Messaggi dagli inferi

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Sono contento di essere tornato su Not dopo quasi due anni con un saggio in cui parlo della sindrome della pagina bianca che ha colpito molti scrittori – compreso il sottoscritto – durante la pandemia partendo da Shining e mettendola in relazione con il mondo infero di Hillman (e in particolare con il mito di Orfeo). Si parla di sogni, morte, Jean Cocteau, virus, possessione e macchine ricetrasmittenti. Nell’immagine: Testa di Orfeo di Jean Delville.

(EDIT: mi è stato fatto notare dopo la pubblicazione che anche nel romanzo di King Jack Torrance si chiama Jack – cioè che si chiama John ma è soprannominato Jack, un particolare che non ricordavo.)

 

Amanda Knox tra realtà e finzione

Amanda Knox, il documentario di Netflix che è considerato il miglior racconto finora dei noti fatti di Perugia, mi ha ricordato The Jinx, The Imposter e Gone Girl:  nell’ordine un documentario che racconta una storia troppo incredibile per essere vera, un’opera che ibrida realtà e finzione con risultati disturbanti e un film su come la fiction in cui siamo tutti immersi alteri profondamente la percezione della realtà, posto che siamo troppo narcisisti per non fare di noi stessi l’oggetto di un racconto continuo.

Il motivo di queste associazioni è fin troppo chiaro: Amanda, nel documentario a lei intitolato, recita, e con lei tutti gli altri attori di quel grande thriller in otto stagioni della mia generazione che è stato l’omicidio di Meredith Kercher. Tutto normale, eccetto che Amanda, in teoria, non dovrebbe essere un’attrice. Ma il setting in cui viene intervistata, seduta su uno sgabello davanti a uno sfondo grigio astratto, suggerisce che non ci sia nulla di strano nel fatto che questo stereotipo della ragazza qualunque sia tanto brava a enfatizzare le pause e i momenti di tensione con la voce e i movimenti del corpo. Il racconto si sovrappone alla realtà diventandone una versione insieme aumentata e stilizzata – cioè non si sostituisce alla realtà ma fa della realtà stessa una fiction.

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Loney e la Morecambe Bay

Qualche giorno fa parlavo su Satisfiction di Loney, il bel romanzo d’esordio di A.M. Hurley. Un giorno o l’altro questa costa industriale dell’Inghilterra dovrò decidermi a camminarla, magari seguendo le tracce di Sebald (Gli anelli di Saturno). Intanto la pagina di Wikipedia dedicata alla Morecambe Bay rende abbastanza bene l’idea delle atmosfere che si respirano nel romanzo di Hurley (foto in basso a destra), e così anche queste altre immagini trovate su geograph.co.uk:

 

Satin Island e il G8 di Genova

Satin Island non è il migliore dei romanzi di Tom McCarthy, ma ci sono almeno due momenti in cui nonostante tutto (nonostante non sia un romanzo: come mai da questa idea non è uscito un saggio?) è abbastanza forte da toccare le vette di C o di Reminder. Il primo è il discorso sul Grande Rapporto, di cui si può leggere estensivamente in questo stupendo articolo scritto per il Guardian. Il secondo è la scena ambientata al G8 di Genova, a metà strada tra Kafka e Ballet Mécanique o il Bolaño di Stella distante e le 120 giornate di Sodoma. Eccone un estratto:

 

What we did for the next couple of hours, said Madison, is that he made me strike up and hold certain postures. Postures? I asked. Postures, she repeated; like a fashion shoot. I had to turn one way, then another, then to bend, then hold my arms up, stick my leg out, things like that. This man told me exactly what to do; he was really precise. From time to time, if I didn’t have the posture quite right, he would raise the prod, to threaten me; once, when I let my arms fall to my side since I was too tired to keep them raised like he’d instructed me, he zapped me again; after that I kept them up, tired or not. And all the while, while forcing me into these shapes, he was consulting with and nudging at this other thing. What other thing? I asked. The gizmo-thing, she said; this modulator or detector. It had a small screen on it, that had lines running across it: wave-lines, like you might get on earthquake-predicting machines, or on those other ones that show stock-market prices as they fluctuate. He’d look at the screen, then look at me, and make me shift my arm an inch this way or that way, or rotate my head clockwise a tiny bit, or anticlockwise, or tell me to jut my chin or chest out; then he’d look back at the thing, and turn a knob a little bit, and say something to himself, or to the machine, or to whoever was behind it, on the other end.

(Nella fotografia: Tom McCarthy nel 2007. Foto di Andrew Gallix)

Gli iperoggetti spiegati in due romanzi: Jeff VanderMeer e Kim Stanley Robinson

Oggi su Prismo c’è un mio articolo dedicato agli iperoggetti: ne parlo attraverso due romanzi, il solito VanderMeer e Aurora di Kim Stanley Robinson. Quest’ultimo – non ancora tradotto in Italia – contiene tra le altre cose questo bell’adattamento di una famosa poesia di Constantine Cavafy:

There’s no world, my friend, no
New seas, no other planets, nowhere to flee –
You’re tied in a knot you can never undo
When you realize Earth is a starship too 

Per capire come mai la narrativa del global warming è tanto importante al giorno d’oggi e come mai non possiamo fare altro che arrenderci, come dice la t-shirt di Timothy Morton nell’immagine qui sopra.