Estasi

La nostra cultura è ossessionata dai temi della soggettività, ma sembra aver dimenticato che oltre i suoi confini esiste un universo che ci definisce e che guida le nostre azioni, spesso a nostra insaputa: a questa dimensione fa richiamo lo stato dell’estasi, un termine che deriva da una parola greca (ekstasis) che significa appunto “essere fuori di sé”, quindi “essere fuori dal proprio sé”, dal dominio della soggettività. Ne ho parlato su Esquire, toccando la letteratura di Stephen King e la cultura rave, Coleridge e la droga, il sesso e la lanterninosofia di Pirandello. Potete trovare l’articolo qui.

The Weird and the Eerie di Mark Fisher

Ho avuto il piacere e l’onore di scrivere la postfazione per l’ultimo libro di Mark Fisher, pubblicato recentemente da minimum fax. The Weird and the Eerie è stato il libro con cui sono entrato in contatto con Fisher, indubbiamente uno dei critici culturali più importanti del presente, ed è forse quello che mi ha lasciato di più: un lavoro fondamentale, credo, che inizia un discorso ancora tutto da esplorare sulla speculative fiction in questi nostri tempi strani. La traduzione, eccellente per un libro difficilissimo da tradurre, è di Vincenzo Perna.

Potete acquistare il libro sul sito di minimum fax.

La casa di Donald Trump

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La sera dell’11 november ero a un incontro con Massimo Recalcati all’Istituto di Cultura Italiana, che si trova a Belgravia, uno dei quartieri più ricchi dell’Occidente. È anche un quartiere vuoto, dove uomini armati proteggono le ambasciate straniere. Queste fotografie della casa di Trump mi hanno ricordato quelle, bellissime, scattate da Karen Knorr a Belgravia negli anni di Maragret Thatcher: ci si vede la stessa distanza siderale, l’essere alieno rispetto al resto del Paese. Con la differenza che nel 1979 la Thatcher rappresentava il paradigma di un mondo nascente: allora non era impossibile farsi sedurre dalle promesse dell’ultraliberismo se quelle erano le tue idee politiche. Quasi quarant’anni dopo Trump incarna ancora quell’ideale dopo che la storia ne ha ampiamente decretato il fallimento. Le fotografie della sua casa solo le fotografie da una casa di morti e il voto che l’ha reso presidente, rispecchiato in questo lusso, si rivela per quell che è: un rito macabro.

Galleria completa qui.

 

Never forget, never remember

Sulle pagine di Studio Cristiano De Majo parla di un tema che mi sta molto a cuore anche per ragioni professionali, quello della memoria. L’articolo sottolinea un paradosso interessante: se da un lato la capacità di ricordare sembra decadere come tecnica della mente, sostituita da tecnologie che sono sempre più “hard disk esterno” della mente umana, dall’altro assistiamo da anni a un proliferare della memoria nella forma edulcorata della nostalgia nei prodotti culturali, dal cinema alla musica alla moda.

Credo che il paradosso sia più apparente che sostanziale. Il problema della memoria è tra i più antichi dell’uomo – forse il più urgente di tutti nel suo essere inscindibile dal dilemma fondamentale dello scorrere del tempo. Anche la prima opera della letteratura occidentale si apre con un inno alla memoria: “Cantami, o diva, del pelide Achille”. Il poeta chiede alla musa di ricordargli una storia che altrimenti teme potrebbe andare perduta per sempre.

Prima di diventare macchine militari, macchine dei sogni e infine protesi della psiche e del corpo umano, i computer sono stati dispositivi per immagazzinare e organizzare la memoria. Il primo tentativo di computer dell’era moderna, anni prima di Turing, era stato battezzato memex dal suo inventore e aveva lo scopo di permettere la lettura e lo studio di più libri contemporaneamente, ma già nel Seicento l’inventore Agostino Ramelli aveva progettato un dispositivo a forma di ruota che aveva lo stesso scopo del memex. E cosa sono i libri stessi se non dispositivi per immagazzinare la memoria, esternalizzandola su un supporto meno deperibile delle reti neurali?

Parte dell’importanza che la rivoluzione di internet ha avuto sul nostro modo di accedere alla conoscenza deriva dal fatto che non si tratta affatto di una rivoluzione – piuttosto di un lento sviluppo che dalla mnemotecnica di Simonide di Ceo passa per il Teatro di Giulio Camillo e l’invenzione della stampa. Recuperare l’informazione desiderata al momento del bisogno era già lo scopo del metodo dei loci dell’oratoria classica, è la base dell’information retrival che fonda la biblioteconomia moderna ed è la ragion d’essere di Google.

Quindi possiamo dire che niente è cambiato? No, perché la diffusione di internet è senza precedenti, e l’uso che facciamo dei database online, da YouTube a Flickr, è immensamente più invasivo di tecniche mentali riservate a un’elite di patrizi e di macchine che fino alla fine del Novecento sono rimasti degli esemplari unici nella storia.

