Sul “carverismo”

Rispondo qui di seguito all’articolo di Giulio Mozzi e alla risposta di Giorgio Fontana (rintracciabili rispettivamente qui e qui) sul “carverismo” e sulle problematiche inerenti all’interiorità psicologica dei personaggi narrativi. Vado per punti, come al solito, perché mi è più comodo.

1. Ciò che Fontana definisce “carverismo” non ha nulla a che vedere con Raymond Carver. Lo dice lo stesso Fontana (“normalmente, il nume protettore di questa poetica è indicato in Raymond Carver – ma non è con lui che ce l’ho”) ma qualche precisazione è utile lo stesso per comprendere quanto segue. Il vero dramma della ricezione critica e di pubblico dell’opera carveriana è proprio l’affermarsi a livello globale di questa poetica del “carverismo” (che altrove è stata chiamata “minimalismo” o “neorealismo”: nomi diversi per indicare la stessa cosa). Il minimalismo delle origini (cioè Carver ma anche Amy Hempel, Bobbie Anne Mason, Richard Ford eccetera) era qualcosa di molto più complesso del “carverismo” dilagante oggi nella narrativa mondiale (e non solo nordamericana). Non proponeva assolutamente, cioè, quello che critici e lettori hanno creduto che proponesse, vale a dire questa famigerata assenza di referenti psicologici nei personaggi narrativi. I minimalisti si proponevano di rifiutare il “credo” postmoderno dell’iper-psicologismo (con i suoi annessi e conenssi di flussi di coscienza e realtà totalmente intra-psichiche alla Bourroghs, per intenderci) per proporre una letteratura che fosse di nuovo vicina alla realtà concreta delle persone (e negli anni 70-80 la realtà concreta erano il neoliberismo, la disoccupazione, la crisi petrolifera, la crisi di valori seguita alla fine delle lotte politiche e all’emergere del nuovo edonismo mediatico; per dirla con Carver stesso: “the dark side of Reagan’s America”). In Carver specificamente il viaggio all’interno della psiche dei personaggi viene spesso e volentieri sostituito da nessi semantici che ricolleghino la superficie (l’azione o la percezione) al profondo (la psiche) in maniera istantanea, nell’arco per esempio di una parola o di una frase. Vi faccio un esempio. Il racconto So much water so close to home è la storia dell’identificazione di una donna con una ragazza violentata, uccisa e buttata in un fiume (con la quale la donna si sente empaticamente vicina perché vive il rapporto con suo marito proprio come violenza e stupro quotidiani). Invece di raccontarci tutto il tortuoso percorso dei pensieri della donna (che si chiama Claire), Carver preferisce restare sulla superficie e nell’ultima scena, quando Claire si concede sessualmente al marito che non ha smesso di odiare, ecco cosa accade: il marito la tocca; Claire si spoglia da sola (evidenziando il valore sacrificale del suo gesto); il marito dice qualcosa che lei non sente perche “non riuscivo a sentire niente”, dice, “con tutta quell’acqua a due passi da casa”.

2. In Carver questo utilizzo dei nessi semtnatici non era una semplice questione di stile. Come tutti sanno la scrittura carveriana deriva direttamente da quella di Hemingway, con la differenza che (com’è stato fatto notare da più parti) in Hemingway ciò che rimane fuori (i sette-ottavi dell’iceberg) è qualcosa in cui lo scrittore crede profondamente (un sistema di valori e credenze universali), mentre in Carver, scrittore postmoderno, ciò che si trova al di sotto della superficie è qualcosa di molto più instabile (essendo tramontati gli ultimi “grandi” valori novecenteschi) e dunque è in sostanza il rischio che al di sotto della superficie non ci sia altro che il vuoto o l’abisso. Letta in questa maniera “storica”, la narrativa carveriana può essere vista come una fortissima critica ad un preciso sistema socio-politico (il capitalismo neoliberista) che scollegando irrimediabilmente l’essere umano dai suoi reali bisogni e imponendogliene altri (che sono i valori della pubblicità) genera mostri schizofrenici, scenari psichici dove regnano il risentimento e la vergogna e attraverso i quali va facendosi strada una violenza sempre più brutale e incontrollata (proprio perché non compresa e rimossa). In altre parole il discorso di Carver è prettamente psicologico nel senso più specialistico del termine: mostra e a volte dimostra come la psicologia dell’uomo moderno sia frantumata e incapace di reagire all’oppressione che il mondo esercita sul singolo, e come da questa impasse non derivi che odio e violenza. Dopodiché per approfondire il discorso ci sarebbero da citare René Girard e la sua teoria del desiderio mediato, ma non è questo il luogo per farlo.

3. Il “carverismo” di cui parla Fontana è naturalmente una semplificazione, una banalizzazione e anche una versione “volgare” della scrittura minimalista, e ciò per un semplice motivo: perché Carver utilizzava la (apparente) assenza di psicologie proprio per mostrare l’incapacità degli esseri umani a rapportarsi con un contesto storico violento (i suoi personaggi soffrivano della loro incapacità di comunicare con l’Altro e da quella sofferenza rifiutata nasceva rancore e odio; Carver faceva dunque un atto di critica sociale, seppure in maniera “obliqua”), mentre i nuovi “carveristi” si trovano perfettamente a loro agio nell’eludere (questa volta per davvero) le istanze psicologiche e a vivere la propria scrittura ad un livello prettamente superficiale, dove il profondo non è occultato ma semplicemente non c’è (dunque fanno un’opera di adeguamento al sistema sociale in cui vivono, diventano leggeri, vuoti e superficiali proprio come una bella pubblicità di automobili). In altre parole nei minimalisti le istanze psicologiche non erano esplicitate, ma esistevano eccome. In Carver in particolar modo, le motivazioni profonde dei personaggi seguono una logica (naturalmente emotiva e non razionale nel senso “positivista” del termine) ferrea. Molti di coloro che oggi dicono di amare la scrittura carveriana e cercano di imitarla semplicemente non hanno compreso un bel niente di quella scrittura, o meglio l’hanno fraintesa e ne apprezzano, paradossalmente, l’esatto contrario. Che si veda o non si veda la psicologia nei minimalisti permane in maniera “forte”, e non basta non vedere qualcosa (come pensano i nuovi “carveristi”) perché quella cosa non esista. In altre parole sono loro ad essere ciechi: ciò che non vedono esiste e non lo percepiscono solo a causa di una preoccupante miopia.

4. Giulio Mozzi sembra in effetti condividere qualche punto di partenza con la psicologia comportamentista che, come dice giustamente Fontana, si è rivelata un bel fallimento già una trentina di anni fa. Sembrerebbe dire: esiste solo ciò che si vede, il che è il rovescio della medaglia di un’altra affermazione: ciò che non si vede non ha grande importanza. Questo secondo me è sbagliato, e ben più pericoloso che tentare un viaggio nell’intra-psichico del personaggio sul quale si lavora. Il rischio vero è naturalmente quello del vuoto, o più chiaramente quello di creare un personaggio che agisce senza sapere perchè, senza nessuna vera ragione per farlo – esattamente come si sente dire al TG quando si parla di una strage in famiglia: “non capisco perché, non c’era nessun motivo, era una così brava persona..” Ora, o si pensa che tutti gli stragisti di famiglie sono dei pazzi scatenati, oppure ci si convince che quel gesto violento è la risultanza di una serie di frustrazioni e violenze che l’aspirante omicida ha provato sulla sua pelle prima di compiere il gesto. Lo stesso vale per i personaggi di un racconto: o hanno buoni motivi per fare quello che fanno (e i buoni motivi sono sempre psicologici, derivando sempre e per forza da spinte emotive) oppure non li hanno (e in questo caso ciò che stiamo scrivendo diventa l’ennesimo romanzo di Moccia). Poi che si decida di mostrare queste istanze psicologiche (utilizzando pagine e pagine per raccontare i turbamenti del personaggio) o che si decida di lasciare “sott’acqua” questa mole di movimenti inconsci è una questione di stile narrativo, e ognuno è liberissimo, a mio modo di vedere, di fare ciò che più desidera. Mozzi non è molto chiaro, a mio avviso, nell’esprimere il proprio parere. Pensa che sia meglio lasciare sommerse le istanze psichiche dei personaggi? O pensa che l’azione venga prima del pensiero, in maniera dunque pressoché scollegata dall’intimità del personaggio? Perché se la pensa come al punto 1 sono d’accordo, se la pensa come al punto 2 credo che proporre questa visione come “meno rischiosa” sia un grosso rischio: candida forse non Mozzi (che è scrittore di riconosciuto talento) ma certamente le nuove leve di “carveristi” a diventare stragisti di famiglie della propria narrativa e, peggio ancora, a produrre una scrittura fondamentalmente supina e allineata con il mondo delle mode (che su questa apparenza di casualità e sulla seduzione che ne deriva incentra tutto il suo potere).

