Motivazioni di un omicidio politico

Mio nonno era un repubblichino. Era stato fascista sotto Mussolini e dopo il 43 aveva aderito con entusiasmo a Salò. A sentire mia nonna era un amante della guerra e delle armi – suppongo che avrebbe sparato con la stessa passione anche se si fosse trovato dall’altra parte della barricata. Di una cosa però sono certo: se gli americani non l’avessero impiccato alla trave della cantina (è così che se n’è andato mio nonno) oggi sarebbe in prima fila nei cortei di Forza Nuova.
Lui era fatto così, credeva nelle regole.

Mio padre, ora. Forse fu l’odio per il genitore che non aveva mai avuto o forse l’influenza di uno zio partigiano: non saprei dire. Quello che so è che mio padre nacque comunista: a quattordici anni si trovava alla porta 2 di Mirafori a contestare le repressioni nelle fabbriche.
(Che ci faceva mio padre a Mirafiori a quattordici anni? Non so. A mia nonna la politica fa venire sfoghi pruriginosi dietro le orecchie. Credo che dovette rassegnarsi all’evidenza…)
A vent’anni era nel sindacato e a ventotto aveva  conosciuto mia madre, che prima di diventare mia madre bruciava il reggiseno in piazza perché venisse approvata la legge sul divorzio.
Sul seno di mia madre, dolcemente stuzzicato dai venti primaverili ed esposto al pubblico giudizio, non ho francamente parole da spendere.

E infine io: io non sono ninte.

Ho solamente una scusante per la mia inadempienza morale, un’unica giustificazione: ci ho provato in tutti i modi, dio sa se ci ho provato.
Al liceo ero presidente della consulta regionale degli studenti. Incontravo il preside ogni due giorni e organizzavo picchetti davanti all’entrata. Poi ascoltavo i miei coetanei raccontare le loro avventure sessuali e pensavo alla mia vita: riunioni, proclami, lotte.
Ero giovane, solo e annoiato dalla burocrazia.
Allora ho cercato nella sponda opposta, nei movimenti di piazza, nei centri sociali, nelle case occupate e nelle radio libere. Ho avuto qualche ragazza (la mia situazione, in effetti, è migliorata). Ma avevo paura della polizia, delle cariche e delle tenute antisommossa. Non avevo fiato per correre e dormire sui divani dei compagni mi provocava un’isteria indescrivibile. (Non dormivo tutta la notte e la mattina dopo facevo la doccia cinque volte di fila.) A fatica, questa volta, ma sono giunto a capire che la vita del rivoluzionario non faceva per me.
Poi è venuta l’università. I collettivi, le associazioni, gli enti, i comitati: ho provato qualunque cosa la vita politica dell’ateneo mettesse a disposizione degli studenti.
Niente: nessun brivido, nessuna emozione, nessun’estasi.
E allora fuori dall’università, per le strade, nelle piazze, nei sottoscala e nei magazzini abbandonati. Ho fatto tutto (giuro su dio, tutto), tutto quello che una persona può fare nel corso di una vita io l’ho fatto in una manciata d’anni: le manifestazioni contro il nucleare, i cortei per la difesa degli animali a rischio di estinzione, i sit-in contro le riforme del governo e contro l’assenteismo dei parlamentari dal parlamento; le marce per la pace, quelle per la difesa dell’economia locale, per il patrimonio artistico, per l’istruzione, per i diritti dei migranti e per l’abbattimento delle barriere architettoniche e degli eco-mostri e dei quartieri-fantasma…
Ma non c’è stato niente da fare: non mi trovavo a mio agio da nessuna parte, non ero mai veramente me stesso.

Poi, oggi, ho avuto l’illuminazione.
E’ capiato per caso (ma è sempe per caso, si dice, nascono le rivoluzioni) mentre facevo la doccia questa mattina. E mi è subito parso chiaro, semplice, quasi banale: oggi, mi sono detto, ucciderò un uomo.
Non importa chi sarà, nè perchè. Il manager di una multinazionale, forse. O un padrone di fabbrica. Oppure un immigrato che non si vuole integrare, un ragioniere di banca che consuma troppa benzina, un avvocato che va a puttane, un operaio che ha votato a destra o un disabile che non lotta per migliorare la sua condizione sociale: non importa, davvero: tutti sono colpevoli in un modo o nell’altro.
Adesso sono uscito, come se niente fosse, per compiere la mia missione. Salutando mia madre ho visto nei suoi occhi l’orglio (possibile che già intuisca? le madri, si dice, sanno tutto), la fierezza di aver messo al mondo un figlio attivo, una macchina per lottare.
Adesso andrò a casa di un compagno che conoscevo e gli chiederò di prestarmi la sua pistola: anche lui capirà, anche lui sarà orgoglioso di me e mi lascerà il ferro senza fare domande.
E poi sparerò, a caso, nella folla: gli schizzi di sangue sul muro sapranno dirmi, una volta per tutte, chi sono e perché.