Ha ragione De Majo a dire che ci stiamo trasformando in esseri che non hanno più bisogno di ricordare proprio perché abbiamo finalmente trovato un modo di immagazzinare quintali di informazione in porzioni molto ridotte di spazio. La nostalgia si fonda in parte sul fatto che possiamo attingere a questa informazione, e dunque lo facciamo. Ma le questioni di ordine tecnico, credo, non sono sufficienti a esaurire il discorso.

Un altro motivo per cui ricorriamo al passato (un trai tanti, immagino) è che in questi anni il futuro appare incerto, e forse nemmeno un posto così attraente verso il quale andare. Bisogna ricordare che quando parliamo di proliferazione della nostalgia nella cultura parliamo di cultura occidentale, quindi di un blocco di paesi che sta attraversando una profonda crisi di civiltà: sarebbe interessante sapere in che modo paesi emergenti come la Cina e il Brasile si rapportano al proprio passato culturale e come elaborano l’idea di futuro.

In epoche di crisi le culture si rivolgono sempre al passato, a quello remoto e a quello prossimo: si irrigidiscono in formalismi manieristici, come Bisanzio, o assumono un carattere introvertito e metatestuale, come la pittura e la poesia del Barocco secentesco. Mi sentirei di lasciare aperta la possibilità che la nostalgia di cui è intrisa la cultura contemporanea sia la nostra forma di fare i conti con la crisi di valori del tardo capitalismo.

Naturalmente l’articolo di De Majo cita Simon Reynolds, l’autore che ha detto quasi tutto quello che c’era da dire sul rapporto tra sistema culturale, passato e nostalgia. Tra le tante argomentazioni sollevate da Reynolds nel suo Retromania ne ricordo una meglio delle altre: quella secondo cui l’accessibilità totale degli archivi digitali ha cancellato il sentimento della noia. Quando lo spazio del ricordo, che è uno spazio abitato dai simboli e dalle narrazioni, viene riempito dalla fruizione diretta, il nostro tempo si satura di contenuti di cui solo in parte riconosciamo una componente personale. C’è differenza tra ricordare i propri anni Ottanta e vederli replicati in una serie TV. Il passato non passa mai, e smette di essere qualcosa di intimo.

Nel racconto breve An Advanced Reader’s Picture Book of Comparative Cognition, lo scrittore Ken Liu presenta una razza aliena, i Telosiani, il cui corpo segmentato è di fatto un dispositivo per registrare e immagazzinare il passato. Siccome sono incapaci di dimenticare, per i Telosiani il passato è sempre presente: “while the Telosian never forget”, scrive Ken Liu, “they also do not remember. They are said to never die, but it is arguable whether they ever live”. Ecco, quegli esseri sono sempre più simili a noi.

(Photo: Ward Shelley)

Nella vita degli altri

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Oggi su Prismo parlo di un tema dalle potenzialità infinite: cosa succede quando la tecnica ci permette di entrare nella mente di un altro. Il tour parte da Wolfenstein 3D e arriva alle GoPro passando per il porno POV e The Blair Witch Project. Questo è il primo capitolo di un discorso più ampio che dovrebbe toccare, prima o poi, anche realtà virtuale, neuroscienze e meditazione: magari un giorno ci arriveremo. Per ora vediamo cosa c’è dietro, per dire, ad Hardcore Henry.

(Fonte immagine: lockedcog.com)

Charlie Hebdo, la domanda sbagliata

Ecco cosa mi colpisce dopo aver letto e riletto l’editoriale di Charlie Hebdo  del 30 marzo: nel gennaio 2015, dopo la sparatoria alla sede del settimanale, un coro di critiche aveva accolto l’articolo di Teju Cole pubblicato sul New Yorker in cui lo scrittore statunitense criticava i toni aggressivi dei vignettisti francesi; poco più di un anno dopo capita l’esatto contrario, con Charlie Hebdo accusato di razzismo e l’opinione di Teju Cole – questa volta espressa tramite un post su Facebook – indicata dai progressisti come esempio di pensiero liberale. Tanto Charlie Hebdo che Teju Cole sono rimasti sulle loro posizioni, rispettivamente convinti che la diffusione dell’Islam in Europa comporti una minaccia per i valori laici dell’Occidente e che la demonizzazione della religione musulmana abbia poco a che vedere con questi valori. Vero che nel gennaio 2015 c’era appena stata una strage, e che l’emotività è sempre il fattore principale nel guidare le argomentazioni; ma è anche vero che da allora in Europa ci sono stati altri due attentati terroristici di matrice islamica che hanno ucciso in tutto 160 persone qualunque, non vignettisti militanti impegnati nella lotta senza quartiere contro qualsiasi forma di costrizione della libertà di parola, l’ultimo dei quali solo otto giorni prima della pubblicazione dell’editoriale di Charlie Hebdo. Quindi mi chiedo, c’è una differenza qualitativa tra questi attacchi – gennaio 2015, novembre 2015, marzo 2016 – tale da suscitare reazioni così opposte? Ci siamo assuefatti all’idea della violenza per le strade delle nostre capitali? Ancora più interessante mi sembra il fatto che le posizioni di Cole vengano sostenute oggi sulla base delle stesse ragioni per cui venivano attaccate ieri, cioè la difesa della laicità e del libero pensiero, il che naturalmente è anche il motivo per cui Charlie Hebdo fa quello che fa provocando le critiche dello stesso Cole. Questo mi fa dire che la definizione dei valori dell’Occidente è oggi quantomeno poco condivisa e necessita di essere ripensata dalle fondamenta.

