Beppe Grillo e la vendetta dei puri

O ANCHE: VI RICORDATE ANCORA DEL VECCHIO GUY?

L’unica passione della mia vita è stata la paura

(Thomas Hobbes)

Voglio premettere a qualunque altra considerazione alcune note preliminari che, spero, aiuteranno una corretta comprensione di ciò che segue; e cioè:

  1. Ho firmato il primo appello di Beppre Grillo l’8 settembre 2007 e il secondo venerdì scorso 25 aprile in Piazza San Carlo a Torino;
  2. Non sono un giornalista. Ho collaborato e collaboro con alcune riviste e webzine dal carattere assolutamente indipendente. Nella mia vita ho pubblicato un solo articolo di carattere politico rintracciabile a questo indirizzo
  3. Non ho mai avuto a che fare, e non ho tuttora a che fare, con nessuna delle istituzioni e delle aziende criticate dal movimento di Grillo. Non sono tesserato a nessun partito, non faccio parte di nessun ordine professionale;
  4. Ho ventidue anni e mi sto laureando alla triennale di lettere all’Università di Torino.

Detto questo posso cominciare ad esporre quanto segue.

L’enorme polemica mediatica che aveva seguito il primo V-Day (settembre 2007) aveva posto sul piatto della discussione politica una serie di interessanti argomenti riguardanti lo stato di salute delle istituzioni, i principi fondanti della nostra democrazia, la partecipazione giovanile negli affari della cosa pubblica. L’establishment politico aveva attaccato il movimento dei “grillini” segnandolo con il marchio infame dell’“antipolitica”, mentre (quella che dovrebbe essere) l’élite culturale aveva dimostrato una volta di più la propria insussistenza ontologica guardandosi bene dall’esprimere un’opinione chiara e seria a riguardo. Il dibattito era finito (come al solito) nelle mani di Bruno Vespa, relegato agli slogan dei nostri telegiornali sensazionalistici, e i pochi intellettuali che avevano veramente qualcosa da dire (per esempio Giovanni Sartori) semplicemente non erano stati presi in considerazione. Nonostante tutto questo (sempre posto che esista davvero un nonostante tutto questo) la discussione aveva in sè vari nuclei di interesse che sarebbe il caso di riprendere, oggi, a pochi giorni dal secondo V-Day tenutosi a Torino lo scorso 25 aprile.
L’argomento che mi interessa di più discutere è ciò che i media, con una formula facile, hanno definito “antipolitica”. Comincio subito con il dire che il termine non soltanto arreca in sè ambiguità (cosa vuole dire esattamente “antipolitica”?), ma soprattutto palesa un’arroganza della casta politico-culturale piuttosto preoccupante: dire che Grillo fa “antipolitica” significa, stando ai fatti, dire che la politica è solo e soltanto quella fatta dai partiti. Ad un primo sguardo, questo sembrerebbe l’atteggiamento di un bambino egoista che possiede una palla e dice agli altri bambini: “la palla è mia, o giochiamo come voglio io oppure non giochiamo”. Ma nasconde di più. Una definzione ampia e accurata del termine “politca” è fornita da wikipedia italia:


la politica è quell’attività umana, che si esplica in una collettività, il cui fine ultimo – da attuarsi mediante la conquista e il mantenimento del potere – è incidere sulla distribuzione delle risorse materiali e immateriali, perseguendo l’interesse di un soggetto, sia esso un individuo o un gruppo (fonte)


Esistono in effetti altri significati del termine “politica”, più inerenti alle forme di governo istituzionale e all’attività delle camere – ad ogni modo nessuno dei politici e dei giornalisti che ha parlato di “antipolitica” si è curato di fare le dovute distinzioni. Ne consegue che dire, come è stato detto, che la politica è dominio esclusivo dei partiti significa esprimere a gran voce (e con compiacimento) lo scollamento sempre maggiore tra l’istituzione e la base popolare che ne legittima l’esistenza: è l’atto (lessicalmente) estremo della partitocrazia che, per autoconservarsi, si arroga il diritto di decidere cosa sia e cosa non sia l’impegno politico. Tutto questo non è infantile – è un errore che i nostri governanti non possono permettersi di fare.
Appurato questo punto, e spogliato il concetto della sua sovrastruttura lessicale, il nucleo del problema rimane; per comodità, potremmo esporlo in questa forma interrogativa: quello che Grillo cerca di fare, con il suo movimento e il suo impegno, è di dare nuova vita alla nostra democrazia malata? Sta lavorando per migliorare un sistema democratico, il nostro, corroso da anni di partitocrazia selvaggia, devastato da clientelismi e infiltrazioni mafiose, pervaso dalle spinte centripete di poteri economici e parastatali – o sta facendo qualcosa di più, e di diverso? In questo caso, che cosa esattamente sta facendo Beppe Grillo? Cos’è esattamente un V-Day?
La questione è complessa e cercherò di affrontarla nella maniera che mi è più congeniale – cioè attaccandola dai lati. Pochi anni fa è uscito un film di grandissimo interesse sociologico, anche, ma non solo, per l’ampia distribuzione a cui era fin da subito destinato: V for Vendetta di James McTeigue. Senza entrare nello specifico della trama e tralasciando completamente qualunque considerazione di tipo artistico, è d’obbligo ricordare che V for Vendetta era un film che si basava su uno dei costrutti tipici di ciò che gli storici chiamano “antimodernismo”, e cioè il rifiuto della democrazia parlamentare. Dato che mi sto occupando (insieme ad un caro amico, il professor Mario Gamba) della stesura di un lavoro che ha come tema proprio l’antimodernismo, un film come questo non poteva lasciarmi indifferente, soprattutto per una serie di aspetti che cercherò di approfondire in questo articolo.
Naturalmente trattare in questa sede di cosa si intenda con il termine “antimodernismo” sarebbe troppo lungo; rimando per approfondimenti ad un qualsiasi dizionario di politica. Quello di cui mi interessa parlare, comunque, è la scena finale del film in questione (chi sa di cosa sto parlando la ricorderà certamente, gli altri possono trovarla qui): mi riferisco all’esplosione del parlamento inglese per mano del protagonista, un vendicatore mascherato che si fa portavoce del malessere generale della popolazione nei confronti di un sistema politico corrotto e autoritario che ricorda da vicino i grandi totalitarismi del Novecento. Ora, il parlamento inglese che esplode fa pensare a chiunque sia dotato di una seppurminima coscienza storica ad un grande precedente (peraltro esplicitamente citato nel film), ovvero l’attentato dinamitardo (fallito) di Guy Fawkes alla House of Lords nel 1605. La storia del “vecchio Guy” è, almeno nei suoi tratti essenziali, rintracciabile qui, o in maniera più approfondita qui.
I fatti essenziali per il nostro discorso, comunque, possono essere riassunti in 4 punti:

  1. Guy Fawkes era un cattolico. In effetti era un estremista cattolico che considerava pura la propria anima e pura la propria religione – e in nome di questa purezza aveva deciso bene di far saltare il parlamento, non riuscendo, probabilmente, a far saltare anche il re;
  2. Guy Fawkes aveva deciso di far saltare il parlamento perchè si opponeva ad una complessa manovra di modernizzazione e laicizzazione dello stato inglese; in questo senso la sua “congiura delle polveri” aveva un chiaro e spiccato senso antimodernista;
  3. L’esperienza di Guy Fawkes ha avuto parecchia fortuna nella storia culturale e artistica occidentale. In un periodo di enorme sfiducia nel sistema democratico parlamentare (gli anni tra la prima e la seconda guerra mondiale) T. S. Eliot gli dedicherà l’epigrafe a The hollow men, un’epigrafe che recita letteralmente così: A penny for the Old Guy;
  4. La ripresa dell’esperienza di Fawkes in un film destinato ad un larghissimo pubblico come V for Vendetta non può che significare, se già non l’avessimo capito, che il mondo contemporaneo vive un sentimento di fastidio e di sfiducia nei confronti delle istituzioni democratiche molto simile (per certi versi troppo simile) a quello che attraversava l’Europa nel ventennio nero degli anni 20 e 30 del Novecento.

Bene, potrebbe obiettare qualcuno, e cosa c’entra tutto questo con Beppe Grillo e con il V-Day? Quale legame intercorre tra un kolossal hollywoodiano, un dinamitardo cattolico del ‘600, e le nuove forme della politica extraparlamentare italiana?
La connessione si pone ad un livello innanzitutto visuale, di immagini: il logo con cui è stato pubblicizzato V for Vendetta (una V rosso sangue in campo nero) assomoglia molto al logo scelto da Beppe Grillo e dal suo staff per presentare il secondo V-Day; gli assomiglia così tanto che spesso, su siti e riviste, i sostenitori di Grillo hanno compiuto la sovrapposizione che era implicita nelle scelte “ufficiali” del movimento “grillino”. Ecco qui di seguito a che cosa esattamente mi riferisco:

Ora, chiunque può capire che un certo tipo di scelte a livello comunicativo non sono casuali e anzi veicolano più profondi significati. Dunque la domanda che viene a porsi diventa: cosa intende dirci Beppe Grillo scegliendo di comunicarci V for Vendetta, e, per traslato, Guy Fawkes? Ci sta dicendo: “lottiamo insieme per una democrazia migliore”, oppure ci sta dicendo: “siamo stufi delle istituzioni (e quindi necessariamente anche della democrazia, visto che di questo si parla in Italia, seppure con molte doversoe eccezioni) punto e basta”? Oppure ci sta dicendo entrambe le cose, con un procedimento ambiguo e forse, questa volta, non del tutto conscio e intenzionale? Se è vero che il gesto del nostro “vecchio Guy” non potrebbe in nessun modo essere inteso come un atto specificamente “antidemocratico” (la democrazia inglese del ‘600 aveva poco a che vedere con la democrazia come la conosciamo nel 2008), è anche indubbio che la rilettura operata da McTeigue in V for Vendetta finiva con l’assumere, e volontariamente, esattamente questo significato. E Beppe Grillo, non citando direttamente Guy Fawkes ma il film di McTeigue, non può in nessuna maniera sottrarsi al peso di questa intenzionalità: le immagini, esattamente come le parole, sono molto importanti – e vengono sempre usate con un preciso scopo e una precisa volontà comunicativa.
È in questo senso che il discorso su quella che impropriamente (peggio: malevolmente) viene detta “antipolitica” torna in primo piano. Ora, sappiamo o dovremmo sapere tutti che le “eccezioni” di cui parlavo sopra riguardo alla democrazia italiana non sono cose da poco. Come l’Unione Europea ricorda spesso, ed evidentemente invano, l’Italia sta alla democrazia come quei soggetti che la psicanalisi definisce “borderline” stanno al benessere mentale: la situazione non è ancora esplosa (andiamo a votare regolarmente) ma potrebbe farlo da un momento all’altro; la facciata regge, ma i sintomi si aggravano di giorno in giorno. Mi sembra dunque chiaro che nell’analizzare la situazione del movimento “grillino” sia necessario distinguere due piani: uno, che mi appare come decisamente positivo, in cui un grosso movimento popolare e de-ideologizzato si sta muovendo per ricordare alla democrazia italiana il suo stato di malessere, e si sta attivando, con strumenti democratici (il 25 aprile si raccoglievano firme per un referendum) per modificare in senso positivo la situazione esistente; e uno, più oscuro e strisciante, che ha molto più a che vedere con i significati reconditi di quella V rossa in campo nero, e che, a mio avviso, rappresenta un grosso rischio non soltanto per i sostenitori di Beppe Grillo, ma, in ultima analisi, per tutto il Paese.
Quello che voglio dire è che l’ambiguità (o meglio la polivalenza semantica) delle strategie comunicative di Grillo rischiano di produrre, se non hanno già prodotto, un pericoloso effetto collaterale. Dire che la casta politica è corrotta, senza mediazioni nè distinzioni, sortisce certamente l’effetto di radunare un malessere più che legittimo e di veicolarne le potenzialità in azione politica; ma ha il difetto (a mio parere imperdonabile) di non porre dei limiti all’azione stessa. Sappiamo tutti che la situazione politica mondiale è instabile, sappiamo che spinte centripete e veramente “antidemocratiche” arrivano da ogni parte: gli opposti estremi di sinistra e destra (dalle frange estreme della sinistra “autonoma” fino ai neonazisti), il terrorismo nazionale e quello internazionale; per restare nel giardino di casa basti pensare ai leghisti che minacciano (l’hanno rifatto pochi giorni fa) di “imbracciare i fucili”, oppure all’opinione comune di chi ha votato Berlusconi secondo la quale un mafioso (nello specifico Mangano) che non parla in carcere è da considerarsi un eroe e non, come da dizionario, un omertoso. Tutto questo ha un nome: rifiuto per le istituzioni democratiche. La scena finale di V for Vendetta ha un nome – lo stesso. Lo stesso nome, e lo stesso sentimento, sono quelli (e chiunque affronti il passato storico di questo continente senza pregiudizi ideologici sarà concorde nell’ammetterlo) che hanno trascinato l’Europa verso il caos delle guerre mondiali, verso il fascismo, verso Auschwitz e verso i gulag.
Ora (e sia chiaro) non voglio assolutamente dire che Beppe Grillo è un fascista (come pure è stato detto) nè che sta lanciando al Paese un messaggio antidemocratico – se pensassi questo non avrei firmato entrambi i suoi appelli. Quello che voglio dire è che un messaggio come quello che Beppe Grillo sta comunicando ora alla moltitudine di italiani giustamente esasperati può diventare, se non lo si tiene sotto stretto controllo, molto pericoloso. Perchè parlare ad una massa (e quella del 25 aprile in Piazza San Carlo era una massa) è molto complesso, e sappiamo bene (la storia lo insegna) che uno stesso messaggio lanciato ad una massa viene interpretato da alcuni in maniera positiva e propositiva, da altri (anche se si trattasse di una minoranza) in maniera radicalmente distruttiva. Avevano torto le BR ad esprimere il malessere di migliaia di giovani schiacciati dall’economia neoliberista e da un sistema politico che li aveva scordati? No. Ma avevano ragione le BR quando uccidevano giornalisti innocenti che avevano come unica colpa quella di raccontare la verità? Di nuovo no. Un discorso simile potrebbe essere fatto tanto per il fascismo quanto per il marxismo-leninismo, tanto per la questione israeliana quanto per il terrorismo internazionale – è esattamente la scollatura che nasce tra mezzi e fini, tra Idea e Realtà – ed è esattamente quello che voglio dire.
Beppe Grillo, in questo momento, ha nelle sue mani una grandissima responsabilità – ed è necessario che ne sia conscio. Con il suo movimento potrebbe davvero, forse, cambiare le sorti di questo Paese che ancora una volta sembra sprofondare nel qualunquismo, nella connivenza mafiosa, nell’illegalità endemica del suo sistema mediatico e dei suoi meccanismi clientelari. Ma deve fare molta attenzione al fatto che la massa è formata di esseri umani, e gli esseri umani a volte fanno cose strane. La pretesa della purezza (loro sono corrotti, noi noi; loro sono antidemocratici, noi no; loro sbagliano, noi abbiamo ragione) è sempre stato, nel corso dei secoli, l’inizio della distruzione, dell’intolleranza, della violenza – pensate un po’, a questo punto, al vecchio Guy Fawkes. Nell’insoddifazione generale, nella violenza repressa di un mondo stremato da paure inesistenti (se non mi voti torna Bin Laden) e da modelli irraggiungibili (l’imperativo categorico è young cool and sexy), nel nichilismo di una popolazione “disempowered” perchè si sente impotetnte (e di conseguenza rischia di diventare violenta alla sola promessa del potere) e che è stata impotente, in effetti, per quindici anni, davanti a Falcone e Borsellino, a Travaglio e Biagi cacciati dalla Tv, alla legge Gasparri (ma anche alla truffa dell’11 settembre, a Giuliani ammazzato a Genova, davanti al lavoro precario e al capitalismo selvaggio) in questa situazione, insomma, il messaggio di V for Vendetta, il parlamento che esplode, può assumere significati nefasti.
A tutti noi (e non solo a Beppe Grillo) il compito di far sì che la democrazia cambi – senza esplodere – e risorga nuova e, finalmente, più democratica.

Gianluca Didino

orgone5@gmail.com


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32 pensieri riguardo “Beppe Grillo e la vendetta dei puri

  1. ecco qui il pezzo su grillo promesso.
    perdonate gli errori di formattazione, sto lavorando in condizioni pietose (la tastiera crede ci sia selezionato il tasto shift) e wordpress non mi aiuta.
    in questi giorni migliorerò la forma – avevo solo bisogno di pubblicare il tutto per non far passare da troppo tempo gli eventi.
    voglio dire ancora solo una cosa, e cioè che questo articolo lo devo a mario, per tutto quello che mi ha insegnato sulla storia di questo vecchio continente malandato – e per molti altri motivi.
    ditemi voi che ne pensate.

  2. Un nostro comune amico, tempo fa, ha sostenuto che la politica non devono farla i comici, che in un Paese democratico esistono precise istituzioni che esercitano i poteri esecutivo, legislativo e giudiziario e che sta a loro “fare la politica”. Io ho ribattuto, e sostengo ancora (anche se non è facile controbattere al nostro comune amico, che possiede armi retoriche molto affilate) che la teoria dei tre poteri e del loro esercizio tramite delegati può funzionare solo in uno Stato dove la democrazia non sia malata; e il motivo per cui, a mio parere, questa democrazia è malata, è appunto che manca, sull’operato di chi è incaricato di esercitare il potere, una componente essenziale: il controllo da parte del popolo (il quale, attenzione, non si esercita solo tramite il voto, cioè il “mero” atto di recarsi alle urne una volta ogni tanto: questo è quello che ad alcuni piacerebbe farci credere). Manca per mille motivi che conosciamo tutti molto bene: lo scarso interesse dei più nei confronti della cosa pubblica, l’ignoranza diffusa e capillare di chi si affida solo alla tv per informarsi e la mette così nelle condizioni di ottenere il famigerato “strapotere mediatico”, la fondamentale somiglianza culturale del piccolo e del grande -si è tutti furbetti, e si rubacchia qua e là dove si può- causata da anni di clientelismo e di politica del voto di scambio, eccetera (qui colgo l’occasione per sottolineare che le mie, nel precedente commento, non erano solo “considerazioni di stampo gobettiano” sul servilismo italiano: intendevo dire che il cambiamento si ottiene dal basso, perchè appunto “le istituzioni” non sono enti astratti che ci penzolano sulla testa come spade di Damocle, ma sono fatte di tante, troppe, persone, ognuna delle quali, con il suo lavoro -o nonlavoro- quotidiano influenza per una piccola parte le sorti collettive del Paese).

    Tornando a ciò di cui discutevo con l’amico, Beppe Grillo, per l’appunto, credo, non è che un altro sintomo del malessere della nostra democrazia: gli “eroi” della sinistra (e non solo) degli ultimi anni non sono mai stati degli “uomini politici” propriamente detti, e cioè rappresentanti di questo o quel partito o “istituzione”, ma sempre e solo comici, registi, attori, giornalisti (l’unica eccezione è stata un certo sindacalista che, qualche anno fa, ha portato tre milioni di persone -tra cui me- in piazza, ma che poi pare aver perso completamente il senno esercitando il suo incarico di sindaco).

    Fai bene, caro Gianluca, a sottolineare la differenza tra AZIONE di Grillo e REAZIONE a Grillo, e a preoccuparti per le eventuali conseguenze. Naturale, d’altro canto, che la “politica”, quella “vera”, l’abbia liquidato in fretta senza dare risposte precise: è anche questo un noto artificio retorico, esposto già da Cicerone e Quintiliano: quando non sai come ribattere all’argomento dell’avversario, fà una critica morale alla sua persona, aggira il problema senza curarti di quel che dice o ti chiede, e delegittima il suo diritto a parlare.

    Però vedi, nonostante le tue correttissime considerazioni sul modo in cui il discorso di Grillo potrebbe essere percepito, io non credo che questo “movimento” sia quello che sfocerà in “qualcosa” di più grande (certo fa impressione stare là in mezzo, la scorsa volta a Bologna c’ero anche io); piuttosto, lo inserirei nello svolgimento generale che le dinamiche politiche (intendo quelle che partono “dal basso”) hanno avuto in questi anni: quando le cosiddette “istituzioni” non riescono più a intraprendere un dialogo serio con la loro naturale controparte, il “popolo”, altri “soggetti sociali” intervengono per sopperire a questo bisogno; è stata un’attrice, la Guzzanti, a sollevare le prime serie critiche -nella forma della satira, che appunto per questo si differenzia dalla “comicità pura”- alla destra e alla destra-travestita-da-sinistra; è stato un giornalista, e non un giudice -mi riferisco a Marco Travaglio- a trascinare in primo piano le beghe giudiziarie e i rapporti con le organizzazioni criminali di alcuni uomini politici; un regista, per parte sua, aveva dato il “la” a questo tipo di manifestazioni “spontanee”: Moretti, con i suoi girotondi.

    E ora, ancora una volta, un comico, un attore sociale estraneo alle istituzioni democratiche “ufficiali”, raccoglie questa “eredità”, e si fa carico, per così dire (forse in maniera più organica e sistematica dei suoi predecessori), del “desiderio di politica dal basso”: mancando un reale controllo della gente sui delegati all’esercizio del potere, la democrazia non funziona, e alle piccole frange esasperate che si rendono conto di questo, e che vogliono “avere voce” in capitolo, non resta che affidarsi alla prima persona che sollevi temi di cui nessun altro parla.

    Beppe Grillo, ripeto, è esso stesso un sintomo, un altro, di questa democrazia “mutilata”. E’ apprezzabile che metta sotto agli occhi di tutti fatti e questioni che normalmente sono “tabù”: ma io non credo che abbia la stoffa per trasformarsi in qualcosa di più “grande” od “organico”. Purtroppo (o per fortuna, direbbero alcuni) credo che il suo status sia condannato a rimanere quello di giullare -nel senso etimologico e non dispregiativo del termine.

    Ovvero: continuiamo ad aspettare il Messia, sperando, nel frattempo, di non essere contagiati anche noi dalla voglia di andare a prendere pale e forconi.

