Un’intervista e una recensione: Carlo Mazza Galanti e “Bifo” Berardi

Nel weekend sono usciti due miei articoli su libri recentemente pubblicati in Italia. Il primo è un’intervista che ho fatto per Esquire a Carlo Mazza Galanti, autore di Cosa pensavi di fare?, un librogame per precari intellettuali che tocca temi come la letteratura ipertestuale, le autobiografie potenziali e nientemeno che il destino. Il secondo è una recensione a Fenomenologia della fine di “Bifo” Berardi che parte discutendo il ruolo della theory-fiction nel nuovo panorama post-pandemico e finisce per ipotizzare che il mondo realizzato dal virus sia in fondo quello che Bifo ci raccona dagli anni Settanta. Qui sotto le copertine dei due libri.

(Aggiornamento del 18/09: qui potete sentire Edoardo Camurri che legge estratti dalla recensione a Fenomenologia della fine a Pagina 3)

La mischia di Valentina Maini

Ogni tanto mi succede questa cosa: ci sono libri che mi si piazzano davanti mentre vado per la mia strada, che solitamente è una strada ignara di gran parte di ciò che le capita attorno, e di cui mi basta leggere la sinossi per sapere che in quel libro cadrò come in una voragine. Mi capita raramente ma quando capita non c’è scampo, un po’ come le fiammelle mistiche che guidano le scelte dell’agente Cooper dopo che si è apparentemente rincoglionito per aver passato troppo tempo nella Loggia Nera. La mischia è uno di questi libri. La prima cosa a cui ho pensato leggendolo sono i quadri di Chagall, complice forse la copertina (più tardi ho aggiornato il mio immaginario artistico su Schiele). Ho pensato a Clarice Lispector, a Burroughs, al Faulkner di Mentre morivo (“mia madre è un pesce”), ho pensato a Bolaño, al Bolaño dei Detective selvaggi in cui l’arte è la grande menzogna ma anche l’unica salvezza e in cui l’identità è qualcosa di fluido e mai dato per sempre (in effetti ho pensato tantissimo a Bolaño: un giorno dovremmo parlare seriamente dell’influenza che Bolaño ha sulla letteratura italiana della mia generazione; Bolaño è stato per me un altro di quei libri-fiammella quasi vent’anni fa). A un certo punto mi sono reso conto di essere in una specie di riscrittura della Trilogia della città di K, ma una riscrittura obliqua e vertiginosa, un po’ come C di Tom McCarthy è una riscrittura di un famoso caso clinico di Freud. Ho pensato alla Nouvelle Vague, al Tempo materiale di Vasta e ai romanzi di Jennifer Egan in cui tutti sono spie e tutti hanno molti nomi, ho pensato a un album di musica ricorsiva e pischedelica, un album dei Black Angels, ad esempio, poi il romanzo ha cambiato direzione ancora due volte, l’ultima proprio all’ultima pagina, quindi la metto così: se non credete alla storia delle fiammelle mistiche pensate che certamente i riferimenti letterari stanno nella mente del lettore tanto quanto nella penna dello scrittore, o meglio che questa cosa che chiamiamo letteratura è un sistema di segnali radio che scrittori e lettori si scambiano continuamente, intercettandoli da un etere la cui origine va cercata chissà dove, ma se uno scrittore o una scrittrice vi fa pensare ai nomi elencati sopra per cinquecento pagine senza praticamente un momento di sosta vuol dire che questo scrittore o questa scrittrice stanno volando ad altezze siderali e sono portatori o portatrici di una voce letteraria fuori dal comune, che è esattamente quello che ho pensato di Valentina Maìni per tutto il libro. Quindi la morale di questo lungo post è: credete nelle fiammelle mistiche, se potete, ma quale che sia il vostro grado di fiducia nell’invisibile leggete questo bellissimo romanzo.

