pubertà

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Passavano sotto la finestra di casa sua tutte le sere, puntuali come orologi. Venivano dalla parte della montagna, perché Roberta abitava lì, ai piedi della montagna, e Roberta era il capo: su questo inutile discutere. Quindi si incontravano tutte e quattro là sotto, al bivio con il cartello NIVOLET – FRANCIA, accendevano una sigaretta e si incamminavano. E passavano sotto la finestra di casa sua, alle nove meno un quarto, pigolando come pulcini.
Quando finalmente scomparivano dietro la curva del lavatoio Sofia rientrava in casa. Alzava il volume dello stereo per non sentire sua nonna che parlava a voce alta nell’altra stanza, mentre rigovernava i piatti della cena. Le opinioni di sua nonna sulla famiglia di Roberta l’avevano sempre lasciata perplessa. “Contadini”, diceva. “Si sono fatti la villa ma sono soltanto dei contadini”. Perché, pensava Sofia, cosa siete voialtri? Non foste stati contadini sareste andati a vivere a Torino, come zia Gilda, che lei no, che non era una contadina…
Ma poi non importava, non era certo quello il punto. A lei mica faceva schifo vivere in montagna, con le vacche l’orto e tutto il resto. Le piaceva anzi. Era sempre stata felice di tutto quel verde umido in cui affondare. Si sentiva protetta.
Era cresciuta con le ginocchia sbucciate, il fiatone, i capelli fradici di sudore. I ripostigli per gli attrezzi in cui si nascondeva, giocando con gli altri bambini, erano un buio incommensurabile: sentiva il ritmo accelerato del suo battito cardiaco e la vita le sbocciava davanti agli occhi, nei termini della possibilità assoluta. Non rimpiangeva un solo istante di tutto questo.
Un tempo, se l’avessero trascinata a forza fino giù in città, avrebbe piantato le unghie nella terra e si sarebbe messa a urlare. Le conosceva lei le ragazze di Torino, le vedeva tutte le estati in villeggiatura con la famiglia: bambole di porcellana piene di idee assurde. E cos’era poi quella storia che a dieci anni giravano per strada con lo smalto rosso sulle unghie? Quella era casa sua. Loro non sapevano niente. Le odiava.
No, il punto era un altro: che Roberta non la voleva più, la salutava a stento se la incontrava per caso dal giornalaio e la domenica a messa faceva finta di non vederla. Ecco qual era il punto. Che una volta erano inseparabili, vivevano praticamente l’una a casa dell’altra. E poi? E poi a Roberta era spuntato il seno, e a lei Sofia invece no. E adesso quando si incontravano per strada Roberta faceva un cenno veloce e tirava dritta.
Per questo lei Sofia aveva cominciato a leggere Emily Dickinson, a riempire quaderni su quaderni di frasi inutili, a passare ore su ore a camminare nei boschi: perché si sentiva sola. E tradita, e abbandonata.
Perché anche Roberta, di colpo, aveva cominciato a girare per strada con lo smalto rosso sulle unghie. E in un attimo non c’era stato più niente da dire.