In sostanza, e per concludere, scinderei in due la questione. Da una parte coloro che credono (ma sarebbe meglio dire “sanno”) che ogni azione umana deriva da moti psicologici e più specificatamente emotivi, e che dunque non può esistere alcuna azione che venga prima dell’emozione da cui l’atto scaturisce. E dall’altra chi non sa, o decide di ignorare (o trova più comodo ignorare per motivazioni commerciali e sociali) tale onnipresenza di moti intra-psichici nelle azioni umane – e che dunque produce racconti in cui la psiche dei personaggi è stereotipata o contraddittoria o “minimalista” nel senso più brutto del termine, e in cui le azioni avvengono fondamentalmente per caso. (Il che, lo dico per inciso, non è tanto raro come potrebbe sembrare. Al di là dei pessimi narratori – cioè dei narratori che sono riconosciuti pessimi da tutti o quasi – anche una buona fetta di narratori abbastanza apprezzati da critica e pubblico si rifanno implicitamente a questo “diktat” dell’anti-psicologismo, con risultati a mio avviso disastrosi. E in questo caso la questione non arriva neppure a tangere lo stile narrativo in sé, ma si ferma alla differenza basilare tra uno sguardo superficiale e uno sguardo in profondità nei confronti delle cose del mondo.) Nel primo gruppo poi troveranno posto tanto coloro che preferiscono soffermarsi a descrivere ogni sfumatura emotiva dei loro personaggi quanto chi, come per esempio Carver (ma anche il sottoscritto), pensano che la superficie dell’azione sia più che sufficiente per comprendere e descrivere il “profondo” che ne sta alla base. Questa è una questione di stile letterario e mi pare che lo specifico posto che ciascuno occupa all’interno della scala di sfumature sia una scelta dettata dal semplice gusto personale. Ciò che resta a mio parere fondamentale è (ma lo era già ai tempi di Hemingway, e in questo le similitudini con Carver si accentuano notevolmente) che ci sia grandissima chiarezza, da parte di chi scrive, su ciò che resta fuori dal racconto, su ciò che si nasconde al di sotto della superficie del testo, sui “sette-ottavi di iceberg che si trovano sott’acqua”. Il che è un altro modo per dire che la superficie va benissimo purché sia la risultanza di un percorso nella profondità: perché la superficie in sé stessa (la superficie come unico orizzonte possibile) significa solo assenza di spessore e nient’altro. E se private di quello spessore vitale anche le azioni dei personaggi perdono radicamento e potenza e, molto spesso, smettono improvvisamente di significare.


Statistiche

#2 quarto frammento

Lo stesso giorno in cui Karl Rossman si presentò per essere assunto al Teatro di Oklahama, si presentò anche un altro ragazzo, di origini bulgare ma di madre greca, che per qualche anno aveva lavorato come meccanico ma aveva finito con l’annoiarsi, e che, soprattutto, non aveva portato con sè in America alcun parente, amico, o ricordo.
Naturalmente c’era, tra gli sportelli di reclutamento, anche quello per ragazzi bulgari di madre greca, ma quando a questo sportello gli chiesero cosa volesse fare e lui dichiarò che non c’era niente al mondo che volesse fare, gli addetti all’assunzione, pure volenterosi, si trovarono molto perplessi. Era infatti impossibile trovare un posto nel Teatro a qualcuno che dichiarasse di non voler fare niente, e così, seppure con rammarico, e seppure dopo aver cercato parecchie volte di convincerlo che ci doveva per forza essere qualcosa che egli volesse fare nella vita, si videro costretti a rifiutare la sua domanda di assunzione e a rimandarlo a casa.
Seduto nella grande piazza polverosa davanti all’ippodromo, mentre in cielo si addensavano strane nuvole violacee, il ragazzo pensò che il suo destino era ben misero, se non riusciva ad essere assunto nemmeno al Teatro di Oklahama. E che sebbene non volesse alcun posto nella vita, allo stesso modo avrebbe voluto avere nel Teatro il posto riservato a tutti coloro che non vogliono un posto nella vita: purtroppo però, come gli era stato ripetuto più volte, quel posto era l’unico non disponibile.
E a riprova della sua inconsistenza la gente che attraversava indaffarata la piazza sembrava non accorgersi di lui, e addirittura una ragazza, ancora vestita da angelo, gli sbattè contro e cadde a terra, e una volta che si fu rialzata rimase a guardarsi intorno perplessa, e anche un po’ spaventata, come se non si fosse resa conto che dell’ostacolo che aveva intralciato il suo cammino, e anzi come se non riuscisse proprio a vederlo.
In quel preciso istante il ragazzo capì che aveva cominciato a scomparire.

#1 due pittori

Due amici, entrambi pittori, hanno una discussione. Il primo sostiene che la vita vada vissuta in maniera eroica, nel totale dispendio delle proprie energie. Il secondo parla di naufragi, del vuoto che inghiotte ogni speranza, del disastro sottile e ineluttabile che grava sull’esistenza umana.
Il primo dice che vorrebbe morire giovane per regalare alla sua parabola il carattere dell’assoluto, vorrebbe scalare ogni vetta del mondo e di lì contemplare il mare di nebbia della gente comune. Ad impedire la sua ascesa è la concretezza della materia, la banalità dei giorni scanditi dal tempo, le imperfezioni del corpo.
Il secondo afferma che la morte è il suo pensiero ossessivo ormai da vent’anni, e che una certa sensazione di sradicamento lo costringe a stare sempre in casa fingendosi malato: per il resto lavora poco, e ogni volta che completa un quadro lo appoggia alla parete per non spostarlo più. D’altra parte, dice, dipinge solo per passatempo, perchè anche la pittura, come le altre attività umane, è stupida e vana.
A questo punto il primo amico obbietta che ci vuole certamente molto eroismo per continuare a condurre una vita nella quale non si crede, e altrettanto eroismo è implicito in un atteggiamento di tanto profonda rassegnazione mista a quell’ironia che è il maggior pregio dell’amico.
L’amico, però, afferma che la sua ironia non è fatta per divertire gli altri ma soltanto sè stesso, e che il suo movimento è così inutilmente circolare che ha finito con il perdere per lui ogni senso, tanto che lui stesso non saprebbe dire, in questo preciso momento, se sta continuando a vivere o se al contrario si trova in un altro posto.
Interpellato su quale sia questo posto, però, non sa come rispondere, e porta questa sua indecisione come prova decisiva della sua totale incapacità di sollevarsi.

yelena sul ghiaccio

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Adesso era a me che toccava fuggire
(R. Bolaño)

A quell’epoca avevo quindici anni e abitavo in periferia. Vestivo sempre uguale: le trecce bionde sotto la cuffia di lana, i jeans strappati infilati nelle dottor martins.
Gran parte della mia giornata trascorreva camminando nella neve. Ricordo neve dappertutto: il parco ricoperto di neve, la ferrovia bloccata, le fabbriche che aprivano in ritardo. Un inverno da Unione Sovietica. Da crepuscoli atomici.
E mia madre che mi chiamava dall’altra stanza.
“Martina, ho scordato le uova. E due pacchetti di Ms. Ah, e la ricetta per quelle pastiglie, dove l’hai messa?”
Mi ricordava il ronzio del frigorifero. Allora uscivo.
Non so cosa fosse successo al cielo, in quel periodo. Aveva un aspetto livido, malaticcio. Sembrava il cielo Auschwitz dopo la liberazione, come si vede in tv, nelle immagini di repertorio.
Fuori faceva freddo, un freddo insopportabile. Non potevi rimanertene all’aria aperta per più di un’ora. Dopo un po’ eri costretto a cercarti un riparo.
Il più delle volte andavo a casa di Luca.

