Gli iperoggetti spiegati in due romanzi: Jeff VanderMeer e Kim Stanley Robinson

Oggi su Prismo c’è un mio articolo dedicato agli iperoggetti: ne parlo attraverso due romanzi, il solito VanderMeer e Aurora di Kim Stanley Robinson. Quest’ultimo – non ancora tradotto in Italia – contiene tra le altre cose questo bell’adattamento di una famosa poesia di Constantine Cavafy:

There’s no world, my friend, no
New seas, no other planets, nowhere to flee –
You’re tied in a knot you can never undo
When you realize Earth is a starship too 

Per capire come mai la narrativa del global warming è tanto importante al giorno d’oggi e come mai non possiamo fare altro che arrenderci, come dice la t-shirt di Timothy Morton nell’immagine qui sopra.

Otherworlds e il tramonto su Marte

sunset  mars

Siccome era festa, lunedì Emanuela e io siamo andati al National History Museum a vedere Otherworlds, una mostra fotografica sull’esplorazione spaziale musicata da Brian Eno. Ho trovato diverse fotografie evocative – gli scatti ravvcinati dell’attività eruttiva del Sole, o le immagini satellitari degli uragani sulla Terra che spiegano meglio di molti libri cosa si intende per ecosistema e perché il riscaldamento globale è un problema tanto grave – ma una in particolare ha colpito la mia immaginazione: è quella che vedete in apertura di questo post e immortala un tramonto su Marte fotografato dal rover Spirit nel 2005. Da un lato si tratta del fatto che tutte queste fotografie, quelle della Terra e quelle più astratte scattate ai confini del sistema solare, siano state realizzate da macchine, e in larga parte catturino panorami che l’occhio umano forse non vedrà mai direttamente: c’è qualcosa di suggestivo e sottilmente inquietante in questa forma di fotografia privata dello sguardo umano – dati raccolti e inviati attraverso il vuoto cosmico senza un’intenzionalità estetica, o anche solo significante. Dall’altro è proprio la strana quotidianità della scena ritratta da Spirit a essermi rimasta impressa, come se il dispiegarsi di un evento comune – il sorgere e tramontare del Sole all’orizzonte – contribuisse a sottolineare l’alterità radicale dello scenario in cui avviene. Il cielo è blu a causa della composizione atmosferica marziana – un blu che sulla Terra non esiste. Per quanto simile al panorama di un deserto terrestre, la cornice in cui avviene il tramonto è priva di vita, esposta alle radiazioni solari dall’assenza di ozono nell’atmosfera, funestata da tempeste di sabbia globali. In altre parole, un mondo alieno.

Penso che questa sia una fotografia importante nella storia dell’uomo, come quelle di Auschwitz o di Piazza Tienanmen. Qualche anno fa, parlando del Whole Earth Catalog, provavo a spiegare l’enorme impatto avuto dalla prima fotografia della Terra scattata dallo spazio nel 1967. La fotografia del tramonto su Marte non è altrettanto potente, ma per certi versi è più inquietante: come il perturbante freudiano – i sogni e gli automi – ci mette di fronte a una familiarità non familiare, quello che Timothy Morton ha chiamato con una bella espressione “lo strano straniero”. In un certo senso mi ricorda le sagome umane impresse sui muri di Hiroshima, per l’assenza di umanità nell’occhio che le ha fotografate, il loro somigliare a negativi fotografici. Anche il tramonto marziano è la traccia di qualcosa che non c’è più: Spirit ha inviato il suo ultimo segnale alla Terra nel marzo 2010. Non è suggestivo pensare che questo tramonto sia il residuo di un passato reso significativo da uno dei tanti futuri possibili – quello in cui l’uomo vedrà con i propri occhi i tramonti di Marte – che forse non si realizzerà mai?

Il nostro scopo è morire

(così mi ha parlato un omino di “Rise of Nation”, l’altra notte, in un momento di inaspettata lucidità)

 

 

di boring machines e nuclearfreedom

 

 

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A che cosa pensano

Questi umani fragili?

(Baustelle)

 

 

 

Sono stato generato al minuto III dell’Epoca Moderna. Sono nato adulto e morirò senza invecchiare. Noi non conosciamo evoluzione, nè decadenza.
Sono passate molte ore dal momento in cui ho aperto gli occhi su questo mondo. Un tempo questa terra era tranquilla, non esisteva niente al di là del mare. I nostri aeroplani hanno percorso lunghe distanze. Tutto è noto, ora, fino ai confini più estremi della nostra immaginazione. Non c’è più niente da scoprire, l’impensabile è scomparso dalle nostre vite come un istinto rimosso. Non esiste altro che queste case, gli arsenali militari che si preparano per l’offensiva imminente. Ma non importa, non ho mai desiderato altro che questo: ciò che vedono i miei occhi è sufficiente per sopravvivere. Va bene così.
Una volta avevo un’occupazione, uno scopo: ero taglialegna. Quando anche l’ultima foresta fu scomparsa ricevetti l’ordine di raccogliere l’oro. Oggi anche i giacimenti minerari sono esauriti. Abbiamo accumulato risorse sufficienti per le prossime sette generazioni. Il commercio prolifera. Per la prima volta nella vita sono disoccupato, aspetto che accada qualcosa sotto l’ombra di una grande roccia. La guerra, forse, o la morte. Non importa.
So bene che la mia attesa significa inefficienza, e un uomo inefficiente è un uomo inutile. Ma anche questo va bene. L’offensiva è alle porte. Schiere di carri armati si allineano lungo la spiaggia, pronti ad imbarcarsi per le isole nemiche. Aerei da guerra sorvolano i cieli per difendere la capitale. I nostri laboratori stanno ultimando la prima testata nucleare della storia dell’umanità. Meraviglie e altri enormi feticci proliferano nelle regioni dell’interno. Sorpassata la soglia dell’Era Digitale la guerra diverrà necessaria. Con ogni probabilità in quel preciso istante la mia vita avrà fine…

… perchè arriverà un giorno in cui il limite della popolazione verrà raggiunto, ma sarà necessario costruire altre armi.
E centinaia di uomini nuovi verranno generati al preciso scopo della distruzione…
… e crolleranno le università, le case saranno rase al suolo per fare spazio a nuovi laboratori nucleari, caserme diverse da quelle che conosciamo produrranno esseri mai visti prima… cyborg…
… e tutto sarà morte, e distruzione, e buio…

