La strada perduta per lo spazio interiore

Riferendosi alla New Wave della fantascienza di cui sarebbe diventato uno dei principali esponenti, nel 1962 J.G. Ballard scrisse che “è lo spazio interiore, e non quello esteriore, che deve essere esplorato”. Quasi sessant’anni dopo, però, la nostra cultura estroversa sembra aver invertito la tendenza, proiettando all’esterno le apocalissi interiori.

Comincio la collaborazione con L’Indiscreto con un articolo che, partendo da Ballardismo applicato di Simon Sellars, racconta il Ballard surrealista degli anni 60 e si chiede che fine abbia fatto l’inner space in un mondo in cui il concetto di inconscio viene visto con sospetto o esternalizzato e allontanato da sé.

È un articolo a cui tengo, perché tocca tanti temi a cui sono affezionato (Ballard, il surrealismo, Breve storia dell’inconscio di Frank Tallis, la weird fiction) e anche perché è illustrato con i bellissimi dipinti di Delvaux, talvolta fotomontati per includere lo stesso Ballard, come quello qui sopra.

 

Amatka di Karin Tidbeck

Safarà Editore ha da poco pubblicato in Italia Amatka di Karin Tidbeck, una delle scrittrici selezionate da Jeff VanderMeer per l’antologia Le visionarie. Il libro oscilla tra weirdness e surrealismo, e si tratta di un buon esordio con bellissime atmosfere e un finale – purtroppo – un po’ deludente. Ne ho scritto per Il Tascabile.

Lynch vs. Ligotti: al di là del bene e del male

Un aspetto accomuna due grandi artisti del genere weird come Thomas Ligotti e David Lynch: l’idea che la vita umana è in qualche modo irreale e il libero arbitrio è un’illusione. Si potrebbe senza dubbio dire che proprio questa caratteristica è uno degli aspetti che rendono il loro lavoro disturbante. Nel suo ultimo libro, Mark Fisher sostiene che il sentimento dell’eerie (in italiano “inquietante”, ma la traduzione non copre tutte le sfumature semantiche del termine) deriva dalla domanda: chi agisce? Inquietante secondo questa definizione è “una presenza dove dovrebbe esserci un’assenza o un’assenza dove dovrebbe esserci una presenza” – rispettivamente un oggetto inanimato che prende vita, come nel caso del più classico perturbante freudiano, o di un essere vivo che si rivela un burattino privo di volontà propria. Quest’ultimo è sicuramente il caso di Ligotti e, in parte, anche di Lynch. Eppure i due autori non potrebbero rapportarsi al problema in maniera più diversa.

Thomas Ligotti ha sistematizzato la sua visione del mondo nel saggio La cospirazione contro la razza umana (2010, tradotto in italiano nel 2016). Nella lunga sezione del libro intitolata L’incubo dell’essere, Ligotti si dedica al problema della coscienza, a cui si approccia dalla prospettiva radicalmente pessimista proposta dal filosofo tedesco Thomas Metzinger, autore nel 2003 di un libro dal titolo significativo di Being No One.Per Ligotti/Metzinger, il senso di sé non è altro che un’illusione dietro la quale si nasconde il vuoto: al di là della rappresentazione di noi stessi prodotta dalla mente non si trova, letteralmente, nessuno. Da questa prospettiva, gli esseri umani non sono nient’altro che marionette imprigionate nell’illusoria convinzione di essere vive. Questo punto viene riecheggiato da Rust Cohle/Matthew McConaughey nella prima stagione della fortunata serie televisiva True Detective.

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Salvare il post-horror

Non so se ve ne siete accorti, ma sono tempi d’oro per l’horror. Al cinema il genere sbanca i botteghini, con il 2017 che si annuncia essere l’anno più remunerativo di sempre, trainato da Get Out di Daniel Kaluuya, Split del redivivo M. Night Shyamalan e naturalmente It. Altrettanto bene vanno le serie TV, con saghe come quella di The Walking Dead, arrivata all’ottava stagione: quasi un record per la TV complessa. In letteratura abbiamo visto negli ultimi anni uno scrittore come Thomas Ligotti passare dal culto di una nicchia di appassionati a fenomeno mainstream.

C’è poco da stupirsi, direte voi: tra Isis, riscaldamento globale, rischio di armageddon atomico e tutte le distopie reali e immaginarie che ci circondano è naturale che le nostre società abbiano un bel po’ di zone buie con cui fare i conti, e quale genere meglio dell’horror abbiamo per cercare di dare un senso a tutta questa oscurità?

Ovviamente avreste ragione.

La stessa filosofia sta lavorando intensivamente sul concetto di horror da almeno un decennio. Ha scritto Eugene Thacker nel primo volume della sua serie Horror of philosophy (In the dust of this planet, Zero Books, 2011), in un mondo che sembra diventato ingovernabile la categoria dell’orrore è semplicemente essenziale per comprendere quello che ci sta intorno.

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Weird Fiction: un’intervista

Dario De Marco mi ha intervistato a proposito di New Weird, Speculative Fiction et similia. Si parla di VanderMeer e soci, ovviamente, ma anche di quell’articolo interessante di Alcide Pierantozzi sulla New Italian Weirdness e quello ancora più interessante di Vanni Santoni sulla Nuova Strana Europa. L’interivsta si legge qui.

(Nella fotografia: Victor Brauner – Loup table, 1947; photo by Ivo on Flickr)