Never forget, never remember

Sulle pagine di Studio Cristiano De Majo parla di un tema che mi sta molto a cuore anche per ragioni professionali, quello della memoria. L’articolo sottolinea un paradosso interessante: se da un lato la capacità di ricordare sembra decadere come tecnica della mente, sostituita da tecnologie che sono sempre più “hard disk esterno” della mente umana, dall’altro assistiamo da anni a un proliferare della memoria nella forma edulcorata della nostalgia nei prodotti culturali, dal cinema alla musica alla moda.

Credo che il paradosso sia più apparente che sostanziale. Il problema della memoria è tra i più antichi dell’uomo – forse il più urgente di tutti nel suo essere inscindibile dal dilemma fondamentale dello scorrere del tempo. Anche la prima opera della letteratura occidentale si apre con un inno alla memoria: “Cantami, o diva, del pelide Achille”. Il poeta chiede alla musa di ricordargli una storia che altrimenti teme potrebbe andare perduta per sempre.

Prima di diventare macchine militari, macchine dei sogni e infine protesi della psiche e del corpo umano, i computer sono stati dispositivi per immagazzinare e organizzare la memoria. Il primo tentativo di computer dell’era moderna, anni prima di Turing, era stato battezzato memex dal suo inventore e aveva lo scopo di permettere la lettura e lo studio di più libri contemporaneamente, ma già nel Seicento l’inventore Agostino Ramelli aveva progettato un dispositivo a forma di ruota che aveva lo stesso scopo del memex. E cosa sono i libri stessi se non dispositivi per immagazzinare la memoria, esternalizzandola su un supporto meno deperibile delle reti neurali?

Parte dell’importanza che la rivoluzione di internet ha avuto sul nostro modo di accedere alla conoscenza deriva dal fatto che non si tratta affatto di una rivoluzione – piuttosto di un lento sviluppo che dalla mnemotecnica di Simonide di Ceo passa per il Teatro di Giulio Camillo e l’invenzione della stampa. Recuperare l’informazione desiderata al momento del bisogno era già lo scopo del metodo dei loci dell’oratoria classica, è la base dell’information retrival che fonda la biblioteconomia moderna ed è la ragion d’essere di Google.

Quindi possiamo dire che niente è cambiato? No, perché la diffusione di internet è senza precedenti, e l’uso che facciamo dei database online, da YouTube a Flickr, è immensamente più invasivo di tecniche mentali riservate a un’elite di patrizi e di macchine che fino alla fine del Novecento sono rimasti degli esemplari unici nella storia.

Ha ragione De Majo a dire che ci stiamo trasformando in esseri che non hanno più bisogno di ricordare proprio perché abbiamo finalmente trovato un modo di immagazzinare quintali di informazione in porzioni molto ridotte di spazio. La nostalgia si fonda in parte sul fatto che possiamo attingere a questa informazione, e dunque lo facciamo. Ma le questioni di ordine tecnico, credo, non sono sufficienti a esaurire il discorso.

Un altro motivo per cui ricorriamo al passato (un trai tanti, immagino) è che in questi anni il futuro appare incerto, e forse nemmeno un posto così attraente verso il quale andare. Bisogna ricordare che quando parliamo di proliferazione della nostalgia nella cultura parliamo di cultura occidentale, quindi di un blocco di paesi che sta attraversando una profonda crisi di civiltà: sarebbe interessante sapere in che modo paesi emergenti come la Cina e il Brasile si rapportano al proprio passato culturale e come elaborano l’idea di futuro.

In epoche di crisi le culture si rivolgono sempre al passato, a quello remoto e a quello prossimo: si irrigidiscono in formalismi manieristici, come Bisanzio, o assumono un carattere introvertito e metatestuale, come la pittura e la poesia del Barocco secentesco. Mi sentirei di lasciare aperta la possibilità che la nostalgia di cui è intrisa la cultura contemporanea sia la nostra forma di fare i conti con la crisi di valori del tardo capitalismo.

Naturalmente l’articolo di De Majo cita Simon Reynolds, l’autore che ha detto quasi tutto quello che c’era da dire sul rapporto tra sistema culturale, passato e nostalgia. Tra le tante argomentazioni sollevate da Reynolds nel suo Retromania ne ricordo una meglio delle altre: quella secondo cui l’accessibilità totale degli archivi digitali ha cancellato il sentimento della noia. Quando lo spazio del ricordo, che è uno spazio abitato dai simboli e dalle narrazioni, viene riempito dalla fruizione diretta, il nostro tempo si satura di contenuti di cui solo in parte riconosciamo una componente personale. C’è differenza tra ricordare i propri anni Ottanta e vederli replicati in una serie TV. Il passato non passa mai, e smette di essere qualcosa di intimo.

Nel racconto breve An Advanced Reader’s Picture Book of Comparative Cognition, lo scrittore Ken Liu presenta una razza aliena, i Telosiani, il cui corpo segmentato è di fatto un dispositivo per registrare e immagazzinare il passato. Siccome sono incapaci di dimenticare, per i Telosiani il passato è sempre presente: “while the Telosian never forget”, scrive Ken Liu, “they also do not remember. They are said to never die, but it is arguable whether they ever live”. Ecco, quegli esseri sono sempre più simili a noi.