Non per niente l’editoriale stesso riesce a essere completamente dalla parte del torto e allo stesso tempo a sollevare un punto a mio parere centrale di tutta la questione, l’efficacia operativa delle categorie su cui impostiamo il nostro dialogo interculturale. Dire che il commerciante halal e la donna con l’hijab sono la parte nascosta di un iceberg la cui punta è il terrorismo islamista – e che dunque tutti i musulmani in un modo o nell’altro sono responsabili delle stragi di Parigi e Bruxelles –  è chiaramente sbagliato e pericoloso, e com’è stato fatto notare da più parti assomiglia in maniera inquietante agli argomenti usati per giustificare l’antisemitismo in Europa alla fine del XIX e all’inizio del XX secolo. Ma quando l’autore dell’editoriale scrive che Tariq Ramadan, il professore svizzero che a Oxford insegna che “il secolarismo (…) deve adattarsi al nuovo posto assunto dalla religione in Occidente” è allo stesso tempo “giudice e accusato”, non sta solo mostrando segni di paranoia (non fraintendetemi: sta certamente mostrando segni di paranoia) ma anche sollevando un punto interessante. Il liberalismo occidentale contiene in sé stesso la possibilità della propria negazione, perché crede che tutte le opinioni siano valide e legittimamente sostenibili, inclusa quella che nega il liberalismo occidentale. Il che è come dire: il destino dell’Occidente è un quadro di Escher in cui una mano disegna l’altra che la disegna a sua volta all’infinito, e questo rende l’Occidente stesso vulnerabile. Leggendo Sottomissione di Houellebecq questa sensazione di quieta catastrofe, di uno scenario impossibile che emerge dalle forme del quotidiano, è molto vivida, e molto inquietante. Le bombe esplodono in lontananza mentre gli accademici continuano il loro convegno in  un quartiere residenziale di Parigi: forse è soltanto paranoia ma, a parti invertite, anche le comunità ebraiche mitteleuropee degli anni Trenta non hanno creduto alle reali intenzioni del Reich fin quando non è stato troppo tardi.

Ovviamente sto esagerando, ma lo faccio per un motivo: per dimostrare che il paragone con gli eventi della seconda guerra mondiale può essere facilmente ribaltato e che tutta questa questione – Charlie Hebdo, il terrorismo islamista, l’Occidente e i suoi valori – è come una di quelle illusioni ottiche in cui ciò che vedi dipende dal punto in cui focalizzi lo sguardo. Un articolo di Adam Shatz sulla London Review of Books sottolinea ulteriormente questo punto raccontando la storia dello scrittore afroamericano James Baldwin che, chiedendo spiegazioni sul pestaggio da parte della polizia di un ‘arabo’ durante una visita in Francia nel 1948, si era sentito rispondere ‘Le noir américain est très évolué, voyons!’: di nuovo una questione di prospettive. L’articolo continua citando il caso della filosofa femminista Elisabeth Badinter, secondo la quale il velo è un segno di sottomissione della donna al punto tale che sarebbe giusto costringere le donne musulmane a farne a meno in nome dell’idea occidentale di emancipazione. In altre parole il sentiero verso la libertà d’espressione dovrebbe passare attraverso il divieto della libertà d’espressione, essendo che alla base del liberalismo occidentale sta anche l’idea che puoi metterti in testa quello che ti pare, un hijab come un cappello da cowboy. E dunque cosa dovremmo dedurne? Che Elisabeth Badinter è razzista? Che nega i valori dell’Occidente nel tentativo esasperato di affermarli? Questo mi sembra un perfetto esempio del paradosso della critica all’etnocentrismo: c’è qualcosa di più etnocentrico di sostenere che la maniera giusta di rapportarsi alle altre culture sia fare a meno dell’etnocentrismo?

Credo che valga la pena sostenere l’appello fatto da Teju Cole nel suo post di Facebook: leggete l’editoriale di Charlie Hebdo, e leggete anche il post di Cole stesso, e qualsiasi altra cosa riusciate a trovare sull’argomento. E fatevi un’idea vostra, perché sul terreno instabile dell’ideologia Occidentale al tramonto dell’Occidente non ci sono risposte facili, e anche le domande sono quasi sempre quelle sbagliate. Almeno su questo Charlie Hebdo ha sicuramente torto: il punto non è chiedersi come siamo arrivati qui, ma dove andiamo adesso. E a me sembra che per rispondere a questa domanda ci sia ancora molta strada da fare.

(Immagine: Wikipedia)