Luca era il mio migliore amico. Ci conoscevamo fin da piccoli, dai tempi della colonia estiva. A Orbetello, in Toscana, doveva essere il 1995.
Suonavo il campanello e salivo le scale del palazzo, scale gelide che sapevano di carne bollita. Luca stava tutto il giorno chiuso in camera. Leggeva libri di fantascienza, fumetti della Marvel e Kafka. Poi disegnava. Disegni pieni d’angoscia per qualcosa di invisibile.
Non mi piacevano per nulla.
Disegni di gente mutilata, a cui mancava una gamba o un braccio oppure tutti i denti. Non mi piacevano per nulla, ma allora non sapevo ancora come sarebbe andata a finire.

Mi sedevo accanto alla finestra e fumavo le sue sigarette. Luca metteva un disco: i Sonic Youth, i Pearl Jam, i Marlene, i Verdena.
Per lo più gli parlavo di Bibo, il ragazzo di cui mi ero innamorata.
Era più grande di noi e frequentava altri giri. Lo conoscevo perché ogni tanto ci vendeva il fumo, a Erica e a me. Poi aveva cominciato a venderci il popper e qualche funghetto. Poi una sera era scomparso con Erica dietro il municipio, e da quella volta tutti sapevamo che se la scopava.
Quella volta avevo dormito a casa di Luca. La mattina mi era venuta paura di uscire casa, nonostante fosse ancora settembre e ci fosse ancora il sole e non avesse ancora cominciato a nevicare.
Ero rimasta a casa di Luca quattro giorni.
Mia madre le aveva provate tutte, per portarmi indietro. Alla fine aveva chiamato i carabinieri. Ero salita sulla volante senza dire una parola, ma avevo freddo e mi veniva da vomitare.
La gente del palazzo mi guardava dalle finestre.
Anche Luca mi guardava, dalla porta della scala E, immobile come un pezzo di legno. Non un gesto, non una parola, niente di niente.
Restava lì e mi guardava, senza espressione.

In quel periodo, anche Luca stava vivendo un amore infelice.
L’amore di Luca era russo. Si chiamava Yelena.
Una ragazza piuttosto insignificante. Bionda, leggera, diafana. Ti faceva pensare ad un origami. Era una pattinatrice su ghiaccio e in prima stava in classe con noi. Prima B, liceo scientifico Salvador Allende. Poi aveva lasciato per dedicare tutto il suo tempo allo sport.
Era successo così, in un’estate. Prima c’era e poi non c’era più. Luca era diventato più silenzioso.
Io, con Yelena, avevo parlato sì e no due volte in tutto l’anno. La prima volta avevamo parlato della macchina del caffé, che non funzionava.
La seconda volta le avevo chiesto della Russia. I suoi avevano lasciato Mosca nel 1990, quando Yelena aveva cinque anni.
“Perché?”, le avevo chiesto. E lei aveva risposto:
“Perché mio padre è comunista”.

Uno dei passatempi preferiti di Luca era disegnare Yelena. La ritraeva in tutte le posizioni. Ritraeva anche singole parti del suo corpo, come il gomito o il ginocchio, per esempio.
Però in questi disegni era sempre presente un’interferenza: un grosso cappello che copriva il volto, un’inflorescenza al posto della mano, una serratura al posto della bocca.
Una volta scrisse un racconto che parlava di Yelena. Era un racconto di fantascienza.
In una città devastata e semideserta, pezzi di corpo umano sorgevano dall’asfalto. Assemblandosi gli uni agli altri davano vita ad una donna di vetro.
Nelle ultime righe del racconto la donna cominciava a ballare, mentre qualcosa di enorme e innominabile esplodeva all’orizzonte.

Tutto questo successe durante il primo anno di liceo.
Poi venne l’estate e partii per l’Inghilterra. Tornai a casa con una settimana di anticipo e un principio di intossicazione alimentare. La famiglia aveva trovato delle pastiglie nel cassetto del comodino e l’aveva detto agli accompagnatori. Loro mi avevano mandata a casa con il primo aereo.
Questo a luglio. Ad agosto Luca stava in riviera con i suoi e non ci vedemmo.
Sul finire di agosto feci per la prima volta un pompino ad un ragazzo, sotto le gradinate del campo sportivo abbandonato. Poi ricominciò la scuola.
Yelena non c’era più. Luca era diventato strano, quasi non lo riconoscevo.
Poi cominciò a nevicare.

Un pomeriggio di gennaio stavo con Luca davanti al Penny della circoscrizione nord-est. Avevamo comprato un pacco di pop-corn e due lattine di birra, che non riuscivamo a bere per via del freddo.
Non avevamo programmi per il pomeriggio. Stavamo in una zona desolata: case popolari, un parcheggio, un prato ghiacciato cosparso di rifiuti, un muro diroccato e il CPT.
E poi il palazzo del ghiaccio.
Quello dove si allenava Yelena.
“Ogni tanto ci vengo”, disse Luca. “A vederla pattinare”.
“Perché non entriamo?”, chiesi. “Non abbiamo niente da fare, intanto”.

Stava lì in mezzo, in quel quadrato di ghiaccio, ed era bellissima. Il quadrato era enorme e lei piccola e fragile. Le gradinate erano vuote. La pista era vuota. Era l’unico essere umano in tutto l’edificio.
Ed era bellissima. Yelena sul ghiaccio era tutta un’altra cosa che Yelena sulle scale del liceo scientifico Allende.
“Che bella”, dissi.
Ma gli occhi di Luca erano due biglie scure.
Poi mi accorsi dell’allenatore. Un vecchio basso e mingherlino, con una faccia da cane. Era vestito da sci. Stava al bordo della pista e fumava sigarette che poi spegneva sotto le suole delle scarpe.
Ad un tratto si voltò verso di noi e cominciò a fissarci.
Luca disse: “Andiamo via”.

L’inverno trascorreva in questo modo. Luca al palazzo del ghiaccio, io alle feste nei capannoni industriali. Storie d’amore e crepuscoli atomici.
Ero un po’ innamorata di Alberto dei Verdena, ma solo quando fuori il cielo era troppo basso e viola per uscire.
Allora Alberto cantava: “E anche se non c’è miele | mi viene dolce | e penso sempre lo stesso | mi affogherei”.
Volevo che Bibo mi scopasse. Che mi facesse salire sulla sua Punto, accostasse in un parcheggio deserto e cominciasse a scoparmi.
Ma questo non succedeva.
Passavano i giorni. Luca era sempre più silenzioso ma io non me ne accorgevo.
Io, a quel punto, stavo già cominciando a fare confusione. Confondevo le donne bioniche con la matematica, Altair IV con le allucinazioni da funghetto, la civiltà post-atomica con il punk, il volto di Kurt Cobain con quello di Bibo, il mio corpo con quello di Yelena.
Con Luca mi vedevo poco. Ognuno stava rintanato nella sua storia d’amore. All’intervallo fumavamo insieme. Di solito nessuno dei due diceva una parola.

Yelena pattinava sul ghiaccio. Il liceo scientifico Allende era coperto dalla neve.
Luca passava le ore di matematica a disegnare corpi di donna. Fragili come ramoscelli. Destinati alla distruzione.
Anche il cortile del liceo era ghiacciato. Un rettangolo d’erba secca, dove si ammucchiavano vecchi mobili, pacchi di riviste letterarie ancora avvolte nel cellophane e cocci di lampade al neon.
Per il resto erano lunghe camminate in un edificio vuoto.
Corridoi vuoti e lampade al neon. Lavagne, scale, interminabili ore di ginnastica passate con i Tre Allegri Ragazzi Morti nel lettore cd.
Ogni mercoledì pomeriggio il cineforum. Lo gestiva un ragazzo rachitico di quinta. I titoli erano cose come “Milano calibro 9”, “Napoli violenta” eccetera.
Storie di malavita cittadina, dove, nel finale, il buono moriva di cancro o tradito dalla fidanzata.
Oppure film fascisti. Questo almeno è quello che ricordo.
“E anche se non c’è miele…”
Luca era lontano anni-luce, sul Terzo Pianeta, in una realtà parallela. Di Yelena non sapevo più nulla. Di Bibo nessuna traccia.