(Photo: Ward Shelley)

Forme astratte e nuovo realismo: Chabon e i Lego

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Tra i saggi di Manhood for Amateurs di Michael Chabon (Harper, 2009; in Italia è arrivato per Rizzoli nel 2010 con il brutto ma forse necessario titolo Uomini si diventa), uno dei più interessanti è quello dedicato all’evoluzione dei Lego dagli anni Sessanta a oggi, “To the Legoland Station”. Chabon, che è nato nel 1963, ricorda così i mattoncini della sua infanzia: 

When I first began to play with them in the late 1960s, Legos retained a strong flavor of their austere, progressive Scandinavian origins. Abstract, minimal, “pure” in form and design, they echoed the dominant midcentury aestethic, with its emphasis on utility and human perfectibility.

I Lego, prosegue Chabon, erano venduti solo nei sei colori puri, e le minifigs (i personaggi) erano senza volto: uno spazio lasciato libero per l’immaginazione, «funzionale, utopico, semi-immaginario, astratto». Poi continua scrivendo:

They were a lineal descendant of Friedrich Fröbel’s, famous “gifts”, the wooden stacking blocks that influenced Frank Lloyd Wright as a child, part mathematics, part pedagogy, a system – the Lego system – by which children could led to infer complex patterns from a few fundamental principles of interrelationship and geometry.

Come fabbrica la Lego esiste dagli inizi del Novecento, ma i famosi mattoncini vengono prodotti dal 1958: la guerra era finita da un pezzo, la ricostruzione era in stadio avanzato in tutta Europa e il boom economico stava aprendo la strada alla società dell’informazione (il primo testo a parlare esplicitamente di “economia della conoscenza” è The Production and Distribution of Knowledge in the United States dell’economista Fritz Machlup, 1962). Significativamente, la stessa idea al contempo matematica e utopica, focalizzata sulla formalizzazione delle serie tanto quanto su una sincera spinta progressista, a qualche migliaio di chilometri di distanza dalla Danimarca stava portando alla nascita dei primi computer nei laboratori del Mit di Boston e in quelli più visionari della Baia di San Francisco.

Chabon coglie molto bene l’ambivalenza dell’ingresso di una tale idea nelle case delle persone, nelle mani dei bambini. All’enorme invito alla creatività e alla libera espressione personale che sottende l’idea dei Lego corrisponde anche un’astrazione davvero matematica, la stessa che secondo studiosi come Armand Mattelart (Storia della società dell’informazione, Torino, Einaudi, 2002) è il vero segno impresso dalla modernità sulle società occidentali: quel processo di normazione e riduzione alla “numinosità del numero” (l’espressione è di Jung) che da Leibniz prima e dalla Rivoluzione Francese poi conduce fino a Google, attraversando trecento anni di storia. 

E Google mi è tornato in mente, leggendo “To the Legoland Station”, anche quando Chabon paragona i mattoncini degli anni Sessanta a quelli di fine anni Novanta:

By the late nineties […] abstraction was dead. Full-blown realism reigned supereme in the Legosphere. Legos were sold in kits that enabled one to put together – at fine scales, in deatail made possible by a wild array of odd-shaped pieces – precise replicas of Ferrari Formula I racers, pirate galleons, jet airplanes. Lego provided not only the standard public-domain play environments supplied by toy designers of the past fifty years – the Wild West, the Middle Ages, jungle and farm and city streets – but also a line of licensed Star Wars kits, the first of many subsequent ventures into trademarked, conglomerate-owned, pre-imagined environments.

Leggendo queste righe ho pensato a come si è evoluto il panorama dell’informazione dai tempi in cui i primi pionieri del personal computer realizzavano le loro macchine dei sogni nei primi anni Sessanta: a come la diffusione delle applicazioni per dispositivi mobili stia mettendo in crisi il modello libero del web, ai “giardini chiusi” e rigidamente regolamentati imposti dai social network, ma anche al grado di dettaglio sempre maggiore a cui puntano le nuove tecnologie informative (il 3D, le fotografie in alta risoluzione, gli occhiali e le mappe terrestri e oceaniche di Google).

E al rischio che si corre di ritenere una determinata rappresentazione “reale” perché il grado di granularità informativa è così elevato: in fondo, per quanti dati possiamo aggiungere, pur sempre di un simbolo si tratta, e come insegna Borges una mappa grande quanto il territorio che vuole rappresentare non è più  fedele, è soltanto inutilizzabile. L’utopia geometrica dei lego anni Sessanta conteneva in sé la promessa di un mondo migliore, ed esplicitava il sacrificio collettivo richiesto per beneficiare di questo progresso (le minifigs senza volto). Il moderno nuovo realismo promette l’esaurimento sistematico di ogni spazio vuoto, l’appiattimento a livello della superficie, la performance totale. Abbiamo conservato la matematica, ma abbiamo perso l’utopia.