e si è tatuata qualcosa sul polso. Non è cambiata.

Abitano da soli in un appartamento ad Islington, un quartiere che B non ha mai sentito nominare.
Sono belli, sono emancipati, sono medi.
Sono fotografie sulle pagine di una rivista di tendenza.
N posa saltuariamente per pubblicità di abbigliamento. Nel resto del tempo fa la cameriera in un locale sotto casa.
S ha cambiato molti lavori, al momento è disoccupato.

Passa a Londra due giorni in cui non smette di piovere.
Pioggia sottile, visite a casa di amici, sushi bar, aperitivi.
Cercano di scherzare ma non ci riescono.
Non c’è imbarazzo, solo un silenzio insormontabile.

Ultima sera della permanenza di B a Londra. Cena al ristorante indiano. Candele che illuminano il volto di N. I capelli ricci di S invasi dalla luce. Tre bottiglie di vino bianco fanno brillare i loro occhi.
“… no, non ho capito questa storia del progetto”, dice S. “Non ho capito bene di cosa ti occupi”.
“E’…”, B esita. “Applicazione del sistema nervoso umano alla musica”. Scuote la testa. “E’ semplice, alla fine dei conti. Io…”
Fa una pausa.
“… lavoro con uno staff di medici e di ingegneri del suono…”
Un’altra pausa.
“…mi… mi pagano bene”.
S sorride.
“Non sono i soldi, vero?”
B scuote la testa.
“No”.
Silenzio, un silenzio sospeso, morbido. Si guardano. Tutti e tre, per un secondo.
“Sei felice?”, chiede N.
“Faccio quello che mi piace”, risponde B. Anche il suo tono è morbido, sospeso.
S ride.
“Cazzo, sì”, dice. “E’ questo che ti piace, non è vero? E’ qui che volevi arrivare…” Fa una pausa. Scuote la testa. Beve un sorso di vino, senza smettere di sorridere.
“E’ qui che hai sempre voluto arrivare…”
B scuote la testa, si scompiglia i capelli.
“E’ solo l’inizio”, dice.
Di nuovo silenzio, morbido, sospeso. Candele che fanno brillare i loro occhi. S si appoggia allo schienale, appoggia la mano sulla spalla di N.
B nota quel contatto. N accende una sigaretta. Il suo volto invaso dalla luce, i suoi occhi che brillano nella luce delle candele. I loro sguardi si incontrano. N inspira. Espira. Sorride. Continuano a guardarsi. N continua a sorridere.
“Sei cambiato”, dice. “Sei dimagrito”.
B annuisce.
“Lo so”.

Com’è cominciato tutto? Quando hai capito che sarebbe stato il tuo obbiettivo, la tua unica ragione di vita? Non lo sai. È sempre stato uguale. Quella voglia… Quella tentazione a scomparire. Quell’amore per il vuoto. Quella… Tentazione… Londra. Cosa sono stati quei giorni a Londra? Nulla. Una parentesi. Avevi fretta di tornare a Torino. Al tuo lavoro. Al tuo obbiettivo, alla tua ragione di vita. Credi che avrebbero capito? No. Questo lo sai. Loro non capivano… Non hanno mai capito. Il progetto. Non l’avrebbero capito ugualmente, anche se avessi provato a spiegarlo. Il progetto… Applicazione del sistema nervoso umano alla musica. Una formula che nascondeva qualcosa di profondo. Quella tentazione a scomparire. Quell’amore per il vuoto. Fare musica non era abbastanza. Il tuo obbiettivo, la tua ragione di vita… Diventare musica. Trasformarsi. Scomparire. Ed era possibile, loro…. Non sapevano… Era possibile… Non a Torino, non nel 2002. Ma si poteva fare, e tu lo sapevi. Trasformare il proprio corpo. Annullarlo. Loro… Volevi solo andartene. Lontano da loro. Lontano… Loro… Non capivano, non avrebbero mai capito. Loro…

Aprile 2008. Vento. Un vento violento sulla piazza del paese. Buio. Pioggia contro i vetri delle auto parcheggiate. Pioggia sulle strade deserte. Vento e pioggia ovunque, vento e pioggia su campi, vento e pioggia nei polmoni.
S si allontana dal vetro e prende in mano il telefono.
Esita.
Rumori dalla cucina, stoviglie, televisione accesa sul telegiornale.
Esista.
Poi compone il numero.