Poi, sul finire di febbraio, successero due cose.
Un pomeriggio passai a trovare Luca. Mi aprì sua madre. Non era in casa, ma sarebbe tornato presto. Volevo aspettarlo in camera sua?
Sì, volevo.
Andai a sedermi sul letto. Le imposte erano chiuse. Le aprii sul cortile interno, sul palazzo di fronte con i panni stesi ad asciugare.
Nel cortile c’era un gatto. Stava annusando la carcassa di un piccione. Poi mi accorsi dei disegni.
Erano appesi alle pareti di cartongesso con le puntine da disegno.
Raffiguravano tutti Yelena. Yelena con le braccia sollevate, Yelena su una gamba sola.
Una particolarità: niente interferenze. Niente mutilazioni, niente cappelli, niente inflorescenze, niente serrature.
Fu a questo punto che mi accorsi di qualcosa. Li guardai da vicino. Poi mi allontanai. Poi uscii sul balcone e inalai tutta l’aria che mi fu possibile.
Poco dopo arrivò Luca.

Alcuni giorni più tardi si mise a piovere.
Era un lunedì. Passai la serata a guardare la pioggia battere contro i vetri. Guardai un film alla televisione e verso le undici andai a dormire.
Quasi subito dopo un rumore mi svegliò.
Il cellulare. Stava suonando. Guardai l’ora: l’una e venticinque.
Era Luca. Si scusò per avermi svegliata. Disse che non riusciva a dormire. Disse che qualcosa non andava.
Gli chiesi che cosa c’era che non andava e subito me ne pentii.
Allora lui cominciò questo discorso. Un discorso sulla paura e sulla fragilità e sugli errori che gli uomini commettono senza nemmeno rendersene conto. Parlò del destino collettivo della specie e dell’autodistruzione. Parlò dei suicidi di massa.
Disse che esiste una razza di uomini che possiede il dono della percezione, esseri senza pelle che espongono al mondo la carne viva e i nervi.
Poi disse: “Non posso credere che stia succedendo davvero”.

Questo accadde la notte di lunedì.
Martedì Luca non venne a scuola. Quando gli telefonai, quel pomeriggio, disse che aveva la febbre. Che sarebbe mancato da scuola per un po’. Che non passassi a trovarlo perché era in uno stato pietoso, mal di testa, vomito, brividi di freddo.
Due giorni dopo morì Yelena.

Appresi la notizia dalle mie compagne di classe. Poi lessi il giornale e guardai il TG regionale.
Era stata investita da un furgoncino che trasportava piastrelle. Il furgoncino le aveva strappato la gamba destra dal corpo. Era morta dissanguata in pochi secondi, prima che l’ambulanza arrivasse.
L’autista era stato fermato dalla polizia e interrogato.
Non era ubriaco, non andava oltre il limite di velocità, non aveva avuto un colpo di sonno. Aveva la fedina penale pulita. Era attendibile.
L’unica cosa che disse fu che non l’aveva vista. Che era comparsa dal nulla. Che si era praticamente buttata sotto le ruote.

La prima cosa che feci fu di chiamare Luca.
Rispose sua madre. Luca non c’era. Mancava da casa da più di ventiquattrore. Forse io avevo idea di dove fosse andato a finire.
“Ma non aveva la febbre?”, chiesi.
Sua madre disse: “Febbre?”

Solo a questo punto cominciai a mettere in ordine gli eventi.
Ci volle un decimo di secondo, il tempo di posare il ricevitore sul tavolo della cucina.
Yelena lascia il liceo. Luca diventa più silenzioso. Yelena al palazzo del ghiaccio. Luca disegna pezzi di corpo umano. Yelena viene mutilata e uccisa da un furgoncino che trasporta piastrelle. Luca scompare.
Un furgoncino è un oggetto. Un oggetto è il mondo. Yelena era fatta di vetro, troppo fragile per il mondo.
Luca lo sapeva. Stava immobile come un insetto e aspettava il momento giusto. Stava lì fermo, senza espressione, come un fantoccio senza vita.
Luca sapeva tutto fin dall’inizio.

Fu a questo punto che tutto divenne chiaro.
Allora andai a sedermi sul divano del salotto e accesi la televisione.
Passò una settimana. La storia era sulla bocca di tutti, ma potevi non ascoltarla. Potevi far finta di niente oppure cambiare canale e guardare un documentario sui coccodrilli.
A volte mia madre piangeva.
Si sedeva sul divano accanto a me, mi prendeva la testa tra le mani e si metteva a piangere. Mi chiedeva di parlare. Diceva che dovevo alzarmi dal divano, farmi la doccia, mangiare.
Io ogni tanto mi alzavo per fare la doccia e per mangiare, ma poi tornavo a sedermi davanti al televisore. Guardavo documentari. Partite di calcio. Talk show. Televendite.
Dicevo: “Mamma, sto solo guardando un po’ di tv”.
Ma non era vero.
Solo che lei non poteva capire. Mia madre non crede nel destino. Dice sempre che bisogna darsi una scossa, tornare a combattere.
Non poteva capire quello che stava succedendo. Non sa cosa significa attendere e non sa cos’è la paura.

Non sa cos’è il desiderio.
Una mosca nella tela del ragno non desidera soltanto di essere divorata. Una donna sì. Ero caduta nella trappola, non potevo far altro che aspettare.
Luca aveva ragione.
Sembrava impossibile, ma stava succedendo davvero.

Passavo sul divano anche la notte. La tv accesa. Il volume a zero.
Mia madre mi aveva portato una coperta. Ogni tanto il cellulare squillava, ma io non rispondevo.
Mi accorsi del rumore quasi subito. Mi svegliai, mi tirai a sedere, guardai l’ora: le cinque meno venti del mattino.
Buio. Silenzio. In tv una programma di automobili.
Rimasi in attesa. I denti stretti, tutti i muscoli in tensione.
Poi sentii di nuovo il rumore. Qualcosa che grattava alla porta. Qualcosa che grufolava. Come un rumore di sottobosco, un rumore selvatico.
Continuava a grattare. Rumore di unghie contro la porta.
Allora capii che era arrivato il momento.
Mi alzai e andai ad aprire.

(photo by Sputnik… – flickr.com)

scomparire

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I.

Entrata

Un giorno gli ordini erano cambiati. La politica del governo era cambiata. Un corpo speciale della polizia era stato istituito per neutralizzarci. Renderci inoffensivi, in qualsiasi maniera.
Annichilirci, si diceva.
I metodi ricordavano quelli delle giunte militari sudamericane. Erano richieste efficienza e discrezione.
Silenzio, soprattutto. La guerra si combatteva là dove le parole non potevano arrivare. Dove la civiltà dell’abuso linguistico cedeva il campo ai fatti, spogliati da ogni interpretazione.
Era questione di affermare il proprio corpo. La propria esistenza fisica. Non cedere all’invisibilità, alla sua tentazione.
Cadevamo a decine, come mosche. I giornali non riportavano alcuna notizia. Le proteste di parenti e amici si spegnevano nel vuoto.
Non esistevamo, non eravamo mai esistiti.
Scomparire nel nulla, tutto qui.

Il 25 luglio del 2022 cominciava il terzo mese della mia latitanza. Ero un condannato a morte. Avevo paura.
La settimana prima avevo parlato con la digos. Avevo barattato la mia fuga con qualche delazione. L’unica scelta possibile.
Finivamo tutti così, prima o poi.
La bravura stava nel vivere al confine. Sfruttare le correnti d’aria. Disperdere la propria identità nel pulviscolo della superficie.
Un unico corpo, molte vite.
Un lavoro, un hobby, un cane.
Una ragazza. La mattina del 25 mi svegliai accanto ad Estela. Ci frequentavamo da alcune settimane. Estela non era il suo vero nome, come Danny non era il mio.
Era bella. Leggera. Slanciata. Seni piccoli e appuntiti. Capelli bianchi, secondo la moda di quell’estate.
Estela e Danny, senza un passato e senza un futuro.
Era giusto così.

