Gentrificazione all’italiana: San Salvario, Torino

Con il tempo ho scoperto di essere una persona che tende a legarsi ai luoghi, ed è forse per questo che ho vissuto a San Salvario per tutto il tempo che ho vissuto a Torino: otto anni e mezzo, dall’ottobre del 2004 a gennaio 2013. Inizialmente abitavo al confine meridionale, in quella terra di nessuno tra centro città e Lingotto costellata di latterie, con i prezzi degli affitti inspiegabilmente alti e una popolazione anziana tendente alla tristezza e alle passeggiate mattutine con i cani. Tuttavia in corso Dante ci sono rimasto solo un anno (un anno di parquè nel bilocale al piano rialzato, palestra con un nome orientale e condomini diffidenti: dopo diciannove anni passati in un paese ricco e provinciale questa versione polverosa del suburbio parigino è il massimo compromesso che si possa chiedere tra libertà degli spazi cittadini e rassicurante noia della vita in campagna), poi ho conosciuto le persone giuste e mi sono trasferito nel cuore del quartiere. C’è stata una sistemazione di passaggio, luminosa e disperata come tutte le cose che non possono durare, finché mi sono stabilito in quella che sarebbe diventata la mia vera casa torinese in via Sant’Anselmo. Lì sono rimasto, prima con i miei inquilini e poi con la mia ragazza, finché non ho lasciato Torino per Londra. 

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Sono arrivato a Torino nel corso di un cambiamento epocale per la storia della città, quello innescato dalle Olimpiadi invernali del 2006, e tuttavia ancora nei primi anni della mia permanenza dire che abitavo a San Salvario equivaleva a sentire le persone che avevi invitato a cena declinare la proposta: un quartiere periferico per le distanze ridotte di Torino, e comunque fuori dal centro, con una nomea terribile che al grande vuoto lasciato dalla borghesia che l’aveva abitato dalla metà del XIX secolo alla metà del XX aveva aggiunto lo spaccio di droga negli anni 70 e 80 e poi la massiccia immigrazione dall’Africa e dall’Est europeo, in parte in virtù della vicinanza della stazione di Porta Nuova e in parte per il background già multietnico e multi-religioso del quartiere (due importanti chiese cattoliche, una sinagoga, una moschea e un tempio valdese). Allora la vita della città si svolgeva altrove, soprattutto quella giovanile: ai Murazzi recentemente bonificati, nel quadrato di vie desolanti che circondano l’Università da via Po a piazza Vittorio, se eri abbastanza upper-class da permetterti costi alti per i cocktail e tollerare cravatte e tacchi a spillo al Quadrilatero Romano, già passato per la fase di declino e successivo recupero urbano. I parenti al telefono ti chiedevano “Abiti a San Salvario? Ma non hai paura?”. E questo nonostante la presenza della facoltà di Architettura, la sede della Stampa, il complesso di Torino Esposizioni, la forte presenza associazionistica, diversi musei e due teatri. 

Questo era il quartiere quando ci sono arrivato: vie buie, due cinema porno (che ci sono ancora), pochi locali, bar arabi, ristoranti peruviani, gente che stazionava a bere birra davanti all’alimentari cinese di via Berthollet, spaccio di hashish a ogni strada (dire “A posto” ai magrebini che ti guardavano negli occhi prima ancora che parlassero era diventato una specie di tic per tutti i residenti sotto i trent’anni), spaccio di cocaina nelle zone più buie e periferiche, retate di polizia abbastanza frequenti, risse, di tanto in tanto qualche accoltellamento. Nel cortile interno della mia casa al 24 di via Belfiore, dove una volta aveva avuto sede un club musicale importante come Hiroshima Mon Amour, c’erano una chiesa evangelica e un club di scambisti. Di fronte c’era il bar di Michele, arabo e frequentato solo da arabi, che vendeva la Moretti ai prezzi più economici della zona, e che ben presto era diventato il nostro luogo di ritrovo. La sera la clientela si ubriacava in maniera molesta e giocava al video poker. Mi sono innamorato del quartiere nel corso di quel primo anno passato in via Belfiore, e fin da subito ho cominciato a costruirci sopra un vero e proprio lifestile: minimale, giovanile, romantico e senza speranze, com’ero io a quei tempi. Eppure i segni del cambiamento c’erano già tutti, e la gentrificazione arrivata di lì a poco era, in realtà, un fenomeno già largamente annunciato.

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San Salvario è diventato il quartiere più cool di Torino, quello in cui tutti volevano abitare, all’improvviso: nel biennio che ha separato la città dal suo passato a quello che sarà il suo futuro, tra il 2006 e il 2008 mentre tutti quanti, io compreso, eravamo distratti dall’effetto inebriante delle Olimpiadi (i turisti che non c’erano mai stati, le ragazze svedesi alle feste, le occupazioni all’università, Patti Smith che cantava in piazza Castello ribattezzata con italianissimo cattivo gusto “Medal Plaza”), ma anche dall’effetto di cambiamenti più grandi (la crisi economica sarebbe arrivata dopo, ma all’inizio c’era ancora la sensazione di leggerezza dovuta al fatto di scriversi su MySpace con una ragazza delle isole Far Oer, quando il tuo tasso di interazione mediata dal computer era rimasto, fino a poco tempo prima, confinato alla chat e ai forum). Comincia con i locali che aprono clonandosi a vicenda, rumerie che producono altre rumerie e poi vodkerie per generazione imperfetta, e a quel punto diventi consapevole di una serie di segnali che finora avevi ignorato o ingenuamente imputato all’aria bohemien del quartiere: la tua vicina di casa è una pittrice, sotto abita un pianista, la ragazza al bar studia circo, le tue amiche hanno messo una piscina sul terrazzo e per il compleanno ti regalano una custodia di lana per la macchina fotografica cucita a mano o una sedia fatta con fascette comprate in ferramenta. A novembre per le strade arriva Paratissima, l’associazione di cui fai parte comincia a riunirsi sotto casa tua, nella casella della posta trovi lettere degli agenti immobiliari che cercano di convincerti a vendere. A quel punto è già troppo tardi, e quello che amavi del quartiere in cui abiti sta già scomparendo, anche se ci metterà anni per scivolare via del tutto: perdi la speranza a colpi di apericena, di quarantenni radical-chic vestiti di nero, di ragazze indie rock (nel 2007 e 2008) che tinteggiano negozi di vestiti retrò con maglie a righe la domenica mattina, che si trasformeranno di lì a qualche anno (nel 2010 e nel 2011) nei loro fidanzati hypster con barbe e camice a quadri che aprono discoteche e sale prove con lavatrici a gettoni dentro. I tuoi vecchi amici se ne vanno uno a uno, arrivano i tuoi nuovi amici e tu rimani con i dubbi che crescono sempre un po’ di più, finché alla fine cedi e dici basta: non ne puoi più, te ne vai.

***

Dopo otto anni e mezzo non sarei probabilmente rimasto a Torino anche se non fossi partito per Londra, ma anche se fossi rimasto non sarei restato a San Salvario. Tuttavia ora, quando torno sempre troppo fugacemente, senza prestare la necessaria attenzione ai dettagli (sarà probabilmente questa la chiave per comprendere: perdere la visione d’insieme) mi rendo conto di qualcosa: che quella gentrificazione che mi ha mandato via e che ho vissuto tanto male non c’è davvero stata, o almeno non fino in fondo.

Torno un pomeriggio d’estate e, mentre aspetto un amico in ritardo, faccio un giro per il quartiere. Mi fermo a prendere un caffè in un bar con il bancone metallico pieno di macchie circolari e zuccherose di caffè, dove un uomo con l’orecchino mi fa una battuta che non fa ridere. Esco e vedo gli anziani sulla sedia a rotelle che vengono spinti da badanti rumene, la panetteria ebraica, i negozi di oggetti per la casa che avevo sempre dato per scontati e che ora che vivo a Londra, dove la vendita al dettaglio è in mano alle catene per il 99% dei casi (al  posto della ferramenta qui c’è Rober Dyas), mi sembrano stranamente più autentici; sulla panchina su cui mi siedo ad aspettare, il peruviano con dei baffi da ungherese dell’Ottocento non mi degna di uno sguardo; sarà il Continente che è per sua natura più grigio, caldo, sporco e rumoroso di una città dove la perfezione è elevata a standard, ma tutto mi sembra così povero e decadente da farmi tenerezza; i cinema porno ci sono ancora, e così la gente che si raccoglie a bere intorno all’alimentari cinese, e insomma c’è ancora tutto: i trentenni che si assiepano all’ora dell’aperitivo fuori dai locali non sono un miraggio, ma mi sembrano ora come un elemento mobile in un fondale che non cambia. Non che rimpianga di aver lasciato quel quartiere a cui ormai ho già dato tutto, ma il senso di risentimento che provavo fino a qualche tempo fa sembra affievolirsi fino a sparire.

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Alla fine capisco che tutta questa lunghissima introduzione è servita per arrivare a una conclusione semplice: e cioè che San Salvario non è Brooklyn e nemmeno Islington, che l’Italia non è l’America ma nemmeno il Regno Unito; facciamo cose, imitiamo modelli di sviluppo, ma non riusciamo a crederci fino in fondo; un quartiere che si gentrifica in Italia (chissà cosa ne pensano a Roma quelli che abitano al Pigneto) non si gentrifica mai fino in fondo, o non lo fa mai con la nettezza che vedi nelle gallerie d’arte e nei panorami post-industriali di Shoreditch, dove gli elementi di scena sono tutti al loro posto e la gente ha davvero l’aria di credere che vivere in un ex quartiere povero diventato ricco sia meglio che vivere in un quartiere che è sempre stato ricco, e che la forma del luogo in cui vivi sia altrettanto importante che la sostanza umana in mezzo alla quale vivi, come se un bell’abito senza nessuno dentro non fosse qualcosa di profondamente inquietante. 

Il mio amico, quando arriva, mi racconta che da Michele, che continua a esserci, non ci si può più andare: c’è la coda di gente che vuole comprare lì la Moretti perché costa meno. Confusamente, ma anche profondamente, è questo spirito di sopravvivenza, questo rimanere sempre sospesi tra il capitalismo avanzato e l’economia di sussistenza, a cavallo tra la serie A e la serie B dell’Occidente, che se non servirà a salvarci sarà almeno utile nell’aiutarci a non prenderci troppo sul serio, barattando il raggiungimento di un’immagine perfetta con un pericoloso svuotamento di senso. 

25 Torino Film Festival

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Alcune considerazioni sulla venticinquesima edizione del TFF ordinate secondo un assurdo schema per punti1.

 

 

A. Nanni

 

… e quest’anno c’è Moretti. Anche sorvolando sull’encomiabile presenza scenica (Rondolino c’era e non c’era, comunque nessuno riusciva mai a vederlo) i punti a suo favore sono moltissimi. La selezione delle opere innanzitutto: la qualità media dei lavori presentati (in concorso, fuori concorso, nelle sezioni collaterali, nelle retrospettive) è stata strabiliante. In altre parole: se entri in una sala a caso ad un’ora qualsiasi avrai ottime probabilità di vedere un buon film. E non è poco.

Certo, diranno in molti, il festival è sceso a compromessi. Verissimo. Da queste parti ci siamo sempre vantati di amare il cinema alternativo, controculturale, radicalmente critico, post-settantasette, post-punk, post-Fiat. E con ragione: fino alla scorsa edizione quello di Torino era davvero un festival radicale e coraggioso, forse uno dei più radicali e coraggiosi “grandi festival” d’Europa2. Ora non più. Adesso è semplicemente una mostra del cinema come se ne vedono tante, semplicemente migliore di tante altre. Punto. Qualunque giudizio morale è lasciato al lettore.

 

 

B. Code

 

Il problema vero di tutta la faccenda è la logistica. Corollario di qualunque proiezione (credetemi: qualunque) è un’interminabile attesa davanti alle sale. I biglietti finiscono con giorni d’anticipo, abbonamenti e accrediti entrano forse, e comunque soltanto dopo quarantacinque minuti buoni di coda. Il tasso di aggressività percepito è altissimo. La speranza è che la storia sia maestra di vita, e che per l’anno venturo si prendano seri provvedimenti.

 

 

C. Film

 

Almeno sette film meritano una menzione speciale:

 

 

1. The Tracey fragments di Bruce McDonald (Canada 2006)

Storia di un’adolescente in fuga da sé stessa, che ipnotizza il fratello, lo perde nel bosco, esce di casa per cercarlo e decide di non tornare più. L’attenzione per la psicologia dei personaggi è elevatissima e la narrazione non cede mai né a livello sintattico né a livello semantico. L’uso esasperato dello split screen riflette le infinite frantumazioni dell’adolescenza apportando nel contempo un significativo contributo alla sperimentazione visuale nel campo dei testi narrativi. Il montaggio per ellissi mantiene l’attenzione sul filo del rasoio, e gli inserti extracinematografici (simulazione di videoclip e spezzoni pubblicitari, o l’immagine che va a comporsi come la copertina di una rivista di moda) rivelano grande abilità di movimento attraverso i vari generi della comunicazione visiva. Ellen Page si conferma un’ottima attrice. La splendida colonna sonora dei Borken Social Scene (scaricabile gratuitamente qui) completa l’opera. Impeccabile3.

