25 Torino Film Festival

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Alcune considerazioni sulla venticinquesima edizione del TFF ordinate secondo un assurdo schema per punti1.

 

 

A. Nanni

 

… e quest’anno c’è Moretti. Anche sorvolando sull’encomiabile presenza scenica (Rondolino c’era e non c’era, comunque nessuno riusciva mai a vederlo) i punti a suo favore sono moltissimi. La selezione delle opere innanzitutto: la qualità media dei lavori presentati (in concorso, fuori concorso, nelle sezioni collaterali, nelle retrospettive) è stata strabiliante. In altre parole: se entri in una sala a caso ad un’ora qualsiasi avrai ottime probabilità di vedere un buon film. E non è poco.

Certo, diranno in molti, il festival è sceso a compromessi. Verissimo. Da queste parti ci siamo sempre vantati di amare il cinema alternativo, controculturale, radicalmente critico, post-settantasette, post-punk, post-Fiat. E con ragione: fino alla scorsa edizione quello di Torino era davvero un festival radicale e coraggioso, forse uno dei più radicali e coraggiosi “grandi festival” d’Europa2. Ora non più. Adesso è semplicemente una mostra del cinema come se ne vedono tante, semplicemente migliore di tante altre. Punto. Qualunque giudizio morale è lasciato al lettore.

 

 

B. Code

 

Il problema vero di tutta la faccenda è la logistica. Corollario di qualunque proiezione (credetemi: qualunque) è un’interminabile attesa davanti alle sale. I biglietti finiscono con giorni d’anticipo, abbonamenti e accrediti entrano forse, e comunque soltanto dopo quarantacinque minuti buoni di coda. Il tasso di aggressività percepito è altissimo. La speranza è che la storia sia maestra di vita, e che per l’anno venturo si prendano seri provvedimenti.

 

 

C. Film

 

Almeno sette film meritano una menzione speciale:

 

 

1. The Tracey fragments di Bruce McDonald (Canada 2006)

Storia di un’adolescente in fuga da sé stessa, che ipnotizza il fratello, lo perde nel bosco, esce di casa per cercarlo e decide di non tornare più. L’attenzione per la psicologia dei personaggi è elevatissima e la narrazione non cede mai né a livello sintattico né a livello semantico. L’uso esasperato dello split screen riflette le infinite frantumazioni dell’adolescenza apportando nel contempo un significativo contributo alla sperimentazione visuale nel campo dei testi narrativi. Il montaggio per ellissi mantiene l’attenzione sul filo del rasoio, e gli inserti extracinematografici (simulazione di videoclip e spezzoni pubblicitari, o l’immagine che va a comporsi come la copertina di una rivista di moda) rivelano grande abilità di movimento attraverso i vari generi della comunicazione visiva. Ellen Page si conferma un’ottima attrice. La splendida colonna sonora dei Borken Social Scene (scaricabile gratuitamente qui) completa l’opera. Impeccabile3.

 

 

2. The doorman di Wayne Price (USA, 2006)

Documentario atipico su quello che viene definito il PR più cool di New York: elegante senza stile, bello solo al primo sguardo, totalmente inconsapevole di sé stesso e del mondo. New York gli concede la fama, e quando si stanca di lui lo condanna alla scomparsa. Il mondo del nightclubbing è indagato senza pregiudizi di sorta, lo sguardo della macchina da presa non produce miti ma svela esseri umani. Il risultato è una compassione inaspettata per un universo ridicolo popolato da esseri umani ridicoli. Diverte, ma con un fondo di amarezza. Un esperimento molto interessante.

 

 

3. Vogliamo anche le rose di Alina Marazzi (Italia, 2007)

La storia dell’emancipazione femminile dagli anni 50 agli anni 70, raccontata con tecniche narrative di alto impatto estetico ed espedienti visuali pionieristici nel campo del documentario sociale. L’inserto di scene animate, l’utilizzo patemico (e non semplicemente decorativo, come accade di solito in questi casi) della colonna sonora, il ricorso a filmati di repertorio e diari di donne alzano incredibilmente il tasso di partecipazione emotiva dello spettatore. Un documentario che tocca tasti dolenti della nostra cultura senza ideologismi di sorta ma riuscendo nello stesso tempo a dimostrare la propria militanza. Non sembra per niente italiano ma lo è. Finalmente.

 

 

4. Naissance des pieuvres di Céline Sciamma (Francia, 2007)

Durante un’estate tre adolescenti appassionate di danza acquatica si confrontano sul tema del sesso. Film essenziale nei contenuti e preciso nella forma, sottilissimo nell’individuare le psicologie e i rapporti tra i personaggi, molto attento alle emozioni. Tutte e tre le attrici protagoniste si dimostrano in grado di reggere un ruolo difficile con classe non indifferente. Opera prima di Céline Sciamma, da tenere d’occhio.