Estela di mattina. Estela alla finestra. Estela nel chiarore del bagno, inondata di luce.
Restai a casa sua fino a mezzogiorno. Pranzammo insieme, nel ristorante vegano di un amico. Poi la accompagnai alla stazione della sopraelevata più vicina. Scomparve in un vagone.
Scesi nei quartieri sotterranei per aspettare che calasse il sole. Giocai a biliardo. Dormii qualche ora su una panchina.
Quando tornai in superficie si vedevano le prime stelle.
Restai a guardarle a lungo.
La mia fuga era cominciata.

1.

Una sera plumbea d’estate. Poche stelle in un cielo viola pallido. Alberi alti, fiume silenzioso. Traffico di esseri umani e mezzi elettrici.
Discreto, come sempre.
Torino è calma. Una quiete che ricorda l’apnea. Che spinge a nuotare più che a camminare, come pesci in una boccia di vetro.
Torino, il centro di Torino, non è più dei torinesi da almeno dieci anni. È un luogo d’incontri, come ogni altra città. Una rete. Uno spazio sicuro e protetto dove si spostano capitali, si firmano contratti, si stringono accordi.
Dove nascono mode e si lanciano idee. Un paradiso di luci e colori. Di cartelloni oleografici e architetture d’avanguardia.
Un film all’aria aperta, il tuo personale videogioco.
A quest’ora i protagonisti sono gli studenti. Bevono birra sui gradini dell’università. Giocano a calcio. Ascoltano musica.
Io, per ora, sono solo una comparsa.

Cammino lungo corso San Maurizio. Ora è buio. Le quattro lune sono accese. La ovest è gialla, questa sera. È ben visibile. Vicina.
La nord è azzurra. Oscilla. Ogni tanto la cima di un palazzo la copre. Poi ricompare.
Cammino tra i due dischi, in direzione nord-ovest. Mi fermo a compare le sigarette e un’auto della polizia mi passa accanto. Non rallenta.
Indosso jeans attillati e felpa con cappuccio. Porto bene i miei trent’anni. Non sono un tipo sospetto, almeno per sbirri di quartiere come questi.
Quelli che mi cercano per ammazzarmi non sanno nemmeno cosa sia, un tipo sospetto. Non fanno differenze. Non interpretano.
Ti fanno a pezzi, senza badare a come sei vestito.
In dieci minuti sono ai Giardini Reali, stazione della sopraelevata. Sulla piattaforma c’è un gruppo di impiegati che viene dall’aperitivo. Parlano ad alta voce. Ridono.
Il treno arriva quasi subito.
Mi guardo intorno, in cerca di un vagone vuoto.

Interferenza

Appoggiai la testa al finestrino. Svuotai la mente. Non potevo permettermi sentimenti umani. Niente paura. Nessun rimpianto.
Guardavo la città passarmi sotto come un plastico. Torino dall’alto è un luna park. Un divertimento infantile. La mia fuga era parte del gioco, così come la mia morte. E giocare era un dovere, un destino.
Per qualche motivo mi ritrovai a pensare come tutto era cominciato. Dal basso. Dai sotterranei. Dal fango, dall’odore delle spezie, dalle macerie.
Il sottosuolo ci aveva generati. Ci aveva protetti.
Ci eravamo mischiati con gli immigrati, con gli artisti, con le puttane. Con gli spacciatori. Con terroristi dell’Eta e registi di snuff movies.
La seconda fase era stata la superficie. Avevamo mostrato i nostri volti. Eravamo scomparsi là dove eravamo più visibili.
Un unico corpo, molte vite.
Una faccia, molte identità.
Nella massa il singolo è molteplice. Ciò che un momento esiste può scomparire il momento dopo.
Quasi tutto può essere edificato dal nulla.

E ora come finiva?
A venti metri d’altezza, nel vagone di una monorotaia. Una Torino di cartapesta. Un mezzo ad alta velocità e basso consumo energetico. Muzak in diffusione costante, per rilassare la mente e il corpo.
Qual era stato l’errore?
Dov’era il significato?

2.

Di colpo tutto si ferma. Le porte automatiche si aprono. Silenzio. Attesa.
Sullo schermo al plasma compare una scritta. “Monorotaia sopraelevata 413, linea verde. Parco della Pellerina, stazione di fine corsa”.
Capolinea. Devo scendere. Immergermi in quest’ultimo strascico della città. Da qui si continua a piedi.
Prendo l’ascensore. La prima cosa che noto è il buio. Niente lune artificiali, illuminazione stradale scarsa. Bagliori azzurri dalle finestre dei caseggiati popolari. Televisori che trasmettono partite di calcio.
Quello che trovo oltre non mi sorprende. Cantieri. Edifici diroccati. Officine meccaniche. Gelaterie.
Poi venditori ambulanti di kebab, negozi stracolmi di paccottiglia cinese, rosticcerie africane e peruviane. La periferia degli immigrati e il suo declino stabile, eterno. Una Torino che in superficie è rimasta soltanto in cintura, ai margini estremi della città.
Un mondo sconosciuto, praticamente.

Sono fermo davanti a un muro di mattoni rossi. La fine di un vicolo cieco. Tutto è molto buio.
C’è odore di cibo e grasso per motori. In fondo, sulla strada principale, passano ombre scure. Esseri umani che strisciano contro le case, come scarafaggi. Altri fantasmi che scompaiono dietro un angolo, sotto la saracinesca di un negozio pakistano.
Un muro di mattoni rossi. Una porta. Sulla porta c’è una scritta: “Amici del cinema d’essai”. Sotto un nome illeggibile, cancellato con un pennarello nero.
Questo è il luogo.
Guardo l’orologio al polso. Le nove meno due minuti. Centoventi secondi di angoscia. Poi mi guardo attorno.
Afferro la maniglia.

Interferenza

Avevo incontrato l’agente Donato della digos la sera del 19 luglio. Un appuntamento in una tavola calda come tante. Cibo cinese precotto. Una cameriera carina, frangia sugli occhi e auricolari. Telegiornale nei megaschermi che rimpiazzavano le finestre.
Avevamo scelto il sottosuolo per ragioni di sicurezza. Un piede sottoterra ed è come la legione straniera. Nessuno ti ha visto, nessuno fa domande.
I patti erano chiari. I nomi dei miei diretti superiori in cambio di un biglietto per Marrakesh. E della strada sgombra per arrivarci, naturalmente.
In fondo avevamo tutti qualcosa da guadagnare. Io la vita. Donato una promozione.
La digos stessa ci guadagnava. Elogi. Riconoscimenti. Discredito della polizia segreta rivale. I NAT si lasciano sfuggire il condannato, la digos arresta i suoi superiori. Foto sui giornali. Interviste.
Discredito significa meno soldi per i nuclei antiterrorismo e più soldi per la digos. Più soldi significa più impunità. Più impunità più potere.
E il potere significa tutto: è lì che comincia la vita.

Le istruzioni erano semplici. Poche direttive. Qualche consiglio sibilato tra i denti. Una caccia al tesoro. Solo una delle tante, in fondo.
Non c’era nessuna regola, soltanto un luogo da raggiungere. Un anonimo cinema d’essai in periferia, al capolinea della linea verde. Una porta su un muro di mattoni rossi. Sulla porta un nome illeggibile.
Alle nove sarebbe cominciato il film. Avrei aperto la porta. Mi sarei trovato di fronte a due sale, una più grande e una più piccola. Quella grande era la sala cinematografica vera e propria. Quella più piccola una specie di salotto.
In questa stanza un uomo magro vestito di giallo mi avrebbe atteso.
Mi avrebbe accompagnato ad un’altra porta, più piccola.
Da questa porta in un cortile.

3.

