uomo che cade

 

 

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I know a ghost
Can walk through the walls
Yet I’m just a man
Still learning how to fall

(Blonde Redhead)

28 aprile 2014. Apri gli occhi. Qualcosa ti ha svegliato. Sei confuso, non riesci a capire. Dove ti trovi? Ti guardi intorno: un treno. Qualcosa ti disturba, non riesci a capire cosa. Guardi fuori dal finestrino: campi di grano inondati dal sole. Campi… L’Illinois. Stai tornando a New York City. Ora ricordi. Ritorni… Qualcosa ti disturba, non riesci a capire cosa. Ti guardi intorno disorientato. Gente, facce comuni di gente comune. Poi capisci. La musica. Le cuffie che trasmettono musica in streaming, l’apparecchio che capta le onde radio con cui hanno saturato l’atmosfera. Questa musica… Ti ricorda qualcosa. Ti ricorda troppe cose. I ricordi ti soffocano, riempiono i tuoi polmoni come acqua. E tutto crolla, in un attimo, per un attimo. Stai facendo la cosa giusta? Non hai più scelta, a questo punto. Stai… Non hai più alcuna scelta, non puoi più tirarti indietro. Non hai… Questa musica… Nessuna scelta…

Aprile 1998. Vento. Un vento dolce sulla piazza. Solleva sacchetti di plastica. Scuote gli alberi. Scuote la gonna di N, scompiglia i capelli di B. Sole contro le lenti scure di tre paia di occhiali. Poi la porta si apre. Buio. Scale. Un attimo di luce. Il garage, di nuovo buio. Tre paia di occhiali scuri scompaiono, simultaneamente.

S posa la chitarra, una Rickenbacker arancione. Si alza, apre la finestra, si accende una sigaretta.
“Cosa ne dite?”, chiede.
“A me piace” dice N. Tiene il basso posato in grembo e si arrotola una ciocca di capelli lisci intorno all’indice. Ha la frangia sugli occhi e la coda di cavallo. “Forse è una delle cose migliori che abbiamo”.
Guardano entrambi B, che a sua volta guarda nel vuoto. I capelli lunghi gli coprono il volto magro, affilato. Non parla.
Il batterista, l’ultimo di una lunga serie, ha un’aria soddisfatta. “Cazzo”, dice. “Certo che mi piace. È una cosa che non si è mai sentita, questa.” Scuote la testa. “Ma da dove le tiri fuori, queste idee, eh?”, dice a B. “E pensare che non ti droghi nemmeno…”
B sorride.
Un sorriso pallido.

Serata di primavera. Il sole non è ancora tramontato. Sono seduti al tavolo di un bar, non lontano dall’università. Studenti che passano. Vento, vento caldo. B slaccia un bottone della camicia, si aggiusta la giacca di pelle.
Gli strumenti sono posati accanto al tavolo. C’è un’aria elettrica, tutto scintilla. Gli occhi di N scintillano dietro gli occhiali da sole. I capelli ricci di S scompigliati dal vento. Sensazione fresca della birra che scivola lungo la gola. Sorrisi.
N racconta dell’estate passata a Londra. I locali, la musica, i ragazzi. Sorrisi.
C’è un’aria elettrica, il gruppo va bene, hanno parecchie date in programma. Sono felici. B si scompiglia i capelli, accende una sigaretta, ride a una battuta di S. Gli occhi di N scintillano dietro gli occhiali da sole.
Ci sono ricordi da tutte le parti. L’Inghilterra. Il mare del nord. Il vento. L’inverno appena trascorso, Torino invasa dalla nebbia, il loro appartamento, luci di candele.
Sono felici.
Sorrisi.

Nove ore più tardi. L’orologio sulla parete segna le tre e venticinque. Le finestre sono aperte sulla notte di primavera. Vento. Profumo di fiori, odore della città, profumo di sesso, odore di sudore: è una questione di punti di vista.
Le tre e venticinque. Sono stesi sul grande letto matrimoniale disfatto. N è al centro. S gira una canna. B guarda il soffitto. Bianco, vuoto, perfetto.
“Dovremmo andare a Londra”, dice N. “Dovremmo andarcene. Non abbiamo futuro in questo posto”.
Nessuno risponde. N si alza. Si infila gli slip, scompare in bagno. S accende la canna.
Quando N torna dice: “Ci andremo, a Londra”. Espira. “Solo che questo non è il momento buono”. Pausa. Fiamma dell’accendino. Soffia. Tira. Inspira. Espira. “Non siamo ancora pronti”.
Sguardo inespressivo sul volto di N illuminato dall’abat-jour.
“Certo che siamo pronti”, dice. Non è convinta.
“Londra”, dice B. “Cosa volete che sia Londra”. Scuote la testa. Prende la canna dalle mani di S e la porge a N. “Londra non è abbastanza”.

Quattro e quarantasette. N dorme, rannicchiata come una bambina. I suoi occhi scintillano dietro le palpebre chiuse.
B è sul balcone, in mutande e infradito. Indossa un maglione a righe rosse e nere. Fuma una sigaretta. Si scompiglia i capelli che gli coprono il volto magro, affilato.
S si è chinato sullo stereo al centro della stanza. Mette un disco. Cerca una traccia. Abbassa il volume. Poi dice: “Buonanotte”. B, dal balcone, risponde: “Buonanotte”.
Notte di primavera. Profumo di fiori, odore della città, profumo di sesso, odore di sudore.
B dal balcone guarda un’auto della polizia passare, i lampeggianti accesi ma la sirena spenta. Fuma la sua sigaretta. Aspetta che parta il pezzo. Il pezzo parte. “Battle”, dei Blur.
Invade la notte come acqua nei polmoni.
B ascolta.
Sorride, senza sapere il perché.

Hai perso qualcosa, lo sai. Qualcosa è andato perduto. Cos’era? Com’è cominciato tutto? Non te lo ricordi. C’era quel sole di aprile che faceva male. E il vento. L’aria elettrica di quella primavera. Avevi vent’anni. Avevi avuto altre ragazze prima. Altri amici. Altri gruppi. Il gruppo andava bene, l’aria elettrica di quella primavera. Qualcosa stava per succedere. Cos’era? Avevi avuto altre ragazze, altri amici… Non eri innamorato di lei. L’amore non esisteva, e non esisteva la solitudine. C’era solo il sole di aprile. Faceva male. Le labbra di lei incollate all’orecchio… Com’era cominciato? Era un gioco, nient’altro. La consapevolezza che qualcosa stava per succedere. Era magico, era elettrico, era la sensazione di quel vento sulla pelle… Non avevi speranze. Sapevi che sarebbe finito e non t’importava. Poi però è finito davvero. Le labbra di lei incollate all’orecchio, la primavera… Qualcosa è andato perduto. Vi siete separati. Avete lasciato l’appartamento. Avete sciolto il gruppo. Qualcosa è andato perduto e sarà perso per sempre. Cos’era? Cosa viene dopo?

Aprile 2002. B slaccia la cintura di sicurezza. Guarda dal finestrino: buio, cemento, pioggia. La voce del pilota augura ai passeggeri una buona permanenza a Londra. B si alza.

Heathrow inondato di luce. Voci frettolose nelle lingue di mezzo mondo. Facce comuni. Cartelloni pubblicitari.
La porta del bagno si chiude, inghiottendo i rumori. B si guarda allo specchio. Si scompiglia i capelli, si slaccia un bottone della camicia, si aggiusta la giacca di pelle.
“Non avrei dovuto accettare l’invito”, pensa. “Non avrei…”. Si lava le mani. Sapone liquido rosa al profumo di fragola. “Sarà imbarazzante”.
Esce dal bagno. Luce. Rumori. Voci frettolose nelle lingue di mezzo mondo.
Non ha bagagli, niente da aspettare.
Segue l’indicazione “Exit”. Porte che si aprono automaticamente. Altra luce, altri rumori.
Li vede.

In auto, mentre guida sulla corsia sinistra, S parla. N ascolta dal sedile posteriore. B guarda dal finestrino e pensa:
S è ingrassato e si è fatto crescere la barba. È cambiato.
N ha un nuovo taglio di capelli e si è tatuata qualcosa sul polso. Non è cambiata.

Abitano da soli in un appartamento ad Islington, un quartiere che B non ha mai sentito nominare.
Sono belli, sono emancipati, sono medi.
Sono fotografie sulle pagine di una rivista di tendenza.
N posa saltuariamente per pubblicità di abbigliamento. Nel resto del tempo fa la cameriera in un locale sotto casa.
S ha cambiato molti lavori, al momento è disoccupato.

Passa a Londra due giorni in cui non smette di piovere.
Pioggia sottile, visite a casa di amici, sushi bar, aperitivi.
Cercano di scherzare ma non ci riescono.
Non c’è imbarazzo, solo un silenzio insormontabile.

Ultima sera della permanenza di B a Londra. Cena al ristorante indiano. Candele che illuminano il volto di N. I capelli ricci di S invasi dalla luce. Tre bottiglie di vino bianco fanno brillare i loro occhi.
“… no, non ho capito questa storia del progetto”, dice S. “Non ho capito bene di cosa ti occupi”.
“E’…”, B esita. “Applicazione del sistema nervoso umano alla musica”. Scuote la testa. “E’ semplice, alla fine dei conti. Io…”
Fa una pausa.
“… lavoro con uno staff di medici e di ingegneri del suono…”
Un’altra pausa.
“…mi… mi pagano bene”.
S sorride.
“Non sono i soldi, vero?”
B scuote la testa.
“No”.
Silenzio, un silenzio sospeso, morbido. Si guardano. Tutti e tre, per un secondo.
“Sei felice?”, chiede N.
“Faccio quello che mi piace”, risponde B. Anche il suo tono è morbido, sospeso.
S ride.
“Cazzo, sì”, dice. “E’ questo che ti piace, non è vero? E’ qui che volevi arrivare…” Fa una pausa. Scuote la testa. Beve un sorso di vino, senza smettere di sorridere.
“E’ qui che hai sempre voluto arrivare…”
B scuote la testa, si scompiglia i capelli.
“E’ solo l’inizio”, dice.
Di nuovo silenzio, morbido, sospeso. Candele che fanno brillare i loro occhi. S si appoggia allo schienale, appoggia la mano sulla spalla di N.
B nota quel contatto. N accende una sigaretta. Il suo volto invaso dalla luce, i suoi occhi che brillano nella luce delle candele. I loro sguardi si incontrano. N inspira. Espira. Sorride. Continuano a guardarsi. N continua a sorridere.
“Sei cambiato”, dice. “Sei dimagrito”.
B annuisce.
“Lo so”.

Com’è cominciato tutto? Quando hai capito che sarebbe stato il tuo obbiettivo, la tua unica ragione di vita? Non lo sai. È sempre stato uguale. Quella voglia… Quella tentazione a scomparire. Quell’amore per il vuoto. Quella… Tentazione… Londra. Cosa sono stati quei giorni a Londra? Nulla. Una parentesi. Avevi fretta di tornare a Torino. Al tuo lavoro. Al tuo obbiettivo, alla tua ragione di vita. Credi che avrebbero capito? No. Questo lo sai. Loro non capivano… Non hanno mai capito. Il progetto. Non l’avrebbero capito ugualmente, anche se avessi provato a spiegarlo. Il progetto… Applicazione del sistema nervoso umano alla musica. Una formula che nascondeva qualcosa di profondo. Quella tentazione a scomparire. Quell’amore per il vuoto. Fare musica non era abbastanza. Il tuo obbiettivo, la tua ragione di vita… Diventare musica. Trasformarsi. Scomparire. Ed era possibile, loro…. Non sapevano… Era possibile… Non a Torino, non nel 2002. Ma si poteva fare, e tu lo sapevi. Trasformare il proprio corpo. Annullarlo. Loro… Volevi solo andartene. Lontano da loro. Lontano… Loro… Non capivano, non avrebbero mai capito. Loro…

Aprile 2008. Vento. Un vento violento sulla piazza del paese. Buio. Pioggia contro i vetri delle auto parcheggiate. Pioggia sulle strade deserte. Vento e pioggia ovunque, vento e pioggia su campi, vento e pioggia nei polmoni.
S si allontana dal vetro e prende in mano il telefono.
Esita.
Rumori dalla cucina, stoviglie, televisione accesa sul telegiornale.
Esista.
Poi compone il numero.

“Ho saputo che sei tornata”.
“Mio padre non sta bene”.
“Lo so. Mi dispiace”.
Silenzio.
“Vorrei parlarti”.
“Non abbiamo niente da dirci”.
“Vorrei parlarti lo stesso”.
Silenzio. Dall’altro capo N esita. Sta cedendo. Lo sa.
“Va bene”, dice alla fine, fredda. “Quando? Dove abiti adesso?”.
“Fuori, dopo Nichelino”.
Silenzio.
“Possiamo vederci domani pomeriggio”.
“Finisco di lavorare alle sei”.
“Va bene. Dove?”
“Al solito bar?”
“Non c’è un solito bar”.
Silenzio. S fissa il vuoto davanti a sé. Guarda la pioggia contro la finestra. Abbassa lo sguardo a terra.
“Non dovresti fare così”, dice. “Sono passati quattro anni”.
Silenzio. Il respiro di N dall’altro capo del telefono.
“Scusa”, dice.
Silenzio. Il respiro di N dall’altro capo del telefono.
“Ci vediamo domani?”.
“Sì”.
“Bene.”
“Ciao”.
“Ciao”.

Pomeriggio di aprile. Pioggia. Vento e pioggia. Pioggia contro i vetri del bar, pioggia nei polmoni. N svuota la bustina di zucchero nel caffé. Mescola.
“Hai una donna?”, chiede, guardando la tazzina. Ha cambiato di nuovo taglio di capelli. È sempre la stessa.
“Sì”, dice S. “Noi…” Esita. “Aspetta un bambino”.
N annuisce.
“Congratulazioni”.
Adesso è S ad annuire.
“Grazie”.
“Perché hai voluto vedermi?”
S sospira. Ha lo sguardo basso sulle mani intrecciate.
“Sai qualcosa di…”
“No”, lo interrompe lei.
“L’ho chiamato qualche mese fa. Vive a New York”.
N annuisce.
“Questo lo sapevo”.
Silenzio.
“Il suo progetto?”
“Bene. Va…” Esita. “Va benissimo. È su tutte le riviste scientifiche, è…” Esita di nuovo. “Sembra la più grande scoperta della scienza dai tempi della ruota”.
Sorride. Un sorriso pallido.
Un attimo di silenzio. Rumore della pioggia contro i vetri del bar. Voci di gente comune. Rumore dei tram elettrici che passano sulla strada luccicante, inondata di pioggia.
I loro sguardi si incontrano. N continua a mescolare il caffé. Pensa che S è ingrassato ancora. Sarà padre. Pensa… Qualcosa. Ricordi. Londra, la sua vecchia casa, la sua nuova casa. Il suo nuovo fidanzato. “Tutto questo è così stupido”, pensa. Altri ricordi. Primavera di dieci anni prima. Qualcosa comincia a cedere dentro di lei. Il suo sguardo si addolcisce. Poi un sospetto. La dolcezza si tramuta in paura. Il sospetto si tramuta in certezza.
“C’è qualcosa che non va?”, chiede.
Conosce la risposta.
S continua a fissarla, senza parlare.

Nove di sera. Ha smesso di piovere. Vento dolce sulla piazza del paese. N accosta davanti al portone di un condominio. Non spegne il motore.
“Allora sentiamoci”, dice. Ha pianto. Sorride per trattenere altre lacrime.
S annuisce.
“E’ stata una bella serata”.
“Sì”.
“Sentiamoci”.
“Sì”.
Silenzio. Un silenzio lungo e intimo. La notte e il rumore del vento tra gli alberi.
“Scusa”, dice N. “Per questi anni”.
“E’ stata colpa mia, lo sai anche tu”.
“Sì”, dice N. “E’ vero”. Ride e una lacrima le cola sulla guancia. La asciuga con il palmo della mano.
“Sentiamoci”, dice S. “Davvero”.
“Sì”.
“E…” Esita. “Chiamalo”.
Si guardano. N distoglie lo sguardo. Lo abbassa. Annuisce.
“Ok”, dice S. “Ciao”.
Si china su di lei. La bacia sulla guancia. Apre la portiera.
“Ciao”, dice ancora.
“Ciao”, dice lei.
S si allontana e scompare nel portone, senza voltarsi indietro.
N comincia a piangere, in silenzio.

Telefonate. Lettere. E-mail. Gente conosciuta ad un aperitivo. Sala d’aspetto di un aeroporto. Cose che ti cambiano la vita. Tu… Cos’hai pensato quando hai capito che era possibile? Fino a quel momento non ci avevi creduto, non fino in fondo. Poi è successo. Dopo Londra. Dopo quel… Una telefonata. Un colloquio in un grande palazzo. Gente che parla in inglese. Americani… L’America. La sala riunioni di un grosso palazzo. Luci impersonali, facce impersonali. Le tue ricerche. Il tuo progetto… Cos’hai pensato quando hai capito che si poteva fare? Cos’hai pensato quando lei ha suonato il campanello di casa tua? Era il 2004, un’altra primavera. Vi siete guardati. Non potevate capire. Voi… Cos’hai pensato quando ti ha detto che si erano lasciati? Che lui l’aveva lasciata per un’altra, che aveva cambiato casa? Soddisfazione? Vendetta? Piacere? Niente. Tu non potevi… Saresti partito per New York la settimana successiva. Lei non lo sapeva. Lacrime. Sorrisi. Voi… L’hai baciata. Nessuno l’ha mai saputo. Avete provato a fare l’amore, ma tu non potevi… Non potevi più… Se n’è andata la mattina dopo. Non dovevi pensarci. Non potevi. Eri il tuo progetto, la tua ragione di vita. È passata una settimana. Attesa. Ansia. La sala d’aspetto di un aeroporto. Poi Manhattan, un altro grosso palazzo, altre luci impersonali. Avete cominciato a lavorare… Progetti. Il progetto. Immagini olografiche sugli schermi dei computer. Le luci impersonali di quella stanza, il tuo corpo ridotto a niente. Impulsi. Elettrodi applicati al tuo cranio rasato. E quella musica… Quei rumori… Quella tentazione… Dieci anni di esperimenti. Il tuo corpo ridotto a niente. Continuavi a dimagrire… Elettrodi applicati al tuo cranio rasato, e la musica che si perfezionava. Non dovevi pensare a lei. Non dovevi pensare a loro. Non potevi, non potevi più… Silenzio, solitudine, spazi vuoti. La musica che nascondevi dentro. Tutto questo è stata la tua vita, fino a quando… Oggi, 28 aprile 2014. Alba radiosa di una giornata radiosa dell’Illinois. Campi di grano al tuo risveglio. Campi di grano fuori dalla porta dell’edificio governativo che abiti da quattro anni. Oggi è il momento. Oggi tutto finisce e tutto comincia. Non provi niente, solo determinazione. Non provi… Non più… Mani che stringono mani. Consigli. Abbracci alla stazione. Il treno che arriva, sali i gradini, posizioni su un sedile prenotato di prima classe il tuo corpo ridotto a niente. Tu… La tua vita è finita. Qualcosa comincia. Chiudi gli occhi. Nessuna scintilla dietro le palpebre chiuse. Chiudi gli occhi… Dondolio del treno che comincia a muoversi… Chiudi gli occhi… Dormi. Devi dormire. È tutto finito. Devi dormire… Dormire…

28 aprile 2014. Vagone di prima classe di un treno diretto a New York City. Un tremito impercettibile sul volto di B. Occhi spalancati. Muscoli tesi. Denti stretti.
Cuffie nelle orecchie: questa musica. Questa… Capisce.
Ora ricorda. Un’immagine: un appartamento di studenti. Un letto matrimoniale. Uno stereo in mezzo alla stanza. Una finestra aperta. Musica che invade la notte.
Non respira.
Non riesce a comprendere fino in fondo. Cosa è andato storto? Cosa…
Qualcosa dentro di lui comincia a cedere.
Questa musica che lo avvolge, che invade i polmoni. Questi ricordi. Vent’anni. Londra. Vento di primavera. Ristorante indiano. Le labbra di lei incollate all’orecchio.
Cede, sempre più rapidamente.
Il bar accanto all’università. Occhiali da sole. Luci di candele. Londra. Vento di primavera. Capelli ricci scompigliati dal vento. Le labbra di lei incollate all’orecchio.
Crolla. In silenzio.
Campi di grano dell’Illinois, giornata di primavera, facce comuni di gente comune. Tutto si sgretola. Svanisce. Scompare.
Ora ricorda.
Un impulso irrefrenabile di urlare, di esplodere, di esistere.
Ricorda.
Comprende di avere paura.
Ricorda.

yelena sul ghiaccio

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Adesso era a me che toccava fuggire
(R. Bolaño)

A quell’epoca avevo quindici anni e abitavo in periferia. Vestivo sempre uguale: le trecce bionde sotto la cuffia di lana, i jeans strappati infilati nelle dottor martins.
Gran parte della mia giornata trascorreva camminando nella neve. Ricordo neve dappertutto: il parco ricoperto di neve, la ferrovia bloccata, le fabbriche che aprivano in ritardo. Un inverno da Unione Sovietica. Da crepuscoli atomici.
E mia madre che mi chiamava dall’altra stanza.
“Martina, ho scordato le uova. E due pacchetti di Ms. Ah, e la ricetta per quelle pastiglie, dove l’hai messa?”
Mi ricordava il ronzio del frigorifero. Allora uscivo.
Non so cosa fosse successo al cielo, in quel periodo. Aveva un aspetto livido, malaticcio. Sembrava il cielo Auschwitz dopo la liberazione, come si vede in tv, nelle immagini di repertorio.
Fuori faceva freddo, un freddo insopportabile. Non potevi rimanertene all’aria aperta per più di un’ora. Dopo un po’ eri costretto a cercarti un riparo.
Il più delle volte andavo a casa di Luca.

