Vasta, Dyer e il mondo fuori

Dunque, siccome vogliamo che all’origine del viaggio ci sia l’autentico e non un suo surrogato d’emergenza, girovaghiamo ancora, ancora ci fermiamo, ancora confrontiamo le foto con quello che si intravede fuori.

«Prima che Mosca stessa, è Berlino che si impara a conoscere attraverso Mosca». A scriverlo, nel 1927, è Walter Benjamin nel suo reportage dalla capitale sovietica, in un incipit che fa piazza pulita di cinquecento anni di descrizioni scientifiche di luoghi stranieri e terre esotiche. Per le strade di Mosca vedo Berlino: tutto quello che segue assume caratteri incerti, viene ammantato dal dubbio. Lo scopo stesso del racconto vacilla, perché l’esperienza del luogo è nella mente di chi lo guarda e, indipendentemente dalla geografia, forse gli occhi non vedono altro che l’interno della mente.

Questo stato di sospensione è lo stesso suggerito dal sottotitolo di White Sands, l’ultimo libro di Geoff Dyer: experiences from the outside world. Lo scrittore inglese, che con Benjamin ha più di un punto in comune (entrambi sono flâneur della vita, entrambi sono custodi, più che autori, di una scrittura in equilibrio precario tra generi diversi, insieme accademica e intimamente personale) non ha mai fatto altro che raccontare luoghi, le tracce lasciate dalle persone dai luoghi, i luoghi e le loro storie immortalate dalla fotografia. Ma un libro che riflettesse sul significato del racconto di viaggio non l’aveva mai scritto, e c’era da chiedersi perché.

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