Un attimo di apnea che si trasforma in ore, giorni, anni.
Un attimo perché tutto crolli. La certezza di essere dalla parte della ragione. La possibilità di salvarsi. Tutto.
Sono immobile in uno spazio senza coordinate. Il muro di mattoni rossi è alle mie spalle. La porta anche. Ho ancora una mano sulla maniglia. Come se bastasse un passo indietro per ristabilire le regole. Come se esistesse una possibilità d’errore.
Non è così. E’ chiaro che non è così. Non c’è nessun errore. Il luogo è quello giusto. E anche l’ora è quella giusta, perché non esiste un’ora sbagliata, non per questo genere di cose.
Resto immobile guardando un cielo che non dovrebbe esserci. E un prato che non dovrebbe esserci. E i grilli che cantano in questo prato. E poi il binario arrugginito che mi passa sotto i piedi, la vecchia locomotiva, i resti di una costruzione in mattoni.
C’è una linea morta della ferrovia, in questo posto. Senza alcun dubbio una vecchia stazione abbandonata.
Non ha alcun senso.

Riesco a muovere qualche passo e il primo istinto è la fuga. Correre, a perdifiato. Uscire da questa dimensione irreale. Tornare allo scoperto, dove quello che conta sono i muscoli e il sangue. La lotta animale, senza spazio per i dubbi.
Non riesco a decidermi.
Non ho coraggio sufficiente per rispondere alle domande che mi pongo . Sono stato tradito? Da chi? Dalla digos? Dai miei compagni? Hanno fatto a me ciò che io ho fatto a loro?
Realizzo che non ci sarebbe nulla di strano. È un vicolo cieco. Una soluzione senza uscita. Una soluzione senza uscita si chiama: panico.
Mi appiattisco contro i muri. Cerco di scomparire.
Poi torno a farmi visibile, attendo l’agguato con tranquillità. Forse sarà dolce. Facce coperte da passamontagna e mitragliatori kalashnikov. Un’esecuzione sommaria, impersonale.
Non è me che stanno uccidendo. Non sono loro che io ho ucciso.
La risposta è una sola.
Siamo la stessa cosa.

Dieci minuti e non succede niente. Accendo una sigaretta. Aspetto.
Venti minuti. Ancora niente.
Mezzora. Poi delle ombre. Vengono nella mia direzione e si muovono in fretta. Sono in quattro, forse di più. Cerco di vedere i loro volti, ma sono troppo lontani.
Tengo una mano sulla maniglia e una sul muro in mattoni. Sono pronto a scappare.
Poi succede qualcosa. Le ombre scompaiono, come inghiottite dal terreno. Trattengo il respiro. Svuoto i polmoni. Mi rilasso.
Tutto si fa molto chiaro.
Un quartiere sotterraneo. Ci deve essere un ingresso da qualche parte. Ha inghiottito le ombre, mi farà scomparire.
Per un attimo sono me stesso nella sua forma più essenziale. Un impulso. Un fremito incontenibile.
Qualcosa dentro di me torna a vivere.

4.

La scala finisce in un lungo corridoio illuminato al neon. Il traffico di esseri umani è intenso. Arabi, africani, sudamericani, cinesi. Qualche bianco.
Il solito meltin’ pot del sottosuolo.
Senza dubbio il corridoio è una delle arterie principali del settore. È intitolata a Fidel Castro. Sotto il nome c’è solo la data di morte, marzo 2004.
Sono ricordi d’infanzia. La notizia sui megaschermi. Il sangue. La rivendicazione della CIA. Le folle. I carri armati statunitensi. L’invasione.
Mi fermo sul bordo della strada, mi appoggio al muro. È un negozio di animali. Alcuni li conosco. Altri sono modificazioni genetiche illegali, create per i salotti dei ricchi. Per le modelle e le rockstar.
Da un grosso acquario un pesce verde chiaro mi guarda. Ha occhi grossi e neri come quelli di un vitello. Di nuovo quella sensazione di apena.
Accendo una sigaretta.

Con il passare dei minuti la folla di avenida Fidel assume compattezza. Ogni secondo che passa è qualcosa di più omogeneo. Qualcosa di fluido e lento, come acqua.
Questa gente non si trova qui per caso.
Lo realizzo in un attimo. Lo capisco dagli sguardi, dall’andatura cadenzata, dal silenzio sospeso. Questa gente ha una direzione. Uno scopo. Una meta da raggiungere.
Qualcosa sta accadendo in fondo alla via, oppure oltre.
Adesso è lampante. Impossibile non comprenderlo. Non mi trovo in mezzo ad una trafficata via di un quartiere sotterraneo. Qui si respira un’atmosfera diversa. C’è qualcosa di grosso nell’aria. Qualcosa di sacro.
Questa è una processione, senza dubbio.

È chiaro che tutto questo non mi riguarda. Dovrei cercare un albergo per passare la notte. Dovrei mettermi in contatto con la digos e chiedere spiegazioni. Trovare una stanza buia e chiudere gli occhi e riordinare le idee.
Poi la vedo.
È in mezzo alla folla. Cammina lentamente, ciondolando appena. Ha lo sguardo fisso davanti a sé. Guarda qualcosa che sta oltre avenida Fidel, oltre il quartiere sotterraneo, da qualche parte nella sua testa.
Estela.
Conosco quello sguardo. So cosa significa sul suo volto. So che dovrei starne lontano, che potrebbe andarne della mia vita. Ma non importa. Non importa più niente, ormai. Ho bisogno di qualcosa di umano. Di una voce conosciuta, di un odore, di un corpo da stringere al mio.
Quello che sto per fare è un errore. Lo so e non mi interessa.
Corro in mezzo alla folla. Non sono esseri umani, questi, sono corpi senza vita. Li sposto come oggetti. Mi faccio largo tra braccia e gambe che non badano al mio passaggio, sembrano non accorgersi della mia esistenza.
La raggiungo. Indossa un abito di seta indiana. Sandali. Un anellino al naso, tanti anelli nelle orecchie.
La tocco. Mi vede. Per un attimo sembra non riconoscermi.
Poi sorride.

Interferenza

Inizialmente era contraddistinta da una sigla. Numeri, lettere. Non ricordo. E’ passato molto tempo, forse l’ho scordato.
Però c’era una sigla. Una volta. Quando ancora esisteva una concorrenza. Quando si parlava ancora di droghe estrinseche e di droghe intrinseche. Di droghe leggere e di droghe pesanti.
Una volta potevi decidere. Potevi restare in piedi a ballare la techno per quattro giorni e poi andare al lavoro come niente fosse. Potevi sniffare anestetico per cavalli e smettere di esistere per ore, giorni, settimane. Potevi aprirti, chiuderti, allontanarti, trasformarti, scomparire.
Fu una questione di pochi mesi. Man mano che le altre droghe sparivano dal commercio il suo nome si faceva più vago, più sottile.
Poi più nulla.
Bastava un’occhiata rapida, un breve cenno del capo, un’allusione. Era sufficiente per capirsi. Milioni di persone accomunate da un’unica esperienza collettiva. Tribù di giovani e imprenditori di successo. Segretarie e puttane. Guardie e ladri.

La “droga totale”, come la chiamavano i giornali, era stato il primo passo verso la nuova epoca. Era venuta prima della guerriglia. Prima dei quartieri sotterranei. Prima delle persecuzioni.
Era entrata nella vita delle masse con una naturalezza sorprendente. Aveva combattuto lo stress e la noia, la bulimia, le manie ossessivo compulsive. Tutti, seppure in misura diversa, ne facevano uso.
Io non l’avevo mai presa prima di allora. Ai compagni era vietato. La guerra santa era una questione di calcolo, non di fantasia. La purezza del corpo era un dovere verso la causa.
Credevamo si trattasse di un’evasione. Sbagliavamo. Non potevamo comprenderla. Non avevamo gli strumenti per spiegarla. Nessuna parola del nostro lessico era capace di definirla.
Ora lo so. Non era un’evasione.
Una nuova dimensione dell’esistenza, tutto qui.

5.

Camminiamo fianco a fianco, mano nella mano.
Alla mia destra c’è Estela. Alla mia sinistra c’è uno sconosciuto, un nero sui quarant’anni, alto, solido. Guardo i loro volti, cerco i loro sguardi. Non ci sono. Da nessuna parte. Penso che tutto questo è giusto. Non c’è stato nessun errore. Non c’è nessun significato.
Camminiamo piano, senza parlare. Percorriamo passo dopo passo la strada della salvezza. Che è anche la strada della disperazione, della nausea, del prurito: non abbiamo possibilità di scegliere, non la vogliamo.
La processione ha rallentato. Si è fatta ancora più compatta. Più densa. Un liquido oleoso, corpi che si sciolgono in altri corpi e scivolano sotto i neon di un quartiere sotterraneo.
Ci accalchiamo all’imbocco di una piccola via. Siamo pulviscolo. Massa che esplode in miliardi di singoli frammenti, eppure un unico essere.
Un singolo fatto, infinite interpretazioni.

