Un’intervista a Liu Cixin

Grazie a Niccolò de Mojana e a Kobo ho avuto l’opportnunità di intervistare Liu Cixin, lo scrittore di fantascienza che sta al ventunesimo secolo come Isaac Asimov stava al ventesimo, vale a dire il più innovativo, vertiginoso e massimalista tra gli scrittori di fantascienza in circolazione, nonché la penna dietro alla Trilogia dei tre corpi che nel 2022 sarà adattata per Netflix dal team dietro Game of Thrones. Da quel che so è la prima intervista in Italia.

Netflix, ovvero le mille e una notte

[Illustrazione di Ben Tallon]

Nella sua meravigliosa biografia infedele del grande scrittore californiano (Io sono vivo, voi siete morti, Adelphi 2016), Emmanuel Carrère racconta che Philip K. Dick si divertiva a giocare con i figli al Gioco del Ratto, una versione adattata del Monopoly in cui il banchiere, naturalmente interpretato da Dick stesso, può fare quello che vuole: annullare le mosse dei personaggi, spedirli al “Via!”, chiuderli in prigione, sequestrarne case e alberghi. Se non si trattava proprio di un’esperienza educativa, il Gioco del Ratto aveva il pregio di mettere i concorrenti di fronte all’arbitrio della narrazione: colui che racconta seduce, ti porta in un mondo dove lui è signore e padrone, dove nulla esiste al di fuori della sua parola. La narrazione non è un dialogo ma un rapimento brutale, un atto erotico di possesso.

Penso sempre al Gioco del Ratto ogni volta che la sera accendo la tv e avvio Netflix, una delle grandi macchina narrative dei nostri tempi, che Claudia Durastanti in un articolo apparso su Pixarthinking ha giustamente definito una Sharazad moderna («anche noi, ogni sera, ci raduniamo in una stanza davanti a una fonte luminosa per soccombere al racconto», come in una Mille e una notte contemporanea). Fondata nel 1997 in California, e nata come azienda di vendita di dvd via posta, Netflix ha fatto il grande salto nel 2013 quando è diventata una casa di produzione oltre che di distribuzione. E da qualche tempo ha cominciato a riflettere sul proprio ruolo di narratore con un numero di show tanto connessi tra loro da apparire come un vero sottogenere: mi riferisco alle serie Stranger Things, The OA e Tredici, e ai documentari Amanda Knox e Casting JonBenet.

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Il segreto di Stranger Things

C’è una lettura filosofica di Stranger Things, la serie televisiva dei fratelli Duffer disponibile su Netflix, che vorrei provare a proporre. Se non l’avete vista e fate conto di vederla non leggete questo articolo, perché ci sono degli spoiler.

Due parole sull’intreccio. Ambientata in un paesino dell’Indiana nel 1983, Stranger Things racconta di un ragazzino, Will, che viene rapito da una creatura misteriosa sfuggita da un laboratorio dello US Department of Energy; insieme alla creatura che rapisce Will, dal laboratorio fugge anche Eleven, una bambina su cui sono stati condotti esperimenti sul potenziamento neurale e che dunque si trova in possesso di superpoteri come la telecinesi. Eleven aiuterà gli amici di Will nella ricerca del ragazzino scomparso, mentre Will continua a sfuggire alla creatura in uno strano mondo che sembra esistere all’interno o al di sotto del mondo di tutti i giorni.

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Amanda Knox tra realtà e finzione

Amanda Knox, il documentario di Netflix che è considerato il miglior racconto finora dei noti fatti di Perugia, mi ha ricordato The Jinx, The Imposter e Gone Girl:  nell’ordine un documentario che racconta una storia troppo incredibile per essere vera, un’opera che ibrida realtà e finzione con risultati disturbanti e un film su come la fiction in cui siamo tutti immersi alteri profondamente la percezione della realtà, posto che siamo troppo narcisisti per non fare di noi stessi l’oggetto di un racconto continuo.

Il motivo di queste associazioni è fin troppo chiaro: Amanda, nel documentario a lei intitolato, recita, e con lei tutti gli altri attori di quel grande thriller in otto stagioni della mia generazione che è stato l’omicidio di Meredith Kercher. Tutto normale, eccetto che Amanda, in teoria, non dovrebbe essere un’attrice. Ma il setting in cui viene intervistata, seduta su uno sgabello davanti a uno sfondo grigio astratto, suggerisce che non ci sia nulla di strano nel fatto che questo stereotipo della ragazza qualunque sia tanto brava a enfatizzare le pause e i momenti di tensione con la voce e i movimenti del corpo. Il racconto si sovrappone alla realtà diventandone una versione insieme aumentata e stilizzata – cioè non si sostituisce alla realtà ma fa della realtà stessa una fiction.

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