  3. Ciò che tu dici di Grillo, cosa sta facendo e come, e soprattutto che effetto può avere sulla “massa” è una cosa su cui ho riflettuto anche io, giungendo forse a conclusioni molto meno rosee delle tue. Il fatto che non mi trova d’accordo completamente con quello che dici è quella distanza tra l’azione di Grillo e la reazione a Grillo. Molti continuano a liquidarlo in quanto comico, in quanto persona non atta a fare politica, e dal mio punto di vista ne hanno ben donde: in questa democrazia che ormai per semplice onestà dobbiamo definire malata, mancava solo un comico a infittire ulteriormente quella più che marcia relazione che l’avvento di Berlusconi nella scena italiana ha instaurato fra politica, economia e mondo dello spettacolo. Ci lamentiamo tanto che il succitato barzellettiere d’Italia abbia svilito le istituzioni dando una grossa mano a creare quella politica-spettacolo che ormai si esprime solo più attraverso i salotti alla Porta a porta e non attraverso il contatto con la gente e, per cercare una via alternativa a questa crisi della nostra democrazia, ci rigettiamo dritti nelle braccia di un commediante. Questo a mio avviso è uno dei gravissimi segnali di quanto in realtà abbia influito su tutti noi (in particolare noi venti-trentenni che ci siamo cresciuti) questa Italia da commedia che si è venuta a creare negli ultimi quindici anni, il fatto grave che per esprimere il proprio disagio si cerchi non una piazza ma di fatto un palcoscenico, non un impegno serio e costante ma una comparsa un paio di volte l’anno sulla scena mediatica.
    Io temo inoltre che Grillo sia ben conscio del messaggio che manda e di come lo possa recepire la gente, anche se in realtà quello che spaventa è che più che un messaggio, Grillo lancia sé stesso: è vero che l’informazione che ci danno televisioni e giornali è in molti casi assuefatta al potere, ma è anche vero che lui propugna ciò che divulga come fosse Verbo sceso in terra, senza ammettere repliche o posizioni contrarie/alternative. Di fatto, il movimento dei cosiddetti “grillini” io non lo etichetto come politica perché manca di quella componente fondamentale che è il dialogo: mai letti i commenti sul blog? Il 90% delle persone che scrive purtroppo appartiene ad un gruppo di pecoroni che credono di aver trovato in Grillo, e solo in Grillo, la Verità rivelata, la soluzione a tutte le magagne di questo paese accidentato. E di qui ai fucili che minacciano di imbracciare i leghisti, il passo mi sembra veramente breve. Parlando con due amici, ho sentito infatti diverse affermazioni agghiaccianti: uno in particolare si diceva contento della ennesima vittoria della destra alle politiche perché così “la situazione precipita e si può finalmente cambiare qualcosa, perché quando toccheremo il fondo bisognerà combattere per rialzarci” (!!!). Queste idee malate e pericolose a mio avviso le fomenta lo stesso comico burlone attraverso una comunicazione esasperata, portata all’eccesso e che non ha rispetto per nulla e nessuno: vedi la decisione di tenere il V-day il 25 aprile, vedi quel terribile articolo pubblicato da lui sul Die Zeit (e sul suo blog il 16 febbraio 2008) in cui pregava i tedeschi di invaderci e deportare i nostri politici in vagoni piombati. Ma stiamo scherzando? Questo aiuterebbe la democrazia? Questo riavvicinerebbe la gente alle istituzioni? Inoltre, le istituzioni sono malate e corrotte, ma a partire da dove? Crediamo davvero che uno che entra in Parlamento diventi immediatamente corrotto? Perché allora possiamo anche buttarci a mare, e pure le tanto propagandate liste civiche non sortirebbero il benché minimo effetto sul sistema. In conclusione forse sì, sono d’accordo con te, che Grillo in sé può non essere pericoloso (più che crederlo, lo spero), ma il clima che crea e fomenta può veramente essere deleterio per la nostra democrazia.

  4. In realtà (poi la smetto di commentare, che non è esattamente conforme alla netiquette scrivere in continuazione) credo che, al massimo, Grillo possa fomentare il clima di cui parli, Valeria, ma crearlo no, il “clima” (di sfiducia, di esasperazione, eccetera) esisteva già prima.

    Quelli come Grillo, diciamo, “raccolgono” e catalizzano questo sentimento in questa o quella direzione. Anche a me non piacciono molte delle sue uscite, e del resto è normale che sul suo blog ci siano commenti quasi solo positivi, ma tutto sommato io non credo che possa essere “pericoloso”: lo sarebbe se la rabbia della gente fosse incanalata in qualche organizzazione che davvero vuole imbracciare i fucili (la storia è piena di esempi a questo proposito), e allora sì che ci sarebbe da preoccuparsi. Io non penso che il “movimento” di Grillo possa trasformarsi in questa direzione, e tutto sommato, anche se ripeto che alcune delle sue uscite sono davvero fuori luogo, è positivo che qualcuno metta sotto gli occhi di tutti cose come la percentuale impressionante di parlamentari condannati in via definitiva, la possibilità da parte degli stessi di usufruire di regole che tutelino amanti e conviventi mentre a noi poveri stronzi questa possibilità rimane preclusa, gli sprechi di soldi, i finanziamenti statali ai giornali eccetera: qualcosa del genere, nonostante gli indubitabili errori che pure il nostro comico ha commesso, può forse essere -chissà?- un primo, primissimo passo per contribuire a sensibilizzare la gente su questi temi, per favorire, sia pure minimamente, un picoolo “cambiamento culturale” (visto che, come ho già detto più volte, nemmeno io penso affatto che uno diventi corrotto appena varca la soglia di Montecitorio).

    E infatti, le cose che dice fanno spavento, e la politica ufficiale si è limitata a delegittimare il diritto di Grillo a parlare, senza rispondere direttamente ai cittadini delle accuse da lui mosse; in fondo, è vero, i suoi sono “comizi” e non dibattiti, e in questo senso probabilmente non fa esattamente “politica”, ma in primo luogo parla a nome di molte persone, e per questo i “politici” sarebbero quantomeno tenuti a fornire risposte adeguate, e in secondo luogo, chiedo, che differenza c’è tra i “comizi” di Grillo e quelli dei rappresentanti dei partiti italiani? Nemmno lì c’è possibilità di replicare, anche lì le piazze sono affollate solo dai rispettivi sostenitori; Segolène Royale, tanto per dirne una, s’è girata la Francia quasi paese per paese CHIEDENDO ai cittadini cosa c’era che non andava, e non ha fatto fugaci e imbellettate apparizioni parlando solo lei; con tutti i difetti che può averci Segolène Royale.

    Tutto sommato Grillo è il primo che riesce a ottenere una certa attenzione su un certo tipo di temi (la povera Milena Gabanelli, con il suo ottimo Report, non ci riesce mica ad avere un simile riscontro), e questo è positivo: almeno, se ne parla.

    Poi ovvio, tutte le volte che si ottiene un certo “successo” in termini di numero di persone che ti sta a sentire, ci si espone sempre a critiche (questo vale per la politica, per la musica, per la letteratura eccetera), e tanto più se a farlo è qualcuno un po’ “sopra le righe”.

    Ma io non penso, no, che sia pericoloso, ripeto, mi preoccuperei se la “personalità forte” in questione fosse, che so, un iscritto a Forza Nuova. Facendo due conti, meglio che un Grillo esista piuttosto che no: primo, per scongiurare appunto un rischio più grande; secondo, perchè è giusto che, qualunque sia il modo, certe cose e fatti vengano fuori (e meno male che si può ancora fare!), anche se io non concordo pienamente, e questa è l’anima della democrazia, far parlare gli altri (finchè parlano e basta).

    Certo che, da parte mia, io non mi accontento di un Grillo, e aspetto il sopradetto Messia, cioè una partito, un gruppo, un movomento, qualcosa o qualcuno che sia davvero convincente, che abbia idee nuove e moderne, che abbia davvero la possibilità di tirarci fuori dal pantano attraverso le riforme, il miglioramento delle “istituzioni” e tutte quelle belle cose che ci piacerebbe avere in Italia.

  5. Non so, coco, purtroppo anche io sono qui che aspetto il tuo stesso Messia, ma mi sta venendo il dubbio che aspettando aspettando non succederà proprio un bel nulla. E dunque mi chiedo: perchè noi giovani d’oggi abbiamo un atteggiamento così snob nei confronti della politica? Perchè continuiamo a lamentarci senza muoverci di un millimetro dalle nostre posizioni, ovvero agendo? Io sono ovviamente la prima a comportarmi così, ma da qualche tempo a questa parte mi è venuto l’orrido sospetto che non si possa andare avanti in questa maniera; che sia giunta l’ora di darci tutti una mossa (senza seguire Grillo e simili, dal mio punto di vista)?

  6. bene, lo dico sempre io che il futuro di questo paese è nelle donne 🙂
    entrambi commenti molto interessanti, per rispondervi adeguatamente dovrei scrivere un libro… cercherò di essere breve.
    prima di tutto non credo davvero che si possa liquidare Grillo come “un comico”. quella cosa di cui parlava valeria, e cioè l’accorciarsi delle distanze tra politica e spettacolo, è un fatto lampante e che non ha origine in Berlusconi (pensate a Debord, “La società dello spettacolo”) ma che certamente con Berlusconi ha preso nel nostro paese una piega molto inqueitante. è un sintomo, è vero, ma tant’è: la politica ad oggi non la fanno più solo i politici ma anche i comici e chissà chi altri – preoccupa anche me, ma non vedo che altro si possa fare a riguardo se non prenderne atto. anche per questo trovo che parlare di Grillo come “antipolitica” sia pericoloso e colpevole: sono d’accordo con coco quando dice che la politica ha usato nei confronti di Grillo poco più che un artificio retorico – attare la persona per vanificarne a priori il pensiero, senza in effetti rispondere alle domande sollevate. la politica invece avrebbe dovuto interrogarsi seriamente, non solo perchè grillo riesce a comunicare con la gente mentre loro non ce la fanno; ma soprattutto perchè questo significa che la crisi delle istituzioni diventa ogni giorno più lampante, e al di fuori delle istituzioni (cioè della democrazia) regna la lotta selvaggia per il potere – o l’anarchia. io, valeria, non sono per niente ottimista sulla questione grillo, non ne ho una visione per niente “rosea”. anzi temo (perchè penso alla storia europea, ai fascismi e al comunismo, agli integralismi di ogni tipo) che un messaggio così generalizzante, così poco dialogico (come dicevi giustamente tu) e dai toni così “profetici” rischi, come cercavo di dire nell’articolo, di infiammare la folla a tal punto che finisca ad essere la folla stessa a prendere il sopravvento – e cioè un mostro senza testa, che non sa assolutamente quello che fa.
    però è importante quello che diceva coco, e cioè che grillo sta portando davanti agli occhi delle persone fatti “tabù” di questo sistema politico, sta lottando per tutte quelle cose per le quali la poltica istituzionale non lotta – anzi, che la politica istituzionale nemmeno pronuncia. ora, io credo che sia giusto lottare per un’informazione indipendente, per la fine dei privilegi dei parlamentari ecc. ed evidentemente lo crede anche la gente. se le istituzioni non sono in grado di prendersi carico di questo bagaglio di malessere è necessario che lo faccia qualcun altro – in questo caso Grillo. eppure, per quanto necessario, è anche pericoloso, perchè le istituzioni per loro natura non possono spingere verso un abbattimento delle istituzioni stesse, mentre Grillo, volendo, potrebbe farlo. nel mio articolo volevo solamente sottolineare un rischio: un rischio che è tanto più tangibile se pensiamo alle analogie tra il movimento grillino e certe forme embrionali di ideologie antidemocratiche (il comunitarismo, per esempio) e se pensiamo al periodo di crisi che l’istituzione democratica, oggi come ottant’anni fa, sta attraversando.
    non sono però d’accordo con un punto che sembrate sostenere entrambe, e cioè sul fatto che Grillo non può essere più di tanto pericoloso. è un sintomo, certo, di un malessere (ma anche di una sana voglia di cambiamento!) più vasto. però quello che a me spaventa in realtà non è tanto Grillo in sè, quanto il fatto che un certo tipo di ideologia antidemocratica e violenta potrebbe sentirsi rappresentata dalle sue parole, forse fraintendendole o forse (come diceva valeria) comprendendole nei suoi significati più profondi. Grillo a mio modo di vedere non è solo un sintmo, è anche un mezzo. nel senso che il suo movimento rischia di radunare, oltre a gente “politicamente sana”, anche tutta quella devianza anti-tutto che con il passare degli anni sta diventando la norma. poi quello che farà questa parte deviante, raccoltasi e rafforzatasi intonro a grillo – ecco, è questo quello che mi spaventa.
    ci sarebbero naturalmente miliardi di altre cose da dire, ora sono di fretta. rileggerò i commenti più tardi, se mi verrà in mente qualcos’altro lo aggiungerò.