… e in quel preciso istante la mia vita avrà fine. Verrò soppresso per fare spazio ad altri uomini armati, ad altri aeroplani carichi di bombe.
Ma non importa. Non proverò dolore, nè gioia, perchè non ho mai conosciuto gioia nè dolore. Smetterò semplicemente di esistere, conscio di aver dato il mio piccolo contributo a questa impresa gloriosa. Morirò, e nello stesso istante moriranno tutte le donne e tutti gli uomini che come me hanno avuto uno scopo, e ora non ce l’hanno più: contadine, taglialegna, raccoglitori di cibo e ferro, pionieri, mercanti… tutto scomparirà in uno stesso istante di vuoto e silenzio.
Ora che siamo giunti alla fine restiamo a guardarci, assiepati nel luogo che è stato deciso per la nostra eliminazione. Quello che vediamo sono corpi identici in tutto e per tutto, volti coraggiosi e stupidi, sicuri, inespressivi…

… e adesso le macchine cominciano a muoversi. Le navi aprono i boccaporti, la fanteria si allinea ordinatamente davanti al porto. La bomba atomica torreggia nel centro della nostra piccola città come un trofeo.
L’Era Digitale sta per cominciare, ancora pochi secondi e sarà la guerra.
Noi continuiamo a guardarci, e non abbiamo paura. Perchè adesso lo sappiamo con certezza: l’attesa è finita, adesso abbiamo un nuovo compito.
Adesso, il nostro scopo è morire.

(photo by udronotto)

 

uomo che cade

 

 

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I know a ghost
Can walk through the walls
Yet I’m just a man
Still learning how to fall

(Blonde Redhead)

28 aprile 2014. Apri gli occhi. Qualcosa ti ha svegliato. Sei confuso, non riesci a capire. Dove ti trovi? Ti guardi intorno: un treno. Qualcosa ti disturba, non riesci a capire cosa. Guardi fuori dal finestrino: campi di grano inondati dal sole. Campi… L’Illinois. Stai tornando a New York City. Ora ricordi. Ritorni… Qualcosa ti disturba, non riesci a capire cosa. Ti guardi intorno disorientato. Gente, facce comuni di gente comune. Poi capisci. La musica. Le cuffie che trasmettono musica in streaming, l’apparecchio che capta le onde radio con cui hanno saturato l’atmosfera. Questa musica… Ti ricorda qualcosa. Ti ricorda troppe cose. I ricordi ti soffocano, riempiono i tuoi polmoni come acqua. E tutto crolla, in un attimo, per un attimo. Stai facendo la cosa giusta? Non hai più scelta, a questo punto. Stai… Non hai più alcuna scelta, non puoi più tirarti indietro. Non hai… Questa musica… Nessuna scelta…

Aprile 1998. Vento. Un vento dolce sulla piazza. Solleva sacchetti di plastica. Scuote gli alberi. Scuote la gonna di N, scompiglia i capelli di B. Sole contro le lenti scure di tre paia di occhiali. Poi la porta si apre. Buio. Scale. Un attimo di luce. Il garage, di nuovo buio. Tre paia di occhiali scuri scompaiono, simultaneamente.

S posa la chitarra, una Rickenbacker arancione. Si alza, apre la finestra, si accende una sigaretta.
“Cosa ne dite?”, chiede.
“A me piace” dice N. Tiene il basso posato in grembo e si arrotola una ciocca di capelli lisci intorno all’indice. Ha la frangia sugli occhi e la coda di cavallo. “Forse è una delle cose migliori che abbiamo”.
Guardano entrambi B, che a sua volta guarda nel vuoto. I capelli lunghi gli coprono il volto magro, affilato. Non parla.
Il batterista, l’ultimo di una lunga serie, ha un’aria soddisfatta. “Cazzo”, dice. “Certo che mi piace. È una cosa che non si è mai sentita, questa.” Scuote la testa. “Ma da dove le tiri fuori, queste idee, eh?”, dice a B. “E pensare che non ti droghi nemmeno…”
B sorride.
Un sorriso pallido.

Serata di primavera. Il sole non è ancora tramontato. Sono seduti al tavolo di un bar, non lontano dall’università. Studenti che passano. Vento, vento caldo. B slaccia un bottone della camicia, si aggiusta la giacca di pelle.
Gli strumenti sono posati accanto al tavolo. C’è un’aria elettrica, tutto scintilla. Gli occhi di N scintillano dietro gli occhiali da sole. I capelli ricci di S scompigliati dal vento. Sensazione fresca della birra che scivola lungo la gola. Sorrisi.
N racconta dell’estate passata a Londra. I locali, la musica, i ragazzi. Sorrisi.
C’è un’aria elettrica, il gruppo va bene, hanno parecchie date in programma. Sono felici. B si scompiglia i capelli, accende una sigaretta, ride a una battuta di S. Gli occhi di N scintillano dietro gli occhiali da sole.
Ci sono ricordi da tutte le parti. L’Inghilterra. Il mare del nord. Il vento. L’inverno appena trascorso, Torino invasa dalla nebbia, il loro appartamento, luci di candele.
Sono felici.
Sorrisi.

Nove ore più tardi. L’orologio sulla parete segna le tre e venticinque. Le finestre sono aperte sulla notte di primavera. Vento. Profumo di fiori, odore della città, profumo di sesso, odore di sudore: è una questione di punti di vista.
Le tre e venticinque. Sono stesi sul grande letto matrimoniale disfatto. N è al centro. S gira una canna. B guarda il soffitto. Bianco, vuoto, perfetto.
“Dovremmo andare a Londra”, dice N. “Dovremmo andarcene. Non abbiamo futuro in questo posto”.
Nessuno risponde. N si alza. Si infila gli slip, scompare in bagno. S accende la canna.
Quando N torna dice: “Ci andremo, a Londra”. Espira. “Solo che questo non è il momento buono”. Pausa. Fiamma dell’accendino. Soffia. Tira. Inspira. Espira. “Non siamo ancora pronti”.
Sguardo inespressivo sul volto di N illuminato dall’abat-jour.
“Certo che siamo pronti”, dice. Non è convinta.
“Londra”, dice B. “Cosa volete che sia Londra”. Scuote la testa. Prende la canna dalle mani di S e la porge a N. “Londra non è abbastanza”.

Quattro e quarantasette. N dorme, rannicchiata come una bambina. I suoi occhi scintillano dietro le palpebre chiuse.
B è sul balcone, in mutande e infradito. Indossa un maglione a righe rosse e nere. Fuma una sigaretta. Si scompiglia i capelli che gli coprono il volto magro, affilato.
S si è chinato sullo stereo al centro della stanza. Mette un disco. Cerca una traccia. Abbassa il volume. Poi dice: “Buonanotte”. B, dal balcone, risponde: “Buonanotte”.
Notte di primavera. Profumo di fiori, odore della città, profumo di sesso, odore di sudore.
B dal balcone guarda un’auto della polizia passare, i lampeggianti accesi ma la sirena spenta. Fuma la sua sigaretta. Aspetta che parta il pezzo. Il pezzo parte. “Battle”, dei Blur.
Invade la notte come acqua nei polmoni.
B ascolta.
Sorride, senza sapere il perché.

