Sulla morte di David Foster Wallace

 

 

 

 

 

 

 

 

La morte di David Foster Wallace mi ha lasciato incredulo. Impossibilità di credere: non saprei come altro definire la somma di emozioni contrastanti che ho provato leggendo la notizia sul Corriere, durante la mia rassegna stampa quotidiana.

Non sono un fan di Foster Wallace. I suoi libri non sono mai stati un esempio, per me, nè una guida o un modello. L’ho sempre trovato troppo ironico, troppo pungente, troppo sottile: troppo bravo, per farla breve. Ognuna delle sue pagine destava in me un sospetto sgradevole che non saprei come definire, la sensazione vaga che qualcosa non quadrasse alla perfezione. Come spiegare razionalmente lo sforzo titanico di un’opera come “Infinite jest”, 1400 pagine traboccanti una fantasia immensa, titanica, mostruosa; come ammettere che libri del genere esistano ancora oggi, nel 2008, nella liquidità permanente di vite, amori, mestieri, amicizie?

Come dicevo sopra, la prima reazione alla notizia del suo suicidio è stata in me incredulità. Parlano di un altro Foster Wallace, ho pensato. E subito dopo: la notizia verrà smentita. Nel corso della giornata ho consultato le pagine culturali di cinque quotidiani diversi: Corriere, Stampa, Repubblica, Manifesto e persino L’Unità. Foster Wallace era lui, David, e la notizia non veniva smentita: era tutto vero, tremendamente reale.

La seconda emozione che ho provato è stato rifiuto per la falistà, per l’atteggiamento vacuo di giornalisti che scrivevano di lui cose insensate. Repubblica titolava: “Addivo a Foster Wallace, lo scrittore dell’angoscia”. Ho pensato: questo è falso. Ho letto decine di pagine di Volmann sulle catacombe di Parigi, conosco l’infanzia tormentata di Palanhiuk e ricordo i problemi con la droga di Rick Moody. Ma non Foster Wallace: se l’espressione “scrittore dell’angoscia” ha un senso (e cioè: cos’è la scrittura se non una forma d’angoscia, una cattedrale nel nulla?), bene, quest’espressione non poteva essere accostata al nome di David Foster Wallace.

Un libro come “Infinite Jest” non ha nulla a che fare con l’angoscia. E’ il suo contrario, la sua negazione. La volontà disperata di dire tutto, comprendere tutto, essere tutto. Postmoderno allo stato puro. E’ l’espressione di un atteggiamento mentale illuminista e romantico insieme, la capacità del singolo di plasmare il mondo, il suo mondo, di strappare la realtà ai suoi binari per farne altro. E’ un monumento infinito e insondabile, così fuori dal tempo da gettare sull’autore un controverso spettro di dubbi: Foster Wallace è un genio, l’ultimo uomo aristotelico, leonaridano, che l’Occidente ha concesso ai suoi figli malati di reificazione della realtà, di desertificazione emotiva, di disperante superficialità prima della Grande Esplosione? O è un moderno Raskolnikov, un esteta kierkegaardiano incapace di cogliere i limiti del proprio essere, la sua misera e sfuggende umanità? Questo libro è un capolavoro o una presa in giro? Chi, in nome di dio, può credere davvero a tutto questo, chi al giorno d’oggi può avere tanta fiducia nel mondo, nel prossimo, nel futuro, negli dei e in sè stesso da impiegare 1400 pagine per plasmare un mondo, oggi che il mondo in cui viviamo, il mondo reale, si sta sgretolando sotto i nostri piedi?

Avevo promesso a Giorgio Fontana di rispondere adeguatamente alle sue acutissime osservazioni riguardo alla distanza tra letteretura e dolore. Lo farò altrove (non mi sento ancora pronto ad affrontare davvero l’argomento); qui mi limiterò ad una banale considerazione.

Abbiamo visto la letteratura contemporanea fare a pezzi sè stessa, esplodere in miliardi di schegge distinte, negarsi in quanto tale e negare la propria radice umana. Abbiamo visto la narrativa selvaggia, l’elogio dello schianto, dell’esplosione, della dissonanza, del caos. Abbiamo letto centinaia di pagine grondanti la più cupa sofferenza, il senso d’oppressione tipico delle crisi di panico, la disperazione più assoluta. Abbiamo visto la violenza più brutale rappresentata senza filtri, senza emozioni, nella sua nudità schelettrica.

E quasi mai (pensateci: quasi mai) queste pagine hanno trovato la loro conclusione nella morte violenta del proprio autore. La strada di David Foster Walace, invece (Foster Wallace che raccontava delle crocere, che osservava come un entomologo divertito le nostre interminabili nevorsi, che soffriva per la sofferenza delle aragoste) è finita con un cappio al collo.

Tutta questa faccenda ha valide spiegazioni psicologice, molto buon senso a posteriori, pagine di quotidiani piene di: “io lo sapevo, ve l’avevo detto”. La verità è che saperlo, basandosi su criteri letterari, era impossibile.

La verità (anche questa scopera a posteriori, quando ormai è troppo tardi per tutto) è che Foster Wallace ha fatto della propria opera letteraria il massimo che uno scrittore titanico ed iperattivo come lui poteva fare: ha posto un grosso tassello in più nel mosaico infinito e incoerente del postmodernismo. Ci ha spiegato ancora una volta come la parola scirtta sia illusione, gioco, vanità.

Come Piero Manzoni che confezionava sedicenti “merde d’artista”, Foster Wallace ci ha ribadito l’illusione dei nostri universi artificiali costruiti sui simboli, in pericoloso equilibrio sul nulla.

Lo capisco solo ora, cronicamente in ritardo.

2 pensieri riguardo “Sulla morte di David Foster Wallace”

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