  7. Ciao, intanto complimenti Orgone per il post, veramente degno di nota.. soprattutto mi ha colpito l’associazione tra i simboli di Grillo e di “V per vendetta”. Sarà un caso ma, dopo un post di pochi giorni fa pubblicato sul sito di Grillo, dove si citava appunto quel film, per “curiosità” sono andato a rivedermelo. Devo dire (almeno per come l’ho interpretato io), che il film credo si riferisca più specificatamente alla situazione americana del dopo 11 settembre, alla teoria dell’autoattentato e del controllo delle masse tramite i mass media. Indubbiamente ci sono riflessioni e spunti che si possono cogliere per analizzare la triste situazione in cui ci troviamo e mi riferisco sicuramente al ruolo che ha svolto la TV nelle ultime elezioni italiane. Soprattutto la “paura” (come nel film) è un arma potente (forse più delle armi!) in grado di inebetire una popolazione. Nel film c’era una presa di coscienza da parte della popolazione che si rendeva conto degli inganni e della finta democrazia in cui viveva… in Italia c’è ancora la democrazia per fortuna, ma il problema principale è la classe politica(che poi altro non è se non lo specchio degli elettori). Sinceramente credo che il rischio di un ritorno del terrorismo (non organizzato come nel 70) ci possa essere ma questo non ha nulla a che vedere con Grillo che tra l’altro non è che una marionetta in mano a non so chi.. Anzi sarei curioso di sapere chi c’è dietro di lui, chi gli scrive i discorsi, ect (se lo sapete rispondetemi!)… Il problema è che ormai, indifferentemente dalla fonte da cui proviene la notizia o il messaggio, siamo portati a non pensare più con la nostra testa, a berci tutto e questo vale sia per Grillo, che per Berlusconi o Veltroni o chicchessia. Se temete invece una rivolta popolare sono invece molto più scettico.. l’Italia non è come la Francia(per dirne una), il nazionalismo, il senso d’appartenenza non superano i confini di una provincia… organizzare un qualcosa di positivo come un partito politico di giovani a livello regionale o più penso sia già una missione impossibile (a meno di avere un “visibilità” mediatica) proprio per la grettezza dell’italiano medio. L’unico rischio è una recessione così violenta da portarci sull’orlo di quello che è successo in Argentina.. allora forse si potrebbe esserci una “rivolta” di massa.. Sinceramente non so più che pensare.. molti miei amici sono depressi e insoddisfatti perchè non hanno un lavoro stabile o non ce l’hanno affatto e questo con una laurea in tasca, la situazione non è buona… speriamo bene; la politica certo non è servita a molto in questi anni ed ho come la sensazione (di notte faccio sempre brutti sogni) che se ci fossero stati degli analfabeti al parlamento, la situazione oggi sarebbe più o meno la stessa. La mia è solo una provocazione eheh. ciao

  8. ciao luigi, grazie per i complimenti. in effetti il fatto che grillo sia, come dici tu “una marionetta in mano di non so chi” mi sembra quantomeno un eccesso di dietrologia. voglio dire che non credo ci siano lobby o poteri occulti dietro un movimento come quello grillino… forse c’è più semplicemente la situazione di malessere di cui parlavo nell’articolo e che sottolineava bene coco, e in questo senso grillo è molto abile a cavalcare questo malessere – indipendentemente dal fatto che uno condivida o meno i suoi scopi.
    in effetti io non temo nè un ritorno al terrorismo organizzato nè una rivolta popolare nè niente di simile. dico solo che il fatto che sia un personaggio come grillo, e un movimento oggettivamente populista e generalizzante come il suo, a trattere tutti quei temi di cui la politica istituzionale non parla… be’ questo è rischioso. insomma a mio parere fa bene grillo a dire quello che dice, però attenzione perchè a mio parere ci sono molti, moltissimi spiragli per una degenerazione degli eventi.
    accolgo la tua provocazione ma rilancio dicendoti: siamo sicuri che sia quello il problema? le competenze dei nostri governanti? e se per caso il problema fosse nell’istituzione, com’è vissuta in italia? o se più ancora ampiamente il problema fosse il ruolo della politica in un mondo che le concede ormai uno spazio a dir tanto residuale, costretta com’è tra interessi economici, militari, geopolitici ecc.? (in questo rilancio anche a vleria quando diceva: “uno dei gravissimi segnali di quanto in realtà abbia influito su tutti noi (in particolare noi venti-trentenni che ci siamo cresciuti) questa Italia da commedia che si è venuta a creare negli ultimi quindici anni, il fatto grave che per esprimere il proprio disagio si cerchi non una piazza ma di fatto un palcoscenico”. e se questo palconscenico (o come dice coco questo ruolo da “giullare”) fosse l’unico spazio concesso ormai alla politica in occidente?)
    ultima nota sul messia. ma chi è sto messia ragazze? coco, io conosco e ammiro i tuoi trascorsi politici… ma credi davvero che arriverà qualcuno un giorno a salvarci dalla nostra situazione? sono molto più d’accordo con valeria, sarà il caso che ci attiviamo noi in prima persona. la domanda è come, una tra le tante risposte potrebbero essere i vostri commenti su questo blog e altrove.
    poi sarà il caso di non fermarci qui…

  9. bah.
    attivarsi in prima persona. infatti, credo il punto sia questo. prima di tutto informarsi, cercare, non fermarsi alla prima notizia che ci arriva. anche grillo a volte le spara grosse, magari verificare e farsi una propria opinione. non è mica l’unico a urlare un malessere, ma lui urla più forte, spettacolarizza, estremizza, rende facile e divertente capire (no, non come il sapientino!). ogni puntata di report è un pugno allo stomaco, eppure passa inosservata il più delle volte. si denunciano illegalità enormi, impossibili da non vedere eppure il giorno seguente non si avvia alcun procedimento penale (no, sapete, è lunedì mattina e proprio ieri sera ho visto la puntata sugli abusi edilizi a roma, ho quindi questo dente dolente che invade ogni pensiero).
    grillo è uno che il meccanismo l’ha capito per bene e ci sguazza anche un po’. e così anche santoro, che non a caso ha invitato in trasmissione uno che urla ancora di più: e sgarbi, invece che ribattere e danneggiare grillo è riuscito a farne parlare ancora di più…
    ma non penso che sia un male, bene che qualcuno svegli un pochino la nostra indignazione, ma mentre quando è esplosa “mani pulite” (per quanto anche questa sia stata un’operazione pilotata e non “innocente”) era un’istituzione a guidare il processo di “vendetta” popolare contro i partiti, era finalmente lo stato italiano, che attraverso la magistratura, riprendeva il proprio potere sopra l’abuso dei partiti (scusate, è capitato solo a me di aver dato per scontato a volte che i partiti fossero lo stato? è capitato solo a me di aver avuto l’impressione che chiunque sia andato al governo in italia fosse rimasto espressione di una maggioranza e non di tutto lo stato? è capitato solo a me di aver sentito parlare rappresentanti di TUTTO il popolo italiano – perché tali sono nel momento in cui per la propria legislatura guidano il paese, che siano di destra o di sinistra – parlare solo ai propri elettori?) ora è qualcuno che è totalmente fuori dallo stato, dalle istituzioni e che non si dichiara fuori dalla legalità ma ne mette in discussione l’esistenza.
    sono d’accordo col post, ma penso che il rischio sia non credere più nello stato, non credere più nella politica, non credere più che le nostre istituzioni possano funzionare, che sia possibile mettersi sotto e ricostruire tutto.
    insomma, il rischio non è un’azione di rivolta popolare violenta, ma il totale disinteresse, il dire non si può fare niente, non si può cambiare, non c’è più spazio.
    dov’è la nuova classe politica? dove sono i giovani che hanno voglia non solo di criticare e di dire “così non va” ma anche di mettersi in gioco direttamente?
    non è un problema che sia un giullare a raccogliere i sentimenti di insoddisfazione di tanti italiani, non è il primo artista, che sia un regista o un comico, pittore o scrittore, che si pone in qualche modo “all’avanguardia”, alla prua ad indicare dove si può andare, e ben venga se riesce a catalizzare l’attenzione così, se riesce a smuovere l’opinione pubblica in modo forte, non c’è bisogno che entri direttamente “in politica” (per carità!) l’importante è far capire quali sono i temi centrali per la gente, far capire che alle prossime elezioni non ci possono comprare promettendo boiate come diminuire le tasse e aumentari i salari, togliere l’ici e via dicendo. c’è da far capire che non basta questo ma che vogliamo temi come la nostra salute, il diritto ad avere un ambiente sano intorno, legalità, servizi essenziali, cultura, pulizia… che il bau-bau non è l’immigrato che ci può rubare ma sono i mafiosi e i corrotti dentro e fuori il parlamento, i costruttori e gli industriali che se ne fregano delle nostre vite…
    basta. ho fatto una gran confusione, volevo solo dire: bel post, bella discussione…

  10. Mio caro, appunto perchè ho dei trascorsi che si possono chiamare “politici” dico che aspetto il Messia. Attivarsi in prima persona, dici? La domanda che tu stesso poni, e cioè “Come?” non è assolutamente di poco rilievo.

    Io ho sempre pagato le tasse, tutte, sui miseri stipendi dei mille lavori che ho fatto, dall’operatrice call center alle supplenze a scuola. Io, da brava cittadina, ci sono sempre alle manifestazioni che ritengo degne; ho firmato non so quanti petizioni e appelli; ho votato a tutte le elezioni e referendum da quando ho avuto l’età per farlo; vado quasi sempre alle celebrazioni del 25 aprile; pago il biglietto dell’autobus; ho un blog, dove scrivo quel che penso; mi informo, per cercare di non farmi raccontare palle da quelli che vogliono raccontarmele; cedo il posto in bus alle donne gravide, anche se sono indiane o marocchine (di norma, invece, i bolognesi fanno differenza); parlo con la gente, ed espongo le mie idee (tanto per far capire: call center, 120 impiegati circa; anno 2006, sciopero generale contro la precarietà; le mie “capesse”, che sono dichiaratamente di sinistra, ottengono di CHIUDERE il call center per quel giorno, con la scusa che noialtri non troveremo autobus per venire a lavoro; io e altri due cerchiamo di convincere tutti a venire alla manifestazione, dato che comunque NON si andrà a lavorare; sai cosa ci rispondono? Che siccome venerdì è “festa” vogliono uscire il giovedì sera, e non hanno voglia di svegliarsi alle nove per andare a manifestare. Sai quanti eravamo alla manifestazione? TRE, tre su 120. E questo tanto per disilludere quelli che pensano che nei call center ci siano solo povere vittime del Destino).