 

 

5. Lars and the real girl di Craig Gillespie (USA, 2007)

Lars, trentenne paranoico, si innamora di una bambola gonfiabile. Parenti e amici credono che sia pazzo, ma comprenderanno che ogni pazzia ha una sua ragione d’essere e che solo attraverso l’assurdo comincia la guarigione. Il clima è quello di un racconto di Wallace, o di Aimee Bender, sorridente e terrificante allo stesso tempo. Se da un punto di vista puramente narrativo il film presenta qualche imperfezione (escluso Lars gli altri personaggi non sembrano avere una psicologia) una lettura simbolica della vicenda ne rivela i pregi: ognuno di noi costruisce i feticci che gli sono necessari per la sopravvivenza; accettare e accettarsi è l’unica strada per superare le proprie debolezze; ogni follia, se interpretata correttamente, lavora allo scopo di autoeliminarsi e significa dunque l’inizio di una nuova igiene mentale. Sottile, forse troppo per la media del pubblico, che continua a ridere anche quando invece ci sarebbe da piangere.

 

 

6. Noise di Matthew Saville (Australia, 2007)

Un serial killer, un massacro in metropolitana, un poliziotto che teme di avere un tumore e che suo malgrado diventa il confidente di una comunità terrorizzata. Poliziesco con pochissima polizia, dove l’assassino da scoprire si palesa subito e scompare per lunghi tratti dalla narrazione. I punti focali sono la violenza latente e inespressa, la fragilità della vita, la confusione in cui un giorno ci si ritrova e dalla quale non si riesce più ad uscire. Il titolo richiama i sintomi della malattia del protagonista (un fischio costante alle orecchie) ma anche il rumore continuo del nostro mondo fatto di oggetti. Lavoro cupo, tagliente, rumoroso oltre la soglia della gradevolezza.

 

 

7. Nelle tue mani di Peter Del Monte (Italia, 2007)

E ora gli sfoghi. La storia è questa: Lui sta con un’altra, ma un giorno incontra Lei e si innamora. Fanno un figlio. Lei è pazza. Scappa, torna, dimentica la bambina in casa. Lui se ne va. Lei lo accoltella. Lui scompare. Lei fa un figlio con un’altro. Nonostante tutto lui la ama e decide di vivere con lei. Probabilmente uno dei peggiori film italiani di sempre: i personaggi dimostrano la psiche di bambini di quattro anni, l’impianto narrativo fa acqua da tutte le parti, i dialoghi sono degni delle più dimenticate telenovelas sudamericane. Tutto è superficiale, dalla caratterizzazione degli attori, alla recitazione, all’analisi delle passioni e delle emozioni umane. Arrivati alla fine viene da chiedersi se un uomo anziano come Del Monte abbia mai compiuto nel corso della sua vita un qualsiasi tipo di percorso interore. “Nelle tue mani” è il trionfo di tutte le bassezze della cinematografia italiana recente, compresa la reificazione dell’animo umano all’interno di schemi preordinati di movimento e di pensiero4. Viene da chiedersi se l’accoglienza tenera della critica (la maggior parte lo classifica sostanzialmente come “film potenzialmente bello ma non riuscito”, da altre parti addirittura lo si loda, come per esempio su Repubblica) sia semplice cattiva fede (tanto ormai ci siamo abituati), palesi una sostanziale impreparazione (non professionale: umana) dei nostri critici, oppure riveli come certi schemi di pensiero siano ormai penetrati sottopelle al punto da far apprezzare davvero un film come questo. La nota peggiore di tutto il festival, senza dubbio.

 

 

NOTE

1 Attenzione: questo NON è un testo di critica cinematografica. Da intendersi unicamente come chiacchierata informale tra amici in un bar qualunque. L’autore si assume la responsabilità legale ma non morale dei giudizi sputati un po’ a caso nel testo. L’autore si scusa per la forma ma oggi ha mal di testa.

2 Con “grandi festival” intendo: certamente la mostra del cinema lesbo-splatter organizzata in un centro sociale è più radicale e coraggiosa, ma prevede un pubblico non pagante di dieci persone. Qui, comunque, si sta parlando di mainstream, che piaccia oppure no.

3 Curiosità: sul sito ufficiale del film viene offerta la possibilità di montare il girato a proprio piacimento. È anche possibile scaricare una graphic novel ispirata al film, in formato pdf. Quasi certamente il film sarà distribuito anche in Italia, probabilmente con un titolo idiota tipo “Tracey a pezzi” o cose del genere.

4 Giuro che verso la fine del film arriva questo dalogo: Lui: “Vuoi sposarmi?” Lei (la sua nuova fidanzata): “No”. Lui: “Perché?” Lei: “Perché no”. Lui abbassa lo sguardo. Lei (sorridendo): “Non chiedermelo mai più”. Naturalmente le ragioni profonde di questo rifiuto non vengono esplicitate, e forse non se ne ipotizza nemmeno l’esistenza.

 

C ODA – alcuni trailer dei film menzionati sopra:

 

 



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