Beppe Grillo e la vendetta dei puri

O ANCHE: VI RICORDATE ANCORA DEL VECCHIO GUY?

L’unica passione della mia vita è stata la paura

(Thomas Hobbes)

Voglio premettere a qualunque altra considerazione alcune note preliminari che, spero, aiuteranno una corretta comprensione di ciò che segue; e cioè:

  1. Ho firmato il primo appello di Beppre Grillo l’8 settembre 2007 e il secondo venerdì scorso 25 aprile in Piazza San Carlo a Torino;
  2. Non sono un giornalista. Ho collaborato e collaboro con alcune riviste e webzine dal carattere assolutamente indipendente. Nella mia vita ho pubblicato un solo articolo di carattere politico rintracciabile a questo indirizzo
  3. Non ho mai avuto a che fare, e non ho tuttora a che fare, con nessuna delle istituzioni e delle aziende criticate dal movimento di Grillo. Non sono tesserato a nessun partito, non faccio parte di nessun ordine professionale;
  4. Ho ventidue anni e mi sto laureando alla triennale di lettere all’Università di Torino.

Detto questo posso cominciare ad esporre quanto segue.

L’enorme polemica mediatica che aveva seguito il primo V-Day (settembre 2007) aveva posto sul piatto della discussione politica una serie di interessanti argomenti riguardanti lo stato di salute delle istituzioni, i principi fondanti della nostra democrazia, la partecipazione giovanile negli affari della cosa pubblica. L’establishment politico aveva attaccato il movimento dei “grillini” segnandolo con il marchio infame dell’“antipolitica”, mentre (quella che dovrebbe essere) l’élite culturale aveva dimostrato una volta di più la propria insussistenza ontologica guardandosi bene dall’esprimere un’opinione chiara e seria a riguardo. Il dibattito era finito (come al solito) nelle mani di Bruno Vespa, relegato agli slogan dei nostri telegiornali sensazionalistici, e i pochi intellettuali che avevano veramente qualcosa da dire (per esempio Giovanni Sartori) semplicemente non erano stati presi in considerazione. Nonostante tutto questo (sempre posto che esista davvero un nonostante tutto questo) la discussione aveva in sè vari nuclei di interesse che sarebbe il caso di riprendere, oggi, a pochi giorni dal secondo V-Day tenutosi a Torino lo scorso 25 aprile.
L’argomento che mi interessa di più discutere è ciò che i media, con una formula facile, hanno definito “antipolitica”. Comincio subito con il dire che il termine non soltanto arreca in sè ambiguità (cosa vuole dire esattamente “antipolitica”?), ma soprattutto palesa un’arroganza della casta politico-culturale piuttosto preoccupante: dire che Grillo fa “antipolitica” significa, stando ai fatti, dire che la politica è solo e soltanto quella fatta dai partiti. Ad un primo sguardo, questo sembrerebbe l’atteggiamento di un bambino egoista che possiede una palla e dice agli altri bambini: “la palla è mia, o giochiamo come voglio io oppure non giochiamo”. Ma nasconde di più. Una definzione ampia e accurata del termine “politca” è fornita da wikipedia italia:


la politica è quell’attività umana, che si esplica in una collettività, il cui fine ultimo – da attuarsi mediante la conquista e il mantenimento del potere – è incidere sulla distribuzione delle risorse materiali e immateriali, perseguendo l’interesse di un soggetto, sia esso un individuo o un gruppo (fonte)


