Coronavirus: politica e psicologia di massa

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Oggi partecipo a un articolo collettivo che trovate su L’Indiscreto dedicato alle trasformazioni sulla politica e la psicologia di massa. Il mio testo compare insieme a quelli di Ivan Carozzi, Paolo Mossetti, Davide Piacenza, Vittorio Ray, Mattia Salvia e Raffaele Alberto Ventura. Racconto di quella volta in cui sono rimasto bloccato in montagna senza cibo né riscaldamento e di tutte le cose che possono andare bene o molto male quando usciremo da questa crisi. Trovate l’articolo qui.

 

Su Chthulucene di Donna Haraway

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L’altro giorno leggendo Chthulucene di Donna Haraway riflettevo sul fatto che tra tutte le soglie che stiamo attraversando in questi anni strani c’è anche quella che ci porta via dall’individualismo e verso un mondo che esige sempre di più risposte collettive: puoi cavartela da solo finché il problema è quello di fare più o meno soldi, avere una casa più o meno grande, ma fenomeni immani come le pandemie e il riscaldamento globale richiedono per forza di essere affrontati insieme.

Non ero un fan di Jeremy Corbyn, e anche se anche Joe Biden non avesse vinto in Michigan avrei avuto poche speranze di vedere Bernie Sanders alla presidenza degli Stati Uniti, ma il solo fatto che proposte politiche del genere siano esistite e abbiano avuto un certo seguito potrebbe significare che un futuro diverso è possibile: come vuole la più classica tradizione della malinconia di sinistra, forse queste battaglie perse sono necessarie per traghettarci verso un mondo nuovo.

D’altronde – non per nostra volontà, e per ragioni che preferiremmo tutti evitare – proposte che si appellano alla collettività stanno tornano a essere attuali. Se per decenni l’appello della sinistra a una società più giusta ed equa andava contro l’onda della storia, oggi è la proposta del capitalismo sfrenato che sta diventando sempre più inattuale. Se non fosse bastata la crisi del 2008, il danno inflitto alle borse dal coronavirus (un virus non particolarmente mortale che è in giro da pochi mesi) dovrebbe farci riflettere sul fatto che il nostro stile di vita è fragile: e in futuro le cose peggioreranno, su questo ci sono pochi dubbi.

Quindi non mi pare avveniristico o fantascientifico sostenere che gli eventi di questi ultime settimane non sono una semplice interruzione dopo la quale torneremo a fare la vita di sempre, ricominciando ognuno a pensare a sé stesso. Mi sembra ormai evidente che senza solidarietà tra umani e umani, ma anche tra umani e tutto il resto (animali, ambiente) molto probabilmente verremo semplicemente spazzati via. Il che rivela anche come la massima di Jameson/Zizek/Fisher per cui “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo” non sia, in fondo, più tanto attuale: ora che la fine del mondo è una realtà, la fine del capitalismo (o almeno di questo capitalismo) è la necessaria conseguenza.

Haraway si riferisce (anche) a questa nuova forma di solidarietà quando parla della necessità di “make kin”, creare legami. Anche per questo consiglio la lettura di Chthulucene: è un libro importante e Claudia Durastanti ha fatto un gran lavoro per renderlo leggibile a un pubblico italiano. Se invece proprio non avete tempo (ma perché no, visto che dovete stare a casa, a proposito di solidarietà e individualismo) potete leggere questo articolo.

Museum of Neoliberalism

Per Esquire sono andato a fare un giro al Museum of Neoliberalism, l’installazione dell’artista Darren Cullen aperta nel mio quartiere molto laburista a sostegno della campagna laburista alle elezioni del 12 dicembre (che sappiamo com’è andata a finire). Mi sono chiesto se museificare il capitalismo abbia senso e ho finito per rispondere con una riflessione sul corbynismo, l’hauntologia e la fine del mondo: riassunto, sebbene l’idea sia abbastanza didascalica e meno sovversiva di altri lavori di Cullen, trasformare il capitalismo in un oggetto da museo, e dunque in qualcosa già appartenente al passato, raggiunge l’effetto di mostrarcelo come qualcosa di non inevitabile e che può essere cambiato. Trovate l’articolo qui.

