Essere senza casa su Flanerì

Su Flanerì Giovanni Bitetto scrive una recensione molto bella e profonda di Essere senza casa, lusingandomi con accostamenti a Iain Sinclair e all’ermenautica barocca e sopratuttto cogliendo esattamente ciò che volevo fare con questo libro, cioè fornire qualche strumento culturale per leggere il presente:

Questo è solo un percorso di lettura fra i molti che predispone il ventaglio discorsivo di Essere senza casa. Si tratta di un’utile cassetta degli attrezzi in cui il lettore accorto può prelevare i simboli adatti a discernere il reale, giacché ogni aspetto preso in esame dall’autore prevede il nitore della sintesi, segno della profonda riflessione che c’è a monte. Ecco che ci ritroviamo ad avere un alfabeto preciso per esprimere l’abisso psichico e materiale di cui fa esperienza il cittadino dell’Occidente globalizzato. D’altronde, a proposito di case, io stesso scrivo questo articolo in procinto di lasciare il nono appartamento in nove anni, nella quarta città in cui ho vissuto, e chissà se sarò già a disfare le valigie nel decimo quando questo pezzo verrà pubblicato.

Essere senza casa: tre sengalazioni

Oggi tre segnalazioni su Essere senza casa: c’è un altro estratto del libro, questo dall’introduzione, su minima & moralia; Nicolò Porcelluzzi e Matteo De Giuli mi hanno fatto un’interevista pazzesca per MEDUSA, la newsletter più bella che c’è; e domani 9 luglio alle 16 italiane parlo del libro con Francesco Guglieri sulla pagina Facebook di minimum fax.

Segnalazioni – giugno

A giugno ho letto tanto e (cosa piuttosto rara per me) soprattutto libri pubblicati da poco. Ne segnalo quattro:

Emanuela Carbé, Jacopo La Forgia, Francesco D’Isa, Trilogia della catastrofe (Effequ)

Siccome la catastrofe non solo non passa mai di moda, ma diventa più attuale ogni giorno che passa, un libro con questo titolo avrebbe catturato la mia attenzione anche se non fosse stato pubblicato da Effequ, che sulla saggistica sta facendo un lavoro eccellente, e se tra gli autori non ci fosse il direttore dell’Indiscreto Francesco D’Isa. I tre pezzi che compongono il lavoro (dedicati al prima, al durante e al dopo la catastrofe) sono quanto più diverso l’uno dall’altro si possa immaginare: quello di Carbé è un brillante esercizio di scrittura calviniana, quello di La Forgia un interessante e ben scritto reportage sul genocidio dei comunisti indonesiani del 1965 mentre quello di D’Isa un saggio su un tema che a me sembra cruciale: quello del nostro rapporto con la morte. In particolare, il saggio di D’Isa credo meriti una lettura approfondita, perché in un’epoca segnata dalla minaccia dell’estinzione come quella attuale, continuare a distruggere il pianeta per non fare i conti con l’inevitabilità della fine è un gioco destinato, appunto, alla catastrofe. Siccome poche epoche come la nostra hanno rimosso la morte dal discorso culturale, oggi più che mai è importante riflettere sul significato che essa occupa al centro della vita e trovare un modo di gestire l’ansia meno distruttivo di quello attuale. Da quel che so, D’Isa è uno dei pochi ad aver affrontato il tema (con l’eccezione di Roy Scranton, il cui Learning to die in the Anthropocene viene citato nel testo ma per qualche ragione non è ancora stato tradotto in italiano).

Vanni Santoni, La scrittura non si insegna (minumum fax)

Sono un amante dei manuali di scrittura e ancora di più di quelli firmati dagli scrittori, proprio come sono un amante dei libri di autoaiuto (categoria che leggo con più frequenza dei saggi sulla scrittura, devo ammettere) anche perché, come scrivevo non molto tempo fa, una parte di me sta sempre cercando il set di regole segrete che trasformi questa attività faticosa e solipsistica che mi sono condannato a fare in qualcosa di semplice o, quantomeno, più immediato: la formula alchemica che tramuti l’argilla delle parole nel Golem di un romanzo. Rispetto ad altri autori di testi sulla scrittura (Stephen King o Natalie Goldberg, che pure reputo un libro fondamentale), Santoni ha il pregio di essere anche un eccellente critico o meglio, se mi si passa il linguaggio mistico, un critico “illuminato”: se volete capire cosa intendo leggetevi i suoi pezzi sui romanzi senza finale o andate a ripescarvi quella volta in cui, parlando del futuro del romanzo, disse citando Roberto Bolaño che “se i capolavori sono sequoie o orchidee, non si è tuttavia mai vista una sequoia o un’orchidea fuori da una foresta; così, anche scrivere un’opera imperfetta significa contribuire al mantenimento di quel bosco dove un giorno sboccerà una nuova orchidea”. Ecco cosa intendo per illuminato: qualcuno che guarda alla big picture. Se sopravvivete alle liste della prima parte, che sono impressionanti e un po’ spaventose (ma piuttosto accurate, per quanto io mi sia scoperto uno studente meno preparato di quanto mi sarebbe piaciuto pensare), troverete consigli che tutti coloro che scrivono seriamente dovrebbero seguire, non solo gli aspiranti.