Esistono in effetti altri significati del termine “politica”, più inerenti alle forme di governo istituzionale e all’attività delle camere – ad ogni modo nessuno dei politici e dei giornalisti che ha parlato di “antipolitica” si è curato di fare le dovute distinzioni. Ne consegue che dire, come è stato detto, che la politica è dominio esclusivo dei partiti significa esprimere a gran voce (e con compiacimento) lo scollamento sempre maggiore tra l’istituzione e la base popolare che ne legittima l’esistenza: è l’atto (lessicalmente) estremo della partitocrazia che, per autoconservarsi, si arroga il diritto di decidere cosa sia e cosa non sia l’impegno politico. Tutto questo non è infantile – è un errore che i nostri governanti non possono permettersi di fare.
Appurato questo punto, e spogliato il concetto della sua sovrastruttura lessicale, il nucleo del problema rimane; per comodità, potremmo esporlo in questa forma interrogativa: quello che Grillo cerca di fare, con il suo movimento e il suo impegno, è di dare nuova vita alla nostra democrazia malata? Sta lavorando per migliorare un sistema democratico, il nostro, corroso da anni di partitocrazia selvaggia, devastato da clientelismi e infiltrazioni mafiose, pervaso dalle spinte centripete di poteri economici e parastatali – o sta facendo qualcosa di più, e di diverso? In questo caso, che cosa esattamente sta facendo Beppe Grillo? Cos’è esattamente un V-Day?
La questione è complessa e cercherò di affrontarla nella maniera che mi è più congeniale – cioè attaccandola dai lati. Pochi anni fa è uscito un film di grandissimo interesse sociologico, anche, ma non solo, per l’ampia distribuzione a cui era fin da subito destinato: V for Vendetta di James McTeigue. Senza entrare nello specifico della trama e tralasciando completamente qualunque considerazione di tipo artistico, è d’obbligo ricordare che V for Vendetta era un film che si basava su uno dei costrutti tipici di ciò che gli storici chiamano “antimodernismo”, e cioè il rifiuto della democrazia parlamentare. Dato che mi sto occupando (insieme ad un caro amico, il professor Mario Gamba) della stesura di un lavoro che ha come tema proprio l’antimodernismo, un film come questo non poteva lasciarmi indifferente, soprattutto per una serie di aspetti che cercherò di approfondire in questo articolo.
Naturalmente trattare in questa sede di cosa si intenda con il termine “antimodernismo” sarebbe troppo lungo; rimando per approfondimenti ad un qualsiasi dizionario di politica. Quello di cui mi interessa parlare, comunque, è la scena finale del film in questione (chi sa di cosa sto parlando la ricorderà certamente, gli altri possono trovarla qui): mi riferisco all’esplosione del parlamento inglese per mano del protagonista, un vendicatore mascherato che si fa portavoce del malessere generale della popolazione nei confronti di un sistema politico corrotto e autoritario che ricorda da vicino i grandi totalitarismi del Novecento. Ora, il parlamento inglese che esplode fa pensare a chiunque sia dotato di una seppurminima coscienza storica ad un grande precedente (peraltro esplicitamente citato nel film), ovvero l’attentato dinamitardo (fallito) di Guy Fawkes alla House of Lords nel 1605. La storia del “vecchio Guy” è, almeno nei suoi tratti essenziali, rintracciabile qui, o in maniera più approfondita qui.
I fatti essenziali per il nostro discorso, comunque, possono essere riassunti in 4 punti:

  1. Guy Fawkes era un cattolico. In effetti era un estremista cattolico che considerava pura la propria anima e pura la propria religione – e in nome di questa purezza aveva deciso bene di far saltare il parlamento, non riuscendo, probabilmente, a far saltare anche il re;
  2. Guy Fawkes aveva deciso di far saltare il parlamento perchè si opponeva ad una complessa manovra di modernizzazione e laicizzazione dello stato inglese; in questo senso la sua “congiura delle polveri” aveva un chiaro e spiccato senso antimodernista;
  3. L’esperienza di Guy Fawkes ha avuto parecchia fortuna nella storia culturale e artistica occidentale. In un periodo di enorme sfiducia nel sistema democratico parlamentare (gli anni tra la prima e la seconda guerra mondiale) T. S. Eliot gli dedicherà l’epigrafe a The hollow men, un’epigrafe che recita letteralmente così: A penny for the Old Guy;
  4. La ripresa dell’esperienza di Fawkes in un film destinato ad un larghissimo pubblico come V for Vendetta non può che significare, se già non l’avessimo capito, che il mondo contemporaneo vive un sentimento di fastidio e di sfiducia nei confronti delle istituzioni democratiche molto simile (per certi versi troppo simile) a quello che attraversava l’Europa nel ventennio nero degli anni 20 e 30 del Novecento.