“Ho saputo che sei tornata”.
“Mio padre non sta bene”.
“Lo so. Mi dispiace”.
Silenzio.
“Vorrei parlarti”.
“Non abbiamo niente da dirci”.
“Vorrei parlarti lo stesso”.
Silenzio. Dall’altro capo N esita. Sta cedendo. Lo sa.
“Va bene”, dice alla fine, fredda. “Quando? Dove abiti adesso?”.
“Fuori, dopo Nichelino”.
Silenzio.
“Possiamo vederci domani pomeriggio”.
“Finisco di lavorare alle sei”.
“Va bene. Dove?”
“Al solito bar?”
“Non c’è un solito bar”.
Silenzio. S fissa il vuoto davanti a sé. Guarda la pioggia contro la finestra. Abbassa lo sguardo a terra.
“Non dovresti fare così”, dice. “Sono passati quattro anni”.
Silenzio. Il respiro di N dall’altro capo del telefono.
“Scusa”, dice.
Silenzio. Il respiro di N dall’altro capo del telefono.
“Ci vediamo domani?”.
“Sì”.
“Bene.”
“Ciao”.
“Ciao”.

Pomeriggio di aprile. Pioggia. Vento e pioggia. Pioggia contro i vetri del bar, pioggia nei polmoni. N svuota la bustina di zucchero nel caffé. Mescola.
“Hai una donna?”, chiede, guardando la tazzina. Ha cambiato di nuovo taglio di capelli. È sempre la stessa.
“Sì”, dice S. “Noi…” Esita. “Aspetta un bambino”.
N annuisce.
“Congratulazioni”.
Adesso è S ad annuire.
“Grazie”.
“Perché hai voluto vedermi?”
S sospira. Ha lo sguardo basso sulle mani intrecciate.
“Sai qualcosa di…”
“No”, lo interrompe lei.
“L’ho chiamato qualche mese fa. Vive a New York”.
N annuisce.
“Questo lo sapevo”.
Silenzio.
“Il suo progetto?”
“Bene. Va…” Esita. “Va benissimo. È su tutte le riviste scientifiche, è…” Esita di nuovo. “Sembra la più grande scoperta della scienza dai tempi della ruota”.
Sorride. Un sorriso pallido.
Un attimo di silenzio. Rumore della pioggia contro i vetri del bar. Voci di gente comune. Rumore dei tram elettrici che passano sulla strada luccicante, inondata di pioggia.
I loro sguardi si incontrano. N continua a mescolare il caffé. Pensa che S è ingrassato ancora. Sarà padre. Pensa… Qualcosa. Ricordi. Londra, la sua vecchia casa, la sua nuova casa. Il suo nuovo fidanzato. “Tutto questo è così stupido”, pensa. Altri ricordi. Primavera di dieci anni prima. Qualcosa comincia a cedere dentro di lei. Il suo sguardo si addolcisce. Poi un sospetto. La dolcezza si tramuta in paura. Il sospetto si tramuta in certezza.
“C’è qualcosa che non va?”, chiede.
Conosce la risposta.
S continua a fissarla, senza parlare.