Hai perso qualcosa, lo sai. Qualcosa è andato perduto. Cos’era? Com’è cominciato tutto? Non te lo ricordi. C’era quel sole di aprile che faceva male. E il vento. L’aria elettrica di quella primavera. Avevi vent’anni. Avevi avuto altre ragazze prima. Altri amici. Altri gruppi. Il gruppo andava bene, l’aria elettrica di quella primavera. Qualcosa stava per succedere. Cos’era? Avevi avuto altre ragazze, altri amici… Non eri innamorato di lei. L’amore non esisteva, e non esisteva la solitudine. C’era solo il sole di aprile. Faceva male. Le labbra di lei incollate all’orecchio… Com’era cominciato? Era un gioco, nient’altro. La consapevolezza che qualcosa stava per succedere. Era magico, era elettrico, era la sensazione di quel vento sulla pelle… Non avevi speranze. Sapevi che sarebbe finito e non t’importava. Poi però è finito davvero. Le labbra di lei incollate all’orecchio, la primavera… Qualcosa è andato perduto. Vi siete separati. Avete lasciato l’appartamento. Avete sciolto il gruppo. Qualcosa è andato perduto e sarà perso per sempre. Cos’era? Cosa viene dopo?

Aprile 2002. B slaccia la cintura di sicurezza. Guarda dal finestrino: buio, cemento, pioggia. La voce del pilota augura ai passeggeri una buona permanenza a Londra. B si alza.

Heathrow inondato di luce. Voci frettolose nelle lingue di mezzo mondo. Facce comuni. Cartelloni pubblicitari.
La porta del bagno si chiude, inghiottendo i rumori. B si guarda allo specchio. Si scompiglia i capelli, si slaccia un bottone della camicia, si aggiusta la giacca di pelle.
“Non avrei dovuto accettare l’invito”, pensa. “Non avrei…”. Si lava le mani. Sapone liquido rosa al profumo di fragola. “Sarà imbarazzante”.
Esce dal bagno. Luce. Rumori. Voci frettolose nelle lingue di mezzo mondo.
Non ha bagagli, niente da aspettare.
Segue l’indicazione “Exit”. Porte che si aprono automaticamente. Altra luce, altri rumori.
Li vede.

In auto, mentre guida sulla corsia sinistra, S parla. N ascolta dal sedile posteriore. B guarda dal finestrino e pensa:
S è ingrassato e si è fatto crescere la barba. È cambiato.
N ha un nuovo taglio di capelli e si è tatuata qualcosa sul polso. Non è cambiata.

Abitano da soli in un appartamento ad Islington, un quartiere che B non ha mai sentito nominare.
Sono belli, sono emancipati, sono medi.
Sono fotografie sulle pagine di una rivista di tendenza.
N posa saltuariamente per pubblicità di abbigliamento. Nel resto del tempo fa la cameriera in un locale sotto casa.
S ha cambiato molti lavori, al momento è disoccupato.

Passa a Londra due giorni in cui non smette di piovere.
Pioggia sottile, visite a casa di amici, sushi bar, aperitivi.
Cercano di scherzare ma non ci riescono.
Non c’è imbarazzo, solo un silenzio insormontabile.

Ultima sera della permanenza di B a Londra. Cena al ristorante indiano. Candele che illuminano il volto di N. I capelli ricci di S invasi dalla luce. Tre bottiglie di vino bianco fanno brillare i loro occhi.
“… no, non ho capito questa storia del progetto”, dice S. “Non ho capito bene di cosa ti occupi”.
“E’…”, B esita. “Applicazione del sistema nervoso umano alla musica”. Scuote la testa. “E’ semplice, alla fine dei conti. Io…”
Fa una pausa.
“… lavoro con uno staff di medici e di ingegneri del suono…”
Un’altra pausa.
“…mi… mi pagano bene”.
S sorride.
“Non sono i soldi, vero?”
B scuote la testa.
“No”.
Silenzio, un silenzio sospeso, morbido. Si guardano. Tutti e tre, per un secondo.
“Sei felice?”, chiede N.
“Faccio quello che mi piace”, risponde B. Anche il suo tono è morbido, sospeso.
S ride.
“Cazzo, sì”, dice. “E’ questo che ti piace, non è vero? E’ qui che volevi arrivare…” Fa una pausa. Scuote la testa. Beve un sorso di vino, senza smettere di sorridere.
“E’ qui che hai sempre voluto arrivare…”
B scuote la testa, si scompiglia i capelli.
“E’ solo l’inizio”, dice.
Di nuovo silenzio, morbido, sospeso. Candele che fanno brillare i loro occhi. S si appoggia allo schienale, appoggia la mano sulla spalla di N.
B nota quel contatto. N accende una sigaretta. Il suo volto invaso dalla luce, i suoi occhi che brillano nella luce delle candele. I loro sguardi si incontrano. N inspira. Espira. Sorride. Continuano a guardarsi. N continua a sorridere.
“Sei cambiato”, dice. “Sei dimagrito”.
B annuisce.
“Lo so”.

Com’è cominciato tutto? Quando hai capito che sarebbe stato il tuo obbiettivo, la tua unica ragione di vita? Non lo sai. È sempre stato uguale. Quella voglia… Quella tentazione a scomparire. Quell’amore per il vuoto. Quella… Tentazione… Londra. Cosa sono stati quei giorni a Londra? Nulla. Una parentesi. Avevi fretta di tornare a Torino. Al tuo lavoro. Al tuo obbiettivo, alla tua ragione di vita. Credi che avrebbero capito? No. Questo lo sai. Loro non capivano… Non hanno mai capito. Il progetto. Non l’avrebbero capito ugualmente, anche se avessi provato a spiegarlo. Il progetto… Applicazione del sistema nervoso umano alla musica. Una formula che nascondeva qualcosa di profondo. Quella tentazione a scomparire. Quell’amore per il vuoto. Fare musica non era abbastanza. Il tuo obbiettivo, la tua ragione di vita… Diventare musica. Trasformarsi. Scomparire. Ed era possibile, loro…. Non sapevano… Era possibile… Non a Torino, non nel 2002. Ma si poteva fare, e tu lo sapevi. Trasformare il proprio corpo. Annullarlo. Loro… Volevi solo andartene. Lontano da loro. Lontano… Loro… Non capivano, non avrebbero mai capito. Loro…

Aprile 2008. Vento. Un vento violento sulla piazza del paese. Buio. Pioggia contro i vetri delle auto parcheggiate. Pioggia sulle strade deserte. Vento e pioggia ovunque, vento e pioggia su campi, vento e pioggia nei polmoni.
S si allontana dal vetro e prende in mano il telefono.
Esita.
Rumori dalla cucina, stoviglie, televisione accesa sul telegiornale.
Esista.
Poi compone il numero.