    Inoltre cerco di boicottare le grandi marche che si sono rese protagoniste di spudorati atti contro i diritti dell’uomo, chiudo il rubinetto mentre mi lavo i denti, e non ho neanche mai scopato con un fascista o con uno di Forza Italia.

    Vorrei sapere, che altro vuol dire “agire in prima persona”? La domanda “come?”, ripeto, non è secondaria. Ce lo si dice dal Sessantotto, che bisogna agire in prima persona. Che altro posso fare? Dico, ve lo chiedo, magari qualcuno ha un’idea brillante ma, per ora, io ho agito in prima persona con tutto ciò di cui sopra da quando avevo quindici anni circa, e cioè da dieci anni a questa parte, e non è cambiato nulla.

    Non sono al governo, e non ho fatto molti proseliti, credo. Se anche ne avessi fatti, a questo ritmo per cambiare il mondo occorrerebbero circa 10.000 anni.

    Per questo dico che aspetto il Messia (etimologicamente, dall’ebraico, “l’uomo”): aspetto uno stronzo che secondo me valga davvero la pena di votare.

  11. Mi sembra giusto, sediamoci e aspettiamo passare il cadavere del nemico 🙂 malgrado la faccina, tutto ciò non è per niente ironico. Data la volubilità della mia persona, e mi pesa tantissimo rimangiare quello che ho detto quando mi si è dato anche ragione, ho già cambiato idea: inutile impegnarsi in prima persona. Già so che mi si potranno dare gli appellattivi più svariati e meno carini per ciò che sto per dire, ma tant’è. Cosa mi ha fatto cambiare idea? Una facezia da sabato sera: quei vigili aggrediti a Torino. Ora, io premetto che non sono in Italia da novembre (con 2 brevi visite, una per Natale e l’altra, sigh, per le elezioni, 97 euro di biglietto aereo buttati nel cesso) e quindi l’informazione che giunge fin qui può essere distorta. Ad ogni modo, e riprendo così la mia polemica contro i grillini: perchè ci lamentiamo di questa classe politica corrotta quando siamo capaci di picchiare dei vigili che ci hanno fatto una multa per divieto di sosta? Perchè a Torino sabato sera pare ci sia stata una scena da donne napoletane che tirano i vasi di fiori quando la polizia va ad arrestare i camorristi? Perchè in Italia le persone con un minimo di senso civico si possono contare sulle dita di due mani! La nostra classe politica è tale perchè ci rispecchia meravigliosamente: ma se un teppistello qualsiasi vede lesi i propri diritti per aver preso una multa, tanto da venire alle mani con un disgraziato con uno stipendio quasi sicuramente da fame, perchè i politici che noi votiamo e stanno più in alto e dunque hanno più libertà di “azione” non dovrebbero comportarsi ugualmente? Perchè comunque la gente che corre dietro a Grillo continua ugualmente a votare gli stessi politici corrotti e pluricondannati che poi additano? Perchè il senso civico e il rispetto della legge dell’italiano medio è tale e quale a quello del politico: prossimo allo zero. Solo, noi comuni mortali non abbiamo i mezzi per fare i porci a certi livelli. Questo Paese veramente è senza speranza. Fin quando non mi ritornerà un po’ di buon umore e una visione un po’ meno negativa dei miei concittadini, tale da farmi cambiare opinione l’ennesima volta e concentrarmi su quel “come” agire, mediterò l’opportunità di chiedere asilo politico nella ista-ista-ista España socialista.

  12. Ops: ho linkato questo post sul mio blog ed è uscito un “controlink” anche qui.

    Non sapevo, giuro: lungi da me l’intenzione di fare della pubblicità a scrocco.

    [Ah, le infinite risorse di WordPress…]

  13. questa storia della super-rissa in piazza vittorio l’ho sentita ieri per caso, da mio padre che mi chiama e dice: non sarai mica coinvolto anche tu in quel casino che è scoppiato l’altra sera?
    e tutto ciò a ben guardare si aggancia bene a grillo & co.: ecco qui che la minoranza violenta cresce e sovverte le regole dello stato (regole idiote, per carità, perchè chi come me abita a torino e ha una macchina sa quanto questi stronzi della gtt ti costringano a pagare e soprattutto quanti pochi siano i parcheggi!). altro fatto: gli skin di destra che ammazzano di calci un ragazzo che si rifiuta di offrire loro una sigaretta: altra minoranza eversiva che si aggrappa ad una scusa qualunque per sfogare quintalate di rabbia repressa. scusate, ma credete che il nazismo sia diventato quello che tutti conosciamo per caso? vivi in un mondo che produce tensione (e il nostro lo fa di proposito per generare complessi di inferiorità che ci rendono immobili di fronte all’azione), un giorno arriva qualcuno che ti dice: è colpa SUA (di chi non importa) se stai male: uccidilo. ed ecco che onesti pompieri padri di famiglia si trovano a ficcare baionette nella nuca di bambini ebrei (riprendetevi “la banalità del male” della arendt) e il peggio di tutto ciò è questo: che questi non erano satana, erano solo gente normale che soffriva e reprimeva la propria sofferenza (proprio come tantissimi di noi e spesso anche noi stessi). sono (a volte siamo) bombole del gas grosse come un condominio, basta la scintilla (la multa a murazzi, con l’aiuto di qualche anfetamina e rum) ed ecco che succede. oppure una sigaretta. oppure la cusa di grillo (un amico mi diceva: “quando sei là è emozionante. ti aspetti che dica: assaltate la bastiglia e hai proprio voglia di assaltare la bastiglia, subito, in quel momento”).
    al come, coco, ti risponderò brevemente. so che tu fai tutto ciò di chi hai scritto sopra e questo è già un inizio. ti informi e sai, o cerchi di sapere, e questo è il passo due. hai un blog e scrivi quello che pensi (e cioè FAI informazione) e questo è il passo tre. fino a qui (tu come me, come tutti quelli che stanno partecipando a questa discussione) ti sei resa un po’ più libera, un po’ più autonoma, un po’ discosta dalla norma.
    parlando in generale (cosa si può fare DAVVVERO per cambiare le cose) io penso sempre che l’educazione sia la chiave di tutto. e non intendo trasmettere informazioni, naturalmente, intendo una educazione psicologica alla consapevolezza di sè e degli altri, del mondo e della propria responsabilità; se le nostre scuole ci avessero educati a questo (ad ascoltare noi stessi e il mondo e poi di conseguenza ad agire) non solo saremmo più liberi dai condizionamenti del “sistema” ma anche essendone più consapevoli potremmo agire altrimenti. e queste non sono fantasie, in molti posti ci sono scuole (gestite da psicologi!) che insegnano questo – e senza farne un discorso troppo cerebrale la scuola dell’antica grecia era questo.
    restando più nel piccolo credo invece che uno debba seguire le proprie inclinazioni, cioè capire bene cosa può fare e come farlo perchè sia utile. voglio dire che io non sono bravo aad aiutare la gente nell’inserimento e nell’attivazione, ma so scrivere e quindi cercherò sempre di scrivere quello che gli altri non scrivono. tutti possiamo renderci utili a diversi gradi, dal riciclare i rifiuti a fondare un movimento o un partito politico.
    ecco quanto.

  14. barbara: ” sono d’accordo … non c’è più spazio.” certamente anche secondo me questo è il problema maggiore. però qui si parla di poteri. più passa il tempo più certi poteri forti stanno diventando aggressivi: l’economia neoliberista (il mercato dei baustelle), i complessi militari-industriali (ormai quasi tutti privati), i media. ora, è dagli anni ottanta che ci stanno dicendo: va tutto per il meglio, restate nelle vostre case. e ci narcotizzano. (chi? loro e cioè noi che siamo il sistema, che accettiamo il sistema e accettiamo di farci narcotizzare.) ma questo sistema è profondamente malato (e non si parla solo dell’italia) per motivi (scusate se insisto) essenzialmente psicologici. viviamo di desiderio mediato, direbbe girard, cioè di modelli-antagonisti irraggiungibili, e lo scarto provoca frustrazione continua e rancore. io sarò pessimista, ma prenso proprio che se riempi un palloncino d’aria prima o poi questo palloncino scoppia – e qui stiamo per scoppiare. non dico che ci saranno rivolte popolari, non mi aspetto niente di organizzato. ma vedo che questo enorme malessere individuale è in realtà un malessere generalizzato, sistemico, e questo malessere prima o poi deve trovare sfogo. se non trova sfogo (se si vive nell’apatia e nell’indifferenza) sai che succede? le stragi di columbine, o tutti gli episodi di gente che “era tanto un bravo ragazzo” e poi ha sterminato la famiglia. il rischio di grillo è quello di veicolare e canalizzare questa violenza che abbiamo tutti, alcuni, meno consapevoli, di più, altri di meno – nessun altro.
    “scusate, … l’esistenza”. no, non è capitato solo a te, questo è il nucleo della malattia italiana, e va avanti così dai tempi degli spagnoli, passando per la controriforma e per mussolini. questo intendevo dire quando dicevo che la democrazia italiana è malata nelle sue stesse basi.
    ultimo: il bau-bau è l’immigrato perchè è il più debole, quello privo di diritti. durante il fascismo facevamo la guerra in “abissinia” e dicevamo che i nemici erano gli africani. oggi, per far vincere alemanno a roma, i nemici sono i rumeni. abbiamo bisogno di nemici per sfogare quella rabbia di cui sopra, e se oggi i deboli sono i rumeni domani potremmo essere noi (noi come italiani? noi come giovani? noi come “dissidenti” tra mille virgolette?).
    come dicevo a mio modo di vedere l’unica soluzione possibile sul lungo termine è aumentare la consapevolezza della gente, così che se devono ribellarsi lo facciano (come dicevi tu va solo bene!) ma che si capisca tutti quanti dove sta il limite, e si capisca tutti quanti, soprattutto, come essere davvero efficaci, davvero “eversivi” senza riportare la situazione ad un punto di partenza – come quasi sempre le grandi rivoluzioni in questo continente hanno fatto.