Nove di sera. Ha smesso di piovere. Vento dolce sulla piazza del paese. N accosta davanti al portone di un condominio. Non spegne il motore.
“Allora sentiamoci”, dice. Ha pianto. Sorride per trattenere altre lacrime.
S annuisce.
“E’ stata una bella serata”.
“Sì”.
“Sentiamoci”.
“Sì”.
Silenzio. Un silenzio lungo e intimo. La notte e il rumore del vento tra gli alberi.
“Scusa”, dice N. “Per questi anni”.
“E’ stata colpa mia, lo sai anche tu”.
“Sì”, dice N. “E’ vero”. Ride e una lacrima le cola sulla guancia. La asciuga con il palmo della mano.
“Sentiamoci”, dice S. “Davvero”.
“Sì”.
“E…” Esita. “Chiamalo”.
Si guardano. N distoglie lo sguardo. Lo abbassa. Annuisce.
“Ok”, dice S. “Ciao”.
Si china su di lei. La bacia sulla guancia. Apre la portiera.
“Ciao”, dice ancora.
“Ciao”, dice lei.
S si allontana e scompare nel portone, senza voltarsi indietro.
N comincia a piangere, in silenzio.

Telefonate. Lettere. E-mail. Gente conosciuta ad un aperitivo. Sala d’aspetto di un aeroporto. Cose che ti cambiano la vita. Tu… Cos’hai pensato quando hai capito che era possibile? Fino a quel momento non ci avevi creduto, non fino in fondo. Poi è successo. Dopo Londra. Dopo quel… Una telefonata. Un colloquio in un grande palazzo. Gente che parla in inglese. Americani… L’America. La sala riunioni di un grosso palazzo. Luci impersonali, facce impersonali. Le tue ricerche. Il tuo progetto… Cos’hai pensato quando hai capito che si poteva fare? Cos’hai pensato quando lei ha suonato il campanello di casa tua? Era il 2004, un’altra primavera. Vi siete guardati. Non potevate capire. Voi… Cos’hai pensato quando ti ha detto che si erano lasciati? Che lui l’aveva lasciata per un’altra, che aveva cambiato casa? Soddisfazione? Vendetta? Piacere? Niente. Tu non potevi… Saresti partito per New York la settimana successiva. Lei non lo sapeva. Lacrime. Sorrisi. Voi… L’hai baciata. Nessuno l’ha mai saputo. Avete provato a fare l’amore, ma tu non potevi… Non potevi più… Se n’è andata la mattina dopo. Non dovevi pensarci. Non potevi. Eri il tuo progetto, la tua ragione di vita. È passata una settimana. Attesa. Ansia. La sala d’aspetto di un aeroporto. Poi Manhattan, un altro grosso palazzo, altre luci impersonali. Avete cominciato a lavorare… Progetti. Il progetto. Immagini olografiche sugli schermi dei computer. Le luci impersonali di quella stanza, il tuo corpo ridotto a niente. Impulsi. Elettrodi applicati al tuo cranio rasato. E quella musica… Quei rumori… Quella tentazione… Dieci anni di esperimenti. Il tuo corpo ridotto a niente. Continuavi a dimagrire… Elettrodi applicati al tuo cranio rasato, e la musica che si perfezionava. Non dovevi pensare a lei. Non dovevi pensare a loro. Non potevi, non potevi più… Silenzio, solitudine, spazi vuoti. La musica che nascondevi dentro. Tutto questo è stata la tua vita, fino a quando… Oggi, 28 aprile 2014. Alba radiosa di una giornata radiosa dell’Illinois. Campi di grano al tuo risveglio. Campi di grano fuori dalla porta dell’edificio governativo che abiti da quattro anni. Oggi è il momento. Oggi tutto finisce e tutto comincia. Non provi niente, solo determinazione. Non provi… Non più… Mani che stringono mani. Consigli. Abbracci alla stazione. Il treno che arriva, sali i gradini, posizioni su un sedile prenotato di prima classe il tuo corpo ridotto a niente. Tu… La tua vita è finita. Qualcosa comincia. Chiudi gli occhi. Nessuna scintilla dietro le palpebre chiuse. Chiudi gli occhi… Dondolio del treno che comincia a muoversi… Chiudi gli occhi… Dormi. Devi dormire. È tutto finito. Devi dormire… Dormire…