Luca era il mio migliore amico. Ci conoscevamo fin da piccoli, dai tempi della colonia estiva. A Orbetello, in Toscana, doveva essere il 1995.
Suonavo il campanello e salivo le scale del palazzo, scale gelide che sapevano di carne bollita. Luca stava tutto il giorno chiuso in camera. Leggeva libri di fantascienza, fumetti della Marvel e Kafka. Poi disegnava. Disegni pieni d’angoscia per qualcosa di invisibile.
Non mi piacevano per nulla.
Disegni di gente mutilata, a cui mancava una gamba o un braccio oppure tutti i denti. Non mi piacevano per nulla, ma allora non sapevo ancora come sarebbe andata a finire.

Mi sedevo accanto alla finestra e fumavo le sue sigarette. Luca metteva un disco: i Sonic Youth, i Pearl Jam, i Marlene, i Verdena.
Per lo più gli parlavo di Bibo, il ragazzo di cui mi ero innamorata.
Era più grande di noi e frequentava altri giri. Lo conoscevo perché ogni tanto ci vendeva il fumo, a Erica e a me. Poi aveva cominciato a venderci il popper e qualche funghetto. Poi una sera era scomparso con Erica dietro il municipio, e da quella volta tutti sapevamo che se la scopava.
Quella volta avevo dormito a casa di Luca. La mattina mi era venuta paura di uscire casa, nonostante fosse ancora settembre e ci fosse ancora il sole e non avesse ancora cominciato a nevicare.
Ero rimasta a casa di Luca quattro giorni.
Mia madre le aveva provate tutte, per portarmi indietro. Alla fine aveva chiamato i carabinieri. Ero salita sulla volante senza dire una parola, ma avevo freddo e mi veniva da vomitare.
La gente del palazzo mi guardava dalle finestre.
Anche Luca mi guardava, dalla porta della scala E, immobile come un pezzo di legno. Non un gesto, non una parola, niente di niente.
Restava lì e mi guardava, senza espressione.

In quel periodo, anche Luca stava vivendo un amore infelice.
L’amore di Luca era russo. Si chiamava Yelena.
Una ragazza piuttosto insignificante. Bionda, leggera, diafana. Ti faceva pensare ad un origami. Era una pattinatrice su ghiaccio e in prima stava in classe con noi. Prima B, liceo scientifico Salvador Allende. Poi aveva lasciato per dedicare tutto il suo tempo allo sport.
Era successo così, in un’estate. Prima c’era e poi non c’era più. Luca era diventato più silenzioso.
Io, con Yelena, avevo parlato sì e no due volte in tutto l’anno. La prima volta avevamo parlato della macchina del caffé, che non funzionava.
La seconda volta le avevo chiesto della Russia. I suoi avevano lasciato Mosca nel 1990, quando Yelena aveva cinque anni.
“Perché?”, le avevo chiesto. E lei aveva risposto:
“Perché mio padre è comunista”.

Uno dei passatempi preferiti di Luca era disegnare Yelena. La ritraeva in tutte le posizioni. Ritraeva anche singole parti del suo corpo, come il gomito o il ginocchio, per esempio.
Però in questi disegni era sempre presente un’interferenza: un grosso cappello che copriva il volto, un’inflorescenza al posto della mano, una serratura al posto della bocca.
Una volta scrisse un racconto che parlava di Yelena. Era un racconto di fantascienza.
In una città devastata e semideserta, pezzi di corpo umano sorgevano dall’asfalto. Assemblandosi gli uni agli altri davano vita ad una donna di vetro.
Nelle ultime righe del racconto la donna cominciava a ballare, mentre qualcosa di enorme e innominabile esplodeva all’orizzonte.

Tutto questo successe durante il primo anno di liceo.
Poi venne l’estate e partii per l’Inghilterra. Tornai a casa con una settimana di anticipo e un principio di intossicazione alimentare. La famiglia aveva trovato delle pastiglie nel cassetto del comodino e l’aveva detto agli accompagnatori. Loro mi avevano mandata a casa con il primo aereo.
Questo a luglio. Ad agosto Luca stava in riviera con i suoi e non ci vedemmo.
Sul finire di agosto feci per la prima volta un pompino ad un ragazzo, sotto le gradinate del campo sportivo abbandonato. Poi ricominciò la scuola.
Yelena non c’era più. Luca era diventato strano, quasi non lo riconoscevo.
Poi cominciò a nevicare.

Un pomeriggio di gennaio stavo con Luca davanti al Penny della circoscrizione nord-est. Avevamo comprato un pacco di pop-corn e due lattine di birra, che non riuscivamo a bere per via del freddo.
Non avevamo programmi per il pomeriggio. Stavamo in una zona desolata: case popolari, un parcheggio, un prato ghiacciato cosparso di rifiuti, un muro diroccato e il CPT.
E poi il palazzo del ghiaccio.
Quello dove si allenava Yelena.
“Ogni tanto ci vengo”, disse Luca. “A vederla pattinare”.
“Perché non entriamo?”, chiesi. “Non abbiamo niente da fare, intanto”.

Stava lì in mezzo, in quel quadrato di ghiaccio, ed era bellissima. Il quadrato era enorme e lei piccola e fragile. Le gradinate erano vuote. La pista era vuota. Era l’unico essere umano in tutto l’edificio.
Ed era bellissima. Yelena sul ghiaccio era tutta un’altra cosa che Yelena sulle scale del liceo scientifico Allende.
“Che bella”, dissi.
Ma gli occhi di Luca erano due biglie scure.
Poi mi accorsi dell’allenatore. Un vecchio basso e mingherlino, con una faccia da cane. Era vestito da sci. Stava al bordo della pista e fumava sigarette che poi spegneva sotto le suole delle scarpe.
Ad un tratto si voltò verso di noi e cominciò a fissarci.
Luca disse: “Andiamo via”.

L’inverno trascorreva in questo modo. Luca al palazzo del ghiaccio, io alle feste nei capannoni industriali. Storie d’amore e crepuscoli atomici.
Ero un po’ innamorata di Alberto dei Verdena, ma solo quando fuori il cielo era troppo basso e viola per uscire.
Allora Alberto cantava: “E anche se non c’è miele | mi viene dolce | e penso sempre lo stesso | mi affogherei”.
Volevo che Bibo mi scopasse. Che mi facesse salire sulla sua Punto, accostasse in un parcheggio deserto e cominciasse a scoparmi.
Ma questo non succedeva.
Passavano i giorni. Luca era sempre più silenzioso ma io non me ne accorgevo.
Io, a quel punto, stavo già cominciando a fare confusione. Confondevo le donne bioniche con la matematica, Altair IV con le allucinazioni da funghetto, la civiltà post-atomica con il punk, il volto di Kurt Cobain con quello di Bibo, il mio corpo con quello di Yelena.
Con Luca mi vedevo poco. Ognuno stava rintanato nella sua storia d’amore. All’intervallo fumavamo insieme. Di solito nessuno dei due diceva una parola.

Yelena pattinava sul ghiaccio. Il liceo scientifico Allende era coperto dalla neve.
Luca passava le ore di matematica a disegnare corpi di donna. Fragili come ramoscelli. Destinati alla distruzione.
Anche il cortile del liceo era ghiacciato. Un rettangolo d’erba secca, dove si ammucchiavano vecchi mobili, pacchi di riviste letterarie ancora avvolte nel cellophane e cocci di lampade al neon.
Per il resto erano lunghe camminate in un edificio vuoto.
Corridoi vuoti e lampade al neon. Lavagne, scale, interminabili ore di ginnastica passate con i Tre Allegri Ragazzi Morti nel lettore cd.
Ogni mercoledì pomeriggio il cineforum. Lo gestiva un ragazzo rachitico di quinta. I titoli erano cose come “Milano calibro 9”, “Napoli violenta” eccetera.
Storie di malavita cittadina, dove, nel finale, il buono moriva di cancro o tradito dalla fidanzata.
Oppure film fascisti. Questo almeno è quello che ricordo.
“E anche se non c’è miele…”
Luca era lontano anni-luce, sul Terzo Pianeta, in una realtà parallela. Di Yelena non sapevo più nulla. Di Bibo nessuna traccia.

Poi, sul finire di febbraio, successero due cose.
Un pomeriggio passai a trovare Luca. Mi aprì sua madre. Non era in casa, ma sarebbe tornato presto. Volevo aspettarlo in camera sua?
Sì, volevo.
Andai a sedermi sul letto. Le imposte erano chiuse. Le aprii sul cortile interno, sul palazzo di fronte con i panni stesi ad asciugare.
Nel cortile c’era un gatto. Stava annusando la carcassa di un piccione. Poi mi accorsi dei disegni.
Erano appesi alle pareti di cartongesso con le puntine da disegno.
Raffiguravano tutti Yelena. Yelena con le braccia sollevate, Yelena su una gamba sola.
Una particolarità: niente interferenze. Niente mutilazioni, niente cappelli, niente inflorescenze, niente serrature.
Fu a questo punto che mi accorsi di qualcosa. Li guardai da vicino. Poi mi allontanai. Poi uscii sul balcone e inalai tutta l’aria che mi fu possibile.
Poco dopo arrivò Luca.

Alcuni giorni più tardi si mise a piovere.
Era un lunedì. Passai la serata a guardare la pioggia battere contro i vetri. Guardai un film alla televisione e verso le undici andai a dormire.
Quasi subito dopo un rumore mi svegliò.
Il cellulare. Stava suonando. Guardai l’ora: l’una e venticinque.
Era Luca. Si scusò per avermi svegliata. Disse che non riusciva a dormire. Disse che qualcosa non andava.
Gli chiesi che cosa c’era che non andava e subito me ne pentii.
Allora lui cominciò questo discorso. Un discorso sulla paura e sulla fragilità e sugli errori che gli uomini commettono senza nemmeno rendersene conto. Parlò del destino collettivo della specie e dell’autodistruzione. Parlò dei suicidi di massa.
Disse che esiste una razza di uomini che possiede il dono della percezione, esseri senza pelle che espongono al mondo la carne viva e i nervi.
Poi disse: “Non posso credere che stia succedendo davvero”.

Questo accadde la notte di lunedì.
Martedì Luca non venne a scuola. Quando gli telefonai, quel pomeriggio, disse che aveva la febbre. Che sarebbe mancato da scuola per un po’. Che non passassi a trovarlo perché era in uno stato pietoso, mal di testa, vomito, brividi di freddo.
Due giorni dopo morì Yelena.

Appresi la notizia dalle mie compagne di classe. Poi lessi il giornale e guardai il TG regionale.
Era stata investita da un furgoncino che trasportava piastrelle. Il furgoncino le aveva strappato la gamba destra dal corpo. Era morta dissanguata in pochi secondi, prima che l’ambulanza arrivasse.
L’autista era stato fermato dalla polizia e interrogato.
Non era ubriaco, non andava oltre il limite di velocità, non aveva avuto un colpo di sonno. Aveva la fedina penale pulita. Era attendibile.
L’unica cosa che disse fu che non l’aveva vista. Che era comparsa dal nulla. Che si era praticamente buttata sotto le ruote.

La prima cosa che feci fu di chiamare Luca.
Rispose sua madre. Luca non c’era. Mancava da casa da più di ventiquattrore. Forse io avevo idea di dove fosse andato a finire.
“Ma non aveva la febbre?”, chiesi.
Sua madre disse: “Febbre?”

Solo a questo punto cominciai a mettere in ordine gli eventi.
Ci volle un decimo di secondo, il tempo di posare il ricevitore sul tavolo della cucina.
Yelena lascia il liceo. Luca diventa più silenzioso. Yelena al palazzo del ghiaccio. Luca disegna pezzi di corpo umano. Yelena viene mutilata e uccisa da un furgoncino che trasporta piastrelle. Luca scompare.
Un furgoncino è un oggetto. Un oggetto è il mondo. Yelena era fatta di vetro, troppo fragile per il mondo.
Luca lo sapeva. Stava immobile come un insetto e aspettava il momento giusto. Stava lì fermo, senza espressione, come un fantoccio senza vita.
Luca sapeva tutto fin dall’inizio.

Fu a questo punto che tutto divenne chiaro.
Allora andai a sedermi sul divano del salotto e accesi la televisione.
Passò una settimana. La storia era sulla bocca di tutti, ma potevi non ascoltarla. Potevi far finta di niente oppure cambiare canale e guardare un documentario sui coccodrilli.
A volte mia madre piangeva.
Si sedeva sul divano accanto a me, mi prendeva la testa tra le mani e si metteva a piangere. Mi chiedeva di parlare. Diceva che dovevo alzarmi dal divano, farmi la doccia, mangiare.
Io ogni tanto mi alzavo per fare la doccia e per mangiare, ma poi tornavo a sedermi davanti al televisore. Guardavo documentari. Partite di calcio. Talk show. Televendite.
Dicevo: “Mamma, sto solo guardando un po’ di tv”.
Ma non era vero.
Solo che lei non poteva capire. Mia madre non crede nel destino. Dice sempre che bisogna darsi una scossa, tornare a combattere.
Non poteva capire quello che stava succedendo. Non sa cosa significa attendere e non sa cos’è la paura.

Non sa cos’è il desiderio.
Una mosca nella tela del ragno non desidera soltanto di essere divorata. Una donna sì. Ero caduta nella trappola, non potevo far altro che aspettare.
Luca aveva ragione.
Sembrava impossibile, ma stava succedendo davvero.

Passavo sul divano anche la notte. La tv accesa. Il volume a zero.
Mia madre mi aveva portato una coperta. Ogni tanto il cellulare squillava, ma io non rispondevo.
Mi accorsi del rumore quasi subito. Mi svegliai, mi tirai a sedere, guardai l’ora: le cinque meno venti del mattino.
Buio. Silenzio. In tv una programma di automobili.
Rimasi in attesa. I denti stretti, tutti i muscoli in tensione.
Poi sentii di nuovo il rumore. Qualcosa che grattava alla porta. Qualcosa che grufolava. Come un rumore di sottobosco, un rumore selvatico.
Continuava a grattare. Rumore di unghie contro la porta.
Allora capii che era arrivato il momento.
Mi alzai e andai ad aprire.

(photo by Sputnik… – flickr.com)

senza un braccio

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Quando succede questa cosa B è a Liverpool da circa tre mesi.
Per tutto un anno, in Italia, ha frequentato gente strana: artisti visuali, membri di collettivi politici, femministe, compositori di musica elettronica.
Poi un giorno si è stufato. Ha deciso di partire per un viaggio. La sera prima di partire ha detto a F, un’amica di vecchia data e l’unica persona che ancora avesse voglia di vedere: “Penso che andrò in Inghilterra”.
F ha chiesto: “Perché proprio in Inghilterra?”.
Sul momento B non ha saputo rispondere.
Più tardi un ricordo gli è tornato alla mente: un altro viaggio in Inghilterra, molti anni prima. Poteva avere quattordici o quindici anni.
Durante quel viaggio qualcosa era successo. Una cosa che B non sa definire, e che solo ora, a distanza di anni, capisce avere a che fare con il sesso, la speranza e la giovinezza.
Così dice a F: “Magari succede di nuovo. Oppure non succede più: in entrambi i casi è una risposta”.
F capisce e non fa altre domande.

A Liverpool vive con un ragazzo inglese. Si chiama Mark. È più giovane di B (che a questo punto della sua vita ha superato i trenta) ma insieme si trovano bene.
B lo considera un ragazzo simpatico. È piuttosto silenzioso, e questo gli piace. Porta gli occhiali, anche questo gli piace.
Mark lavora di notte in una videoteca, e durante il giorno dorme. Prende pastiglie di valium e laroxyl. A volte mischia le pastiglie con la vodka.
Dormono entrambi nella stessa stanza, che fa anche da cucina e sala da pranzo.
Le pareti sono spoglie: nessuno dei due ha libri da appoggiare alle mensole o manifesti da appendere.
Però c’è un piccolo canestro appeso accanto alla finestra. È una cosa che Mark fa ogni sera prima di andare al lavoro: gioca a basket con una palla di gomma, grossa più o meno come una mela.
“Per tenermi in forma”, dice alle volte. “Se non fosse per questo sport sarei molle e schifoso come un anemone”.
Però Mark è magro come un grissino.
B non capisce, ma fa finta di niente.

A Liverpool B fatica a trovare lavoro.
A dire il vero trova molti lavori diversi, ma nessuno lo soddisfa.
Lavora, per esempio, come barista e come dogsitter, fa volantinaggio per McDonald’s, assiste gli anziani di un centro per disabili.
Poche settimane dopo il suo arrivo in Inghilterra ha avuto un’esperienza traumatica nel settore dei cibi ipervitaminici.
Ha trovato il lavoro su uno di quei giornali fatti per la gente che cerca lavoro. Al colloquio gli hanno spiegato le regole, poi l’anno messo in prova.
Il lavoro consisteva in questo: suonare i campanelli di una via e regalare un prodotto ipervitaminico a chiunque avesse aperto la porta.
Facile. Regalare, non vendere. Facile. C’erano regole in base a cui venivano assegnati i prodotti: snack alla frutta per i bambini e gli anziani, tavolette di soia per le donne, pasto precotto/1 per i maschi bianchi e pasto precotto/2 per i maschi di colore o di un’etnia diversa da quella europea.
Ma non è stato questo che ha convinto B a rifiutare il posto.
A convincerlo è stato il fatto che il responsabile delle vendite, per infondere energia ai giovani dipendenti, li costringeva a ballare un pezzo di musica techno ogni mattina, prima di sguinzagliarli per le strade della città.