Bene, potrebbe obiettare qualcuno, e cosa c’entra tutto questo con Beppe Grillo e con il V-Day? Quale legame intercorre tra un kolossal hollywoodiano, un dinamitardo cattolico del ‘600, e le nuove forme della politica extraparlamentare italiana?
La connessione si pone ad un livello innanzitutto visuale, di immagini: il logo con cui è stato pubblicizzato V for Vendetta (una V rosso sangue in campo nero) assomoglia molto al logo scelto da Beppe Grillo e dal suo staff per presentare il secondo V-Day; gli assomiglia così tanto che spesso, su siti e riviste, i sostenitori di Grillo hanno compiuto la sovrapposizione che era implicita nelle scelte “ufficiali” del movimento “grillino”. Ecco qui di seguito a che cosa esattamente mi riferisco:

Ora, chiunque può capire che un certo tipo di scelte a livello comunicativo non sono casuali e anzi veicolano più profondi significati. Dunque la domanda che viene a porsi diventa: cosa intende dirci Beppe Grillo scegliendo di comunicarci V for Vendetta, e, per traslato, Guy Fawkes? Ci sta dicendo: “lottiamo insieme per una democrazia migliore”, oppure ci sta dicendo: “siamo stufi delle istituzioni (e quindi necessariamente anche della democrazia, visto che di questo si parla in Italia, seppure con molte doversoe eccezioni) punto e basta”? Oppure ci sta dicendo entrambe le cose, con un procedimento ambiguo e forse, questa volta, non del tutto conscio e intenzionale? Se è vero che il gesto del nostro “vecchio Guy” non potrebbe in nessun modo essere inteso come un atto specificamente “antidemocratico” (la democrazia inglese del ‘600 aveva poco a che vedere con la democrazia come la conosciamo nel 2008), è anche indubbio che la rilettura operata da McTeigue in V for Vendetta finiva con l’assumere, e volontariamente, esattamente questo significato. E Beppe Grillo, non citando direttamente Guy Fawkes ma il film di McTeigue, non può in nessuna maniera sottrarsi al peso di questa intenzionalità: le immagini, esattamente come le parole, sono molto importanti – e vengono sempre usate con un preciso scopo e una precisa volontà comunicativa.
È in questo senso che il discorso su quella che impropriamente (peggio: malevolmente) viene detta “antipolitica” torna in primo piano. Ora, sappiamo o dovremmo sapere tutti che le “eccezioni” di cui parlavo sopra riguardo alla democrazia italiana non sono cose da poco. Come l’Unione Europea ricorda spesso, ed evidentemente invano, l’Italia sta alla democrazia come quei soggetti che la psicanalisi definisce “borderline” stanno al benessere mentale: la situazione non è ancora esplosa (andiamo a votare regolarmente) ma potrebbe farlo da un momento all’altro; la facciata regge, ma i sintomi si aggravano di giorno in giorno. Mi sembra dunque chiaro che nell’analizzare la situazione del movimento “grillino” sia necessario distinguere due piani: uno, che mi appare come decisamente positivo, in cui un grosso movimento popolare e de-ideologizzato si sta muovendo per ricordare alla democrazia italiana il suo stato di malessere, e si sta attivando, con strumenti democratici (il 25 aprile si raccoglievano firme per un referendum) per modificare in senso positivo la situazione esistente; e uno, più oscuro e strisciante, che ha molto più a che vedere con i significati reconditi di quella V rossa in campo nero, e che, a mio avviso, rappresenta un grosso rischio non soltanto per i sostenitori di Beppe Grillo, ma, in ultima analisi, per tutto il Paese.