  15. Definire antipolitica il principio fondante del movimento grillino è sicuramente scorretto, ma è un termine ad effetto che ai titolisti risparmia un sacco di fatica, rende l’idea e scatena sentimenti forti, contrastanti, paura o empatia. Cioè il compito di un buon titolista.
    L’uomo secondo Aristotele era uno “zoon politikon”, tende a comportarsi in modo politico nelle proprie relazioni con gli altri esseri umani.
    La giustificazione di un uomo che si guadagna da vivere con l’apparato pubblico-politico nei confronti di un uomo che critica le azioni di questo apparato è pienamente comprensibile.
    Immagina un grande macchinario ottocentesco e barocco, uscito da qualche romanzo di Verne, con mille ingranaggi, ruote dentate, camere di combustioni e comignoli sbuffanti che si muove goffamente e ponderando ben bene ogni faticoso passo in avanti.
    Questa è l’immagine che salta in mente pensando alla politica italiana, un castello errante di Howl, raffazzonato ed estremamente complicato in cui ogni fronzolo meccanico è assolutamente necessario.
    In un meccanismo del genere ogni comignolo o ruota dentata che riesce ad aggrapparsi od aggiungersi è ben accetta ma il corpo estraneo verrebbe subito espulso.
    Prendi ad esempio il Prc, quando stava all’opposizione poteva fare una politica appunto cosiddetta di opposizione, con forti richiami idealistici ed ideologici; poteva dichiararsi defensor fidei di una idea pura, tanto quanto lo facevano i Gesuiti nei confronti del cattolicesimo papalino ma una volta andati al governo si sono trovati davanti i problemi reali, di tutti i giorni, senza un costrutto ideologico alla base e hanno dovuto reagire in modo assai più pragmatico.
    In questo modo hanno perso la loro base.
    Un grande filosofo contemporaneo insisteva nel dire che il politico e il teorico, filosofo o politologo che sia, hanno due campi d’azione assolutamente distanti tra loro. L’uno, il politico, ha il compito di coinvolgere la gente di prendere decisioni pratiche, necessita di una personalità travolgente e non deve essere necessariamente un uomo dotto, anzi.
    L’intellettuale invece deve muovere il mondo alla base, dare un costrutto ideologico che induca ad un cambiamento di ideali nelle persone in grado di recepirlo, i politici, che trasmetto il messaggio alla gente, necessariamente imbarbarendolo.
    Grillo è un esempio di un tentativo di compenetrazione tra queste due figure distinte.
    Il mondo è pieno di esempi grillini, in Italia abbiamo avuto uno dei primi tentativi di sommovimento popolare attuato da un attore: Giannini e il suo Uomo Qualunque.
    Le modalità erano straordinariamente simili, la differenza era che allora al posto del blog v’era un assai più costoso settimanale.
    La Francia aussi ha avuto esperienze simili, il più clamoroso è stato l’italo-francese Coluche, il quale arrivò addirittura a paventare una sua candidatura presidenziale, salvo poi tirarsi indietro dopo una serie di reazioni ultra-violente, tra le quali un attentato, nei confronti suoi e del suo entourage .
    Grilllo presenta le classiche caratteriste del tribuno della plebe reazionario, il classico stereotipo dell’italiano lamentoso che scova mille problemi e mai una soluzione.
    La presentazione di un programma, ben strutturato, completo di soluzione a tutti i problemi della società a cui si rivolge e con una idea politica che funga da linea guida al tutto squarcerebbe il velo di Maya nel quale si avvolge questa violenta ,a livello verbale, e nebulosa frangia movimentista dell’Italia contemporanea.
    Per il momento Grillo non fa che rinfocolare lo scontento della massa, la quale ha problemi, non soluzioni,esattamente come lui.
    Ogni sistema di idee, necessario quando si hanno velleità politiche, ha una pars destruens ed una pars construens.
    Manca la seconda e sono proprio curioso di vederla.
    Nel frattempo non posso che considerare Grillo un comico, molto informato, molto preparato, sicuramente talentuoso ma nulla di più.
    Intercettare lo scontento è molto semplice, portare la gente dal bar ai forconi o ai moschetti è molto più complicato ma il tutto è sicuramente tremendamente più facile che trovare delle soluzioni a dei problemi che sappiamo incancreniti nel tessuto sociale italiano senza travisare il potere democratico, il governo della maggioranza che muove lo stato.

  16. bene, bravo dillinger (“dillinger”??), un ottimo intervento. ti rispondo com’è mia abitudine per punti:

    1. ti ringrazio per l’interessante panoramica di storia politica che riempie le lacune della mia cultura e che, in una maniera o nell’altra, completa il mio post dove da solo non sarei arrivato;

    2. sono pienamente d’accordo con te quasi in tutto. la prospettiva di un grillo “sintomo” del malcontento reazionario che critica e non propone mi piace parecchio. è certamente un punto molto importante del fenomeno del “grillismo” che non ho trattato nel mio pezzo. l’ottica in cui cercavo di affrontare l’argomento era comunque un po’ diversa, e cioè quello che mi premeva sottolineare era l’esistenza di questo malcontento (di questo “ospite inquietante” come lo chiama galimberti in un libro bellissimo che consiglio a tutti) e dei rischi che corre il paese (un qualunque paese democratico, ma l’italia, data la sua storia, un po’ più degli altri) quando si trova alle prese con un simile malessere generalizzato e alle sue devianze antidemocratiche. sai bene che in italia questo problema ritorna ciclicamente (la borghesia insoddisfatta che spinge l’italia nella prima guerra mondiale, il fascismo, la polarizzazione sociale, le br e la strategia della tensione ecc.) e che la nostra è una democrazia per troppi versi fragile, immatura, incompleta, piena di istanze eversive e centrifughe (la mafia, la p2, il tentato colpo di stato di borghese ecc.). è inutile che ti ricordi gobetti.
    anche dal mio punto di vista grillo è un “sintomo”, il sintomo eterno dell’italia insoddisfatta che si auspica di “prendere in mano i fucili”, come dice bossi, per risolvere problemi endemici e abbattere stratificazioni e incancrenimenti la cui origine si perde all’alba del nostro medioevo. è vero ciò che dici, in italia tutti aspettiamo il messia (non si offendano coco e valeria) perchè cambiare le cose dall’interno della democrazia è difficile, molto difficile. e quando il messia non arriva molti di noi sono pronti ad imbracciare i forconi e a fare l’ennesima rivoluzione francese – con l’unica differenza che qui non ci sono teste di re da tagliare nè presupposti per una vera, autentica, rivoluzione liberale.

    3. grillo è un comico, è certamente vero. ma ciò fa differenza? mussolini era un giornalista, berlusconi un cantante di pianobar o, al limite, un palazzinaro. scindere i piani (politica e spettacolo, politica e industria) sarebbe una cosa quantomeno doverosa in una vera democrazia – in italia rischia di diventare un limite di oggettività. qualche commento sopra citavo debord tanto per ricordare che non si tratta di un processo avviato l’altro ieri ma almeno quaranta anni fa (grazie, per la cronaca, anche al sessantotto). grillo è un comico ma dire che visto che grillo è un comico sarebbe inutile prendere in considerazione ciò che dice è molto rischioso. sulla rapidissima erosione delle sfere di potere della politica istituzionale (e sull’aumento delle competenze di altri ambiti, il mercato globale su tutti) c’è poco da dire, essendo un fatto ormai riconosciuto almeno dal 73. e con questo passo al punto 4.

    4. il vero problema (il succo di tutto questo discorso) è a mio avviso non tanto grillo in sè, quanto la risposta che la politica “ufficiale” ha dato a grillo. come credo abbia ormai capito chi frequenta questo blog, io ho la tendenza a ragionare in termini psicologici – ma nell’ego pulsionale della nostra società si può fare politica anche parlando di psicologia. se grillo rappresenta il “sintomo” di un malessere, per lo più inconscio, vissuto dalle masse, ci si aspetterebbe in una demcorazia sana che la politica si assuma il ruolo dello psicoterapeuta, e non quello del super-io. mi spiego. grillo incarna (manifesta, incanala) un malessere. la classe politica all’emergere di questo malessere avrebbe dovuto prestare ascolto, cercare di comprenderlo, interrogare sè stessa e interrogare la cittadinanza, fare un profondo esame di coscienza. la classe politica non ha fatto questo, ha attuato un chiarissimo meccanismo inibitore: e cioè la rimozione del problema ottenuta delegittimandone la fonte – negandone insomma l’esistenza. è lo stesso caso di una persona che percepisce in sè istinti sgradevoli (come la violenza) e che invece di prestare ascolto a questi istinti decide di repimerli a vita. che succede? le stragi nelle scuole, ecco che succede.
    resto convinto del fatto che i temi di cui parla grillo sono temi di primaria importanza nel nostro sistema politico. se le istituzioni non affrontano questi problemi (con l’eccezione di quel sant’uomo di di pietro) delle due l’una: o la politica è conscia di non poter risolvere tali problemi e quindi per dare un’immagine decente di sè nemmeno li affronta; o la politica è in cattiva fede. credo che grillo sia importante nel trattare il “rimosso” della politica istituzionale, ma credo anche che grillo da solo sia potenzialmente pericoloso e che le istituzioni, se fossero non dico “sane”, ma almeno “politicamente intelligenti” cercherebbero un rapporto dialettico con il movimento di grillo e non ne negherebbero, come invece fanno, il diritto all’esistenza.

    p.s. “dillinger”. ti riferisci al film di ferreri, immagino. il dillinger del film era un famoso criminale che di nome faceva john herbert, ammazzato dall’fbi non so più quando, credo negli anni trenta. c’era anche qualcun altro che si faceva chiamare dillinger (forse il personaggio di un libro) ma ora mi sfugge. e qualcos’altro ancora di cui non ho che una vaga percezione. un nickname decisamente polisemico, non c’è che dire…

  17. Cit: “è vero ciò che dici, in italia tutti aspettiamo il messia (non si offendano coco e valeria) perchè cambiare le cose dall’interno della democrazia è difficile, molto difficile”.

    Io non mi offendo: le mie parole non erano poco più che provocazione, dovresti saperlo, tu che mi conosci. Da quando ho quindici anni mi sbatto a destra e a manca rincorrendo il fantasma di un senso civico (e di un buon senso in generale) che non ho mai incontrato per davvero. Sai bene quanto, per quanto e come l’ho rincorso. Non mi offendo perchè, volendo buttarla ancora sullo psicologico, comincio a sentirmi il cervello stanco, e “il messia” è il punto finale di un percorso reale e realistico, fisico, sofferto, ragionato, pensato, rimuginato: non è un discorsetto da bar. Ciò non toglie che credo che una certa misteriosa forza inconscia (sarà stato l’odore delle tette socialiste di mia madre? Sarà stato l’imprinting politico ai tempi della perestrojka e poi del muro di Berlino, e di Tangentopoli e dei palazzinari e della “seconda” repubblica, sarà che “Gorbacioffo” è stata la quarta parola in ordine che ho detto e sarà che mi ricordo i tg con Martelli, Craxi, Andreotti, le bombe in Iraq -quando ancora le mostravano- e tutto ciò che è venuto dopo di loro), una misteriosa forza inconscia dicevo, mi spingerà sempre a non dire, non fare certe cose, e a gridarne e farne delle altre.

    Apprezzo l’ironia, comprendo il tentativo di “rimuovere” un poco frettolosamente, ma il mio messia lo aspetto non perchè sia più facile dire così (“cambiare le cose dall’interno della democrazia è difficile, molto difficile”), ma perchè, dopo il messia, per me non c’è più molto altro da aspettare -dato che i forconi non mi piacciono-, dal momento che mi pare d’aver capito che non c’è una barriera reale tra “noi” e “gli altri”, o meglio non c’è un confine, c’è differenza quantitativa ma non qualitativa: posso pensare seriamente di combattere contro cinquecento individui, non contro quaranta milioni. Tutto ciò, sempre considerato e ribadito quanto di cui sopra-sopra-sopra, che “il mio” lo faccio. Sono pessimista? Può darsi. Magari ci rincontreremo tra trent’anni e le nostre posizioni si saranno invertite, chissà: spero che gli Dèi mi conservino il dono di riuscire a cambiare idea.