Per questi motivi, prima che succeda quella cosa la vita di B è piuttosto vuota.
Passa lunghe ore a camminare sul porto. Beve birra in un pub che si chiama “The ancient mariner”. Se piove o fa freddo resta in casa: guarda talk show in inglese, su Mtv.
Un pomeriggio qualsiasi, all’ “Ancient mariner” incontra una ragazza che ha conosciuto da McDonald’s (lei stava alla cassa mentre lui distribuiva volantini per il settore B1, la zona nord-ovest di Liverpool.)
La ragazza è indiana. Si chiama Shanti. È bruna, piccola, un po’ strabica.
Probabilmente è una bella ragazza, però B trova che nel suo corpo ci sia qualcosa che non va. Come se fosse strabica anche nel corpo.
“Forse anche nel cervello”, pensa.
Poi il suo seno, che B intravede sotto la maglietta bianca con il logo dei Rolling Stones, è strano. B non vuole pensarci. Ordina due pinte.
Ad un certo punto decidono di giocare a bigliardo.
Errore: Shanti è molto più forte di B (che fino a quel punto della sua vita si è considerato un discreto giocatore) e vince con facilità.
Mentre la accompagna a casa, B viene a sapere che Shanti e Mark si conoscono.
Non solo si conoscono, ma tempo fa hanno avuto una storia.
Arrivati sotto casa di Shanti, B ha l’impressione che lei voglia essere baciata. Per prevenire ogni imbarazzo si accende una sigaretta.
Poi saluta e si avvia verso casa.

Liverpool gli piace perché gli piace l’Inghilterra.
Il tempo cambia in continuazione, da quelle parti. Può capitare che mentre sei steso su una panchina a prendere il sole, di colpo scoppi a piovere.
Poi ci sono i gabbiani. Un sacco di gabbiani che si nutrono di patatine fritte.
Non che le patatine fritte facciano bene ad un gabbiano, pensa B.
E poi la gente si muove in bicicletta. I ragazzi giocano a basket nei campi di quartiere. La domenica le famiglie vanno a farsi fotografare dalle macchinette, nei centri commerciali.
Più di tutto, quello che piace a B è la chiarezza con cui si esprimono gli inglesi.
Niente giri di parole. Dicono cose come: “Sì, certo”. Oppure: “No, sei pazzo?”
Quando B capisce questo capisce anche che in Inghilterra ha dimenticato una parte del suo passato. Paure. Presunzioni. Attese. Giri di parole.
È questo che cerca?
Non lo sa. Ha come l’impressione di andare scomparendo. Dimagrire: farsi aria. Per infilarsi sotto gli armadi. Cancellare il peso del nome proprio.
Per questo non si cura di quello che gli accade intorno.
Un giorno, per esempio, accenna a Mark di Shanti. Mark dice di ricordarla, e allora B chiede: “Non ti pare che il suo corpo abbia qualcosa che non va?”
Mark ci pensa per un pezzo. Va in bagno. Esce. Accende la tv. Apre una lattina di birra e si accende una sigaretta.
“Non conosco nessuna Shanti”, dice alla fine.
“Prima hai detto che la conoscevi”, dice B.
“Non è vero”, insiste Mark.
Questa volta è B a pensarci su. Forse si è sbagliato. Ma non importa.
“Okay”, dice alla fine.

Poi un giorno vede quest’uomo all’ “Ancient mariner”.
È alto, con pochi capelli lunghi di un bianco tendente al giallo. Anche il suo volto è giallo, e quando apre la bocca per ordinare un doppio whisky, B si accorge che è senza denti.
Sembra malato di cancro. Oppure sembra un cane.
“Ha proprio una faccia da cane”, pensa B.
Il muso allungato, le orecchie appuntite e tutto il resto.
B si sta facendo una birra e l’uomo lo osserva, con quei suoi occhi da cane. Intanto fuma una sigaretta dopo l’altra. Aspira il fumo con avidità.
Quando B esce dal locale l’uomo lo segue.
Camminano a pochi metri di distanza per un pezzo. Poi l’uomo-cane scompare in una via buia.
Da quella volta B comincia ad incontrarlo tutti i giorni. Sempre, apparentemente, per caso. Lo vede seduto su una panchina. Lo incontra all’ufficio postale e alla fermata dell’autobus. Lo trova in un piccolo negozio, intento a rovistare sullo scaffale dei biscotti di sottomarca.
Vorrebbe fermarlo. Chiedergli perché continua a seguirlo.
Non può.
Capisce che ha paura. Che sta aspettando qualcosa. E che il bisogno d’amore che si porta addosso è troppo grande per concedere quel gesto.
È per evitare la presenza di quest’uomo che una mattina B sale su un autobus.
Andrà al mare. Scorderà tutto.

È una giornata che ricorderà come un buon momento della sua vita.
C’è il sole e la spiaggia è spazzata dal vento. I gabbiani si mescolano alle pagine dei tabloid locali, ai pacchetti di sigarette e agli aquiloni.
B cammina senza scarpe sulla sabbia. Si infila gli occhiali da sole. Affonda le mani nelle tasche.
Mangia un hamburger e una vaschetta di olive.
Sotto un ombrellone sconquassato dal vento parla con Ellie, una vecchia che è rimasta vedova da poco.
“Questa donna deve avere ottant’anni”, pensa B.
Il suo uomo si è beccato un cancro ed è morto in due mesi.
Ma lei non è impazzita e non è diventata cattolica. No. Sì è comprata una casa sul mare. Si è fatta regalare dal canile comunale due cuccioli.
Storpi. Nati con una malformazione congenita alle zampe, troppo esili per reggerli. Ellie li ha scelti perché altrimenti al canile li avrebbero uccisi.
B prova per questa donna una profonda ammirazione.
Il suicidio del samurai: dignità.
Più tardi, prima di prendere l’autobus, chiama F da una cabina. È la prima volta che lo fa da quando è arrivato in Inghilterra.
“Ci sono novità?”, chiede.
Sì, ci sono novità. F ha un nuovo fidanzato. È innamorata di lui. Dice che finalmente riesce a sentirsi socialmente e culturalmente donna. E visto che B non dice niente aggiunge: “Non so se capisci quello che voglio dire”.
B risponde: “No”.
Poi pensa: “Non mi interessa”.
Ma F continua a parlare (di quanto è bello fare l’amore con lui, della liberazione nell’orgasmo, del bisogno di completamento che la donna cerca nell’uomo) e allora, di colpo, senza sapere perché, B aggancia.

Torna a casa verso le dieci di sera.
La porta d’ingresso è aperta. A quell’ora Mark dovrebbe già essere al lavoro.
Per capire basta entrare. Mark è disteso a terra, tra il letto e il tavolo da pranzo. Posizione fetale. Colorito terreo, occhi cerchiati da un alone bluastro e bava spumosa che gli cola dalle labbra.
B entra in bagno. Ci resta pochi secondi. Torna in sala e chiama il pronto intervento.
“Prozac”, dice, quando gli viene posta la domanda.
Mezzora dopo è nella sala d’aspetto di un grosso ospedale.
Una sala lunga e stretta, illuminata dalle lampade al neon.
Vuota.
Medici e infermieri passano dall’altra parte della porta a vetri come fantasmi o come ombre.
Ad un certo punto della notte (B dorme rannicchiato sulla sedia) un medico gli si avvicina, lo sveglia e gli dice: “Il suo amico è in coma. Non sappiamo se riuscirà a cavarsela”.
Pausa.
“E’ intossicato mica male, mi creda”.
Pausa.
“Comunque se vuole può vederlo”.
B entra nella stanza dove è ricoverato Mark. È a letto, sotto le coperte. Due tubi gli escono dalle narici e un altro tubo gli esce dalla bocca. Ha un ago nel braccio. Mani e piedi sono legati al letto con lacci di cuoio.
Non si muove.
Le macchine intorno a lui producono ronzii e cigolii. Respirano per lui. Lo nutrono.
Le macchine compiono ogni funzione fisiologica al posto di Mark.

Quella notte B resta a dormire in ospedale. I medici provano a convincerlo che la sua presenza è inutile. Lui è irremovibile.
Ad un’ora imprecisata della notte un infermiere gli porta una coperta e una tazza di tè caldo.
La mattina dopo torna a visitare Mark: nessun miglioramento.
Passa la giornata leggendo un libro di fantascienza di un autore giapponese. Cammina per i corridoi dell’ospedale. Le facce dei pazienti sembrano uscite dal libro.
Cerca di immaginarsi un eroe. Ci riesce solo a tratti.
Nel pomeriggio torna a visitare Mark altre due volte: situazione statica.
I medici provano a convincerlo che la sua presenza non solo è inutile, ma a tratti anche dannosa. Ingombra i corridoi. Fa domande che non andrebbero fatte.
B finge di non conoscere l’inglese.

Per la seconda notte di fila dorme in ospedale.
La mattina dopo, appena sveglio, chiede di vedere Mark. I medici acconsentono.
All’inizio tutto sembra uguale al giorno prima. Poi si accorge di qualcosa: le labbra di Mark, attorno al tubo, sono molli e rugose.
Si avvicina. Guarda. Capisce.
Gli hanno strappato tutti i denti.
“Mordeva il tubo”, spiega uno dei medici.
B ci pensa un attimo.
“Ora non ha più i denti”, dice.
“Glieli rimetteremo uno a uno”, lo tranquillizza il medico.

Giornata uguale a quella appena trascorsa.
Libro di fantascienza. Corridoi. Pazienti. Infermieri. Macchine.
Macchine con attaccati degli esseri umani. Sincronia dell’uomo con la macchina. È la macchina che tiene in vita l’uomo o l’uomo è il motore della macchina?
I medici si dimostrano ottimisti.
Quando incontrano B gli sorridono.
Dicono cose come: “Si sta riprendendo!” “Ce la farà sicuramente!” “Ancora un piccolo sforzo ed è fuori pericolo!”
Però quando B va a fargli visita non lo trova per niente migliorato.
Lo trova più magro e più pallido. Gli pare che i cerchi bluastri intorno agli occhi si siano fatti più scuri e profondi.
Ad un certo punto Mark muove una gamba.
“Si muove”, dice B.
“E’ solo il muscolo”, dice il medico.
Anche quella notte B dorme in ospedale. Si addormenta sulla sedia, poi qualcosa lo sveglia.
Un rumore. Il ronzio di un neon che sta bruciando. Nient’altro. Torna a dormire.
Più tardi si sveglia di nuovo. È un’ora imprecisata della notte. B si guarda intorno. Qualcosa lo colpisce.
Inizialmente fatica a metterla a fuoco.
La ragazza.
C’è una ragazza seduta di fronte a lui. Occhi azzurri e capelli corti. Indossa un paio di jeans. La felpa di una tuta.
Poi B si accorge di qualcos’altro: alla ragazza manca il braccio destro.
Ha una specie di moncherino, da quella parte. La manica della tuta si affloscia e dondola ogni volta che lei muove la spalla.
B pensa che potrebbe conoscerla. Chiederle se ha voglia di una birra. Potrebbe raccontarle di Mark e lei potrebbe raccontargli che fine ha fatto il suo braccio.
Pensa che non ne ha voglia.
Ma subito dopo pensa che invece ne ha voglia, eccome.
Non lo sa.
Resta indeciso per un pezzo.
Poi si alza.

(photo by Skullkid – flickr.com)

scomparire

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I.

Entrata

Un giorno gli ordini erano cambiati. La politica del governo era cambiata. Un corpo speciale della polizia era stato istituito per neutralizzarci. Renderci inoffensivi, in qualsiasi maniera.
Annichilirci, si diceva.
I metodi ricordavano quelli delle giunte militari sudamericane. Erano richieste efficienza e discrezione.
Silenzio, soprattutto. La guerra si combatteva là dove le parole non potevano arrivare. Dove la civiltà dell’abuso linguistico cedeva il campo ai fatti, spogliati da ogni interpretazione.
Era questione di affermare il proprio corpo. La propria esistenza fisica. Non cedere all’invisibilità, alla sua tentazione.
Cadevamo a decine, come mosche. I giornali non riportavano alcuna notizia. Le proteste di parenti e amici si spegnevano nel vuoto.
Non esistevamo, non eravamo mai esistiti.
Scomparire nel nulla, tutto qui.

Il 25 luglio del 2022 cominciava il terzo mese della mia latitanza. Ero un condannato a morte. Avevo paura.
La settimana prima avevo parlato con la digos. Avevo barattato la mia fuga con qualche delazione. L’unica scelta possibile.
Finivamo tutti così, prima o poi.
La bravura stava nel vivere al confine. Sfruttare le correnti d’aria. Disperdere la propria identità nel pulviscolo della superficie.
Un unico corpo, molte vite.
Un lavoro, un hobby, un cane.
Una ragazza. La mattina del 25 mi svegliai accanto ad Estela. Ci frequentavamo da alcune settimane. Estela non era il suo vero nome, come Danny non era il mio.
Era bella. Leggera. Slanciata. Seni piccoli e appuntiti. Capelli bianchi, secondo la moda di quell’estate.
Estela e Danny, senza un passato e senza un futuro.
Era giusto così.

Estela di mattina. Estela alla finestra. Estela nel chiarore del bagno, inondata di luce.
Restai a casa sua fino a mezzogiorno. Pranzammo insieme, nel ristorante vegano di un amico. Poi la accompagnai alla stazione della sopraelevata più vicina. Scomparve in un vagone.
Scesi nei quartieri sotterranei per aspettare che calasse il sole. Giocai a biliardo. Dormii qualche ora su una panchina.
Quando tornai in superficie si vedevano le prime stelle.
Restai a guardarle a lungo.
La mia fuga era cominciata.

1.

Una sera plumbea d’estate. Poche stelle in un cielo viola pallido. Alberi alti, fiume silenzioso. Traffico di esseri umani e mezzi elettrici.
Discreto, come sempre.
Torino è calma. Una quiete che ricorda l’apnea. Che spinge a nuotare più che a camminare, come pesci in una boccia di vetro.
Torino, il centro di Torino, non è più dei torinesi da almeno dieci anni. È un luogo d’incontri, come ogni altra città. Una rete. Uno spazio sicuro e protetto dove si spostano capitali, si firmano contratti, si stringono accordi.
Dove nascono mode e si lanciano idee. Un paradiso di luci e colori. Di cartelloni oleografici e architetture d’avanguardia.
Un film all’aria aperta, il tuo personale videogioco.
A quest’ora i protagonisti sono gli studenti. Bevono birra sui gradini dell’università. Giocano a calcio. Ascoltano musica.
Io, per ora, sono solo una comparsa.

Cammino lungo corso San Maurizio. Ora è buio. Le quattro lune sono accese. La ovest è gialla, questa sera. È ben visibile. Vicina.
La nord è azzurra. Oscilla. Ogni tanto la cima di un palazzo la copre. Poi ricompare.
Cammino tra i due dischi, in direzione nord-ovest. Mi fermo a compare le sigarette e un’auto della polizia mi passa accanto. Non rallenta.
Indosso jeans attillati e felpa con cappuccio. Porto bene i miei trent’anni. Non sono un tipo sospetto, almeno per sbirri di quartiere come questi.
Quelli che mi cercano per ammazzarmi non sanno nemmeno cosa sia, un tipo sospetto. Non fanno differenze. Non interpretano.
Ti fanno a pezzi, senza badare a come sei vestito.
In dieci minuti sono ai Giardini Reali, stazione della sopraelevata. Sulla piattaforma c’è un gruppo di impiegati che viene dall’aperitivo. Parlano ad alta voce. Ridono.
Il treno arriva quasi subito.
Mi guardo intorno, in cerca di un vagone vuoto.

Interferenza

Appoggiai la testa al finestrino. Svuotai la mente. Non potevo permettermi sentimenti umani. Niente paura. Nessun rimpianto.
Guardavo la città passarmi sotto come un plastico. Torino dall’alto è un luna park. Un divertimento infantile. La mia fuga era parte del gioco, così come la mia morte. E giocare era un dovere, un destino.
Per qualche motivo mi ritrovai a pensare come tutto era cominciato. Dal basso. Dai sotterranei. Dal fango, dall’odore delle spezie, dalle macerie.
Il sottosuolo ci aveva generati. Ci aveva protetti.
Ci eravamo mischiati con gli immigrati, con gli artisti, con le puttane. Con gli spacciatori. Con terroristi dell’Eta e registi di snuff movies.
La seconda fase era stata la superficie. Avevamo mostrato i nostri volti. Eravamo scomparsi là dove eravamo più visibili.
Un unico corpo, molte vite.
Una faccia, molte identità.
Nella massa il singolo è molteplice. Ciò che un momento esiste può scomparire il momento dopo.
Quasi tutto può essere edificato dal nulla.

E ora come finiva?
A venti metri d’altezza, nel vagone di una monorotaia. Una Torino di cartapesta. Un mezzo ad alta velocità e basso consumo energetico. Muzak in diffusione costante, per rilassare la mente e il corpo.
Qual era stato l’errore?
Dov’era il significato?

2.

Di colpo tutto si ferma. Le porte automatiche si aprono. Silenzio. Attesa.
Sullo schermo al plasma compare una scritta. “Monorotaia sopraelevata 413, linea verde. Parco della Pellerina, stazione di fine corsa”.
Capolinea. Devo scendere. Immergermi in quest’ultimo strascico della città. Da qui si continua a piedi.
Prendo l’ascensore. La prima cosa che noto è il buio. Niente lune artificiali, illuminazione stradale scarsa. Bagliori azzurri dalle finestre dei caseggiati popolari. Televisori che trasmettono partite di calcio.
Quello che trovo oltre non mi sorprende. Cantieri. Edifici diroccati. Officine meccaniche. Gelaterie.
Poi venditori ambulanti di kebab, negozi stracolmi di paccottiglia cinese, rosticcerie africane e peruviane. La periferia degli immigrati e il suo declino stabile, eterno. Una Torino che in superficie è rimasta soltanto in cintura, ai margini estremi della città.
Un mondo sconosciuto, praticamente.

Sono fermo davanti a un muro di mattoni rossi. La fine di un vicolo cieco. Tutto è molto buio.
C’è odore di cibo e grasso per motori. In fondo, sulla strada principale, passano ombre scure. Esseri umani che strisciano contro le case, come scarafaggi. Altri fantasmi che scompaiono dietro un angolo, sotto la saracinesca di un negozio pakistano.
Un muro di mattoni rossi. Una porta. Sulla porta c’è una scritta: “Amici del cinema d’essai”. Sotto un nome illeggibile, cancellato con un pennarello nero.
Questo è il luogo.
Guardo l’orologio al polso. Le nove meno due minuti. Centoventi secondi di angoscia. Poi mi guardo attorno.
Afferro la maniglia.

Interferenza

Avevo incontrato l’agente Donato della digos la sera del 19 luglio. Un appuntamento in una tavola calda come tante. Cibo cinese precotto. Una cameriera carina, frangia sugli occhi e auricolari. Telegiornale nei megaschermi che rimpiazzavano le finestre.
Avevamo scelto il sottosuolo per ragioni di sicurezza. Un piede sottoterra ed è come la legione straniera. Nessuno ti ha visto, nessuno fa domande.
I patti erano chiari. I nomi dei miei diretti superiori in cambio di un biglietto per Marrakesh. E della strada sgombra per arrivarci, naturalmente.
In fondo avevamo tutti qualcosa da guadagnare. Io la vita. Donato una promozione.
La digos stessa ci guadagnava. Elogi. Riconoscimenti. Discredito della polizia segreta rivale. I NAT si lasciano sfuggire il condannato, la digos arresta i suoi superiori. Foto sui giornali. Interviste.
Discredito significa meno soldi per i nuclei antiterrorismo e più soldi per la digos. Più soldi significa più impunità. Più impunità più potere.
E il potere significa tutto: è lì che comincia la vita.