All’improvviso mi accorgo di qualcosa. Le scritte. Le insegne dei supermercati, i cartelli stradali, gli slogan pubblicitari. Le lettere si confondono. Sfuggono. Si mischiano tra di loro.
È come una vertigine. Come se la testa mi si stesse riempiendo d’acqua, un’acqua calda e densa nella quale è possibile respirare.
Tutto questo è giusto.
Mi sento leggero, come non lo sono mai stato.

6.

Non c’è soluzione di continuità in quello che accade. Perché tutto accade, senza una causa e senza conseguenze.
La strada nella quale ci troviamo è stretta e buia. Ho l’impressione che vada aggrovigliandosi e stringendosi allo stesso tempo. Come il fondo di un imbuto. Come l’intestino di un grosso animale.
La processione si è fatta rumorosa. Canta. Mormora. Emette rumori incomprensibili, fischia, stride, sbuffa. Aspettiamo qualcosa. Quello che aspettiamo è vicino, sempre più vicino ad ogni passo.
Poi quel qualcosa succede, ed è una liberazione.
Il viottolo si allarga. Mi guardo intorno. Una piazza. Una piccola piazza tonda, circondata dai portici. Si fa silenzio, un silenzio religioso, soltanto il rumore dei passi sul grigio plumbeo dell’asfalto.
La piazza è gremita di persone. Qualcosa le attrae verso il centro. Guardo Estela, che è occhi sgranati e muscoli in tensione. Seguo il suo sguardo.
Allora lo vedo.
È qualcosa di luminoso. Un oggetto delle dimensioni di una valigia da viaggio, oppure un animale.
Un corpo. Un corpo rannicchiato che emana una luce chiarissima, bianca.
Centinaia di persone si stringono intorno a quella luce, come falene intorno a una lampada.

Interferenza

Non esiste soluzione di continuità. Esiste un unico errore, dal quale tutti gli altri derivano: la coerenza. La pretesa di essere uguali a sé stessi. L’obbligo di un significato.
Ti svegli una mattina con la consapevolezza della scommessa. Hai puntato tutto su una fuga disperata. Non ci sono mezze misure: se vinci sei salvo, altrimenti muori.
Poi basta un particolare, una nota stonata, una dissonanza. E tutto crolla. Le cose perdono il loro aspetto familiare. L’aria si fa rarefatta. Comincia il mondo della mitologia, l’universo degli impulsi animali.
Nessuna regola, solo la lotta per la vita.
Nessuna storia da raccontare, nessuna linearità del tempo. La strada che stai percorrendo si biforca. Scegli una direzione e si biforca di nuovo. E di nuovo e di nuovo, all’infinito.
Sei sempre più lontano dal tuo scopo ogni passo che fai, vorresti fermarti ma non ti è concesso. Allora cammini. Camminare produce stanchezza. La stanchezza produce certezze.
Smetti di alimentare il dubbio. Come per incantesimo la strada torna ad essere una sola.
È a solo allora che comincia la conoscenza.

Ad un certo punto il corpo si era tirato a sedere.
Un essere umano. Un bambino di cinque o sei anni, di etnia indefinibile. Pelle scura ma non nera. Occhi azzurri, vitrei.
Cieco, senza dubbio.
Porgeva le mani alla gente.
La gente chinava il capo, abbagliata da quella luce.

Il presente, non il futuro.
Li chiamavano con un nome particolare. Un termine orientale che significa “grande anima”. Specchi di carne e sangue del mondo che ti circonda. Fogli bianchi su cui il tuo sguardo imprime un segno.
Un attimo. Uno scorcio della tua vita. La verità, per un decimo di secondo.
Non il futuro, soltanto il presente. Con le sue conseguenze e le sue cause. Con le scelte e gli errori irrimediabili.
Guardarsi in faccia. Vedersi come da soli sarebbe stato impossibile.
Un istante di lucidità estrema dipinto negli occhi di un bambino.

7.

La massa di persone si stringe sempre di più. Sono sempre più vicino, risucchiato da una forza incontrollabile. Un gorgo, una spirale.
Poi arriva il mio turno.
Non capisco quello che sta succedendo. Corpi premono sul mio corpo. Si appoggiano alle mie spalle, spingono, invitano, impartiscono un ordine perentorio.
Tocco una mano minuscola.
Guardo la luce, cercando una risposta nel suo centro luminoso. Incontro uno sguardo senza vita, occhi ciechi, di un azzurro quasi bianco.
Resto a fissarli a lungo.
E vedo.
Tutto.

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II.

Entrata

Aprii gli occhi a mattino inoltrato. Mi trovavo in una grande stanza dalle pareti bianche, illuminata vagamente dalla luce del sole. Ero steso in un letto a due piazze. Al mio fianco non c’era nessuno.
Il luogo mi era familiare. Emanava vecchie sensazioni confuse, che non riuscivo a collocare nel tempo e nello spazio. Avevo la mente vuota. Nessun pensiero, nessun ricordo, nessuna emozione.
Mi tirai a sedere. Rimasi in attesa. Si aprì una porta in fondo alla stanza. Piano, come per evitare di svegliarmi. Era la porta del bagno. Lo sapevo, non sapevo perché.
Ne uscì una donna. Era nuda. Mi guardò e mi sorrise. Ricambiai il sorriso.
Andava tutto bene.

Pochi minuti dopo stavamo facendo colazione al tavolo della cucina. Estela sedeva di fronte a me. Guardavo i suoi capelli bianchi e le sue spalle sottili e mi piaceva. Mi piaceva il modo in cui sorseggiava il suo yogurt liquido, sfogliando una rivista di moda.
Finii la colazione e accesi una sigaretta. Mi alzai. Uscii sul balcone. Restai a guardare il profilo aguzzo della mole, i movimenti degli autobus elettrici, gli innumerevoli accessi ai settori sotterranei.
Poi rientrai. Mi lasciai cadere sul divano in pelle. Chiusi gli occhi. Li riaprii.
Non pensavo a niente. L’orologio digitale sul muro segnava le 11.45 del 26 luglio 2022. Non ricordavo niente. Non avevo un passato né un futuro, nessuna direzione da raggiungere.
Stavo bene.

Fu a quel punto che suonò il campanello. Guardai E

stela che si alzava dalla sedia e scompariva dietro la porta a vetri. Mi accesi un’altra sigaretta e rimasi seduto ad aspettare.
Poi Estela tornò in cucina. Tornò a sedersi e riprese in mano la sua rivista di moda.
Poi disse: “E’ per te”.
Allora notai che aveva parlato senza guardarmi.
Poi ricordai, ma a quel punto era già troppo tardi.

(photo by rakka – flickr.com)

gli altri

auto.jpg

Avete per caso visto passare una volpe?
(L. Buñuel)

Una sera qualsiasi.
Primi giorni d’estate, finiti gli esami, nessun impegno.
Alle nove e mezza squilla il telefono. Sono disteso sul divano a guardare una partita di rugby, ma ho il ricevitore a portata di mano.
Rispondo.
Solita storia: suoni confusi, interferenze, voci che si accavallano.
Una volta facevo fatica a capire, ma ormai ci sono abituato. I rumori e i discorsi sono quelli tipici di un paese di provincia: fiume, moto, pettegolezzi, droghe.
Sono alla panchina, ne sono certo.
Uno slargo sulla strada, una scala che scende, una piccola fontana: è il nostro punto di ritrovo.
Vado. Devo andare.