Luca Molinari, Le case che saremo (Nottetempo)

Nella scrittura di Essere senza casa ha giocato un ruolo importante un libro pubblicato da Nottetempo nel 2016, Le case che siamo, dedicato al rapporto tra case e città. Quattro anni più tardi, Le case che saremo è un piccolo spin-off che adatta il discorso al tempo del Covid e può essere scaricato gratis dal sito dell’editore. Le case che saremo apre una porta su quegli aspetti che in Essere senza casa non sono sufficientemente approfonditi visto che il mio libro è uscito prima dello scoppio della pandemia e in qualche modo porta il discorso sul lato in ombra della casa come luogo protetto (come “tentazione del muro”, direbbe Recalcati) di fronte alle minacce dell’esterno, concludendone, credo giustamente, che la spinta alla chiusura e all’isolamento domestico provocata dal Covid è quanto di più pericoloso possa esistere. Discorso per me fondamentale e su cui non mi dilungo troppo perché spero di tornarci presto, in una forma o nell’altra.

Ade Zeno, L’incanto del pesce luna (Bollati Boringhieri)

Oggi è la prima giornata del Campiello e tra i finalisti sono stato contento (e anche un po’ sorpreso) di trovare questa bella fiaba dell’orrore. Il fun fact sull’argomento è che io e Zeno abbiamo condiviso lo stesso spazio autogestito all’università di Torino per quasi dieci anni durante i quali ci saremo scambiati sì e no dieci parole, vedendoci in certi periodi quasi tutti i giorni e collaborando a progetti culturali; e siccome internet è una (psico)geografia alternativa sovrapposta a quella fisica, il suo lavoro è sempre stato più lontano dai miei radar rispetto a quello di autori che abitavano a migliaia di chilometri di distanza e che non avrei mai conosciuto personalmente. Circostanza di cui mi dispiaccio, perché L’incanto del pesce luna merita la candidatura al (vero) premio più importante d’Italia. La sorpresa deriva dal fatto che è un romanzo cupo, dalle tinte scurissime, che mi ha fatto pensare a quel bell’articolo di Franco Pezzini sul gotico torinese uscito su Carmilla qualche tempo fa. Dentro ci ho trovato Bolaño e Wilcock, ma anche Ligotti, Houellebecq e Giorgio De Maria.

Essere senza casa da verso (con Fabio Deotto)

Foto della libreria verso

Sono anni che Fabio Deotto e io portiamo avanti una conversazione frammentata e un po’ schizofrenica che si consuma tra pub di Canary Wharf, chat di Facebook e intermezzi di eventi letterari e che suppongo – e spero – andrà avanti ancora molti anni nello stesso modo, per questo sono felice di aggiungere un tassello di questo dialogo-mondo questa sera alle 19:00 italiane sulla pagina Facebook della libreria verso, quando presenteremo insieme Essere senza casa e finiremo probabilmente a parlare di tutto lo scibile umano.

Edit del 2/07: ora potete ascoltare la chiacchierata.

Essere senza casa su L’Indiscreto: “Fantasmi”

Spirito in una fotografia di William H. Mumler

L’Indiscreto è una delle mie rivista preferite, quindi sono particolarmente contento che oggi pubblichi un intero capitolo di Essere senza casa. E’ il capitolo 4, quello dedicato ai fantasmi. Cosa c’entrano i fantasmi con le case? Be’, come scrive l’Oxford English Dictionary «uno dei primi significati del termine haunt (infestare) è quello di “fornire di una casa, una dimora”». Il capitolo comunque accenna solo in parte ai fantasmi “classici” che abitano le case e si concentra soprattutto sui nuovi fantasmi che sono entrati nella modernità attraverso i media elettrici, dal telegrafo fino a internet. Si parla di spiritualismo, alba della psicanalisi, il naufragio del Titanic, hauntologia, metafore radiofoniche nella letteratura e vaporwave.

Essere senza casa su La Lettura e Linea Laterale

Due segnalazioni che riguardano Essere senza casa: sul La Lettura del Corriere della Sera di domenica è uscita la prima recensione al libro, firmata da Daniele Giglioli, che mi onora doppiamente perché parla molto bene del libro e perché Giglioli è un grande critico. Ecco un estratto:

E così anche la casa, l’oggetto più familiare su cui dovremmo contare, è diventata weird, strana, inquietante, fantasmatica, secondo la rideclinazione che di questo comunissimo aggettivo inglese ha dato il grande Mark Fisher recentemente scomparso. Ma non è stato sempre così? E i racconti di fantasmi? E non succedevano strane cose nelle case della tragedia greca? Non in queste proporzioni, non come caso concreto (il problema abitativo mondiale) e insieme come metafora globale (confini irti di fini spinati eppure sempre superabili da soldi, virus, e anche, buoni ultimi, esseri umani disperati), risponde Gianluca Didino, brillante e informatissimo saggista.

Invece su La Linea Laterale Danilo Zagaria presenta Essere senza casa tra le uscite di giugno e coglie perfettamente lo spirito del libro:

Credo lo si possa definire una panoramica straniante sugli anni ’10, sulle sue derive culturali e sui timori della nostra generazione. Un’analisi dello spirito dei nostri tempi, tempi in cui accadono cose davvero strane a tutto ciò che siamo soliti chiamare casa.