photo by A. www.viajar24h.com on Flickr.com


Statistiche

La truffa

Al liceo avevo un solo amico: lo chiamerò M. Era un ragazzo magro e perennemente stupito dalla vita. Era anche silenzioso – molto silenzioso. Non avevamo molto in comune. Una cosa sola: lui, come me, voleva diventare scrittore.
Ci incontravamo tutti i pomeriggi nel parcheggio di un supermercato. Portavamo dei libri (non ricordo quali) e leggevamo i nostri brani preferiti ad alta voce. Erano i primi anni 80 ed era inverno. Ricordo i carrelli del supermarket e le dita congelate della mano che reggeva il libro. Altre volte facevamo lunghe passeggiate costeggiando il fiume.
Lui era affascinato dallo smercio di eroina sotto i ponti, io dal panorama ruvido della collina: non parlavamo molto.
A me piacevano le citazioni, lui di solito ascoltava senza sorridere.

Questo succedeva in seconda liceo (era il 1983). Alla fine dell’anno scolastico successe qualcosa: M fu bocciato.
Ricordo bene quel giorno. Ci eravamo dati appuntamento davanti alla scuola per consultare i tabelloni. C’era vento e misteriosi fogli di carta mulinavano nel cortile del liceo. Il vento era percepibile anche all’interno – attraversava le pareti dell’edificio come una presenza. Salimmo la lunga rampa di scale e arrivammo alla sala in cui erano esposti i voti.
M era insufficiente in tutto meno che in religione.
Quando mi voltai stupito verso di lui mi accorsi che sorrideva.

Sono passati gli anni. Ho finito il liceo con buoni voti. Mi sono iscritto all’università e ho cominciato a lavorare come corrispondente per un importante quotidiano. Mi sono sposato, ho avuto due figli e ho pubblicato il mio primo libro.
E dopo il primo il secondo, il terzo, il quarto, il quinto.
Ho ricevuto alcuni riconoscimenti. Ho vinto dei premi e sono stato invitato a numerosi convegni in Italia e in Europa.
Di M non ho più avuto notizia fino a ieri.

L’ho incontrato al bar della stazione (tornavo da Barcellona dove avevo incontrato alcuni amici anch’essi scrittori). Beveva pernot: l’orologio sopra il banco segnava le sei e mezza di mattina.
Ho stentato a riconoscerlo. Era più magro di prima, l’espressione meno arcigna, più fluida. Lui invece mi ha riconosciuto subito. “Saranno trent’anni”, ha detto. Mi ha invitato a sedermi e a ordinare la colazione.
Poi ha cominciato a raccontare.

La prima cosa che ha detto è che aveva il cancro ma che sarebbe guarito. Certamente. Al di là di ogni ragionevole dubbio.
Poi è tornato al 1983. L’estate della seconda liceo era stata un momento importante, per lui. Aveva capito due cose: che non avrebbe più studiato; e che sarebbe sicuramente diventato uno scrittore. Entrambe queste previsioni, aveva detto, si erano puntualmente avverate.
Così aveva lasciato il liceo e aveva trovato lavoro alle poste. Consegnava lettere con un motorino giallo. Girava la città (amava molto girare per la città) e aveva tempo di osservare le cose: le persone, gli oggetti, la pioggia.
Non ha mai più lasciato quel lavoro.
“Nel tempo libero”, ha detto, “scrivo”.

Ho guardato il bicchiere mezzo vuoto di pernot e il suo volto giallo, scarno. Ho guardato l’orologio e ho visto che era tardi: mia moglie mi aspettava per portare i bambini a scuola.
Mi sono alzato dal tavolo e ho pagato le consumazioni (lui non ha cercato di fermarmi). Accomiatandomi ho detto che mi aveva fatto piacere vederlo, avrei avuto piacere di incontralro un’altra vola con più calma.
“Quando sarò guarito”, ha detto lui.
“Quando sarai guarito”, ho ripetuto.
“Ora devo andare”, ha detto come se fosse lui ad avere fretta. “E’ meglio che mi rimetta a scrivere, ora”.

Ieri pomeriggio ho acceso il computer e ho cercato di lavorare: ho un romanzo da finire e un editore che mi chiama tre volte al giorno. Ho cercato di scrivere ma non ci sono riuscito. Ho guardato a lungo fuori dalla finestra cercando ispirazione. Non c’era il sole, non pioveva: non c’era nessun tempo.
Più tardi ho deciso di fare una cosa: ho digitato sulla stringa di google il nome e il cognome di M e ho dato avvio alla ricerca.
Esattamente quello che mi aspettavo: nessun risultato.