 

 

2. The doorman di Wayne Price (USA, 2006)

Documentario atipico su quello che viene definito il PR più cool di New York: elegante senza stile, bello solo al primo sguardo, totalmente inconsapevole di sé stesso e del mondo. New York gli concede la fama, e quando si stanca di lui lo condanna alla scomparsa. Il mondo del nightclubbing è indagato senza pregiudizi di sorta, lo sguardo della macchina da presa non produce miti ma svela esseri umani. Il risultato è una compassione inaspettata per un universo ridicolo popolato da esseri umani ridicoli. Diverte, ma con un fondo di amarezza. Un esperimento molto interessante.

 

 

3. Vogliamo anche le rose di Alina Marazzi (Italia, 2007)

La storia dell’emancipazione femminile dagli anni 50 agli anni 70, raccontata con tecniche narrative di alto impatto estetico ed espedienti visuali pionieristici nel campo del documentario sociale. L’inserto di scene animate, l’utilizzo patemico (e non semplicemente decorativo, come accade di solito in questi casi) della colonna sonora, il ricorso a filmati di repertorio e diari di donne alzano incredibilmente il tasso di partecipazione emotiva dello spettatore. Un documentario che tocca tasti dolenti della nostra cultura senza ideologismi di sorta ma riuscendo nello stesso tempo a dimostrare la propria militanza. Non sembra per niente italiano ma lo è. Finalmente.

 

 

4. Naissance des pieuvres di Céline Sciamma (Francia, 2007)

Durante un’estate tre adolescenti appassionate di danza acquatica si confrontano sul tema del sesso. Film essenziale nei contenuti e preciso nella forma, sottilissimo nell’individuare le psicologie e i rapporti tra i personaggi, molto attento alle emozioni. Tutte e tre le attrici protagoniste si dimostrano in grado di reggere un ruolo difficile con classe non indifferente. Opera prima di Céline Sciamma, da tenere d’occhio.

 

 

5. Lars and the real girl di Craig Gillespie (USA, 2007)

Lars, trentenne paranoico, si innamora di una bambola gonfiabile. Parenti e amici credono che sia pazzo, ma comprenderanno che ogni pazzia ha una sua ragione d’essere e che solo attraverso l’assurdo comincia la guarigione. Il clima è quello di un racconto di Wallace, o di Aimee Bender, sorridente e terrificante allo stesso tempo. Se da un punto di vista puramente narrativo il film presenta qualche imperfezione (escluso Lars gli altri personaggi non sembrano avere una psicologia) una lettura simbolica della vicenda ne rivela i pregi: ognuno di noi costruisce i feticci che gli sono necessari per la sopravvivenza; accettare e accettarsi è l’unica strada per superare le proprie debolezze; ogni follia, se interpretata correttamente, lavora allo scopo di autoeliminarsi e significa dunque l’inizio di una nuova igiene mentale. Sottile, forse troppo per la media del pubblico, che continua a ridere anche quando invece ci sarebbe da piangere.

 

 

6. Noise di Matthew Saville (Australia, 2007)

Un serial killer, un massacro in metropolitana, un poliziotto che teme di avere un tumore e che suo malgrado diventa il confidente di una comunità terrorizzata. Poliziesco con pochissima polizia, dove l’assassino da scoprire si palesa subito e scompare per lunghi tratti dalla narrazione. I punti focali sono la violenza latente e inespressa, la fragilità della vita, la confusione in cui un giorno ci si ritrova e dalla quale non si riesce più ad uscire. Il titolo richiama i sintomi della malattia del protagonista (un fischio costante alle orecchie) ma anche il rumore continuo del nostro mondo fatto di oggetti. Lavoro cupo, tagliente, rumoroso oltre la soglia della gradevolezza.

 

 

7. Nelle tue mani di Peter Del Monte (Italia, 2007)

E ora gli sfoghi. La storia è questa: Lui sta con un’altra, ma un giorno incontra Lei e si innamora. Fanno un figlio. Lei è pazza. Scappa, torna, dimentica la bambina in casa. Lui se ne va. Lei lo accoltella. Lui scompare. Lei fa un figlio con un’altro. Nonostante tutto lui la ama e decide di vivere con lei. Probabilmente uno dei peggiori film italiani di sempre: i personaggi dimostrano la psiche di bambini di quattro anni, l’impianto narrativo fa acqua da tutte le parti, i dialoghi sono degni delle più dimenticate telenovelas sudamericane. Tutto è superficiale, dalla caratterizzazione degli attori, alla recitazione, all’analisi delle passioni e delle emozioni umane. Arrivati alla fine viene da chiedersi se un uomo anziano come Del Monte abbia mai compiuto nel corso della sua vita un qualsiasi tipo di percorso interore. “Nelle tue mani” è il trionfo di tutte le bassezze della cinematografia italiana recente, compresa la reificazione dell’animo umano all’interno di schemi preordinati di movimento e di pensiero4. Viene da chiedersi se l’accoglienza tenera della critica (la maggior parte lo classifica sostanzialmente come “film potenzialmente bello ma non riuscito”, da altre parti addirittura lo si loda, come per esempio su Repubblica) sia semplice cattiva fede (tanto ormai ci siamo abituati), palesi una sostanziale impreparazione (non professionale: umana) dei nostri critici, oppure riveli come certi schemi di pensiero siano ormai penetrati sottopelle al punto da far apprezzare davvero un film come questo. La nota peggiore di tutto il festival, senza dubbio.

 

 

NOTE

1 Attenzione: questo NON è un testo di critica cinematografica. Da intendersi unicamente come chiacchierata informale tra amici in un bar qualunque. L’autore si assume la responsabilità legale ma non morale dei giudizi sputati un po’ a caso nel testo. L’autore si scusa per la forma ma oggi ha mal di testa.

2 Con “grandi festival” intendo: certamente la mostra del cinema lesbo-splatter organizzata in un centro sociale è più radicale e coraggiosa, ma prevede un pubblico non pagante di dieci persone. Qui, comunque, si sta parlando di mainstream, che piaccia oppure no.

3 Curiosità: sul sito ufficiale del film viene offerta la possibilità di montare il girato a proprio piacimento. È anche possibile scaricare una graphic novel ispirata al film, in formato pdf. Quasi certamente il film sarà distribuito anche in Italia, probabilmente con un titolo idiota tipo “Tracey a pezzi” o cose del genere.

4 Giuro che verso la fine del film arriva questo dalogo: Lui: “Vuoi sposarmi?” Lei (la sua nuova fidanzata): “No”. Lui: “Perché?” Lei: “Perché no”. Lui abbassa lo sguardo. Lei (sorridendo): “Non chiedermelo mai più”. Naturalmente le ragioni profonde di questo rifiuto non vengono esplicitate, e forse non se ne ipotizza nemmeno l’esistenza.

 

C ODA – alcuni trailer dei film menzionati sopra:

 

 



vendicatori mascherati a san salvario

come mai l’immigrazione clandestina diventa un problema soltanto quando fa comodo

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Quando si parla di immigrazione essere sinceri con sé stessi è sempre difficile. Si mettono in gioco paure ataviche dell’altro, complesse questioni di legalità democratica, ideologie, luoghi comuni. Quando l’immigrazione diventa un problema di sicurezza pubblica, passa cioè dalle competenze della politica istituzionale direttamente sulle spalle dei cittadini, il problema si complica. Se poi si vive anche in Italia, dove quello di raccontare la verità è sport molto poco diffuso, ecco che l’enigma diventa d’un tratto irrisolvibile. Direi di più: impronunciabile.
La questione delle ronde cittadine nel quartiere di San Salvario presenta nel suo nucleo innumerevoli complessità. C’è la questione prettamente politica della gestione dell’immigrazione extracomunitaria, c’è un problema più ampio di sicurezza e di legalità, c’è la questione fondamentale per la democrazia dell’uso della forza concesso a semplici cittadini, almeno nella teoria. Se si vuole provare (almeno provare) a raccontare la verità su questa storia è necessario sfatare alcuni miti, diffusi in maniera preoccupante tra la cittadinanza e sui media, tanto a destra quanto a sinistra.
Primo: per quanto sia convinzione diffusa nell’opinione pubblica, San Salvario non è un quartiere invivibile. Non è vero, come vuole far credere la Stampa (16 giugno 2007) che “dalle 20 fino all’alba è letteralmente impossibile passeggiare senza correre il rischio di essere aggrediti”. San Salvario è un quartiere giovane e culturalmente molto attivo, che offre ottime possibilità di intrattenimento notturno. Niente scenari apocalittici, dunque, nessuno spettro di Toxic Park, Vallette, borgate dimenticate da dio e dall’uomo. Niente di tutto questo.
Secondo: non è vero, come si racconta una certa sinistra buonista e vagamente alteromondista, che gli immigrati a San Salvario sono essenzialmente “brava gente”, portata sulla via della delinquenza dall’emarginazione e dalla povertà. Molti di loro spacciano haschisch perché è meno faticoso e più remunerativo che fare il muratore in un cantiere o l’operaio di fabbrica. Altri spacciano cocaina in via Ormea (o fanno prostituire le loro donne su corso Massimo) e all’alba tornano nei loro appartamenti in Crocetta a godersi magari 500 euro di guadagno notturno.
Non è possibile, peraltro, parlare genericamente di “immigrati”, facendo di tutta l’erba un fascio: esistono diversi tipi di immigrazione e queste differenze vanno colte e comprese, pena, di nuovo, una generalizzazione che semplicemente non tiene conto della complessità del reale. Esistono insomma diversi gruppi etnici (maghrebini, rumeni, rom, centrafricani, sudamericani, cinesi) e all’interno di questi gruppi etnici persone oneste e criminali. Persone, e non genericamente “immigrati”.
Terzo: le ronde volute da Azione Giovani nascondono ben altro che una “spontanea” reazione popolare ad un problema purtroppo reale. Se esistono (se si lascia che esistano) un motivo c’è, e sarebbe bene capire quale.

Qualche data, innanzitutto. Le ronde a San Salvario ricominciano il 15 giugno di quest’anno, in risposta ad una fantomatica escalation della violenza nel quartiere. Unico problema: l’escalation non c’è stata; la solita illegalità diffusa, questo sì, le solite piccole tensioni. Niente di grave, o comunque niente di nuovo.
Risposta a cosa dunque? All’aggressione di Maurizio Marrone, coordinatore nazionale di AG, avvenuta nel quartiere martedì 12 giugno. Un fatto sgradevole, certo, ma tutto interno all’orticello del partito. La situazione a San Salvario è la stessa da almeno dieci anni, ma ci volevano due schiaffi al povero Marrone perché la destra se ne rendesse conto. Bene.
Tralasciando queste futilità, c’è da dire che non stupisce molto il desiderio di una “giustizia-fai-da-te” proveniente da certi ambienti di destra, che, ormai è sotto gli occhi di tutti, stanno andando radicalizzandosi con il passare dei giorni. Quello che potrebbe stupire, semmai, è l’appoggio unanime che certi ambienti non solo destrorsi, ma “neutrali” o addirittura di sinistra hanno dato all’iniziativa. Potrebbe stupire che un sindaco che si ostina a definirsi erede della tradizione antifascista dimostri a questi moti popolari un dissenso tanto vago da sembrare una giustificazione. Un moto popolare che, se non lo è nei fatti (si tratta in effetti di una manciata sparuta di reazionari scortati dalla polizia), almeno nella teoria è fondamentalmente squadrista: un manipolo di vendicatori notturni che colpiscono dove lo stato non arriva. E questo, in una democrazia, è semplicemente inaccettabile.
A guardare più da vicino, comunque, ci si rende conto che di stupefacente, o incoerente, non c’è proprio nulla. E questo almeno per due motivi.
Primo: l’immigrazione clandestina, e il carico di illegalità che porta con sé, diventa un problema soltanto quando fa comodo. A chi? Ai politici, ma anche ai cittadini. Perché quando si parla di criminalità circoscrivere il discorso ad un’etnia, o a più etnie extracomunitarie è semplicemente falso. Intorno ai criminali maghrebini e senegalesi (ai pusher e ai magnaccia) prolifera un enorme giro di criminalità tutta italiana: strozzini che affittano a questa gente topaie invivibili, costringendoli a pagare affitti esorbitanti (e se provi a protestare ti denuncio, finisci in CPT e poi dritto al tuo paese); impresari edili che possono permettersi di assumere in nero muratori extracomunitari pagandoli tre euro l’ora, senza ferie e senza nessuna garanzia di sicurezza sul lavoro; speculatori edilizi che proprio grazie a dieci anni di criminalità e immigrazione clandestina possono permettersi, oggi, di comprare San Salvario a prezzi da fame.
E questo è il secondo punto: tutti sanno (perché è stato detto a gran voce e perché basta vivere in questo quartiere per accorgersene) che è in atto un processo, seppure molto lento e per certi versi anomalo, di riqualificazione del quartiere. E intendiamoci, niente di male a riguardo: tutti vorremmo vivere in un mondo pulito e ordinato, senza criminalità, prostituzione, eroina agli angoli delle strade. La questione fondamentale è il prezzo da pagare per raggiungere l’obbiettivo. Si possono fare retate di polizia indiscriminate, che vanno a colpire criminali effettivi e poveracci che lavorano dodici ore al giorno sottopagati per guadagnarsi la cittadinanza italiana. Si possono spedire in CPT donne vecchi bambini cani e gatti, se si vuole. Si possono anche organizzare le ronde neofasciste, purché il quartiere si depuri della sua malattia endemica.
Senza arrivare a supporre una speculazione edilizia in grande scala e diretta dall’alto, senza ipotizzare un diretto coinvolgimento di Chiamparino nell’organizzazione di queste fantomatiche ronde, il dubbio sorge spontaneo: non è per caso che questa situazione faccia comodo a tutti? A quei criminali italiani che su, e con, questa gente ha mangiato per dieci anni, e che ora vede la possibilità di affittare il proprio appartamento al doppio del prezzo; ai politici più o meno collusi con questa illegalità e a quelli che semplicemente cercano voti e consensi facendo leva su una problematica vicina alla gente, sentita, reale.
Se le cose stanno così, le ronde non solo non risolvono il problema, ma anzi vengono a costituirsi come l’ultimo tassello di un problema che parrebbe irrisolvibile.