Le istruzioni erano semplici. Poche direttive. Qualche consiglio sibilato tra i denti. Una caccia al tesoro. Solo una delle tante, in fondo.
Non c’era nessuna regola, soltanto un luogo da raggiungere. Un anonimo cinema d’essai in periferia, al capolinea della linea verde. Una porta su un muro di mattoni rossi. Sulla porta un nome illeggibile.
Alle nove sarebbe cominciato il film. Avrei aperto la porta. Mi sarei trovato di fronte a due sale, una più grande e una più piccola. Quella grande era la sala cinematografica vera e propria. Quella più piccola una specie di salotto.
In questa stanza un uomo magro vestito di giallo mi avrebbe atteso.
Mi avrebbe accompagnato ad un’altra porta, più piccola.
Da questa porta in un cortile.

3.

Un attimo di apnea che si trasforma in ore, giorni, anni.
Un attimo perché tutto crolli. La certezza di essere dalla parte della ragione. La possibilità di salvarsi. Tutto.
Sono immobile in uno spazio senza coordinate. Il muro di mattoni rossi è alle mie spalle. La porta anche. Ho ancora una mano sulla maniglia. Come se bastasse un passo indietro per ristabilire le regole. Come se esistesse una possibilità d’errore.
Non è così. E’ chiaro che non è così. Non c’è nessun errore. Il luogo è quello giusto. E anche l’ora è quella giusta, perché non esiste un’ora sbagliata, non per questo genere di cose.
Resto immobile guardando un cielo che non dovrebbe esserci. E un prato che non dovrebbe esserci. E i grilli che cantano in questo prato. E poi il binario arrugginito che mi passa sotto i piedi, la vecchia locomotiva, i resti di una costruzione in mattoni.
C’è una linea morta della ferrovia, in questo posto. Senza alcun dubbio una vecchia stazione abbandonata.
Non ha alcun senso.

Riesco a muovere qualche passo e il primo istinto è la fuga. Correre, a perdifiato. Uscire da questa dimensione irreale. Tornare allo scoperto, dove quello che conta sono i muscoli e il sangue. La lotta animale, senza spazio per i dubbi.
Non riesco a decidermi.
Non ho coraggio sufficiente per rispondere alle domande che mi pongo . Sono stato tradito? Da chi? Dalla digos? Dai miei compagni? Hanno fatto a me ciò che io ho fatto a loro?
Realizzo che non ci sarebbe nulla di strano. È un vicolo cieco. Una soluzione senza uscita. Una soluzione senza uscita si chiama: panico.
Mi appiattisco contro i muri. Cerco di scomparire.
Poi torno a farmi visibile, attendo l’agguato con tranquillità. Forse sarà dolce. Facce coperte da passamontagna e mitragliatori kalashnikov. Un’esecuzione sommaria, impersonale.
Non è me che stanno uccidendo. Non sono loro che io ho ucciso.
La risposta è una sola.
Siamo la stessa cosa.

Dieci minuti e non succede niente. Accendo una sigaretta. Aspetto.
Venti minuti. Ancora niente.
Mezzora. Poi delle ombre. Vengono nella mia direzione e si muovono in fretta. Sono in quattro, forse di più. Cerco di vedere i loro volti, ma sono troppo lontani.
Tengo una mano sulla maniglia e una sul muro in mattoni. Sono pronto a scappare.
Poi succede qualcosa. Le ombre scompaiono, come inghiottite dal terreno. Trattengo il respiro. Svuoto i polmoni. Mi rilasso.
Tutto si fa molto chiaro.
Un quartiere sotterraneo. Ci deve essere un ingresso da qualche parte. Ha inghiottito le ombre, mi farà scomparire.
Per un attimo sono me stesso nella sua forma più essenziale. Un impulso. Un fremito incontenibile.
Qualcosa dentro di me torna a vivere.

4.

La scala finisce in un lungo corridoio illuminato al neon. Il traffico di esseri umani è intenso. Arabi, africani, sudamericani, cinesi. Qualche bianco.
Il solito meltin’ pot del sottosuolo.
Senza dubbio il corridoio è una delle arterie principali del settore. È intitolata a Fidel Castro. Sotto il nome c’è solo la data di morte, marzo 2004.
Sono ricordi d’infanzia. La notizia sui megaschermi. Il sangue. La rivendicazione della CIA. Le folle. I carri armati statunitensi. L’invasione.
Mi fermo sul bordo della strada, mi appoggio al muro. È un negozio di animali. Alcuni li conosco. Altri sono modificazioni genetiche illegali, create per i salotti dei ricchi. Per le modelle e le rockstar.
Da un grosso acquario un pesce verde chiaro mi guarda. Ha occhi grossi e neri come quelli di un vitello. Di nuovo quella sensazione di apena.
Accendo una sigaretta.

Con il passare dei minuti la folla di avenida Fidel assume compattezza. Ogni secondo che passa è qualcosa di più omogeneo. Qualcosa di fluido e lento, come acqua.
Questa gente non si trova qui per caso.
Lo realizzo in un attimo. Lo capisco dagli sguardi, dall’andatura cadenzata, dal silenzio sospeso. Questa gente ha una direzione. Uno scopo. Una meta da raggiungere.
Qualcosa sta accadendo in fondo alla via, oppure oltre.
Adesso è lampante. Impossibile non comprenderlo. Non mi trovo in mezzo ad una trafficata via di un quartiere sotterraneo. Qui si respira un’atmosfera diversa. C’è qualcosa di grosso nell’aria. Qualcosa di sacro.
Questa è una processione, senza dubbio.

È chiaro che tutto questo non mi riguarda. Dovrei cercare un albergo per passare la notte. Dovrei mettermi in contatto con la digos e chiedere spiegazioni. Trovare una stanza buia e chiudere gli occhi e riordinare le idee.
Poi la vedo.
È in mezzo alla folla. Cammina lentamente, ciondolando appena. Ha lo sguardo fisso davanti a sé. Guarda qualcosa che sta oltre avenida Fidel, oltre il quartiere sotterraneo, da qualche parte nella sua testa.
Estela.
Conosco quello sguardo. So cosa significa sul suo volto. So che dovrei starne lontano, che potrebbe andarne della mia vita. Ma non importa. Non importa più niente, ormai. Ho bisogno di qualcosa di umano. Di una voce conosciuta, di un odore, di un corpo da stringere al mio.
Quello che sto per fare è un errore. Lo so e non mi interessa.
Corro in mezzo alla folla. Non sono esseri umani, questi, sono corpi senza vita. Li sposto come oggetti. Mi faccio largo tra braccia e gambe che non badano al mio passaggio, sembrano non accorgersi della mia esistenza.
La raggiungo. Indossa un abito di seta indiana. Sandali. Un anellino al naso, tanti anelli nelle orecchie.
La tocco. Mi vede. Per un attimo sembra non riconoscermi.
Poi sorride.

Interferenza

Inizialmente era contraddistinta da una sigla. Numeri, lettere. Non ricordo. E’ passato molto tempo, forse l’ho scordato.
Però c’era una sigla. Una volta. Quando ancora esisteva una concorrenza. Quando si parlava ancora di droghe estrinseche e di droghe intrinseche. Di droghe leggere e di droghe pesanti.
Una volta potevi decidere. Potevi restare in piedi a ballare la techno per quattro giorni e poi andare al lavoro come niente fosse. Potevi sniffare anestetico per cavalli e smettere di esistere per ore, giorni, settimane. Potevi aprirti, chiuderti, allontanarti, trasformarti, scomparire.
Fu una questione di pochi mesi. Man mano che le altre droghe sparivano dal commercio il suo nome si faceva più vago, più sottile.
Poi più nulla.
Bastava un’occhiata rapida, un breve cenno del capo, un’allusione. Era sufficiente per capirsi. Milioni di persone accomunate da un’unica esperienza collettiva. Tribù di giovani e imprenditori di successo. Segretarie e puttane. Guardie e ladri.

La “droga totale”, come la chiamavano i giornali, era stato il primo passo verso la nuova epoca. Era venuta prima della guerriglia. Prima dei quartieri sotterranei. Prima delle persecuzioni.
Era entrata nella vita delle masse con una naturalezza sorprendente. Aveva combattuto lo stress e la noia, la bulimia, le manie ossessivo compulsive. Tutti, seppure in misura diversa, ne facevano uso.
Io non l’avevo mai presa prima di allora. Ai compagni era vietato. La guerra santa era una questione di calcolo, non di fantasia. La purezza del corpo era un dovere verso la causa.
Credevamo si trattasse di un’evasione. Sbagliavamo. Non potevamo comprenderla. Non avevamo gli strumenti per spiegarla. Nessuna parola del nostro lessico era capace di definirla.
Ora lo so. Non era un’evasione.
Una nuova dimensione dell’esistenza, tutto qui.

5.

Camminiamo fianco a fianco, mano nella mano.
Alla mia destra c’è Estela. Alla mia sinistra c’è uno sconosciuto, un nero sui quarant’anni, alto, solido. Guardo i loro volti, cerco i loro sguardi. Non ci sono. Da nessuna parte. Penso che tutto questo è giusto. Non c’è stato nessun errore. Non c’è nessun significato.
Camminiamo piano, senza parlare. Percorriamo passo dopo passo la strada della salvezza. Che è anche la strada della disperazione, della nausea, del prurito: non abbiamo possibilità di scegliere, non la vogliamo.
La processione ha rallentato. Si è fatta ancora più compatta. Più densa. Un liquido oleoso, corpi che si sciolgono in altri corpi e scivolano sotto i neon di un quartiere sotterraneo.
Ci accalchiamo all’imbocco di una piccola via. Siamo pulviscolo. Massa che esplode in miliardi di singoli frammenti, eppure un unico essere.
Un singolo fatto, infinite interpretazioni.

All’improvviso mi accorgo di qualcosa. Le scritte. Le insegne dei supermercati, i cartelli stradali, gli slogan pubblicitari. Le lettere si confondono. Sfuggono. Si mischiano tra di loro.
È come una vertigine. Come se la testa mi si stesse riempiendo d’acqua, un’acqua calda e densa nella quale è possibile respirare.
Tutto questo è giusto.
Mi sento leggero, come non lo sono mai stato.

6.

Non c’è soluzione di continuità in quello che accade. Perché tutto accade, senza una causa e senza conseguenze.
La strada nella quale ci troviamo è stretta e buia. Ho l’impressione che vada aggrovigliandosi e stringendosi allo stesso tempo. Come il fondo di un imbuto. Come l’intestino di un grosso animale.
La processione si è fatta rumorosa. Canta. Mormora. Emette rumori incomprensibili, fischia, stride, sbuffa. Aspettiamo qualcosa. Quello che aspettiamo è vicino, sempre più vicino ad ogni passo.
Poi quel qualcosa succede, ed è una liberazione.
Il viottolo si allarga. Mi guardo intorno. Una piazza. Una piccola piazza tonda, circondata dai portici. Si fa silenzio, un silenzio religioso, soltanto il rumore dei passi sul grigio plumbeo dell’asfalto.
La piazza è gremita di persone. Qualcosa le attrae verso il centro. Guardo Estela, che è occhi sgranati e muscoli in tensione. Seguo il suo sguardo.
Allora lo vedo.
È qualcosa di luminoso. Un oggetto delle dimensioni di una valigia da viaggio, oppure un animale.
Un corpo. Un corpo rannicchiato che emana una luce chiarissima, bianca.
Centinaia di persone si stringono intorno a quella luce, come falene intorno a una lampada.

Interferenza

Non esiste soluzione di continuità. Esiste un unico errore, dal quale tutti gli altri derivano: la coerenza. La pretesa di essere uguali a sé stessi. L’obbligo di un significato.
Ti svegli una mattina con la consapevolezza della scommessa. Hai puntato tutto su una fuga disperata. Non ci sono mezze misure: se vinci sei salvo, altrimenti muori.
Poi basta un particolare, una nota stonata, una dissonanza. E tutto crolla. Le cose perdono il loro aspetto familiare. L’aria si fa rarefatta. Comincia il mondo della mitologia, l’universo degli impulsi animali.
Nessuna regola, solo la lotta per la vita.
Nessuna storia da raccontare, nessuna linearità del tempo. La strada che stai percorrendo si biforca. Scegli una direzione e si biforca di nuovo. E di nuovo e di nuovo, all’infinito.
Sei sempre più lontano dal tuo scopo ogni passo che fai, vorresti fermarti ma non ti è concesso. Allora cammini. Camminare produce stanchezza. La stanchezza produce certezze.
Smetti di alimentare il dubbio. Come per incantesimo la strada torna ad essere una sola.
È a solo allora che comincia la conoscenza.

Ad un certo punto il corpo si era tirato a sedere.
Un essere umano. Un bambino di cinque o sei anni, di etnia indefinibile. Pelle scura ma non nera. Occhi azzurri, vitrei.
Cieco, senza dubbio.
Porgeva le mani alla gente.
La gente chinava il capo, abbagliata da quella luce.

Il presente, non il futuro.
Li chiamavano con un nome particolare. Un termine orientale che significa “grande anima”. Specchi di carne e sangue del mondo che ti circonda. Fogli bianchi su cui il tuo sguardo imprime un segno.
Un attimo. Uno scorcio della tua vita. La verità, per un decimo di secondo.
Non il futuro, soltanto il presente. Con le sue conseguenze e le sue cause. Con le scelte e gli errori irrimediabili.
Guardarsi in faccia. Vedersi come da soli sarebbe stato impossibile.
Un istante di lucidità estrema dipinto negli occhi di un bambino.

7.

La massa di persone si stringe sempre di più. Sono sempre più vicino, risucchiato da una forza incontrollabile. Un gorgo, una spirale.
Poi arriva il mio turno.
Non capisco quello che sta succedendo. Corpi premono sul mio corpo. Si appoggiano alle mie spalle, spingono, invitano, impartiscono un ordine perentorio.
Tocco una mano minuscola.
Guardo la luce, cercando una risposta nel suo centro luminoso. Incontro uno sguardo senza vita, occhi ciechi, di un azzurro quasi bianco.
Resto a fissarli a lungo.
E vedo.
Tutto.

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II.

Entrata

Aprii gli occhi a mattino inoltrato. Mi trovavo in una grande stanza dalle pareti bianche, illuminata vagamente dalla luce del sole. Ero steso in un letto a due piazze. Al mio fianco non c’era nessuno.
Il luogo mi era familiare. Emanava vecchie sensazioni confuse, che non riuscivo a collocare nel tempo e nello spazio. Avevo la mente vuota. Nessun pensiero, nessun ricordo, nessuna emozione.
Mi tirai a sedere. Rimasi in attesa. Si aprì una porta in fondo alla stanza. Piano, come per evitare di svegliarmi. Era la porta del bagno. Lo sapevo, non sapevo perché.
Ne uscì una donna. Era nuda. Mi guardò e mi sorrise. Ricambiai il sorriso.
Andava tutto bene.

Pochi minuti dopo stavamo facendo colazione al tavolo della cucina. Estela sedeva di fronte a me. Guardavo i suoi capelli bianchi e le sue spalle sottili e mi piaceva. Mi piaceva il modo in cui sorseggiava il suo yogurt liquido, sfogliando una rivista di moda.
Finii la colazione e accesi una sigaretta. Mi alzai. Uscii sul balcone. Restai a guardare il profilo aguzzo della mole, i movimenti degli autobus elettrici, gli innumerevoli accessi ai settori sotterranei.
Poi rientrai. Mi lasciai cadere sul divano in pelle. Chiusi gli occhi. Li riaprii.
Non pensavo a niente. L’orologio digitale sul muro segnava le 11.45 del 26 luglio 2022. Non ricordavo niente. Non avevo un passato né un futuro, nessuna direzione da raggiungere.
Stavo bene.

Fu a quel punto che suonò il campanello. Guardai E

stela che si alzava dalla sedia e scompariva dietro la porta a vetri. Mi accesi un’altra sigaretta e rimasi seduto ad aspettare.
Poi Estela tornò in cucina. Tornò a sedersi e riprese in mano la sua rivista di moda.
Poi disse: “E’ per te”.
Allora notai che aveva parlato senza guardarmi.
Poi ricordai, ma a quel punto era già troppo tardi.

(photo by rakka – flickr.com)

gli altri

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Avete per caso visto passare una volpe?
(L. Buñuel)

Una sera qualsiasi.
Primi giorni d’estate, finiti gli esami, nessun impegno.
Alle nove e mezza squilla il telefono. Sono disteso sul divano a guardare una partita di rugby, ma ho il ricevitore a portata di mano.
Rispondo.
Solita storia: suoni confusi, interferenze, voci che si accavallano.
Una volta facevo fatica a capire, ma ormai ci sono abituato. I rumori e i discorsi sono quelli tipici di un paese di provincia: fiume, moto, pettegolezzi, droghe.
Sono alla panchina, ne sono certo.
Uno slargo sulla strada, una scala che scende, una piccola fontana: è il nostro punto di ritrovo.
Vado. Devo andare.

Look indie, questa sera.
Calzoni qualsiasi, maglietta gialla troppo stretta, converse, capelli sulla fronte. Ragazzo indie controlla di avere le chiavi. Ragazzo indie saluta la madre, poi esce.
Arrivo alla panchina in cinque minuti.
Tardi. Tardissimo.
Bottiglie di birra vuote. Un pacchetto di sigarette. Un fiore dimenticato sulla panchina.
Sono rimasti in tre: due ragazzi e una ragazza. Gente che conosco di vista. Non so come si chiamino, non so che cosa facciano delle loro vite.
Giri diversi.
Mi aggiorno sulle novità. A si è trasferita a Bologna in via definitiva. B ha fatto un incidente in moto, su in collina. Si è rotto una gamba, ma poteva andargli peggio.
Chiedo degli altri.
Sono appena partiti, dicono.
Una partita a calcetto. Qualcuno era in moto. In paese. Quale calcetto? Calciobalilla, specificano.
Dire calcetto è come cercare un ago in un pagliaio. Ma io ci sono abituato. Escludo alcune possibilità. Analizzo le restanti. Escludo di nuovo.
Ho trovato.
Saluto i superstiti della panchina.
Salgo in macchina.

(In auto ascolto: Arctic Monkeys – Whatever say I am, that’s what I’m not)

Calcetto del Tobruk, di solito il nostro calcetto.
Questa sera non si vede anima viva. Le solite due o tre facce al videopoker. Un gruppo di skin seduti sul marciapiede. Due ragazze in minigonna.
Parlo con C, il barista, amico di vecchia data.
Mi racconta la sua settimana al mare.
Discorso confuso. Una discoteca. Una ragazza. Una stanza d’albergo. La ragazza è sadomasochista. Un’amica. Urla. La strada. Il mare. L’alba.
Decido di farmi una birra: a questo punto non c’è fretta.
C va e viene tra il banco e i tavoli.
Parliamo del campionato di calcio appena concluso e dei mondiali imminenti. La Juve finisce in serie B. I mondiali li vince il Brasile.
D, un amico comune, quest’anno ha fatto parecchi soldi alla SNAI.
Il calcioscommesse. Guardo l’ora. Le scommesse sono un’alternativa a questo lavoro di merda, dice C. Le dieci e mezza.
Devo andare.
Non so dove.