“Ho saputo che sei tornata”.
“Mio padre non sta bene”.
“Lo so. Mi dispiace”.
Silenzio.
“Vorrei parlarti”.
“Non abbiamo niente da dirci”.
“Vorrei parlarti lo stesso”.
Silenzio. Dall’altro capo N esita. Sta cedendo. Lo sa.
“Va bene”, dice alla fine, fredda. “Quando? Dove abiti adesso?”.
“Fuori, dopo Nichelino”.
Silenzio.
“Possiamo vederci domani pomeriggio”.
“Finisco di lavorare alle sei”.
“Va bene. Dove?”
“Al solito bar?”
“Non c’è un solito bar”.
Silenzio. S fissa il vuoto davanti a sé. Guarda la pioggia contro la finestra. Abbassa lo sguardo a terra.
“Non dovresti fare così”, dice. “Sono passati quattro anni”.
Silenzio. Il respiro di N dall’altro capo del telefono.
“Scusa”, dice.
Silenzio. Il respiro di N dall’altro capo del telefono.
“Ci vediamo domani?”.
“Sì”.
“Bene.”
“Ciao”.
“Ciao”.

Pomeriggio di aprile. Pioggia. Vento e pioggia. Pioggia contro i vetri del bar, pioggia nei polmoni. N svuota la bustina di zucchero nel caffé. Mescola.
“Hai una donna?”, chiede, guardando la tazzina. Ha cambiato di nuovo taglio di capelli. È sempre la stessa.
“Sì”, dice S. “Noi…” Esita. “Aspetta un bambino”.
N annuisce.
“Congratulazioni”.
Adesso è S ad annuire.
“Grazie”.
“Perché hai voluto vedermi?”
S sospira. Ha lo sguardo basso sulle mani intrecciate.
“Sai qualcosa di…”
“No”, lo interrompe lei.
“L’ho chiamato qualche mese fa. Vive a New York”.
N annuisce.
“Questo lo sapevo”.
Silenzio.
“Il suo progetto?”
“Bene. Va…” Esita. “Va benissimo. È su tutte le riviste scientifiche, è…” Esita di nuovo. “Sembra la più grande scoperta della scienza dai tempi della ruota”.
Sorride. Un sorriso pallido.
Un attimo di silenzio. Rumore della pioggia contro i vetri del bar. Voci di gente comune. Rumore dei tram elettrici che passano sulla strada luccicante, inondata di pioggia.
I loro sguardi si incontrano. N continua a mescolare il caffé. Pensa che S è ingrassato ancora. Sarà padre. Pensa… Qualcosa. Ricordi. Londra, la sua vecchia casa, la sua nuova casa. Il suo nuovo fidanzato. “Tutto questo è così stupido”, pensa. Altri ricordi. Primavera di dieci anni prima. Qualcosa comincia a cedere dentro di lei. Il suo sguardo si addolcisce. Poi un sospetto. La dolcezza si tramuta in paura. Il sospetto si tramuta in certezza.
“C’è qualcosa che non va?”, chiede.
Conosce la risposta.
S continua a fissarla, senza parlare.

Nove di sera. Ha smesso di piovere. Vento dolce sulla piazza del paese. N accosta davanti al portone di un condominio. Non spegne il motore.
“Allora sentiamoci”, dice. Ha pianto. Sorride per trattenere altre lacrime.
S annuisce.
“E’ stata una bella serata”.
“Sì”.
“Sentiamoci”.
“Sì”.
Silenzio. Un silenzio lungo e intimo. La notte e il rumore del vento tra gli alberi.
“Scusa”, dice N. “Per questi anni”.
“E’ stata colpa mia, lo sai anche tu”.
“Sì”, dice N. “E’ vero”. Ride e una lacrima le cola sulla guancia. La asciuga con il palmo della mano.
“Sentiamoci”, dice S. “Davvero”.
“Sì”.
“E…” Esita. “Chiamalo”.
Si guardano. N distoglie lo sguardo. Lo abbassa. Annuisce.
“Ok”, dice S. “Ciao”.
Si china su di lei. La bacia sulla guancia. Apre la portiera.
“Ciao”, dice ancora.
“Ciao”, dice lei.
S si allontana e scompare nel portone, senza voltarsi indietro.
N comincia a piangere, in silenzio.

Telefonate. Lettere. E-mail. Gente conosciuta ad un aperitivo. Sala d’aspetto di un aeroporto. Cose che ti cambiano la vita. Tu… Cos’hai pensato quando hai capito che era possibile? Fino a quel momento non ci avevi creduto, non fino in fondo. Poi è successo. Dopo Londra. Dopo quel… Una telefonata. Un colloquio in un grande palazzo. Gente che parla in inglese. Americani… L’America. La sala riunioni di un grosso palazzo. Luci impersonali, facce impersonali. Le tue ricerche. Il tuo progetto… Cos’hai pensato quando hai capito che si poteva fare? Cos’hai pensato quando lei ha suonato il campanello di casa tua? Era il 2004, un’altra primavera. Vi siete guardati. Non potevate capire. Voi… Cos’hai pensato quando ti ha detto che si erano lasciati? Che lui l’aveva lasciata per un’altra, che aveva cambiato casa? Soddisfazione? Vendetta? Piacere? Niente. Tu non potevi… Saresti partito per New York la settimana successiva. Lei non lo sapeva. Lacrime. Sorrisi. Voi… L’hai baciata. Nessuno l’ha mai saputo. Avete provato a fare l’amore, ma tu non potevi… Non potevi più… Se n’è andata la mattina dopo. Non dovevi pensarci. Non potevi. Eri il tuo progetto, la tua ragione di vita. È passata una settimana. Attesa. Ansia. La sala d’aspetto di un aeroporto. Poi Manhattan, un altro grosso palazzo, altre luci impersonali. Avete cominciato a lavorare… Progetti. Il progetto. Immagini olografiche sugli schermi dei computer. Le luci impersonali di quella stanza, il tuo corpo ridotto a niente. Impulsi. Elettrodi applicati al tuo cranio rasato. E quella musica… Quei rumori… Quella tentazione… Dieci anni di esperimenti. Il tuo corpo ridotto a niente. Continuavi a dimagrire… Elettrodi applicati al tuo cranio rasato, e la musica che si perfezionava. Non dovevi pensare a lei. Non dovevi pensare a loro. Non potevi, non potevi più… Silenzio, solitudine, spazi vuoti. La musica che nascondevi dentro. Tutto questo è stata la tua vita, fino a quando… Oggi, 28 aprile 2014. Alba radiosa di una giornata radiosa dell’Illinois. Campi di grano al tuo risveglio. Campi di grano fuori dalla porta dell’edificio governativo che abiti da quattro anni. Oggi è il momento. Oggi tutto finisce e tutto comincia. Non provi niente, solo determinazione. Non provi… Non più… Mani che stringono mani. Consigli. Abbracci alla stazione. Il treno che arriva, sali i gradini, posizioni su un sedile prenotato di prima classe il tuo corpo ridotto a niente. Tu… La tua vita è finita. Qualcosa comincia. Chiudi gli occhi. Nessuna scintilla dietro le palpebre chiuse. Chiudi gli occhi… Dondolio del treno che comincia a muoversi… Chiudi gli occhi… Dormi. Devi dormire. È tutto finito. Devi dormire… Dormire…