Un tempo era stato diverso. A Pratolungo, frazione di Locana, tra l’82 e il 90 erano nate tre bambine: Roberta, lei Sofia, e Sandra, che era la più vecchia di tutte ma era ritardata mentale, e ormai si muoveva solo con sua madre al fianco. Sofia e Roberta erano nate lo stesso anno. Erano cresciute insieme. Giorno dopo giorno, nei prati d’estate e a casa della nonna di Sofia d’inverno, davanti alla tv con la stufa accesa. Alla fine era arrivata la pubertà, come una condanna.
Di questa recente solitudine della nipotina, la nonna di Sofia pensava molto ma diceva poco. Di solito se la prendeva con Roberta, e con tutta la sua famiglia giù giù fino ai nonni dei nonni. E non si limitava alla villa, o alle origini contadine. “Perché”, diceva, “cosa credi che vanno a farci a Locana tutte le sere? Vanno a cercare i ragazzi, ecco cosa vanno a farci. Alla sua età sua madre era lo stesso. E sua nonna anche”.
Lo diceva con un certo astio, ma su questo non aveva torto. Perché andare a Locana altrimenti? Per niente, perché a Locana non c’era niente: una pompa di benzina, due negozi, la chiesa e il bar. E al bar c’erano i ragazzi più grandi, quelli con la moto o la macchina addirittura, un po’ d’erba da fumare al parco giochi e dio sa cos’altro.
A Pratolungo invece no. C’erano i ragazzini di dieci o dodici anni che giravano con la bicicletta e in testa avevano soltanto il pallone. E lei Sofia che leggeva Emily Dickinson e camminava da sola nei boschi. Il deserto, insomma.
Eppure finché era stato inverno, con la pioggia e la neve e tutto il resto, quella solitudine era stata meno dolorosa. È vero, a scuola Roberta non le rivolgeva la parola, ma pazienza. C’erano le lezioni da seguire, gli appunti da prendere… e comunque alle tre del pomeriggio era buio, e faceva un freddo cane: passare la giornata sola in casa era quasi confortevole.
E poi le vedeva, Roberta e le altre, fuori della scuola che parlavano con i ragazzi delle superiori, e vederle le dava un senso di sicurezza. Ridevano un po’ troppo, è vero, e continuavano a fumare. Ma si trattava di una parentesi, di una fuga temporanea: dieci minuti dopo sarebbe passato l’autobus, l’unico della giornata per Pratolungo, e tutto sarebbe tornato alla normalità. Almeno fino al giorno successivo alla stessa ora.
Ma adesso che era arrivata l’estate le cose erano diverse. Roberta scendeva a Locana nel pomeriggio e ci restava fino a sera, saliva per la cena e alle nove meno un quarto tornava giù. Cosa faceva in tutte quelle ore? C’era tempo sufficiente per fare un bambino, in tutte quelle ore, per farne cento di bambini. Questa indeterminatezza la lasciava sgomenta, non le riusciva di pensare ad altro.
E poi, soprattutto, d’estate non c’era niente da fare. Senza Roberta nei dintorni, Pratolungo si trasformava in una camera a gas: i ragazzini in bicicletta con la radio nel portapacchi, i pastori, i vecchi che dormivano agli angoli delle strade. C’erano giorni in cui l’unica persona con cui parlava era Sandra, che tutte le mattine veniva con sua madre a prendere l’acqua alla fontana. Allora c’erano volte che Sofia le incontrava e si fermava un po’ a parlare. Ma la madre di Sandra era scorbutica (incattivita da quella disgrazia di figlia che le era capitata) e Sandra non diceva quasi niente.
Mugugnava, sfogliando le pagine del Topolino senza nemmeno capire le figure.
E ormai aveva più di vent’anni.
Pochi minuti dopo Sofia salutava, e si incamminava sola verso casa…

… ma poi restava a pensarci, a volte addirittura tutto il pomeriggio. Pensava che le cose cambiano, persino a Pratolungo frazione di Locana.
Da qualche tempo incontrare Sandra le dava un dolore acuto, un turbamento nuovo che riusciva solo a stento a definire. Guardava quegli occhi vuoti e avrebbe voluto urlarci dentro tutta la sua rabbia. Ma non poteva, e comunque non sarebbe servito: non c’era mai stata vita in quello sguardo, nemmeno prima che succedesse quello che era successo. Forse Sandra non ricordava neppure, e certamente era meglio così. Forse le cose erano andate esattamente come dovevano andare.
Lei Sofia invece ricordava, eccome se ricordava. Era stato d’inverno, due o tre anni prima. Comunque era una ragazzina di dieci anni (faceva ancora le elementari) ed era spensierata: voleva bene a sua nonna e voleva bene a Roberta. Quando camminava per strada si sentiva leggera e sentiva di possedere una consistenza: i suoi pensieri e il suo corpo erano ancora la stessa cosa, a quei tempi.
Era stato un inverno lungo e pieno di neve. Roberta era sempre a casa sua, guardavano la televisione o ascoltavano dischi chiuse in camera. A volte uscivano nei prati completamente bianchi e correvano e poi si lasciavano cadere in quel nulla soffice e accecante… o anche restavano alla finestra a spiare i vicini, goffi negli abiti invernali, che spaccavano la legna o rassettavano gli orti ghiacciati. Era semplice, ed era bello. Non c’erano maschi e femmine (non ancora) ma solo eschimesi che spaccavano la legna per sopravvivere a un’altra notte in montagna.
E loro due, in casa al caldo, non chiedevano altro che poter spiare. E ridere di quei travestimenti, di quella goffaggine obbligata…
Poi era successa quella cosa. Era un pomeriggio come gli altri, quieto e bianco e soleggiato esattamente come gli altri. Già quella sera in paese non si parlava d’altro.
Erano arrivati a Pratolungo dopopranzo, in due, con una macchina scura. I vecchi li avevano guardati passare con circospezione, ma non si erano mossi dalle loro case. Li conoscevano: era gente di Locana, diciottenni contadini figli di contadini e nipoti di contadini. Poveracci. Sempre al bar e sempre ubriachi. Non erano nemmeno scesi in strada, i vecchi, perché loro con quella gente non volevano averci niente a che fare. Erano teppisti, lo sapevano tutti: andavano nel bosco a drogarsi. E si drogassero pure, e magari ci restassero anche nel bosco, nessuno si sarebbe dato troppa pena. Nemmeno i loro padri.
E infatti c’erano andati, nel bosco. A bere vino e a fumare e a schiamazzare come oche. Sandra era passata di lì per caso, sola, perché a quei tempi usciva ancora sola.
L’avevano fermata con una scusa. Lei non capiva. Avevano riso e l’avevano insultata, per essere certi che non capisse. Poi gli era venuta l’idea. L’avevano fatta sedere vicino a loro sul tronco d’albero e s’erano messi a dire porcate, prima ridendo e poi sul serio, e avevano cominciato a toccarla e lei s’era fatta toccare ovunque e continuava a non capire.
Poi l’avevano fatta salire in macchina, e mentre uno stava dentro con lei l’altro restava fuori a bere e a cantare.
Alla fine l’avevano lasciata andare ed erano tornati a Locana, soddisfatti…