Quello che voglio dire è che l’ambiguità (o meglio la polivalenza semantica) delle strategie comunicative di Grillo rischiano di produrre, se non hanno già prodotto, un pericoloso effetto collaterale. Dire che la casta politica è corrotta, senza mediazioni nè distinzioni, sortisce certamente l’effetto di radunare un malessere più che legittimo e di veicolarne le potenzialità in azione politica; ma ha il difetto (a mio parere imperdonabile) di non porre dei limiti all’azione stessa. Sappiamo tutti che la situazione politica mondiale è instabile, sappiamo che spinte centripete e veramente “antidemocratiche” arrivano da ogni parte: gli opposti estremi di sinistra e destra (dalle frange estreme della sinistra “autonoma” fino ai neonazisti), il terrorismo nazionale e quello internazionale; per restare nel giardino di casa basti pensare ai leghisti che minacciano (l’hanno rifatto pochi giorni fa) di “imbracciare i fucili”, oppure all’opinione comune di chi ha votato Berlusconi secondo la quale un mafioso (nello specifico Mangano) che non parla in carcere è da considerarsi un eroe e non, come da dizionario, un omertoso. Tutto questo ha un nome: rifiuto per le istituzioni democratiche. La scena finale di V for Vendetta ha un nome – lo stesso. Lo stesso nome, e lo stesso sentimento, sono quelli (e chiunque affronti il passato storico di questo continente senza pregiudizi ideologici sarà concorde nell’ammetterlo) che hanno trascinato l’Europa verso il caos delle guerre mondiali, verso il fascismo, verso Auschwitz e verso i gulag.
Ora (e sia chiaro) non voglio assolutamente dire che Beppe Grillo è un fascista (come pure è stato detto) nè che sta lanciando al Paese un messaggio antidemocratico – se pensassi questo non avrei firmato entrambi i suoi appelli. Quello che voglio dire è che un messaggio come quello che Beppe Grillo sta comunicando ora alla moltitudine di italiani giustamente esasperati può diventare, se non lo si tiene sotto stretto controllo, molto pericoloso. Perchè parlare ad una massa (e quella del 25 aprile in Piazza San Carlo era una massa) è molto complesso, e sappiamo bene (la storia lo insegna) che uno stesso messaggio lanciato ad una massa viene interpretato da alcuni in maniera positiva e propositiva, da altri (anche se si trattasse di una minoranza) in maniera radicalmente distruttiva. Avevano torto le BR ad esprimere il malessere di migliaia di giovani schiacciati dall’economia neoliberista e da un sistema politico che li aveva scordati? No. Ma avevano ragione le BR quando uccidevano giornalisti innocenti che avevano come unica colpa quella di raccontare la verità? Di nuovo no. Un discorso simile potrebbe essere fatto tanto per il fascismo quanto per il marxismo-leninismo, tanto per la questione israeliana quanto per il terrorismo internazionale – è esattamente la scollatura che nasce tra mezzi e fini, tra Idea e Realtà – ed è esattamente quello che voglio dire.
Beppe Grillo, in questo momento, ha nelle sue mani una grandissima responsabilità – ed è necessario che ne sia conscio. Con il suo movimento potrebbe davvero, forse, cambiare le sorti di questo Paese che ancora una volta sembra sprofondare nel qualunquismo, nella connivenza mafiosa, nell’illegalità endemica del suo sistema mediatico e dei suoi meccanismi clientelari. Ma deve fare molta attenzione al fatto che la massa è formata di esseri umani, e gli esseri umani a volte fanno cose strane. La pretesa della purezza (loro sono corrotti, noi noi; loro sono antidemocratici, noi no; loro sbagliano, noi abbiamo ragione) è sempre stato, nel corso dei secoli, l’inizio della distruzione, dell’intolleranza, della violenza – pensate un po’, a questo punto, al vecchio Guy Fawkes. Nell’insoddifazione generale, nella violenza repressa di un mondo stremato da paure inesistenti (se non mi voti torna Bin Laden) e da modelli irraggiungibili (l’imperativo categorico è young cool and sexy), nel nichilismo di una popolazione “disempowered” perchè si sente impotetnte (e di conseguenza rischia di diventare violenta alla sola promessa del potere) e che è stata impotente, in effetti, per quindici anni, davanti a Falcone e Borsellino, a Travaglio e Biagi cacciati dalla Tv, alla legge Gasparri (ma anche alla truffa dell’11 settembre, a Giuliani ammazzato a Genova, davanti al lavoro precario e al capitalismo selvaggio) in questa situazione, insomma, il messaggio di V for Vendetta, il parlamento che esplode, può assumere significati nefasti.
A tutti noi (e non solo a Beppe Grillo) il compito di far sì che la democrazia cambi – senza esplodere – e risorga nuova e, finalmente, più democratica.

