Il buddha del tardocapitalismo

Recentemente Adelphi ha ritraddoto L’insegnamento del Buddha di Walpola Rahula, che considero forse la migliore introduzione al pensiero buddhista per neofiti, scritto originariamente nel 1958 dal primo monaco titolare di una cattedra in Occidente.

Esce oggi per il Tascabile un mio articolo che, partendo proprio da Rahula e tirando in ballo Timothy Morton, Roy Scranton, Thomas Ligotti e Carlo Rovelli, prova a spiegare come il pensiero buddhista sia oggi più utile che mai per comprendere le sfide poste dal presente, dal global warming alle conseguenze delle scoperte della fisica e delle neuroscienze.

Anche Siddhartha, come noi, ha dovuto vedersela con tempi cupi, e ci ha insegnato che il mondo è sempre già finito e che la salvezza è sempre già presente negli occhi di chi lo guarda. Potete leggere l’articolo qui.

Kim Stanley Robinson, le eteropie e gli iperoggetti su Philofophy Kitchen

L’ultimo numero di Philosophy Kitchen è dedicato al bellissimo tema filosofia e fantascienza. Tra gli altri interessanti interventi, ospita un mio contributo dal titolo Mondi dentro mondi. Eterotopie e iperoggetti nella narrativa di Kim Stanley Robinson, che potete leggere cliccando sul link.

Iperoggetti di Timothy Morton

Negli ultimi dieci anni Timothy Morton si è guadagnato la fama di filosofo tra i più importanti della sua generazione, riuscendo nell’impresa non semplice di ottenere elogi in accademia e – come haraccontato il “Guardian” in un lungo profilo del 2017 – successo nella cultura pop. Laureato a Oxford, Morton ha dedicato la prima parte della propria carriera accademica alla letteratura romantica inglese e agli studi sull’alimentazione, a prova dell’approccio intellettuale eclettico già all’epoca. Alla metà degli anni Duemila il suo interesse per la filosofia continentale l’ha portato ad avvicinarsi al movimento della Object-Oriented Ontology, corrente iniziata dal filosofo heideggeriano Graham Harmane sulla quale torneremo a breve.

Il 2007, probabilmente l’anno di svolta per il discorso sul riscaldamento globale (con l’uscita a settembre dell’anno prima del documentario Una scomoda verità di Al Gore, il successo di un libro come Il mondo senza di noi di Alan Weisman e il convegno sul Realismo Speculativo, a cui la OOO è legata a doppio filo), è anche quello della svolta per la carriera di Morton, che pubblica per Harvard University Press Ecology without Nature. La tesi alla base del libro è provocatoria: per avere ancora senso nell’epoca del global warming, l’ecologismo deve rinunciare al peso metafisico del concetto di Natura. Questo approccio antintuitivo è tipico del pensiero dei Realisti Speculativi, un gruppo sul quale per capire il pensiero di Morton è necessario spendere qualche riga.

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Nell’immagine: Judy Natal – Future Perfect 2040 RV and Steam Portrait Woman and Child

Gli iperoggetti spiegati in due romanzi: Jeff VanderMeer e Kim Stanley Robinson

Oggi su Prismo c’è un mio articolo dedicato agli iperoggetti: ne parlo attraverso due romanzi, il solito VanderMeer e Aurora di Kim Stanley Robinson. Quest’ultimo – non ancora tradotto in Italia – contiene tra le altre cose questo bell’adattamento di una famosa poesia di Constantine Cavafy:

There’s no world, my friend, no
New seas, no other planets, nowhere to flee –
You’re tied in a knot you can never undo
When you realize Earth is a starship too 

Per capire come mai la narrativa del global warming è tanto importante al giorno d’oggi e come mai non possiamo fare altro che arrenderci, come dice la t-shirt di Timothy Morton nell’immagine qui sopra.