In sintesi, una cosa vorrei che fosse chiara: il problema c’è, è grosso come una casa e va risolto. Il problema è un problema di legalità, e non di immigrazione extracomunitaria. È un problema che vede criminali extracomunitari vittime e carnefici di altri criminali, questa volta italiani, vittime e carnefici a loro volta.
La politica ha il preciso dovere di dare una risposta a questo problema, dura e mirata nei confronti di qualsiasi tipo di criminale, indipendentemente dalla sua etnia e cultura d’origine. Le forze dell’ordine farebbero bene ad arrestare chi spaccia il crack ai bambini e chi spaccia pollai per case, invece di controllare biglietti e documenti sugli autobus che attraversano il quartiere (come sta accedendo in questi giorni) con l’unico scopo di spedire in CPT gente che magari non ha il regolare permesso di soggiorno (e sfido ad averlo, con una legge come quella italiana) ma che non ha mai fatto niente di illegale in tutta la sua vita.
Insomma il problema è complesso, molto più complesso di quello che sembra, perché è complessa la realtà delle cose. Finché questa complessità non verrà percepita e compresa, finché non si abbandoneranno atteggiamenti conniventi o interessati, reazionari, violenti o utopici, il problema non verrà mai risolto.
Fino ad allora, per favore, niente moralismi.

uomo che cade

 

 

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I know a ghost
Can walk through the walls
Yet I’m just a man
Still learning how to fall

(Blonde Redhead)

28 aprile 2014. Apri gli occhi. Qualcosa ti ha svegliato. Sei confuso, non riesci a capire. Dove ti trovi? Ti guardi intorno: un treno. Qualcosa ti disturba, non riesci a capire cosa. Guardi fuori dal finestrino: campi di grano inondati dal sole. Campi… L’Illinois. Stai tornando a New York City. Ora ricordi. Ritorni… Qualcosa ti disturba, non riesci a capire cosa. Ti guardi intorno disorientato. Gente, facce comuni di gente comune. Poi capisci. La musica. Le cuffie che trasmettono musica in streaming, l’apparecchio che capta le onde radio con cui hanno saturato l’atmosfera. Questa musica… Ti ricorda qualcosa. Ti ricorda troppe cose. I ricordi ti soffocano, riempiono i tuoi polmoni come acqua. E tutto crolla, in un attimo, per un attimo. Stai facendo la cosa giusta? Non hai più scelta, a questo punto. Stai… Non hai più alcuna scelta, non puoi più tirarti indietro. Non hai… Questa musica… Nessuna scelta…

Aprile 1998. Vento. Un vento dolce sulla piazza. Solleva sacchetti di plastica. Scuote gli alberi. Scuote la gonna di N, scompiglia i capelli di B. Sole contro le lenti scure di tre paia di occhiali. Poi la porta si apre. Buio. Scale. Un attimo di luce. Il garage, di nuovo buio. Tre paia di occhiali scuri scompaiono, simultaneamente.

S posa la chitarra, una Rickenbacker arancione. Si alza, apre la finestra, si accende una sigaretta.
“Cosa ne dite?”, chiede.
“A me piace” dice N. Tiene il basso posato in grembo e si arrotola una ciocca di capelli lisci intorno all’indice. Ha la frangia sugli occhi e la coda di cavallo. “Forse è una delle cose migliori che abbiamo”.
Guardano entrambi B, che a sua volta guarda nel vuoto. I capelli lunghi gli coprono il volto magro, affilato. Non parla.
Il batterista, l’ultimo di una lunga serie, ha un’aria soddisfatta. “Cazzo”, dice. “Certo che mi piace. È una cosa che non si è mai sentita, questa.” Scuote la testa. “Ma da dove le tiri fuori, queste idee, eh?”, dice a B. “E pensare che non ti droghi nemmeno…”
B sorride.
Un sorriso pallido.

Serata di primavera. Il sole non è ancora tramontato. Sono seduti al tavolo di un bar, non lontano dall’università. Studenti che passano. Vento, vento caldo. B slaccia un bottone della camicia, si aggiusta la giacca di pelle.
Gli strumenti sono posati accanto al tavolo. C’è un’aria elettrica, tutto scintilla. Gli occhi di N scintillano dietro gli occhiali da sole. I capelli ricci di S scompigliati dal vento. Sensazione fresca della birra che scivola lungo la gola. Sorrisi.
N racconta dell’estate passata a Londra. I locali, la musica, i ragazzi. Sorrisi.
C’è un’aria elettrica, il gruppo va bene, hanno parecchie date in programma. Sono felici. B si scompiglia i capelli, accende una sigaretta, ride a una battuta di S. Gli occhi di N scintillano dietro gli occhiali da sole.
Ci sono ricordi da tutte le parti. L’Inghilterra. Il mare del nord. Il vento. L’inverno appena trascorso, Torino invasa dalla nebbia, il loro appartamento, luci di candele.
Sono felici.
Sorrisi.

Nove ore più tardi. L’orologio sulla parete segna le tre e venticinque. Le finestre sono aperte sulla notte di primavera. Vento. Profumo di fiori, odore della città, profumo di sesso, odore di sudore: è una questione di punti di vista.
Le tre e venticinque. Sono stesi sul grande letto matrimoniale disfatto. N è al centro. S gira una canna. B guarda il soffitto. Bianco, vuoto, perfetto.
“Dovremmo andare a Londra”, dice N. “Dovremmo andarcene. Non abbiamo futuro in questo posto”.
Nessuno risponde. N si alza. Si infila gli slip, scompare in bagno. S accende la canna.
Quando N torna dice: “Ci andremo, a Londra”. Espira. “Solo che questo non è il momento buono”. Pausa. Fiamma dell’accendino. Soffia. Tira. Inspira. Espira. “Non siamo ancora pronti”.
Sguardo inespressivo sul volto di N illuminato dall’abat-jour.
“Certo che siamo pronti”, dice. Non è convinta.
“Londra”, dice B. “Cosa volete che sia Londra”. Scuote la testa. Prende la canna dalle mani di S e la porge a N. “Londra non è abbastanza”.

Quattro e quarantasette. N dorme, rannicchiata come una bambina. I suoi occhi scintillano dietro le palpebre chiuse.
B è sul balcone, in mutande e infradito. Indossa un maglione a righe rosse e nere. Fuma una sigaretta. Si scompiglia i capelli che gli coprono il volto magro, affilato.
S si è chinato sullo stereo al centro della stanza. Mette un disco. Cerca una traccia. Abbassa il volume. Poi dice: “Buonanotte”. B, dal balcone, risponde: “Buonanotte”.
Notte di primavera. Profumo di fiori, odore della città, profumo di sesso, odore di sudore.
B dal balcone guarda un’auto della polizia passare, i lampeggianti accesi ma la sirena spenta. Fuma la sua sigaretta. Aspetta che parta il pezzo. Il pezzo parte. “Battle”, dei Blur.
Invade la notte come acqua nei polmoni.
B ascolta.
Sorride, senza sapere il perché.

Hai perso qualcosa, lo sai. Qualcosa è andato perduto. Cos’era? Com’è cominciato tutto? Non te lo ricordi. C’era quel sole di aprile che faceva male. E il vento. L’aria elettrica di quella primavera. Avevi vent’anni. Avevi avuto altre ragazze prima. Altri amici. Altri gruppi. Il gruppo andava bene, l’aria elettrica di quella primavera. Qualcosa stava per succedere. Cos’era? Avevi avuto altre ragazze, altri amici… Non eri innamorato di lei. L’amore non esisteva, e non esisteva la solitudine. C’era solo il sole di aprile. Faceva male. Le labbra di lei incollate all’orecchio… Com’era cominciato? Era un gioco, nient’altro. La consapevolezza che qualcosa stava per succedere. Era magico, era elettrico, era la sensazione di quel vento sulla pelle… Non avevi speranze. Sapevi che sarebbe finito e non t’importava. Poi però è finito davvero. Le labbra di lei incollate all’orecchio, la primavera… Qualcosa è andato perduto. Vi siete separati. Avete lasciato l’appartamento. Avete sciolto il gruppo. Qualcosa è andato perduto e sarà perso per sempre. Cos’era? Cosa viene dopo?

Aprile 2002. B slaccia la cintura di sicurezza. Guarda dal finestrino: buio, cemento, pioggia. La voce del pilota augura ai passeggeri una buona permanenza a Londra. B si alza.

Heathrow inondato di luce. Voci frettolose nelle lingue di mezzo mondo. Facce comuni. Cartelloni pubblicitari.
La porta del bagno si chiude, inghiottendo i rumori. B si guarda allo specchio. Si scompiglia i capelli, si slaccia un bottone della camicia, si aggiusta la giacca di pelle.
“Non avrei dovuto accettare l’invito”, pensa. “Non avrei…”. Si lava le mani. Sapone liquido rosa al profumo di fragola. “Sarà imbarazzante”.
Esce dal bagno. Luce. Rumori. Voci frettolose nelle lingue di mezzo mondo.
Non ha bagagli, niente da aspettare.
Segue l’indicazione “Exit”. Porte che si aprono automaticamente. Altra luce, altri rumori.
Li vede.

In auto, mentre guida sulla corsia sinistra, S parla. N ascolta dal sedile posteriore. B guarda dal finestrino e pensa:
S è ingrassato e si è fatto crescere la barba. È cambiato.
N ha un nuovo taglio di capelli e si è tatuata qualcosa sul polso. Non è cambiata.

Abitano da soli in un appartamento ad Islington, un quartiere che B non ha mai sentito nominare.
Sono belli, sono emancipati, sono medi.
Sono fotografie sulle pagine di una rivista di tendenza.
N posa saltuariamente per pubblicità di abbigliamento. Nel resto del tempo fa la cameriera in un locale sotto casa.
S ha cambiato molti lavori, al momento è disoccupato.

Passa a Londra due giorni in cui non smette di piovere.
Pioggia sottile, visite a casa di amici, sushi bar, aperitivi.
Cercano di scherzare ma non ci riescono.
Non c’è imbarazzo, solo un silenzio insormontabile.

Ultima sera della permanenza di B a Londra. Cena al ristorante indiano. Candele che illuminano il volto di N. I capelli ricci di S invasi dalla luce. Tre bottiglie di vino bianco fanno brillare i loro occhi.
“… no, non ho capito questa storia del progetto”, dice S. “Non ho capito bene di cosa ti occupi”.
“E’…”, B esita. “Applicazione del sistema nervoso umano alla musica”. Scuote la testa. “E’ semplice, alla fine dei conti. Io…”
Fa una pausa.
“… lavoro con uno staff di medici e di ingegneri del suono…”
Un’altra pausa.
“…mi… mi pagano bene”.
S sorride.
“Non sono i soldi, vero?”
B scuote la testa.
“No”.
Silenzio, un silenzio sospeso, morbido. Si guardano. Tutti e tre, per un secondo.
“Sei felice?”, chiede N.
“Faccio quello che mi piace”, risponde B. Anche il suo tono è morbido, sospeso.
S ride.
“Cazzo, sì”, dice. “E’ questo che ti piace, non è vero? E’ qui che volevi arrivare…” Fa una pausa. Scuote la testa. Beve un sorso di vino, senza smettere di sorridere.
“E’ qui che hai sempre voluto arrivare…”
B scuote la testa, si scompiglia i capelli.
“E’ solo l’inizio”, dice.
Di nuovo silenzio, morbido, sospeso. Candele che fanno brillare i loro occhi. S si appoggia allo schienale, appoggia la mano sulla spalla di N.
B nota quel contatto. N accende una sigaretta. Il suo volto invaso dalla luce, i suoi occhi che brillano nella luce delle candele. I loro sguardi si incontrano. N inspira. Espira. Sorride. Continuano a guardarsi. N continua a sorridere.
“Sei cambiato”, dice. “Sei dimagrito”.
B annuisce.
“Lo so”.

