Scrivere un altro mondo

Da qualche mese seguo con attenzione il lavoro di Matteo Meschiari, soprattuto quello relativo alla scrittura, così ho proposto a Doppiozero di recensire il suo Antropocene fantastico, da poco pubblicato. Lo stavo facendo quando tra le mani mi sono passati altri due libri, Divenire invertebrato (curato da Enrico Monacelli e Massimo Filippi) e, brevemente prima che fosse tempo di consegnare la recensione, TINA – Storie della grande estinzione (curato da Meschiari e Antonio Vena). Così la mia recensione è diventata un essere mutante, che evolveva man mano che leggevo questi libri, e si è trasformata in un breve saggio sullo “scrivere un altro mondo” che mescola un po’ tutto, libri, idee e generi. Si tratta di un pezzo un po’ delirante, come mi ha detto il povero redattore di Doppiozero che mi ha in carico, l’ho anche scritto con qualche linea di febbre, forse per il Covid o forse no, non si sa perché in questo paese non fanno i tamponi e comunque potrebbe essere anche autofiction. Rimane che ho cercato di parlare di tre libri importanti, ciascuno a modo suo, e spero che questo articolo sia anche l’occasione per parlare di tre piccole case editrici, Aguaplano Libri, Ombre Corte e Armillaria, che stanno facendo un ottimo lavoro per cercare di definire la letteratura di domani.

L’anacronismo del romanzo

Nonostante viviamo in un mondo grafomane, in cui tutti scriviamo di tutto (post, whatsapp, chat, email, tweet, report, diari), le forme tradizionali dell’editoria sono rimaste pressoché immutate da secoli: continuiamo a scrivere, vendere e leggere sostanzialmente romanzi, racconti e saggi. La scrittura talvolta ottima che produciamo in contesti non letterari non solo in grandissima parte non trova spazio nei libri pubblicati (non a causa degli editori ma perché si sottrae alla categorizzazioni e mal si adatta alle regole rigide delle forme editoriali) ma sembra non modificare nemmeno più di tanto i generi nel loro sviluppo storico: il romanzo al tempo di internet non è poi tanto diverso dal romanzo al tempo della televisone o della radio, e questo nonostante le nostre abitudini di lettura e scrittura siano cambiate moltissimo. Recentemente l’innovazione più importante è stata quella dell’autoficition, ed è un’innovazione a mio avviso molto parziale, perché è discutibile quanto l’autofiction sia un adeguamento del saggio (o del romanzo) al mondo di internet e quanto sia invece un ritorno a un’origine in cui fiction e non-fiction non erano nettamente divise (probabilmente, ipotizzo, è in parte entrambe le cose). Le forme tradizionali continuano a funzionare perché affondano le radici nella maniera con cui la mente costruisce il senso, e questo non cambierà finché l’evoluzione biologica o artificiale ci trasformerà in qualcosa di diverso da quello che siamo, ma provo disagio di fronte alla loro incapacità di rendere conto dell’esperienza che faccio del mondo (che è molto più frammentata) e di includere pratiche di assorbimento e produzione della conoscenza che sono decisamente meno lineari di ciò che quelle forme richiedono.

Per fare un esempio concreto uno scrittore dell’Ottocento passava la gioranta seduto nel grande studio della sua casa di campagna, senza preoccupazioni economiche, leggeva i pochi romanzi degni di nota pubblicati ogni anno, li dibatteva con un circolo di amici che vedeva in faccia, aveva il tempo di rifletterci e scriveva a sua volta un romanzo – un percorso tutto sommato lineare. Uno scrittore del 2020 legge frammenti più o meno lunghi di diverse decine di libri l’anno, assorbe conoscenza attraverso serie TV, podcast e le centinaia di articoli che ogni giorno arrivano nel suo feed reader, dibatte di ciò che legge attraverso molti mezzi di comunicazione diversi, prende appunti mentre è al lavoro o durante gli spostamenti in metropolitana ma poi, in maniera piuttosto incongruente, gli viene richiesto comunque di pubblicare il risultato di questa esperienza sotto forma di romanzo – cioé di produrre scrittura per un contenitore che non riflette se non in minima parte la sua esperienza del mondo o il suo panorama mentale. Non è piuttosto anacronistico? E non è forse anche per questo che oggi la comunità letteraria è meno rappresentativa della società in generale di quanto lo fosse un tempo, visto che nonostante il mondo sia cambiato agli scrittori viene ancora richiesto di veicolare le proprie idee attraverso canali antichi di secoli?

(Nell’immagine: Charles Dickens nel suo studio)

Lo scrittore autarchico

Sul penultimo Espresso, il numero 27, è uscito un articolo a firma di Carla Benedetti sul tema dell’editing letterario. L’articolo sosteneva una tesi abbastanza accettata dalla morale comune: quella dell’editing è un’operazione commerciale che ha senso soltanto in un sistema letterario industrializzato come il nostro, l’editing livella tutti gli scrittori uniformandoli ad un unico stile per così dire “vendibile”, l’editing mortifica la creatività individuale in nome di un mercato letterario sempre più omologato e scadente.