Segnalazioni – giugno

A giugno ho letto tanto e (cosa piuttosto rara per me) soprattutto libri pubblicati da poco. Ne segnalo quattro:

Emanuela Carbé, Jacopo La Forgia, Francesco D’Isa, Trilogia della catastrofe (Effequ)

Siccome la catastrofe non solo non passa mai di moda, ma diventa più attuale ogni giorno che passa, un libro con questo titolo avrebbe catturato la mia attenzione anche se non fosse stato pubblicato da Effequ, che sulla saggistica sta facendo un lavoro eccellente, e se tra gli autori non ci fosse il direttore dell’Indiscreto Francesco D’Isa. I tre pezzi che compongono il lavoro (dedicati al prima, al durante e al dopo la catastrofe) sono quanto più diverso l’uno dall’altro si possa immaginare: quello di Carbé è un brillante esercizio di scrittura calviniana, quello di La Forgia un interessante e ben scritto reportage sul genocidio dei comunisti indonesiani del 1965 mentre quello di D’Isa un saggio su un tema che a me sembra cruciale: quello del nostro rapporto con la morte. In particolare, il saggio di D’Isa credo meriti una lettura approfondita, perché in un’epoca segnata dalla minaccia dell’estinzione come quella attuale, continuare a distruggere il pianeta per non fare i conti con l’inevitabilità della fine è un gioco destinato, appunto, alla catastrofe. Siccome poche epoche come la nostra hanno rimosso la morte dal discorso culturale, oggi più che mai è importante riflettere sul significato che essa occupa al centro della vita e trovare un modo di gestire l’ansia meno distruttivo di quello attuale. Da quel che so, D’Isa è uno dei pochi ad aver affrontato il tema (con l’eccezione di Roy Scranton, il cui Learning to die in the Anthropocene viene citato nel testo ma per qualche ragione non è ancora stato tradotto in italiano).

Vanni Santoni, La scrittura non si insegna (minumum fax)

Sono un amante dei manuali di scrittura e ancora di più di quelli firmati dagli scrittori, proprio come sono un amante dei libri di autoaiuto (categoria che leggo con più frequenza dei saggi sulla scrittura, devo ammettere) anche perché, come scrivevo non molto tempo fa, una parte di me sta sempre cercando il set di regole segrete che trasformi questa attività faticosa e solipsistica che mi sono condannato a fare in qualcosa di semplice o, quantomeno, più immediato: la formula alchemica che tramuti l’argilla delle parole nel Golem di un romanzo. Rispetto ad altri autori di testi sulla scrittura (Stephen King o Natalie Goldberg, che pure reputo un libro fondamentale), Santoni ha il pregio di essere anche un eccellente critico o meglio, se mi si passa il linguaggio mistico, un critico “illuminato”: se volete capire cosa intendo leggetevi i suoi pezzi sui romanzi senza finale o andate a ripescarvi quella volta in cui, parlando del futuro del romanzo, disse citando Roberto Bolaño che “se i capolavori sono sequoie o orchidee, non si è tuttavia mai vista una sequoia o un’orchidea fuori da una foresta; così, anche scrivere un’opera imperfetta significa contribuire al mantenimento di quel bosco dove un giorno sboccerà una nuova orchidea”. Ecco cosa intendo per illuminato: qualcuno che guarda alla big picture. Se sopravvivete alle liste della prima parte, che sono impressionanti e un po’ spaventose (ma piuttosto accurate, per quanto io mi sia scoperto uno studente meno preparato di quanto mi sarebbe piaciuto pensare), troverete consigli che tutti coloro che scrivono seriamente dovrebbero seguire, non solo gli aspiranti.