Com’è cominciato tutto? Quando hai capito che sarebbe stato il tuo obbiettivo, la tua unica ragione di vita? Non lo sai. È sempre stato uguale. Quella voglia… Quella tentazione a scomparire. Quell’amore per il vuoto. Quella… Tentazione… Londra. Cosa sono stati quei giorni a Londra? Nulla. Una parentesi. Avevi fretta di tornare a Torino. Al tuo lavoro. Al tuo obbiettivo, alla tua ragione di vita. Credi che avrebbero capito? No. Questo lo sai. Loro non capivano… Non hanno mai capito. Il progetto. Non l’avrebbero capito ugualmente, anche se avessi provato a spiegarlo. Il progetto… Applicazione del sistema nervoso umano alla musica. Una formula che nascondeva qualcosa di profondo. Quella tentazione a scomparire. Quell’amore per il vuoto. Fare musica non era abbastanza. Il tuo obbiettivo, la tua ragione di vita… Diventare musica. Trasformarsi. Scomparire. Ed era possibile, loro…. Non sapevano… Era possibile… Non a Torino, non nel 2002. Ma si poteva fare, e tu lo sapevi. Trasformare il proprio corpo. Annullarlo. Loro… Volevi solo andartene. Lontano da loro. Lontano… Loro… Non capivano, non avrebbero mai capito. Loro…

Aprile 2008. Vento. Un vento violento sulla piazza del paese. Buio. Pioggia contro i vetri delle auto parcheggiate. Pioggia sulle strade deserte. Vento e pioggia ovunque, vento e pioggia su campi, vento e pioggia nei polmoni.
S si allontana dal vetro e prende in mano il telefono.
Esita.
Rumori dalla cucina, stoviglie, televisione accesa sul telegiornale.
Esista.
Poi compone il numero.

“Ho saputo che sei tornata”.
“Mio padre non sta bene”.
“Lo so. Mi dispiace”.
Silenzio.
“Vorrei parlarti”.
“Non abbiamo niente da dirci”.
“Vorrei parlarti lo stesso”.
Silenzio. Dall’altro capo N esita. Sta cedendo. Lo sa.
“Va bene”, dice alla fine, fredda. “Quando? Dove abiti adesso?”.
“Fuori, dopo Nichelino”.
Silenzio.
“Possiamo vederci domani pomeriggio”.
“Finisco di lavorare alle sei”.
“Va bene. Dove?”
“Al solito bar?”
“Non c’è un solito bar”.
Silenzio. S fissa il vuoto davanti a sé. Guarda la pioggia contro la finestra. Abbassa lo sguardo a terra.
“Non dovresti fare così”, dice. “Sono passati quattro anni”.
Silenzio. Il respiro di N dall’altro capo del telefono.
“Scusa”, dice.
Silenzio. Il respiro di N dall’altro capo del telefono.
“Ci vediamo domani?”.
“Sì”.
“Bene.”
“Ciao”.
“Ciao”.

Pomeriggio di aprile. Pioggia. Vento e pioggia. Pioggia contro i vetri del bar, pioggia nei polmoni. N svuota la bustina di zucchero nel caffé. Mescola.
“Hai una donna?”, chiede, guardando la tazzina. Ha cambiato di nuovo taglio di capelli. È sempre la stessa.
“Sì”, dice S. “Noi…” Esita. “Aspetta un bambino”.
N annuisce.
“Congratulazioni”.
Adesso è S ad annuire.
“Grazie”.
“Perché hai voluto vedermi?”
S sospira. Ha lo sguardo basso sulle mani intrecciate.
“Sai qualcosa di…”
“No”, lo interrompe lei.
“L’ho chiamato qualche mese fa. Vive a New York”.
N annuisce.
“Questo lo sapevo”.
Silenzio.
“Il suo progetto?”
“Bene. Va…” Esita. “Va benissimo. È su tutte le riviste scientifiche, è…” Esita di nuovo. “Sembra la più grande scoperta della scienza dai tempi della ruota”.
Sorride. Un sorriso pallido.
Un attimo di silenzio. Rumore della pioggia contro i vetri del bar. Voci di gente comune. Rumore dei tram elettrici che passano sulla strada luccicante, inondata di pioggia.
I loro sguardi si incontrano. N continua a mescolare il caffé. Pensa che S è ingrassato ancora. Sarà padre. Pensa… Qualcosa. Ricordi. Londra, la sua vecchia casa, la sua nuova casa. Il suo nuovo fidanzato. “Tutto questo è così stupido”, pensa. Altri ricordi. Primavera di dieci anni prima. Qualcosa comincia a cedere dentro di lei. Il suo sguardo si addolcisce. Poi un sospetto. La dolcezza si tramuta in paura. Il sospetto si tramuta in certezza.
“C’è qualcosa che non va?”, chiede.
Conosce la risposta.
S continua a fissarla, senza parlare.

Nove di sera. Ha smesso di piovere. Vento dolce sulla piazza del paese. N accosta davanti al portone di un condominio. Non spegne il motore.
“Allora sentiamoci”, dice. Ha pianto. Sorride per trattenere altre lacrime.
S annuisce.
“E’ stata una bella serata”.
“Sì”.
“Sentiamoci”.
“Sì”.
Silenzio. Un silenzio lungo e intimo. La notte e il rumore del vento tra gli alberi.
“Scusa”, dice N. “Per questi anni”.
“E’ stata colpa mia, lo sai anche tu”.
“Sì”, dice N. “E’ vero”. Ride e una lacrima le cola sulla guancia. La asciuga con il palmo della mano.
“Sentiamoci”, dice S. “Davvero”.
“Sì”.
“E…” Esita. “Chiamalo”.
Si guardano. N distoglie lo sguardo. Lo abbassa. Annuisce.
“Ok”, dice S. “Ciao”.
Si china su di lei. La bacia sulla guancia. Apre la portiera.
“Ciao”, dice ancora.
“Ciao”, dice lei.
S si allontana e scompare nel portone, senza voltarsi indietro.
N comincia a piangere, in silenzio.

Telefonate. Lettere. E-mail. Gente conosciuta ad un aperitivo. Sala d’aspetto di un aeroporto. Cose che ti cambiano la vita. Tu… Cos’hai pensato quando hai capito che era possibile? Fino a quel momento non ci avevi creduto, non fino in fondo. Poi è successo. Dopo Londra. Dopo quel… Una telefonata. Un colloquio in un grande palazzo. Gente che parla in inglese. Americani… L’America. La sala riunioni di un grosso palazzo. Luci impersonali, facce impersonali. Le tue ricerche. Il tuo progetto… Cos’hai pensato quando hai capito che si poteva fare? Cos’hai pensato quando lei ha suonato il campanello di casa tua? Era il 2004, un’altra primavera. Vi siete guardati. Non potevate capire. Voi… Cos’hai pensato quando ti ha detto che si erano lasciati? Che lui l’aveva lasciata per un’altra, che aveva cambiato casa? Soddisfazione? Vendetta? Piacere? Niente. Tu non potevi… Saresti partito per New York la settimana successiva. Lei non lo sapeva. Lacrime. Sorrisi. Voi… L’hai baciata. Nessuno l’ha mai saputo. Avete provato a fare l’amore, ma tu non potevi… Non potevi più… Se n’è andata la mattina dopo. Non dovevi pensarci. Non potevi. Eri il tuo progetto, la tua ragione di vita. È passata una settimana. Attesa. Ansia. La sala d’aspetto di un aeroporto. Poi Manhattan, un altro grosso palazzo, altre luci impersonali. Avete cominciato a lavorare… Progetti. Il progetto. Immagini olografiche sugli schermi dei computer. Le luci impersonali di quella stanza, il tuo corpo ridotto a niente. Impulsi. Elettrodi applicati al tuo cranio rasato. E quella musica… Quei rumori… Quella tentazione… Dieci anni di esperimenti. Il tuo corpo ridotto a niente. Continuavi a dimagrire… Elettrodi applicati al tuo cranio rasato, e la musica che si perfezionava. Non dovevi pensare a lei. Non dovevi pensare a loro. Non potevi, non potevi più… Silenzio, solitudine, spazi vuoti. La musica che nascondevi dentro. Tutto questo è stata la tua vita, fino a quando… Oggi, 28 aprile 2014. Alba radiosa di una giornata radiosa dell’Illinois. Campi di grano al tuo risveglio. Campi di grano fuori dalla porta dell’edificio governativo che abiti da quattro anni. Oggi è il momento. Oggi tutto finisce e tutto comincia. Non provi niente, solo determinazione. Non provi… Non più… Mani che stringono mani. Consigli. Abbracci alla stazione. Il treno che arriva, sali i gradini, posizioni su un sedile prenotato di prima classe il tuo corpo ridotto a niente. Tu… La tua vita è finita. Qualcosa comincia. Chiudi gli occhi. Nessuna scintilla dietro le palpebre chiuse. Chiudi gli occhi… Dondolio del treno che comincia a muoversi… Chiudi gli occhi… Dormi. Devi dormire. È tutto finito. Devi dormire… Dormire…

28 aprile 2014. Vagone di prima classe di un treno diretto a New York City. Un tremito impercettibile sul volto di B. Occhi spalancati. Muscoli tesi. Denti stretti.
Cuffie nelle orecchie: questa musica. Questa… Capisce.
Ora ricorda. Un’immagine: un appartamento di studenti. Un letto matrimoniale. Uno stereo in mezzo alla stanza. Una finestra aperta. Musica che invade la notte.
Non respira.
Non riesce a comprendere fino in fondo. Cosa è andato storto? Cosa…
Qualcosa dentro di lui comincia a cedere.
Questa musica che lo avvolge, che invade i polmoni. Questi ricordi. Vent’anni. Londra. Vento di primavera. Ristorante indiano. Le labbra di lei incollate all’orecchio.
Cede, sempre più rapidamente.
Il bar accanto all’università. Occhiali da sole. Luci di candele. Londra. Vento di primavera. Capelli ricci scompigliati dal vento. Le labbra di lei incollate all’orecchio.
Crolla. In silenzio.
Campi di grano dell’Illinois, giornata di primavera, facce comuni di gente comune. Tutto si sgretola. Svanisce. Scompare.
Ora ricorda.
Un impulso irrefrenabile di urlare, di esplodere, di esistere.
Ricorda.
Comprende di avere paura.
Ricorda.

yelena sul ghiaccio

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Adesso era a me che toccava fuggire
(R. Bolaño)

A quell’epoca avevo quindici anni e abitavo in periferia. Vestivo sempre uguale: le trecce bionde sotto la cuffia di lana, i jeans strappati infilati nelle dottor martins.
Gran parte della mia giornata trascorreva camminando nella neve. Ricordo neve dappertutto: il parco ricoperto di neve, la ferrovia bloccata, le fabbriche che aprivano in ritardo. Un inverno da Unione Sovietica. Da crepuscoli atomici.
E mia madre che mi chiamava dall’altra stanza.
“Martina, ho scordato le uova. E due pacchetti di Ms. Ah, e la ricetta per quelle pastiglie, dove l’hai messa?”
Mi ricordava il ronzio del frigorifero. Allora uscivo.
Non so cosa fosse successo al cielo, in quel periodo. Aveva un aspetto livido, malaticcio. Sembrava il cielo Auschwitz dopo la liberazione, come si vede in tv, nelle immagini di repertorio.
Fuori faceva freddo, un freddo insopportabile. Non potevi rimanertene all’aria aperta per più di un’ora. Dopo un po’ eri costretto a cercarti un riparo.
Il più delle volte andavo a casa di Luca.

Luca era il mio migliore amico. Ci conoscevamo fin da piccoli, dai tempi della colonia estiva. A Orbetello, in Toscana, doveva essere il 1995.
Suonavo il campanello e salivo le scale del palazzo, scale gelide che sapevano di carne bollita. Luca stava tutto il giorno chiuso in camera. Leggeva libri di fantascienza, fumetti della Marvel e Kafka. Poi disegnava. Disegni pieni d’angoscia per qualcosa di invisibile.
Non mi piacevano per nulla.
Disegni di gente mutilata, a cui mancava una gamba o un braccio oppure tutti i denti. Non mi piacevano per nulla, ma allora non sapevo ancora come sarebbe andata a finire.

Mi sedevo accanto alla finestra e fumavo le sue sigarette. Luca metteva un disco: i Sonic Youth, i Pearl Jam, i Marlene, i Verdena.
Per lo più gli parlavo di Bibo, il ragazzo di cui mi ero innamorata.
Era più grande di noi e frequentava altri giri. Lo conoscevo perché ogni tanto ci vendeva il fumo, a Erica e a me. Poi aveva cominciato a venderci il popper e qualche funghetto. Poi una sera era scomparso con Erica dietro il municipio, e da quella volta tutti sapevamo che se la scopava.
Quella volta avevo dormito a casa di Luca. La mattina mi era venuta paura di uscire casa, nonostante fosse ancora settembre e ci fosse ancora il sole e non avesse ancora cominciato a nevicare.
Ero rimasta a casa di Luca quattro giorni.
Mia madre le aveva provate tutte, per portarmi indietro. Alla fine aveva chiamato i carabinieri. Ero salita sulla volante senza dire una parola, ma avevo freddo e mi veniva da vomitare.
La gente del palazzo mi guardava dalle finestre.
Anche Luca mi guardava, dalla porta della scala E, immobile come un pezzo di legno. Non un gesto, non una parola, niente di niente.
Restava lì e mi guardava, senza espressione.