28 aprile 2014. Vagone di prima classe di un treno diretto a New York City. Un tremito impercettibile sul volto di B. Occhi spalancati. Muscoli tesi. Denti stretti.
Cuffie nelle orecchie: questa musica. Questa… Capisce.
Ora ricorda. Un’immagine: un appartamento di studenti. Un letto matrimoniale. Uno stereo in mezzo alla stanza. Una finestra aperta. Musica che invade la notte.
Non respira.
Non riesce a comprendere fino in fondo. Cosa è andato storto? Cosa…
Qualcosa dentro di lui comincia a cedere.
Questa musica che lo avvolge, che invade i polmoni. Questi ricordi. Vent’anni. Londra. Vento di primavera. Ristorante indiano. Le labbra di lei incollate all’orecchio.
Cede, sempre più rapidamente.
Il bar accanto all’università. Occhiali da sole. Luci di candele. Londra. Vento di primavera. Capelli ricci scompigliati dal vento. Le labbra di lei incollate all’orecchio.
Crolla. In silenzio.
Campi di grano dell’Illinois, giornata di primavera, facce comuni di gente comune. Tutto si sgretola. Svanisce. Scompare.
Ora ricorda.
Un impulso irrefrenabile di urlare, di esplodere, di esistere.
Ricorda.
Comprende di avere paura.
Ricorda.

senza un braccio

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Quando succede questa cosa B è a Liverpool da circa tre mesi.
Per tutto un anno, in Italia, ha frequentato gente strana: artisti visuali, membri di collettivi politici, femministe, compositori di musica elettronica.
Poi un giorno si è stufato. Ha deciso di partire per un viaggio. La sera prima di partire ha detto a F, un’amica di vecchia data e l’unica persona che ancora avesse voglia di vedere: “Penso che andrò in Inghilterra”.
F ha chiesto: “Perché proprio in Inghilterra?”.
Sul momento B non ha saputo rispondere.
Più tardi un ricordo gli è tornato alla mente: un altro viaggio in Inghilterra, molti anni prima. Poteva avere quattordici o quindici anni.
Durante quel viaggio qualcosa era successo. Una cosa che B non sa definire, e che solo ora, a distanza di anni, capisce avere a che fare con il sesso, la speranza e la giovinezza.
Così dice a F: “Magari succede di nuovo. Oppure non succede più: in entrambi i casi è una risposta”.
F capisce e non fa altre domande.

A Liverpool vive con un ragazzo inglese. Si chiama Mark. È più giovane di B (che a questo punto della sua vita ha superato i trenta) ma insieme si trovano bene.
B lo considera un ragazzo simpatico. È piuttosto silenzioso, e questo gli piace. Porta gli occhiali, anche questo gli piace.
Mark lavora di notte in una videoteca, e durante il giorno dorme. Prende pastiglie di valium e laroxyl. A volte mischia le pastiglie con la vodka.
Dormono entrambi nella stessa stanza, che fa anche da cucina e sala da pranzo.
Le pareti sono spoglie: nessuno dei due ha libri da appoggiare alle mensole o manifesti da appendere.
Però c’è un piccolo canestro appeso accanto alla finestra. È una cosa che Mark fa ogni sera prima di andare al lavoro: gioca a basket con una palla di gomma, grossa più o meno come una mela.
“Per tenermi in forma”, dice alle volte. “Se non fosse per questo sport sarei molle e schifoso come un anemone”.
Però Mark è magro come un grissino.
B non capisce, ma fa finta di niente.

A Liverpool B fatica a trovare lavoro.
A dire il vero trova molti lavori diversi, ma nessuno lo soddisfa.
Lavora, per esempio, come barista e come dogsitter, fa volantinaggio per McDonald’s, assiste gli anziani di un centro per disabili.
Poche settimane dopo il suo arrivo in Inghilterra ha avuto un’esperienza traumatica nel settore dei cibi ipervitaminici.
Ha trovato il lavoro su uno di quei giornali fatti per la gente che cerca lavoro. Al colloquio gli hanno spiegato le regole, poi l’anno messo in prova.
Il lavoro consisteva in questo: suonare i campanelli di una via e regalare un prodotto ipervitaminico a chiunque avesse aperto la porta.
Facile. Regalare, non vendere. Facile. C’erano regole in base a cui venivano assegnati i prodotti: snack alla frutta per i bambini e gli anziani, tavolette di soia per le donne, pasto precotto/1 per i maschi bianchi e pasto precotto/2 per i maschi di colore o di un’etnia diversa da quella europea.
Ma non è stato questo che ha convinto B a rifiutare il posto.
A convincerlo è stato il fatto che il responsabile delle vendite, per infondere energia ai giovani dipendenti, li costringeva a ballare un pezzo di musica techno ogni mattina, prima di sguinzagliarli per le strade della città.