Luca Molinari, Le case che saremo (Nottetempo)

Nella scrittura di Essere senza casa ha giocato un ruolo importante un libro pubblicato da Nottetempo nel 2016, Le case che siamo, dedicato al rapporto tra case e città. Quattro anni più tardi, Le case che saremo è un piccolo spin-off che adatta il discorso al tempo del Covid e può essere scaricato gratis dal sito dell’editore. Le case che saremo apre una porta su quegli aspetti che in Essere senza casa non sono sufficientemente approfonditi visto che il mio libro è uscito prima dello scoppio della pandemia e in qualche modo porta il discorso sul lato in ombra della casa come luogo protetto (come “tentazione del muro”, direbbe Recalcati) di fronte alle minacce dell’esterno, concludendone, credo giustamente, che la spinta alla chiusura e all’isolamento domestico provocata dal Covid è quanto di più pericoloso possa esistere. Discorso per me fondamentale e su cui non mi dilungo troppo perché spero di tornarci presto, in una forma o nell’altra.

Ade Zeno, L’incanto del pesce luna (Bollati Boringhieri)

Oggi è la prima giornata del Campiello e tra i finalisti sono stato contento (e anche un po’ sorpreso) di trovare questa bella fiaba dell’orrore. Il fun fact sull’argomento è che io e Zeno abbiamo condiviso lo stesso spazio autogestito all’università di Torino per quasi dieci anni durante i quali ci saremo scambiati sì e no dieci parole, vedendoci in certi periodi quasi tutti i giorni e collaborando a progetti culturali; e siccome internet è una (psico)geografia alternativa sovrapposta a quella fisica, il suo lavoro è sempre stato più lontano dai miei radar rispetto a quello di autori che abitavano a migliaia di chilometri di distanza e che non avrei mai conosciuto personalmente. Circostanza di cui mi dispiaccio, perché L’incanto del pesce luna merita la candidatura al (vero) premio più importante d’Italia. La sorpresa deriva dal fatto che è un romanzo cupo, dalle tinte scurissime, che mi ha fatto pensare a quel bell’articolo di Franco Pezzini sul gotico torinese uscito su Carmilla qualche tempo fa. Dentro ci ho trovato Bolaño e Wilcock, ma anche Ligotti, Houellebecq e Giorgio De Maria.

Essere senza casa su La Lettura e Linea Laterale

Due segnalazioni che riguardano Essere senza casa: sul La Lettura del Corriere della Sera di domenica è uscita la prima recensione al libro, firmata da Daniele Giglioli, che mi onora doppiamente perché parla molto bene del libro e perché Giglioli è un grande critico. Ecco un estratto:

E così anche la casa, l’oggetto più familiare su cui dovremmo contare, è diventata weird, strana, inquietante, fantasmatica, secondo la rideclinazione che di questo comunissimo aggettivo inglese ha dato il grande Mark Fisher recentemente scomparso. Ma non è stato sempre così? E i racconti di fantasmi? E non succedevano strane cose nelle case della tragedia greca? Non in queste proporzioni, non come caso concreto (il problema abitativo mondiale) e insieme come metafora globale (confini irti di fini spinati eppure sempre superabili da soldi, virus, e anche, buoni ultimi, esseri umani disperati), risponde Gianluca Didino, brillante e informatissimo saggista.

Invece su La Linea Laterale Danilo Zagaria presenta Essere senza casa tra le uscite di giugno e coglie perfettamente lo spirito del libro:

Credo lo si possa definire una panoramica straniante sugli anni ’10, sulle sue derive culturali e sui timori della nostra generazione. Un’analisi dello spirito dei nostri tempi, tempi in cui accadono cose davvero strane a tutto ciò che siamo soliti chiamare casa.

Un’educazione letteraria

Minimum fax mi ha chiesto di raccontare la mia educazione letteraria in tre libri: ne ho citati almeno quaranta raccontando di uno sgabuzzino in cui leggevo da ragazzo, di un coltellino dal nome letterario e della volta che ebbi la buona idea di andare a studiare estetica in montagna portandomi solo un disco degli Einsturzende e un libro di Thomas Bernhard come svago. Trovate l’articolo qui.