In quel periodo, anche Luca stava vivendo un amore infelice.
L’amore di Luca era russo. Si chiamava Yelena.
Una ragazza piuttosto insignificante. Bionda, leggera, diafana. Ti faceva pensare ad un origami. Era una pattinatrice su ghiaccio e in prima stava in classe con noi. Prima B, liceo scientifico Salvador Allende. Poi aveva lasciato per dedicare tutto il suo tempo allo sport.
Era successo così, in un’estate. Prima c’era e poi non c’era più. Luca era diventato più silenzioso.
Io, con Yelena, avevo parlato sì e no due volte in tutto l’anno. La prima volta avevamo parlato della macchina del caffé, che non funzionava.
La seconda volta le avevo chiesto della Russia. I suoi avevano lasciato Mosca nel 1990, quando Yelena aveva cinque anni.
“Perché?”, le avevo chiesto. E lei aveva risposto:
“Perché mio padre è comunista”.

Uno dei passatempi preferiti di Luca era disegnare Yelena. La ritraeva in tutte le posizioni. Ritraeva anche singole parti del suo corpo, come il gomito o il ginocchio, per esempio.
Però in questi disegni era sempre presente un’interferenza: un grosso cappello che copriva il volto, un’inflorescenza al posto della mano, una serratura al posto della bocca.
Una volta scrisse un racconto che parlava di Yelena. Era un racconto di fantascienza.
In una città devastata e semideserta, pezzi di corpo umano sorgevano dall’asfalto. Assemblandosi gli uni agli altri davano vita ad una donna di vetro.
Nelle ultime righe del racconto la donna cominciava a ballare, mentre qualcosa di enorme e innominabile esplodeva all’orizzonte.

Tutto questo successe durante il primo anno di liceo.
Poi venne l’estate e partii per l’Inghilterra. Tornai a casa con una settimana di anticipo e un principio di intossicazione alimentare. La famiglia aveva trovato delle pastiglie nel cassetto del comodino e l’aveva detto agli accompagnatori. Loro mi avevano mandata a casa con il primo aereo.
Questo a luglio. Ad agosto Luca stava in riviera con i suoi e non ci vedemmo.
Sul finire di agosto feci per la prima volta un pompino ad un ragazzo, sotto le gradinate del campo sportivo abbandonato. Poi ricominciò la scuola.
Yelena non c’era più. Luca era diventato strano, quasi non lo riconoscevo.
Poi cominciò a nevicare.

Un pomeriggio di gennaio stavo con Luca davanti al Penny della circoscrizione nord-est. Avevamo comprato un pacco di pop-corn e due lattine di birra, che non riuscivamo a bere per via del freddo.
Non avevamo programmi per il pomeriggio. Stavamo in una zona desolata: case popolari, un parcheggio, un prato ghiacciato cosparso di rifiuti, un muro diroccato e il CPT.
E poi il palazzo del ghiaccio.
Quello dove si allenava Yelena.
“Ogni tanto ci vengo”, disse Luca. “A vederla pattinare”.
“Perché non entriamo?”, chiesi. “Non abbiamo niente da fare, intanto”.

Stava lì in mezzo, in quel quadrato di ghiaccio, ed era bellissima. Il quadrato era enorme e lei piccola e fragile. Le gradinate erano vuote. La pista era vuota. Era l’unico essere umano in tutto l’edificio.
Ed era bellissima. Yelena sul ghiaccio era tutta un’altra cosa che Yelena sulle scale del liceo scientifico Allende.
“Che bella”, dissi.
Ma gli occhi di Luca erano due biglie scure.
Poi mi accorsi dell’allenatore. Un vecchio basso e mingherlino, con una faccia da cane. Era vestito da sci. Stava al bordo della pista e fumava sigarette che poi spegneva sotto le suole delle scarpe.
Ad un tratto si voltò verso di noi e cominciò a fissarci.
Luca disse: “Andiamo via”.

L’inverno trascorreva in questo modo. Luca al palazzo del ghiaccio, io alle feste nei capannoni industriali. Storie d’amore e crepuscoli atomici.
Ero un po’ innamorata di Alberto dei Verdena, ma solo quando fuori il cielo era troppo basso e viola per uscire.
Allora Alberto cantava: “E anche se non c’è miele | mi viene dolce | e penso sempre lo stesso | mi affogherei”.
Volevo che Bibo mi scopasse. Che mi facesse salire sulla sua Punto, accostasse in un parcheggio deserto e cominciasse a scoparmi.
Ma questo non succedeva.
Passavano i giorni. Luca era sempre più silenzioso ma io non me ne accorgevo.
Io, a quel punto, stavo già cominciando a fare confusione. Confondevo le donne bioniche con la matematica, Altair IV con le allucinazioni da funghetto, la civiltà post-atomica con il punk, il volto di Kurt Cobain con quello di Bibo, il mio corpo con quello di Yelena.
Con Luca mi vedevo poco. Ognuno stava rintanato nella sua storia d’amore. All’intervallo fumavamo insieme. Di solito nessuno dei due diceva una parola.

Yelena pattinava sul ghiaccio. Il liceo scientifico Allende era coperto dalla neve.
Luca passava le ore di matematica a disegnare corpi di donna. Fragili come ramoscelli. Destinati alla distruzione.
Anche il cortile del liceo era ghiacciato. Un rettangolo d’erba secca, dove si ammucchiavano vecchi mobili, pacchi di riviste letterarie ancora avvolte nel cellophane e cocci di lampade al neon.
Per il resto erano lunghe camminate in un edificio vuoto.
Corridoi vuoti e lampade al neon. Lavagne, scale, interminabili ore di ginnastica passate con i Tre Allegri Ragazzi Morti nel lettore cd.
Ogni mercoledì pomeriggio il cineforum. Lo gestiva un ragazzo rachitico di quinta. I titoli erano cose come “Milano calibro 9”, “Napoli violenta” eccetera.
Storie di malavita cittadina, dove, nel finale, il buono moriva di cancro o tradito dalla fidanzata.
Oppure film fascisti. Questo almeno è quello che ricordo.
“E anche se non c’è miele…”
Luca era lontano anni-luce, sul Terzo Pianeta, in una realtà parallela. Di Yelena non sapevo più nulla. Di Bibo nessuna traccia.

Poi, sul finire di febbraio, successero due cose.
Un pomeriggio passai a trovare Luca. Mi aprì sua madre. Non era in casa, ma sarebbe tornato presto. Volevo aspettarlo in camera sua?
Sì, volevo.
Andai a sedermi sul letto. Le imposte erano chiuse. Le aprii sul cortile interno, sul palazzo di fronte con i panni stesi ad asciugare.
Nel cortile c’era un gatto. Stava annusando la carcassa di un piccione. Poi mi accorsi dei disegni.
Erano appesi alle pareti di cartongesso con le puntine da disegno.
Raffiguravano tutti Yelena. Yelena con le braccia sollevate, Yelena su una gamba sola.
Una particolarità: niente interferenze. Niente mutilazioni, niente cappelli, niente inflorescenze, niente serrature.
Fu a questo punto che mi accorsi di qualcosa. Li guardai da vicino. Poi mi allontanai. Poi uscii sul balcone e inalai tutta l’aria che mi fu possibile.
Poco dopo arrivò Luca.

Alcuni giorni più tardi si mise a piovere.
Era un lunedì. Passai la serata a guardare la pioggia battere contro i vetri. Guardai un film alla televisione e verso le undici andai a dormire.
Quasi subito dopo un rumore mi svegliò.
Il cellulare. Stava suonando. Guardai l’ora: l’una e venticinque.
Era Luca. Si scusò per avermi svegliata. Disse che non riusciva a dormire. Disse che qualcosa non andava.
Gli chiesi che cosa c’era che non andava e subito me ne pentii.
Allora lui cominciò questo discorso. Un discorso sulla paura e sulla fragilità e sugli errori che gli uomini commettono senza nemmeno rendersene conto. Parlò del destino collettivo della specie e dell’autodistruzione. Parlò dei suicidi di massa.
Disse che esiste una razza di uomini che possiede il dono della percezione, esseri senza pelle che espongono al mondo la carne viva e i nervi.
Poi disse: “Non posso credere che stia succedendo davvero”.

Questo accadde la notte di lunedì.
Martedì Luca non venne a scuola. Quando gli telefonai, quel pomeriggio, disse che aveva la febbre. Che sarebbe mancato da scuola per un po’. Che non passassi a trovarlo perché era in uno stato pietoso, mal di testa, vomito, brividi di freddo.
Due giorni dopo morì Yelena.

Appresi la notizia dalle mie compagne di classe. Poi lessi il giornale e guardai il TG regionale.
Era stata investita da un furgoncino che trasportava piastrelle. Il furgoncino le aveva strappato la gamba destra dal corpo. Era morta dissanguata in pochi secondi, prima che l’ambulanza arrivasse.
L’autista era stato fermato dalla polizia e interrogato.
Non era ubriaco, non andava oltre il limite di velocità, non aveva avuto un colpo di sonno. Aveva la fedina penale pulita. Era attendibile.
L’unica cosa che disse fu che non l’aveva vista. Che era comparsa dal nulla. Che si era praticamente buttata sotto le ruote.

La prima cosa che feci fu di chiamare Luca.
Rispose sua madre. Luca non c’era. Mancava da casa da più di ventiquattrore. Forse io avevo idea di dove fosse andato a finire.
“Ma non aveva la febbre?”, chiesi.
Sua madre disse: “Febbre?”

Solo a questo punto cominciai a mettere in ordine gli eventi.
Ci volle un decimo di secondo, il tempo di posare il ricevitore sul tavolo della cucina.
Yelena lascia il liceo. Luca diventa più silenzioso. Yelena al palazzo del ghiaccio. Luca disegna pezzi di corpo umano. Yelena viene mutilata e uccisa da un furgoncino che trasporta piastrelle. Luca scompare.
Un furgoncino è un oggetto. Un oggetto è il mondo. Yelena era fatta di vetro, troppo fragile per il mondo.
Luca lo sapeva. Stava immobile come un insetto e aspettava il momento giusto. Stava lì fermo, senza espressione, come un fantoccio senza vita.
Luca sapeva tutto fin dall’inizio.

Fu a questo punto che tutto divenne chiaro.
Allora andai a sedermi sul divano del salotto e accesi la televisione.
Passò una settimana. La storia era sulla bocca di tutti, ma potevi non ascoltarla. Potevi far finta di niente oppure cambiare canale e guardare un documentario sui coccodrilli.
A volte mia madre piangeva.
Si sedeva sul divano accanto a me, mi prendeva la testa tra le mani e si metteva a piangere. Mi chiedeva di parlare. Diceva che dovevo alzarmi dal divano, farmi la doccia, mangiare.
Io ogni tanto mi alzavo per fare la doccia e per mangiare, ma poi tornavo a sedermi davanti al televisore. Guardavo documentari. Partite di calcio. Talk show. Televendite.
Dicevo: “Mamma, sto solo guardando un po’ di tv”.
Ma non era vero.
Solo che lei non poteva capire. Mia madre non crede nel destino. Dice sempre che bisogna darsi una scossa, tornare a combattere.
Non poteva capire quello che stava succedendo. Non sa cosa significa attendere e non sa cos’è la paura.

Non sa cos’è il desiderio.
Una mosca nella tela del ragno non desidera soltanto di essere divorata. Una donna sì. Ero caduta nella trappola, non potevo far altro che aspettare.
Luca aveva ragione.
Sembrava impossibile, ma stava succedendo davvero.

Passavo sul divano anche la notte. La tv accesa. Il volume a zero.
Mia madre mi aveva portato una coperta. Ogni tanto il cellulare squillava, ma io non rispondevo.
Mi accorsi del rumore quasi subito. Mi svegliai, mi tirai a sedere, guardai l’ora: le cinque meno venti del mattino.
Buio. Silenzio. In tv una programma di automobili.
Rimasi in attesa. I denti stretti, tutti i muscoli in tensione.
Poi sentii di nuovo il rumore. Qualcosa che grattava alla porta. Qualcosa che grufolava. Come un rumore di sottobosco, un rumore selvatico.
Continuava a grattare. Rumore di unghie contro la porta.
Allora capii che era arrivato il momento.
Mi alzai e andai ad aprire.

(photo by Sputnik… – flickr.com)

scomparire

sci-fi.jpg
I.