Per questi motivi, prima che succeda quella cosa la vita di B è piuttosto vuota.
Passa lunghe ore a camminare sul porto. Beve birra in un pub che si chiama “The ancient mariner”. Se piove o fa freddo resta in casa: guarda talk show in inglese, su Mtv.
Un pomeriggio qualsiasi, all’ “Ancient mariner” incontra una ragazza che ha conosciuto da McDonald’s (lei stava alla cassa mentre lui distribuiva volantini per il settore B1, la zona nord-ovest di Liverpool.)
La ragazza è indiana. Si chiama Shanti. È bruna, piccola, un po’ strabica.
Probabilmente è una bella ragazza, però B trova che nel suo corpo ci sia qualcosa che non va. Come se fosse strabica anche nel corpo.
“Forse anche nel cervello”, pensa.
Poi il suo seno, che B intravede sotto la maglietta bianca con il logo dei Rolling Stones, è strano. B non vuole pensarci. Ordina due pinte.
Ad un certo punto decidono di giocare a bigliardo.
Errore: Shanti è molto più forte di B (che fino a quel punto della sua vita si è considerato un discreto giocatore) e vince con facilità.
Mentre la accompagna a casa, B viene a sapere che Shanti e Mark si conoscono.
Non solo si conoscono, ma tempo fa hanno avuto una storia.
Arrivati sotto casa di Shanti, B ha l’impressione che lei voglia essere baciata. Per prevenire ogni imbarazzo si accende una sigaretta.
Poi saluta e si avvia verso casa.

Liverpool gli piace perché gli piace l’Inghilterra.
Il tempo cambia in continuazione, da quelle parti. Può capitare che mentre sei steso su una panchina a prendere il sole, di colpo scoppi a piovere.
Poi ci sono i gabbiani. Un sacco di gabbiani che si nutrono di patatine fritte.
Non che le patatine fritte facciano bene ad un gabbiano, pensa B.
E poi la gente si muove in bicicletta. I ragazzi giocano a basket nei campi di quartiere. La domenica le famiglie vanno a farsi fotografare dalle macchinette, nei centri commerciali.
Più di tutto, quello che piace a B è la chiarezza con cui si esprimono gli inglesi.
Niente giri di parole. Dicono cose come: “Sì, certo”. Oppure: “No, sei pazzo?”
Quando B capisce questo capisce anche che in Inghilterra ha dimenticato una parte del suo passato. Paure. Presunzioni. Attese. Giri di parole.
È questo che cerca?
Non lo sa. Ha come l’impressione di andare scomparendo. Dimagrire: farsi aria. Per infilarsi sotto gli armadi. Cancellare il peso del nome proprio.
Per questo non si cura di quello che gli accade intorno.
Un giorno, per esempio, accenna a Mark di Shanti. Mark dice di ricordarla, e allora B chiede: “Non ti pare che il suo corpo abbia qualcosa che non va?”
Mark ci pensa per un pezzo. Va in bagno. Esce. Accende la tv. Apre una lattina di birra e si accende una sigaretta.
“Non conosco nessuna Shanti”, dice alla fine.
“Prima hai detto che la conoscevi”, dice B.
“Non è vero”, insiste Mark.
Questa volta è B a pensarci su. Forse si è sbagliato. Ma non importa.
“Okay”, dice alla fine.