Parcheggio del Tobruk: molte facce, nessuna conosciuta.
Sono indeciso sul da farsi. Accendo una sigaretta. Aspetto qualcosa.
Qualcosa arriva. Il cellulare squilla. Rispondo. Sono loro. Questa volta il rumore è più forte. Interferenze intensificate. Voci di molte persone e chill-out che sembra provenire da lontano.
Un locale.
Poi qualcos’altro: rumore d’acqua.
Un locale al lago.
Ci sono.

(In auto ascolto: Bloc Party – Silent Alarm)

Direzione lago maggiore.
Attraversare il paese. Prendere la statale del Sempione per quindici chilometri. Svoltare.
Oppure: prendere l’autostrada e lasciarla alla prima uscita senza casello.
In piazza qualcuno mi chiama.
Amici che non vedo da tempo. Amici che non ho voglia di vedere. Ragazzo indie registra il lampeggiare di abbaglianti. Ragazzo indie accosta, scende, stringe mani.
Guardo l’ora di sfuggita: le undici passate.
In ritardo sulla tabella di marcia.
Un ritardo che potrebbe costare benzina, minuti al volante, altro ritardo.
Gli amici chiedono se voglio fare una canna. Dico che ho appuntamento con gli altri. Dicono che una canna non si rifiuta a nessuno.
Grado di convivialità della marijuana: molto alto.
Una canna non si rifiuta a nessuno.
Li seguo. All’incrocio del Kabiria ci infiliamo verso la collina. Strada che diventa sterrata. Finestrino aperto. Notte estiva.
Accostiamo al ponte diroccato della circonvallazione.
Rumore di grilli. Lucciole. Profumo d’estate e profumo d’erba che si propaga nelle vicinanze.
Raccontano che F e G sono finalmente andati a vivere insieme, ora che G ha trovato lavoro in una fabbrica.
F è molto carina, dicono.
F è un ricordo di gioventù. Estate di quattro anni prima. Campi di grano. Feste del liceo. Vespa cinquanta special.
Da due settimane sto uscendo con F.
Una notte succede qualcosa.
Da quel punto in poi le cose cominciano a complicarsi.

Di nuovo nel 2006.
Anche la seconda canna è finita. Guardiamo le stelle. Restiamo in silenzio.
Sono il primo a parlare: devo raggiungere gli altri.
Di nuovo mani che stringono, pacche sulle spalle.
La macchina si muove lenta nel buio, come se strisciasse.

(In auto ascolto: Radio Dept. – Lesser Matter)

Sono fermo da un semaforo, in paese.
Un incrocio. Dall’altra parte della strada una piccola piazza. Nella piazza delle auto. Tra le auto un’Opel Corsa verde scuro. Qualcuno sta salendo sull’auto.
Un flash: è K.
K sta salendo sulla sua auto.
K sa dove si trovano gli altri.
K è gli altri.
Suono il clacson ma non mi sente. Accende il motore proprio quando il semaforo diventa verde. Decido di seguirlo.
Previsioni disattese: a quanto pare niente lago.
Prendiamo per la collina, seguendo i cartelli stradali per Torino. Strade sinuose come bisce. Colline che ospitano cinghiali e messe nere.
Poi un rettilineo. L’auto di K accelera, troppo per stargli dietro: qualche istante dopo è sparita dalla mia visuale.
Non importa.
A questo punto del tragitto la meta può essere una sola: casa di M.
Ne sono certo.
Mi fermo per fare benzina e ne approfitto per cambiare cd.

(Inserisco nel lettore: Graham Coxon – Happiness in magazines)

Casa di M, luci spente.
Potrei suonare il campanello.
Non lo faccio. Un attimo di silenzio per fermare la notte d’estate. Penso ai segmenti invisibili che collegano le cose.
Una casa. Una strada. Un bar. Un’auto. Un lago. Un’altra casa.
Luci. Persone. Storie.
La rete.
Un impulso elettronico tra le maglie della rete.
Un collegamento ipertestuale.
Ogni nodo è una storia.

Un attimo, poi si riparte.
Chiamo M sul cellulare: spento. Chiamo R, sua sorella. È in casa. Io sono sotto casa. Dice: non posso farti salire. Scendo io.
Aspetto qualche minuto. Accendo una sigaretta. Cammino per il cortile.
Arriva.
M non c’è. È uscito, dice. L’interpretazione non era sbagliata: sono andati al lago. Un lago, l’altro. È tornato J dall’Egitto. J ha portato un regalo per gli amici.
Serata con l’erba sul pontile del Lido.
Vorrei raggiungerli, dovrei farlo.
R chiede se ho un attimo. Una sigaretta, dice.
Dico di sì.

Porte che si aprono: R ora vive a Milano.
Sta in casa con S, una ragazza che ho conosciuto in Irlanda cinque anni fa.
Un universo che si svela: vita della periferia milanese. Passanti ferroviari. Penny market. Cartelloni elettorali.

Sediamo su un muretto, la recinzione di un campo incolto.
R indossa un paio di sandali. Insetti come falene ci volano attorno. Odore d’erba tagliata e fumo delle nostre sigarette.
Un’altra storia. N ha dormito a casa loro, qualche tempo prima. N sembrava impazzito. Diceva di pensare seriamente al suicidio.
Un momento sospeso: N era del gruppo, una volta.
Ora non lo è più.
Pare sia andato in Sud America per stare lontano dalle droghe.

Devo salire in macchina.
Devo raggiungere il lago, fare un ultimo tentativo.
R mi bacia su una guancia.
Un bacio che ha tutto il sapore dell’estate.

(In auto ascolto: Babyshambles – Down in Albion)

Venti minuti di strada statale e sono al lago.
Il pontile. L’albero. Il tavolo di pietra.
Nient’altro.
Deserto, come immaginavo.

Ho parcheggiato l’auto.
Sono in piedi sul pontile. C’è vento, qui. Il lago è una macchia scura che non finisce da nessuna parte.
C’è silenzio.
Ci sono le tracce di un passaggio, le solite: bottiglie, pezzi di carta, pacchetti di sigarette.
Mi siedo in terra.
Guardo l’ora: le due e mezza passate.
Una notte d’estate come tante altre.
Voglio dormire.

(photo by HAMACHI! – flickr.com)

alcune porte restano chiuse

torino.jpg


1.

Fino a dieci anni B visse oltre Dora, in appartamento. Tutte le otto porte della casa erano di colore verde scuro.
Una porta chiusa significava silenzio. Tabù. Qualcosa che non si poteva dire.
La camera dei suoi genitori: crisi matrimoniali, lacrime, sesso.
Lo studio di suo padre: rapine, omicidi, stupri.
Suo padre era giornalista di nera per un piccolo quotidiano. Un lavoro poco redditizio anche negli anni Sessanta. L’altra faccia di Torino. La poltiglia della città industriale.
Invece sua madre aveva insegnato matematica alle elementari.
Un giorno aveva preso a schiaffi un bambino. Aveva estratto la riga dal cassetto e aveva minacciato di ucciderlo.
Per questo motivo erano cominciate le pillole.
E tutto quel tempo chiusa nella stanza da letto, in perfetto silenzio.

Poi un giorno la porta non s’era più aperta.
Era estate. B aveva da poco compiuto dieci anni. Era arrivata l’ambulanza e avevano buttato giù la porta.
Quella sera stessa sua padre gli aveva parlato.
“La mamma non sta bene”, aveva detto. “Hanno dovuto portarla in ospedale”. Però non riusciva a guardarlo negli occhi.
Due giorni, poi sua madre era morta.
B aveva accolto la notizia in silenzio. Si metteva alla finestra e restava a fissare i campanili di Porta Palazzo.
Taglienti. Appuntiti, come le unghie di una donna.

Soltanto molti anni più tardi venne a sapere che cosa esattamente avesse ucciso sua madre.
Avvelenamento da benzodiazepine: un tubetto di Tavor.
“Non potevo crederci”, gli disse in quell’occasione suo padre. “Un giorno c’era, e il giorno dopo era scomparsa. Non potevo crederci: aveva premuto un interruttore, e si era spenta”.

2.

Dodici anni dopo esplose la stazione di Bologna. B ricevette una telefonata: un amico di Lotta Continua. Chiamava da Moncalieri, da una cabina.
“I fascisti”, diceva, “sono stati i fascisti”.

A quel tempo B aveva lasciato l’università da un pezzo.
Dipingeva. Faceva da assistente ad un vecchio artista, uno che aveva contato qualcosa negli anni Cinquanta e Sessanta.
Nel ‘54 un suo quadro era stato esposto al Moma di New York, per qualche settimana. Adesso il vecchio era gobbo e faceva fatica con i particolari: per questo aveva bisogno di un assistente.

Lavoravano otto ore al giorno, poi cenavano assieme.
A volte B restava qualche ora dopo cena. Sedevano intorno alla stufa bevendo birra.
Il vecchio aveva vissuto vent’anni sotto il regime di Franco, a Madrid, per amore di una donna. Gli piaceva parlarne.
Altre volte, la sera, camminavano per le vie desolate della periferia. Guardavano i palazzi e gli alberi.
Mani deformi emerse del cemento, diceva il vecchio.
B annuiva.

Erano andati a vivere, suo padre e lui, in un terzo piano in fondo a corso Francia. Quasi in piazza Massaua, a due passi dal multiplex.
Si erano comprati la televisione e un piccolo cane da appartamento. Il cane si chiamava Santiago.
Nel corso degli anni Settanta la televisione aveva sostituito il giornale. Avevano visto tutto: Piazza Fontana, il Cile, Moro, tutto.
Grazie alla tv, in un certo senso, B era diventato comunista.

Un giorno successe una cosa: nello studio del vecchio pittore entrò Salvador Dalì. Era vecchio e acciaccato, ma si trattava di Salvador Dalì. Non c’erano dubbi.
B non sapeva cosa dire.
Poi disse: “Le chiamo il principale”.
Il vecchio non si scompose. Si salutarono affettuosamente e uscirono in strada a braccetto. B rimase pensoso. Pensò a lungo e concluse che stupirsi delle cose è un errore.
“Va bene così”, pensò.

Poi successe un’altra cosa.
Un pomeriggio di maggio suonò il campanello. Era Milena, la nuova compagna di suo padre. Indossava un abito color pesca che spiccava sull’azzurro delle pareti.
Dissero tutto in un attimo.
“Pensiamo che convivere sia il modo giusto di affrontare le cose”, disse suo padre.
“Va bene”, disse B. Poi cominciò a pensare che doveva cercarsi una casa. Fare i bagagli. Per un periodo sarebbe andato a vivere dal vecchio pittore, pensò. Ma il giorno in cui salutò suo padre provò la sensazione di essere fatto di carta.
“Va bene così”, si disse.


Parentesi

Sette anni più tardi era a Berlino.
Caterina era giovane e bellissima.

Dopo aver lasciato il multiplex di piazza Massaua B era tornato oltre Dora.
Molto oltre. Una soffitta in via Cigna. Un unico locale spoglio, dove aveva sistemato le tele, il letto, lo stereo, un piccolo canestro.
Era tornato sulla Dora per vedere ancora i campanili di Porta Palazzo.
Ne immaginava ormai le radici, come un paio di canini.

Per quattro anni aveva smesso di dipingere.
Questione di affitti.
Aveva trovato lavoro in un market non lontano da casa. Si era fatto amici calabresi immigrati per lavorare alla Fiat, e che invece erano rimasti disoccupati. Giovani tossici reduci dal ’77. Vecchie vedove adoratrici del male.
Tutta la sottoumanità della periferia.
Caterina l’aveva convinto a ricominciare con i quadri. L’aveva conosciuta d’inverno, i capelli del colore delle foglie secche.
Avevano cominciato a vivere insieme.

Caterina lavorava per la radio. Girava con un registratore a tracolla, faceva interviste che poi spediva alle persone giuste.
E le persone giuste mandavano la voce di Caterina nell’etere.

Questo Wim aveva telefonato un giorno a casa loro. Chiamava da Berlino.
“Ragazzi, dovete venire qui”, aveva detto. “Tutto trema sempre di più. Succederanno grandi cose”.
Era un vecchio amico di Cate. Lei era intenzionata a raggiungerlo. B non lo sapeva, però a Torino non aveva nulla da fare.
“Perché no?”, si era detto alla fine.

Erano arrivati a Berlino con la 127 di Cate.
Ottobre ’88: un freddo ruvido, da piangere. In macchina c’erano una cassetta di Gianna Nannini e una dei Mudhoney.
Wim aveva trovato loro un’altra mansarda. A Schömberg. Le scale erano il colore della polvere, ma gli usci delle abitazioni di un rosso intenso.
Lui e B andarono subito d’accordo.
Wim era alto, riccio, biondo. Portava i baffi. Lavorava in un’officina meccanica e componeva musica elettronica. Il suo modello erano i Kraftwerk.
B invece era senza lavoro.
Ma l’atmosfera era elettrica, si poteva guadagnare qualche soldo in qualunque modo. Imbucando giornali nelle cassette della posta. Vendendo qualche quadro. Lavando i piatti in un ristorante per una settimana.
Invece Cate girava con il registratore e sembrava soddisfatta.

B dipingeva figure umane. Eredità del vecchio pittore amico di Dalì: figure magre, spettrali. La gente che aveva sempre visto.
Wim aveva qualcosa di ridire sui nudi.
“L’uccello”, diceva. “A questo qui gli manca l’uccello”.
B correggeva.
C’era anche un’altra persona nel giro. Si chiamava Reiner. Un tecnico delle luci specializzato in teatro. Era omosessuale. Un elettricista gay.
Reiner stava al confine con l’Est, solo, proprio sopra il check-point.
Dalla finestra si vedeva il cambio della guardia. Con Wim condivideva solo la passione per l’elettronica, per i Kraftwerk in particolare.
E una storia: raccontava di aver fatto le scuole medie con Fassbinder. E diceva di averlo baciato sulla bocca, una volta.
Reiner raccontava e Wim gli dava corda.
Cate era scettica. B si stringeva nelle spalle.

Nel novembre del 1989 cadde il muro.
La sera del nove si ubriacarono tutti.
La mattina del dieci successe qualcosa di strano: si guardarono negli occhi e capirono che era finita. Erano imbarazzati. Non avevano più niente da dirsi.
In quell’imbarazzo Cate scoprì di essere incinta.
“Vorrei che nascesse in Italia”, disse a B.
Impacchettarono le loro cose in meno di un mese.
Dischi, libri, un orso di peluche che B aveva regalato a Cate per il compleanno. Salutarono Wim e Reiner, con la promessa di tornare, un giorno, forse.
Festeggiarono il natale ad Alessandria, dai genitori di Cate. Una buona cena. Il camino. La grappa. Il discorso del presidente della repubblica in tv.

Più tardi B chiamò suo padre per dirgli che sarebbe diventato nonno.
Per un pezzo dall’altro capo della linea non si sentì niente.

3.

Every time I rise I see you fallin’
(Placebo)

“Adesso devo trovarmi un lavoro”, diceva B in quell’inverno gelido. “Non posso mica continuare a dipingere. Voglio dire, i pannolini, la scuola…”
Cate sorrideva.

A questo punto B aveva trentadue anni.
Sapeva fare il pittore e il cassiere. Sapeva anche distribuire giornali e lavare piatti, ma nel 1990 in Italia le cose non andavano così bene.
Ai colpi di fortuna non ci credeva. Ma non credeva nemmeno alla logica e ai sensi di colpa.
Tornò alla casa di via Cigna: vuota.
Tornò al market sotto casa. Lo accolse una vecchia cieca da un occhio. Una che lavorava con lui già due anni prima e con cui aveva fatto un po’ amicizia.
Teneva il banco del pesce. Usciva con lui a fumare ogni ora.
“Sei fortunato”, gli disse la vecchia.
Era andata così: quando B era partito per Berlino avevano assunto al suo posto un ragazzino di diciotto anni. Uno magro con i capelli lunghi. Poi avevano scoperto che questo ragazzino era un tossicomane.
Loro avrebbero voluto licenziarlo, solo che il ragazzino era finito sotto un tram a Venaria.
B ascoltò la storia e andò dal padrone.
Quel giorno stesso ottenne il suo vecchio posto di cassiere.

1990: la tv trasmetteva Falcone e Borsellino.
La sentenza d’appello del maxiprocesso lasciò tutti scontenti.
Nel frattempo il partito comunista si era sciolto. B non era più comunista. Non era più niente.

Segnali.
Poi crollò tutto.
Caterina perse il bambino.

Per molte sere restarono seduti l’uno accanto all’altra, in silenzio.
B smise di dipingere esseri umani. Cominciarono le forme geometriche. Spirali. Punte. Macchie di colore.

Ma Cate era cambiata: sembrava un oggetto vuoto.
A volte si scordava di cenare. Altre non andava in radio. Tutta la faccenda stava andando a puttane.
Lo sapevano, ma non riuscivano ad evitarlo.

Una sera, tornando dal lavoro, B non la trovò in casa. Aspettò al tavolo della cucina. Poi alla finestra. Poi sul divano, davanti alla tv.
Rimase ad aspettare tutto il giorno, pensando che era di nuovo agosto.

4.

I quadri di B cambiarono di nuovo.
Poche pennellate. Una macchia azzurra: il cielo. Una macchia rossa: una storia.

Pensò di cambiare casa. Ma a quel punto non gli importava più.
Conosceva la gente del quartiere. Aveva un amico senza gambe. Due erano spacciatori. Una faceva la prostituta, poi le era venuta l’asma.
Il medico le aveva somministrato quintali di cortisone. Si era gonfiata tutta ed era diventata giallina.

Non cambiò casa. Non cambiò lavoro. Il tempo cominciò a passare come mai prima d’allora.

Cinque anni dopo la morte del bambino successe qualcosa.
B dipinse un quadro totalmente rosso.
Ma ancora non andava.

Poi arrivò a chiedersi cosa fosse successo.
Era sempre ubriaco. Aveva cominciato a bere? Quando?
Però teneva una bottiglia di vodka nel freezer. Dopo cena scendeva al bar sotto casa. Quando la saracinesca cominciava ad abbassarsi usciva.
Notti che sembravano deserti: semafori e bottiglie rotte. Qualche skin, ma conosceva anche loro.

La mattina faceva colazione con lo spumante. Ma sul lavoro era efficiente, cortese con i clienti.
Non rubava soldi dalla cassa come certi suoi colleghi. Prendeva per sé lo yogurt appena scaduto e la frutta un po’ ammaccata, ma questo lo facevano tutti.

Senza attese e senza ricordi.
Gli stessi identici gesti, per quindici anni.

Ritorno

Una mattina di dicembre del 2005 suonò il campanello.
Fuori faceva freddo. Aveva nevicato. Neve indurita ai bordi delle strade. Tram gialli strisciavano sull’asfalto come bruchi.
B faceva colazione: spumante e biscotti.
Se ne stava seduto sul divano. Quando suonò il campanello si alzò in piedi, ma non aprì. Si mise a studiare un quadro azzurro, appeso alla parete sopra il letto, masticando un biscotto.
Poi sciacquò la bocca con una golata di spumante.
Il campanello suonò di nuovo. Questa volta B andò ad aprire.

Cinque minuti dopo Caterina sedeva sul divano. B le stava di fronte, su una sedia. Aveva entrambi la sigaretta accesa.
Restavano in silenzio. Non si erano ancora toccati.

Mezz’ora più tardi aprirono un’altra bottiglia di spumante. B ne teneva sempre una di riserva, sotto il lavandino.
Riempì due bicchieri di plastica.
Guardò Cate, ma lei non lo guardava. Fissava le tele bianche appese alle pareti. Ce n’erano molte. Quindici, forse venti. Misure diverse. Tutte bianche.
“Che cosa ci dipingi?”, chiese Caterina.
B scosse la testa.
“Sono finite”, disse.