Ma adesso era estate. Erano passati tre anni. Era tutto finito.
Finì tutto il giorno stesso, nelle chiacchiere del paese. Tutti conoscevano i colpevoli, ma denunciarli alla polizia significava mettere i fatti nero su bianco. Significava un articolo sul giornale locale, i commenti dei vicini, la certezza che la notizia facesse il giro delle valli. Non valeva la pena di fare uno scandalo. E in quanto a loro, i due ragazzi, si sarebbero dati da sé quel che meritavano. Zappando la terra, e continuando a bere… ci avrebbe pensato il loro stesso destino a punirli.
E basta: Sandra non era più uscita sola, ma sempre con la madre alle calcagna, come un mastino. Nient’altro.
Eppure adesso, che erano passati tre anni ed era di nuovo estate, a Sofia sembrava di capire per la prima volta cosa fosse successo. Non che prima non lo sapesse… Ma ora aveva l’impressione di sentirle sul proprio corpo, quelle mani invadenti, di uomini volgari, sporche… Mani cariche di violenza…
Non importava. Poteva chiudere gli occhi, riaprirli, guardare i prati verdi inondati di luce. Tutto quel dolore poteva scomparire.
Era estate un’altra volta.

I giorni passavano così. Nel vuoto. Si alzava presto la mattina e aiutava la nonna a raccogliere gli zucchini, o restava sola seduta su un sasso al ciglio della strada che porta al NIVOLET – FRANCIA. O guardava le lucertole che si infilavano sotto i sassi, come faceva da bambina. Solo che non era più una bambina: ecco qual era il punto.
I pomeriggi li passava a camminare sola per i prati, , raccogliendo fiori, sassi, lattine, tutto quello che le capitava di incontrare sulla strada. Vedere le altre del paese, ormai donne fatte, le provocava uno strano turbamento. Avrebbe voluto toccare quei seni pesanti per capire cosa si prova a portarli sul petto.
Degli uomini invece percepiva l’odore. Di tabacco, sudore e qualcos’altro che non avrebbe saputo definire. Era un aroma che associava alla montagna, alle domeniche lontane con Roberta, d’inverno, passate sotto le coperte. Si spogliavano nude e restavano a guardarsi a vicenda, anche per ore. A volte si toccavano. Ridevano molto, senza sapere perché.
Non voleva pensarci, avrebbe voluto scordare tutto, tornare a correre libera… ma non poteva. Si sentiva confusa, oltre che sola. E se Emily Dickinson poteva alleviare la solitudine, contro la confusione non proponeva risposte plausibili. Da quel punto di vista non diceva proprio niente di interessante.
Innanzitutto c’era la faccenda del sangue, che sua nonna, che pure s’era impegnata, non era riuscita a spiegarle come si deve. E quel prurito incessante alle braccia e alle gambe, e quelle idee assurde che le passavano per la testa ogni tanto e attimi di gioia incontrollabile e crisi di pianto immotivate. Si sentiva come un terremoto dentro e se ne vergognava, e si vergognava di arrossirne, anche. E poi quel suo corpo che s’era allungato, ma senza seni e senza fianchi, come quello di un uomo. Non capiva.
E tornavano tutti quei pensieri… La sensazione di centinaia di mani che la toccavano, che le frugavano dentro…
Ma poi anche le passeggiate solitarie finivano, e con loro tutte quelle sensazioni assurde. A casa c’era la nonna che guardava il telegiornale, o che tagliava le verdure per la cena. La sua cameretta con i dischi dei Nirvana e i libri di poesia. Il balcone da cui spiava Roberta che scendeva a Locana, alle nove meno un quarto, per andare dai ragazzi.
E basta.