Entrata

Un giorno gli ordini erano cambiati. La politica del governo era cambiata. Un corpo speciale della polizia era stato istituito per neutralizzarci. Renderci inoffensivi, in qualsiasi maniera.
Annichilirci, si diceva.
I metodi ricordavano quelli delle giunte militari sudamericane. Erano richieste efficienza e discrezione.
Silenzio, soprattutto. La guerra si combatteva là dove le parole non potevano arrivare. Dove la civiltà dell’abuso linguistico cedeva il campo ai fatti, spogliati da ogni interpretazione.
Era questione di affermare il proprio corpo. La propria esistenza fisica. Non cedere all’invisibilità, alla sua tentazione.
Cadevamo a decine, come mosche. I giornali non riportavano alcuna notizia. Le proteste di parenti e amici si spegnevano nel vuoto.
Non esistevamo, non eravamo mai esistiti.
Scomparire nel nulla, tutto qui.

Il 25 luglio del 2022 cominciava il terzo mese della mia latitanza. Ero un condannato a morte. Avevo paura.
La settimana prima avevo parlato con la digos. Avevo barattato la mia fuga con qualche delazione. L’unica scelta possibile.
Finivamo tutti così, prima o poi.
La bravura stava nel vivere al confine. Sfruttare le correnti d’aria. Disperdere la propria identità nel pulviscolo della superficie.
Un unico corpo, molte vite.
Un lavoro, un hobby, un cane.
Una ragazza. La mattina del 25 mi svegliai accanto ad Estela. Ci frequentavamo da alcune settimane. Estela non era il suo vero nome, come Danny non era il mio.
Era bella. Leggera. Slanciata. Seni piccoli e appuntiti. Capelli bianchi, secondo la moda di quell’estate.
Estela e Danny, senza un passato e senza un futuro.
Era giusto così.

Estela di mattina. Estela alla finestra. Estela nel chiarore del bagno, inondata di luce.
Restai a casa sua fino a mezzogiorno. Pranzammo insieme, nel ristorante vegano di un amico. Poi la accompagnai alla stazione della sopraelevata più vicina. Scomparve in un vagone.
Scesi nei quartieri sotterranei per aspettare che calasse il sole. Giocai a biliardo. Dormii qualche ora su una panchina.
Quando tornai in superficie si vedevano le prime stelle.
Restai a guardarle a lungo.
La mia fuga era cominciata.

1.

Una sera plumbea d’estate. Poche stelle in un cielo viola pallido. Alberi alti, fiume silenzioso. Traffico di esseri umani e mezzi elettrici.
Discreto, come sempre.
Torino è calma. Una quiete che ricorda l’apnea. Che spinge a nuotare più che a camminare, come pesci in una boccia di vetro.
Torino, il centro di Torino, non è più dei torinesi da almeno dieci anni. È un luogo d’incontri, come ogni altra città. Una rete. Uno spazio sicuro e protetto dove si spostano capitali, si firmano contratti, si stringono accordi.
Dove nascono mode e si lanciano idee. Un paradiso di luci e colori. Di cartelloni oleografici e architetture d’avanguardia.
Un film all’aria aperta, il tuo personale videogioco.
A quest’ora i protagonisti sono gli studenti. Bevono birra sui gradini dell’università. Giocano a calcio. Ascoltano musica.
Io, per ora, sono solo una comparsa.

Cammino lungo corso San Maurizio. Ora è buio. Le quattro lune sono accese. La ovest è gialla, questa sera. È ben visibile. Vicina.
La nord è azzurra. Oscilla. Ogni tanto la cima di un palazzo la copre. Poi ricompare.
Cammino tra i due dischi, in direzione nord-ovest. Mi fermo a compare le sigarette e un’auto della polizia mi passa accanto. Non rallenta.
Indosso jeans attillati e felpa con cappuccio. Porto bene i miei trent’anni. Non sono un tipo sospetto, almeno per sbirri di quartiere come questi.
Quelli che mi cercano per ammazzarmi non sanno nemmeno cosa sia, un tipo sospetto. Non fanno differenze. Non interpretano.
Ti fanno a pezzi, senza badare a come sei vestito.
In dieci minuti sono ai Giardini Reali, stazione della sopraelevata. Sulla piattaforma c’è un gruppo di impiegati che viene dall’aperitivo. Parlano ad alta voce. Ridono.
Il treno arriva quasi subito.
Mi guardo intorno, in cerca di un vagone vuoto.

Interferenza

Appoggiai la testa al finestrino. Svuotai la mente. Non potevo permettermi sentimenti umani. Niente paura. Nessun rimpianto.
Guardavo la città passarmi sotto come un plastico. Torino dall’alto è un luna park. Un divertimento infantile. La mia fuga era parte del gioco, così come la mia morte. E giocare era un dovere, un destino.
Per qualche motivo mi ritrovai a pensare come tutto era cominciato. Dal basso. Dai sotterranei. Dal fango, dall’odore delle spezie, dalle macerie.
Il sottosuolo ci aveva generati. Ci aveva protetti.
Ci eravamo mischiati con gli immigrati, con gli artisti, con le puttane. Con gli spacciatori. Con terroristi dell’Eta e registi di snuff movies.
La seconda fase era stata la superficie. Avevamo mostrato i nostri volti. Eravamo scomparsi là dove eravamo più visibili.
Un unico corpo, molte vite.
Una faccia, molte identità.
Nella massa il singolo è molteplice. Ciò che un momento esiste può scomparire il momento dopo.
Quasi tutto può essere edificato dal nulla.

E ora come finiva?
A venti metri d’altezza, nel vagone di una monorotaia. Una Torino di cartapesta. Un mezzo ad alta velocità e basso consumo energetico. Muzak in diffusione costante, per rilassare la mente e il corpo.
Qual era stato l’errore?
Dov’era il significato?

2.

Di colpo tutto si ferma. Le porte automatiche si aprono. Silenzio. Attesa.
Sullo schermo al plasma compare una scritta. “Monorotaia sopraelevata 413, linea verde. Parco della Pellerina, stazione di fine corsa”.
Capolinea. Devo scendere. Immergermi in quest’ultimo strascico della città. Da qui si continua a piedi.
Prendo l’ascensore. La prima cosa che noto è il buio. Niente lune artificiali, illuminazione stradale scarsa. Bagliori azzurri dalle finestre dei caseggiati popolari. Televisori che trasmettono partite di calcio.
Quello che trovo oltre non mi sorprende. Cantieri. Edifici diroccati. Officine meccaniche. Gelaterie.
Poi venditori ambulanti di kebab, negozi stracolmi di paccottiglia cinese, rosticcerie africane e peruviane. La periferia degli immigrati e il suo declino stabile, eterno. Una Torino che in superficie è rimasta soltanto in cintura, ai margini estremi della città.
Un mondo sconosciuto, praticamente.

Sono fermo davanti a un muro di mattoni rossi. La fine di un vicolo cieco. Tutto è molto buio.
C’è odore di cibo e grasso per motori. In fondo, sulla strada principale, passano ombre scure. Esseri umani che strisciano contro le case, come scarafaggi. Altri fantasmi che scompaiono dietro un angolo, sotto la saracinesca di un negozio pakistano.
Un muro di mattoni rossi. Una porta. Sulla porta c’è una scritta: “Amici del cinema d’essai”. Sotto un nome illeggibile, cancellato con un pennarello nero.
Questo è il luogo.
Guardo l’orologio al polso. Le nove meno due minuti. Centoventi secondi di angoscia. Poi mi guardo attorno.
Afferro la maniglia.

Interferenza

Avevo incontrato l’agente Donato della digos la sera del 19 luglio. Un appuntamento in una tavola calda come tante. Cibo cinese precotto. Una cameriera carina, frangia sugli occhi e auricolari. Telegiornale nei megaschermi che rimpiazzavano le finestre.
Avevamo scelto il sottosuolo per ragioni di sicurezza. Un piede sottoterra ed è come la legione straniera. Nessuno ti ha visto, nessuno fa domande.
I patti erano chiari. I nomi dei miei diretti superiori in cambio di un biglietto per Marrakesh. E della strada sgombra per arrivarci, naturalmente.
In fondo avevamo tutti qualcosa da guadagnare. Io la vita. Donato una promozione.
La digos stessa ci guadagnava. Elogi. Riconoscimenti. Discredito della polizia segreta rivale. I NAT si lasciano sfuggire il condannato, la digos arresta i suoi superiori. Foto sui giornali. Interviste.
Discredito significa meno soldi per i nuclei antiterrorismo e più soldi per la digos. Più soldi significa più impunità. Più impunità più potere.
E il potere significa tutto: è lì che comincia la vita.

Le istruzioni erano semplici. Poche direttive. Qualche consiglio sibilato tra i denti. Una caccia al tesoro. Solo una delle tante, in fondo.
Non c’era nessuna regola, soltanto un luogo da raggiungere. Un anonimo cinema d’essai in periferia, al capolinea della linea verde. Una porta su un muro di mattoni rossi. Sulla porta un nome illeggibile.
Alle nove sarebbe cominciato il film. Avrei aperto la porta. Mi sarei trovato di fronte a due sale, una più grande e una più piccola. Quella grande era la sala cinematografica vera e propria. Quella più piccola una specie di salotto.
In questa stanza un uomo magro vestito di giallo mi avrebbe atteso.
Mi avrebbe accompagnato ad un’altra porta, più piccola.
Da questa porta in un cortile.

3.

Un attimo di apnea che si trasforma in ore, giorni, anni.
Un attimo perché tutto crolli. La certezza di essere dalla parte della ragione. La possibilità di salvarsi. Tutto.
Sono immobile in uno spazio senza coordinate. Il muro di mattoni rossi è alle mie spalle. La porta anche. Ho ancora una mano sulla maniglia. Come se bastasse un passo indietro per ristabilire le regole. Come se esistesse una possibilità d’errore.
Non è così. E’ chiaro che non è così. Non c’è nessun errore. Il luogo è quello giusto. E anche l’ora è quella giusta, perché non esiste un’ora sbagliata, non per questo genere di cose.
Resto immobile guardando un cielo che non dovrebbe esserci. E un prato che non dovrebbe esserci. E i grilli che cantano in questo prato. E poi il binario arrugginito che mi passa sotto i piedi, la vecchia locomotiva, i resti di una costruzione in mattoni.
C’è una linea morta della ferrovia, in questo posto. Senza alcun dubbio una vecchia stazione abbandonata.
Non ha alcun senso.

Riesco a muovere qualche passo e il primo istinto è la fuga. Correre, a perdifiato. Uscire da questa dimensione irreale. Tornare allo scoperto, dove quello che conta sono i muscoli e il sangue. La lotta animale, senza spazio per i dubbi.
Non riesco a decidermi.
Non ho coraggio sufficiente per rispondere alle domande che mi pongo . Sono stato tradito? Da chi? Dalla digos? Dai miei compagni? Hanno fatto a me ciò che io ho fatto a loro?
Realizzo che non ci sarebbe nulla di strano. È un vicolo cieco. Una soluzione senza uscita. Una soluzione senza uscita si chiama: panico.
Mi appiattisco contro i muri. Cerco di scomparire.
Poi torno a farmi visibile, attendo l’agguato con tranquillità. Forse sarà dolce. Facce coperte da passamontagna e mitragliatori kalashnikov. Un’esecuzione sommaria, impersonale.
Non è me che stanno uccidendo. Non sono loro che io ho ucciso.
La risposta è una sola.
Siamo la stessa cosa.

Dieci minuti e non succede niente. Accendo una sigaretta. Aspetto.
Venti minuti. Ancora niente.
Mezzora. Poi delle ombre. Vengono nella mia direzione e si muovono in fretta. Sono in quattro, forse di più. Cerco di vedere i loro volti, ma sono troppo lontani.
Tengo una mano sulla maniglia e una sul muro in mattoni. Sono pronto a scappare.
Poi succede qualcosa. Le ombre scompaiono, come inghiottite dal terreno. Trattengo il respiro. Svuoto i polmoni. Mi rilasso.
Tutto si fa molto chiaro.
Un quartiere sotterraneo. Ci deve essere un ingresso da qualche parte. Ha inghiottito le ombre, mi farà scomparire.
Per un attimo sono me stesso nella sua forma più essenziale. Un impulso. Un fremito incontenibile.
Qualcosa dentro di me torna a vivere.

4.

La scala finisce in un lungo corridoio illuminato al neon. Il traffico di esseri umani è intenso. Arabi, africani, sudamericani, cinesi. Qualche bianco.
Il solito meltin’ pot del sottosuolo.
Senza dubbio il corridoio è una delle arterie principali del settore. È intitolata a Fidel Castro. Sotto il nome c’è solo la data di morte, marzo 2004.
Sono ricordi d’infanzia. La notizia sui megaschermi. Il sangue. La rivendicazione della CIA. Le folle. I carri armati statunitensi. L’invasione.
Mi fermo sul bordo della strada, mi appoggio al muro. È un negozio di animali. Alcuni li conosco. Altri sono modificazioni genetiche illegali, create per i salotti dei ricchi. Per le modelle e le rockstar.
Da un grosso acquario un pesce verde chiaro mi guarda. Ha occhi grossi e neri come quelli di un vitello. Di nuovo quella sensazione di apena.
Accendo una sigaretta.