Cate cominciò a raccontare.
Roma. Poi di nuovo Berlino. Wim s’era beccato l’aids. Reiner viveva con una ballerina, bellissima.
Poi New York. Corrispondente estera della Rai. Un vecchio che aveva conosciuto una sera a Brooklin. Uno che diceva di essere J. D. Salinger, a New York per un ultimo romanzo.
Poi l’undici settembre.
La polvere.

B raccontò solo una cosa: le passeggiate sulla Dora, la domenica mattina.

Pranzarono insieme. Al pomeriggio si mise a nevicare. Guardarono un film in televisione, poi Cate disse qualcosa.
“Perché quelle tele bianche?”, chiese.
B scosse la testa.
Lei non insisté.

(photo by we-make-money-not-ar t’s photos -flickr.com)

bovisa killer

mr-jaded.jpg

Novembre.

Avevano preso in gestione un piccolo supermarket per la stagione invernale. Vendevano frutta esotica e calze da donna, riviste spinte e attrezzi da lavoro, vendevano perfino qualche vecchia radio a transistor. Il locale era angusto ma accogliente, pulito, ordinato.
La vecchia proprietaria, una domenicana che era arrivata a Milano negli anni ottanta su un volo merci, era tornata a Santo Domingo a trovare i figli che non vedeva da otto anni. Aveva lasciato il negozio a Giulio, che era il suo unico commesso.
“Ritorno in primavera”, aveva detto. E poi: “I soldi che guadagni sono soldi tuoi”.
Giulio l’aveva accompagnata a Malpensa, poi si era trovato da solo in negozio, con le saracinesche abbassate.
Aveva preso in mano il telefono e aveva chiamato Pietro, il suo migliore amico.

Era arrivato quando già stava facendo buio, con il motorino giallo anche se la temperatura non superava i due o tre gradi. Aveva una grossa borsa piena di vestiti e di libri e di dischi. Conosceva bene quel posto. Anche lui aveva vissuto in Bovisa, quando faceva l’università. Era lì, da qualche parte, che aveva parlato con Giulio per la prima volta.
Era entrato dalla saracinesca alzata a metà. Lui e Giulio si erano stretti la mano. Poi, come se fosse stato a casa sua, Pietro aveva preso due birre dal frigorifero.
E in un certo senso, aveva pensato, questa è la mia nuova casa.

Sul retro c’era un bagno con anche la doccia e una stanza quadrata che Estela, la domenicana, usava per parcheggiare la bicicletta. Loro la pulirono la riordinarono e ci misero due brande per dormire. Ci misero anche un tavolo sul quale piazzarono il computer portatile di Pietro.
“Per non pagare l’affitto di un appartamento”, aveva detto Giulio al telefono, due o tre ore prima.
Poi erano andati a casa di Giulio a prendere Lucky. Lucky era un cane e aveva dei problemi psicomotori seri, per questo Giulio l’aveva tenuto con sé. L’avevano trovato una notte, lui Pietro e la sorella di Pietro che si chiamava Martina. Era legato a un palo vicino alla stazione del passante ferroviario. Era agosto, faceva caldo, avevano la bocca secca per la sete e per i negroni di un aperitivo.
Avevano deciso di portarlo a casa.
Martina, che aveva diciassette anni, aveva detto che quel cane aveva qualcosa che non andava, loro l’avevano trovato, era un cane fortunato. Aveva detto di chiamarlo Lucky, come una canzone dei Radiohead.
Quella sera Giulio aveva pensato che aveva ventidue anni e che stava per farne ventitrè. Martina invece aveva diciassette anni e pensava che ne avrebbe avuti diciassette per tutta la vita.

Dicembre.

Il lavoro andava discretamente. Non richiedeva molto impegno e il primo mese aveva fruttato quasi seicento euro a testa tolte le spese. I fornitori telefonavano la mattina presto, i clienti si chiedevano dove fosse Estela, ascoltavano le spiegazioni, se ne andavano soddisfatti.
Si era messo a fare ancora più freddo, il motorino di Pietro una mattina non era partito e da quella volta non era partito più. Martina veniva a trovarli quando usciva da scuola. A volte pranzavano insieme. Altre volte Martina restava al negozio e loro andavano al politecnico, vendevano qualche grammo d’erba agli amici, a volte Pietro giocava a calcio nel cortile del poli mentre Giulio parlava con una ragazza su una panchina.

Vendevano pannolini alle mamme, riviste d’auto ai papà, sigarette ai figli.
La stanza da letto, quella che Estela aveva usato come ripostiglio, si era riempita di abiti e dischi. Le casse del portatile di Pietro mandavano musica a basso volume tutto il giorno, Massive Attack, Portishead, Air.
Lucky stava nel cortile interno, ma lo facevano entrare all’ora di cena. Cenavano assieme, loro due e Lucky, poi a volte uscivano, altre volte restavano in casa.

Aveva cominciato a nevicare e due giorni dopo tutta Bovisa era sommersa dalla neve. Il muro diroccato, le gru, i capannoni. Tutto.
Una domenica pomeriggio Giulio aveva svegliato Pietro e Pietro gli aveva chiesto: “Che ore sono?”
“Le tre meno un quarto.”
Avevano passato la notte ad un rave fuori città ed erano tornati all’alba. Fuori stava facendo buio di nuovo.
“Possiamo portare Lucky al parco”, aveva detto Giulio.
Faceva freddo ma il cielo era limpido e rossastro. Lucky correva nella neve mentre Giulio e Pietro fumavano appoggiati alla saxo verde di Giulio. Faceva un freddo tremendo. Erano le otto di sera, erano svegli da cinque ore e avevano pranzato da tre.

La mattina di natale il corriere della sera, cronaca di Milano, titolava: “Killer di Natale”. E l’occhiello diceva: “Brutale omicidio in Bovisa, macellaio fatto a pezzi da sconosciuti. L’assassino ha usato i coltelli da lavoro della vittima”.
Poi c’era una foto, e sotto la foto un nome e un’età, cinquataquattro anni.
Pietro lesse l’articolo senza interesse. Si chiese se conosceva il morto e si disse che non lo conosceva.
Allora andò a farsi una doccia, perché quel giorno, per natale, avrebbe pranzato a casa di sua madre.

Gennaio.

Il negozio era rimasto chiuso per natale fino al sette, dopo l’epifania. Il capodanno l’avevano fatto in due posti diversi, ma tutti e due a Milano. Erano tornati in negozio la sera dei sei e tre giorni dopo era morto Lucky.
Avevano sempre discusso su chi dovesse cambiare l’acqua alla ciotola del cane. Avevano deciso che Pietro, la mattina, doveva rompere il ghiaccio che si era formato durante la notte e cambiare l’acqua. Però Pietro se ne dimenticava sempre, e capitava spesso che discutessero.
Una mattina si erano alzati e avevano trovato Lucky morto in cortile. Era freddo e rigido, non avevano nemmeno il coraggio di toccarlo. Attaccata alla ciotola ghiacciata c’era una cosa piccola e scura, sembrava una prugna secca, invece era un pezzettino della lingua di Lucky.
Avevano sollevato il cadavere e l’avevano buttato nel cassone della spazzatura, ma tutto questo in silenzio. E Giulio era rimasto silenzioso per tutta la sera e anche per i giorni dopo, e di colpo qualcosa era cambiato.
Dopo le cose avevano cominciato a peggiorare.

Il secondo omicidio era arrivato verso il quindici. Questa volta si trattava di una cucitrice cinese, una donna di quarantasette anni. L’assassino l’aveva rapita per strada, l’aveva violentata, le aveva rotto l’osso del collo e poi l’aveva lasciata in un campo, contro le macerie di un capannone industriale.
Avevano visto la polizia e l’ambulanza e avevano visto il cadavere coperto dal lenzuolo bianco. Tornando verso il negozio Pietro aveva detto: “Io questa la conoscevo”. E Martina, che era andata con loro, aveva detto che i cinesi sono tutti uguali. Giulio non aveva detto niente.
Già il giorno dopo tutto il quartiere parlava del mostro della Bovisa.

“Un mostro in Bovisa” era il titolo dell’articolo che Martina stava leggendo, sul corriere, cronaca di Milano, prima pagina.
Li andava a trovare più spesso, ora che Lucky era morto. Passava per fare due chiacchiere con suo fratello, lo portava a bere un caffé, a fumare una sigaretta sotto l’enorme antenna della tv. Giulio usciva molto spesso, tornava a casa tardi, a volte la mattina non si svegliava. Frequentava una ragazza che Pietro e Martina non conoscevano.
Fuori tutto era gelato, gli spacciatori agli angoli delle strade erano gelati, gli studenti di architettura erano gelati. La gente giocava al lotto, comprava i giornali, saliva e scendeva dagli autobus.
Il serial killer del quartiere, o i due assassini occasionali, giocava o giocavano al lotto, comprava o compravano i giornali. La stanza da letto dietro al negozio, come al solito, era piena di musica.

Prima che arrivasse la fine del mese c’era stato tempo per un altro omicidio. Si trattava di una studentessa di architettura di vent’anni. L’avevano trovata con la gola tagliata, sul sedile di una golf grigia, in un vicolo vuoto, pieno di ghiaccio e immondizia.
L’avevano ammazzata di giorno, sotto gli occhi di tutti. Non l’avevano violentata, non c’erano nemmeno segni di colluttazione, sembrava che si fosse fatta tagliare la gola tranquillamente. La polizia non sapeva cosa dire. Non c’era legame tra gli omicidi. Chi ammazzava non lasciava tracce, era bravo, o erano bravi, e fortunati.
In quel periodo erano cominciati i sospetti. Tutti sospettavano di tutti, i milanesi degli immigrati, gli egiziani degli ucraini, i baristi dei loro clienti e i clienti dei baristi. E qualcuno, profeticamente, aveva scritto sul muro di una casa: “bovisa killer, quartiere a rischio”.

Febbraio.

Martina non c’era, non si vedeva da un pezzo, e Pietro era in negozio. Giulio si era preso la mattinata per dormire, poi era uscito a farsi un panino, ora camminava nel cortile ghiacciato e deserto del politecnico.
Stava seduto su una panchina. Guardava le facce dei passanti e pensava che ognuno di loro era il mostro della Bovisa, bovisa killer, come si diceva, almeno potenzialmente. Ognuno di loro era un assassino, da qualche parte, oppure una vittima.
C’era un sole pallido e automobili nel parcheggio della stazione, e il passante ferroviario che si muoveva in silenzio. Pensava alla ragazza con cui stava uscendo, lei non era di Bovisa, non correva rischi. Le giornate erano lunghe e vuote. Le notti confuse. Ora aveva mal di testa.
E pensava a Martina, lei ogni tanto spariva, non chiamava, non si faceva più vedere. Aveva diciassette anni, anche Giulio aveva avuto diciassette anni un secolo fa. Gli mancavano i diciassette anni e gli mancava Martina.

La prima settimana di febbraio c’erano stati altri due omicidi. Due pensionati, marito e moglie, erano stati ammazzati con un colpo di pistola alla nuca, nel loro appartamento al quinto piano. La pistola aveva il silenziatore e nessuno aveva sentito gli spari.
Quattro giorni più tardi un uomo era stato ucciso a calci da altri tre uomini, certi, avevano detto, che si trattasse del mostro, o almeno di uno dei mostri.
Il morto aveva ventisette anni, soffriva di schizofrenia paranoide da dodici. I tre uomini erano stati arrestati. I giornali e la televisione invitavano alla calma, i telegiornali riprendevano le scene degli omicidi. Il sindaco di Milano e il capo della polizia avevano tenuto un discorso nel quartiere. La gente aveva paura.

Dietro i vetri del negozio l’atmosfera era sospesa. Ormai facevano vite diverse, frequentavano compagnie diverse, Martina non la vedevano quasi più. Pietro lavorava la mattina, Giulio il pomeriggio. Il quartiere era pattugliato giorno e notte dalle volanti della polizia, erano scomparsi gli spacciatori, erano scomparsi gli studenti.
Era tutto freddo e ghiacciato e vuoto. Le giornate passavano tutte uguali, Giulio chiudeva la saracinesca del negozio, prendeva un autobus per Cadorna e pensava al pomeriggio con Pietro e Lucky al parco Sempione. Pensava a Estela e a Martina e pensava che se Lucky non fosse morto tutto questo non sarebbe successo.

Ormai c’era un omicidio ogni tre o quattro giorni. Un immigrato egiziano, un’impiegata, un vecchio tossicomane.
Era il più eclatante caso di cronaca nera degli ultimi quindici anni. La polizia nel quartiere era triplicata. L’inefficienza delle misure repressive destava scandalo, arrestavano un uomo e la notte stessa un altro uomo veniva ammazzato.
Il corriere della sera aveva scritto che gli assassini erano molti, sconosciuti, gente anonima, forse le stesse vittime. Sembrava che tutti, nel quartiere, senza un motivo, avessero cominciato ad uccidere.

Marzo.

Nel mese di marzo la carneficina aveva raggiunto il suo apice, e proprio a quel punto Giulio e Pietro avevano festeggiato il compleanno di Martina.
Fuori la situazione era andata progressivamente mutando. Ormai nessuno parlava più del mostro, o dei mostri. Il fenomeno era chiaramente dilagato, seppure un mostro c’era stato ora ce n’erano centinaia, forse tutto il quartiere. Chi uccideva spesso si costituiva, altre volte si impiccava con le calze di nylon della moglie. Altre volte resisteva alla polizia e veniva ucciso in una sparatoria. Altre volte ancora scompariva nella mischia, lasciava il quartiere, o tornava a uccidere.
Le autorità, la polizia, il sindaco, gli assessori e i politici di Roma, tutti insomma chiedevano di evacuare il quartiere, tutti si dicevano d’accordo e nessuno se ne andava. Qualcosa teneva gli abitanti del quartiere legati al quartiere, e alla probabilità di una morte violenta. Nessuno sapeva cosa fosse ma nessuno si faceva troppe domande.
Fuori era ancora tutto congelato, nonostante fosse marzo, e anche nelle case era tutto congelato, e anche le persone erano congelate. Un inverno che sembrava infinito.

Era arrivata dopo la scuola, come faceva nei primi mesi del loro lavoro al negozio. Avevano pranzato insieme, erano rimasti tutti e tre in negozio per tutto il pomeriggio. Avevano bevuto birra per tutto il pomeriggio e all’ora di cena erano tutti e tre già discretamente ubriachi, e allegri.
Erano andati a cena in un ristorante cinese, avevano bevuto ancora. Giulio aveva parlato per la prima volta della sua ragazza. Pietro aveva parlato di Lucky, aveva detto che continuava a sentirsi in colpa. “Era solo un cane”, aveva detto Giulio. “Non è successo niente”. Martina aveva parlato d’amore, poi avevano parlato di sesso, gli occhi di Martina brillavano di una dolcezza disperata.
Poi erano tornati in negozio. Avevano dato a Martina il loro regalo di compleanno, Giulio le aveva sorriso e lei si era messa a ridere. Avevano bevuto ancora e ormai erano ubriachi, e fuori faceva freddo, anche dentro faceva freddo. Così avevano avvicinato le brande e si erano infilati sotto le coperte, tutti e tre, si erano messi a guardare un film.
Avevano dormito qualche ora. Giulio aveva sentito contro il suo il corpo di Martina, che aveva appena compiuto diciotto anni, e anche quello di Pietro.
Erano stati bene, e stavano bene quando la sveglia era suonata alle sette, perché Martina doveva andare a scuola. Fuori era ancora buio, il cielo era illuminato dai lampeggianti della polizia. C’erano reparti speciali dei carabinieri agli angoli delle strade, tiratori scelti nascosti nei palazzi abbandonati. La gente moriva e la gente uccideva. La polizia sparava. L’assurda ondata di follia di quell’inverno non era ancora finita.
Il tram era arrivato, Martina li aveva salutati con un bacio ed era scomparsa nella foschia.

Il pomeriggio seguente Pietro aveva ricevuto una telefonata. Era sua madre. Chiedeva se Martina fosse lì.
“No”, aveva risposto Pietro.
“Ha detto che doveva parlarti”.
“Ha detto che veniva qui?”
“Sì, dopo la scuola”.
“Qui non c’è”.
Erano rimasti in silenzio per un lungo momento. Pietro era rimasti in silenzio ad ascoltare l’angoscia di sua madre all’altro capo del telefono. Aveva guardato Giulio e Giulio aveva capito tutto, in un attimo, aveva capito che non era la morte di Lucky, che non era niente, quello era solo un inizio, ora tutto era finito. Tutto.

Parentesi.

L’ondata di omicidi che colpi il quartiere Bovisa, periferia ovest di Milano, nell’inverno del 1996, si concluse di colpo, come era cominciata, sul finire di marzo di quello stesso anno.
L’ultimo omicidio fu quello di una donna di ventinove anni, strangolata dal suo fidanzato che l’aveva scoperta infedele. Era il 23 marzo 1996.
Molti degli assassini si costituirono, alcuni riuscirono a scappare e altri ancora si tolsero la vita. A tutti i 28 arrestati fu concessa l’infermità mentale: nessuno di loro riuscì a portare un movente plausibile per gli omicidi perpetrati. Tutti, nessuno escluso, sembravano in preda ad una strana confusione allucinatoria sui fatti riguardanti il loro recente passato.
Il caso che passò alla storia con il nome di “Bovisa killer” è ancora oggi, dieci anni dopo, oggetto di studio per equipe di psicologi, antropologi e sociologi di tutto il mondo. La spiegazione dei movimenti della strage si è indirizzata, di recente, su un tipo di teoria definita “generazionale”. Secondo questa scuola di pensiero il caso “Bovisa killer” costituirebbe una sorta di rappresentazione rituale dell’apocalisse, collegata con l’ansia per la fine del millennio e che ebbe la tendenza ad esprimersi nel rifiuto drastico e totale del proprio tempo, di quelli che oggi vengono chiamati “i virulenti anni 90”.
Questa tesi, bisogna dire, è però accettata solo da una parte del mondo accademico, ed è stata spesso accusata di mancanza di rigore scientifico.
Per quanto riguarda i 28 colpevoli accertati, esclusi due che si tolsero la vita in carcere, i restanti 26 sembrano ad oggi perfettamente reintegrati nella società, e non sembrano conservare ricordo, se non vago, di quell’incredibile inverno del 1996.

(photo by: Mr Jaded- flickr.com)

giovane artista cercasi

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“Perché vivi?”
“Non lo so.”

(Neon Genesis Evangelion, ultima puntata)

0.

Io e B ci siamo sempre conosciuti.
Solo che fino a qualche anno fa lo odiavo.
Questione di compagnie rivali.

1999. Ho quindici anni. Giro al parco. Indosso jeans strappati. Ascolto i Sex Pistols e gli Sham 69.
Aspettiamo l’apocalisse.
Ci infiliamo sottoterra come insetti.
Notti alla stazione. Feste. Amplificatori. Sudore.
Poi muore Francesca, e finisce tutto.

Due anni dopo sono in Irlanda in viaggio studio.
C’è anche B. Case diverse. Zone diverse della città. L’epoca del punk è finita. Ora ascolto Ziggy. Indosso giacche di pelle. Occhiali scuri.
Sono i giorni del G8 a Genova. Il ritorno del movimento sugli schermi televisivi. Carlo Giuliani. I no global. I black block.
E la scuola Diaz. Se Francesca fosse stata ancora viva, sarebbe stata là.
Non posso fare a meno di pensarlo.
Poi ne parlo con B, in mensa. Un giorno come un altro. Fuori piove a dirotto. B sta solo con il suo pranzo.
Vado a sedermi con lui. Cominciamo a parlare. Scopro che anche lui conosceva Francesca.