Mi pare indubbio che tutte le perplessità sollevate dalle Benedetti siano più che legittime: il problema insito nella questione sta però secondo me da un’altra parte.

L’omologazione stilistica e tematica della narrativa contemporanea è sotto gli occhi di tutti, ed è senza dubbio un grave difetto dell’industria culturale in generale e libraria nello specifico. Mi sembra però che questa omologazione non sia tanto frutto dell’editing in sè quanto di un cattivo editing, un editing miope, che contraddistingue buona parte dell’editoria nostrana (negli USA la questione è molto diversa).

Quello che voglio dire è questo: è indubbio che un editing malfatto (un editing mosso soltanto da mire commerciali e che non rispetta l’identità del libro e dell’autore editato) produca effetti catastrofici nel panorama letterario. Ma il mito dello scrittore autarchico, che pensa, scrive, edita e poi magari anche pubblica e promuove il proprio prodotto mi sembra un residuo di romanticismo e poco più. Non si capisce bene perché, in un mondo dove la cultura si è fatta “collettiva piuttosto che individuale” (cito Hobsbawm,”Il Secolo Breve”), dove i registi non tengono più in mano la macchina da presa e dove i musicisti producono gli arrangiamenti insieme ad un’equipe di tecnici, gli scrittori dovrebbero essere condannati a questa terribile tortura dell’autosufficienza.

La questione molto banale mi sembra una sola.

Fino all’800 chi scriveva proveniva da famiglie ricche o quantomeno agiate, e aveva tutto il tempo di questo mondo per dedicarsi (tra una caccia alla volpe e l’altra) alle successive riscritture del proprio elaborato. Ancora fino ad una quarantina d’anni fa scrivere era un vero e proprio mestiere, tant’è che la gente non si vergognava affatto di mettere sulla porta di casa la dicitura “Tal dei Tali – Scrittore”.

Oggi di scrittura non si vive, come non si vive di nessun altro tipo d’arte, a meno di non rientrare in una cerchia di eletti autori di best-seller di vario tipo e genere. Tutti noi che abbiamo meno di 40 anni sappiamo bene che per risicare uno stipendio minimo alle necessità primarie ci tocca lavorare molte ore al giorno, spesso in condizioni proibitive e senza alcuna sicurezza riguardo al fatto che lo stipendio ci sia anche domani e non solo oggi.

Come si può chiedere a chi scrive di avere la forza (oltre che il tempo materiale) di seguire il processo di scrittura in tutte le sue fasi? Non è già un miracolo che in tempi di precarietà, co.co.co., salari minimi e crisi economica ci sia ancora chi ha voglia di mettersi a fare qualcosa che sia privo di un diretto tornaconto materiale?

Si potrebbe dire che era meglio una volta, che la creatività dei poeti maledetti e degli avanguardisti era genuina perché non mediata dal mercato e che la scrittura d’oggi non è che un pallido riflesso filtrato centinaia di volte al setaccio del talento del singolo. Ma qui, come in ogni discorso di questo tipo, casca l’asino: è probabile che molti di noi siano convinti che sia il sistema capitalista tout court a non funzionare, ma dirsi marxisti nel 2009 suona un po’ ridicolo indipendentemente dall’idea politica di ciascuno.

La Benedetti riporta nel suo articolo il caso eclatante di Carver e delle infinite differenze tra la versione editata della sua seconda raccolta (“Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”) e la versione originale dello stesso testo (“Principianti”, da poco pubblicato da Einaudi). Ma è anche vero che senza i tagli assassini di Gordon Lish non sarebbe esistito quel minimalismo che ha segnato tanta letteratura contemporanea.

Che piaccia oppure no sarà il caso di rassegnarsi alla realtà, cioè al fatto che questo nostro mondo è diventato troppo infinitamente complesso perché le forze di un singolo essere umano siano sufficienti per gestirlo in tutte le sue multiformi sfaccettature.

Nel caso specifico mi pare che un mondo privo di editor sarebbe un mondo di scrittori approssimativi e incompleti, mai pienamente realizzati: il che sarebbe altrettanto triste di un panorama come purtroppo è in larga parte quello italiano (quello reale, però) fatto di scritture esangui e di scrittori usa e getta. Concerne il tanto decantanto “principio di realtà” anche l’umiltà di lasciarsi aiutare unita alla fierezza di non farsi ingoiare e vomitare da un ingranaggio onnivoro com’è quello editoriale.

Se questo venisse compreso da scrittori ed editori, e dai lettori soprattutto, forse si aprirebbero nuove possibilità per la scrittura, possibilità autentiche.

In fondo Vivianne Westwood non sarebbe mai diventata Vivianne Westwood senza i Sex Pistols, ma chi si ricorderebbe oggi dei Sex Pistols se non fosse esistita Vivianne Westwood?


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