Poi un giorno vede quest’uomo all’ “Ancient mariner”.
È alto, con pochi capelli lunghi di un bianco tendente al giallo. Anche il suo volto è giallo, e quando apre la bocca per ordinare un doppio whisky, B si accorge che è senza denti.
Sembra malato di cancro. Oppure sembra un cane.
“Ha proprio una faccia da cane”, pensa B.
Il muso allungato, le orecchie appuntite e tutto il resto.
B si sta facendo una birra e l’uomo lo osserva, con quei suoi occhi da cane. Intanto fuma una sigaretta dopo l’altra. Aspira il fumo con avidità.
Quando B esce dal locale l’uomo lo segue.
Camminano a pochi metri di distanza per un pezzo. Poi l’uomo-cane scompare in una via buia.
Da quella volta B comincia ad incontrarlo tutti i giorni. Sempre, apparentemente, per caso. Lo vede seduto su una panchina. Lo incontra all’ufficio postale e alla fermata dell’autobus. Lo trova in un piccolo negozio, intento a rovistare sullo scaffale dei biscotti di sottomarca.
Vorrebbe fermarlo. Chiedergli perché continua a seguirlo.
Non può.
Capisce che ha paura. Che sta aspettando qualcosa. E che il bisogno d’amore che si porta addosso è troppo grande per concedere quel gesto.
È per evitare la presenza di quest’uomo che una mattina B sale su un autobus.
Andrà al mare. Scorderà tutto.

È una giornata che ricorderà come un buon momento della sua vita.
C’è il sole e la spiaggia è spazzata dal vento. I gabbiani si mescolano alle pagine dei tabloid locali, ai pacchetti di sigarette e agli aquiloni.
B cammina senza scarpe sulla sabbia. Si infila gli occhiali da sole. Affonda le mani nelle tasche.
Mangia un hamburger e una vaschetta di olive.
Sotto un ombrellone sconquassato dal vento parla con Ellie, una vecchia che è rimasta vedova da poco.
“Questa donna deve avere ottant’anni”, pensa B.
Il suo uomo si è beccato un cancro ed è morto in due mesi.
Ma lei non è impazzita e non è diventata cattolica. No. Sì è comprata una casa sul mare. Si è fatta regalare dal canile comunale due cuccioli.
Storpi. Nati con una malformazione congenita alle zampe, troppo esili per reggerli. Ellie li ha scelti perché altrimenti al canile li avrebbero uccisi.
B prova per questa donna una profonda ammirazione.
Il suicidio del samurai: dignità.
Più tardi, prima di prendere l’autobus, chiama F da una cabina. È la prima volta che lo fa da quando è arrivato in Inghilterra.
“Ci sono novità?”, chiede.
Sì, ci sono novità. F ha un nuovo fidanzato. È innamorata di lui. Dice che finalmente riesce a sentirsi socialmente e culturalmente donna. E visto che B non dice niente aggiunge: “Non so se capisci quello che voglio dire”.
B risponde: “No”.
Poi pensa: “Non mi interessa”.
Ma F continua a parlare (di quanto è bello fare l’amore con lui, della liberazione nell’orgasmo, del bisogno di completamento che la donna cerca nell’uomo) e allora, di colpo, senza sapere perché, B aggancia.

Torna a casa verso le dieci di sera.
La porta d’ingresso è aperta. A quell’ora Mark dovrebbe già essere al lavoro.
Per capire basta entrare. Mark è disteso a terra, tra il letto e il tavolo da pranzo. Posizione fetale. Colorito terreo, occhi cerchiati da un alone bluastro e bava spumosa che gli cola dalle labbra.
B entra in bagno. Ci resta pochi secondi. Torna in sala e chiama il pronto intervento.
“Prozac”, dice, quando gli viene posta la domanda.
Mezzora dopo è nella sala d’aspetto di un grosso ospedale.
Una sala lunga e stretta, illuminata dalle lampade al neon.
Vuota.
Medici e infermieri passano dall’altra parte della porta a vetri come fantasmi o come ombre.
Ad un certo punto della notte (B dorme rannicchiato sulla sedia) un medico gli si avvicina, lo sveglia e gli dice: “Il suo amico è in coma. Non sappiamo se riuscirà a cavarsela”.
Pausa.
“E’ intossicato mica male, mi creda”.
Pausa.
“Comunque se vuole può vederlo”.
B entra nella stanza dove è ricoverato Mark. È a letto, sotto le coperte. Due tubi gli escono dalle narici e un altro tubo gli esce dalla bocca. Ha un ago nel braccio. Mani e piedi sono legati al letto con lacci di cuoio.
Non si muove.
Le macchine intorno a lui producono ronzii e cigolii. Respirano per lui. Lo nutrono.
Le macchine compiono ogni funzione fisiologica al posto di Mark.