Estate del 2005. 11 giugno.
Sono a casa di B, svaccato sul divano. Le imposte chiuse. La televisione accesa su Mtv, volume a zero. Nello stereo ci sono i Sonic Youth.
Fuori fa un caldo anormale.
Spengo la tv. Mi alzo. Accendo una sigaretta. Apro le imposte e mi appoggio al cornicione della finestra.
“Oggi sono cinque anni che Fra è morta”, dico.
B smette di dipingere e mi guarda.
“Cinque anni”, riprendo. “Non ho ancora capito perché l’ha fatto”.
“Che cosa”, dice B.
“Ammazzarsi. Eravamo dei bambini, in fondo”.

1.

Estate del 2005.
Passavo i pomeriggi a casa di B. Fuori l’aria era rovente. Senza vento. Un’ondata di caldo anomala, che stava accelerando lo scioglimento dei poli.
B era diventato un pittore.
Aveva sempre dipinto, ma io non lo sapevo. Adesso il suo nome cominciava a girare sulle bocche dei galleristi. A Milano, a Torino.

Dipingeva in cantina.
La cantina: una grossa sala e una taverna. Nella taverna c’era un divano. Una televisione e un videoregistratore. La filmografia completa di Lucio Fulci.
Un piccolo stereo che risaliva agli ultimi anni del Novecento.
Ero io a portare i cd che ascoltavamo.
I Sonic Youth, praticamente.

Estate del 2005, un periodo strano, per me.
Da mesi non vedevo e non sentivo mio padre.
Mio padre è un ingegnere. I miei hanno divorziato quando io avevo due anni. Mio padre è andato a vivere in Francia.
Lavora ad un progetto finanziato dalle Nazioni Unite. Non so che ruolo ricopra. Non so nulla del progetto.
Top secret.
Qualcosa che ha a che fare con gli embrioni. Con l’applicazione degli embrioni umani nell’industria bellica.
Non so altro.

Uscivamo verso sera.
Avevamo due o tre locali di riferimento. Posti per incontrare gente. Farsi una birra.
Però B era nervoso. Stava lavorando ad una mostra. Era in ritardo con i tempi. Il gallerista che gliel’aveva commissionata era importante e intransigente.
Una grande occasione.
Ma niente stronzate.
Io cercavo di tenerlo allegro. Proponevo uscite improbabili e bagni al lago. Di solito non ci riuscivo. Però a volte succedevano cose divertenti.
In quei momenti lo sentivo.
Qualcosa ci univa.
Non sapevo cosa.

0.

Coleman Singer: un nome capace di zittire le discussioni nei bar. Un nome circondato da un alone magico.
Nato a Brooklin nel 1928. Direttore esecutivo della Luff, una delle più grandi multinazionali del settore siderurgico.
Nel 1969 si sposa con Elisabetta C., una bella ereditiera di Milano.
Nel 1971 lascia la direzione della Luff e si trasferisce con la moglie in Italia, sul lago d’Orta.

La prima svolta nella vita di Singer: il collezionismo d’arte.
Dal 1971 in poi non si dedica ad altro.
In pochi anni crea una delle più importanti gallerie private italiane. Una galleria da sogno, costruita nei sotterranei della villa sul lago.
Una galleria avvolta dal mistero.
Accesso vietato a tutte le persone non autorizzate.
Cioè: Singer, la moglie, gli artisti.
Qualche gallerista. I migliori. I più ricchi. I più potenti.

Trent’anni.
11 settembre 2001: seconda svolta.
Il suo sentimento nazionalista è ferito. Comincia a sentire il richiamo della bandiera a stelle e strisce.
Prende la decisione. Tutti i proventi ricavati dall’arte avranno un’unica destinazione: la ricerca scientifica a fini bellici.
Proteggere l’Occidente dalla minaccia islamica.
Una priorità assoluta.

Dal 2002 è uno dei principali finanziatori del progetto Total Freedom.
Total Freedom: un progetto approvato e sostenuto dalle Nazioni Unite. Prevede la sperimentazione sull’embrione umano a fini bellici.
La creazione della prima arma umana della storia.
Centinaia di tecnici coinvolti in tutto il mondo.
Tre sedi operative, tutte situate nel cuore di basi militari della Nato: una negli Usa, una in Francia, una in Georgia.

2005.
Il progetto Total Freedom procede.
Nella sua villa di Orta, Singer continua a dedicarsi all’arte.
Colleziona quadri di artisti famosi.
Inaugura collezioni di giovani artisti promettenti.

2.

Coleman Singer.
Si raccontava di tutto su di lui. La grande villa sul lago nella quale abitava era fonte inesauribile di storie fantastiche.
Mitopoiesi della provincia.
Si diceva che avesse ucciso suo figlio. Che ne avesse trafugato il cadavere. La polizia aveva chiuso un occhio. Non aveva nemmeno aperto un’indagine.
In effetti Singer non aveva mai avuto figli.
Storie di paese.
Nient’altro che leggende.

B lavorava per Singer.
Venni a saperlo un pomeriggio qualsiasi. Il solito caldo innaturale. Io e B ce ne stavamo seduti sull’erba, all’ombra di un albero.
Il giardino di B: un quadrato di verde circondato dal cemento.
Intorno: la ferrovia, una chiesa sconsacrata, la collina.
Aspettai di avere la canna tra le dita. Diedi un tiro. Espirai guardando il sole. Pallido. Avvolto in una foschia che sembrava salire dall’asfalto.
“Che tipo è”, chiesi.
“Un vecchio”. B sembrò pensarci su un po’. “Un vecchio fascista del cazzo”.
Calo di pressione. Voglia di qualcosa di fresco. Una bibita.
“Sono vere le storie che si raccontano su di lui?”
B scosse la testa.
“E’ solo un vecchio”, disse.

Poi me lo chiese.
Disse: “Domani vado in villa a portare dei quadri”.
Era sera. Stavamo giocando a basket sull’asfalto del cortile. C’era un vecchio canestro fissato al muro della cantina.
“Se vuoi puoi accompagnarmi”.
“Non lo so”, risposi. “Posso vedere la galleria?”
Punto. Sedici a nove per lui.
“No”, disse, raccogliendo la palla. “Puoi solo accompagnarmi”.

3.

Cielo grigio, di colpo. Minaccia di pioggia.
Sedevo sulla vecchia alfa di B. Eravamo diretti alla villa. I sedili posteriori erano pieni di quadri, imballati nel polistirolo.
Guidava B, il braccio penzoloni dal finestrino aperto. Indossava una canottiera scura macchiata di vernice bianca.
Io portavo vecchi jeans e una maglietta gialla.
Una strada tutta curve. Sterrata, immersa nella collina. Andava stringendosi di metro in metro. Boscaglia. Canneti.
Il lago, di sotto, uno specchio.

Una strada che sembrava infinita.
Accostammo in uno slargo, accanto ad una costruzione diroccata.
“Da qui si va a piedi”, disse B.
Cielo grigio. Afa. Tutto intorno era immobile. La radio accesa mandava un vecchio successo di Madonna.

Un cancello di ferro battuto. Un giardino. Una casa.
Niente di eccezionale: una normalissima villa.
Niente di cui stupirsi.

Mezzora dopo ero rimasto solo. Sedevo su una panchina.
Mi trovavo nel giardino di villa Singer. Il cuore della mitologia locale. I cancelli della fortezza inespugnabile si erano aperti.
Nessuna emozione.
B era scomparso. Inghiottito da una scala a chiocciola che portava chissà dove.
La galleria, è ovvio.
La moglie di Singer sedeva a pochi metri da me. Sorseggiava un cocktail coloratissimo, riparata dall’ombra di un gazebo.
Con lei c’era una donna.
Due donne. Colori. La moglie di Singer indossava un abito rosso. Capelli color paglia. L’altra donna era magra come un’ombra. Aveva i capelli di un blu elettrico.
La chioma azzurra si voltò a guardarmi.
Fu un secondo.

Stavamo tornando alla macchina.
Passi lunghi. In silenzio.
Una Mercedes scura ci passò a fianco. B si voltò. L’auto si fermò davanti ai cancelli della villa. I cancelli si aprirono.
B disse: “Aspetta un attimo”.

Stavano entrambi davanti al cancello.
L’uomo alto si chinava per parlare con B. Aveva capelli di un bianco niveo. Risaltavano contro il nero intenso dell’auto.
B teneva lo sguardo fisso a terra.
Singer teneva B per il braccio destro. Un gesto d’affetto. Una morsa che non ti lascia scappare.
Un padre e un figlio.
Singer non sembrava intenzionato a mollare la presa.

0.

11 giugno 2000. Francesca R., sedici anni, viene trovata morta nella sua camera da letto.
Non ha optato per la decenza. Non l’ha mai fatto. Nemmeno nell’ultimo momento, appena prima di ammazzarsi.
Niente pillole. Niente gas.
Niente incidente in moto. Volontario, sì, ma ti resta il dubbio.
No.
Ha preso la pistola di suo padre dal cassetto. Si è sparata in bocca.
Una di quelle cose che nessuno vorrebbe mai vedere.

Autunno 1999 – primavera 2000.
L’epoca del parco.
Ogni giorno. Con qualunque clima. Abbiamo una radio che funziona a pile. Cassette dei Derozer.
Creste. Anfibi militari. Furti nei supermercati. Musica Oi!.
Francesca è il nucleo intorno a cui gira la compagnia.
Una ragazza difficile, dicono i genitori.
Una ragazza come tante, pensiamo noi.
Che andrà all’università. Troverà un lavoro decente. Metterà la testa a posto. Avrà dei figli.
Però una ragazza speciale.
Qui tutti la rispettiamo. Di più, le vogliamo bene. Perché anche se ha soltanto un anno più di me, sembra più vecchia.
Ha l’aria di esserci sempre stata, lei.
Poi è un’artista.
Dipinge.
Non ho mai visto un suo quadro, ma pare che abbia un talento particolare. I pittori e i galleristi della zona la tengono sotto osservazione.
Così giovane, solo sedici anni.
Un talento naturale.
Dicono tutti che avrà un futuro, nel mondo dell’arte.

Poi, un giorno d’inverno, Francesca viene da me.
È raggiante.
“Ieri è venuto qualcuno a vedere i miei quadri”, dice.
“Chi”, chiedo io.
Lei sorride.
“Non puoi neanche immaginartelo”.

4.

Il lavoro procedeva. Ma B era sempre più teso. Silenzioso. Aggressivo.
Decine di quadri e di schizzi riempivano le pareti della cantina. Poche settimane alla mostra. L’attesa era palpabile. Elettrica.

Lavorava giorno e notte.
Giorno: imposte chiuse per difenderci dal caldo. Stereo acceso. Tv accesa.
Notte: luci al neon. Imposte aperte.
I grilli.
Anche se sembrava impossibile.

Poi successe una cosa.
Un pomeriggio entrai in cantina. B non c’era. Le luci erano spente. Chiamai. Feci alcuni passi e chiamai di nuovo.
Poi accesi le luci.
Era lì. Al buio, contro una parete. Come uno scarafaggio. Guardava fisso nel vuoto. Appiattito. Come a voler scomparire.
“Che cazzo stai facendo”, chiesi.
Lui mi guardò.

0.

24 agosto 2005. Rassegna stampa.
Georgia: primo esperimento del prototipo TF-01. Test di sincronia con la componente umana parzialmente riusciti.
Risultato soddisfacente.
Il progetto Total Freedom sembra una realtà.
Conferenza stampa dei vertici del Pentagono a Washington D.C.
La prima verità: TF-01 ricalca la mappatura genetica di una forma di vita finora sconosciuta all’essere umano.
Più di una specie animale.
In effetti una minoranza etnica.
Scandalo nell’opinione pubblica. Ma non ci si può fermare. Le proteste vengono sedate. I cortei si disperdono.
Niente di cui stupirsi.

Poi mi dice: “Non mi lasciano fare quello che voglio. Io non dipingo per loro. Loro dicono che hanno capito, ma non sanno niente di me.
Io non voglio essere un’artista.
Io li odio.
Vaffanculo. Li odio. Non hanno capito niente. Non hanno capito niente dei miei quadri. Vaffanculo. Io…”
Piange.
Io l’ascolto piangere.
Ascolto il vento. Il profumo dei fiori. Stanno comparendo le lucciole.
È primavera anche al parco.

Singer chiude il giornale. Si alza dalla poltrona.
Va alla finestra, lentamente.
Uno strapiombo. Sotto solo il lago.
La sua piccola fetta di assoluto.

5.

Il 24 agosto: mancava meno di una settimana alla mostra.
Giorni febbrili.
Alla fine ci eravamo infilati nella strettoia dell’imbuto. Non parlavamo. B dipingeva. Spesso non dipingeva nemmeno. Stava seduto in silenzio.
Pallido. La barba non fatta. La sigaretta sempre accesa.

Giorni in questo modo.
Il cielo grigio non cambiava. Le giornate non avevano più un ordine logico. Senza tempo. Mangiavamo quando ci veniva fame. Dormivamo quando avevamo sonno.
Non uscivamo più di casa.
B dipingeva. Io gli stavo vicino. Io ero la sua spalla.
Poi arrivò il momento.
Il grande giorno.

6.

Era trascorsa una settimana.
Stavamo entrambi seduti sul divano della taverna. Mtv a volume zero. Immagini. Ci passavamo una canna.
Fuori, pioggia.
Pioggia ininterrotta da sette giorni.

La mostra era andata bene.
Un successo. B aveva ottenuto diverse offerte lavorative.
Ad una in particolare era impossibile rinunciare.
Una gallerista di Boston. La possibilità di esporre negli Stati Uniti. Pochi giorni: una settimana per preparare i locali, una settimana di mostra propriamente detta.
Ventidue anni. Due settimane di vacanza e un nome che oltrepassa l’Atlantico.
Impossibile rinunciarvi.

Ci restavano dieci giorni per godere dell’estate. Dopodichè B sarebbe partito. Sarebbe tornato a settembre. Per me tutto sarebbe tornato alla normalità.
Giorni che non scorderò mai.
Giorni densi di presagi. Sono certo che dissi a B qualcosa, in quei giorni.
Ci sentimmo uniti.
In realtà non successe nulla. Tornò il sole. Bagni al lago. Partite a basket. Gelati. Serate in piazza. Lattine di birra. Musica. Facce conosciute.
Poi finì.
Lo accompagnai in aeroporto.
Disse: “Due settimane e torno indietro”.

7.

Poi successe qualcos’altro.
Ero in macchina. Avevo appena lasciato B all’aeroporto. Ero diretto verso casa.
Intenzioni: concludere l’estate dignitosamente. Uscire. Ubriacarmi. Prendere il sole. Magari farmi una scopata.
Ma successe qualcosa.
Pensai a Francesca. Per la prima volta negli ultimi due mesi.
Mi tornò in mente una scena che avevo scordato.
Un pomeriggio d’inverno. Il parco è innevato. Sono seduto sotto la tettoia della biblioteca comunale.
Jeans attillati infilati negli scarponcini. Walkman nelle orecchie. I Rancid.
A questo punto arriva Francesca.
Bruna. Capelli corti, da maschio. Non è bella. Però ha un fascino tutto suo. Anche lei porta i jeans. Indossa un giubbotto da sci. Azzurro.
Si avvicina.
È raggiante.
“Ieri è venuto qualcuno a vedere i miei quadri”, dice.
“Chi”, chiedo io.
Lei sorride.
“Non puoi neanche immaginartelo”.
“Be’, allora dimmelo”, insisto.
“Coleman Singer”, fa lei.

0.

Due settimane dopo. Il giorno del ritorno di B.
Nove del mattino. Aspetto una chiamata. Aspetto che passi da casa mia e suoni il campanello.
Niente.
Cinque del pomeriggio. Ha ricominciato a piovere. Il telefono non squilla.
Nove di sera. Chiamo a casa di B. Risponde sua madre.
“No”, dice. “Sarà un po’ più lunga del previsto. Due o tre giorni ancora”.
“Non ha lasciato un recapito?”, chiedo.
“Facciamo così”, dice sua madre. “Appena torna ti faccio chiamare. Ok?”

Tre settimane da quando B è partito. Continua a piovere. Il telefono non squilla mai.
Silenzio assoluto.
Chiamo di nuovo a casa di sua madre.
“Senti”, dice la donna. “Può essere che questa storia si faccia piuttosto lunga. È inutile che telefoni ogni settimana”.
Il tono è duro. Seccato. Rimango in silenzio.
Sospira. Sento che si sta ammorbidendo. Muscoli facciali che si rilassano.
“Davvero”, dice. “Va tutto bene. Non devi preoccuparti”.

Un mese e una settimana.
Ho deciso che non telefonerò più.
Fuori piove. Oggi ho comprato il giornale. Total Freedom è in prima pagina. Un’intervista a Singer.
Singer: un fascista.
Non posso togliermelo dalla testa.
Singer e Francesca. B è un giovane artista. L’arte si vende. Singer è tra i maggiori finanziatori di Total Freedom. L’arte è parte della distruzione. Francesca è stata distrutta. Francesca si è autodistrutta.
B negli Stati Uniti. Non chiama.
Io lo sapevo.
L’ho sempre saputo.

Due mesi dopo.
Ultimi giorni di ottobre. Fuori piove. Non ha mai smesso.
Sono solo in camera. Solo in casa. Solo nel mondo. Pioggia: sensazione di malinconia. Non mi piace. La mia stanza: sono lo scarafaggio che abita la mia stanza. Non mi piace.
Squilla il telefono.
Alzo.
Rispondo. Lo sapevo. È B. Lo sapevo. Niente di cui stupirsi.
“Dove sei”, chiedo.
“Non lo so”.
Silenzio.
Dall’altra parte del capo: “Ho poco tempo. Devo parlarti”.
Silenzio.
“Vado lontano”.
“Ancora di più?”
Silenzio. Sensazione di denti che cadono. Denti che si sgretolano in bocca. Non puoi parlare. Sputi sangue e frammenti d’osso.
“Non potrò chiamarti da laggiù”
“Dove vai?”, chiedo.
“Non lo so. In una villa. Hanno una villa anche qui”.
Silenzio.
“Non ti preoccupare”.
Poi un’interferenza. La voce diventa metallica. Un ronzio sempre più insistente.
“Tra poco sono a casa”
Una voce non umana.
Che esita. Sembra voler aggiungere qualcosa. Attimi di tensione.
Poi dice: “Ciao”.
Appende.

(photo by Etherhill – flickr.com)

 

dietrologo

blood.jpg
Mi chiamo B e ho settantuno anni. Per lungo tempo sono stato giornalista. Nel 1960 scrivevo pezzi di politica per l’“Unità”. Dormivo in una mansarda di Milano, stretta e calda come le cosce di una donna.
Votavo il Partito Comunista. Nel 1945, a dodici anni, avevo urlato la mia voglia di libertà in piazzale Loreto, nella massa degli ultimi antifascisti.
Credevo nell’Unione Sovietica e nel socialismo reale.

Scrissi della prima guerra di mafia, quando Angelo La Barbera fu arrestato in viale Regina Giovanna, ridotto ad uno straccio sanguinante.
A quei tempi vivevo con una ragazza. Si chiamava Virginia, veniva dalla provincia di Genova.
Ero innamorato.
Il mio amore esplose in mille pezzi il 12 dicembre del 1969, in piazza Fontana. Ma Virginia non fu tra i sedici morti di quella prima bomba, e nemmeno tra i feriti.
Una bomba uguale era esplosa da qualche altra parte, nel luogo più buio dei miei affetti. E con la bomba era esplosa Virginia.