Gianluca Didino

orgone5@gmail.com


Statistiche

per chi abita a milano e dintorni: fischli e weiss

fisclhi_weiss.jpg

di arte ne so pochissimo, quindi evito di dilungarmi.

la personale si tiene a palazzo litta in corso magenta 24, dura fino al 16 marzo, ed è gratuita, quindi non esiste un “perchè no” a priori.

e ne vale davvero la pena, sia che siate frequentatori compulsivi di qualunque tipo di evento “artistico” in senso lato, sia che siate semplicemente curiosi.

per dare l’idea: si tratta di un misto di amore punk per gli scarti del capitalismo e di ironia minimalista e raffinatissima.

a me, per dire, ha fatto pensare a un disco dei pixies.

comunque come promesso non vado oltre.

loro due, stanto alle parole di wikipedia, sono:

Peter Fischli (* 8th June 1952 in Zurich) and David Weiss (* 21st June 1946 in Zurich), often shortened to Fischli/Weiss, are an artist duo that have been collaborating since 1979. They are among the most renowned contemporary artists of Switzerland. Their best known work is the film “Der Lauf der Dinge (The Way Things Go).”

For their work, they make use of a large bandwidth of artistic forms of expression: Film and photography, art-books, sculptures made out of different materials, and multimedia-installations. They adapt objects and situations of the everyday life and place them into an artistic context — often using humour and irony.

Art critics often see in the parodying bearing of their work parallels to the artists Marcel Duchamp, Dieter Roth or Jean Tinguely.

Fischli/Weiss frequently represent Switzerland at international cultural events, like the Venice Biennale and others. Both live and work in Zurich.

di seguito uno dei lavori esposti, certamente il più famoso.

1/3

2/3

3/3

maggiori informazioni qui.

25 Torino Film Festival

tff.jpg


 

 

Alcune considerazioni sulla venticinquesima edizione del TFF ordinate secondo un assurdo schema per punti1.

 

 

A. Nanni

 

… e quest’anno c’è Moretti. Anche sorvolando sull’encomiabile presenza scenica (Rondolino c’era e non c’era, comunque nessuno riusciva mai a vederlo) i punti a suo favore sono moltissimi. La selezione delle opere innanzitutto: la qualità media dei lavori presentati (in concorso, fuori concorso, nelle sezioni collaterali, nelle retrospettive) è stata strabiliante. In altre parole: se entri in una sala a caso ad un’ora qualsiasi avrai ottime probabilità di vedere un buon film. E non è poco.

Certo, diranno in molti, il festival è sceso a compromessi. Verissimo. Da queste parti ci siamo sempre vantati di amare il cinema alternativo, controculturale, radicalmente critico, post-settantasette, post-punk, post-Fiat. E con ragione: fino alla scorsa edizione quello di Torino era davvero un festival radicale e coraggioso, forse uno dei più radicali e coraggiosi “grandi festival” d’Europa2. Ora non più. Adesso è semplicemente una mostra del cinema come se ne vedono tante, semplicemente migliore di tante altre. Punto. Qualunque giudizio morale è lasciato al lettore.

 

 

B. Code

 

Il problema vero di tutta la faccenda è la logistica. Corollario di qualunque proiezione (credetemi: qualunque) è un’interminabile attesa davanti alle sale. I biglietti finiscono con giorni d’anticipo, abbonamenti e accrediti entrano forse, e comunque soltanto dopo quarantacinque minuti buoni di coda. Il tasso di aggressività percepito è altissimo. La speranza è che la storia sia maestra di vita, e che per l’anno venturo si prendano seri provvedimenti.