Nemmeno oggi riesco a lavorare. Fingo di tormentarmi ma conosco bene il motivo di questa paralisi: l’incontro con M mi ha turbato.
Sono uno scrittore famoso. Ho una moglie che amo e due figli ben educati. Una bella casa e molti amici.
Amo davvero queste cose: per me sono davvero importanti. Non mi nascondo nulla, cerco sempre di essere rigoroso con me stesso. Non sono insoddisfatto, non rimpiango il passato: sono esattamente ciò che avrei voluto essere.
M, ora. Delle due l’una: o ha davvero il cancro, come dice, e quindi morirà a breve; oppure è semplicemente pazzo.
Dunque? Sono fermamente convinto che la mia vita sia molto più ricca e appagante della sua, in maniera assoluta e sotto qualunque punto di vista.
Perché allora non posso fare a meno di sentirmi truffato?

#2 quarto frammento

Lo stesso giorno in cui Karl Rossman si presentò per essere assunto al Teatro di Oklahama, si presentò anche un altro ragazzo, di origini bulgare ma di madre greca, che per qualche anno aveva lavorato come meccanico ma aveva finito con l’annoiarsi, e che, soprattutto, non aveva portato con sè in America alcun parente, amico, o ricordo.
Naturalmente c’era, tra gli sportelli di reclutamento, anche quello per ragazzi bulgari di madre greca, ma quando a questo sportello gli chiesero cosa volesse fare e lui dichiarò che non c’era niente al mondo che volesse fare, gli addetti all’assunzione, pure volenterosi, si trovarono molto perplessi. Era infatti impossibile trovare un posto nel Teatro a qualcuno che dichiarasse di non voler fare niente, e così, seppure con rammarico, e seppure dopo aver cercato parecchie volte di convincerlo che ci doveva per forza essere qualcosa che egli volesse fare nella vita, si videro costretti a rifiutare la sua domanda di assunzione e a rimandarlo a casa.
Seduto nella grande piazza polverosa davanti all’ippodromo, mentre in cielo si addensavano strane nuvole violacee, il ragazzo pensò che il suo destino era ben misero, se non riusciva ad essere assunto nemmeno al Teatro di Oklahama. E che sebbene non volesse alcun posto nella vita, allo stesso modo avrebbe voluto avere nel Teatro il posto riservato a tutti coloro che non vogliono un posto nella vita: purtroppo però, come gli era stato ripetuto più volte, quel posto era l’unico non disponibile.
E a riprova della sua inconsistenza la gente che attraversava indaffarata la piazza sembrava non accorgersi di lui, e addirittura una ragazza, ancora vestita da angelo, gli sbattè contro e cadde a terra, e una volta che si fu rialzata rimase a guardarsi intorno perplessa, e anche un po’ spaventata, come se non si fosse resa conto che dell’ostacolo che aveva intralciato il suo cammino, e anzi come se non riuscisse proprio a vederlo.
In quel preciso istante il ragazzo capì che aveva cominciato a scomparire.

#1 due pittori

Due amici, entrambi pittori, hanno una discussione. Il primo sostiene che la vita vada vissuta in maniera eroica, nel totale dispendio delle proprie energie. Il secondo parla di naufragi, del vuoto che inghiotte ogni speranza, del disastro sottile e ineluttabile che grava sull’esistenza umana.
Il primo dice che vorrebbe morire giovane per regalare alla sua parabola il carattere dell’assoluto, vorrebbe scalare ogni vetta del mondo e di lì contemplare il mare di nebbia della gente comune. Ad impedire la sua ascesa è la concretezza della materia, la banalità dei giorni scanditi dal tempo, le imperfezioni del corpo.
Il secondo afferma che la morte è il suo pensiero ossessivo ormai da vent’anni, e che una certa sensazione di sradicamento lo costringe a stare sempre in casa fingendosi malato: per il resto lavora poco, e ogni volta che completa un quadro lo appoggia alla parete per non spostarlo più. D’altra parte, dice, dipinge solo per passatempo, perchè anche la pittura, come le altre attività umane, è stupida e vana.
A questo punto il primo amico obbietta che ci vuole certamente molto eroismo per continuare a condurre una vita nella quale non si crede, e altrettanto eroismo è implicito in un atteggiamento di tanto profonda rassegnazione mista a quell’ironia che è il maggior pregio dell’amico.
L’amico, però, afferma che la sua ironia non è fatta per divertire gli altri ma soltanto sè stesso, e che il suo movimento è così inutilmente circolare che ha finito con il perdere per lui ogni senso, tanto che lui stesso non saprebbe dire, in questo preciso momento, se sta continuando a vivere o se al contrario si trova in un altro posto.
Interpellato su quale sia questo posto, però, non sa come rispondere, e porta questa sua indecisione come prova decisiva della sua totale incapacità di sollevarsi.