Con il passare dei minuti la folla di avenida Fidel assume compattezza. Ogni secondo che passa è qualcosa di più omogeneo. Qualcosa di fluido e lento, come acqua.
Questa gente non si trova qui per caso.
Lo realizzo in un attimo. Lo capisco dagli sguardi, dall’andatura cadenzata, dal silenzio sospeso. Questa gente ha una direzione. Uno scopo. Una meta da raggiungere.
Qualcosa sta accadendo in fondo alla via, oppure oltre.
Adesso è lampante. Impossibile non comprenderlo. Non mi trovo in mezzo ad una trafficata via di un quartiere sotterraneo. Qui si respira un’atmosfera diversa. C’è qualcosa di grosso nell’aria. Qualcosa di sacro.
Questa è una processione, senza dubbio.

È chiaro che tutto questo non mi riguarda. Dovrei cercare un albergo per passare la notte. Dovrei mettermi in contatto con la digos e chiedere spiegazioni. Trovare una stanza buia e chiudere gli occhi e riordinare le idee.
Poi la vedo.
È in mezzo alla folla. Cammina lentamente, ciondolando appena. Ha lo sguardo fisso davanti a sé. Guarda qualcosa che sta oltre avenida Fidel, oltre il quartiere sotterraneo, da qualche parte nella sua testa.
Estela.
Conosco quello sguardo. So cosa significa sul suo volto. So che dovrei starne lontano, che potrebbe andarne della mia vita. Ma non importa. Non importa più niente, ormai. Ho bisogno di qualcosa di umano. Di una voce conosciuta, di un odore, di un corpo da stringere al mio.
Quello che sto per fare è un errore. Lo so e non mi interessa.
Corro in mezzo alla folla. Non sono esseri umani, questi, sono corpi senza vita. Li sposto come oggetti. Mi faccio largo tra braccia e gambe che non badano al mio passaggio, sembrano non accorgersi della mia esistenza.
La raggiungo. Indossa un abito di seta indiana. Sandali. Un anellino al naso, tanti anelli nelle orecchie.
La tocco. Mi vede. Per un attimo sembra non riconoscermi.
Poi sorride.

Interferenza

Inizialmente era contraddistinta da una sigla. Numeri, lettere. Non ricordo. E’ passato molto tempo, forse l’ho scordato.
Però c’era una sigla. Una volta. Quando ancora esisteva una concorrenza. Quando si parlava ancora di droghe estrinseche e di droghe intrinseche. Di droghe leggere e di droghe pesanti.
Una volta potevi decidere. Potevi restare in piedi a ballare la techno per quattro giorni e poi andare al lavoro come niente fosse. Potevi sniffare anestetico per cavalli e smettere di esistere per ore, giorni, settimane. Potevi aprirti, chiuderti, allontanarti, trasformarti, scomparire.
Fu una questione di pochi mesi. Man mano che le altre droghe sparivano dal commercio il suo nome si faceva più vago, più sottile.
Poi più nulla.
Bastava un’occhiata rapida, un breve cenno del capo, un’allusione. Era sufficiente per capirsi. Milioni di persone accomunate da un’unica esperienza collettiva. Tribù di giovani e imprenditori di successo. Segretarie e puttane. Guardie e ladri.

La “droga totale”, come la chiamavano i giornali, era stato il primo passo verso la nuova epoca. Era venuta prima della guerriglia. Prima dei quartieri sotterranei. Prima delle persecuzioni.
Era entrata nella vita delle masse con una naturalezza sorprendente. Aveva combattuto lo stress e la noia, la bulimia, le manie ossessivo compulsive. Tutti, seppure in misura diversa, ne facevano uso.
Io non l’avevo mai presa prima di allora. Ai compagni era vietato. La guerra santa era una questione di calcolo, non di fantasia. La purezza del corpo era un dovere verso la causa.
Credevamo si trattasse di un’evasione. Sbagliavamo. Non potevamo comprenderla. Non avevamo gli strumenti per spiegarla. Nessuna parola del nostro lessico era capace di definirla.
Ora lo so. Non era un’evasione.
Una nuova dimensione dell’esistenza, tutto qui.

5.

Camminiamo fianco a fianco, mano nella mano.
Alla mia destra c’è Estela. Alla mia sinistra c’è uno sconosciuto, un nero sui quarant’anni, alto, solido. Guardo i loro volti, cerco i loro sguardi. Non ci sono. Da nessuna parte. Penso che tutto questo è giusto. Non c’è stato nessun errore. Non c’è nessun significato.
Camminiamo piano, senza parlare. Percorriamo passo dopo passo la strada della salvezza. Che è anche la strada della disperazione, della nausea, del prurito: non abbiamo possibilità di scegliere, non la vogliamo.
La processione ha rallentato. Si è fatta ancora più compatta. Più densa. Un liquido oleoso, corpi che si sciolgono in altri corpi e scivolano sotto i neon di un quartiere sotterraneo.
Ci accalchiamo all’imbocco di una piccola via. Siamo pulviscolo. Massa che esplode in miliardi di singoli frammenti, eppure un unico essere.
Un singolo fatto, infinite interpretazioni.

All’improvviso mi accorgo di qualcosa. Le scritte. Le insegne dei supermercati, i cartelli stradali, gli slogan pubblicitari. Le lettere si confondono. Sfuggono. Si mischiano tra di loro.
È come una vertigine. Come se la testa mi si stesse riempiendo d’acqua, un’acqua calda e densa nella quale è possibile respirare.
Tutto questo è giusto.
Mi sento leggero, come non lo sono mai stato.

6.

Non c’è soluzione di continuità in quello che accade. Perché tutto accade, senza una causa e senza conseguenze.
La strada nella quale ci troviamo è stretta e buia. Ho l’impressione che vada aggrovigliandosi e stringendosi allo stesso tempo. Come il fondo di un imbuto. Come l’intestino di un grosso animale.
La processione si è fatta rumorosa. Canta. Mormora. Emette rumori incomprensibili, fischia, stride, sbuffa. Aspettiamo qualcosa. Quello che aspettiamo è vicino, sempre più vicino ad ogni passo.
Poi quel qualcosa succede, ed è una liberazione.
Il viottolo si allarga. Mi guardo intorno. Una piazza. Una piccola piazza tonda, circondata dai portici. Si fa silenzio, un silenzio religioso, soltanto il rumore dei passi sul grigio plumbeo dell’asfalto.
La piazza è gremita di persone. Qualcosa le attrae verso il centro. Guardo Estela, che è occhi sgranati e muscoli in tensione. Seguo il suo sguardo.
Allora lo vedo.
È qualcosa di luminoso. Un oggetto delle dimensioni di una valigia da viaggio, oppure un animale.
Un corpo. Un corpo rannicchiato che emana una luce chiarissima, bianca.
Centinaia di persone si stringono intorno a quella luce, come falene intorno a una lampada.

Interferenza

Non esiste soluzione di continuità. Esiste un unico errore, dal quale tutti gli altri derivano: la coerenza. La pretesa di essere uguali a sé stessi. L’obbligo di un significato.
Ti svegli una mattina con la consapevolezza della scommessa. Hai puntato tutto su una fuga disperata. Non ci sono mezze misure: se vinci sei salvo, altrimenti muori.
Poi basta un particolare, una nota stonata, una dissonanza. E tutto crolla. Le cose perdono il loro aspetto familiare. L’aria si fa rarefatta. Comincia il mondo della mitologia, l’universo degli impulsi animali.
Nessuna regola, solo la lotta per la vita.
Nessuna storia da raccontare, nessuna linearità del tempo. La strada che stai percorrendo si biforca. Scegli una direzione e si biforca di nuovo. E di nuovo e di nuovo, all’infinito.
Sei sempre più lontano dal tuo scopo ogni passo che fai, vorresti fermarti ma non ti è concesso. Allora cammini. Camminare produce stanchezza. La stanchezza produce certezze.
Smetti di alimentare il dubbio. Come per incantesimo la strada torna ad essere una sola.
È a solo allora che comincia la conoscenza.

Ad un certo punto il corpo si era tirato a sedere.
Un essere umano. Un bambino di cinque o sei anni, di etnia indefinibile. Pelle scura ma non nera. Occhi azzurri, vitrei.
Cieco, senza dubbio.
Porgeva le mani alla gente.
La gente chinava il capo, abbagliata da quella luce.

Il presente, non il futuro.
Li chiamavano con un nome particolare. Un termine orientale che significa “grande anima”. Specchi di carne e sangue del mondo che ti circonda. Fogli bianchi su cui il tuo sguardo imprime un segno.
Un attimo. Uno scorcio della tua vita. La verità, per un decimo di secondo.
Non il futuro, soltanto il presente. Con le sue conseguenze e le sue cause. Con le scelte e gli errori irrimediabili.
Guardarsi in faccia. Vedersi come da soli sarebbe stato impossibile.
Un istante di lucidità estrema dipinto negli occhi di un bambino.

7.

La massa di persone si stringe sempre di più. Sono sempre più vicino, risucchiato da una forza incontrollabile. Un gorgo, una spirale.
Poi arriva il mio turno.
Non capisco quello che sta succedendo. Corpi premono sul mio corpo. Si appoggiano alle mie spalle, spingono, invitano, impartiscono un ordine perentorio.
Tocco una mano minuscola.
Guardo la luce, cercando una risposta nel suo centro luminoso. Incontro uno sguardo senza vita, occhi ciechi, di un azzurro quasi bianco.
Resto a fissarli a lungo.
E vedo.
Tutto.

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II.

Entrata

Aprii gli occhi a mattino inoltrato. Mi trovavo in una grande stanza dalle pareti bianche, illuminata vagamente dalla luce del sole. Ero steso in un letto a due piazze. Al mio fianco non c’era nessuno.
Il luogo mi era familiare. Emanava vecchie sensazioni confuse, che non riuscivo a collocare nel tempo e nello spazio. Avevo la mente vuota. Nessun pensiero, nessun ricordo, nessuna emozione.
Mi tirai a sedere. Rimasi in attesa. Si aprì una porta in fondo alla stanza. Piano, come per evitare di svegliarmi. Era la porta del bagno. Lo sapevo, non sapevo perché.
Ne uscì una donna. Era nuda. Mi guardò e mi sorrise. Ricambiai il sorriso.
Andava tutto bene.

Pochi minuti dopo stavamo facendo colazione al tavolo della cucina. Estela sedeva di fronte a me. Guardavo i suoi capelli bianchi e le sue spalle sottili e mi piaceva. Mi piaceva il modo in cui sorseggiava il suo yogurt liquido, sfogliando una rivista di moda.
Finii la colazione e accesi una sigaretta. Mi alzai. Uscii sul balcone. Restai a guardare il profilo aguzzo della mole, i movimenti degli autobus elettrici, gli innumerevoli accessi ai settori sotterranei.
Poi rientrai. Mi lasciai cadere sul divano in pelle. Chiusi gli occhi. Li riaprii.
Non pensavo a niente. L’orologio digitale sul muro segnava le 11.45 del 26 luglio 2022. Non ricordavo niente. Non avevo un passato né un futuro, nessuna direzione da raggiungere.
Stavo bene.

Fu a quel punto che suonò il campanello. Guardai E

stela che si alzava dalla sedia e scompariva dietro la porta a vetri. Mi accesi un’altra sigaretta e rimasi seduto ad aspettare.
Poi Estela tornò in cucina. Tornò a sedersi e riprese in mano la sua rivista di moda.
Poi disse: “E’ per te”.
Allora notai che aveva parlato senza guardarmi.
Poi ricordai, ma a quel punto era già troppo tardi.

(photo by rakka – flickr.com)

alcune porte restano chiuse

torino.jpg


1.

Fino a dieci anni B visse oltre Dora, in appartamento. Tutte le otto porte della casa erano di colore verde scuro.
Una porta chiusa significava silenzio. Tabù. Qualcosa che non si poteva dire.
La camera dei suoi genitori: crisi matrimoniali, lacrime, sesso.
Lo studio di suo padre: rapine, omicidi, stupri.
Suo padre era giornalista di nera per un piccolo quotidiano. Un lavoro poco redditizio anche negli anni Sessanta. L’altra faccia di Torino. La poltiglia della città industriale.
Invece sua madre aveva insegnato matematica alle elementari.
Un giorno aveva preso a schiaffi un bambino. Aveva estratto la riga dal cassetto e aveva minacciato di ucciderlo.
Per questo motivo erano cominciate le pillole.
E tutto quel tempo chiusa nella stanza da letto, in perfetto silenzio.

Poi un giorno la porta non s’era più aperta.
Era estate. B aveva da poco compiuto dieci anni. Era arrivata l’ambulanza e avevano buttato giù la porta.
Quella sera stessa sua padre gli aveva parlato.
“La mamma non sta bene”, aveva detto. “Hanno dovuto portarla in ospedale”. Però non riusciva a guardarlo negli occhi.
Due giorni, poi sua madre era morta.
B aveva accolto la notizia in silenzio. Si metteva alla finestra e restava a fissare i campanili di Porta Palazzo.
Taglienti. Appuntiti, come le unghie di una donna.