Una notte, poi, successe qualcosa. Era molto tardi, l’una o le due, e lei Sofia non riusciva a prendere sonno. Era scossa da pensieri violenti, brividi, paure: le solite sensazioni che non riusciva a decifrare. Decise di scendere sotto casa ad ascoltare i grilli per calmarsi. Si vestì in silenzio per non svegliare la nonna, e in silenzio scese le scale.
Era seduta da mezzora sull’ultimo gradino della scala quando arrivò la macchina. Passò piano davanti a lei e si fermò poco più avanti, in un prato che di giorno serviva da pascolo per le vacche. Ne scesero due persone: un ragazzo alto (che non conosceva) e Chiara, l’amica bionda di Roberta. Accesero una sigaretta. Lei Sofia si fece più piccola sull’ultimo gradino della scala, si infilò più in profondità nel buio per non essere vista. I due fumarono la sigaretta parlando (ma di cosa? Da quella distanza non riusciva a distinguere le parole) e poi cominciarono a baciarsi.
Il ragazzo la baciava sulla bocca e poi sul collo, e intanto le toccava il seno e le natiche con forza, come fanno i pastori per vedere se le loro pecore sono in salute oppure no. E Chiara lasciava fare, questo era ciò che lei Sofia trovava più assurdo, che la ipnotizzava. Poi il ragazzo disse qualcosa, entrambi salirono in macchina e spensero i fari. Tutto crollò nel buio…

… e allora in quel silenzio improvviso senza luce qualcosa le salì dentro… come nausea…
… e in un attimo le tornarono davanti agli occhi tutte le estati della sua infanzia, e i ricordi… gli inverni quieti e bianchi e silenziosi… il silenzio di casa sua, con sua nonna che metteva legna nuova nella stufa, e il calore e il profumo delle verdure messe a scottare… e tutte le estati con Roberta passate a correre nei prati luminosi, la sensazione del sudore contro la schiena, gli angoli bui dove si nascondevano per parlare… di loro, della loro amicizia, della vita che sarebbe venuta, di tutte le cose che avrebbero fatto insieme…
… e poi di nuovo inverno, quell’inverno di tre anni prima quando due balordi di Locana avevano violentato Sandra che non capiva… non sapeva cosa stesse succedendo, e nemmeno lei Sofia lo sapeva e Roberta neppure, non capivano… e anche quello era stato tanto semplice, crudele ma semplice, e non c’erano quelle mani che frugavano dentro il tuo corpo, quelle sensazioni…
… quelle stesse mani che stavano frugando il corpo di Chiara in quella notte d’estate senza luce, in quel buio misterioso e terrificante…
… mani sporche e prepotenti che di tappavano la bocca, non ti lasciavano urlare il tuo dolore e la tua rabbia… la voglia di cambiare, il bisogno… mani che stavano forse stavano frugando il corpo di Roberta in un’altra parte della vallata, in un’altra macchina parcheggiata in un prato al buio e che non avevano mai frugato lei Sofia, nemmeno una volta per gioco… e non sapeva non capiva nemmeno lei come Sandra, non riusciva a vedere le cose chiaramente…
… se quelle stesse mani violente la disgustavano oppure se ne era attratta… se il suo rancore era invidia… o bisogno…