(Nella foto: Thomas Bernhard in montagna)

Scrittura non creativa / sul futuro del romanzo pt. 2

BURROUGHS_SM+ABSTRACT+2

In questi giorni mi sono sentito un po’ come Pierre Menard, l’autore del Chisciotte, per aver passato mesi a prendere appunti su un discorso già messo su carta da Kenneth Goldsmith nel suo libro Scrittura non creativa, in Italia con Not (grazie a Flavio Pintarelli per avermi convinto a spingere il libro in alto nella mia scala di priorità e prenderlo in mano dal comodino dove si trovava da tempo).

Goldsmith dice una cosa che mi pare ovvia e su cui negli anni ho riflettuto in articoli, chiacchierate via mail e post del blog: mentre il digitale ha avuto un impatto enorme su tutte le forme d’arte, ha lasciato la scrittura (e specialmente la narrativa) quasi del tutto intoccata. Di recente facevo questo esempio: uno scrittore dell’Ottocento leggeva romanzi, aveva il tempo e viveva in un luogo adatto alla lettura di romanzi (i.e. una casa, non solo fisica ma anche psicologica) e di conseguenza, ovviamente, scriveva romanzi, mentre uno scrittore del 2020 legge diverse decine di romanzi l’anno, feed di Twitter senza sosta, 20 o 30 articoli al giorno, vede serie TV e fil e ascolta podcast, ma stranamente gli viene ugualmente chiesto di scrivere un romanzo, cosa che riesce sempre di meno a fare finendo per produrre forme ibride (di solito l’ennesimo memoir in cui il caos del mondo si condensa intorno alla relativa stabilità dell’esperienza personale).

La seconda cosa che dice Goldsmith la penso da quando all’università facevo i corsi su Kafka nella lettura di Deleuze e Guattari e l’ho ripensata quando per la tesi studiavo la scrittura combinatoria dell’Oulipo e la narrativa ipertestuale, quando mi appassionavo di Burroughs, esploravo i confini di quella che ho chiamato “hyperfiction” e, all’inizio degli anni Dieci, leggevo Fame di realtà di David Shields, un altro libro che come quello di Goldsmith avrebbe dovuto farci parlare per anni e invece è diventato un fenomeno di culto per qualche tempo per poi finire un po’ nel dimenticatoio: che la scrittura è, in quanto tecnologia (pensiamo ad esempio a Ong), una macchina il cui funzionamento trascende ampiamente quello dell’io individuale. Da un lato pesca nell’inconscio (mi viene sempre in mente l’esempio di Coleridge che scrisse Kubla Khan dopo un sogno oppiaceo come se gli fosse stato “dettato” parola per parola da un’entità esterna), dall’altro, proprio perché il suo regno esiste in un mondo che travalica l’individualità, i suoi meccanismi misteriosi possono essere messi in moto da un insieme di tecniche come appunto il collage di Burroughs, la combinatoria di Queneau o l’iChing di PKD. Goldsmith non parla dell’inconscio, ma si dedica alla macchina, che ne è in qualche modo la faccia manifesta o il dispositivo che ne attiva le possibilità.

Anche la terza cosa che dice Goldsmith mi ossessiona da anni ed è la presa di coscienza che, a differenza ad esempio che nel mondo dell’arte o della musica in cui l’avanguardia è il mainstream, in letteratura i due mondi restano completamente separati: da un lato abbiamo quelli che, come Goldsmith stesso, riscrivono una copia del New York Times parola per parola e dall’altro abbiamo il romanzo tradizionale, naturalmente con diversi gradi di sperimentalismo (dal prodotto uscito dalla scuola di scrittura alla weird fiction) ma pur sempre centrato sui soliti, vecchi elementi della narrativa: personaggi, plot, setting, mostrare-non-raccontare (la massima che odio più di tutte) eccetera. Nel corso di molti anni ho letto un solo libro che utilizzando le tecniche di cui parla Goldsmith (appropriazione, plagio, copia-incolla, insomma le tecniche tipiche dell’arte e del sampling musicale) si presenta come un romanzo tradizionale: C di Tom McCarthy, che è un immenso collage di storie altrui (L’uomo dei lupi di Freud, Il libro dei bambini di Byatt, i resoconti dei piloti della prima guerra mondiale eccetera). Non è un caso che McCarthy venisse dal mondo dell’arte, mi pare.