 

 

C. Film

 

Almeno sette film meritano una menzione speciale:

 

 

1. The Tracey fragments di Bruce McDonald (Canada 2006)

Storia di un’adolescente in fuga da sé stessa, che ipnotizza il fratello, lo perde nel bosco, esce di casa per cercarlo e decide di non tornare più. L’attenzione per la psicologia dei personaggi è elevatissima e la narrazione non cede mai né a livello sintattico né a livello semantico. L’uso esasperato dello split screen riflette le infinite frantumazioni dell’adolescenza apportando nel contempo un significativo contributo alla sperimentazione visuale nel campo dei testi narrativi. Il montaggio per ellissi mantiene l’attenzione sul filo del rasoio, e gli inserti extracinematografici (simulazione di videoclip e spezzoni pubblicitari, o l’immagine che va a comporsi come la copertina di una rivista di moda) rivelano grande abilità di movimento attraverso i vari generi della comunicazione visiva. Ellen Page si conferma un’ottima attrice. La splendida colonna sonora dei Borken Social Scene (scaricabile gratuitamente qui) completa l’opera. Impeccabile3.

 

 

2. The doorman di Wayne Price (USA, 2006)

Documentario atipico su quello che viene definito il PR più cool di New York: elegante senza stile, bello solo al primo sguardo, totalmente inconsapevole di sé stesso e del mondo. New York gli concede la fama, e quando si stanca di lui lo condanna alla scomparsa. Il mondo del nightclubbing è indagato senza pregiudizi di sorta, lo sguardo della macchina da presa non produce miti ma svela esseri umani. Il risultato è una compassione inaspettata per un universo ridicolo popolato da esseri umani ridicoli. Diverte, ma con un fondo di amarezza. Un esperimento molto interessante.

 

 

3. Vogliamo anche le rose di Alina Marazzi (Italia, 2007)

La storia dell’emancipazione femminile dagli anni 50 agli anni 70, raccontata con tecniche narrative di alto impatto estetico ed espedienti visuali pionieristici nel campo del documentario sociale. L’inserto di scene animate, l’utilizzo patemico (e non semplicemente decorativo, come accade di solito in questi casi) della colonna sonora, il ricorso a filmati di repertorio e diari di donne alzano incredibilmente il tasso di partecipazione emotiva dello spettatore. Un documentario che tocca tasti dolenti della nostra cultura senza ideologismi di sorta ma riuscendo nello stesso tempo a dimostrare la propria militanza. Non sembra per niente italiano ma lo è. Finalmente.

 

 

4. Naissance des pieuvres di Céline Sciamma (Francia, 2007)

Durante un’estate tre adolescenti appassionate di danza acquatica si confrontano sul tema del sesso. Film essenziale nei contenuti e preciso nella forma, sottilissimo nell’individuare le psicologie e i rapporti tra i personaggi, molto attento alle emozioni. Tutte e tre le attrici protagoniste si dimostrano in grado di reggere un ruolo difficile con classe non indifferente. Opera prima di Céline Sciamma, da tenere d’occhio.

 

 

5. Lars and the real girl di Craig Gillespie (USA, 2007)

Lars, trentenne paranoico, si innamora di una bambola gonfiabile. Parenti e amici credono che sia pazzo, ma comprenderanno che ogni pazzia ha una sua ragione d’essere e che solo attraverso l’assurdo comincia la guarigione. Il clima è quello di un racconto di Wallace, o di Aimee Bender, sorridente e terrificante allo stesso tempo. Se da un punto di vista puramente narrativo il film presenta qualche imperfezione (escluso Lars gli altri personaggi non sembrano avere una psicologia) una lettura simbolica della vicenda ne rivela i pregi: ognuno di noi costruisce i feticci che gli sono necessari per la sopravvivenza; accettare e accettarsi è l’unica strada per superare le proprie debolezze; ogni follia, se interpretata correttamente, lavora allo scopo di autoeliminarsi e significa dunque l’inizio di una nuova igiene mentale. Sottile, forse troppo per la media del pubblico, che continua a ridere anche quando invece ci sarebbe da piangere.

