ieri, durante qualche lavoro di ristrutturazione del mio appartamento a torino, ho formulato un pensiero ambiguo di cui vorrei mettervi a parte.
il motivo per cui noi, venti-trentenni di oggi, possiamo permetterci di dedicare gran parte della nostra vita alla cura dello spirito è essenzialmente che i nostri genitori, cinquanta-sessantenni, hanno dedicato la loro alla risoluzione dei problemi materiali del mondo (leggi: il nostro mondo, l’occidente).
se io posso permettermi di parlare di “intelligenza emotiva”, per esempio, di leggere vollmann e di scrivere racconti, è perchè mio padre ha cooperato a creare il benessere economico necessario a concedermi un’educazione e una cultura degne di questo nome, e perchè, prima di lui, mio nonno (era un sarto) ha ricostruito l’Italia dopo il flagello fascista.
la nostra tremenda fatica intellettuale (per sopravvivere spiritualmente in un mondo senza certezze, in un paese governato da berlusconi, in un sistema violento e oppressivo come questo nostro liberismo senza confini) si fonda sulla loro tremenda fatica fisica (il sudore delle fronte delle generazioni passate).
noi non abbiamo mai vissuto la guerra, non sappiamo cosa sia la fame (viviamo male, anche economicamente, ma non sappiamo cosa sia la fame), ma abbiamo altre magagne ad affliggerci l’esistenza: il lavoro precario, i rapporti umani ridotti a niente, la paura che un bel giorno tutto quanto vada a puttane.
i nostri genitori vivevano di cose, noi viviamo di simboli.
l’altro giorno negli occhi degli operai che montavano un nuovo bidet (il vecchio è andato a pezzi ed è finito a rimpolpare le montagne di rifiuti di questo mondo di rifiuti) leggevo (ma lo leggo molto di più nei discorsi dei miei genitori, dei genitori dei miei amici) l’incomprensione per questa nostra vita costruita (a loro modo di vedere) sul niente: loro sudavano per installare un bidet che tra qualche anno, forse pochi, non sarà più mio ma di altri, e poi magari raderanno al suolo il palazzo per farci un centro commerciale.
e quella fatica, la loro fatica, dove andrà a finire? e cosa c’entrano con tutto questo i nostri simboli?
dovremmo provare gratitudine per chi ci ha dato la possibilità di pensare all’intelligenza emotiva e a vollmann, eppure proviamo rancore per una generazione che non capisce fino a che punto i nostri piedi affondino nella merda (che il panico è come la fame, soltanto una fame diversa: in questo senso siamo pionieri, cercatori d’oro nel klondike).
eppure, di questo sono convinto, il nostro rancore è giusto, sacrosanto: noi ogni giorno ci svegliamo e non sappiamo come andrà a finire questa vita, questo amore, questa passione, questa rabbia, tutto. noi dobbiamo lottare giorno dopo giorno per la sopravvivenza esattamente come i partigiani hanno dovuto lottare sessant’anni fa, per dare un senso (anche minimo) a questa vita. soltanto, il terreno della battaglia è altrove, nelle profondità dell’anima, nel significato nascosto delle cose.
e allora come capirsi, su quale suolo costruire una nuova comunicazione?
e tutta questa fatica, la loro e la nostra, dove andrà a finire?
che senso ha tutto questo soffrire, dentro e fuori la membrana labile del corpo?

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