Soltanto molti anni più tardi venne a sapere che cosa esattamente avesse ucciso sua madre.
Avvelenamento da benzodiazepine: un tubetto di Tavor.
“Non potevo crederci”, gli disse in quell’occasione suo padre. “Un giorno c’era, e il giorno dopo era scomparsa. Non potevo crederci: aveva premuto un interruttore, e si era spenta”.

2.

Dodici anni dopo esplose la stazione di Bologna. B ricevette una telefonata: un amico di Lotta Continua. Chiamava da Moncalieri, da una cabina.
“I fascisti”, diceva, “sono stati i fascisti”.

A quel tempo B aveva lasciato l’università da un pezzo.
Dipingeva. Faceva da assistente ad un vecchio artista, uno che aveva contato qualcosa negli anni Cinquanta e Sessanta.
Nel ‘54 un suo quadro era stato esposto al Moma di New York, per qualche settimana. Adesso il vecchio era gobbo e faceva fatica con i particolari: per questo aveva bisogno di un assistente.

Lavoravano otto ore al giorno, poi cenavano assieme.
A volte B restava qualche ora dopo cena. Sedevano intorno alla stufa bevendo birra.
Il vecchio aveva vissuto vent’anni sotto il regime di Franco, a Madrid, per amore di una donna. Gli piaceva parlarne.
Altre volte, la sera, camminavano per le vie desolate della periferia. Guardavano i palazzi e gli alberi.
Mani deformi emerse del cemento, diceva il vecchio.
B annuiva.

Erano andati a vivere, suo padre e lui, in un terzo piano in fondo a corso Francia. Quasi in piazza Massaua, a due passi dal multiplex.
Si erano comprati la televisione e un piccolo cane da appartamento. Il cane si chiamava Santiago.
Nel corso degli anni Settanta la televisione aveva sostituito il giornale. Avevano visto tutto: Piazza Fontana, il Cile, Moro, tutto.
Grazie alla tv, in un certo senso, B era diventato comunista.

Un giorno successe una cosa: nello studio del vecchio pittore entrò Salvador Dalì. Era vecchio e acciaccato, ma si trattava di Salvador Dalì. Non c’erano dubbi.
B non sapeva cosa dire.
Poi disse: “Le chiamo il principale”.
Il vecchio non si scompose. Si salutarono affettuosamente e uscirono in strada a braccetto. B rimase pensoso. Pensò a lungo e concluse che stupirsi delle cose è un errore.
“Va bene così”, pensò.

Poi successe un’altra cosa.
Un pomeriggio di maggio suonò il campanello. Era Milena, la nuova compagna di suo padre. Indossava un abito color pesca che spiccava sull’azzurro delle pareti.
Dissero tutto in un attimo.
“Pensiamo che convivere sia il modo giusto di affrontare le cose”, disse suo padre.
“Va bene”, disse B. Poi cominciò a pensare che doveva cercarsi una casa. Fare i bagagli. Per un periodo sarebbe andato a vivere dal vecchio pittore, pensò. Ma il giorno in cui salutò suo padre provò la sensazione di essere fatto di carta.
“Va bene così”, si disse.


Parentesi

Sette anni più tardi era a Berlino.
Caterina era giovane e bellissima.

Dopo aver lasciato il multiplex di piazza Massaua B era tornato oltre Dora.
Molto oltre. Una soffitta in via Cigna. Un unico locale spoglio, dove aveva sistemato le tele, il letto, lo stereo, un piccolo canestro.
Era tornato sulla Dora per vedere ancora i campanili di Porta Palazzo.
Ne immaginava ormai le radici, come un paio di canini.

Per quattro anni aveva smesso di dipingere.
Questione di affitti.
Aveva trovato lavoro in un market non lontano da casa. Si era fatto amici calabresi immigrati per lavorare alla Fiat, e che invece erano rimasti disoccupati. Giovani tossici reduci dal ’77. Vecchie vedove adoratrici del male.
Tutta la sottoumanità della periferia.
Caterina l’aveva convinto a ricominciare con i quadri. L’aveva conosciuta d’inverno, i capelli del colore delle foglie secche.
Avevano cominciato a vivere insieme.

Caterina lavorava per la radio. Girava con un registratore a tracolla, faceva interviste che poi spediva alle persone giuste.
E le persone giuste mandavano la voce di Caterina nell’etere.

Questo Wim aveva telefonato un giorno a casa loro. Chiamava da Berlino.
“Ragazzi, dovete venire qui”, aveva detto. “Tutto trema sempre di più. Succederanno grandi cose”.
Era un vecchio amico di Cate. Lei era intenzionata a raggiungerlo. B non lo sapeva, però a Torino non aveva nulla da fare.
“Perché no?”, si era detto alla fine.

Erano arrivati a Berlino con la 127 di Cate.
Ottobre ’88: un freddo ruvido, da piangere. In macchina c’erano una cassetta di Gianna Nannini e una dei Mudhoney.
Wim aveva trovato loro un’altra mansarda. A Schömberg. Le scale erano il colore della polvere, ma gli usci delle abitazioni di un rosso intenso.
Lui e B andarono subito d’accordo.
Wim era alto, riccio, biondo. Portava i baffi. Lavorava in un’officina meccanica e componeva musica elettronica. Il suo modello erano i Kraftwerk.
B invece era senza lavoro.
Ma l’atmosfera era elettrica, si poteva guadagnare qualche soldo in qualunque modo. Imbucando giornali nelle cassette della posta. Vendendo qualche quadro. Lavando i piatti in un ristorante per una settimana.
Invece Cate girava con il registratore e sembrava soddisfatta.

B dipingeva figure umane. Eredità del vecchio pittore amico di Dalì: figure magre, spettrali. La gente che aveva sempre visto.
Wim aveva qualcosa di ridire sui nudi.
“L’uccello”, diceva. “A questo qui gli manca l’uccello”.
B correggeva.
C’era anche un’altra persona nel giro. Si chiamava Reiner. Un tecnico delle luci specializzato in teatro. Era omosessuale. Un elettricista gay.
Reiner stava al confine con l’Est, solo, proprio sopra il check-point.
Dalla finestra si vedeva il cambio della guardia. Con Wim condivideva solo la passione per l’elettronica, per i Kraftwerk in particolare.
E una storia: raccontava di aver fatto le scuole medie con Fassbinder. E diceva di averlo baciato sulla bocca, una volta.
Reiner raccontava e Wim gli dava corda.
Cate era scettica. B si stringeva nelle spalle.

Nel novembre del 1989 cadde il muro.
La sera del nove si ubriacarono tutti.
La mattina del dieci successe qualcosa di strano: si guardarono negli occhi e capirono che era finita. Erano imbarazzati. Non avevano più niente da dirsi.
In quell’imbarazzo Cate scoprì di essere incinta.
“Vorrei che nascesse in Italia”, disse a B.
Impacchettarono le loro cose in meno di un mese.
Dischi, libri, un orso di peluche che B aveva regalato a Cate per il compleanno. Salutarono Wim e Reiner, con la promessa di tornare, un giorno, forse.
Festeggiarono il natale ad Alessandria, dai genitori di Cate. Una buona cena. Il camino. La grappa. Il discorso del presidente della repubblica in tv.

Più tardi B chiamò suo padre per dirgli che sarebbe diventato nonno.
Per un pezzo dall’altro capo della linea non si sentì niente.

3.

Every time I rise I see you fallin’
(Placebo)

“Adesso devo trovarmi un lavoro”, diceva B in quell’inverno gelido. “Non posso mica continuare a dipingere. Voglio dire, i pannolini, la scuola…”
Cate sorrideva.

A questo punto B aveva trentadue anni.
Sapeva fare il pittore e il cassiere. Sapeva anche distribuire giornali e lavare piatti, ma nel 1990 in Italia le cose non andavano così bene.
Ai colpi di fortuna non ci credeva. Ma non credeva nemmeno alla logica e ai sensi di colpa.
Tornò alla casa di via Cigna: vuota.
Tornò al market sotto casa. Lo accolse una vecchia cieca da un occhio. Una che lavorava con lui già due anni prima e con cui aveva fatto un po’ amicizia.
Teneva il banco del pesce. Usciva con lui a fumare ogni ora.
“Sei fortunato”, gli disse la vecchia.
Era andata così: quando B era partito per Berlino avevano assunto al suo posto un ragazzino di diciotto anni. Uno magro con i capelli lunghi. Poi avevano scoperto che questo ragazzino era un tossicomane.
Loro avrebbero voluto licenziarlo, solo che il ragazzino era finito sotto un tram a Venaria.
B ascoltò la storia e andò dal padrone.
Quel giorno stesso ottenne il suo vecchio posto di cassiere.

1990: la tv trasmetteva Falcone e Borsellino.
La sentenza d’appello del maxiprocesso lasciò tutti scontenti.
Nel frattempo il partito comunista si era sciolto. B non era più comunista. Non era più niente.

Segnali.
Poi crollò tutto.
Caterina perse il bambino.

Per molte sere restarono seduti l’uno accanto all’altra, in silenzio.
B smise di dipingere esseri umani. Cominciarono le forme geometriche. Spirali. Punte. Macchie di colore.

Ma Cate era cambiata: sembrava un oggetto vuoto.
A volte si scordava di cenare. Altre non andava in radio. Tutta la faccenda stava andando a puttane.
Lo sapevano, ma non riuscivano ad evitarlo.

Una sera, tornando dal lavoro, B non la trovò in casa. Aspettò al tavolo della cucina. Poi alla finestra. Poi sul divano, davanti alla tv.
Rimase ad aspettare tutto il giorno, pensando che era di nuovo agosto.

4.

I quadri di B cambiarono di nuovo.
Poche pennellate. Una macchia azzurra: il cielo. Una macchia rossa: una storia.

Pensò di cambiare casa. Ma a quel punto non gli importava più.
Conosceva la gente del quartiere. Aveva un amico senza gambe. Due erano spacciatori. Una faceva la prostituta, poi le era venuta l’asma.
Il medico le aveva somministrato quintali di cortisone. Si era gonfiata tutta ed era diventata giallina.

Non cambiò casa. Non cambiò lavoro. Il tempo cominciò a passare come mai prima d’allora.

Cinque anni dopo la morte del bambino successe qualcosa.
B dipinse un quadro totalmente rosso.
Ma ancora non andava.

Poi arrivò a chiedersi cosa fosse successo.
Era sempre ubriaco. Aveva cominciato a bere? Quando?
Però teneva una bottiglia di vodka nel freezer. Dopo cena scendeva al bar sotto casa. Quando la saracinesca cominciava ad abbassarsi usciva.
Notti che sembravano deserti: semafori e bottiglie rotte. Qualche skin, ma conosceva anche loro.

La mattina faceva colazione con lo spumante. Ma sul lavoro era efficiente, cortese con i clienti.
Non rubava soldi dalla cassa come certi suoi colleghi. Prendeva per sé lo yogurt appena scaduto e la frutta un po’ ammaccata, ma questo lo facevano tutti.

Senza attese e senza ricordi.
Gli stessi identici gesti, per quindici anni.

Ritorno

Una mattina di dicembre del 2005 suonò il campanello.
Fuori faceva freddo. Aveva nevicato. Neve indurita ai bordi delle strade. Tram gialli strisciavano sull’asfalto come bruchi.
B faceva colazione: spumante e biscotti.
Se ne stava seduto sul divano. Quando suonò il campanello si alzò in piedi, ma non aprì. Si mise a studiare un quadro azzurro, appeso alla parete sopra il letto, masticando un biscotto.
Poi sciacquò la bocca con una golata di spumante.
Il campanello suonò di nuovo. Questa volta B andò ad aprire.

Cinque minuti dopo Caterina sedeva sul divano. B le stava di fronte, su una sedia. Aveva entrambi la sigaretta accesa.
Restavano in silenzio. Non si erano ancora toccati.

Mezz’ora più tardi aprirono un’altra bottiglia di spumante. B ne teneva sempre una di riserva, sotto il lavandino.
Riempì due bicchieri di plastica.
Guardò Cate, ma lei non lo guardava. Fissava le tele bianche appese alle pareti. Ce n’erano molte. Quindici, forse venti. Misure diverse. Tutte bianche.
“Che cosa ci dipingi?”, chiese Caterina.
B scosse la testa.
“Sono finite”, disse.

Cate cominciò a raccontare.
Roma. Poi di nuovo Berlino. Wim s’era beccato l’aids. Reiner viveva con una ballerina, bellissima.
Poi New York. Corrispondente estera della Rai. Un vecchio che aveva conosciuto una sera a Brooklin. Uno che diceva di essere J. D. Salinger, a New York per un ultimo romanzo.
Poi l’undici settembre.
La polvere.

B raccontò solo una cosa: le passeggiate sulla Dora, la domenica mattina.

Pranzarono insieme. Al pomeriggio si mise a nevicare. Guardarono un film in televisione, poi Cate disse qualcosa.
“Perché quelle tele bianche?”, chiese.
B scosse la testa.
Lei non insisté.

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