Estasi

La nostra cultura è ossessionata dai temi della soggettività, ma sembra aver dimenticato che oltre i suoi confini esiste un universo che ci definisce e che guida le nostre azioni, spesso a nostra insaputa: a questa dimensione fa richiamo lo stato dell’estasi, un termine che deriva da una parola greca (ekstasis) che significa appunto “essere fuori di sé”, quindi “essere fuori dal proprio sé”, dal dominio della soggettività. Ne ho parlato su Esquire, toccando la letteratura di Stephen King e la cultura rave, Coleridge e la droga, il sesso e la lanterninosofia di Pirandello. Potete trovare l’articolo qui.

The Weird and the Eerie di Mark Fisher

Ho avuto il piacere e l’onore di scrivere la postfazione per l’ultimo libro di Mark Fisher, pubblicato recentemente da minimum fax. The Weird and the Eerie è stato il libro con cui sono entrato in contatto con Fisher, indubbiamente uno dei critici culturali più importanti del presente, ed è forse quello che mi ha lasciato di più: un lavoro fondamentale, credo, che inizia un discorso ancora tutto da esplorare sulla speculative fiction in questi nostri tempi strani. La traduzione, eccellente per un libro difficilissimo da tradurre, è di Vincenzo Perna.

Potete acquistare il libro sul sito di minimum fax.

La casa di Donald Trump

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La sera dell’11 november ero a un incontro con Massimo Recalcati all’Istituto di Cultura Italiana, che si trova a Belgravia, uno dei quartieri più ricchi dell’Occidente. È anche un quartiere vuoto, dove uomini armati proteggono le ambasciate straniere. Queste fotografie della casa di Trump mi hanno ricordato quelle, bellissime, scattate da Karen Knorr a Belgravia negli anni di Maragret Thatcher: ci si vede la stessa distanza siderale, l’essere alieno rispetto al resto del Paese. Con la differenza che nel 1979 la Thatcher rappresentava il paradigma di un mondo nascente: allora non era impossibile farsi sedurre dalle promesse dell’ultraliberismo se quelle erano le tue idee politiche. Quasi quarant’anni dopo Trump incarna ancora quell’ideale dopo che la storia ne ha ampiamente decretato il fallimento. Le fotografie della sua casa solo le fotografie da una casa di morti e il voto che l’ha reso presidente, rispecchiato in questo lusso, si rivela per quell che è: un rito macabro.

Galleria completa qui.

 

Never forget, never remember

Sulle pagine di Studio Cristiano De Majo parla di un tema che mi sta molto a cuore anche per ragioni professionali, quello della memoria. L’articolo sottolinea un paradosso interessante: se da un lato la capacità di ricordare sembra decadere come tecnica della mente, sostituita da tecnologie che sono sempre più “hard disk esterno” della mente umana, dall’altro assistiamo da anni a un proliferare della memoria nella forma edulcorata della nostalgia nei prodotti culturali, dal cinema alla musica alla moda.

Credo che il paradosso sia più apparente che sostanziale. Il problema della memoria è tra i più antichi dell’uomo – forse il più urgente di tutti nel suo essere inscindibile dal dilemma fondamentale dello scorrere del tempo. Anche la prima opera della letteratura occidentale si apre con un inno alla memoria: “Cantami, o diva, del pelide Achille”. Il poeta chiede alla musa di ricordargli una storia che altrimenti teme potrebbe andare perduta per sempre.

Prima di diventare macchine militari, macchine dei sogni e infine protesi della psiche e del corpo umano, i computer sono stati dispositivi per immagazzinare e organizzare la memoria. Il primo tentativo di computer dell’era moderna, anni prima di Turing, era stato battezzato memex dal suo inventore e aveva lo scopo di permettere la lettura e lo studio di più libri contemporaneamente, ma già nel Seicento l’inventore Agostino Ramelli aveva progettato un dispositivo a forma di ruota che aveva lo stesso scopo del memex. E cosa sono i libri stessi se non dispositivi per immagazzinare la memoria, esternalizzandola su un supporto meno deperibile delle reti neurali?