… allora si alzò di scatto, e quando fu in piedi restò immobile perché si rese conto che non sapeva cosa avrebbe fatto. Avrebbe voluto urlare, ma perché poi? Oppure arrivare alla macchina in silenzio e spegnere i movimenti frenetici di quei due corpi, ammazzarli come conigli… o chiudere gli occhi e immaginare di essere lei, il suo corpo quel movimento frenetico… e restare a guardarli morire o anche urlare di smetterla, di smetterla per favore di smettere di fare quello che stavano facendo per carità di dio…
Ma nemmeno di questo sarebbe stata capace. Allora si voltò e cominciò a correre per le scale, corse fino in camera sua e chiuse la porta con violenza, e poi si infilò nel letto tutta vestita e cominciò a piangere affondando la faccia nel cuscino per non svegliare la nonna.
Pianse per un’ora buona e mentre piangeva si chiedeva perché di tutto quel dolore, chiedeva perdono a sua nonna per essere diventata quel mostro informe, chiedeva perdono a Roberta per averla tradita… per aver tradito sé stessa… perdono per quella voglia e quella rabbia…

… e poi continuò a piangere senza chiedere più perdono a nessuno, e non pensò più a niente.
E smise di piangere e restò in silenzio distesa sul letto, senza pensare e senza sentire, immobile come un insetto.
Poi, quando anche le ultime lacrime si erano asciugate, pensò una cosa sola: che l’estate era finita. Che quella era stata l’ultima estate della sua vita e non ce ne sarebbero più state altre.
Poi si addormentò.

(photo by jsmithly on Flickr.com)

yelena sul ghiaccio

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Adesso era a me che toccava fuggire
(R. Bolaño)

A quell’epoca avevo quindici anni e abitavo in periferia. Vestivo sempre uguale: le trecce bionde sotto la cuffia di lana, i jeans strappati infilati nelle dottor martins.
Gran parte della mia giornata trascorreva camminando nella neve. Ricordo neve dappertutto: il parco ricoperto di neve, la ferrovia bloccata, le fabbriche che aprivano in ritardo. Un inverno da Unione Sovietica. Da crepuscoli atomici.
E mia madre che mi chiamava dall’altra stanza.
“Martina, ho scordato le uova. E due pacchetti di Ms. Ah, e la ricetta per quelle pastiglie, dove l’hai messa?”
Mi ricordava il ronzio del frigorifero. Allora uscivo.
Non so cosa fosse successo al cielo, in quel periodo. Aveva un aspetto livido, malaticcio. Sembrava il cielo Auschwitz dopo la liberazione, come si vede in tv, nelle immagini di repertorio.
Fuori faceva freddo, un freddo insopportabile. Non potevi rimanertene all’aria aperta per più di un’ora. Dopo un po’ eri costretto a cercarti un riparo.
Il più delle volte andavo a casa di Luca.

Luca era il mio migliore amico. Ci conoscevamo fin da piccoli, dai tempi della colonia estiva. A Orbetello, in Toscana, doveva essere il 1995.
Suonavo il campanello e salivo le scale del palazzo, scale gelide che sapevano di carne bollita. Luca stava tutto il giorno chiuso in camera. Leggeva libri di fantascienza, fumetti della Marvel e Kafka. Poi disegnava. Disegni pieni d’angoscia per qualcosa di invisibile.
Non mi piacevano per nulla.
Disegni di gente mutilata, a cui mancava una gamba o un braccio oppure tutti i denti. Non mi piacevano per nulla, ma allora non sapevo ancora come sarebbe andata a finire.

Mi sedevo accanto alla finestra e fumavo le sue sigarette. Luca metteva un disco: i Sonic Youth, i Pearl Jam, i Marlene, i Verdena.
Per lo più gli parlavo di Bibo, il ragazzo di cui mi ero innamorata.
Era più grande di noi e frequentava altri giri. Lo conoscevo perché ogni tanto ci vendeva il fumo, a Erica e a me. Poi aveva cominciato a venderci il popper e qualche funghetto. Poi una sera era scomparso con Erica dietro il municipio, e da quella volta tutti sapevamo che se la scopava.
Quella volta avevo dormito a casa di Luca. La mattina mi era venuta paura di uscire casa, nonostante fosse ancora settembre e ci fosse ancora il sole e non avesse ancora cominciato a nevicare.
Ero rimasta a casa di Luca quattro giorni.
Mia madre le aveva provate tutte, per portarmi indietro. Alla fine aveva chiamato i carabinieri. Ero salita sulla volante senza dire una parola, ma avevo freddo e mi veniva da vomitare.
La gente del palazzo mi guardava dalle finestre.
Anche Luca mi guardava, dalla porta della scala E, immobile come un pezzo di legno. Non un gesto, non una parola, niente di niente.
Restava lì e mi guardava, senza espressione.