 

 

6. Noise di Matthew Saville (Australia, 2007)

Un serial killer, un massacro in metropolitana, un poliziotto che teme di avere un tumore e che suo malgrado diventa il confidente di una comunità terrorizzata. Poliziesco con pochissima polizia, dove l’assassino da scoprire si palesa subito e scompare per lunghi tratti dalla narrazione. I punti focali sono la violenza latente e inespressa, la fragilità della vita, la confusione in cui un giorno ci si ritrova e dalla quale non si riesce più ad uscire. Il titolo richiama i sintomi della malattia del protagonista (un fischio costante alle orecchie) ma anche il rumore continuo del nostro mondo fatto di oggetti. Lavoro cupo, tagliente, rumoroso oltre la soglia della gradevolezza.

 

 

7. Nelle tue mani di Peter Del Monte (Italia, 2007)

E ora gli sfoghi. La storia è questa: Lui sta con un’altra, ma un giorno incontra Lei e si innamora. Fanno un figlio. Lei è pazza. Scappa, torna, dimentica la bambina in casa. Lui se ne va. Lei lo accoltella. Lui scompare. Lei fa un figlio con un’altro. Nonostante tutto lui la ama e decide di vivere con lei. Probabilmente uno dei peggiori film italiani di sempre: i personaggi dimostrano la psiche di bambini di quattro anni, l’impianto narrativo fa acqua da tutte le parti, i dialoghi sono degni delle più dimenticate telenovelas sudamericane. Tutto è superficiale, dalla caratterizzazione degli attori, alla recitazione, all’analisi delle passioni e delle emozioni umane. Arrivati alla fine viene da chiedersi se un uomo anziano come Del Monte abbia mai compiuto nel corso della sua vita un qualsiasi tipo di percorso interore. “Nelle tue mani” è il trionfo di tutte le bassezze della cinematografia italiana recente, compresa la reificazione dell’animo umano all’interno di schemi preordinati di movimento e di pensiero4. Viene da chiedersi se l’accoglienza tenera della critica (la maggior parte lo classifica sostanzialmente come “film potenzialmente bello ma non riuscito”, da altre parti addirittura lo si loda, come per esempio su Repubblica) sia semplice cattiva fede (tanto ormai ci siamo abituati), palesi una sostanziale impreparazione (non professionale: umana) dei nostri critici, oppure riveli come certi schemi di pensiero siano ormai penetrati sottopelle al punto da far apprezzare davvero un film come questo. La nota peggiore di tutto il festival, senza dubbio.

 

 

NOTE

1 Attenzione: questo NON è un testo di critica cinematografica. Da intendersi unicamente come chiacchierata informale tra amici in un bar qualunque. L’autore si assume la responsabilità legale ma non morale dei giudizi sputati un po’ a caso nel testo. L’autore si scusa per la forma ma oggi ha mal di testa.

2 Con “grandi festival” intendo: certamente la mostra del cinema lesbo-splatter organizzata in un centro sociale è più radicale e coraggiosa, ma prevede un pubblico non pagante di dieci persone. Qui, comunque, si sta parlando di mainstream, che piaccia oppure no.

3 Curiosità: sul sito ufficiale del film viene offerta la possibilità di montare il girato a proprio piacimento. È anche possibile scaricare una graphic novel ispirata al film, in formato pdf. Quasi certamente il film sarà distribuito anche in Italia, probabilmente con un titolo idiota tipo “Tracey a pezzi” o cose del genere.

4 Giuro che verso la fine del film arriva questo dalogo: Lui: “Vuoi sposarmi?” Lei (la sua nuova fidanzata): “No”. Lui: “Perché?” Lei: “Perché no”. Lui abbassa lo sguardo. Lei (sorridendo): “Non chiedermelo mai più”. Naturalmente le ragioni profonde di questo rifiuto non vengono esplicitate, e forse non se ne ipotizza nemmeno l’esistenza.