Parte dell’importanza che la rivoluzione di internet ha avuto sul nostro modo di accedere alla conoscenza deriva dal fatto che non si tratta affatto di una rivoluzione – piuttosto di un lento sviluppo che dalla mnemotecnica di Simonide di Ceo passa per il Teatro di Giulio Camillo e l’invenzione della stampa. Recuperare l’informazione desiderata al momento del bisogno era già lo scopo del metodo dei loci dell’oratoria classica, è la base dell’information retrival che fonda la biblioteconomia moderna ed è la ragion d’essere di Google.

Quindi possiamo dire che niente è cambiato? No, perché la diffusione di internet è senza precedenti, e l’uso che facciamo dei database online, da YouTube a Flickr, è immensamente più invasivo di tecniche mentali riservate a un’elite di patrizi e di macchine che fino alla fine del Novecento sono rimasti degli esemplari unici nella storia.

Ha ragione De Majo a dire che ci stiamo trasformando in esseri che non hanno più bisogno di ricordare proprio perché abbiamo finalmente trovato un modo di immagazzinare quintali di informazione in porzioni molto ridotte di spazio. La nostalgia si fonda in parte sul fatto che possiamo attingere a questa informazione, e dunque lo facciamo. Ma le questioni di ordine tecnico, credo, non sono sufficienti a esaurire il discorso.

Un altro motivo per cui ricorriamo al passato (un trai tanti, immagino) è che in questi anni il futuro appare incerto, e forse nemmeno un posto così attraente verso il quale andare. Bisogna ricordare che quando parliamo di proliferazione della nostalgia nella cultura parliamo di cultura occidentale, quindi di un blocco di paesi che sta attraversando una profonda crisi di civiltà: sarebbe interessante sapere in che modo paesi emergenti come la Cina e il Brasile si rapportano al proprio passato culturale e come elaborano l’idea di futuro.

In epoche di crisi le culture si rivolgono sempre al passato, a quello remoto e a quello prossimo: si irrigidiscono in formalismi manieristici, come Bisanzio, o assumono un carattere introvertito e metatestuale, come la pittura e la poesia del Barocco secentesco. Mi sentirei di lasciare aperta la possibilità che la nostalgia di cui è intrisa la cultura contemporanea sia la nostra forma di fare i conti con la crisi di valori del tardo capitalismo.

Naturalmente l’articolo di De Majo cita Simon Reynolds, l’autore che ha detto quasi tutto quello che c’era da dire sul rapporto tra sistema culturale, passato e nostalgia. Tra le tante argomentazioni sollevate da Reynolds nel suo Retromania ne ricordo una meglio delle altre: quella secondo cui l’accessibilità totale degli archivi digitali ha cancellato il sentimento della noia. Quando lo spazio del ricordo, che è uno spazio abitato dai simboli e dalle narrazioni, viene riempito dalla fruizione diretta, il nostro tempo si satura di contenuti di cui solo in parte riconosciamo una componente personale. C’è differenza tra ricordare i propri anni Ottanta e vederli replicati in una serie TV. Il passato non passa mai, e smette di essere qualcosa di intimo.

Nel racconto breve An Advanced Reader’s Picture Book of Comparative Cognition, lo scrittore Ken Liu presenta una razza aliena, i Telosiani, il cui corpo segmentato è di fatto un dispositivo per registrare e immagazzinare il passato. Siccome sono incapaci di dimenticare, per i Telosiani il passato è sempre presente: “while the Telosian never forget”, scrive Ken Liu, “they also do not remember. They are said to never die, but it is arguable whether they ever live”. Ecco, quegli esseri sono sempre più simili a noi.

(Photo: Ward Shelley)