In quel periodo, anche Luca stava vivendo un amore infelice.
L’amore di Luca era russo. Si chiamava Yelena.
Una ragazza piuttosto insignificante. Bionda, leggera, diafana. Ti faceva pensare ad un origami. Era una pattinatrice su ghiaccio e in prima stava in classe con noi. Prima B, liceo scientifico Salvador Allende. Poi aveva lasciato per dedicare tutto il suo tempo allo sport.
Era successo così, in un’estate. Prima c’era e poi non c’era più. Luca era diventato più silenzioso.
Io, con Yelena, avevo parlato sì e no due volte in tutto l’anno. La prima volta avevamo parlato della macchina del caffé, che non funzionava.
La seconda volta le avevo chiesto della Russia. I suoi avevano lasciato Mosca nel 1990, quando Yelena aveva cinque anni.
“Perché?”, le avevo chiesto. E lei aveva risposto:
“Perché mio padre è comunista”.

Uno dei passatempi preferiti di Luca era disegnare Yelena. La ritraeva in tutte le posizioni. Ritraeva anche singole parti del suo corpo, come il gomito o il ginocchio, per esempio.
Però in questi disegni era sempre presente un’interferenza: un grosso cappello che copriva il volto, un’inflorescenza al posto della mano, una serratura al posto della bocca.
Una volta scrisse un racconto che parlava di Yelena. Era un racconto di fantascienza.
In una città devastata e semideserta, pezzi di corpo umano sorgevano dall’asfalto. Assemblandosi gli uni agli altri davano vita ad una donna di vetro.
Nelle ultime righe del racconto la donna cominciava a ballare, mentre qualcosa di enorme e innominabile esplodeva all’orizzonte.

Tutto questo successe durante il primo anno di liceo.
Poi venne l’estate e partii per l’Inghilterra. Tornai a casa con una settimana di anticipo e un principio di intossicazione alimentare. La famiglia aveva trovato delle pastiglie nel cassetto del comodino e l’aveva detto agli accompagnatori. Loro mi avevano mandata a casa con il primo aereo.
Questo a luglio. Ad agosto Luca stava in riviera con i suoi e non ci vedemmo.
Sul finire di agosto feci per la prima volta un pompino ad un ragazzo, sotto le gradinate del campo sportivo abbandonato. Poi ricominciò la scuola.
Yelena non c’era più. Luca era diventato strano, quasi non lo riconoscevo.
Poi cominciò a nevicare.

Un pomeriggio di gennaio stavo con Luca davanti al Penny della circoscrizione nord-est. Avevamo comprato un pacco di pop-corn e due lattine di birra, che non riuscivamo a bere per via del freddo.
Non avevamo programmi per il pomeriggio. Stavamo in una zona desolata: case popolari, un parcheggio, un prato ghiacciato cosparso di rifiuti, un muro diroccato e il CPT.
E poi il palazzo del ghiaccio.
Quello dove si allenava Yelena.
“Ogni tanto ci vengo”, disse Luca. “A vederla pattinare”.
“Perché non entriamo?”, chiesi. “Non abbiamo niente da fare, intanto”.

Stava lì in mezzo, in quel quadrato di ghiaccio, ed era bellissima. Il quadrato era enorme e lei piccola e fragile. Le gradinate erano vuote. La pista era vuota. Era l’unico essere umano in tutto l’edificio.
Ed era bellissima. Yelena sul ghiaccio era tutta un’altra cosa che Yelena sulle scale del liceo scientifico Allende.
“Che bella”, dissi.
Ma gli occhi di Luca erano due biglie scure.
Poi mi accorsi dell’allenatore. Un vecchio basso e mingherlino, con una faccia da cane. Era vestito da sci. Stava al bordo della pista e fumava sigarette che poi spegneva sotto le suole delle scarpe.
Ad un tratto si voltò verso di noi e cominciò a fissarci.
Luca disse: “Andiamo via”.

