Due capitali scandinave

Copenhagen – dove sono stato nell’estate del 2012 – e Stoccolma – da cui sono tornato da poche settimane – hanno similitudini e differenze profonde che mi affascinano. Entrambe sono città che a un certo tipo di turista occidentale mediamente colto appaiono poco interessanti o degne di visite lunghe al massimo un weekend: questo si deve credo a centri cittadini poco attraenti dal punto di vista architettonico (Strøget a Copenhagen, Norrmalm a Stoccolma) e circoscritti panorami da cartolina (rispettivamente Nyhavn e Gamla Stan). Eppure l’esperienza che ho fatto delle due capitali scandinave è stata quasi diametralmente opposta.

In entrambe le città ho dormito nell’ex quartiere popolare e ora riqualificato – gentrificato o hipster, un luogo comune di questi anni: Christianshavn a Copenhagen e Sødermalm a Stoccolma. Entrambi i quartieri sono a sud della città, separati dal centro da un corso d’acqua, e di entrambi venendo dal centro si possono vedere panorami stupendi, anche se la vista di Sødermalm dalla zona est di Gamla Stan o da Skeppsholmen è impareggiabile. Ma mentre Christianshavn è oggi un quartiere di eleganza sopraffina, Sødermalm (che pure è stato proclamato uno dei 15 quartieri più cool al mondo da Vogue nel 2014) ha grandi aree dove l’edilizia poplare socialdemocratica degli anni 60 e 70 domina pesantemente la pianificazione urbana, come la grande Medborgardplatsen (che, nella sua totale assenza di ricercatezza, mi ha affascinato: con la grande biblioteca e i locali con enormi dehor dove si fa il pianobar, come in un paese di villeggiatura marina; con i chioschi di dolciumi aperti fino a tarda notte e i neon brutali di negozi dall’aria fuori moda). Di Christianshavn ricordo, tornando a casa la sera, il ristorante stellato Michelin Norma che si specchiava nell’acqua del mare.

Di Stoccolma ho percepito, fin dall’arrivo in autobus dall’aeroporto Arlanda, la profonda rilassatezza di una capitale, la più grande tra quelle dei paesi scandinavi, colta senza ostentazione. A Copenhagen percepisci come l’assenza di ostentazione sia un’ostentazione essa stessa: le donne indossano solo gioielleria minimale, ma le strade delle città sono così tappezzate di boutique costose che ti è subito chiaro come quei vestiti apparentemente semplici siano in realtà pezzi di design pregiato. Le vetrine di Stoccolma sono in una percentuale sconcertante completamente fuori moda, così come gli interni dei palazzi: sembrano rimasti fermi agli anni 60 nei colori tortora delle pareti e nei ninnoli impolverati in esposizione. (Le donne di Stoccolma non mettono tacchi per nessuna ragione; i tacchi a stiletto non sono venduti da nessuna parte per quel che ho potuto constatare.) Laddove Copenhagen è raffinata e borghese Stoccolma è figlia di mezzo secolo di governo socialdemocratico. Il Miljonprogrammet, il programma edilizio che tra il 1964 e il 1974 ha costruito un milione di nuove case a prezzi accessibili per tutti (naturalmente nella forma prevalentemente di blocks nelle periferie della città) ha influenzato il carattere svedese ben oltre il mero piano architettonico. Alla metà degli anni 70 il programma aveva dato alloggio a quattro milioni di abitanti su gli otto totali della nazione, un risultato che ricorda più un piano quinquennale sovietico che l’azione di un governo occidentale in una democrazia.

E in effetti questo vento dell’est a Stoccolma, che condivide il mar Baltico con Estonia, Lettonia e Lituania, oltre che naturalmente con la Filandia e San Pietroburgo – questo vento dell’est, dicevo, a Stoccolma si sente eccome. Soprattutto nelle zone della città che costeggiano l’acqua, nei ponti che si continuano ad attraversare mentre si cammina per le quattordici isole che compongono la città – mentre le guglie delle chiese, che ricordano quelle di Praga, sono Mitteleuropee e sono tra le cose più belle che l’architettura di Stoccolma ha da offrire. Si sente nei grandi mercati del pesce e nei chioschi di liquirizie aperti vicino ai porti, dove la gente si ferma rapidamente tornando a casa dal lavoro.