Otherworlds e il tramonto su Marte

sunset  mars

Siccome era festa, lunedì Emanuela e io siamo andati al National History Museum a vedere Otherworlds, una mostra fotografica sull’esplorazione spaziale musicata da Brian Eno. Ho trovato diverse fotografie evocative – gli scatti ravvcinati dell’attività eruttiva del Sole, o le immagini satellitari degli uragani sulla Terra che spiegano meglio di molti libri cosa si intende per ecosistema e perché il riscaldamento globale è un problema tanto grave – ma una in particolare ha colpito la mia immaginazione: è quella che vedete in apertura di questo post e immortala un tramonto su Marte fotografato dal rover Spirit nel 2005. Da un lato si tratta del fatto che tutte queste fotografie, quelle della Terra e quelle più astratte scattate ai confini del sistema solare, siano state realizzate da macchine, e in larga parte catturino panorami che l’occhio umano forse non vedrà mai direttamente: c’è qualcosa di suggestivo e sottilmente inquietante in questa forma di fotografia privata dello sguardo umano – dati raccolti e inviati attraverso il vuoto cosmico senza un’intenzionalità estetica, o anche solo significante. Dall’altro è proprio la strana quotidianità della scena ritratta da Spirit a essermi rimasta impressa, come se il dispiegarsi di un evento comune – il sorgere e tramontare del Sole all’orizzonte – contribuisse a sottolineare l’alterità radicale dello scenario in cui avviene. Il cielo è blu a causa della composizione atmosferica marziana – un blu che sulla Terra non esiste. Per quanto simile al panorama di un deserto terrestre, la cornice in cui avviene il tramonto è priva di vita, esposta alle radiazioni solari dall’assenza di ozono nell’atmosfera, funestata da tempeste di sabbia globali. In altre parole, un mondo alieno.

Penso che questa sia una fotografia importante nella storia dell’uomo, come quelle di Auschwitz o di Piazza Tienanmen. Qualche anno fa, parlando del Whole Earth Catalog, provavo a spiegare l’enorme impatto avuto dalla prima fotografia della Terra scattata dallo spazio nel 1967. La fotografia del tramonto su Marte non è altrettanto potente, ma per certi versi è più inquietante: come il perturbante freudiano – i sogni e gli automi – ci mette di fronte a una familiarità non familiare, quello che Timothy Morton ha chiamato con una bella espressione “lo strano straniero”. In un certo senso mi ricorda le sagome umane impresse sui muri di Hiroshima, per l’assenza di umanità nell’occhio che le ha fotografate, il loro somigliare a negativi fotografici. Anche il tramonto marziano è la traccia di qualcosa che non c’è più: Spirit ha inviato il suo ultimo segnale alla Terra nel marzo 2010. Non è suggestivo pensare che questo tramonto sia il residuo di un passato reso significativo da uno dei tanti futuri possibili – quello in cui l’uomo vedrà con i propri occhi i tramonti di Marte – che forse non si realizzerà mai?

Monsters come in many forms

Si parlerà di 10 Cloverfield Lane per tanti motivi – l’uso riuscito del colpo di scena, il rapporto con il film del 2008, la solita mano di Abrams in tutto quello che tocca. A me ha colpito questo (attenzione, spoiler!): il fatto che John Goodwin sia psicotico e al contempo abbia ragione riguardo allo stato della realtà ha una certa rilevanza culturale. In primo luogo perché, se 10 Cloverfield Lane è un film sulla fabbricazione narrativa del reale, allora il suo senso ultimo è che non c’è più distanza tra la realtà e la sua narrazione: l’opposto di quello che capitava in The Village (quello dichiaratamente un film sulla produzione narrativa del reale per fini politici, oltre che una bellissima metafora psicologica) dove al di fuori della foresta c’era la vita di tutti i giorni. E poi perché ha un corollario inquietante: anche se riesci a scappare dal bunker ti troverai in un bunker più grande dal quale non si può scappare – grande quanto la Terra intera, in effetti. Qui i riferimenti si sprecano, dall’Area X che fuoriesce dai propri confini e ingloba tutto il mondo all’assenza di un altrove nella filosofia di Timothy Morton. Nelle forme più disparate (in 10 Cloverfield Lane con il solito remix vintage semiserio) l’arte di questi anni sembra riflettere su questo punto ancora e ancora.