Fui molto duro, con lei: le dissi che non potevo più vederla.
Le dissi che un nuovo abisso ci separava. Parlavo un linguaggio che lei non era pronta per ascoltare. Il nostro amore non c’entrava: qualcosa di più grande mi stava chiamando.
Pianse, quando le chiesi di lasciare la casa. Soffrivo per lei, ma a questo punto la mia vita non mi apparteneva più: il dubbio si era impossessato del mio cervello.
Non posso dire altro.
Non sono in grado di ricordare cosa esattamente, nella strage di piazza Fontana, mi avesse sconvolto.
Non ricordo la sensazione che provai nel vedere per la prima volta la luce. Però una cosa mi appariva lampante, chiara come il giorno, limpida come l’aria di montagna: non era stata solo una bomba, ma un messaggio, un frammento di verità.
Avevo colto questo frammento. Avevo per un attimo intravisto la cifra che muove il mondo.
A questo punto la mia vita assunse un unico significato: trovare quella cifra, capirla, addomesticarla.

Il primo segnale sul nuovo cammino mi fu inviato dalla televisione: un oggetto che fino a quel momento avevo considerato un semplice elettrodomestico.
Ricordo un’immagine: è il 1970, Andreotti parla dell’omicidio De Mauro. In apparenza, tutto è molto semplice. Un uomo politico parla di un giornalista assassinato. Ma la domanda, a ben rifletterci, sorge spontanea: a chi sta parlando, quell’uomo politico? E perché?
Non fu difficile accorgersi del linguaggio cifrato.
Un insieme di piccoli gesti, ammiccamenti, scelte lessicali. La televisione stava comunicando con qualcuno.
Lo stesso volto contratto di Andreotti, lo scudo crociato, le inquiete occhiate lanciate fuori campo: non a me, erano rivolte quelle parole (quel cordoglio fasullo), ma a qualcun altro, più oltre, molto, molto più in alto di me, da qualche parte nell’etere dei potenti, di coloro che tirano le fila, che sanno la cifra segreta e la usano per schiacciarci sotto le suole come una colonia di termiti.

In poco tempo, la soffitta milanese divenne la mia prigione. E carcerieri (e carcerati) furono i cittadini, le masse, le orde di democristiani che timbravano il cartellino alla Fiat, che non credevano ai complotti, che ridevano dei golpe.

(In quegli stessi istanti, ma lo venni a sapere molti mesi dopo, un principe neofascista stava occupando il Ministero dell’Interno, con l’appoggio della mafia, della massoneria e dei servizi segreti americani. E non ne morii proprio perché, per mia grande fortuna, lo venni a sapere solo molti anni più tardi).

Ma fu una faccenda americana a decidere della mia vita.
Una paura totale, un panico irrazionale si impossessò di me, quando vidi gli aeroplani di Pinochet, pagati in dollari statunitensi, bombardare la Moneda.
Non ascoltai le parole di Allende. Non piansi, non urlai, non riuscii nemmeno a vomitare: il terrore mi paralizzava.

In Italia, il Patito Comunista blaterava di “compromesso storico”.
Non ricordo che cosa provai, quando presi la decisione. Ricordo solo una paura dei grandi spazi, dei cataclismi, delle epoche, la paura della Storia.
Sentivo il fiato di un mastino in divisa fiatarmi sul collo. Vedevo le bandiere nere del capitalismo fascista dilagare per l’Italia, per l’Europa e infine per il mondo.
Fu a questo punto che decisi: sarei diventato un militante della causa comunista, una nuova, imperscrutabile cellula del partito armato.
All’inizio mi mossi con cautela.
Il mio nome era allora abbastanza conosciuto, la mia discreta notorietà poteva in qualche modo essermi utile: dovevo sfruttarla, prima che l’esplosione della mia rivolta la distruggesse per sempre.

Nel 1974 incontrai Licio Gelli ad Arezzo. Mi fu presentato da un amico giornalista, che sapevo appartenere ad una loggia massonica.
Ricordo una giornata ventosa. Ricordo che prendemmo il caffé in un bar qualunque, camminammo come buoni amici, discorrendo della famiglia, dello Stato e del destino.
Nel corso dello stesso anno, vidi il Gran Maestro altre due volte, sempre ad Arezzo. All’ultimo di questi incontri era presente Michele Sindona. Non ci parlammo.

Il 1974 fu un anno improduttivo. Speravo che la frequentazione degli alti vertici della massoneria mi avrebbe dato un’indicazione, un traccia, un percorso da seguire.
Niente.
Per molti anni, non fui al corrente di niente. Nemmeno dell’esistenza di una loggia che tutto controllava, chiamata “Propaganda 2”.

Nel 1976 fondai il primo movimento antimperialista della mia nuova carriera di militante.
Si chiamava “Fronte Organizzato per la Resistenza Comunista Armata”. Negli stessi anni feci parte di altri movimenti in Piemonte, in Veneto, in Lombardia.
Per un certo periodo restai in contatto con le Brigate Rosse, ma presto abbandonai ogni illusione: si trattava di piccoli uomini, per cui l’omicidio era un fatto estetico, morale in un senso vagamente cristiano.
Cattocomunisti con il mitra a tracolla.
Non erano loro a possedere la cifra della conoscenza, la parola che avrebbe fondato una nuova epoca.

Fui incarcerato una prima volta nel 1977, per aver violato una legge che regola la fabbricazione di armi e ordigni.
Non trovarono prove sufficienti contro di me, e fui subito rilasciato: avevo studiato bene i miei nemici, avevo imparato la loro tattica, le loro strategie per difendersi, la loro serenità nel mentire.
Ma fu inutile.
Vidi lo stesso gli anni di piombo dalle grate di San Vittore.
Questa volta l’accusa fu di aver fornito assistenza ai carcerati non dissociati di Milano: per il contrappasso, divenni uno di loro.

Nel 1978 gioii per la morte di Moro e piansi quella di Giuseppe Impastato.
Odiai Curcio (con cui avevo una volta parlato, a Torino), odiai l’eroina raffinata in Sicilia per uccidere il movimento, per un breve, intenso periodo odiai la vita, odiai l’Italia, odiai la mia speranza di fermare il complotto che ci stava privando della libertà, dell’intelligenza, della fantasia.

Fui rilasciato nel 1980. Con l’obbligo di firma e la consapevolezza della digos alle calcagna.
Ad accogliermi, sugli schermi dei televisori, trovai di nuovo il volto impaurito di Andreotti, presidente del Consiglio della storia d’Italia, che versava lacrime torbide per la morte, questa volta, dell’amico Piersanti Mattarella.
Nel 1982, un fatto, irrilevante per un uomo che ha consacrato la vita alla ricerca delle cause prime della Storia, insidiò un nuovo dubbio nella mia mente.
E il dubbio mise radici, come un’edera.
Questo il fatto: l’omicidio del generale Dalla Chiesa, per mano di Cosa Nostra. E questo il dubbio: perché la mafia uccideva un uomo fino a quel momento praticamente innocuo? E perché uccideva un uomo che era diventato un eroe nella lotta al terrorismo di sinistra?

(Molti anni dopo, un articolo letto su “Repubblica” confermò la mia ossessione.
Tommaso Buscetta, il superpentito di Falcone, dichiarava all’Antimafia che l’omicidio Dalla Chiesa costituiva un’anomalia nella storia di Cosa Nostra.
Dalla Chiesa, sosteneva, dava fastidio a qualcun altro molto più che a Totò Riina. L’identità di quel mandante segreto Buscetta se la portò nella tomba).

Poi, per un lungo periodo, rimasi in silenzio.
Ogni notte pregavo il mio dio personale per i morti di Bologna, per i morti di Santiago del Cile, per i morti del Vietnam, per tutte le vittime dell’imperialismo fascista e capitalista, per le vittime dei democristiani e dei socialisti, per le vittime dei mafiosi e dei massoni, dei ministri e dei banchieri, per Jan Pallak, per Ernesto Guevara e tutti i martiri che il capitalismo aveva fagocitato, stampando i loro volti sulle magliette mentre li eliminava dai libri di storia.
Poi, il 9 novembre del 1989, cadde il Muro. E fu la seconda grande frattura, il raggio di luce che permise ai miei occhi, finora soltanto socchiusi (ma lo capii solo in quei giorni d’angoscia), di vedere il mondo, e i fili che lo muovono.

Per una lunga, straziante settimana rimasi attaccato al televisore, convinto che qualcosa sarebbe successo, l’invasione sarebbe cominciata, i piani si sarebbero chiariti: avrei finalmente visto in faccia i volti spettrali dei profeti della nuova era, la restaurazione dello stato fascista.
Furono giorni febbrili. Aspettavo la grande rivelazione (avrei visto la mano dei grandi uomini nella ferocia dello stato), la parola che avrebbe dato un senso alle mie congetture, ai miei lampi d’intuizione.
Ma le settimane passavano e nulla accadeva.
Bush e Gorbaciov si stringevano la mano in mondovisione.
Il PCUS veniva soppresso e a centinaia di chilometri di distanza Gorbaciov riceveva il Nobel per la pace.
Giorno dopo giorno era sempre più chiaro che niente sarebbe successo.
Fu a questo punto che iniziò la seconda metamorfosi.

Il ragionamento è logico, limpido come l’etere: quando due nemici sorridono, e si baciano, e brindano al futuro, significa soltanto una cosa: che i due nemici sono nemici solo per finta, che la guerra è un’invenzione, o una distrazione, o una copertura.
Ma che cosa (questa era la domanda), che cosa si voleva coprire? Chi, se non le potenze della restaurazione fascista, stava dietro al linguaggio cifrato degli elettrodomestici impazziti? Se Stati Uniti e Unione Sovietica combattevano assieme (mano nella mano dalla Volga al Tennessee, dalla vodka al rinato mito del cow-boy), chi era il nemico?

Poi capii.
Era molto semplice. Molto più semplice di quanto avessi mai immaginato, e molto più tremendo: il terrore si fece panico, conquistò ogni cosa, dall’infinitamente piccolo (fare un caffé, lavarsi le mani) all’infinitamente grande (l’universo in espansione), questo panico strideva come un gesso sulla lavagna, perché era l’angoscia del niente, la totale impotenza.
Noi siamo il nemico.
Noi, il popolo, i cittadini, le masse, i democristiani impenitenti, gli assassini del cattolicesimo, i riformisti moderati, gli estremisti, i padri e le madri di famiglia, tutti quelli che si svegliano una mattina senza rendersi conto di nulla e chiudono gli occhi, un giorno, convinti che nulla stia accadendo.
Un sistema perverso ci sta usando come combustibile per la sua indecifrabile macchina: questa è la verità, la più atroce di tutte.
E non c’è via di scampo.
E non c’è redenzione: noi siamo il nemico, noi siamo il sistema.
Le nostre vite sono la benzina che giorno dopo giorno ci permette di vivere. Questo (e questo soltanto) offusca la visuale, concede la gioia, ritarda il suicidio del singolo, dell’epoca e della specie.

Abbandonai la lotta armata. Uscii dal giro senza dare spiegazioni, cambiai numero di telefono e indirizzo.
Tornai a fare il giornalista. Non più, è ovvio, per quell’organo del sistema che è la stampa ufficiale.
Tra il 1990 e il 1995 scrissi per ogni sorta di rivista sotterranea, pubblicazioni non autorizzate, tutto un mondo di gente che aveva trovato una via, la sua strada personale per resistere al peso delle domande, per opporvi una risposta.
Esposi le mie opinioni sistematicamente.
Scrissi su riviste di avanguardia poetica (“Oltre”, “Neo”, “Carne & Ferro”); scrissi volantini per organizzazioni neofasciste (“Impero”) e comuniste (“Comitato Sovietico Italiano”); scrissi per mensili di scienza (“Benzedrina”), riviste ultracattoliche (“Alzatevi!”), bimestrali satanisti o dediti al culto del male (“La Bestia”); scrissi volantini antisemiti (“La Piovra”); intervenni nei dibattiti di riviste che trattavano unicamente la vita extraterrestre (“Più in là dell’umano”); non esclusi alcuna ipotesi, non accettai alcun compromesso, non feci mai un passo indietro nelle mie posizioni.

Gli articoli si somigliavano tutti, perché la tesi espressa era una sola: il capitalismo è ovunque, e il capitalismo ci vuole narcotizzati o morti.
Il capitalismo è nella borsa di Wall Street, negli harem degli Emirati Arabi, nella mafia russa, nelle stragi in Ruanda, nella sirenetta di Copenhagen, nei carri armati di piazza Tien-An-Men, nelle sei punte dello Stato di Israele, nelle “Mani Pulite” dei socialisti, nel cratere di Capaci, nei campi di addestramento in Nicaragua.
Il capitalismo non è una teoria, ma un complotto.
Il capitalismo ci porterà alla morte, se non troveremo il modo di estirparlo dai nostri cervelli, dalle nostre anime, dai nostri figli.
Il capitalismo ci ha resi vermi schifosi, miseri insetti, ci ha resi nevrotici e impotenti.

Con il passare degli anni mi feci un nome tra gli esperti del genere.
In breve tempo i miei articoli si costruirono un ristretto ma solido pubblico. Vennero raccolti in un’antologia e tradotti nelle principali lingue europee.
Partecipai a convegni in giro per l’Italia. Nel 1993 uno storico inglese, uno dei maggiori esperti mondiali di quella che, con un misto di ironia e passione, chiamava la “teoria del complotto”, venne a Milano per intervistarmi.
Persino qualche rete televisiva si interessò al mio lavoro di ricerca e al coraggio delle mie opinioni. Non mancavano, è ovvio, le opposizioni, le accuse di carrierismo, le voci che mi dicevano pazzo.
Non me ne curavo.
Sapevo che gli stessi che di giorno ridevano di me, la notte avrebbero pensato alle mie parole. Al buio, in una stanza prodotta in serie, stesi accanto ad una donna che non conoscevano, che solo per legge chiamavano moglie, una piccola parte della mia paura sarebbe stata anche loro, anche loro per un attimo avrebbero visto la violenza di questa esistenza da topi, e mi avrebbero dato ragione.

Ricevetti la prima lettera minatoria nel 1994. Un mittente anonimo mi intimava di smetterla “con tutti questi schiamazzi”, altrimenti avrei passato dei guai.
Non diedi al fatto alcun peso. Sul finire di quello stesso anno ricevetti la seconda lettera.
Era dicembre. La sera prima ero stato ospite ad un programma televisivo di cultura e attualità, negli studi di una rete regionale lombarda.
Il dibattito verteva sui mandanti della strage di piazza Fontana (cadevano quel giorno i venticinque anni). Per quanto mi rendessi conto che il momento era politicamente molto delicato, non seppi trattenermi: parlai della deriva neofascista di questa neonata Italia (veniva in quei tempi inaugurata, si diceva, la “Seconda Repubblica”), dei loschi traffici della massoneria milanese, infarcita di riciclati della P2, dell’aspetto inquietante di Forza Italia, delle inimmaginabili collusioni dei suoi gruppi di pressione, di Publitalia, di Finivenst.

La seconda lettera era un’esplicita minaccia di morte.
Sembrava scritta da due persone differenti: da un lato, come una madre preoccupata per il figlio scapestrato, mi consigliava un momento di riposo, lontano da Milano e dall’Italia.
Dall’altro, prometteva di uccidermi se non avessi seguito il consiglio.
Poco dopo, venni denunciato per diffamazione. Ad accusarmi era una complessa rete di politici e imprenditori, tutti, in qualche modo, toccati dalle mie rivelazioni.
Per il processo di primo grado, che si tenne a Brescia, mi fu assegnato un avvocato d’ufficio, perché non avevo mezzi sufficienti per assumere un libero professionista.
Il procedimento penale fu straordinariamente breve. Venni giudicato colpevole, ma riuscii a non pagare la grossa somma di risarcimento grazie alla perizia psichiatrica, che decise per la seminfermità mentale.
Il ricorso in appello mi fu negato, nonostante il sospetto di forti collusioni tra magistratura e banco dell’accusa fosse ormai generalizzato.

Ne uscii provato, ma non sconfitto. La crescente ferocia delle opposizioni nei miei confronti, poteva significare soltanto una cosa: ero sulla strada giusta.
Fu a questo punto che raggiunsi l’apice della mia popolarità.
Con una strategia spesso usata dai detentori del potere mediatico, dai costruttori di paura, dai padroni dell’informazione, gli stessi che pochi mesi prima mi avevano citato in giudizio, ora mi chiamarono ospite nella punta di diamante della nuova televisione asservita ai padroni: mi chiesero di parlare a “Porta a Porta”, il seguitissimo talk show di Bruno Vespa.
E parlai.
Nonostante avessi ben presente che l’obbiettivo dei potenti era quello di ridicolizzarmi, frantumarmi agli occhi della pubblica opinione, farmi ridere dietro come ad un pazzo, un paranoico, nonostante sapessi tutto questo decisi di non trattenermi, di raccontare tutto ciò che sapevo.
Parlai di come i servizi segreti americani (i servizi segreti che nel 1948 avevano fondato la repubblica italiana) avessero per anni pagato i neofascisti, in accordo con l’arma dei Carabinieri e i Ros.
Parlai di Borghese, dei suoi rapporti con l’OSS ai tempi della “Decima Mas”. Parlai del complotto giudeo che stava distruggendo la Palestina, di quello capitalista che aveva condannato a morte l’Africa.
Parlai dell’AIDS, della grande truffa dell’AIDS eretta dal nulla da un cartello di case farmaceutiche.
Parlai del governo Berlusconi, della mafia, delle bombe che avevano smesso di esplodere.

Poi dissi qualcos’altro.
Dissi quello che nessuno si sarebbe mai aspettato.
Dissi che tutto quello che avevo appena finito di raccontare non era vero. Non era mai accaduto. La Storia non era andata così. Tutto, dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande, era una costruzione mediatica, un trucco delle televisioni, un inedito aspetto della strategia della tensione.
Perché questo era il punto: la paura.

Interruppero la trasmissione con una scusa qualsiasi. Mi dissero di tornare subito a casa, che non sarebbe finita lì, che avrei ricevuto loro notizie.
Mentre uscivo venni fermato da un uomo in tuta da operaio.
Scappa, mi disse, questi ti ammazzano.

Due giorni dopo (era mattina, uscivo per fare la spesa) venni rapito da quattro uomini ben vestiti, bendato e portato nelle cantine di un appartamento a Milano.
Non ricordo nulla del luogo.
Buio. Odore di polvere. Freddo.
Non ricordo cosa accadde. Nessuno venne a parlarmi. Nessuno entrò mai nella cantina, nemmeno una volta.
Rimasi segregato per un tempo che mi parve interminabile. Senza cibo e senza acqua. Costretto a defecare in un angolo, a dormire per terra.
Senza una via di fuga: la porta era blindata. La stanza alta, senza finestre.
Cercai di salvarmi per poche ore. Poi accettai di morire, e cominciai a regolare i conti con la mia coscienza.

Poi mi accorsi delle cicatrici.
Sul cranio. Decine, di varie misure, lunghe fino a dieci centimetri.
Urlai, ma non servì a nulla. Sperai di morire il più presto possibile, di fame, di sete, di stenti, di rabbia.

Fu a questo punto che la porta si aprì.
La luce inondò la cantina. Una luce che non avevo mai visto. Una luce che agli uomini normali non è dato di vedere.
Fu un attimo. Capii che avevo ragione. Capii allo stesso tempo che avevo sbagliato tutto. Che i miei occhi non si erano ancora aperti.
La cifra che muove il mondo era davanti a me. Impossibile da guardare. Impossibile da dire. Impossibile da comprendere.
Allora mi inginocchiai e aprii le braccia, pronto ad accoglierla.
La cosa entrò nella stanza.

(photo by Racchio – flickr.com)