Look indie, questa sera.
Calzoni qualsiasi, maglietta gialla troppo stretta, converse, capelli sulla fronte. Ragazzo indie controlla di avere le chiavi. Ragazzo indie saluta la madre, poi esce.
Arrivo alla panchina in cinque minuti.
Tardi. Tardissimo.
Bottiglie di birra vuote. Un pacchetto di sigarette. Un fiore dimenticato sulla panchina.
Sono rimasti in tre: due ragazzi e una ragazza. Gente che conosco di vista. Non so come si chiamino, non so che cosa facciano delle loro vite.
Giri diversi.
Mi aggiorno sulle novità. A si è trasferita a Bologna in via definitiva. B ha fatto un incidente in moto, su in collina. Si è rotto una gamba, ma poteva andargli peggio.
Chiedo degli altri.
Sono appena partiti, dicono.
Una partita a calcetto. Qualcuno era in moto. In paese. Quale calcetto? Calciobalilla, specificano.
Dire calcetto è come cercare un ago in un pagliaio. Ma io ci sono abituato. Escludo alcune possibilità. Analizzo le restanti. Escludo di nuovo.
Ho trovato.
Saluto i superstiti della panchina.
Salgo in macchina.

(In auto ascolto: Arctic Monkeys – Whatever say I am, that’s what I’m not)

Calcetto del Tobruk, di solito il nostro calcetto.
Questa sera non si vede anima viva. Le solite due o tre facce al videopoker. Un gruppo di skin seduti sul marciapiede. Due ragazze in minigonna.
Parlo con C, il barista, amico di vecchia data.
Mi racconta la sua settimana al mare.
Discorso confuso. Una discoteca. Una ragazza. Una stanza d’albergo. La ragazza è sadomasochista. Un’amica. Urla. La strada. Il mare. L’alba.
Decido di farmi una birra: a questo punto non c’è fretta.
C va e viene tra il banco e i tavoli.
Parliamo del campionato di calcio appena concluso e dei mondiali imminenti. La Juve finisce in serie B. I mondiali li vince il Brasile.
D, un amico comune, quest’anno ha fatto parecchi soldi alla SNAI.
Il calcioscommesse. Guardo l’ora. Le scommesse sono un’alternativa a questo lavoro di merda, dice C. Le dieci e mezza.
Devo andare.
Non so dove.

Parcheggio del Tobruk: molte facce, nessuna conosciuta.
Sono indeciso sul da farsi. Accendo una sigaretta. Aspetto qualcosa.
Qualcosa arriva. Il cellulare squilla. Rispondo. Sono loro. Questa volta il rumore è più forte. Interferenze intensificate. Voci di molte persone e chill-out che sembra provenire da lontano.
Un locale.
Poi qualcos’altro: rumore d’acqua.
Un locale al lago.
Ci sono.

(In auto ascolto: Bloc Party – Silent Alarm)

Direzione lago maggiore.
Attraversare il paese. Prendere la statale del Sempione per quindici chilometri. Svoltare.
Oppure: prendere l’autostrada e lasciarla alla prima uscita senza casello.
In piazza qualcuno mi chiama.
Amici che non vedo da tempo. Amici che non ho voglia di vedere. Ragazzo indie registra il lampeggiare di abbaglianti. Ragazzo indie accosta, scende, stringe mani.
Guardo l’ora di sfuggita: le undici passate.
In ritardo sulla tabella di marcia.
Un ritardo che potrebbe costare benzina, minuti al volante, altro ritardo.
Gli amici chiedono se voglio fare una canna. Dico che ho appuntamento con gli altri. Dicono che una canna non si rifiuta a nessuno.
Grado di convivialità della marijuana: molto alto.
Una canna non si rifiuta a nessuno.
Li seguo. All’incrocio del Kabiria ci infiliamo verso la collina. Strada che diventa sterrata. Finestrino aperto. Notte estiva.
Accostiamo al ponte diroccato della circonvallazione.
Rumore di grilli. Lucciole. Profumo d’estate e profumo d’erba che si propaga nelle vicinanze.
Raccontano che F e G sono finalmente andati a vivere insieme, ora che G ha trovato lavoro in una fabbrica.
F è molto carina, dicono.
F è un ricordo di gioventù. Estate di quattro anni prima. Campi di grano. Feste del liceo. Vespa cinquanta special.
Da due settimane sto uscendo con F.
Una notte succede qualcosa.
Da quel punto in poi le cose cominciano a complicarsi.

Di nuovo nel 2006.
Anche la seconda canna è finita. Guardiamo le stelle. Restiamo in silenzio.
Sono il primo a parlare: devo raggiungere gli altri.
Di nuovo mani che stringono, pacche sulle spalle.
La macchina si muove lenta nel buio, come se strisciasse.

(In auto ascolto: Radio Dept. – Lesser Matter)

Sono fermo da un semaforo, in paese.
Un incrocio. Dall’altra parte della strada una piccola piazza. Nella piazza delle auto. Tra le auto un’Opel Corsa verde scuro. Qualcuno sta salendo sull’auto.
Un flash: è K.
K sta salendo sulla sua auto.
K sa dove si trovano gli altri.
K è gli altri.
Suono il clacson ma non mi sente. Accende il motore proprio quando il semaforo diventa verde. Decido di seguirlo.
Previsioni disattese: a quanto pare niente lago.
Prendiamo per la collina, seguendo i cartelli stradali per Torino. Strade sinuose come bisce. Colline che ospitano cinghiali e messe nere.
Poi un rettilineo. L’auto di K accelera, troppo per stargli dietro: qualche istante dopo è sparita dalla mia visuale.
Non importa.
A questo punto del tragitto la meta può essere una sola: casa di M.
Ne sono certo.
Mi fermo per fare benzina e ne approfitto per cambiare cd.

(Inserisco nel lettore: Graham Coxon – Happiness in magazines)

Casa di M, luci spente.
Potrei suonare il campanello.
Non lo faccio. Un attimo di silenzio per fermare la notte d’estate. Penso ai segmenti invisibili che collegano le cose.
Una casa. Una strada. Un bar. Un’auto. Un lago. Un’altra casa.
Luci. Persone. Storie.
La rete.
Un impulso elettronico tra le maglie della rete.
Un collegamento ipertestuale.
Ogni nodo è una storia.

Un attimo, poi si riparte.
Chiamo M sul cellulare: spento. Chiamo R, sua sorella. È in casa. Io sono sotto casa. Dice: non posso farti salire. Scendo io.
Aspetto qualche minuto. Accendo una sigaretta. Cammino per il cortile.
Arriva.
M non c’è. È uscito, dice. L’interpretazione non era sbagliata: sono andati al lago. Un lago, l’altro. È tornato J dall’Egitto. J ha portato un regalo per gli amici.
Serata con l’erba sul pontile del Lido.
Vorrei raggiungerli, dovrei farlo.
R chiede se ho un attimo. Una sigaretta, dice.
Dico di sì.

Porte che si aprono: R ora vive a Milano.
Sta in casa con S, una ragazza che ho conosciuto in Irlanda cinque anni fa.
Un universo che si svela: vita della periferia milanese. Passanti ferroviari. Penny market. Cartelloni elettorali.

Sediamo su un muretto, la recinzione di un campo incolto.
R indossa un paio di sandali. Insetti come falene ci volano attorno. Odore d’erba tagliata e fumo delle nostre sigarette.
Un’altra storia. N ha dormito a casa loro, qualche tempo prima. N sembrava impazzito. Diceva di pensare seriamente al suicidio.
Un momento sospeso: N era del gruppo, una volta.
Ora non lo è più.
Pare sia andato in Sud America per stare lontano dalle droghe.

Devo salire in macchina.
Devo raggiungere il lago, fare un ultimo tentativo.
R mi bacia su una guancia.
Un bacio che ha tutto il sapore dell’estate.

(In auto ascolto: Babyshambles – Down in Albion)

Venti minuti di strada statale e sono al lago.
Il pontile. L’albero. Il tavolo di pietra.
Nient’altro.
Deserto, come immaginavo.

Ho parcheggiato l’auto.
Sono in piedi sul pontile. C’è vento, qui. Il lago è una macchia scura che non finisce da nessuna parte.
C’è silenzio.
Ci sono le tracce di un passaggio, le solite: bottiglie, pezzi di carta, pacchetti di sigarette.
Mi siedo in terra.
Guardo l’ora: le due e mezza passate.
Una notte d’estate come tante altre.
Voglio dormire.

(photo by HAMACHI! – flickr.com)