 

C ODA – alcuni trailer dei film menzionati sopra:

 

 



resfest 10: quattro considerazioni molto attuali sulla direzione che hanno preso le cose.

doll.jpg

PRIMA CONSIDERAZIONE
Finalmente questo rigurgito di autostrade, discoteche e caleidoscopi è stato ufficializzato. La prima ondata degli amarcord post-11 settembre è giunta a maturazione: ebbene sì, ci piacciono gli anni ottanta. Citiamo gli anni ottanta non appena ne abbiamo l’occasione, a proposito e anche a sproposito. Mastichiamo gli anni ottanta. Vorremmo essere gli anni ottanta, non siamo gli anni ottanta, ce ne rammarichiamo.
Della selezione infinita nel panorama sterminato (ramificato, pulviscolare) del video digitale nel mondo, questa è la prima cosa che emerge: gli anni ottanta. Gli anni ottanta come gusto per l’eccessivo, per lo smodato, per il truce, per il sanguinolento; gli anni ottanta dei primi video-giochi nelle prime (e ora defunte) sale-giochi: pacman, i lemmings, space invaders, l’Atari, il Commodore, e infine (con un tetris fatto di corpi umani, piccoli cadaveri scossi da lievi contrazioni nervose) il Mondo dell’Unione Sovietica, l’Italia della Prima Repubblica; gli anni ottanta come fuga, gli anni ottanta come promessa, gli anni ottanta come macabro, come dispendio, come speranza che muore nel momento stesso in cui te ne stai lì a sperare, e intanto fuori tutto è cambiato di nuovo.

SECONDA CONSIDERAZIONE
Su XL, un mesetto fa, Jeff Beck commentava: “un giorno apriremo un rubinetto e ne uscirà musica”. Jeff Beck aveva ragione, e noi lo sapevamo.
Il Resfest è in sostanza un rubinetto. Un rubinetto che cammina per cinque continenti e dal quale escono immagini in forma liquida. Senza un inizio e senza una fine. Perché il verbo “selezionare” significa tempo e non necessariamente qualità. Perché dividere una goccia da un’altra è operazione complessa e poco postmoderna, figuriamoci quando si parla di avanguardie. Perché se è vero che la rete è ovunque, se è vero che il virtuale e il reale distano solo di un click, un festival di cultura digitale lo sa meglio di chiunque altro.
Il Resfest lascia Torino oggi, dicembre 2006, lanciando un messaggio: “ci vediamo nel cyberspazio”.

TERZA CONSIDERAZIONE
Più passa il tempo e più abbiamo voglia di ridere. Negli ultimi anni l’ironia è una costante della produzione visuale (di quella letteraria un po’ meno, perché dentro ogni scrittore alberga un romantico, o un fedele timorato di dio, che in fin dei conti è la stessa cosa).
Da questi corti (non solo da questi corti) emerge un mondo che riconosce le proprie atrocità, che sente la violenza e la esprime e riesce a riderne. Hanno scritto che dopo l’11 settembre tutto è diventato possibile, e che dopo Auschwitz scrivere poesie è un atto di barbarie. Proprio perché tutto è diventato possibile, scrivere poesie dopo Auschwitz si può fare eccome, purché si tolga la maiuscola alla parola arte. Niente come l’arte fatta per l’industria (l’arte emanata dal mercato, spogliata di ogni metafisica) possiede ad oggi i mezzi per parlare del presente, niente, con tanta potenza e convinzione, può permettersi di giocare dove il resto del mondo edifica tabù. In questo senso il Resfest cita Nietzsche.

QUARTA CONSIDERAZIONE
Se c’è un futuro dobbiamo cercarlo in quella direzione.

Post Scriptum:
Per chi volesse saperne di più su questa bellissima manifestazione il sito ufficiale del Resfest Torino è www.resfestturin.it

(photo by nastiki – flickr.com)