28 aprile 2014. Vagone di prima classe di un treno diretto a New York City. Un tremito impercettibile sul volto di B. Occhi spalancati. Muscoli tesi. Denti stretti.
Cuffie nelle orecchie: questa musica. Questa… Capisce.
Ora ricorda. Un’immagine: un appartamento di studenti. Un letto matrimoniale. Uno stereo in mezzo alla stanza. Una finestra aperta. Musica che invade la notte.
Non respira.
Non riesce a comprendere fino in fondo. Cosa è andato storto? Cosa…
Qualcosa dentro di lui comincia a cedere.
Questa musica che lo avvolge, che invade i polmoni. Questi ricordi. Vent’anni. Londra. Vento di primavera. Ristorante indiano. Le labbra di lei incollate all’orecchio.
Cede, sempre più rapidamente.
Il bar accanto all’università. Occhiali da sole. Luci di candele. Londra. Vento di primavera. Capelli ricci scompigliati dal vento. Le labbra di lei incollate all’orecchio.
Crolla. In silenzio.
Campi di grano dell’Illinois, giornata di primavera, facce comuni di gente comune. Tutto si sgretola. Svanisce. Scompare.
Ora ricorda.
Un impulso irrefrenabile di urlare, di esplodere, di esistere.
Ricorda.
Comprende di avere paura.
Ricorda.

scomparire

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I.

Entrata

Un giorno gli ordini erano cambiati. La politica del governo era cambiata. Un corpo speciale della polizia era stato istituito per neutralizzarci. Renderci inoffensivi, in qualsiasi maniera.
Annichilirci, si diceva.
I metodi ricordavano quelli delle giunte militari sudamericane. Erano richieste efficienza e discrezione.
Silenzio, soprattutto. La guerra si combatteva là dove le parole non potevano arrivare. Dove la civiltà dell’abuso linguistico cedeva il campo ai fatti, spogliati da ogni interpretazione.
Era questione di affermare il proprio corpo. La propria esistenza fisica. Non cedere all’invisibilità, alla sua tentazione.
Cadevamo a decine, come mosche. I giornali non riportavano alcuna notizia. Le proteste di parenti e amici si spegnevano nel vuoto.
Non esistevamo, non eravamo mai esistiti.
Scomparire nel nulla, tutto qui.

Il 25 luglio del 2022 cominciava il terzo mese della mia latitanza. Ero un condannato a morte. Avevo paura.
La settimana prima avevo parlato con la digos. Avevo barattato la mia fuga con qualche delazione. L’unica scelta possibile.
Finivamo tutti così, prima o poi.
La bravura stava nel vivere al confine. Sfruttare le correnti d’aria. Disperdere la propria identità nel pulviscolo della superficie.
Un unico corpo, molte vite.
Un lavoro, un hobby, un cane.
Una ragazza. La mattina del 25 mi svegliai accanto ad Estela. Ci frequentavamo da alcune settimane. Estela non era il suo vero nome, come Danny non era il mio.
Era bella. Leggera. Slanciata. Seni piccoli e appuntiti. Capelli bianchi, secondo la moda di quell’estate.
Estela e Danny, senza un passato e senza un futuro.
Era giusto così.

Estela di mattina. Estela alla finestra. Estela nel chiarore del bagno, inondata di luce.
Restai a casa sua fino a mezzogiorno. Pranzammo insieme, nel ristorante vegano di un amico. Poi la accompagnai alla stazione della sopraelevata più vicina. Scomparve in un vagone.
Scesi nei quartieri sotterranei per aspettare che calasse il sole. Giocai a biliardo. Dormii qualche ora su una panchina.
Quando tornai in superficie si vedevano le prime stelle.
Restai a guardarle a lungo.
La mia fuga era cominciata.

1.

Una sera plumbea d’estate. Poche stelle in un cielo viola pallido. Alberi alti, fiume silenzioso. Traffico di esseri umani e mezzi elettrici.
Discreto, come sempre.
Torino è calma. Una quiete che ricorda l’apnea. Che spinge a nuotare più che a camminare, come pesci in una boccia di vetro.
Torino, il centro di Torino, non è più dei torinesi da almeno dieci anni. È un luogo d’incontri, come ogni altra città. Una rete. Uno spazio sicuro e protetto dove si spostano capitali, si firmano contratti, si stringono accordi.
Dove nascono mode e si lanciano idee. Un paradiso di luci e colori. Di cartelloni oleografici e architetture d’avanguardia.
Un film all’aria aperta, il tuo personale videogioco.
A quest’ora i protagonisti sono gli studenti. Bevono birra sui gradini dell’università. Giocano a calcio. Ascoltano musica.
Io, per ora, sono solo una comparsa.

Cammino lungo corso San Maurizio. Ora è buio. Le quattro lune sono accese. La ovest è gialla, questa sera. È ben visibile. Vicina.
La nord è azzurra. Oscilla. Ogni tanto la cima di un palazzo la copre. Poi ricompare.
Cammino tra i due dischi, in direzione nord-ovest. Mi fermo a compare le sigarette e un’auto della polizia mi passa accanto. Non rallenta.
Indosso jeans attillati e felpa con cappuccio. Porto bene i miei trent’anni. Non sono un tipo sospetto, almeno per sbirri di quartiere come questi.
Quelli che mi cercano per ammazzarmi non sanno nemmeno cosa sia, un tipo sospetto. Non fanno differenze. Non interpretano.
Ti fanno a pezzi, senza badare a come sei vestito.
In dieci minuti sono ai Giardini Reali, stazione della sopraelevata. Sulla piattaforma c’è un gruppo di impiegati che viene dall’aperitivo. Parlano ad alta voce. Ridono.
Il treno arriva quasi subito.
Mi guardo intorno, in cerca di un vagone vuoto.