Se Stoccolma è una città da vivere all’aperto, passeggiando sulla sua acqua onnipresente, Copenhagen dà il meglio di sé nel chiuso dei locali: ristoranti e bar dove si mangia cucina raffinata in ambienti accoglienti e curati fino al minimo dettaglio. Non per niente Copenhagen ha molte più cose da vedere rispetto a Stoccolma nonostante le dimensioni notevolmente più ridotte: dalla comunità di Christiania allo stupendo museo di arte contemporanea ARoS, fuori città (il museo che, tra le altre cose, ha il pregio di avermi fatto scoprire le sculture iperrealiste di Ron Mueck). Stoccolma ha un numero impressionante di musei, ma per un turista in visita pochi giorni è difficile sceglierne qualcuno che spicchi notevolmente tra gli altri. Il Tivoli di Copenhagen è un’esperienza magica che trascende ampiamente il concetto di parco divertimenti; il Gröna Lund di Stoccolma, seppure risulti fotogenico se visto da una barca che fa il tour dell’Archipelago, è un modesto parco per bambini. In compenso le attrazioni più famose di entrambe le città, rispettivamente la Sirenetta e il palazzo del Nobel, sono più piccoli di quanto ci si aspetti, e poco interessanti (per onestà intellettuale bisogna dire che anche la Gioconda è più piccola di quanto ce la si aspetti).

I danesi sono in media belli secondo canoni classici: uomini e donne sono decisamente più alti della media, con corpi statuari; gli svedesi sono di statura media e – soprattutto le donne – incredibilmente abbronzati, con l’effetto che la pelle scura contro il chiarore quasi bianco dei capelli non è sempre gradevole. (Gli svedesi, mi è stato detto, sono ossessionati dal sole, e vanno in vacanza prevalentemente nel sudest asiatico, soprattutto in Thailandia.) La viabilità di Copenhagen è letteralmente dominata dai ciclisti, che sono un flusso ininterrotto e velocissimo più aggressivo degli automobilisti nel centro di Milano; a Stoccolma ci si muove soprattutto con la rete dei trasporti pubblici, e le strade, anche nel pieno della stagione turistica, in centro e in giornate di sole, non sono quasi mai affollate. Entrambe le città hanno belle biblioteche, ma per quanto bella la circolarità delle forme moderniste della Stadsbibliotek di Stoccolma (1928), la Biblioteca Reale di Copenhagen, che riflette nell’acqua il nero delle sue vetrate – la biblioteca esiste dal Seicento, ma il nuovo edificio, soprannominato “diamante nero”, è stato aperto nel 1999 – è mozzafiato. Coerentemente con la personalità delle due capitali, però, alla Stadsbibliotek si può accedere tranquillamente; la Biblioteca Reale, almeno ai tempi, era rigorosamente off limits.

Infine non stupisce che di entrambe le città la cosa che ricordo meglio ha a che fare con l’acqua: a Copenhagen gli Havnebade su Island Brygge – la piscina a cielo aperto ritagliata direttamente nell’acqua del canale. A Stoccolma invece è la magnificenza ottocentesca dello Strandvägen, il viale degli alberghi di lusso e degli imbarchi, che se preso venendo da Djurgården in un giorno di sole è una cartolina fluttuante come le onde del mare da un passato che non c’è più e ancora stranamente resiste intatto.

(Nella foto: il Gröna Lund e Djurgården fotografati da Sara Maragotto nel 2013)

Kew Gardens

In un famoso racconto del 1919 Virginia Woolf utilizza la lingua per dipingere un quadro post-impressionista dei Kew Gardens: macchie di colore e linee di movimento in cui si mescolano vicende umane, animali e vegetali. Coerentemente con questa origine pittorica, la prima edizione del racconto è illustrata da Vanessa Bell, mentre le copertine sono di Roger Fry e del suo Omega Workshops.

Dei Kew Gardens ho avuto un’impressione molto diversa, a colpirmi è stata soprattutto la magnificenza della natura che prende possesso delle grandi strutture vittoriane. Ma il senso pittorico del luogo è fortissimo, ed è facile immaginare come Virginia, che frequentava i giardini (nel 1926 ci era stata con Vita Sackeville-West, e una scena di Orlando è ambientata ai Kew), ci vedesse un quadro secondo i canoni avanguardistici dell’epoca. La qualità del lavoro paesaggistico è così alta e costante che pressoché qualsiasi fotografia scattata ai giardini risulta in una composizione armonica (fotografie mie):

 

Spoiler, un podcast di Querty

Oggi è uscita la seconda puntata di Spoiler: inchiesta sull’autolesionismo narrativoun podcast di Querty condotto da Lucia Rinolfi e Matteo Scandolin. Tra gli intervistati, insieme a Fabio Deotto ed Eleonora Caruso, ci sono anche io: parliamo del perché si fanno gli spoiler, da dove viene il concetto che sia sbagliato farli, di come ci comportiamo per evitarli a noi stessi e agli altri. Nelle fotografie qui sotto sono in compagnia di Matteo Scandolin durante la registrazione dell’intervista al Barbican e con Matteo e Lucia a Belsize Park.