L’inverno trascorreva in questo modo. Luca al palazzo del ghiaccio, io alle feste nei capannoni industriali. Storie d’amore e crepuscoli atomici.
Ero un po’ innamorata di Alberto dei Verdena, ma solo quando fuori il cielo era troppo basso e viola per uscire.
Allora Alberto cantava: “E anche se non c’è miele | mi viene dolce | e penso sempre lo stesso | mi affogherei”.
Volevo che Bibo mi scopasse. Che mi facesse salire sulla sua Punto, accostasse in un parcheggio deserto e cominciasse a scoparmi.
Ma questo non succedeva.
Passavano i giorni. Luca era sempre più silenzioso ma io non me ne accorgevo.
Io, a quel punto, stavo già cominciando a fare confusione. Confondevo le donne bioniche con la matematica, Altair IV con le allucinazioni da funghetto, la civiltà post-atomica con il punk, il volto di Kurt Cobain con quello di Bibo, il mio corpo con quello di Yelena.
Con Luca mi vedevo poco. Ognuno stava rintanato nella sua storia d’amore. All’intervallo fumavamo insieme. Di solito nessuno dei due diceva una parola.

Yelena pattinava sul ghiaccio. Il liceo scientifico Allende era coperto dalla neve.
Luca passava le ore di matematica a disegnare corpi di donna. Fragili come ramoscelli. Destinati alla distruzione.
Anche il cortile del liceo era ghiacciato. Un rettangolo d’erba secca, dove si ammucchiavano vecchi mobili, pacchi di riviste letterarie ancora avvolte nel cellophane e cocci di lampade al neon.
Per il resto erano lunghe camminate in un edificio vuoto.
Corridoi vuoti e lampade al neon. Lavagne, scale, interminabili ore di ginnastica passate con i Tre Allegri Ragazzi Morti nel lettore cd.
Ogni mercoledì pomeriggio il cineforum. Lo gestiva un ragazzo rachitico di quinta. I titoli erano cose come “Milano calibro 9”, “Napoli violenta” eccetera.
Storie di malavita cittadina, dove, nel finale, il buono moriva di cancro o tradito dalla fidanzata.
Oppure film fascisti. Questo almeno è quello che ricordo.
“E anche se non c’è miele…”
Luca era lontano anni-luce, sul Terzo Pianeta, in una realtà parallela. Di Yelena non sapevo più nulla. Di Bibo nessuna traccia.

Poi, sul finire di febbraio, successero due cose.
Un pomeriggio passai a trovare Luca. Mi aprì sua madre. Non era in casa, ma sarebbe tornato presto. Volevo aspettarlo in camera sua?
Sì, volevo.
Andai a sedermi sul letto. Le imposte erano chiuse. Le aprii sul cortile interno, sul palazzo di fronte con i panni stesi ad asciugare.
Nel cortile c’era un gatto. Stava annusando la carcassa di un piccione. Poi mi accorsi dei disegni.
Erano appesi alle pareti di cartongesso con le puntine da disegno.
Raffiguravano tutti Yelena. Yelena con le braccia sollevate, Yelena su una gamba sola.
Una particolarità: niente interferenze. Niente mutilazioni, niente cappelli, niente inflorescenze, niente serrature.
Fu a questo punto che mi accorsi di qualcosa. Li guardai da vicino. Poi mi allontanai. Poi uscii sul balcone e inalai tutta l’aria che mi fu possibile.
Poco dopo arrivò Luca.

Alcuni giorni più tardi si mise a piovere.
Era un lunedì. Passai la serata a guardare la pioggia battere contro i vetri. Guardai un film alla televisione e verso le undici andai a dormire.
Quasi subito dopo un rumore mi svegliò.
Il cellulare. Stava suonando. Guardai l’ora: l’una e venticinque.
Era Luca. Si scusò per avermi svegliata. Disse che non riusciva a dormire. Disse che qualcosa non andava.
Gli chiesi che cosa c’era che non andava e subito me ne pentii.
Allora lui cominciò questo discorso. Un discorso sulla paura e sulla fragilità e sugli errori che gli uomini commettono senza nemmeno rendersene conto. Parlò del destino collettivo della specie e dell’autodistruzione. Parlò dei suicidi di massa.
Disse che esiste una razza di uomini che possiede il dono della percezione, esseri senza pelle che espongono al mondo la carne viva e i nervi.
Poi disse: “Non posso credere che stia succedendo davvero”.