Interferenza

Appoggiai la testa al finestrino. Svuotai la mente. Non potevo permettermi sentimenti umani. Niente paura. Nessun rimpianto.
Guardavo la città passarmi sotto come un plastico. Torino dall’alto è un luna park. Un divertimento infantile. La mia fuga era parte del gioco, così come la mia morte. E giocare era un dovere, un destino.
Per qualche motivo mi ritrovai a pensare come tutto era cominciato. Dal basso. Dai sotterranei. Dal fango, dall’odore delle spezie, dalle macerie.
Il sottosuolo ci aveva generati. Ci aveva protetti.
Ci eravamo mischiati con gli immigrati, con gli artisti, con le puttane. Con gli spacciatori. Con terroristi dell’Eta e registi di snuff movies.
La seconda fase era stata la superficie. Avevamo mostrato i nostri volti. Eravamo scomparsi là dove eravamo più visibili.
Un unico corpo, molte vite.
Una faccia, molte identità.
Nella massa il singolo è molteplice. Ciò che un momento esiste può scomparire il momento dopo.
Quasi tutto può essere edificato dal nulla.

E ora come finiva?
A venti metri d’altezza, nel vagone di una monorotaia. Una Torino di cartapesta. Un mezzo ad alta velocità e basso consumo energetico. Muzak in diffusione costante, per rilassare la mente e il corpo.
Qual era stato l’errore?
Dov’era il significato?

2.

Di colpo tutto si ferma. Le porte automatiche si aprono. Silenzio. Attesa.
Sullo schermo al plasma compare una scritta. “Monorotaia sopraelevata 413, linea verde. Parco della Pellerina, stazione di fine corsa”.
Capolinea. Devo scendere. Immergermi in quest’ultimo strascico della città. Da qui si continua a piedi.
Prendo l’ascensore. La prima cosa che noto è il buio. Niente lune artificiali, illuminazione stradale scarsa. Bagliori azzurri dalle finestre dei caseggiati popolari. Televisori che trasmettono partite di calcio.
Quello che trovo oltre non mi sorprende. Cantieri. Edifici diroccati. Officine meccaniche. Gelaterie.
Poi venditori ambulanti di kebab, negozi stracolmi di paccottiglia cinese, rosticcerie africane e peruviane. La periferia degli immigrati e il suo declino stabile, eterno. Una Torino che in superficie è rimasta soltanto in cintura, ai margini estremi della città.
Un mondo sconosciuto, praticamente.

Sono fermo davanti a un muro di mattoni rossi. La fine di un vicolo cieco. Tutto è molto buio.
C’è odore di cibo e grasso per motori. In fondo, sulla strada principale, passano ombre scure. Esseri umani che strisciano contro le case, come scarafaggi. Altri fantasmi che scompaiono dietro un angolo, sotto la saracinesca di un negozio pakistano.
Un muro di mattoni rossi. Una porta. Sulla porta c’è una scritta: “Amici del cinema d’essai”. Sotto un nome illeggibile, cancellato con un pennarello nero.
Questo è il luogo.
Guardo l’orologio al polso. Le nove meno due minuti. Centoventi secondi di angoscia. Poi mi guardo attorno.
Afferro la maniglia.

Interferenza

Avevo incontrato l’agente Donato della digos la sera del 19 luglio. Un appuntamento in una tavola calda come tante. Cibo cinese precotto. Una cameriera carina, frangia sugli occhi e auricolari. Telegiornale nei megaschermi che rimpiazzavano le finestre.
Avevamo scelto il sottosuolo per ragioni di sicurezza. Un piede sottoterra ed è come la legione straniera. Nessuno ti ha visto, nessuno fa domande.
I patti erano chiari. I nomi dei miei diretti superiori in cambio di un biglietto per Marrakesh. E della strada sgombra per arrivarci, naturalmente.
In fondo avevamo tutti qualcosa da guadagnare. Io la vita. Donato una promozione.
La digos stessa ci guadagnava. Elogi. Riconoscimenti. Discredito della polizia segreta rivale. I NAT si lasciano sfuggire il condannato, la digos arresta i suoi superiori. Foto sui giornali. Interviste.
Discredito significa meno soldi per i nuclei antiterrorismo e più soldi per la digos. Più soldi significa più impunità. Più impunità più potere.
E il potere significa tutto: è lì che comincia la vita.

Le istruzioni erano semplici. Poche direttive. Qualche consiglio sibilato tra i denti. Una caccia al tesoro. Solo una delle tante, in fondo.
Non c’era nessuna regola, soltanto un luogo da raggiungere. Un anonimo cinema d’essai in periferia, al capolinea della linea verde. Una porta su un muro di mattoni rossi. Sulla porta un nome illeggibile.
Alle nove sarebbe cominciato il film. Avrei aperto la porta. Mi sarei trovato di fronte a due sale, una più grande e una più piccola. Quella grande era la sala cinematografica vera e propria. Quella più piccola una specie di salotto.
In questa stanza un uomo magro vestito di giallo mi avrebbe atteso.
Mi avrebbe accompagnato ad un’altra porta, più piccola.
Da questa porta in un cortile.

3.

Un attimo di apnea che si trasforma in ore, giorni, anni.
Un attimo perché tutto crolli. La certezza di essere dalla parte della ragione. La possibilità di salvarsi. Tutto.
Sono immobile in uno spazio senza coordinate. Il muro di mattoni rossi è alle mie spalle. La porta anche. Ho ancora una mano sulla maniglia. Come se bastasse un passo indietro per ristabilire le regole. Come se esistesse una possibilità d’errore.
Non è così. E’ chiaro che non è così. Non c’è nessun errore. Il luogo è quello giusto. E anche l’ora è quella giusta, perché non esiste un’ora sbagliata, non per questo genere di cose.
Resto immobile guardando un cielo che non dovrebbe esserci. E un prato che non dovrebbe esserci. E i grilli che cantano in questo prato. E poi il binario arrugginito che mi passa sotto i piedi, la vecchia locomotiva, i resti di una costruzione in mattoni.
C’è una linea morta della ferrovia, in questo posto. Senza alcun dubbio una vecchia stazione abbandonata.
Non ha alcun senso.

Riesco a muovere qualche passo e il primo istinto è la fuga. Correre, a perdifiato. Uscire da questa dimensione irreale. Tornare allo scoperto, dove quello che conta sono i muscoli e il sangue. La lotta animale, senza spazio per i dubbi.
Non riesco a decidermi.
Non ho coraggio sufficiente per rispondere alle domande che mi pongo . Sono stato tradito? Da chi? Dalla digos? Dai miei compagni? Hanno fatto a me ciò che io ho fatto a loro?
Realizzo che non ci sarebbe nulla di strano. È un vicolo cieco. Una soluzione senza uscita. Una soluzione senza uscita si chiama: panico.
Mi appiattisco contro i muri. Cerco di scomparire.
Poi torno a farmi visibile, attendo l’agguato con tranquillità. Forse sarà dolce. Facce coperte da passamontagna e mitragliatori kalashnikov. Un’esecuzione sommaria, impersonale.
Non è me che stanno uccidendo. Non sono loro che io ho ucciso.
La risposta è una sola.
Siamo la stessa cosa.