    Riflettere fa bene, benissimo, discutere anche, morirei se non potessi farlo, agire è un’ottima cosa e anche esecitarsi nel bel ragionamento e nei corsivi: dico solo che bisognerebbe cercare di tenere sempre i piedi ben piantati a terra, perchè c’è un punto di confine tra i concetti, pur complessi e ben trattati, e il mondo fenomenico dei fatti e delle possibilità reali, c’è un confine tra il mondo delle idee e dei fatti in potenza e quello della statistica, delle probabilità e degli accadimenti che hanno almeno qualche chanche di potersi verificare (in meno di settant’anni, intendo).

    E…misteri della psicologia, sempre più spesso, da un po’ di tempo, mi tornano in mente alcune vecchie parole di Pasolini -che peraltro non amo alla follia nè come regista nè come scrittore- su certi sbirri e certi studenti, e mi pare che dovremmo rileggerle tutti, ogni tanto.

    Quindi ripeto che sì, io continuo ad aspettare il messia mentre me la prendo nel culo in continuazione, tu mi liquidi con affettuoso professorale atteggiamento: ma credo che, nel mondo fenomenico, se mi giro di lato troverò la tua faccia sudata accanto alla mia, a novanta gradi ripetto ai piedi.

    [al di là di tutto: molto d’accordo con l’intervento di Dillinger, che mi è parso, non mi si accusi di piaggeria interessata, uno, appunto, dei più “concreti”].

    P.S.: il mondo sarebbe infinitamente più noioso e meno stimolante senza le attente riflessioni, che ammiro e un poco invidio, di gente come Orgone e Dillinger: ma stavolta, se volete dimostrarmi che ho torto, non voglio una risposta “descrittiva” e “analitica” ma esclusivamente “fattuale”, voglio dieci punti di cose che si possono fare per davvero di cui otto non siano sinonimi di “parlare”, e voglio anche che la smettiate di dire che ci si lamenta senza proporre, e che bisogna “agire”. Per me, che vengo dalla campagna, “agire” ha un significato” profondamente concreto, e lo stesso verbo presupporrebbe azioni reali, e non appelli indeterminati a un infinito di terza coniugazione.

  18. perdonami coco, mi sono espresso malissimo.
    non mi riferivo certo a te nel dire di un’attesa passiva del messia, figurati. ho voluto utilizzare il termine tuo per dire della gran massa di gente che aspetta, aspetta e aspetta e quando arriva uno come grillo lo elegge a santità. no, so bene che tu non appartieni a questa categoria. però forse questo tua provocazione dell’attendere il messia è più sottile e arguta di quanto credi, può anche darsi che in questo paese tutti quanti, attivi e alienati, io e te e tutti quanti, da qualche parte della nostra coscienza si stia ancora ad aspettare la discesa di Enrico VII e la pace perpetua.
    comunque.
    i miei 10 punti hanno tutti a che vedere con varie forme di educazione – e io non sono un educatore. cosa potrei fare quindi io per attivarmi? quello che sto cercando di fare personalmente (un progetto che dovrebbe partire da settembre) è informazione. che parta dai problemi concreti e cerchi di inserirsi nel sistema per fare pressione sulle istituzioni. altro? per il momento non so. prometto che non appena concluderò la tesi e avrò più tempo per pensare fornirò risposte più esaurienti.

  19. Caro Orgone
    i tuoi complimenti mi riempiono di gioia e devi scusarmi se mi lascio andare ad un discorso piano, specificando sciocchezze che con intellettuali della tua caratura posso omettere.
    Purtroppo non sono più abituato a discutere con te.
    Il malcontento credo che sia una presenza costante nella storia dell’uomo, nella storia di qualsiasi nazione, in qualsiasi componente.
    Nel Bel Paese non vi è mai stata una sola rivoluzione, questo è abbastanza significativo. Tutto il Risorgimento è stato un movimento cooptato da una ristrettissima oligarchia ed accettato e capito da una sparuta borghesia illuminata. Mai una sola rivoluzione, poche ed estemporanee rivolte.
    Ora checcè se ne dica non ci sono le condizioni, neppure all’orizzonte, per una “insurrezione” di qualsiasi tipo.
    Ed è un peccato, forse.
    La storia ci insegna che il malcontento, e gli atti violenti che ne conseguono, sono il punto di partenza per un balzo in avanti della civiltà che ne è interessata, l’araba fenice che risorge dalle proprie ceneri è la calzante immagine poetica.
    La prima cosa che salta agli occhi degli stranieri quando parlano degli italiani è che discutiamo su qualsiasi argomento ci venga posto innanzi. Ci scaldiamo, facciamo grandi ragionamenti, in poche parole, parliamo troppo. Siamo assai più restii a passare ai fatti.
    Il mio discrimen su Grillo poi, non era assolutamente una pregiudiziale basato sul suo lavoro. Io discutevo l’apporto effettivo, la politica vera, la risoluzione dei problemi e le idee strutturali. Grillo ha deciso, con una intuizione indubbiamente geniale, di porre al centro della sua ricerca artistica dei problemi reali, fatti. Da qui poi a considerarlo un attante politico ce ne vogliono di voli pindarici. I problemi della gente filtrano attraverso questo stupendo prisma uscendo grandi, luccicanti e sgargianti. Ma non sono che proiezioni olografiche, ingannatrici. Se si traformasse in un “fenomeno” fattuale non potrebbe che assomigliare alla “demagogia” di Habermas.
    Ora il punto 5, la classe politica ha agito reprimendo un problema, del quale aveva piena consapevolezza, tentando di instillare il dubbio. Divit et impera. Puro istinto di conservazione.
    Il problema della classe politica attuale è la mancanza di un disegno programmatico più grande, un piano quinquennale, un escaton.
    Andiamo avanti a piccolo cabotaggio, per questo serve una vera nuova rivoluzione culturale o una nuova personalità straordinaria. Ma dato che sulla mia laurea ci sarà scritto “scienziato” non mi è dato di credere nei miracoli ma mi è concesso di discutere, smuovere e cercare qualcosa di nuovo.
    Ispirandosi ad Allen: Marx è morto, Smith è morto, l’America sta morendo è di Dio non ci ricordiamo più nulla; chi ci dirà, d’ora in poi, dove andare a sbattere la testa?
    Postilla su Di Pietro: come può non simpatizzare per Grillo il più illustre Montenerese? Le origini di queste due figure hanno delle similitudini straordinarie e, sinceramente, spero che le analogie continuino.
    Di Pietro si è candidato alla Camera, addirittura fondando un partito, sull’onda di una popolarità travolgente ottenuta per le sue indubbie qualità comiche: chi si perdeva una sola delle requisitorie del Tonino nazionale che plasmava la nostra lingua con l’abilità di un Bergonzoni? Mi ricordo pure io, seppur piccolo, dei duetti fenomenali con l’avv. Spazzari durante il processo Cusani.
    Fortunatamente arrivato al giudizio del voto ha sempre ottenuto ciò che ha meritato, cose che spero si continui a ripetere. Di Pietro è il simbolo della deriva giustizialista del popolo, uno dei primi sintomi del “malgoverno della massa”. La massa che alle impiccagioni grida ed esulta. La stessa massa che si lamenta e non pone soluzioni.

  20. “i tuoi complimenti mi riempiono di gioia e devi scusarmi se mi lascio andare ad un discorso piano, specificando sciocchezze che con intellettuali della tua caratura posso omettere”
    noto ironia? o sbaglio? i miei complimenti non erano ironici: questo pezzo, mi hanno detto, dimentica la pars construens; quella l’avete aggiunta tu coco e valeria con i vostri commenti.
    “Puro istinto di conservazione.
    Il problema della classe politica attuale è la mancanza di un disegno programmatico più grande, un piano quinquennale, un escaton”.
    già: è proprio così. sono d’accordo.
    “Andiamo avanti a piccolo cabotaggio, per questo serve una vera nuova rivoluzione culturale o una nuova personalità straordinaria. Ma dato che sulla mia laurea ci sarà scritto “scienziato” non mi è dato di credere nei miracoli ma mi è concesso di discutere, smuovere e cercare qualcosa di nuovo”.
    in uno stato degno di questo nome non sarebbero necessari nè messia nè demagoghi; basterebbe una classe politica che fa il suo mestiere e non mira allo scopo di mummificarsi sulle poltrone di palazzo chigi; basterebbe una società civile con un minimo senso di responsabilità verso il prossimo e un’opinione pubblica che non si faccia prendere per il culo dal primo burattino travestito da simon bolivar che si lancia in sperticate promesse ad ogni campagna elettorale.
    “Di Pietro si è candidato alla Camera, addirittura fondando un partito, sull’onda di una popolarità travolgente ottenuta per le sue indubbie qualità comiche”.
    sapevo che ti avrei fatto incazzare e (perdonamelo) era il mio scopo. inutile dirti che non sono per niente d’accordo con te; questi i motivi:
    1. in una democrazia sana è il dibattito parlamentare che manda avanti il paese, il confronto costruttivo tra maggioranza e opposizione; in italia o ci insulitamo come gli ubriachi nei bar oppure andiamo d’accordo che neanche maria teresa con i suoi lebbrosi. ora: un conto è il mutare del clima politico, la necessità delle riforme ecc. (è per questo, e non perchè fossi particolarmente convinto, che ho votato pd); e un conto è annullare il conflitto in nome di questa specie di mulino bianco dei buoni sentimenti e delle strette di mano che si vede accadere in parlamento. lasciar da parte l’anti-berlusconismo non significa ficcare la testa nell’etere e respirare a pieni polmoni, credo che l’amico walter abbia frainteso. spero vivamente di sbagliarmi.
    2. berlusconi è il sintomo ultra-concentrato di 500 anni di mala politica italiana. riassume tutto nella sua persona come un bignamino riassume la letteratura greca in 100 pagine: connivenze con i poteri occulti, utilizzo criminoso dell’informazione, fascinazione per il potere assoluto degna di un marajà, commistine politica-affari, ciò che si chiama familismo amorale, clientelismo, atteggiamenti da papa medievale. eppure, nonostante tutto, è un sintomo. decapiti berlusconi ed ecco un nuovo berlusconi. e un altro e un altro e così via. prendi uno come d’alema, non fa quello che fa brelusconi solo perchè ha meno potere. punto. niente moralismi, questa è la situazione italiana, prendiamone atto.
    3. ripeto che un conto è cercare un dialogo con il pdl e un conto è la buona educazione che nasconde connivenza. sono d’accordo che in questa fase politica bisogna dialogare per fare le riforme, per governare veramente dopo 15 anni. ma la politica si fa anche con l’opposizione, e la roba che sta proponendo il pd finora non è opposizione. poi magari cambierà. questo è il massimalismo idiota che in italia ci porta a fare tutto o niente. bertinotti fa l’opposizione distruttiva ed esce dal parlamento; d’alema fa l’opposizione solo per finta ma poi non firma la legge sul conflitto d’interessi; weltroni non fa proprio l’opposizione (almeno finora). il dialogo si fonda sul conflitto, sulla dialettica. altrimenti un’altra volta non è democrazia, un’altra volta ci stiamo facendo prendere per il culo.
    al momento c’è un premier-sole che comanda una banda di disperati e di incompetenti (una foto della carfagna nuda? che le donne di questo paese si sentano felici se dopo 30 anni di lotte a rappresentarle nelle istituzioni è approdata la valletta di magalli!) che non litiga nemmeno più con un’opposizione di cui (finora) c’è solo l’ombra, e muta.
    forse le cose cambieranno, è ancora presto per dirlo, e forse “walterloo” ha in mente una strategia.
    per ora fossi in parlamento farei esattamente quello che fa di pietro: opposizione.