Questo accadde la notte di lunedì.
Martedì Luca non venne a scuola. Quando gli telefonai, quel pomeriggio, disse che aveva la febbre. Che sarebbe mancato da scuola per un po’. Che non passassi a trovarlo perché era in uno stato pietoso, mal di testa, vomito, brividi di freddo.
Due giorni dopo morì Yelena.

Appresi la notizia dalle mie compagne di classe. Poi lessi il giornale e guardai il TG regionale.
Era stata investita da un furgoncino che trasportava piastrelle. Il furgoncino le aveva strappato la gamba destra dal corpo. Era morta dissanguata in pochi secondi, prima che l’ambulanza arrivasse.
L’autista era stato fermato dalla polizia e interrogato.
Non era ubriaco, non andava oltre il limite di velocità, non aveva avuto un colpo di sonno. Aveva la fedina penale pulita. Era attendibile.
L’unica cosa che disse fu che non l’aveva vista. Che era comparsa dal nulla. Che si era praticamente buttata sotto le ruote.

La prima cosa che feci fu di chiamare Luca.
Rispose sua madre. Luca non c’era. Mancava da casa da più di ventiquattrore. Forse io avevo idea di dove fosse andato a finire.
“Ma non aveva la febbre?”, chiesi.
Sua madre disse: “Febbre?”

Solo a questo punto cominciai a mettere in ordine gli eventi.
Ci volle un decimo di secondo, il tempo di posare il ricevitore sul tavolo della cucina.
Yelena lascia il liceo. Luca diventa più silenzioso. Yelena al palazzo del ghiaccio. Luca disegna pezzi di corpo umano. Yelena viene mutilata e uccisa da un furgoncino che trasporta piastrelle. Luca scompare.
Un furgoncino è un oggetto. Un oggetto è il mondo. Yelena era fatta di vetro, troppo fragile per il mondo.
Luca lo sapeva. Stava immobile come un insetto e aspettava il momento giusto. Stava lì fermo, senza espressione, come un fantoccio senza vita.
Luca sapeva tutto fin dall’inizio.

Fu a questo punto che tutto divenne chiaro.
Allora andai a sedermi sul divano del salotto e accesi la televisione.
Passò una settimana. La storia era sulla bocca di tutti, ma potevi non ascoltarla. Potevi far finta di niente oppure cambiare canale e guardare un documentario sui coccodrilli.
A volte mia madre piangeva.
Si sedeva sul divano accanto a me, mi prendeva la testa tra le mani e si metteva a piangere. Mi chiedeva di parlare. Diceva che dovevo alzarmi dal divano, farmi la doccia, mangiare.
Io ogni tanto mi alzavo per fare la doccia e per mangiare, ma poi tornavo a sedermi davanti al televisore. Guardavo documentari. Partite di calcio. Talk show. Televendite.
Dicevo: “Mamma, sto solo guardando un po’ di tv”.
Ma non era vero.
Solo che lei non poteva capire. Mia madre non crede nel destino. Dice sempre che bisogna darsi una scossa, tornare a combattere.
Non poteva capire quello che stava succedendo. Non sa cosa significa attendere e non sa cos’è la paura.

Non sa cos’è il desiderio.
Una mosca nella tela del ragno non desidera soltanto di essere divorata. Una donna sì. Ero caduta nella trappola, non potevo far altro che aspettare.
Luca aveva ragione.
Sembrava impossibile, ma stava succedendo davvero.

Passavo sul divano anche la notte. La tv accesa. Il volume a zero.
Mia madre mi aveva portato una coperta. Ogni tanto il cellulare squillava, ma io non rispondevo.
Mi accorsi del rumore quasi subito. Mi svegliai, mi tirai a sedere, guardai l’ora: le cinque meno venti del mattino.
Buio. Silenzio. In tv una programma di automobili.
Rimasi in attesa. I denti stretti, tutti i muscoli in tensione.
Poi sentii di nuovo il rumore. Qualcosa che grattava alla porta. Qualcosa che grufolava. Come un rumore di sottobosco, un rumore selvatico.
Continuava a grattare. Rumore di unghie contro la porta.
Allora capii che era arrivato il momento.
Mi alzai e andai ad aprire.

(photo by Sputnik… – flickr.com)