Dieci minuti e non succede niente. Accendo una sigaretta. Aspetto.
Venti minuti. Ancora niente.
Mezzora. Poi delle ombre. Vengono nella mia direzione e si muovono in fretta. Sono in quattro, forse di più. Cerco di vedere i loro volti, ma sono troppo lontani.
Tengo una mano sulla maniglia e una sul muro in mattoni. Sono pronto a scappare.
Poi succede qualcosa. Le ombre scompaiono, come inghiottite dal terreno. Trattengo il respiro. Svuoto i polmoni. Mi rilasso.
Tutto si fa molto chiaro.
Un quartiere sotterraneo. Ci deve essere un ingresso da qualche parte. Ha inghiottito le ombre, mi farà scomparire.
Per un attimo sono me stesso nella sua forma più essenziale. Un impulso. Un fremito incontenibile.
Qualcosa dentro di me torna a vivere.

4.

La scala finisce in un lungo corridoio illuminato al neon. Il traffico di esseri umani è intenso. Arabi, africani, sudamericani, cinesi. Qualche bianco.
Il solito meltin’ pot del sottosuolo.
Senza dubbio il corridoio è una delle arterie principali del settore. È intitolata a Fidel Castro. Sotto il nome c’è solo la data di morte, marzo 2004.
Sono ricordi d’infanzia. La notizia sui megaschermi. Il sangue. La rivendicazione della CIA. Le folle. I carri armati statunitensi. L’invasione.
Mi fermo sul bordo della strada, mi appoggio al muro. È un negozio di animali. Alcuni li conosco. Altri sono modificazioni genetiche illegali, create per i salotti dei ricchi. Per le modelle e le rockstar.
Da un grosso acquario un pesce verde chiaro mi guarda. Ha occhi grossi e neri come quelli di un vitello. Di nuovo quella sensazione di apena.
Accendo una sigaretta.

Con il passare dei minuti la folla di avenida Fidel assume compattezza. Ogni secondo che passa è qualcosa di più omogeneo. Qualcosa di fluido e lento, come acqua.
Questa gente non si trova qui per caso.
Lo realizzo in un attimo. Lo capisco dagli sguardi, dall’andatura cadenzata, dal silenzio sospeso. Questa gente ha una direzione. Uno scopo. Una meta da raggiungere.
Qualcosa sta accadendo in fondo alla via, oppure oltre.
Adesso è lampante. Impossibile non comprenderlo. Non mi trovo in mezzo ad una trafficata via di un quartiere sotterraneo. Qui si respira un’atmosfera diversa. C’è qualcosa di grosso nell’aria. Qualcosa di sacro.
Questa è una processione, senza dubbio.

È chiaro che tutto questo non mi riguarda. Dovrei cercare un albergo per passare la notte. Dovrei mettermi in contatto con la digos e chiedere spiegazioni. Trovare una stanza buia e chiudere gli occhi e riordinare le idee.
Poi la vedo.
È in mezzo alla folla. Cammina lentamente, ciondolando appena. Ha lo sguardo fisso davanti a sé. Guarda qualcosa che sta oltre avenida Fidel, oltre il quartiere sotterraneo, da qualche parte nella sua testa.
Estela.
Conosco quello sguardo. So cosa significa sul suo volto. So che dovrei starne lontano, che potrebbe andarne della mia vita. Ma non importa. Non importa più niente, ormai. Ho bisogno di qualcosa di umano. Di una voce conosciuta, di un odore, di un corpo da stringere al mio.
Quello che sto per fare è un errore. Lo so e non mi interessa.
Corro in mezzo alla folla. Non sono esseri umani, questi, sono corpi senza vita. Li sposto come oggetti. Mi faccio largo tra braccia e gambe che non badano al mio passaggio, sembrano non accorgersi della mia esistenza.
La raggiungo. Indossa un abito di seta indiana. Sandali. Un anellino al naso, tanti anelli nelle orecchie.
La tocco. Mi vede. Per un attimo sembra non riconoscermi.
Poi sorride.

Interferenza

Inizialmente era contraddistinta da una sigla. Numeri, lettere. Non ricordo. E’ passato molto tempo, forse l’ho scordato.
Però c’era una sigla. Una volta. Quando ancora esisteva una concorrenza. Quando si parlava ancora di droghe estrinseche e di droghe intrinseche. Di droghe leggere e di droghe pesanti.
Una volta potevi decidere. Potevi restare in piedi a ballare la techno per quattro giorni e poi andare al lavoro come niente fosse. Potevi sniffare anestetico per cavalli e smettere di esistere per ore, giorni, settimane. Potevi aprirti, chiuderti, allontanarti, trasformarti, scomparire.
Fu una questione di pochi mesi. Man mano che le altre droghe sparivano dal commercio il suo nome si faceva più vago, più sottile.
Poi più nulla.
Bastava un’occhiata rapida, un breve cenno del capo, un’allusione. Era sufficiente per capirsi. Milioni di persone accomunate da un’unica esperienza collettiva. Tribù di giovani e imprenditori di successo. Segretarie e puttane. Guardie e ladri.

La “droga totale”, come la chiamavano i giornali, era stato il primo passo verso la nuova epoca. Era venuta prima della guerriglia. Prima dei quartieri sotterranei. Prima delle persecuzioni.
Era entrata nella vita delle masse con una naturalezza sorprendente. Aveva combattuto lo stress e la noia, la bulimia, le manie ossessivo compulsive. Tutti, seppure in misura diversa, ne facevano uso.
Io non l’avevo mai presa prima di allora. Ai compagni era vietato. La guerra santa era una questione di calcolo, non di fantasia. La purezza del corpo era un dovere verso la causa.
Credevamo si trattasse di un’evasione. Sbagliavamo. Non potevamo comprenderla. Non avevamo gli strumenti per spiegarla. Nessuna parola del nostro lessico era capace di definirla.
Ora lo so. Non era un’evasione.
Una nuova dimensione dell’esistenza, tutto qui.

5.

Camminiamo fianco a fianco, mano nella mano.
Alla mia destra c’è Estela. Alla mia sinistra c’è uno sconosciuto, un nero sui quarant’anni, alto, solido. Guardo i loro volti, cerco i loro sguardi. Non ci sono. Da nessuna parte. Penso che tutto questo è giusto. Non c’è stato nessun errore. Non c’è nessun significato.
Camminiamo piano, senza parlare. Percorriamo passo dopo passo la strada della salvezza. Che è anche la strada della disperazione, della nausea, del prurito: non abbiamo possibilità di scegliere, non la vogliamo.
La processione ha rallentato. Si è fatta ancora più compatta. Più densa. Un liquido oleoso, corpi che si sciolgono in altri corpi e scivolano sotto i neon di un quartiere sotterraneo.
Ci accalchiamo all’imbocco di una piccola via. Siamo pulviscolo. Massa che esplode in miliardi di singoli frammenti, eppure un unico essere.
Un singolo fatto, infinite interpretazioni.

