Ren Hang (1987-2017)

Mi sono imbattuto nel lavoro di Ren Hang alcuni anni fa su Tumblr. Un account che seguo aveva postato una sua fotografia del 2013 in cui cinque donne nude sono distese con le teste vicine, i capelli che si mescolano in un’unica macchia nera, le mani di ognuna sulle guance di quelle che le stanno accanto così che le braccia, piegate all’altezza dei gomiti, formano una strana stella a otto punte.

La fotografia mi ha fatto pensare a quello che scriveva Fredric Jameson delle Diamond Dust Shoes di Andy Warhol: che sembravano «inspiegabili oggetti naturali» per lo spettatore che se le trova davanti «svoltando nella sala di un museo o di una galleria». Con la differenza che per Jameson le scarpe di Warhol erano oggetti morti, inspiegabili oggetti morti. Le donne di Ren Hang invece mi sembravano oggetti inspiegabilmente vivi.

Quando pochi giorni fa ho scoperto che Ren Hang si era tolto la vita poche settimane prima di compiere trent’anni, ho capito il sentimento che mi aveva comunicato quella fotografia. La chiave di lettura me l’aveva fornita la definizione che nel suo ultimo libro Mark Fisher da di eerie, un termine che in italiano possiamo tradurre solo vagamente come “inquietante”.

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Otherworlds e il tramonto su Marte

sunset  mars

Siccome era festa, lunedì Emanuela e io siamo andati al National History Museum a vedere Otherworlds, una mostra fotografica sull’esplorazione spaziale musicata da Brian Eno. Ho trovato diverse fotografie evocative – gli scatti ravvcinati dell’attività eruttiva del Sole, o le immagini satellitari degli uragani sulla Terra che spiegano meglio di molti libri cosa si intende per ecosistema e perché il riscaldamento globale è un problema tanto grave – ma una in particolare ha colpito la mia immaginazione: è quella che vedete in apertura di questo post e immortala un tramonto su Marte fotografato dal rover Spirit nel 2005. Da un lato si tratta del fatto che tutte queste fotografie, quelle della Terra e quelle più astratte scattate ai confini del sistema solare, siano state realizzate da macchine, e in larga parte catturino panorami che l’occhio umano forse non vedrà mai direttamente: c’è qualcosa di suggestivo e sottilmente inquietante in questa forma di fotografia privata dello sguardo umano – dati raccolti e inviati attraverso il vuoto cosmico senza un’intenzionalità estetica, o anche solo significante. Dall’altro è proprio la strana quotidianità della scena ritratta da Spirit a essermi rimasta impressa, come se il dispiegarsi di un evento comune – il sorgere e tramontare del Sole all’orizzonte – contribuisse a sottolineare l’alterità radicale dello scenario in cui avviene. Il cielo è blu a causa della composizione atmosferica marziana – un blu che sulla Terra non esiste. Per quanto simile al panorama di un deserto terrestre, la cornice in cui avviene il tramonto è priva di vita, esposta alle radiazioni solari dall’assenza di ozono nell’atmosfera, funestata da tempeste di sabbia globali. In altre parole, un mondo alieno.

Penso che questa sia una fotografia importante nella storia dell’uomo, come quelle di Auschwitz o di Piazza Tienanmen. Qualche anno fa, parlando del Whole Earth Catalog, provavo a spiegare l’enorme impatto avuto dalla prima fotografia della Terra scattata dallo spazio nel 1967. La fotografia del tramonto su Marte non è altrettanto potente, ma per certi versi è più inquietante: come il perturbante freudiano – i sogni e gli automi – ci mette di fronte a una familiarità non familiare, quello che Timothy Morton ha chiamato con una bella espressione “lo strano straniero”. In un certo senso mi ricorda le sagome umane impresse sui muri di Hiroshima, per l’assenza di umanità nell’occhio che le ha fotografate, il loro somigliare a negativi fotografici. Anche il tramonto marziano è la traccia di qualcosa che non c’è più: Spirit ha inviato il suo ultimo segnale alla Terra nel marzo 2010. Non è suggestivo pensare che questo tramonto sia il residuo di un passato reso significativo da uno dei tanti futuri possibili – quello in cui l’uomo vedrà con i propri occhi i tramonti di Marte – che forse non si realizzerà mai?