Quella notte B resta a dormire in ospedale. I medici provano a convincerlo che la sua presenza è inutile. Lui è irremovibile.
Ad un’ora imprecisata della notte un infermiere gli porta una coperta e una tazza di tè caldo.
La mattina dopo torna a visitare Mark: nessun miglioramento.
Passa la giornata leggendo un libro di fantascienza di un autore giapponese. Cammina per i corridoi dell’ospedale. Le facce dei pazienti sembrano uscite dal libro.
Cerca di immaginarsi un eroe. Ci riesce solo a tratti.
Nel pomeriggio torna a visitare Mark altre due volte: situazione statica.
I medici provano a convincerlo che la sua presenza non solo è inutile, ma a tratti anche dannosa. Ingombra i corridoi. Fa domande che non andrebbero fatte.
B finge di non conoscere l’inglese.

Per la seconda notte di fila dorme in ospedale.
La mattina dopo, appena sveglio, chiede di vedere Mark. I medici acconsentono.
All’inizio tutto sembra uguale al giorno prima. Poi si accorge di qualcosa: le labbra di Mark, attorno al tubo, sono molli e rugose.
Si avvicina. Guarda. Capisce.
Gli hanno strappato tutti i denti.
“Mordeva il tubo”, spiega uno dei medici.
B ci pensa un attimo.
“Ora non ha più i denti”, dice.
“Glieli rimetteremo uno a uno”, lo tranquillizza il medico.

Giornata uguale a quella appena trascorsa.
Libro di fantascienza. Corridoi. Pazienti. Infermieri. Macchine.
Macchine con attaccati degli esseri umani. Sincronia dell’uomo con la macchina. È la macchina che tiene in vita l’uomo o l’uomo è il motore della macchina?
I medici si dimostrano ottimisti.
Quando incontrano B gli sorridono.
Dicono cose come: “Si sta riprendendo!” “Ce la farà sicuramente!” “Ancora un piccolo sforzo ed è fuori pericolo!”
Però quando B va a fargli visita non lo trova per niente migliorato.
Lo trova più magro e più pallido. Gli pare che i cerchi bluastri intorno agli occhi si siano fatti più scuri e profondi.
Ad un certo punto Mark muove una gamba.
“Si muove”, dice B.
“E’ solo il muscolo”, dice il medico.
Anche quella notte B dorme in ospedale. Si addormenta sulla sedia, poi qualcosa lo sveglia.
Un rumore. Il ronzio di un neon che sta bruciando. Nient’altro. Torna a dormire.
Più tardi si sveglia di nuovo. È un’ora imprecisata della notte. B si guarda intorno. Qualcosa lo colpisce.
Inizialmente fatica a metterla a fuoco.
La ragazza.
C’è una ragazza seduta di fronte a lui. Occhi azzurri e capelli corti. Indossa un paio di jeans. La felpa di una tuta.
Poi B si accorge di qualcos’altro: alla ragazza manca il braccio destro.
Ha una specie di moncherino, da quella parte. La manica della tuta si affloscia e dondola ogni volta che lei muove la spalla.
B pensa che potrebbe conoscerla. Chiederle se ha voglia di una birra. Potrebbe raccontarle di Mark e lei potrebbe raccontargli che fine ha fatto il suo braccio.
Pensa che non ne ha voglia.
Ma subito dopo pensa che invece ne ha voglia, eccome.
Non lo sa.
Resta indeciso per un pezzo.
Poi si alza.

(photo by Skullkid – flickr.com)