All’improvviso mi accorgo di qualcosa. Le scritte. Le insegne dei supermercati, i cartelli stradali, gli slogan pubblicitari. Le lettere si confondono. Sfuggono. Si mischiano tra di loro.
È come una vertigine. Come se la testa mi si stesse riempiendo d’acqua, un’acqua calda e densa nella quale è possibile respirare.
Tutto questo è giusto.
Mi sento leggero, come non lo sono mai stato.

6.

Non c’è soluzione di continuità in quello che accade. Perché tutto accade, senza una causa e senza conseguenze.
La strada nella quale ci troviamo è stretta e buia. Ho l’impressione che vada aggrovigliandosi e stringendosi allo stesso tempo. Come il fondo di un imbuto. Come l’intestino di un grosso animale.
La processione si è fatta rumorosa. Canta. Mormora. Emette rumori incomprensibili, fischia, stride, sbuffa. Aspettiamo qualcosa. Quello che aspettiamo è vicino, sempre più vicino ad ogni passo.
Poi quel qualcosa succede, ed è una liberazione.
Il viottolo si allarga. Mi guardo intorno. Una piazza. Una piccola piazza tonda, circondata dai portici. Si fa silenzio, un silenzio religioso, soltanto il rumore dei passi sul grigio plumbeo dell’asfalto.
La piazza è gremita di persone. Qualcosa le attrae verso il centro. Guardo Estela, che è occhi sgranati e muscoli in tensione. Seguo il suo sguardo.
Allora lo vedo.
È qualcosa di luminoso. Un oggetto delle dimensioni di una valigia da viaggio, oppure un animale.
Un corpo. Un corpo rannicchiato che emana una luce chiarissima, bianca.
Centinaia di persone si stringono intorno a quella luce, come falene intorno a una lampada.

Interferenza

Non esiste soluzione di continuità. Esiste un unico errore, dal quale tutti gli altri derivano: la coerenza. La pretesa di essere uguali a sé stessi. L’obbligo di un significato.
Ti svegli una mattina con la consapevolezza della scommessa. Hai puntato tutto su una fuga disperata. Non ci sono mezze misure: se vinci sei salvo, altrimenti muori.
Poi basta un particolare, una nota stonata, una dissonanza. E tutto crolla. Le cose perdono il loro aspetto familiare. L’aria si fa rarefatta. Comincia il mondo della mitologia, l’universo degli impulsi animali.
Nessuna regola, solo la lotta per la vita.
Nessuna storia da raccontare, nessuna linearità del tempo. La strada che stai percorrendo si biforca. Scegli una direzione e si biforca di nuovo. E di nuovo e di nuovo, all’infinito.
Sei sempre più lontano dal tuo scopo ogni passo che fai, vorresti fermarti ma non ti è concesso. Allora cammini. Camminare produce stanchezza. La stanchezza produce certezze.
Smetti di alimentare il dubbio. Come per incantesimo la strada torna ad essere una sola.
È a solo allora che comincia la conoscenza.

Ad un certo punto il corpo si era tirato a sedere.
Un essere umano. Un bambino di cinque o sei anni, di etnia indefinibile. Pelle scura ma non nera. Occhi azzurri, vitrei.
Cieco, senza dubbio.
Porgeva le mani alla gente.
La gente chinava il capo, abbagliata da quella luce.

Il presente, non il futuro.
Li chiamavano con un nome particolare. Un termine orientale che significa “grande anima”. Specchi di carne e sangue del mondo che ti circonda. Fogli bianchi su cui il tuo sguardo imprime un segno.
Un attimo. Uno scorcio della tua vita. La verità, per un decimo di secondo.
Non il futuro, soltanto il presente. Con le sue conseguenze e le sue cause. Con le scelte e gli errori irrimediabili.
Guardarsi in faccia. Vedersi come da soli sarebbe stato impossibile.
Un istante di lucidità estrema dipinto negli occhi di un bambino.

7.

La massa di persone si stringe sempre di più. Sono sempre più vicino, risucchiato da una forza incontrollabile. Un gorgo, una spirale.
Poi arriva il mio turno.
Non capisco quello che sta succedendo. Corpi premono sul mio corpo. Si appoggiano alle mie spalle, spingono, invitano, impartiscono un ordine perentorio.
Tocco una mano minuscola.
Guardo la luce, cercando una risposta nel suo centro luminoso. Incontro uno sguardo senza vita, occhi ciechi, di un azzurro quasi bianco.
Resto a fissarli a lungo.
E vedo.
Tutto.

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II.

Entrata

Aprii gli occhi a mattino inoltrato. Mi trovavo in una grande stanza dalle pareti bianche, illuminata vagamente dalla luce del sole. Ero steso in un letto a due piazze. Al mio fianco non c’era nessuno.
Il luogo mi era familiare. Emanava vecchie sensazioni confuse, che non riuscivo a collocare nel tempo e nello spazio. Avevo la mente vuota. Nessun pensiero, nessun ricordo, nessuna emozione.
Mi tirai a sedere. Rimasi in attesa. Si aprì una porta in fondo alla stanza. Piano, come per evitare di svegliarmi. Era la porta del bagno. Lo sapevo, non sapevo perché.
Ne uscì una donna. Era nuda. Mi guardò e mi sorrise. Ricambiai il sorriso.
Andava tutto bene.

Pochi minuti dopo stavamo facendo colazione al tavolo della cucina. Estela sedeva di fronte a me. Guardavo i suoi capelli bianchi e le sue spalle sottili e mi piaceva. Mi piaceva il modo in cui sorseggiava il suo yogurt liquido, sfogliando una rivista di moda.
Finii la colazione e accesi una sigaretta. Mi alzai. Uscii sul balcone. Restai a guardare il profilo aguzzo della mole, i movimenti degli autobus elettrici, gli innumerevoli accessi ai settori sotterranei.
Poi rientrai. Mi lasciai cadere sul divano in pelle. Chiusi gli occhi. Li riaprii.
Non pensavo a niente. L’orologio digitale sul muro segnava le 11.45 del 26 luglio 2022. Non ricordavo niente. Non avevo un passato né un futuro, nessuna direzione da raggiungere.
Stavo bene.

Fu a quel punto che suonò il campanello. Guardai E

stela che si alzava dalla sedia e scompariva dietro la porta a vetri. Mi accesi un’altra sigaretta e rimasi seduto ad aspettare.
Poi Estela tornò in cucina. Tornò a sedersi e riprese in mano la sua rivista di moda.
Poi disse: “E’ per te”.
Allora notai che aveva parlato senza guardarmi.
Poi ricordai, ma a quel punto era già troppo tardi.

(photo by rakka – flickr.com)