  21. Purtroppo, se come dici tu Berlusconi è il bignami della nostra storia, è anche vero che noi ci abbiamo studiato tutti sopra durante la crescita, rincretiniti davanti a tronisti, vallette, veline, letterine e caccoline (citazione dovuta della Littizzetto), tanto che una Carfagna qualsiasi ministro delle Pari Opportunità non ci scandalizza minimamente. Quanto sono grata all’educazione molto poco democratica di mia madre che da bambina mi proibiva di vedere i programmi Mediaset! Perchè mi rendo conto che il “problema Berlusconi” in Italia non si risolverà magicamente quando l’arzillo nonnino si stancherà del giochetto della politica che ha in mano da 15 anni, ma ci vorranno decenni, perchè che lo vogliamo o no noi siamo tutti intristi di questo clima, ci siamo cresciuti e ci sguazziamo dentro. L’opposizione fantasma in Parlamento non è che una prova di quanto siamo rimasti ipnotizzati da questo eminente affabulatore. Personalmente credo ci sia da sperare nel conflitto generazionale, che i nostri futuri figli ci mandino senza giri di parole affanculo, noi e la nostra cultura da grande fratello, e si mettano a lavorare seriamente per questo Paese. Insomma, le mie speranze non sono ancora nate 🙂

  22. Devi scusarmi ma mi era sembrato fosse caduta qualche goccia di vetriolo dalla tua penna, a volte sono un po’ istintivo. Per quanto riguarda la pars construens, non mi pare ce ne sia ne nel mio pezzo ne nel pezzo di coco e neppure in quello di valeria; scrivere dell’esigenza d’azione o di prammaticità, purtroppo, non significa essere costruttivi.
    La gerontocrazia, il lassismo politico, il “trasformismo”, la mercificazione della politica e la dittatura democratico-parlamentare, mali presenti sotto diverse forme nella politica italiana almeno da Depretis, invece secondo me sono un “fenomeno”, un risultato proprio della mancanza di escaton.
    In oriente, soprattutto in Cina la religione confuciana è una religione civile, l’obiettivo che viene raggiunto dal buon “fedele” è l’essere un buon cittadino, fedele, sottomesso alla gerarchia è cosciente del bene comune. In occidente questa funzione morale che deve essere insita in ogni singola coscienza era sostituita dalla filosofia, a partire dal mos maiorum dei romani arrivando fino alle filosofie più moderne, ad esempio il liberismo. La vera differenza era che la filosofia ha una diffusione necessariamente elitaria e nel gap lasciato nelle anime della massa si sono insinuate le religioni confessionali.
    Non voglio messia, non voglio demagoghi, voglio una idea che possa insinuarsi nella gente così a fondo da riuscire a passare al di là della prima concezione di ogni essere, il proprio bene. Voglio qualcosa che convinca la gente a pensare che siano attori sul palco della Storia, non gli unici singoli protagonisti delle proprie esistenze.
    Capisco che questo possa essere frainteso, non vorrei trovarmi nel bel mezzo di un banco di sardine attirati da una lampara nel buio di questa tenebra ideologica. Vorrei che a governarmi fosse una classe politica che sappia usarmi, abbindolarmi ed ingannarmi a suo piacimento, perché questa è la politica, pubblicità. Ma una volta raggiunto il potere e ricevuta la mia delega vorrei che questa classe politica si muova secondo un percorso prestabilito, un ordine di idee che abbia un vero obiettivo, un bene comune che scaturisca da una visione d’insieme, un lucido sguardo dall’alto. Questo non è utopico, per esempio succede ancora in America, dove il Bush o Obama di turno mi seducono in campagna elettorale, scendono a compromessi con le lobby in modo assai trasparente ma alla fine si muovono secondo una coscienza che sgorga da un Think Thank. C’è una ideologia, condivisibile o meno ma c’è.
    Di Pietro giusto una provocazione lo puoi considerare. L’unico vero motivo per cui fa opposizione è perché è stato in qualche modo trombato da uolter, sempre si possa trombare qualcuno iperdendo le elezioni o n uno Shadow Cabinet. Per poi scendere nel pettegolezzo come molti sanno Tonino nazionale è stato ad un passo dall’accettare dal Berlusca una poltrona che a sinistra non gli volevano dare. Poi a quanto pare è saltato l’accordo, probabilmente perché il Cavaliere d’Arcore si sentiva abbastanza sicuro da non dover candidare l’ex magistrato nemico, il quale gli avrebbe spaccato i coglioni a casa. Sarebbe veramente stata la nemesi storica.
    Scusa se ti rispondo in ritardo ma in questi giorni ho un sacco di cose da fare.
    Di soluzioni reali poi ce ne sono, bisogna parlarne, tirarsi su le maniche e avere una visione che sia condivisibile…

  23. Cit: “Per quanto riguarda la pars construens, non mi pare ce ne sia ne nel mio pezzo ne nel pezzo di coco e neppure in quello di valeria; scrivere dell’esigenza d’azione o di prammaticità, purtroppo, non significa essere costruttivi.”: no, no, infatti non ce n’è di pars construens, è più o meno quello che ho cercato di dire, in più modi, dall’inizio: la pars construens manca, manca a tutti noi (al di là dei gesti quotidiani e delle piccole scelte che si fanno ogni giorno). L’importante è esserne coscienti, che non c’è la pars construens. E’ già un punto di partenza: l’essenziale è non essere convinti di essere dei rivoluzionari o dei ribelli o dei santi solo perchè si leggono i quotidiani e si chiude il rubinetto mentre ci si lava i denti (eccetera eccetera eccetera). [quello che volevo dire quando ho definito “concreto” il tuo commento, Dillinger, era che l’analisi mi pareva condotta a partire da un “punto di vista” più “concreto”, non che proponesse “soluzioni concrete”; a maggior ragione, con l’invito a produrre soluzioni “concrete” e non altre “pure riflessioni”, non intendevo certo insinuare che il mio commento contenesse una pars construens e i vostri no. I miei interventi sono stati praticamente sempre finalizzati a dire proprio questo, che la pars construens, a me e a voi, mancava: come tu dici, e come mi illudevo di aver chiarito anch’io, “scrivere dell’esigenza d’azione o di prammaticità, purtroppo, non significa essere costruttivi”].

    Per il resto: d’accordissimo sull’intervento di Dillinger a proposito della “classe politica che vorrei”: esattamente quel che penso, e che è stato così tanto frainteso a causa dell’infelice metafora del Messia (cavoli, quanto è duro spiegarsi…! Quanti passi devo ancora calcare sul selciato del foro prima di esserne degna…).

    E adesso veniamo ai colpi bassi, e all’utilizzo privato di questo mezzo pubblico:

    1) sbaglio, o a una certa cena a Natale entrambi sostenevate, Orgone e Dillinger, magiandomi la faccia, che ad essere necessario era un “cambiamento dall’alto” (attuato, certo, da una personalità incisiva, onesta e politicamente competente, che fosse in grado di far riflettere le masse sul fatto che esse sono gli “attori sul palco della Storia”), e non, invece, una rivoluzione culturale, troppo lunga da attuarsi? Mi pare che i vostri interventi, qui, vadano in una direzione un tantino divergente. Sottolineo, onde evitare ulteriori qui pro quo riguardo alla mia infelice metafora del Messia, che io appoggio ancora totalmente l’idea della rivoluzione culturale come unica via (anche se a lunghiiiiiissimo termine) per cambiare le cose: una classe politica “seria”, come quella descritta da Dillinger, sarebbe la soluzione più comoda e auspicabile, ma allo stato attuale delle cose non credo ci siano le condizioni perchè questa possa “saltar fuori dal nulla”: bisogna, prima, cambiare le teste della gente: piano piano, si spera che accadrà; ma, se questo si verificherà, non penso che sarà una sofocrazia illuminata a renderlo possibile: non mi aspetto un’incursione salvifica all’interno della Caverna di Platone, che possa cambiare con uno schiocco di dita la mentalità delle persone. Piuttosto sarà merito di tante piccole spinte provenienti da attori sociali diversi, nell’arco di anni e anni. Magari, poi, saremo fortunati e succederà lo stesso (arriverà all’improvviso un nuovo partito così come Dillinger, io e tanti altri lo vorremmo), ma diciamo che ad annusare l’aria, così a spanne, non si sente per ora odore di grande cambiamento.

    2) Cit: “Ma una volta raggiunto il potere e ricevuta la mia delega vorrei che questa classe politica si muova secondo un percorso prestabilito, un ordine di idee che abbia un vero obiettivo, un bene comune che scaturisca da una visione d’insieme, un lucido sguardo dall’alto. Questo non è utopico, per esempio succede ancora in America, dove il Bush o Obama di turno mi seducono in campagna elettorale, scendono a compromessi con le lobby in modo assai trasparente ma alla fine si muovono secondo una coscienza che sgorga da un Think Thank”: olèèèè! Scripta manent, per fortuna. L’hai detto, e non potrai più affermare il contrario dal vivo, quando torneremo a parlare del fatto che in Italia non si può ragionare di politica con le stesse “categorie” (nel senso kantiano del termine) con cui si ragiona per la politica estera, dove esiste un senso civico sicuramente più sviluppato e diffuso e, di conseguenza, un reale controllo delle masse sui delegati al potere (nonostante il fatto che, come tutti sappiamo, il Paradiso non c’è da nessuna parte, e dovunque la politica è fatta anche di balle e tiri mancini).

    3) Come sempre, mi pare, si discute per millenni per poi scoprire che si è tutti d’accordo (si rileggano tutti i commenti con lo scopo di estrapolarne i “desideri politici” degli autori e si comprenderà come questo sia vero). Forse il primo passo concreto per cambiare le cose sarebbe accorgersi di questo, e non stare a fissarsi su una virgola messa prima o dopo un aggettivo che potrebbe leggermente modificare il senso della frase. Questa malattia, noialtri amanti della retorica, ce l’abbiamo da Livorno 1921. Mi pare che tutti qui ci auguriamo la stessa cosa, desideriamo lo stesso tipo di classe politica. Ci lamentiamo che gli operai votino Berlusconi e poi passiamo tutto il tempo (me compresa, per carità) a giocare ai piccoli Quintiliano e Cicerone, contribuendo anche noi, giovane promettente intellighentia “left”, a sfasciare quell’unione che dovrebbe fare la forza. Riflettiamo.

    Amen.

  24. [OFF TOPIC]immagino che solo orgone5 possa aprire le discussioni qui.

    domandona che non c’entra un nulla[per chi si trova attualmente in Piemonte]: domani mattina o sabato pomeriggio andate a firmare in piazza a Borgomanero per la vedo-giovane?

    domanda forse meno inutile: se sì perché?
    se no, come mai?

    “ricorda: niente è off-topic”(cit. a cicca e spanna di J.Lùc D.)

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