Il romanzo mi sembra una forma sempre meno al passo con i tempi, da un lato, ma dall’altro se continua a funzionare c’è un motivo, ed è principalmente, credo, il fatto che i nostri cervelli funzionano grazie alle narrazioni, e le narrazioni hanno regole che possono essere disattese fino a un certo punto prima che la cosa che si sta scrivendo smetta di essere narrativa e diventi, appunto, avanguardia. (Anche se questi limiti sono flessibili, pensaimo a una narrazione come Twin Peaks.) Questa ad esempio è la ragione per cui la narrativa ipertestuale è naufragata negli anni Ottanta e Novanta, come ha dimostrato recentemente Black Mirror: Bandersnatch. Eppure resto convinto che ci debbano essere delle maniere in cui il romanzo può evolvere senza diventare qualcosa di completamente diverso da sé stesso, nel modo ad esempio in cui la musica è evoluta dalle ballate medievali alla techno senza smettere di essere ritmo, armonia e melodia, e penso che quella identificata da Goldsmith/Shields/McCarthy sia una possibile via d’uscita da questa crisi che non si vede ma c’è, come scriveva già dieci anni fa Zadie Smith in quel famoso articolo su Deja Vu.

Ad esempio una cosa che mi piacerebbe vedere è un reference database, fatto sulla maniera di Wikipedia, di scene e situazioni letterarie, nel quale è possibile cercare per parole chiave che ti restituiscano esempi di una specifica situazione, così che se stai scrivendo la scena di una camminata sulla Neva, ad esempio, puoi prendere in blocco quelle scritte da Dostoevsji nelle Notti bianche e adattarla ai tuoi fini, invece che riscriverla da capo: penso che se facessimo questo, se scrivessimo letteratura come si compongono tracce di musica elettronica, ci divertiremmo molto di più, per dirne una, e riusciremmo probabilmente a inserire in maniera molto più efficace nella narrativa (o nella saggistica, per quel che vale, e in tutti i casi ibridi che stanno tra l’una e l’altra) quelle forme di scrittura che si perdono nel nulla, i diari e i resconti dei sogni, le chat su Messenger e i diari personali e via dicendo.

Ma le strade per trasformare la letteratura in una maniera che utilizzi appieno le opportunità che ci offre il presente, invece che vederle come ostacoli (il fatto, ad esempio, che ci sia troppa roba là fuori, e che i romanzi siano spazi così piccoli e ci voglia così tanto tempo a scriverne uno), sono moltissime, dalla scrittura collettiva agli scenari più futuristici in cui il lavoro di scrittura, almeno quello iniziale, potrebbe essere fatto da intelligenze artificiali e lo scrittore potrebbe reagire agli input dati dalle macchine trasformando lo scrivere in una forma di dialettica. Anche in questo caso il processo mi sembrarebbe molo più divertente e sicuramente non meno creativo (certamente non meno creativo di un “autore” che scrive le “proprie” idee secondo i dettami delle scuole di scrittura).

(Nella foto un quadro di Burroughs)

Essere senza casa

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Quale momento migliore del picco di una pandemia che sta mettendo in ginocchio il capitalismo mondiale, alla fine dell’inverno più caldo di sempre, nel primo anno del pirocene e dell’Inghilterra post-Brexit per introdurre un libro che parla di come il nostro mondo stia diventando sempre più irrimediabilmente strano? Essere senza casa esce il 16 aprile per minimum fax e, trasformando in saggio critico alcune esperienze personali, prova a riflettere sulla stranezza dei nostri tempi e su come, oggi, non abbiamo più case reali e metaforiche a proteggerci dalla furia della modernità. Più informazioni qui. Seguiranno le date delle presentazioni, virus permettendo.